Ma voi ve lo siete mai chiesto cos’è questa fretta dell’alta velocità? No, perché l’uomo moderno ha un’ansia prestazionale formidabile: deve andare ve-lo-cis-si-mo!
Devi arrivare dall’altra parte delle Alpi in un’ora e dodici minuti. Per fare cosa? Per prendere un croissant tiepido, fare un selfie e dire: “Certo che si corre bene, eh?”.
Poi torni nel mondo reale, sali su un regionale e scopri la grande magia: più del 50% della rete ferroviaria italiana è ancora a binario unico! Capito? Un binario solo! Nell’era dell’intelligenza artificiale e dei viaggi su Marte, i nostri treni giocano ancora a “1, 2, 3, stella!”. Devono fermarsi in mezzo ai campi ad aspettare quello che arriva dalla parte opposta.
“Passa prima lei?” “No, prego, s’accomodi!”
E intanto ci metti quattro ore, due ere geologiche e tre rosari per fare trenta chilometri. Però la montagn… ah, la montagna va bucata!
È il progresso, capisci? Il progresso! Bisogna fare un buco bellissimo, infinito, per la grande velocità intergalattica, mentre sulla rete normale facciamo fare la fila ai treni come alla cassa del supermercato il sabato pomeriggio.
Preventivo iniziale: due lire e tre sesterzi.
Dopo quarant’anni torna il geometra e ti fa: “Allora, ci sarebbero da aggiungere ottantasette miliardi di fantastilioni, tre flotte spaziali e la garanzia della tua anima”.
E il buco?
Ah, il buco non c’è! È un buco concettuale. Un’opera d’arte metafisica!
Un’infrastruttura invisibile e costosissima, protetta da battaglioni di blindati e corpi speciali. Perché se per caso un cittadino qualunque si avvicina, guarda per terra e dice: “Scusate, ma qui c’è solo un prato con due margherite?”, scatta subito l’allarme rosso. “Allerta! È un eversivo! Un reperto dell’era dei dinosauri! Un uomo delle caverne che vuole bloccare lo sviluppo!”.
Ma quale sviluppo? Ma sviluppo di cosa? Che abbiamo mezza Italia dove se due treni s’incontrano devono fare morra cinese per decidere chi passa prima, e noi spendiamo il PIL di tre nazioni per scavare le Alpi e far viaggiare velocissimo... cosa? I pacchi con i frullatori per i gatti?
Ecco l’uomo moderno. Corre, corre, scava il vuoto, fa fare la fila al regionale in mezzo alle capre, e chiama “terrorista” il contadino che vorrebbe solo piantare due pomodori senza un cantiere atomico in salotto. Che meraviglia il progresso.
Andiamo tutti velocissimi verso il niente. Però ci andiamo in prima classe. (E rigorosamente in fila indiana!)
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/08/2026
Noi buchiamo le Alpi con la Tav ma mezza Italia gioca a morra cinese sul binario unico
21/07/2026
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è Genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”.
I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”.
I soldati Israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno i testicoli, un giorno la rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio).
Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino.
I soldati israeliani hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’Oms, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così).
I soldati israeliani hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta, ma non si può dire che è Genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle.
I soldati israeliani hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato i morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio, ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue.
I soldati israeliani hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini.
I soldati israeliani hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini, ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle.
I soldati israeliani hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate, ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia.
I soldati israeliani hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla, ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè.
I soldati israeliani hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione di persone alla fuga, ucciso dal 7 Ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordanania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani, i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’IA dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare, ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’Onu e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice Genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa, ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage.
E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. «Si vede che puntavano tutti al Premio Strega».
Fonte
11/09/2025
Il Bar Sport è chiuso per lutto: addio a Stefano Benni
Dario Fo inventò il famoso aforisma “Sarà una risata che vi seppellirà”, usata sulla foto dell’arresto di un anarcosindacalista che sghignazzava in catene tra due carabinieri.
Benni, invece, non voleva seppellire di disapprovazione, ma svelare in anticipo il significato di parole, gesti, comportamenti con cui poi avremmo avuto a che fare.
È stato raffinato e popolare, il suo dire è stato semplice e articolato, critico e visionario, ci parlava di quello che abbiamo avuto sotto gli occhi proiettandone il significato oltre.
E così che ha trasmesso fino ai nostri giorni il significato di Bar Sport, che da accogliente luogo di ritrovo proletario di quartiere degli anni Settanta, si è trasformato nell’icona della sciatteria, del pressapochismo, dell’improvvisazione – cialtrona, cattiva e lazzarona – del discorso pubblico, della bassezza del dibattito politico, che dalla tv ai social è diventata prassi pervicace della classe dirigente.
Stefano Benni ha capito in anticipo e messo a nudo la miseria del marketing della politica prima ancora che la parola entrasse nel vocabolario della pubblicità, della sociologia, della comunicazione.
Ci mancherà quella sua – tanto preziosa quanto gustosa – autoironia critica di quando eravamo convinti che avremmo cambiato il mondo.
Fonte
01/04/2025
Fantozzi e l’astrazione kafkiana del padrone
di Marco Sommariva
Mentre non è ancora morto
il Poteve Opevaio,
schiere di sfruttati
continuano a prendere il bus al volo
Per la regia di Luciano Salce, il 27 marzo 1975 usciva nei cinema Fantozzi, e il giorno del cinquantesimo anniversario – giovedì 27 marzo 2025 – tornerà nelle sale questo primo leggendario capitolo della saga del Ragionier Ugo; a festeggiare lo storico personaggio inventato da Paolo Villaggio, sarà una versione del film rimessa a nuovo dal laboratorio di restauro cinematografico L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì per il processo di color correction.
Fantozzi nasce nelle storie che Villaggio scrive per “L’Europeo”, un settimanale d’attualità edito da Rizzoli pubblicato sino al 2013; diventerà un libro nel 1971, quando lo stesso editore del settimanale gli proporrà di raccogliere queste storie in volume.
Nella premessa del libro datata luglio 1971, l’attore genovese scrive: “Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno «scherzo» quale deve essere tutta questa faccenda del «libro» e mi fermo qui”.
