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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2026

La commedia all’italiana, secondo Mario Monicelli

di Gioacchino Toni

“Vi meritate Alberto Sordi” diceva in uno dei suoi film. Odiava Sordi perché rappresentava un’Italia che detestava. E aveva ragione, senza capire che Sordi la rappresentava sapendolo». Così, a trent’anni di distanza, in una conversazione con Sebastiano Mondadori, Mario Monicelli ha richiamato il serrato confronto avuto con Nanni Moretti nel corso della trasmissione della Rai “Match” (14 settembre 1977), sebbene la celebre battuta sia tratta da un film successivo a quell’evento.

Evidente sin dal titolo, la formula del programma, ideato e condotto da Alberto Arbasino, prevedeva una sorta di “duello” tra due esponenti del mondo della cultura, del giornalismo o dello spettacolo che rappresentavano due visioni contrapposte delle cose o del mestiere svolto. Nel caso in questione, ad essere messo in scena era il confronto tra due diverse generazioni di registi con differenti visioni del cinema. Destinata ad essere ripresa e piegata a modalità sempre più sguaiate dalla neotelevisione, la formula del programma di Arbasino ha messo di fronte pubblicamente uno dei massimi artefici della commedia all’italiana, ormai giunta ai titoli di coda nel suo formato classico, come Monicelli, e un giovane esponente di un nuovo modo di intendere il cinema, come Moretti.

Il primo era da poco uscito nelle sale con il controverso Un borghese piccolo piccolo (1977), a suo dire comunque ancora commedia, nonostante il prevalere della dimensione tragica su quella ironica, mentre il secondo aveva fatto il suo esordio nel lungometraggio l’anno prima con Io sono un autarchico (1976), considerato anch’esso da Monicelli pur sempre una commedia, per quanto rinnovata e adattata ai nuovi tempi, nonostante il giovane regista contrapponesse con forza il proprio film a quel tipo di cinema. Una parte del confronto tra i due ha finito per ruotare attorno alla definizione stessa di commedia all’italiana, dunque al ruolo che questa aveva avuto nell’Italia del dopoguerra; se fosse da intendersi come genuina e sferzante presa in giro dei vizi degli italiani rivolta al grande pubblico o se invece questa non facesse  altro che adeguarsi, furbescamente, alla mediocrità e agli istinti più bassi del pubblico compiacendolo.

Più probabilmente perennemente in bilico tra i due estremi, la commedia all’italiana, in tutta la sua eterogeneità, ha indubbiamente rappresentato una pagina importante nella storia del cinema e dell’immaginario italiani. Sebbene non manchino analisi critiche approfondite su questa stagione cinematografica, vale la pena di farsela raccontare da uno dei suoi massimi artefici che, nel corposo volume Mario Monicelli, La commedia umana. Conversazioni con Sebastiano Mondadori (il Saggiatore 2016 – prima ed. 2005), ne ricostruisce la genesi, il contesto, i limiti e i punti di forza, passando in rassegna alcuni dei suoi film più rilevanti e soffermandosi anche sugli sceneggiatori e sulle attrici e sugli attori con cui ha lavorato.

La commedia, afferma Monicelli nel corso delle conversazioni con Mondadori, è nata da un gruppo mosso dalla voglia di stare insieme e accomunato dalla medesima «visione dissacratoria del mondo, della vita, e per forza di cose del cinema» [p. 25]; una concezione più di “gruppo” che “autoriale”, tiene a sottolineare. Anziché rifarsi alla narrazione drammatica, gli autori della commedia hanno scelto di raccontare le vicende umane adottando un punto di vista divertente, beffardo, a volte persino farsesco, intriso di risvolti amari. L’adozione di uno sguardo popolare e l’infrangimento delle regole sociali sono caratteristiche che vantano una lunga tradizione che rimanda certamente alla commedia dell’arte ma, più in generale, sono ben presenti nell’intera storia della letteratura italiana. Il taglio comico, sostiene il regista, permette di raccontare la realtà con un occhio disincantato, privo di sentimentalismo, che guarda ai dettagli secondari per offrire allo sguardo un’altra prospettiva.

La commedia all’italiana, soprattutto in Monicelli, ha frequentemente insistito nel mostrare la distanza tra l’atteggiamento sbruffone, presuntuoso, millantatore dei personaggi e le loro reali capacità. Ad essere preso di mira è stato spesso quell’atteggiamento individualistico incline a criticare, a parole, le istituzioni e le gerarchie sociali per poi, nei fatti, adeguarsi mestamente a quella stessa realtà presa di mira. La commedia si è dunque nutrita del contrasto tra le affermazioni e i valori professati a parole e la condotta reale dei personaggi.

Nella commedia «l’inettitudine non è più accompagnata dalla sfortuna, ma si abbina alla viltà, alla turpitudine talvolta, o soltanto alla stupidità. Arrogante con i deboli e deferente con i potenti, la nuova figura del comico spiazza lo spettatore e non gli permette più di essere ingenuo» [p. 36]. Insistendo sui vizi degli italiani, gli autori della commedia li hanno enfatizzati in maniera caricaturale senza condividerli e lo stesso pubblico, sostiene con convinzione il regista nel corso delle conversazioni con Mondadori, non si è immedesimato nei personaggi negativi messi in scena.

Tra le peculiarità della commedia, Monicelli sottolinea l’adozione di un linguaggio più vicino a quello della gente comune, differenziandosi così da quello colto utilizzato nel cinema di ambientazione borghese e nei film doppiati, ma soprattutto il suo non disdegnare la mancanza del lieto fine. A rivelarsi fonte di comicità è anche la miseria; nella commedia la risata diventa «una possibilità di riscatto, una forma liberatoria, la voce dei perdenti che si leva contro le regole sociali» [p. 36].

In un primo tempo l’umorismo come chiave per raccontare la realtà si basa su di una comicità infantile e farsesca, per poi approdare a un’ironia riconducibile a situazioni più realistiche. Nella commedia a suscitare la risata sono spesso l’ipocrisia, l’egoismo e la grettezza dei personaggi, che si rivelano non di rado persino odiosi. «L’antipatia dei personaggi non ha niente a che fare con le loro potenzialità comiche. La volgarità, il pressappochismo, l’incompetenza, l’ingenuità stessa erano ridicoli. Pur non prendendo le loro parti, il pubblico si diverte a seguire le loro gesta improponibili» [p. 167], puntualizza l’autore. E se in molti film Alberto Sordi rappresenta l’italiano detestabile, ciò non significa che il pubblico lo ami perché si immedesima nei suoi personaggi; ridere dei suoi vizi e al tempo stesso riconoscere che, in forma più attenuata, sono anche i propri non comporta per forza sminuirli o giustificarli, ribadisce il regista. Nella commedia è stata spesso presa di mira quell’idea di libertà egoistica volta al mero soddisfacimento dei propri interessi. Dichiara a tal proposito Monicelli:

Il suo contraltare è la paura, come ci insegna Sordi in Un eroe dei nostri tempi [1955]. Allora scatta il bisogno di sentirsi protetti, la voglia di ripristinare un ordine come accade nei Colonnelli [1973], altrimenti la soluzione definitiva è quella di vendicarsi da soli, come fa Sordi in Un borghese piccolo piccolo [1977]. Entrambi i film con Sordi sono stati bollati di qualunquismo: semmai lo mettevano in ridicolo fino alle sue estreme conseguenze drammatiche [p. 164-166].

Accusata di qualunquismo dai critici, secondo Monicelli la commedia, avvalendosi di abili sceneggiatori e della recitazione di grandi interpreti e di efficaci caratteristi, ha invece avuto il merito di svelare gli aspetti più ignobili degli italiani senza pretese intellettuali. «La commedia all’italiana ha dato il suo meglio quando la trattavano come spazzatura. Si raccontava una storia e basta. Poi i critici hanno cominciato a costruirci sopra delle teorie, a scoprire significati, e allora molti hanno cercato di intellettualizzare la commedia, di elevare la comicità, che è una contraddizione in sé» [p. 62].