Era ed è sì un discorso politico: lo era allora, quando sul viso di Fantozzi ritrovavamo tutte le sconfitte dell’impiegato medio italiano, non una caricatura, ma una discarica pubblica dove ci si alleggeriva tutti, in cui si evacuavano le risate amare che le nostre facce da culo producevano guardando le genuflessioni del Ragionier Ugo davanti allo stesso Megadirettore Galattico che ci aspettava l’indomani in ufficio, al quale rispondevamo “faccio subito” intanto che speravamo che qualcuno gli sparasse nelle gambe; lo è al giorno d’oggi, mentre una struttura-società che non ha bisogno di noi e non ci difenderà mai abbastanza, ci sta sfruttando con quella viscida delicatezza che cinquant’anni fa ancora non esisteva, che prevede di non prenderci a manganellate perché, con gli anni, è stata capace di convincerci che dobbiamo essere noi a manganellare i nostri pari che non seguono le direttive dei potenti – non a caso, nella stessa premessa l’autore ci consiglia coi potenti “di essere vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni «fasciste»”, un po’ come certi conduttori televisivi che da decenni non riusciamo a scollarceli di dosso, regnanti indiscussi di squallidi studi televisivi consacrati alle celebrazioni del regime.
Sul manganellare i nostri pari, Villaggio aveva capito che era un processo già iniziato: “[…] la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un bicchiere di vino ristoratore. Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce all’uomo degli ultimi centovent’anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c’erano moltissimi impiegati ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti”.
A differenza dei tanti comici che proliferano nei numerosi spettacoli d’oggi creati apposta per far ridere il pubblico e che sempre più raramente raggiungono l’obiettivo, Villaggio non ci parla di una zona dell’Italia – siciliani o calabresi “contro” milanesi, nordisti “contro” sudisti, apologie del romanesco, napoletano, toscano, eccetera – non ci parla di uomini “contro” donne e viceversa – i primi che sporcano di pipì la seduta del water, le seconde che sono intrattabili in “quei giorni” – no, Villaggio non ha alcuna intenzione di anestetizzarci con queste fesserie che fingiamo di credere esistere ancora ridendo fintamente a crepapelle perché intorno a noi altri fanno la stessa cosa, no, Villaggio ci parla dell’autobus preso al volo perché cinquant’anni fa si provava a dormire sino all’ultimo minuto dopo giornate snervanti già allora per la mancanza di senso, che mi ricordano molto da vicino la vita che fanno certe dipendenti della cooperativa che ha in appalto la pulizia degli uffici dove lavoro che, stremate dalla giornata lavorativa precedente, alle cinque del mattino prendono al volo il primo di tre autobus che, dopo un’ora e mezza di viaggio, le porterà a svuotarmi nuovamente il cestino chiedendomi scusa per il disturbo, e il tutto per un pugno di euro all’ora, lo stesso che a volte mi capita di dare in elemosina a Yassir, il ragazzo bengalese che mi riporta a posto il carrello vuoto, dopo che ho riempito l’auto coi sacchetti della spesa, situazione che a volte mi fa sentire come il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, il Direttore Marchese Conte Piermatteo Barambani o un altro qualsiasi feroce padrone o amministratore delegato: è un attimo saltare dall’altra parte della barricata senza neppure accorgersene.
Se è vero che 1984 di Orwell fu un romanzo premonitore, vedete se vi dice qualcosa dei nostri giorni questo estratto del libro Fantozzi: “Cominciò [...] una discussione tra giovani sulla contestazione studentesca e l’intervento americano in Vietnam. Fantozzi credeva di essere nel covo della reazione: ma con suo grande stupore s’accorse che più quei gran signori erano bardati con orologi Cartier e brillanti (con uno solo dei quali lui avrebbe vissuto senza patemi il resto dei suoi giorni) più erano su posizioni maoiste. La maggior parte, giudicò Fantozzi, era a sinistra del partito comunista cinese. [...] L’indomani mattina lui “timbrava” alle 8: pensando a quei giovani sovversivi che si sarebbero svegliati a mezzogiorno, gli si confondevano le idee”.
Questo è Fantozzi; Villaggio, invece, nella biografia in quarta di copertina della seconda edizione del libro, datata 1981, si definisce “figlio di padre ricchissimo” e per questo “a sinistra del partito comunista cinese”, non solo, sostiene che “a Roma ha fondato con un gruppo di nobili una frangia politica di estrema sinistra molto “in” che si chiama «POTEVE OPEVAIO»”.
Il libro Fantozzi era anche confortante; alla rabbia di mio padre che bestemmiava nel leggere dell’ennesima apparizione mariana a una contadina quattordicenne, piuttosto che a dei bambini impegnati a sorvegliare un gregge o a una bambina belga, il concittadino e quasi coetaneo Paolo Villaggio rispondeva così: “Un giorno c’era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino, mentre era in cucina che faceva correre un po’ d’acqua per bere, comparve improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull’acquaio e gli sorrideva, poi scomparve. “Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un’aula gremita di studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è svenuto di fronte a duecento studenti”.
Il libro Fantozzi è ancora confortante; alla mia rabbia condita di bestemmie che fa seguito all’ascolto di boiate pazzesche tipo quella espressa da due signore bionde col fisico scolpito che, d’estate, alla spiaggia, lamentano il “sold out” – a giugno! – nelle “location” più “in” di New York che le costringerà a trascorrere il Capodanno da un’altra parte, mentre una donna africana larga quanto le due messe assieme passa loro accanto stracarica di mercanzia che nessuno vuole, le pagine del libro mi consolano così: “A un’ora da Roma, Fantozzi andò in corridoio a fumare. C’erano due bambini molto belli biondi, figli di ricchi: tutti i figli dei ricchi sono biondi e uguali, i figli dei braccianti calabresi sono scuri, disuguali e sembrano scimmie. Erano dei bambini molto educati e non facevano rumore. Una baby-sitter americana bionda li custodiva. Uscirono dallo scompartimento le madri. Erano molto giovani, molto belle, molto ricche, molto profumate, molto eleganti e molto abbronzate: venivano da due mesi sulla neve a Gstaad in Svizzera e parlavano della gente che c’era lassù. Fantozzi le guardava con la bocca semiaperta. Le due donne cominciarono a parlare delle loro prossime vacanze al mare ed erano un po’ in pensiero perché non sapevano più dove andare: dovunque ormai andassero, dalla Corsica alle isole Vergini, trovavano della gente orribile. Fantozzi si commosse quasi per il dramma di quelle poverette. Il treno entrò alla stazione Termini. Sulla banchina c’era una tragica lunga fila di terremotati siciliani del Belice. Erano seduti sulle loro valigie di cartone [...] e guardavano muti il vuoto. Una delle due signore disse: “È stato un anno davvero disgraziato!”. “Meno male” pensò Fantozzi “che si occupano di questi poveracci!”. “Perché?” domandò l’amica. E l’altra: “Perché non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco farinosa!”