Attraverso il filtro comico, questo genere di film ha raccontato l’evoluzione di un’Italia che da Paese povero e culturalmente legato a una mentalità contadina e cattolica, è velocemente passato a fare i conti con le trasformazioni introdotte dal boom economico che, insieme ad una maggiore ricchezza, ha stimolato gli aspetti più bassi e volgari dell’italianità, mostrando così tutti i limiti di quel tipo di sviluppo. La commedia si è limitata a mettere in scena le storture di una realtà popolata di figure riconoscibili, per quanto enfatizzate, lasciando alla cultura il compito di riflettere in profondità su questa realtà. Ciò non ha esentato gli autori della commedia, anche alla luce del successo di pubblico, dal porsi il problema della “responsabilità morale” che gravava su di loro nel dover dare, attraverso il registro ironico-comico, testimonianza critica di uno spaccato della realtà italiana.

È nel corso degli anni Settanta che la commedia, come del resto il cinema tradizionale, inizia a mostrarsi inefficace: invecchiano i suoi autori storici, patisce la diffusione della televisione e, soprattutto, sottolinea Monicelli, diviene sempre più difficile raccontare l’Italia del periodo a un pubblico giovane che i vecchi autori faticano a comprendere e con cui non riescono a dialogare. Così Monicelli commenta la tendenza della commedia, a partire dagli anni Settanta, ad allontanarsi dalla realtà e dai soggetti originali per attingere le sue storie dai romanzi:

Agli adattamenti letterari manca l’energia che nasceva dalla vita con cui si sono realizzate le migliori commedie all’italiana. Questo è un fatto. L’originalità delle storie ha costituito un elemento di forza di tutto il nostro cinema, in contrasto, per esempio, con la cinematografia americana che ha attinto a piene mani da romanzi e testi teatrali. Come risulta dalle nostre filmografie, l’aumento di film tratti da libri rientra in una tendenza generale, dovuta senz’altro alla stanchezza, ma non necessariamente priva di stimoli. […] Il cinema italiano degli anni d’oro si distingue proprio per la schiacciante maggioranza di storie originali, un dato che non esclude la trasposizione di quasi tutti i migliori libri del Novecento [p. 261].

Venendo alla sua produzione, che vanta oltre sessanta film, conversando con Mondadori più volte Monicelli pone l’accento su come, a suo parere, la commedia sia un cinema di sceneggiatura a cui la macchina da presa deve semplicemente dare immagine, un genere basato su storie semplici e lineari in cui i personaggi si muovono in una dimensione realistica colta in un’ottica divertente e drammatica, in cui si privilegia una comicità diretta non basata sull’equivoco, con finali netti e compiuti. Insomma, un cinema “nazionalpopolare”, se così lo si vuole definire, nel senso che si rivolge alle masse senza intenti educativi espliciti, non mancando però di prendere le parti dei deboli, per quanto si possa ridere di loro, e mettendo in luce le ingiustizie che questi patiscono.

Monicelli sottolinea come nel suo cinema alle “scene madri” abbia sempre preferito le “scene figlie” per mostrare il dolore o l’amore attraverso piccoli gesti che smorzano il dramma attraverso l’umorismo. Ricorrendo ad un registro ironico, i suoi film mostrano spesso gli squilibri sociali e territoriali del Paese, oltre che le dinamiche familiari, a proposito delle quali afferma il regista:

Il mio interesse per la famiglia è cresciuto col tempo, diciamo verso la fine degli anni sessanta, e si è consolidato di pari passo con il mutare delle abitudini degli italiani: non soltanto con l’avvento del divorzio e le sue conseguenze, ma con l’evoluzione della morale sessuale, l’emancipazione femminile, la contestazione giovanile, l’aumento del benessere. La famiglia che ho preso di mira è un coacervo di incomprensioni, ripicche e odi. È segnata dall’impossibilità di sopravvivere in pace. Non è mai un rifugio: figuriamoci una fonte di affetti [p. 285].

Quello di Monicelli è, per sua stessa ammissione, un cinema di cialtroni, poveracci, buoni a nulla, fannulloni, scansafatiche, lazzaroni e picari.

Troppo sprovveduti per fare i malviventi, troppo pigri e opportunisti per diventare persone rispettabili – anche se la rispettabilità spesso cela realtà ben peggiori. Sono dominati dall’incertezza, ma è proprio questa condizione precaria a stimolarli, a tirar fuori il meglio che c’è in loro, sempre sapendo di vivere alla giornata. […] Quasi tutti i miei personaggi credono di essere quello che dicono e non si accorgono della loro inettitudine. E questo li rende simpatici [pp. 45-46].

Sostiene il regista che I soliti ignoti (1958) rappresenta il punto d’arrivo di un percorso intrapreso con Totò cerca casa (1949) e già definito in Guardie e ladri (1951), che rappresenta un film di confine in cui l’evoluzione dalla farsa alla commedia di costume risulta ormai evidente. Se in Totò cerca casa, pur sottostando ancora ai ritmi della farsa, è già presente un contesto realistico – il problema degli alloggi nell’Italia uscita dalla guerra – e un certo approfondimento psicologico dei personaggi, è con I soliti ignoti che la «meccanicità della farsa lascia il posto alla dimensione umana» [p. 23] abbozzando un’analisi sociale. Il film adotta una narrazione corale destinata ad essere cercata più volte nella produzione monicelliana, utile a mettere in scena l’Italia come Paese di perdenti, di esseri umani alle prese con situazioni in cui rivelano la loro sostanziale incapacità. «Passavamo al setaccio il costume, la cronaca, l’attualità per smascherare debolezze e sotterfugi, piccolezze e difetti della gente della strada. Rovesciando luoghi comuni e abbattendo miti, senza pietà e con cattiveria» – afferma il regista – Perché la commedia è cattiva, anzi spietata. In questa ottica la verosimiglianza assume un ruolo decisivo» [p. 24].

Di particolare interesse è la trasformazione di Totò impressa dal duo Steno-Monicelli volta ad umanizzare la figura astratta e marionettistica con cui l’attore si è fatto conoscere a teatro. Sostiene a tal proposito il regista che insieme allo sceneggiatore iniziarono ad affidargli parti in cui era tenuto a svestire i panni della maschera per impersonare uomini più credibili. Con Guardie e ladri, afferma Monicelli, Totò è stato trasformato in «uomo della strada», rappresentante di «quel popolino di affamati, poveracci, se non disoccupati sfruttati, semplici e anche un po’ qualunquisti» che si è riconosciuto «nei suoi affanni quotidiani» [p. 113]. Con questo film l’immagine di Totò può dirsi cambiata, tanto da consentirgli di ricevere un riconoscimento dalla critica (il Nastro d’argento come protagonista). Guardie e ladri, sostiene Monicelli, è

una commedia che ha perduto la spensieratezza. Si propone di far ridere attraverso delle disgrazie, rinuncia a distinguere tra buoni e cattivi: racconta di persone semplici, buone e un po’ sfortunate che la sorte ha portato a stare da una parte o dall’altra, ma comunque rimangono uguali nelle loro piccole vite. Il mancato lieto fine conferma l’impotenza davanti a decisioni più forti di loro [p. 116].

Soltanto Pasolini ha saputo poi, con un Totò ormai anziano, recuperare quella carica surreale che lo aveva contraddistinto prima di questa svolta trasformandola in poesia.

Con La grande guerra (1959) Monicelli mostra come anche i grandi avvenimenti storici possano essere raccontati adottando, con ironia, lo sguardo della gente comune disperata, reietta e sprovveduta. Nonostante la volontà di demolire il mito della Grande Guerra costruito dal fascismo e perdurante nel Paese, il regista tiene a sottolineare come il film resti pur sempre una commedia intenzionata a divertire il pubblico, seppure attorno a un evento storico terribile. «Raccontando la Prima guerra mondiale fummo costretti a fare i conti con la storia», afferma Monicelli:

Accanto ai due protagonisti sfilava un esercito: per forza ci ritrovammo a raccontare un’intera generazione. E prendemmo una posizione decisa contro la visione agiografica del comportamento eroico del nostro esercito nella guerra del ’15-'18. Una visione alimentata per anni dal fascismo con l’esaltazione della patria e della guerra, dal nazionalismo monarchico anche in funzione antisocialista, ma condivisa a tutti i livelli della popolazione [pp. 136-137].