Perché mi consolano queste pagine? Perché avere testimonianza scritta che figure così mostruosamente stronze già esistevano più di mezzo secolo fa e che, quindi, certi orrori non sono solo frutto degli sfaceli della mia generazione, solleva un poco il morale: lo so, non sono messo bene.
Perché la mia generazione, e pure quella dopo, di errori ne ha fatti veramente tanti, nonostante gli ammonimenti ricevuti da cinema e letteratura; avvertimenti che, ancor oggi, continuano a esser lanciati vista la produzione di Scissione, una serie televisiva statunitense del 2022 dove gli impiegati di una ditta non conoscono altro al di fuori delle attività svolte all’interno dell’azienda, sono solo schiavi asserviti al raggiungimento di uno scopo il cui significato è loro precluso. Allo sceneggiatore televisivo e produttore statunitense Dan Erickson, l’idea gli è stata ispirata da certe sue deprimenti esperienze lavorative giovanili maturate in ambito impiegatizio, un po’ come Paolo Villaggio quando, da giovane, lavorava all’Italsider di Genova come impiegato e iniziava a mettere in cantiere certe idee, ma per saperne di più su Scissione v’invito a leggere questo pezzo di Walter Catalano: Severance/Scissione: il Corporate Horror e gli incubi di Fantozzi.
Conforto, consolazione, riconoscenza, ecco quello che raccolgo dal genio di Paolo Villaggio, e non sono il solo; scriveva Oreste Del Buono nell’introduzione al libro: “L’ultima apparizione di Paolo Villaggio a cui ho assistito in televisione quasi mi ha fatto piangere per la riconoscenza. La riconoscenza per chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell’aspetto e del gesto, di tutti gli umiliati e offesi dalla propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati del pensiero e della prassi, dell’affabilità e della sintassi. Si era sotto le feste di Natale, magari alla viglia stessa. Avevano chiamato Paolo Villaggio in televisione per commentare insieme natività e austerità, un miscuglio di moda nel nostro disgraziato paese”.
Chi aveva invitato l’attore genovese s’aspettava da lui un po’ d’umorismo, ma sbagliò i suoi conti: Villaggio si presentò trasandato, malmostoso e, parlando con piglio truce, disse “controvoglia una sgradevolezza dopo l’altra” e prese a parlar male di se stesso, perché quello aveva da dire – Paolo Villaggio non fingeva mai.
A proposito di Natale, leggete quest’altro estratto del libro Fantozzi: “A casa la signora Pina gli preparò una minestra calda. Lui si sedette a tavola con uno sguardo da pazzo e diede la prima cucchiaiata. La moglie lo guardò e gli disse: “Buon Natale, amore!”. In quel momento l’albero si abbatté sulla tavola con violenza, centrò Fantozzi in piena nuca e lui tuffò la faccia nella minestra rovente. Si provocò ustioni di quarto grado. Non gli uscì un lamento: più tardi, nel buio della stanza da letto, pare che abbia pianto in silenzio con grande dignità”.
Quella dignità che perdiamo quando siamo preda della sindrome da consumo; ossia, quasi sempre.
Villaggio fa cenno al boom consumistico in un’intervista rilasciata alla Televisione Svizzera nel 1975: “Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, ha ricevuto dai mass-media, cioè dalla televisione, dai settimanali e da tutte le informazioni possibili, uno stimolo preciso, quasi un ordine a consumare, ad acquistare, a vivere secondo determinati schemi, e lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento!, che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave consumistica, potrai essere felice, vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni. Improvvisamente, invece, un crack strano; insomma, tutto questo sistema meraviglioso, pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è incrinato: è bastato che nel Medio Oriente una forte tensione internazionale chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta la grande economia mondiale entrasse in crisi”.
Villaggio fa riferimento al periodo a cavallo tra il 1973 e il 1974 quando, in seguito alla crisi petrolifera, diversi governi del mondo occidentale, tra cui l’Italia, emanarono disposizioni per contenere drasticamente i consumi energetici: ricordo, per esempio, che ci si metteva d’accordo tra parenti per uscire insieme nei giorni festivi, con l’auto che poteva circolare senza prendere la multa – una domenica toccava alle macchine con targhe che terminavano col numero pari, quella dopo era il turno delle dispari.
Oggi come oggi pare che il consumare, l’acquistare, il vivere secondo determinati schemi, siano azioni che non si riescano a fermare, neppure a rallentare.
E se pensate che anche andare a vedere la versione di Fantozzi rimessa a nuovo faccia parte di questo circolo vizioso, quello del consumare e del vivere secondo determinati schemi, vi rispondo che andrò ugualmente a vederlo lasciandovi alla vostra erre moscia e a quella cagata pazzesca de La corazzata Potëmkin.
E mentre mi si azzera la salivazione per l’emozione dovuta a questa mia intransigente presa di posizione, già sento iniziare lo scroscio dei novantadue minuti di applausi che mi renderanno immortale.
29/03/2025
Fantozzi, dentro il mito del ragioniere più famoso d'Italia
Compie 50 anni il primo capitolo cinematografico della leggendaria saga del ragioniere. Da quel 27 marzo del 1975, Fantozzi è diventata una delle maschere cruciali della commedia e della satira della società italiana. Con un impatto dirompente anche sul lessico
Il 27 marzo 1975 il ragionier Ugo Fantozzi saliva per la prima volta a bordo della sua Bianchina, destinazione Ufficio Sinistri della Megaditta ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica. Tutto ciò, nelle sale cinematografiche, perché il personaggio letterario era già attivo da qualche anno: dal 1968, quando Paolo Villaggio iniziò a pubblicare sull'Europeo i racconti ispirati alle gag che lui stesso interpretava in tv nel programma "Quelli della Domenica", e dal 1971, quando i monologhi di Fantocci – come l'autore lo chiamava all'epoca – furono raccolti da Rizzoli in un libro che in pochi mesi vendette un milione di copie, primo di una serie di fortunati bestseller.
Ma nei cinema l'avvento di quel travet in mutande ascellari e baschetto d'ordinanza fu uno shock. L'Italia era improvvisamente nuda, con tutte le sue miserie e meschinità. Uno spaccato di desolazione aziendale che Villaggio aveva mutuato dalla sua esperienza all'Italsider. In quei corridoi interminabili sono nati idealmente personaggi leggendari, come il solerte ragionier Filini, instancabile organizzatore di manifestazioni ricreative, il cialtronissimo geometra Calboni, l'agognata (e sguaiatissima) signorina Silvani, più una pletora di sadici megadirettori – galattici, centrali o laterali – dal subdolo Duca Conte Balabam al superstiziosissimo Duca Conte Semenzara, patito del gioco d'azzardo, passando per il Visconte Cobram, ideatore dell'omonima coppa ciclistica, e il temutissimo cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli, capace di organizzare a tradimento proiezioni di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco la sera di Italia-Inghilterra.
Fantozzi
ha la forza caricaturale di un cartone animato, ma più che a (anti)eroi
dell'animazione come Homer Simpson, cui pure qualcuno l'ha paragonato,
può essere accostato a un personaggio di Gogol (non a caso vincerà
proprio il Premio Gogol in Unione Sovietica, nella sezione "migliore
opera umoristica"), di Kafka (ebbene sì, c'è anche chi ne ha scritto un
libro: Emilio Cagnoni – "Fantozzi Kafka", L'Epos, 2007) oppure alle
maschere chapliniane:
di queste ultime incarna la natura tragica e comica insieme, ma anche
il messaggio di ribellione, celato dietro le sembianze bonarie da
Puccettone – come è solito appellarlo l'odioso Calboni, accompagnando
l'epiteto con immancabile pizzicotto sulla guancia. Pur riversando
principalmente in famiglia le sue frustrazioni, a spese della
malcapitata moglie Pina e dell'orrenda figlia Mariangela, Fantozzi è
infatti capace di inaspettati e titanici scatti d'orgoglio. Come quando,
nell'umiliante partita a biliardo con il feroce Catellani, "al 38°
coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio", inanella tre colpi da ko
("rinterzo ad effetto con birillo centrale", "calcio a 5 sponde" e
"triplo filotto reale ritornato con pallino"), vedendosi poi costretto a
sequestrare la madre dell'imbufalito Cavaliere Conte. Oppure quando,
suggestionato dall'ideologia comunista del sovversivo ragionier Folagra,
scaglia un sampietrino contro la vetrata aziendale, subendo una tragica
convocazione ai piani alti dell'azienda e la condanna a ripartire dal
gradino più basso della carriera: parafulmine. La rivolta più
celebre, però, resterà quella al cospetto del suddetto professor
Riccardelli, quando, al termine dell'ennesima proiezione forzata,
sbotterà nella fatidica frase "La Corazzata Kotiomkin è una cagata
pazzesca!", incassando 92 minuti di applausi.
Villaggio è il protagonista assoluto, non solo come interprete – perfetto, malgrado le incertezze iniziali che lo avevano spinto a proporre invano la parte a Pozzetto e Tognazzi – ma anche con la sua impareggiabile voce narrante. Ma le fortune di Fantozzi dipendono anche da una straordinaria umanità di comprimari e caratteristi, che la commedia italiana in quegli anni d'oro poteva permettersi: Liù Bosisio prima e Milena Vukotic poi a prestare generosamente il loro volto alla sventurata Pina, Plinio Fernando opportunamente truccato per interpretare la mostruosa figlia Mariangela, l'occhialutissimo Gigi Reder nei panni dell'amico Filini, l'incontenibile Anna Mazzamauro alias Silvani in Calboni, lo stesso Calboni, prototipo dell'italiano furbo, ruffiano e sciupafemmine, reso immortale dal ghigno baffuto di Giuseppe Anatrelli, più la pattuglia di direttori, tra i quali piace ricordare Ugo Bologna nei panni di Corrado Maria Lobbiam, sotto il cui sguardo severo si consumerà una esilarante cena aziendale, condita dal fulminante botta e risposta: "Come sto andando?". "Male, per Dio!".
L'impatto di Fantozzi sul costume nazionale è definitivo: nessun Capodanno avrebbe mai rinunciato al ricordo dell'infame Maestro Canello e del suo festeggiamento anticipato, nessuna cena sarebbe stata più esente da battute sull'abito fantozzianamente inadeguato o sul cibo rovente a 18.000 gradi Fahrenheit, e su ogni vacanza avrebbe sempre aleggiato la nuvoletta piovosa dell'impiegato. Anche se, in realtà, l'abbrivio della saga ha un bersaglio temporalmente identificabile: l'Italietta degli anni '70, quella dei colletti bianchi, ormai già impelagata in un coacervo di nepotismo, arrivismo e corruzione, tra stuoli di Lup. Man., Gran Farabut e Figl. di Gr. Putt., ma anche quella della nobiltà decaduta – simbolizzata dalla ineffabile Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare – buona al massimo per organizzare cene a Cortina o varare navi, e di una classe media impiegatizia pavida e fannullona, ritratta in istantanee-cult, come quella delle partite a battaglia navale o a ping-pong sulle scrivanie e della gigantesca fuga collettiva a fine orario. "Venivano considerati guru del non far niente, il loro era un lavoro stupido e ripetitivo, guadagnavano poco, così farsi assumere in un'azienda e poi fare nulla dalla mattina alla sera diventava un atto eroico", racconterà Villaggio.
Era l'Italia del posto fisso, nel senso deteriore del termine, con le sue aziende-ministero avviate al tramonto dell'era industriale. Un paese in cui il dialetto veniva faticosamente sostituito da una lingua nazionale, con tanto di scivoloni sui congiuntivi: indimenticabile lo scambio Fantozzi-Filini durante una proibitiva partita di tennis "dalle 6 alle 7 antelucane": -Filini: "Allora, ragioniere, che fa, batti?". -Fantozzi: "Ma, mi dà del tu?". -Filini: "No, no, dicevo, batti lei?". -Fantozzi: "Ah, congiuntivo?". -Filini: "Sì!". -Fantozzi: "Aspetti!".