Monicelli ha dunque inteso smitizzare la Grande Guerra rappresentandola dalla parte dei poveracci catapultati in una situazione per loro incomprensibile, preoccupati soprattutto di riportare a casa la pelle. Il film è stato accusato di bozzettismo nella definizione dei personaggi che vi compaiono e di superficialità nel tratteggiare le condizioni dell’esercito italiano, messo in scena da Monicelli come «una banda di straccioni, mal nutriti e mal vestiti» [p. 141]. Nonostante le grandi polemiche sorte alla vigilia del Festival veneziano, il film è stato premiato con il Leone d’oro contro ogni aspettativa. «Dimostrando che il lato comico del film» – sostiene Monicelli – «non aveva alcuna intenzione di mancare di rispetto ai caduti, anzi: ci riconobbero il merito di aver messo in evidenza le condizioni disperate in cui combattevano. Non erano i soldati l’obiettivo dei nostri strali, piuttosto i superiori, gli ufficiali dell’esercito, lo Stato italiano» [p. 144].

Con I compagni (1963) il regista si proietta sul contesto operaio di fine Ottocento con un film corale che, seppure lontano dagli umori della commedia monicelliana, ne ha mantenuto lo spirito di osservare un gruppo di persone alle prese con un’impresa al di sopra delle loro possibilità. La cupezza dell’ambientazione piemontese rafforza la percezione delle misere condizioni di vita dei protagonisti e la monotonia del lavoro in fabbrica. Nonostante si siano voluti cercare riferimenti precisi alla politica, sostiene Monicelli, l’intento è stato quello di mostrare «la storia di questo gruppo di operai, sprovveduti ma volenterosi di capire e di darsi da fare, che nel corso di questi trenta e passa giorni di sciopero maturano una consapevolezza più forte della sconfitta» [p. 149].

Con L’armata Brancaleone (1966) la collocazione si svincola invece dalla realtà reinventandola in un immaginario anno Mille mostrato come universo privo di distinzioni tra fatti reali e irrazionali, in cui, però, il regista non manca di proiettare i caratteri nazionali presi di mira in tutta la sua produzione. Con questo film, sostiene Monicelli, la mancanza di fonti storiche attendibili è stata arginata mettendo in scena «un mondo barbaro, violento, sostanzialmente povero e privo di regole di civile convivenza, di cui si aveva un’immagine un’altra volta falsata dai manuali di storia, che lo dipingevano in termini cavallereschi» [p. 155]. «L’amore ideale, il canone dell’amor cortese che si spacciavano a scuola si rivela per quello che è: una pagliacciata» [p. 159]. Un altro aspetto su cui il regista insiste nel parlare del film è l’accusa che, con esso, ha inteso muovere «contro la morale cattolica e l’uso indiscriminato del potere per mantenere inalterati l’ordine sociale e i privilegi che ne derivano» [pp. 160-161]. Tra i punti di forza del film l’autore indica il ricorso a un linguaggio d’invenzione goliardico che ha permesso a Gassman di scatenare la sua vena istrionica.

Nonostante si sia detto più volte che Un borghese piccolo piccolo (1977) rappresenti il superamento della commedia, Monicelli sostiene che in realtà lo sia ancora a tutti gli effetti, pur spostando indubbiamente l’equilibrio tra ridicolo e drammatico in favore di quest’ultimo. Il film è stato accusato di essere reazionario ma, sostiene il regista, ad essere messa in scena è la metamorfosi disperata e grottesca di un anziano ormai solo, privo di rapporti umani, ideologia e fiducia nella legge. Le critiche mosse al film tendono a non cogliere come nella sua prima parte venga mostrata esplicitamente la mancanza di scrupoli che contraddistingue il protagonista, disposto a farsi umiliare pur di sistemare il figlio negli ambienti ministeriali tratteggiati in tutta la loro cinica malvagità. Un borghese piccolo piccolo, sostiene l’autore:

È commedia all’italiana pura. Invece, i critici si sono soffermati di più sulla violenza della seconda parte: una violenza fisica molto diversa dalla violenza psicologica e dalla cattiveria senza un briciolo di compassione umana della prima parte. […] La violenza si consuma nella solitudine di un uomo ormai vecchio o sotto gli occhi di una moglie di cui non è chiaro lo stato mentale: se capisce, quanto capisce. I dettagli, la praticità di questi atti mi hanno aiutato a scongiurare il lato patetico, che costituiva un rischio. Il patetismo di cui è intrisa la fierezza di Sordi nei confronti del figlio finisce con la sua morte. Mostrare la violenza è fin troppo facile. Si basa su una dinamica meccanica. Non avendola mai raccontata, ho cercato di dare alla violenza una crudezza che è atroce ma allo stesso tempo neutra. Lo spettatore non si identifica con Sordi né con la sua vittima. Un risultato difficile da raggiungere considerata la popolarità di Sordi. Credo che abbia giocato un ruolo decisivo questo stile elementare in cui manca del tutto un giudizio morale [p. 272].

L’errore di chi ha accusato il film di essere reazionario e di incentivare alla giustizia privata, sostiene Monicelli, è «quello di associare lo spirito di una storia o addirittura i pensieri di un personaggio all’autore del film. […] L’altro errore sta nel cercare a tutti i costi un “messaggio” nel film, quando invece si tratta di una esposizione di fatti: il racconto di un uomo solo che reagisce a un dolore più grande di lui» [p. 273].

Particolarmente amaro, se non disperato, è il tono di fondo di Amici miei (1975), in cui l’infantilismo dei protagonisti si mostra privo di vie d’uscita e di questo sono essi stessi consapevoli. Anche ne Il marchese del Grillo (1981) si assiste al gusto per lo scherzo infantile volto a rompere la noia, ma in questo caso la burla è consumata da un potente, senza complicità solidali, in solitudine o ricorrendo a qualche disgraziato tenuto ad assecondare il personaggio per convenienza immediata, di cui il marchese si sbarazza prontamente non appena portata a termine la bravata. Un divertimento che si risolve nel dimostrare a se stesso e agli altri il potere di cui dispone il nobile, ben sintetizzato dalla celebre battuta – derivata da un sonetto del Belli – «Io so’ io e voi non siete un cazzo!».

Per quanto la commedia sia sempre stata scandita al maschile, con La ragazza con la pistola (1968) Monicelli afferma di aver voluto mettere in scena «un nuovo modello di comicità, in cui la protagonista femminile è capace di trattare gli uomini con la stessa durezza con cui loro trattano le donne» [p. 232]. Risoluta è anche la protagonista di Romanzo popolare (1974), che decide di lasciare sia il marito che l’amante preferendo l’indipendenza. Speriamo che sia femmina (1986) rappresenta una possibile evoluzione della commedia all’italiana. Il film ruota attorno a diverse generazioni di donne che progressivamente emarginano dalla loro vita gli uomini che si rivelano meschini o insignificanti. Come sostiene Mondadori conversando con Monicelli, nel film è presente «una demarcazione sempre più netta tra le figure femminili e quelle maschili, progressivamente ridotte a cliché. Estremizzando questo doppio registro, a un certo punto accanto a donne vere ci sono uomini caricaturali» [p. 295].

Commentando come il “periodo eroico” della commedia sembri ormai lasciare sempre più spazio al racconto classico, Monicelli ammette che forse la sua generazione, per età raggiunta e per i grandi cambiamenti che hanno attraversato il Paese, a un certo punto non è più stata in grado di cogliere i punti nevralgici della società:

Speriamo che sia femmina è un ritratto di una famiglia borghese allargata, come ce ne sono tante al giorno d’oggi, in cui i toni della commedia convivono con quelli drammatici di ogni esistenza umana trovando l’equilibrio in un tono medio, favorito dal contesto un po’ irreale della vita in campagna. Rispetto alla commedia all’italiana gli angoli sono più smussati, uniformati da uno sguardo meno aggressivo, più attento ai chiaroscuri che alle sottolineature [p. 297].

Con Parenti serpenti (1992), opera corale girata senza attori di primo piano, invece, riemerge in pieno la spietatezza della commedia monicelliana. Il film esaspera la realtà al fine di mostrarne l’ipocrisia e il cinismo che la contraddistinguono. A sottolineare come, ormai, nei primi anni Novanta, la televisione abbia conquistato il centro della vita domestica, nelle vacanze natalizie della famiglia di Parenti serpenti questa è costantemente accesa, tanto da scandire i tempi della giornata non meno delle funzioni religiose. «Certe volte sembra che nessuno badi alla sua presenza. Invece lavora a fondo e i suoi effetti saranno drammatici: una notizia del telegiornale suggerirà ai parenti esasperati il modo migliore per disfarsi dei vecchi» [p. 291]. Di fronte a un immaginario che ormai non si preoccupa nemmeno più di celare il proprio cinismo, la cattiveria della commedia monicelliana sembra ormai destinata a perdere la sua forza, non potendo far altro che evidenziare la barbarie a cui è giunta la società italiana.