Nessuno, in Italia, aveva mai fatto ridere così, con quello strano miscuglio di comicità grafica (la lingua felpata, le mani spugnate, i rutti con effetto-valanga) e fisica-parodistica, a metà tra Charlot e il circo. E soprattutto nessuno era mai stato così feroce, trasformando l'umiliazione in sghignazzo. Con punte di crudeltà assoluta, come nella scena in cui la piccola Mariangela viene scambiata per la scimmietta del circo. Ma Fantozzi è anche il più celebre incassatore, pardon, parafulmine, del cinema italiano: totalmente inerte di fronte al destino avverso, perfino quello sentimentale ("Ugo, io ti stimo moltissimo" sarà il massimo riconoscimento che otterrà dalla moglie), riesce sempre, in qualche modo, a restare a galla, un po' come l'Italia stessa, vessata, umiliata, offesa, eppure in qualche modo capace di tirare avanti. "All'inizio la gente rideva e basta, ma si sentiva anche aggredita – spiegherà Villaggio – poi subentrò la gratitudine. Fantozzi è un subitore perfetto, ha liberato tutti dalla spiacevole sensazione di sentirsi unici nel proprio essere sfigati. Era come una seduta terapeutica, gli spettatori seguivano le sue avventure e pensavano: forse è vero, siamo tutti così".
24/04/2023
Sostituzione etnico-linguistica?
Come in ogni parte del Globo Terraqqqueo, la cultura degli esseri umani locali è fatta di strati sovrapposti, di tanti diversi livelli che, se una mente è ricettiva, si intersecano e si meticciano per formare un’amalgama, che – pur essendo simile alla fin fine – è diversa per ognuno di noi. Ogni essere umano è “razza a sé”, o per meglio dire, è unico: we are one, but we’re not the same (cit.).
Ci sono strati comuni a tutta la specie umana sin dagli albori, come l’amore per la prole, l’istinto di sopravvivenza, l’attitudine al ludus e al gruppo, la crudeltà e l’amore, solo per fare esempi. Poi ci sono tratti comuni emersi lungo il cammino, come il senso di giustizia, di uguaglianza, di condivisione di ideali.
(Intermezzo: questo è un articolo buonista, statece)
Poi, se sei Italiano, hai un amore-odio verso la tua nazione, sei convinto che la nostra cucina sia fra le migliori al mondo, generalmente sei tifoso di una qualche rappresentativa nazionale, pensi che nei secoli in Italia ci sia stata molta arte, molta cultura, molto ingegno.
(Secondo intermezzo: a seconda della nazione cui appartieni, PER PURO CASO, qualcosa che ti piace lo trovi sempre, persino se sei, che so, estone).
Poi, in Italia, qualcosa dipende anche dal posto dove nasci e cresci: il vostro Massimino qui scrivente ha molti tratti di marcata torinesità, che si esprimono nella passione calcistica, nell’amore ostinato per certi cibi altrove improponibili, nel gusto per certi vini, e nella passione per il dialetto locale.
Sono rimasto fra i non moltissimi che lo capiscono, lo parlano come una seconda lingua, lo leggono, lo scrivono. Vado a spettacoli teatrali in dialetto e mi diverto come un matto. Parlo in torinese con mia suocera, o con chiunque trovo, e mi piace molto.
Recito poesie, persino: quelle dei nostri grandi poeti come Nino Costa, giù giù fino a quelle di mio nonno, poeta dialettale scatologico. Un godimento.
Questo, però, non ha nulla a che vedere con stupide idee di razza, di supremazia, di superiorità di X su Y: è solo il modo con cui son fatto io, che sono torinese, sì; italiano, sì; chiaro di pelle, sì (non troppo, però). Ma sono anche comunista e internazionalista. Antirazzista nel midollo. E antifascista, soprattutto: perché penso che il fascismo sia un crimine, sia il malo vizio dell’ignorante di trasformare ogni diversità – da ricchezza – in odio e divisione.
Stamattina vi allego una poesia di Nino Costa in piemontese, letta alla bell’e meglio da me. Con il testo sott’occhio, molti che non son piemontesi magari riescono a seguire: dura un minuto, provate se vi va e ditemi qualcosa.
È un dialetto ostico, la base provenzale lo rende meno semplice di altri dialetti, ma – alle mie orecchie – è musica. Sono nato e vissuto qui, fosse stato a Santa Maria di Leuca o Cincinnati, era diverso, ma uguale, in fondo.
Einstein rispose alla domanda: Razza? su un questionario in Germania al tempo dei nazi: UMANA. Ecco.
Fonte
08/02/2023
Speriamo che Zelensky abbracci presto Meloni
Poi ha raggiunto Macron che vuol tagliare le pensioni e che ha il paese contro.
Poi farà uno spot di guerra a Sanremo contro il parere del 60% degli italiani.
Tutti i governanti europei più vicini a Zelensky e che gli mandano armi, diventano sempre più impopolari nel loro paese. E più il presidente ucraino fa propaganda di guerra, più il partito della guerra perde consenso. Secondo me anche in Ucraina.
Auguriamoci allora che Zelensky incontri e abbracci presto Giorgia Meloni.
Fonte
11/01/2023
Un “presidende ti caranzìa” è per sempre
Al netto di qualsiasi altra considerazione sulla complessità di un paese enorme alle prese con la più grave pandemia da molti decenni a questa parte ed in cui vivono un miliardo e mezzo di persone, sono queste semplificazioni a rivelare una sinofobia senza limiti da parte di Lucia Annunziata, da almeno un ventennio fiera pasdaran ultra-atlantista dopo la breve iniziale parentesi al Manifesto.
Senza le lenti deformanti di un ostinato ed accecante occidentalismo andrebbe ricordato che con la “strategia covid zero” la Cina, in quasi tre anni, era riuscita a contenere le morti appena sopra i 5.000 casi (su un popolazione di 1,43 miliardi di persone) mentre nel nostro paese (59 milioni di abitanti) ad oggi, si contano 185.000 morti.
Con la Lombardia che detiene il triste record 44.922 dei decessi totali a causa delle gestione disastrosa e criminale del governo regionale guidato dalla Lega.
Una strage di massa in seguito alla quale è stato aperto soltanto procedimento civile (ancora in corso) contro la regione Lombardia e Governo, mentre il procedimento penale per una presunta truffa sulle mascherine si è concluso, qualche giorno fa, con l’assoluzione di tutti gli imputati.
Eh, ma l’Annunziata ora è tutta presa dal nuovo scontro di civiltà con i barbari russi e cinesi...