Ripensando alla veemenza con cui era stato attaccato nel corso di quel vecchio confronto televisivo con cui si è aperto questo scritto, è doveroso notare come il vecchio maestro della commedia all’italiana abbia lasciato questo mondo non accontentandosi di sperare che si torni a “dire qualcosa di sinistra”, ma invocando la necessità di una rivoluzione per questo Paese, abituato a riporre inutilmente fiducia nella trappola della speranza (“Rai per una notte”, 2010).

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02/08/2026

Noi buchiamo le Alpi con la Tav ma mezza Italia gioca a morra cinese sul binario unico

Ma voi ve lo siete mai chiesto cos’è questa fretta dell’alta velocità? No, perché l’uomo moderno ha un’ansia prestazionale formidabile: deve andare ve-lo-cis-si-mo!

Devi arrivare dall’altra parte delle Alpi in un’ora e dodici minuti. Per fare cosa? Per prendere un croissant tiepido, fare un selfie e dire: “Certo che si corre bene, eh?”.

Poi torni nel mondo reale, sali su un regionale e scopri la grande magia: più del 50% della rete ferroviaria italiana è ancora a binario unico! Capito? Un binario solo! Nell’era dell’intelligenza artificiale e dei viaggi su Marte, i nostri treni giocano ancora a “1, 2, 3, stella!”. Devono fermarsi in mezzo ai campi ad aspettare quello che arriva dalla parte opposta.

“Passa prima lei?” “No, prego, s’accomodi!”

E intanto ci metti quattro ore, due ere geologiche e tre rosari per fare trenta chilometri. Però la montagn… ah, la montagna va bucata!

È il progresso, capisci? Il progresso! Bisogna fare un buco bellissimo, infinito, per la grande velocità intergalattica, mentre sulla rete normale facciamo fare la fila ai treni come alla cassa del supermercato il sabato pomeriggio.

Preventivo iniziale: due lire e tre sesterzi.

Dopo quarant’anni torna il geometra e ti fa: “Allora, ci sarebbero da aggiungere ottantasette miliardi di fantastilioni, tre flotte spaziali e la garanzia della tua anima”.

E il buco?

Ah, il buco non c’è! È un buco concettuale. Un’opera d’arte metafisica!

Un’infrastruttura invisibile e costosissima, protetta da battaglioni di blindati e corpi speciali. Perché se per caso un cittadino qualunque si avvicina, guarda per terra e dice: “Scusate, ma qui c’è solo un prato con due margherite?”, scatta subito l’allarme rosso. “Allerta! È un eversivo! Un reperto dell’era dei dinosauri! Un uomo delle caverne che vuole bloccare lo sviluppo!”.

Ma quale sviluppo? Ma sviluppo di cosa? Che abbiamo mezza Italia dove se due treni s’incontrano devono fare morra cinese per decidere chi passa prima, e noi spendiamo il PIL di tre nazioni per scavare le Alpi e far viaggiare velocissimo... cosa? I pacchi con i frullatori per i gatti?

Ecco l’uomo moderno. Corre, corre, scava il vuoto, fa fare la fila al regionale in mezzo alle capre, e chiama “terrorista” il contadino che vorrebbe solo piantare due pomodori senza un cantiere atomico in salotto. Che meraviglia il progresso.

Andiamo tutti velocissimi verso il niente. Però ci andiamo in prima classe. (E rigorosamente in fila indiana!)

Fonte

21/07/2026

Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen

I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il video per aumentare i follower ma non si può dire che è Genocidio e comunque “Harry e Meghan con i figli Archie e Lilibet hanno incontrato re Carlo III ad Highgrove, residenza privata del sovrano nelle Cotswolds”.

I soldati israeliani hanno fatto sbranare dai cani un ragazzo disabile e lo hanno lasciato morire dissanguato trascinando via la madre che li implorava di aiutarlo ma non si può dire che è genocidio e comunque “Belen guida il motoscafo in topless, con una mano regge lo sterzo e con l’altra si copre”.

I soldati Israeliani hanno tenuto i punti giocando al tiro a segno. Un giorno bisognava colpire i bambini alla testa, un giorno i testicoli, un giorno la rotula ma non si può dire che è genocidio e comunque Massimo Recalcati psicanalizza Michele Mari che ha vinto il premio Strega (e nessuno dei due dice che è genocidio).

Il governo israeliano blocca l’uscita da Gaza e l’ingresso ai giornalisti, ai medici e pure ai biscotti e alla marmellata perché sono troppo calorici per donne e bambini mentre il 77 per cento della popolazione soffre di gravi livelli di insicurezza alimentare e per questo la mortalità infantile è raddoppiata ma non si può dire che è genocidio e comunque Dua Lipa si è sposata in Sicilia con 150 cannoli e il gelo d’anguria con i fiori di gelsomino cristallizzati raccolti alle 5 del mattino.

I soldati israeliani hanno sparato agli affamati in fila ai punti di distribuzione cibo sterminandone duemila, hanno distrutto la rete idrica costringendo i sopravvissuti a campare con 6 litri a testa quando, per l’Oms, per garantire l’igiene ne servono tra i 50 e 100 ma non si può dire che è genocidio e comunque “Taylor Swift e Travis Kelce presentano il loro nuovo cagnolino decidendo però di mantenere il riserbo sui dettagli più intimi” (Boh, Tgcom24 li chiama così).

I soldati israeliani hanno crivellato di colpi l’auto a bordo della quale una famiglia tentava di mettersi in salvo, crivellato di colpi l’ambulanza che andava a soccorrere la bambina unica sopravvissuta nell’abitacolo sotto i corpi insanguinati degli zii, crivellato di colpi l’abitacolo per ammazzare la bambina sopravvissuta, ma non si può dire che è Genocidio e comunque Prada propone delle ciabatte in rafia dalle tonalità beige impreziosite dall’iconico logo a triangolo con finiture in pelle.

I soldati israeliani hanno colpito 36 ospedali su 36 ospedali funzionanti, lasciato i morire i neonati nelle incubatrici dopo aver staccato la corrente, ucciso oltre 1500 medici e infermieri arrestandone decine senza processo e capo d’accusa ammassandoli nelle carceri dove i prigionieri vengono sistematicamente torturati e stuprati con oggetti appuntiti infilati nell’ano fino a lesionare gli organi interni, nelle carceri dove sono detenuti oltre 300 bambini per terrorismo in virtù della legge che considera terrorista il bambino che lancia una pietra al tank che sta occupando il suo villaggio, ma non si può dire che è genocidio e comunque Tarantino lascia la regia e torna a fare l’attore con Kylie Minogue.

I soldati israeliani hanno fermato le ambulanze, fatto scendere i paramedici disarmati, li hanno uccisi uno dopo l’altro, li hanno seppelliti tutti e quindici con le loro ambulanze sotto la sabbia ma non si può dire che è genocidio e comunque Sinner blocca i crampi col succo di cetriolini.

I soldati israeliani hanno raso al suolo intere città, scuole, chiese, moschee, campi da calcio, caffè in riva al mare, occupato militarmente quasi il 70 per cento della Striscia, distrutto tutte le università, costretto il 90 per cento della popolazione a vivere nelle tende, dato fuoco alle tende, ucciso oltre 72mila persone 21 mila delle quali bambini, ma non si può dire che è genocidio e comunque quest’estate puoi rimpinguare le ciglia con ciuffetti monouso per valorizzare l’occhio senza appesantirle.

I soldati israeliani hanno sparato ai pescatori perché pescavano, ai giornalisti perché facevano i giornalisti uccidendone a centinaia con esecuzioni mirate, ma non si può dire che è genocidio e comunque è l’anno del Cavallo di Fuoco nel calendario dell’oroscopo cinese e le questioni pratiche, in particolare legate alla casa e alla famiglia, creano tensioni ma solo se sei Bilancia.