Ricordo con quale zelo e ferocia, circa 18 anni fa, la nostra paladina delle “superiori democrazie occidentali”, da presidente RAI, chiuse, dopo appena una puntata, “Raiot” su Rai 3 (che aveva avuto ottimi ascolti) e cacciò dalla RAI Sabina Guzzanti, rea di averne fatto una irresistibile quanto memorabile caricatura ma, soprattutto, di non avere avuto riguardi nei confronti del potere costituito.
Per avere osato tanto Sabina fu colpita da una fatwā a vita da parte dell’establishment e dai propri maggiordomi piazzati alla RAI ad imperitura “caranzìa” dei sistemi di potere che si spartiscono tutto in questo paese, ma che non tollerano di essere messi in mutande dalla buona satira, quella vera, che non fa sconti a nessuno.
Fonte
01/11/2022
26/10/2022
Governo Meloni - Festeggerà sedando qualche rivolta con le mazzate tipo Genova 2001?
23/10/2022
16/10/2022
30/09/2022
La fortuna di non essere pazzi
Oggi ce la vediamo con un’ex spia sovietica. Un pazzo e un sadico, non v’è dubbio alcuno.
Ma nel 2011 il pazzo era un presidente siriano, ricordate?
Poco prima, nello stesso anno, era stata la volta di un colonnello libico. Stravagante quanto pazzo.
E nel 1991 e nel 2003 il pazzo era un iracheno, talmente pazzo che lo fu due volte.
Nel mezzo, esattamente nel 1999, fu il turno di un pazzo nazionalista serbo. Mai fidarsi dei serbi.
Ma prima il pazzo era un tale barbuto saudita, rifugiatosi in Afganistan. Brutto e pazzo.
Tutti amici – potete scommetterci – di un altro pazzo, il nordcoreano, che ha già fatto assassinare la sorella e lo zio per ben tre volte. Se non è pazzo quello...
E così si potrebbe andare a ritroso, fino al pazzo originario, il tedesco. Che, però, oggi lo sappiamo, doveva essere segretamente amico del pazzo georgiano, che era pure peggio.
Ecco perché, nonostante tutte le difficoltà, e il dolore per gli altri popoli così sfortunati, dovremmo tirare un sospiro di sollievo qui in occidente.
Siamo incredibilmente fortunati, noi, a non essere guidati da pazzi. Ché quasi, a volte, non ci si crede.
Fonte
26/09/2022
Una donna sòla al comando
Atlantista verace, novità fasulla, Giorgia Meloni ha vinto, come previsto. Il PD ha perso, come al solito. L’affluenza è crollata.
I fascisti non sono tornati. Non se ne sono mai davvero andati.
Persecuzione dei lavoratori, repressione del dissenso, campi di concentramento in Libia, attentati alla Costituzione, guerra, cosa farà la Meloni che non abbia già fatto il PD? È una sfida alla sua altezza.
Chi l’ha votata? E perché? I suoi elettori, oggi in festa, si dividono in 4 macro-categorie:
I Fascisti
Lo zoccolo duro, quelli che la votano fin dall’inizio, e la voteranno fino alla fine. Razzisti, sessisti, xenofobi, omofobi, appartengono a tutte le classi sociali, e sono accomunati dalla passione per la fiamma che sorge dalla tomba di Mussolini, fuoco sacro da cui ai loro occhi Giorgia è circonfusa.
I Reazionari
Prevalentemente di classe media, devoti della trinità Dio, Patria e Famiglia con l’aggiunta del Portafoglio, un tempo avrebbero votato Democrazia Cristiana, più di recente hanno scelto Forza Italia, adesso insieme alla Madonnina piangente adorano Giorgia, la Madonnina urlante. Si definiscono moderati, ma sono a tutti gli effetti reazionari.
I Delusi
Provengono dal Movimento 5 Stelle, dalla Lega, dal PD, dall’astensione, e persino dalla sinistra. Di classe medio-bassa, mal ripongono nella Meloni le loro speranze di riscatto sociale. Il loro è anche un voto di protesta. Questo è lo stesso fenomeno che porta il proletariato bianco in tutto l’occidente a votare a destra, e che ha fatto la fortuna di Trump e Le Pen. In realtà, la fede capitalista di Giorgia è salda quanto quella di Draghi. E di Berlusconi.
I Modaioli
Di classe prevalentemente medio-alta, li hanno provati tutti, a seconda della moda del momento. Di questa categoria fanno parte anche le femministe alla Valeria Marini. Questi elettori sono i più volubili, e molleranno Giorgia appena comparirà all’orizzonte il prossimo cazzaro.
Il Ciclo del Cazzaro infatti è ricominciato: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, adesso tocca a lei, Giorgia Meloni, prima regina della dinastia dei Re Sòla.
E così com’è stato per gli altri, anche il suo momento passerà, e ne resteranno le macerie. Sta a noi far sì che stavolta, insieme alla cazzara di turno, crolli anche il marcio sistema fascio-capitalista che l’ha prodotta.
Fonte
31/08/2022
Guerra in Ucraina - Su Zaporizhzhia, un consiglio a Bonelli
Perché bisogna aiutarli. Qui siamo al delirio, ad una fase psichiatrica acuta di negazione della realtà come in 1984.
Questi poveri sedicenti-verdi-sinistri in quota PD vanno a protestare sotto l’ambasciata RUSSA, perché secondo loro la centrale in mano russa dai primi di marzo se la AUTOBOMBARDANO i russi stessi. Lo dice Zelensky, lo dicono gli Ucraini, notoriamente inclini a non sparare balle colossali, quindi è vero!
Fossi l’ambasciatore russo, darei a questi poveretti un bigliettino con l’indirizzo dell’ambasciata Ucraina. Passi lunghi e ben distesi, andate là che avete sbagliato indirizzo.
I verdi italiani sono sempre stati di acutezza limitata, ma mo’ si esagera.
Ripetete con me:
– La Centrale è in mano russa da cinque mesi, produceva energia elettrica in quantità, ora è spenta, ma è perfettamente in sicurezza.
– A bombardare sono gli Ucraini, e ho già detto in un mio pezzo inascoltato che – vista questa guerra – ho visto crimini peggiori. Danneggiano le prese d’acqua esterne all’impianto, le parti fuori dal contenitore di sicurezza, i tralicci elettrici, per costringere i russi a spegnerlo, e sperabilmente (per loro) a renderlo inservibile per un bel po’, ed è comprensibile, perché girano loro le scatole che i russi abbiano occupato quel ben di Dio, la più grossa centrale elettronucleare d’Europa, la tengano in funzione e meditino di “tagliar loro i fili”.