I soldati israeliani hanno fatto sorvolare in piena notte gli accampamenti degli sfollati da droni che emettevano gemiti di neonati e latrati di cani così da far uscire fuori la gente terrorizzata per poi colpirla, ma non si può dire che è genocidio e comunque esce il nuovo singolo di Beyoncè.

I soldati israeliani hanno bombardato a tappeto il Libano, occupato il Sud del paese, raso al suolo villaggi, costretto un milione di persone alla fuga, ucciso dal 7 Ottobre oltre mille palestinesi in Cisgiordania dove non c’è Hamas, arrestato, in Cisgiordanania, un palestinese su quattro nell’arco della sua vita e anche lì raso al suolo villaggi e sgozzato le pecore e tagliato gli ulivi e menato le suore e sparato ai preti e minacciato con le armi i carabinieri italiani, i deputati americani e torturato e sequestrato gli attivisti internazionali, i parlamentari europei, i medici e i giornalisti da tutto il mondo e hanno instaurato un sistema di apartheid e presentato i piani di pulizia etnica con i video fatti con l’IA dove al posto delle case dei palestinesi c’erano i resort di lusso e i casinò e Trump e Netanyahu a passeggio sul lungomare, ma non si può dire che è genocidio e nemmeno si possono interrompere i rapporti militari e commerciali e strategici con Israele e nemmeno si può smettere di vendere le armi a Israele e si può solo sanzionare 20 ma meglio 21 volte Putin perché ha invaso l’Ucraina ma zero volte Israele che ha invaso la Palestina, il Libano, la Siria, ha bombardato sei stati sovrani con le armi di Trump che sanziona i giudici internazionali e l’Onu e chiunque abbia il coraggio di dire Genocidio e di denunciare l’Apartheid e comunque Giorgia Meloni, che non dice Genocidio e non riconosce la Palestina e non sanziona Israele e aumenta le spese militari come le chiede di fare Trump, veste Cucinelli che odia il verde e ama i colori pastello e non dice Genocidio; Giorgia Meloni che promette il pugno duro contro i maranza, contro i migranti irregolari, contro gli Antifa, ma non muove un dito contro gli assassini israeliani e americani va dal parrucchiere di Mara Carfagna e Elisabetta Gregoraci a fare il long bob biondo mielato col balayage.

E due cose studieranno i posteri: come è stato possibile che noi giornalisti parlassimo prevalentemente d’altro. «Si vede che puntavano tutti al Premio Strega».

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11/09/2025

Il Bar Sport è chiuso per lutto: addio a Stefano Benni

Abbiamo riso pensando, ci siamo divertiti riflettendo, con lui l’umorismo è stato soprattutto ragionamento, presa di posizione, punto di vista.

Dario Fo inventò il famoso aforisma “Sarà una risata che vi seppellirà”, usata sulla foto dell’arresto di un anarcosindacalista che sghignazzava in catene tra due carabinieri.

Benni, invece, non voleva seppellire di disapprovazione, ma svelare in anticipo il significato di parole, gesti, comportamenti con cui poi avremmo avuto a che fare.

È stato raffinato e popolare, il suo dire è stato semplice e articolato, critico e visionario, ci parlava di quello che abbiamo avuto sotto gli occhi proiettandone il significato oltre.

E così che ha trasmesso fino ai nostri giorni il significato di Bar Sport, che da accogliente luogo di ritrovo proletario di quartiere degli anni Settanta, si è trasformato nell’icona della sciatteria, del pressapochismo, dell’improvvisazione – cialtrona, cattiva e lazzarona – del discorso pubblico, della bassezza del dibattito politico, che dalla tv ai social è diventata prassi pervicace della classe dirigente.

Stefano Benni ha capito in anticipo e messo a nudo la miseria del marketing della politica prima ancora che la parola entrasse nel vocabolario della pubblicità, della sociologia, della comunicazione.

Ci mancherà quella sua – tanto preziosa quanto gustosa – autoironia critica di quando eravamo convinti che avremmo cambiato il mondo.

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01/04/2025

Fantozzi e l’astrazione kafkiana del padrone

di Marco Sommariva

Mentre non è ancora morto
il Poteve Opevaio,
schiere di sfruttati
continuano a prendere il bus al volo

Per la regia di Luciano Salce, il 27 marzo 1975 usciva nei cinema Fantozzi, e il giorno del cinquantesimo anniversario – giovedì 27 marzo 2025 – tornerà nelle sale questo primo leggendario capitolo della saga del Ragionier Ugo; a festeggiare lo storico personaggio inventato da Paolo Villaggio, sarà una versione del film rimessa a nuovo dal laboratorio di restauro cinematografico L’Immagine Ritrovata, con la supervisione di Daniele Ciprì per il processo di color correction.

Fantozzi nasce nelle storie che Villaggio scrive per “L’Europeo”, un settimanale d’attualità edito da Rizzoli pubblicato sino al 2013; diventerà un libro nel 1971, quando lo stesso editore del settimanale gli proporrà di raccogliere queste storie in volume.

Nella premessa del libro datata luglio 1971, l’attore genovese scrive: “Con Fantozzi ho cercato di raccontare l’avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone. Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent’anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi. Nel suo mondo il padrone non è più una persona fisica, ma un’astrazione kafkiana, è la società, il mondo. E di questa struttura lui ha paura sempre e comunque perché sa che è una struttura-società che non ha bisogno di lui e che non lo difenderà mai abbastanza. Questo per lo meno qui da noi. Ma questo rischia di diventare un discorso politico troppo serio per uno «scherzo» quale deve essere tutta questa faccenda del «libro» e mi fermo qui”.

Era ed è sì un discorso politico: lo era allora, quando sul viso di Fantozzi ritrovavamo tutte le sconfitte dell’impiegato medio italiano, non una caricatura, ma una discarica pubblica dove ci si alleggeriva tutti, in cui si evacuavano le risate amare che le nostre facce da culo producevano guardando le genuflessioni del Ragionier Ugo davanti allo stesso Megadirettore Galattico che ci aspettava l’indomani in ufficio, al quale rispondevamo “faccio subito” intanto che speravamo che qualcuno gli sparasse nelle gambe; lo è al giorno d’oggi, mentre una struttura-società che non ha bisogno di noi e non ci difenderà mai abbastanza, ci sta sfruttando con quella viscida delicatezza che cinquant’anni fa ancora non esisteva, che prevede di non prenderci a manganellate perché, con gli anni, è stata capace di convincerci che dobbiamo essere noi a manganellare i nostri pari che non seguono le direttive dei potenti – non a caso, nella stessa premessa l’autore ci consiglia coi potenti “di essere vischiosi, servili e sempre d’accordo anche su posizioni «fasciste»”, un po’ come certi conduttori televisivi che da decenni non riusciamo a scollarceli di dosso, regnanti indiscussi di squallidi studi televisivi consacrati alle celebrazioni del regime.

Sul manganellare i nostri pari, Villaggio aveva capito che era un processo già iniziato: “[…] la pesantissima boccia di metallo di 42 chili centrò in piena nuca il suo direttore, che aveva accostato alle labbra in quel momento un bicchiere di vino ristoratore. Fantozzi non si fermò neppure a chiedere scusa ma si diede alla macchia sulle montagne. Cominciò allora una delle più feroci cacce all’uomo degli ultimi centovent’anni. Parteciparono alla ricerca cani-poliziotto e feroci molossi napoletani, mescolati ai quali c’erano moltissimi impiegati ruffiani che si erano offerti come cani da riporto per segnalarsi presso la direzione sperando in un aumento. Dopo tre giorni e tre notti di drammatica caccia tra gli acquitrini, Fantozzi fu circondato da un gruppo di colleghi abbaianti, tenuti al guinzaglio da alcuni feroci dirigenti”.