– Adesso gli ucraini hanno fior di missili grazie a noi, e quindi fanno quanto è in loro potere. Prima non potevano.
– La parte nucleare della centrale non è a rischio, nessuna delle due parti in guerra commette nessun crimine ambientale, qui.
– Poi, essendo la centrale soggetta a tutela e sorveglianza della AIEA, proprio in queste ore un gruppo di ispettori internazionali andrà sul posto per un sopralluogo: ispettori di tre nazioni “in quota Russia” e di tre nazioni “in quota Ucraina”. È una delle RARE VOLTE nelle quali i due nemici hanno trovato un accordo, PIRLONI.
– La presenza degli ispettori AIEA è anche una MISSIONE DI PACE, di interposizione non violenta. Nessuna delle due parti sparerà un colpo, da ora, essendoci gli ispettori (Quanto mi piacerebbe andare là pure io, ma ci sono centinaia di tecnici della AIEA che sanno fare il loro mestiere, e meglio di me.)
– Ma *quanto* siete ignoranti! Gli ispettori non sono una “squadra di emergenza” per “impedire che la centrale scoppi” (sono sei, poi, le centrali), o una specie di “missione ultima speranza” con le tute e le maschere antigas: si tratta di una MIRABILE iniziativa di “diplomazia tecnologica”.
Il fatto che l’autorità civile responsabile del Piano di Emergenza abbia poi fatto distribuire intorno delle pasticche di Iodio rientra appunto nei provvedimenti del piano di emergenza stesso, atti a mitigare eventuali conseguenze e quindi a RIDURRE il rischio a livelli più bassi ed accettabili. Nel raggio di alcuni chilometri, poi.
“Ma chi me sente, ma chi me sente” (cit. Rino Gaetano, Nuntereggae più)
E allora, no, no, errata corrige, piddini. Siamo in gravissimo pericolo, la va a poche ore che la nube di Germobyl spazzerà la pianura padana! Dovete stare chiusi in casa, non rischiate a far sfilate. Belli rinserrati, con i sacchi di sabbia vicino alla finestra (cit.). Inoltre, la nube radioattiva inquinerà l’aria, quindi non aprite le finestre. Meglio ancora, soluzione ultrasicura: NON respirate.
Fonte
03/08/2022
Il catalogo dei mostri
Devo mettermi a lavorare a un catalogo dei mostri, da Calenda a Renzi. Sarà il mio contributo alle elezioni.
Il catalogo, presentandosi come un sistema di molti nomi, si situa tra l’arte descrittiva di Goya e la prosa corrosiva di Giordano Bruno. Quello che soprattutto mi interessa è come i disastri originati da dinamiche oggettive, che alludono a interessi materiali, riescano a nascondersi nella loro rappresentazione politica.
Le tendenze del modello di sviluppo dominante, dall’assalto ai diritti alla xenofobia, dalla concentrazione del potere all’aumento delle diseguaglianze, spariscono nella narrazione dei mostri-candidati.
Le “promesse” divengono così l’elemento peculiare del loro discorso: la rivisitazione di quelle dinamiche attraverso omissioni, negazione di responsabilità, enunciazione di principi astratti, come una sorta di cancellazione della propria presenza nel decennio appena trascorso.
Esaltando il proprio carattere grottesco, il catalogo si propone come una sorta di rappresentazione di una continua mutazione della politica, all’interno però di un’unica maschera; giacché ogni mostro è sì diverso dall’altro, ma solo in apparenza, che sul piano dei significati, del programma e dei risultati parlano tutti con riverenza e come attoniti davanti a quel modello di sviluppo. Essi obbediscono a quel modello.
Il titolo provvisorio è il seguente: “ORATIO DE POLITICORUM INDEGNITATE”, parafrasi da Pico della Mirandola, come per rimarcare il carattere cabalistico del catalogo – dunque, diretto all’interpretazione del senso intimo e segreto di ciascun mostro preso a riferimento.
Il lavoro è appena cominciato e l’elenco si preciserà con la presentazione definitiva delle liste elettorali. Al momento, l’elenco contiene i seguenti nomi:
– Emma Bonino – la misura magico-mistica del liberalismo cinico, nemica di ogni eguaglianza.
– Carlo Calenda – una sorta di archetipo del Nulla, privo della sapienza elementare delle cose.
– Matteo Renzi – non c’è mostro più pericoloso di quello egocentrico; si compenetra nel modello fino a determinare le sue politiche antipopolari.
– Luigi Di Maio – secondo la cabala l’essere umano ha tre anime; io dimostrerò che le anime politiche dell’ex ministro sono molte di più, ognuna però vuota di senso.
– Matteo Salvini – colonna importante del non-pensiero retrivo, sempre proiettato verso le idee mistiche della superiorità della razza bianca.
– Giorgia Meloni – come lo sviluppo della setta “fascista” si dimostra in grado di penetrare il contemporaneo e di contenerlo nella sua presenza.
– Enrico Letta – il demiurgo dell’oligarchia capitalista, il mago della guerra, capace di trasformare l’anima semplice del borghese in miserabile soldato al servizio dei mercanti.
– Silvio Berlusconi – abbandonato il Convivio di Afrodite, ci mostrerà la sua immagine di Leader del cicalare delle favole, o del favoleggiare di soluzioni mirabolanti.
– Roberto Speranza – con faccia triste, significa che si accaserà sotto l’ala protettiva del PD; chi lo voterebbe altrimenti?
– Giuseppe Conte – uscito dalla prigionia del governo, nondimeno a me ricorderà tutte le follie e le scelte irrazionali in tema di sanità e le operazioni squallide intorno ai migranti.
– Brunetta, Gelmini, Carfagna – la prova più evidente della crisi della nostra democrazia.
Immagine: Francisco Goya, “Dos viejos comiendo sopa (Dos Brujas)”, 1819-23.
Fonte
06/12/2021
04/09/2021
I poveri ricchi del grattacielo di Milano
700-800 mila euro per ognuno di quegli appartamenti andati in fumo nel grattacielo vip di Milano.
Le disgrazie capitano anche ai ricchi soprattutto quando sono poco previdenti e poco attenti al valore del proprio denaro sicuramente non guadagnato con sudore e fatica.