A differenza dei tanti comici che proliferano nei numerosi spettacoli d’oggi creati apposta per far ridere il pubblico e che sempre più raramente raggiungono l’obiettivo, Villaggio non ci parla di una zona dell’Italia – siciliani o calabresi “contro” milanesi, nordisti “contro” sudisti, apologie del romanesco, napoletano, toscano, eccetera – non ci parla di uomini “contro” donne e viceversa – i primi che sporcano di pipì la seduta del water, le seconde che sono intrattabili in “quei giorni” – no, Villaggio non ha alcuna intenzione di anestetizzarci con queste fesserie che fingiamo di credere esistere ancora ridendo fintamente a crepapelle perché intorno a noi altri fanno la stessa cosa, no, Villaggio ci parla dell’autobus preso al volo perché cinquant’anni fa si provava a dormire sino all’ultimo minuto dopo giornate snervanti già allora per la mancanza di senso, che mi ricordano molto da vicino la vita che fanno certe dipendenti della cooperativa che ha in appalto la pulizia degli uffici dove lavoro che, stremate dalla giornata lavorativa precedente, alle cinque del mattino prendono al volo il primo di tre autobus che, dopo un’ora e mezza di viaggio, le porterà a svuotarmi nuovamente il cestino chiedendomi scusa per il disturbo, e il tutto per un pugno di euro all’ora, lo stesso che a volte mi capita di dare in elemosina a Yassir, il ragazzo bengalese che mi riporta a posto il carrello vuoto, dopo che ho riempito l’auto coi sacchetti della spesa, situazione che a volte mi fa sentire come il Megadirettore Galattico Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam, il Direttore Marchese Conte Piermatteo Barambani o un altro qualsiasi feroce padrone o amministratore delegato: è un attimo saltare dall’altra parte della barricata senza neppure accorgersene.

Se è vero che 1984 di Orwell fu un romanzo premonitore, vedete se vi dice qualcosa dei nostri giorni questo estratto del libro Fantozzi: “Cominciò [...] una discussione tra giovani sulla contestazione studentesca e l’intervento americano in Vietnam. Fantozzi credeva di essere nel covo della reazione: ma con suo grande stupore s’accorse che più quei gran signori erano bardati con orologi Cartier e brillanti (con uno solo dei quali lui avrebbe vissuto senza patemi il resto dei suoi giorni) più erano su posizioni maoiste. La maggior parte, giudicò Fantozzi, era a sinistra del partito comunista cinese. [...] L’indomani mattina lui “timbrava” alle 8: pensando a quei giovani sovversivi che si sarebbero svegliati a mezzogiorno, gli si confondevano le idee”.

Questo è Fantozzi; Villaggio, invece, nella biografia in quarta di copertina della seconda edizione del libro, datata 1981, si definisce “figlio di padre ricchissimo” e per questo “a sinistra del partito comunista cinese”, non solo, sostiene che “a Roma ha fondato con un gruppo di nobili una frangia politica di estrema sinistra molto “in” che si chiama «POTEVE OPEVAIO»”.

Il libro Fantozzi era anche confortante; alla rabbia di mio padre che bestemmiava nel leggere dell’ennesima apparizione mariana a una contadina quattordicenne, piuttosto che a dei bambini impegnati a sorvegliare un gregge o a una bambina belga, il concittadino e quasi coetaneo Paolo Villaggio rispondeva così: “Un giorno c’era un tale caldo che a Fantozzi alle undici del mattino, mentre era in cucina che faceva correre un po’ d’acqua per bere, comparve improvvisamente la Madonna. Era in piedi sull’acquaio e gli sorrideva, poi scomparve. “Sarà questo maledetto caldo” si disse: e decise di raggiungere la moglie in campagna. Mentre si preparava per il viaggio si domandava perché mai la Madonna per il passato si sia limitata a comparire a pastorelli semianalfabeti e in zone montuose, e mai per esempio a Von Braun, al Centro Spaziale di Houston durante una riunione della NASA. Non ricordava infatti di aver mai letto sui giornali notizie di questo tipo: “Ieri alle 16,30 la Santa Vergine è comparsa improvvisamente dietro la lavagna di un’aula gremita di studenti della scuola di ingegneria di Pisa, durante la lezione di “meccanica applicata alle macchine”. Il docente professor Mannaroni-Turri, noto ateo, è svenuto di fronte a duecento studenti”.

Il libro Fantozzi è ancora confortante; alla mia rabbia condita di bestemmie che fa seguito all’ascolto di boiate pazzesche tipo quella espressa da due signore bionde col fisico scolpito che, d’estate, alla spiaggia, lamentano il “sold out” – a giugno! – nelle “location” più “in” di New York che le costringerà a trascorrere il Capodanno da un’altra parte, mentre una donna africana larga quanto le due messe assieme passa loro accanto stracarica di mercanzia che nessuno vuole, le pagine del libro mi consolano così: “A un’ora da Roma, Fantozzi andò in corridoio a fumare. C’erano due bambini molto belli biondi, figli di ricchi: tutti i figli dei ricchi sono biondi e uguali, i figli dei braccianti calabresi sono scuri, disuguali e sembrano scimmie. Erano dei bambini molto educati e non facevano rumore. Una baby-sitter americana bionda li custodiva. Uscirono dallo scompartimento le madri. Erano molto giovani, molto belle, molto ricche, molto profumate, molto eleganti e molto abbronzate: venivano da due mesi sulla neve a Gstaad in Svizzera e parlavano della gente che c’era lassù. Fantozzi le guardava con la bocca semiaperta. Le due donne cominciarono a parlare delle loro prossime vacanze al mare ed erano un po’ in pensiero perché non sapevano più dove andare: dovunque ormai andassero, dalla Corsica alle isole Vergini, trovavano della gente orribile. Fantozzi si commosse quasi per il dramma di quelle poverette. Il treno entrò alla stazione Termini. Sulla banchina c’era una tragica lunga fila di terremotati siciliani del Belice. Erano seduti sulle loro valigie di cartone [...] e guardavano muti il vuoto. Una delle due signore disse: “È stato un anno davvero disgraziato!”. “Meno male” pensò Fantozzi “che si occupano di questi poveracci!”. “Perché?” domandò l’amica. E l’altra: “Perché non abbiamo mai avuto a Gstaad una neve così poco farinosa!”

Perché mi consolano queste pagine? Perché avere testimonianza scritta che figure così mostruosamente stronze già esistevano più di mezzo secolo fa e che, quindi, certi orrori non sono solo frutto degli sfaceli della mia generazione, solleva un poco il morale: lo so, non sono messo bene.

Perché la mia generazione, e pure quella dopo, di errori ne ha fatti veramente tanti, nonostante gli ammonimenti ricevuti da cinema e letteratura; avvertimenti che, ancor oggi, continuano a esser lanciati vista la produzione di Scissione, una serie televisiva statunitense del 2022 dove gli impiegati di una ditta non conoscono altro al di fuori delle attività svolte all’interno dell’azienda, sono solo schiavi asserviti al raggiungimento di uno scopo il cui significato è loro precluso. Allo sceneggiatore televisivo e produttore statunitense Dan Erickson, l’idea gli è stata ispirata da certe sue deprimenti esperienze lavorative giovanili maturate in ambito impiegatizio, un po’ come Paolo Villaggio quando, da giovane, lavorava all’Italsider di Genova come impiegato e iniziava a mettere in cantiere certe idee, ma per saperne di più su Scissione v’invito a leggere questo pezzo di Walter Catalano: Severance/Scissione: il Corporate Horror e gli incubi di Fantozzi.

Conforto, consolazione, riconoscenza, ecco quello che raccolgo dal genio di Paolo Villaggio, e non sono il solo; scriveva Oreste Del Buono nell’introduzione al libro: “L’ultima apparizione di Paolo Villaggio a cui ho assistito in televisione quasi mi ha fatto piangere per la riconoscenza. La riconoscenza per chi si sobbarca il peso di tutti i diseredati dell’aspetto e del gesto, di tutti gli umiliati e offesi dalla propria bruttezza e goffaggine, di tutti i mutilati del pensiero e della prassi, dell’affabilità e della sintassi. Si era sotto le feste di Natale, magari alla viglia stessa. Avevano chiamato Paolo Villaggio in televisione per commentare insieme natività e austerità, un miscuglio di moda nel nostro disgraziato paese”.

Chi aveva invitato l’attore genovese s’aspettava da lui un po’ d’umorismo, ma sbagliò i suoi conti: Villaggio si presentò trasandato, malmostoso e, parlando con piglio truce, disse “controvoglia una sgradevolezza dopo l’altra” e prese a parlar male di se stesso, perché quello aveva da dire – Paolo Villaggio non fingeva mai.