Perché con sudore e fatica (statisticamente) non si guadagna tanto.
E di quegli appartamenti un pensionato come me che ha lavorato, lo ammetto, poco e male appena trent’anni, se ne potrebbe permettere qualche decina di centimetri quadrati.
Quanto basta per starci sull’attenti evitando di gesticolare per non invadere la proprietà altrui.
La tv, nel suo appuntamento quotidiano in cui ci racconta di bimbe scomparse e di cronache di ordinaria violenza familiare, apre un siparietto sulla loro “disperata” situazione.
Di giorni vivono in albergo, poveracci, un albergo a quattro stelle intendiamoci mica un alberghetto di periferia, “a loro spese”.
E un albergo non ti da il calore che ti da la casa.
E nemmeno la domestica personalizzata che probabilmente è stata la prima, ingrata, a scappare via.
Un signore dal look impeccabile che pare appena uscito dalla sua seconda casa (o la terza?) e non da un incendio disastroso, si domanda ... che fanno le istituzioni?
Ci lasciano soli?
E che volete che facciano le istituzioni, che vi rimettano in piedi il vostro piccolo “paradiso” e vi rimborsino i “vostri” soldi che siete stati così coglioni da mettere nelle mani di “imprenditori” più furbi di voi?
Le istituzioni stanno ancora pensando a come sistemare i figli e i nipoti dei baraccati del terremoto di Messina del 1908 (!!).
Mettetevi in coda.
Una tenda in un’area abbandonata di periferia ve la trovano di certo.
Bisogna accontentarsi e fare di necessità virtù.
Non mi dite che con tutti i soldi che vi ritrovate non vi è rimasto nulla per una pensioncina alla mano o per un monolocale con angolo cottura vicino alla fermata della Metro?
Il panorama non sarà granché e anche il vicinato lascerà a desiderare, ma sapete quanta gente ci passa l’intera vita?
È vero che va di moda “chiagnere e fottere” ma forse in certi casi è più utile starsene zitti.
Lo dico per voi.
Perché poi magari qualcuno vi riconosce mentre entrate da Cracco e gli viene una gran voglia di menarvi.
Fonte
15/03/2021
L’irrazionale al potere
Anche con Draghi, e forse più che con Conte, solo chi è in posizione privilegiata potrà salvarsi. C’è poi la farsa nella farsa, quella dei vaccini: l’Europa come banda di incompetenti, in balia dei capricci di leader interessati più allo scontro geo-politico che alla salute degli europei.
Tutti – politici, scienziati, giornalisti – a lamentarsi della scarsa trasparenza russa (Sputnik), per poi cadere nella rete degli omissis (criminali?) di AstraZeneca.
Ricordate gli appelli alla fiducia? La fede nella scienza anziché la scienza del dubbio, la controrivoluzione ha trionfato, Dio è con noi (e l’abominevole Illuminismo ricacciato nella grotta).
Il fallimento europeo è anch’esso evidente, come la farsa, ma noi amiamo i nostri nemici; amore non ricambiato, ma che importa? Riprenderemo a odiare chi uscirà di casa per camminare, come nella primavera di un anno fa; con la differenza, ma sarà l’unica, che abbiamo perso la voglia di cantare dai balconi.
La feccia del moralismo non esporrà bandiere, solo anatemi: si odia ormai stancamente, e si invocheranno i carri armati con voce roca. Affinché lo spettacolo attecchisca, Maneskin a tutto volume, la controrivoluzione ha bisogno dei suoi cantori, esperti o giovani finto-ribelli, tutti parenti di Carlotta Corday d’Armont.
E intanto la curva segue, anch’essa stancamente, il suo corso, indifferente a restrizioni e previsioni catastrofiche dei Crisanti e dei Parisi e dei Pregliasco (chissà perché sempre sbagliate: verificate da voi).
Abbiamo reagito alla curva con l’emergenza, ma la curva non si è arresa: ci siamo arresi noi, all’emergenza.
Un giudice, solo qualche giorno fa, ha scritto su una sentenza che il divieto di spostamento è anti-costituzionale, cioè lede un diritto; silenzio di cimitero. Tacere è un modo di minimizzare la verità: si azzera ciò che mette in crisi, altrimenti il nostro discorso edificante crolla. Anche la Costituzione ha finito con il soccombere ai nostri terrori.
E intanto la farsa sopravvive a se stessa; così come il virus si trasforma per continuare ad esistere, così lo spettacolo deve adeguarsi alla sceneggiatura e procedere col suo carico di eroismo, retorica religiosa, linguaggio profetico: deve sollecitare la coscienza rendendola fruttifera di redenzione. Lo spettacolo chiama alla guerra santa. E così noi, che dello show siamo i soldati, veniamo continuamente sottoposti alle prediche, ai sermoni, ai discorsi; veniamo sempre sollecitati, per esempio con richiami alla virtù.
Il vaccino AstraZeneca è sicuro, dice il mantra; ma nessuno pubblica i dati reali sulle reazioni avverse; vaccinarsi è atto virtuoso, di fede, per l’appunto; se poi qualcuno, preso dai dubbi, decide di applicare il principio di precauzione e di non vaccinarsi, ecco che scatta l’accusa di diserzione. L’astuzia della ragione, questa sconosciuta.
Il discorso mediatico riporta, stamane, i dati dell’Aifa: il 93,6% delle reazioni avverse al vaccino AstraZeneca è lieve, dunque state tranquilli; ma anche il 93% dei positivi al coronavirus non ha sintomi o sintomi lievi; e allora? Nessuno dice alla popolazione: state tranquilli, è affare di pochi. Misteri della fede, davvero.
L’ambientazione migliore di questo spettacolo-farsa è l’ospedale militare: il più appropriato degli edifici, poiché dentro l’uniforme è quella rassicurante del medico e il conforto ha la voce soave della suora-infermiera. Visto da lontano, l’ospedale militare sembra un grande mappamondo confortato da luci colorate; tutto sembra calmo e rassicurante. Ma da vicino, l’ospedale ha un altro aspetto: tutto è finto e a splendere sono le luci delle volanti della polizia. Lo spettacolo abbellisce ciò che scricchiola.
Zona rossa, dunque. Io riprenderò a camminare all’aria aperta, in perfetta solitudine, con il disagio di chi sa che l’epoca non ci riserverà niente di buono.
Fonte