A proposito di Natale, leggete quest’altro estratto del libro Fantozzi: “A casa la signora Pina gli preparò una minestra calda. Lui si sedette a tavola con uno sguardo da pazzo e diede la prima cucchiaiata. La moglie lo guardò e gli disse: “Buon Natale, amore!”. In quel momento l’albero si abbatté sulla tavola con violenza, centrò Fantozzi in piena nuca e lui tuffò la faccia nella minestra rovente. Si provocò ustioni di quarto grado. Non gli uscì un lamento: più tardi, nel buio della stanza da letto, pare che abbia pianto in silenzio con grande dignità”.

Quella dignità che perdiamo quando siamo preda della sindrome da consumo; ossia, quasi sempre.

Villaggio fa cenno al boom consumistico in un’intervista rilasciata alla Televisione Svizzera nel 1975: “Il piccolo Fantozzi, l’omino che per anni è vissuto nel boom consumistico, ha ricevuto dai mass-media, cioè dalla televisione, dai settimanali e da tutte le informazioni possibili, uno stimolo preciso, quasi un ordine a consumare, ad acquistare, a vivere secondo determinati schemi, e lo schema di questa filosofia era precisissimo: attento!, che se compri e ti attrezzi in determinati modi, cioè secondo la chiave consumistica, potrai essere felice, vivrai in un mondo che sarà felice e contento per mille anni. Improvvisamente, invece, un crack strano; insomma, tutto questo sistema meraviglioso, pieno di promesse, questo mondo fiabesco si è incrinato: è bastato che nel Medio Oriente una forte tensione internazionale chiudesse i rubinetti del petrolio perché tutta la grande economia mondiale entrasse in crisi”.

Villaggio fa riferimento al periodo a cavallo tra il 1973 e il 1974 quando, in seguito alla crisi petrolifera, diversi governi del mondo occidentale, tra cui l’Italia, emanarono disposizioni per contenere drasticamente i consumi energetici: ricordo, per esempio, che ci si metteva d’accordo tra parenti per uscire insieme nei giorni festivi, con l’auto che poteva circolare senza prendere la multa – una domenica toccava alle macchine con targhe che terminavano col numero pari, quella dopo era il turno delle dispari.

Oggi come oggi pare che il consumare, l’acquistare, il vivere secondo determinati schemi, siano azioni che non si riescano a fermare, neppure a rallentare.

E se pensate che anche andare a vedere la versione di Fantozzi rimessa a nuovo faccia parte di questo circolo vizioso, quello del consumare e del vivere secondo determinati schemi, vi rispondo che andrò ugualmente a vederlo lasciandovi alla vostra erre moscia e a quella cagata pazzesca de La corazzata Potëmkin.

E mentre mi si azzera la salivazione per l’emozione dovuta a questa mia intransigente presa di posizione, già sento iniziare lo scroscio dei novantadue minuti di applausi che mi renderanno immortale.

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29/03/2025

Fantozzi, dentro il mito del ragioniere più famoso d'Italia

di Claudio Fabretti

Compie 50 anni il primo capitolo cinematografico della leggendaria saga del ragioniere. Da quel 27 marzo del 1975, Fantozzi è diventata una delle maschere cruciali della commedia e della satira della società italiana. Con un impatto dirompente anche sul lessico

“Abbigliamento di Filini: gonnellino pantalone bianco di una sua zia ricca, maglietta Lacoste pure bianca, scarpa da passeggio di cuoio grasso, calza scozzese e giarrettiere;
doppia racchettina Liberty da volano. Fantozzi: maglietta della GIL, mutanda ascellare aperta sul davanti e chiusa pietosamente con uno spillo da balia, grosso racchettone 1912, elegante visiera verde con la scritta 'Casinò Municipale di Saint Vincent'”
(Voce narrante, "Fantozzi", 1975)

Il 27 marzo 1975 il ragionier Ugo Fantozzi saliva per la prima volta a bordo della sua Bianchina, destinazione Ufficio Sinistri della Megaditta ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica. Tutto ciò, nelle sale cinematografiche, perché il personaggio letterario era già attivo da qualche anno: dal 1968, quando Paolo Villaggio iniziò a pubblicare sull'Europeo i racconti ispirati alle gag che lui stesso interpretava in tv nel programma "Quelli della Domenica", e dal 1971, quando i monologhi di Fantocci – come l'autore lo chiamava all'epoca – furono raccolti da Rizzoli in un libro che in pochi mesi vendette un milione di copie, primo di una serie di fortunati bestseller.

Ma nei cinema l'avvento di quel travet in mutande ascellari e baschetto d'ordinanza fu uno shock. L'Italia era improvvisamente nuda, con tutte le sue miserie e meschinità. Uno spaccato di desolazione aziendale che Villaggio aveva mutuato dalla sua esperienza all'Italsider. In quei corridoi interminabili sono nati idealmente personaggi leggendari, come il solerte ragionier Filini, instancabile organizzatore di manifestazioni ricreative, il cialtronissimo geometra Calboni, l'agognata (e sguaiatissima) signorina Silvani, più una pletora di sadici megadirettori – galattici, centrali o laterali – dal subdolo Duca Conte Balabam al superstiziosissimo Duca Conte Semenzara, patito del gioco d'azzardo, passando per il Visconte Cobram, ideatore dell'omonima coppa ciclistica, e il temutissimo cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli, capace di organizzare a tradimento proiezioni di film cecoslovacchi con sottotitoli in tedesco la sera di Italia-Inghilterra.

Fantozzi ha la forza caricaturale di un cartone animato, ma più che a (anti)eroi dell'animazione come Homer Simpson, cui pure qualcuno l'ha paragonato, può essere accostato a un personaggio di Gogol (non a caso vincerà proprio il Premio Gogol in Unione Sovietica, nella sezione "migliore opera umoristica"), di Kafka (ebbene sì, c'è anche chi ne ha scritto un libro: Emilio Cagnoni – "Fantozzi Kafka", L'Epos, 2007) oppure alle maschere chapliniane: di queste ultime incarna la natura tragica e comica insieme, ma anche il messaggio di ribellione, celato dietro le sembianze bonarie da Puccettone – come è solito appellarlo l'odioso Calboni, accompagnando l'epiteto con immancabile pizzicotto sulla guancia. Pur riversando principalmente in famiglia le sue frustrazioni, a spese della malcapitata moglie Pina e dell'orrenda figlia Mariangela, Fantozzi è infatti capace di inaspettati e titanici scatti d'orgoglio. Come quando, nell'umiliante partita a biliardo con il feroce Catellani, "al 38° coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio", inanella tre colpi da ko ("rinterzo ad effetto con birillo centrale", "calcio a 5 sponde" e "triplo filotto reale ritornato con pallino"), vedendosi poi costretto a sequestrare la madre dell'imbufalito Cavaliere Conte. Oppure quando, suggestionato dall'ideologia comunista del sovversivo ragionier Folagra, scaglia un sampietrino contro la vetrata aziendale, subendo una tragica convocazione ai piani alti dell'azienda e la condanna a ripartire dal gradino più basso della carriera: parafulmine. La rivolta più celebre, però, resterà quella al cospetto del suddetto professor Riccardelli, quando, al termine dell'ennesima proiezione forzata, sbotterà nella fatidica frase "La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!", incassando 92 minuti di applausi.

Con la saga di Fantozzi, Villaggio cambia la comicità, ma soprattutto il lessico degli italiani – come gli riconoscerà anche Federico Fellini – grazie a una sfilza di espressioni memorabili, frutto della stessa penna raffinata che insieme a Fabrizio De André aveva partorito la ballata "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers". Aggettivi come "mostruoso", "pazzesco", "orrendo", "tragico", "pauroso" iniziano a uscire dai loro ordinari contesti semantici per descrivere le situazioni più disparate. Prendono piede i neologismi e le frasi idiomatiche: "megadirettore galattico", "mutande ascellari", "salivazione azzerata", "fogna di Calcutta"... E cambiano perfino gli status-symbol: la lotta di classe non è più "flanella contro cachemire", bensì "scrivania nel sottoscala contro poltrona in pelle umana", "naif jugoslavo alla parete contro acquario con gli impiegati che nuotano".

Villaggio è il protagonista assoluto, non solo come interprete – perfetto, malgrado le incertezze iniziali che lo avevano spinto a proporre invano la parte a Pozzetto e Tognazzi – ma anche con la sua impareggiabile voce narrante. Ma le fortune di Fantozzi dipendono anche da una straordinaria umanità di comprimari e caratteristi, che la commedia italiana in quegli anni d'oro poteva permettersi: Liù Bosisio prima e Milena Vukotic poi a prestare generosamente il loro volto alla sventurata Pina, Plinio Fernando opportunamente truccato per interpretare la mostruosa figlia Mariangela, l'occhialutissimo Gigi Reder nei panni dell'amico Filini, l'incontenibile Anna Mazzamauro alias Silvani in Calboni, lo stesso Calboni, prototipo dell'italiano furbo, ruffiano e sciupafemmine, reso immortale dal ghigno baffuto di Giuseppe Anatrelli, più la pattuglia di direttori, tra i quali piace ricordare Ugo Bologna nei panni di Corrado Maria Lobbiam, sotto il cui sguardo severo si consumerà una esilarante cena aziendale, condita dal fulminante botta e risposta: "Come sto andando?". "Male, per Dio!".

L'impatto di Fantozzi sul costume nazionale è definitivo: nessun Capodanno avrebbe mai rinunciato al ricordo dell'infame Maestro Canello e del suo festeggiamento anticipato, nessuna cena sarebbe stata più esente da battute sull'abito fantozzianamente inadeguato o sul cibo rovente a 18.000 gradi Fahrenheit, e su ogni vacanza avrebbe sempre aleggiato la nuvoletta piovosa dell'impiegato. Anche se, in realtà, l'abbrivio della saga ha un bersaglio temporalmente identificabile: l'Italietta degli anni '70, quella dei colletti bianchi, ormai già impelagata in un coacervo di nepotismo, arrivismo e corruzione, tra stuoli di Lup. Man., Gran Farabut e Figl. di Gr. Putt., ma anche quella della nobiltà decaduta – simbolizzata dalla ineffabile Contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare – buona al massimo per organizzare cene a Cortina o varare navi, e di una classe media impiegatizia pavida e fannullona, ritratta in istantanee-cult, come quella delle partite a battaglia navale o a ping-pong sulle scrivanie e della gigantesca fuga collettiva a fine orario. "Venivano considerati guru del non far niente, il loro era un lavoro stupido e ripetitivo, guadagnavano poco, così farsi assumere in un'azienda e poi fare nulla dalla mattina alla sera diventava un atto eroico", racconterà Villaggio.

Era l'Italia del posto fisso, nel senso deteriore del termine, con le sue aziende-ministero avviate al tramonto dell'era industriale. Un paese in cui il dialetto veniva faticosamente sostituito da una lingua nazionale, con tanto di scivoloni sui congiuntivi: indimenticabile lo scambio Fantozzi-Filini durante una proibitiva partita di tennis "dalle 6 alle 7 antelucane": -Filini: "Allora, ragioniere, che fa, batti?". -Fantozzi: "Ma, mi dà del tu?". -Filini: "No, no, dicevo, batti lei?". -Fantozzi: "Ah, congiuntivo?". -Filini: "Sì!". -Fantozzi: "Aspetti!".

Nel corso degli anni Fantozzi continuerà a raschiare il fondo dei bassi istinti tricolori, sbandierando icone-simbolo dell'italianità media, che siano le vestaglie di flanella, il bidè, il frittatone di cipolle, il rutto libero, le canotte di lana, il calcio o il telecomando, nuovo strumento di potere domestico utilizzato anche per fotografare l'esplosione delle tv private, come nella scena del delirante zapping notturno ("380 cambi di canale in 26 secondi netti!"), con l'immancabile epilogo hot nella "ora in cui le famiglie si ritirano sconfitte: l'ora di proibito, di vietatissimo, di Oroscopone, super porno show", in cui un allupatissimo Fantozzi abbraccerà il televisore al culmine di uno strip-tease, finendo per sintonizzarsi su un prete.

Nessuno, in Italia, aveva mai fatto ridere così, con quello strano miscuglio di comicità grafica (la lingua felpata, le mani spugnate, i rutti con effetto-valanga) e fisica-parodistica, a metà tra Charlot e il circo. E soprattutto nessuno era mai stato così feroce, trasformando l'umiliazione in sghignazzo. Con punte di crudeltà assoluta, come nella scena in cui la piccola Mariangela viene scambiata per la scimmietta del circo. Ma Fantozzi è anche il più celebre incassatore, pardon, parafulmine, del cinema italiano: totalmente inerte di fronte al destino avverso, perfino quello sentimentale ("Ugo, io ti stimo moltissimo" sarà il massimo riconoscimento che otterrà dalla moglie), riesce sempre, in qualche modo, a restare a galla, un po' come l'Italia stessa, vessata, umiliata, offesa, eppure in qualche modo capace di tirare avanti. "All'inizio la gente rideva e basta, ma si sentiva anche aggredita – spiegherà Villaggio – poi subentrò la gratitudine. Fantozzi è un subitore perfetto, ha liberato tutti dalla spiacevole sensazione di sentirsi unici nel proprio essere sfigati. Era come una seduta terapeutica, gli spettatori seguivano le sue avventure e pensavano: forse è vero, siamo tutti così".
 
Una iperbole vivente e una maschera geniale, a cui si può perdonare l'agonia degli ultimi capitoli della venticinquennale saga, iniziata sotto lo sguardo grottesco di Luciano Salce, nei primi due memorabili atti, e mantenutasi su buoni livelli almeno per un paio d'altri, a firma Neri Parenti. Oggi, come allora, di Fantozzi e della sua satira al vetriolo, c'è un disperato bisogno: "Venghi, ragioniere, venghi".

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24/04/2023

Sostituzione etnico-linguistica?

Quelli di destra, i Lollo-rigidi, i fasci, i leghisti, sono veramente ignoranti e poveri di spirito, riescono a trasformare in merda tutto l’oro che toccano.

Come in ogni parte del Globo Terraqqqueo, la cultura degli esseri umani locali è fatta di strati sovrapposti, di tanti diversi livelli che, se una mente è ricettiva, si intersecano e si meticciano per formare un’amalgama, che – pur essendo simile alla fin fine – è diversa per ognuno di noi. Ogni essere umano è “razza a sé”, o per meglio dire, è unico: we are one, but we’re not the same (cit.).

Ci sono strati comuni a tutta la specie umana sin dagli albori, come l’amore per la prole, l’istinto di sopravvivenza, l’attitudine al ludus e al gruppo, la crudeltà e l’amore, solo per fare esempi. Poi ci sono tratti comuni emersi lungo il cammino, come il senso di giustizia, di uguaglianza, di condivisione di ideali.

(Intermezzo: questo è un articolo buonista, statece)

Poi, se sei Italiano, hai un amore-odio verso la tua nazione, sei convinto che la nostra cucina sia fra le migliori al mondo, generalmente sei tifoso di una qualche rappresentativa nazionale, pensi che nei secoli in Italia ci sia stata molta arte, molta cultura, molto ingegno.

(Secondo intermezzo: a seconda della nazione cui appartieni, PER PURO CASO, qualcosa che ti piace lo trovi sempre, persino se sei, che so, estone).

Poi, in Italia, qualcosa dipende anche dal posto dove nasci e cresci: il vostro Massimino qui scrivente ha molti tratti di marcata torinesità, che si esprimono nella passione calcistica, nell’amore ostinato per certi cibi altrove improponibili, nel gusto per certi vini, e nella passione per il dialetto locale.

Sono rimasto fra i non moltissimi che lo capiscono, lo parlano come una seconda lingua, lo leggono, lo scrivono. Vado a spettacoli teatrali in dialetto e mi diverto come un matto. Parlo in torinese con mia suocera, o con chiunque trovo, e mi piace molto.

Recito poesie, persino: quelle dei nostri grandi poeti come Nino Costa, giù giù fino a quelle di mio nonno, poeta dialettale scatologico. Un godimento.

Questo, però, non ha nulla a che vedere con stupide idee di razza, di supremazia, di superiorità di X su Y: è solo il modo con cui son fatto io, che sono torinese, sì; italiano, sì; chiaro di pelle, sì (non troppo, però). Ma sono anche comunista e internazionalista. Antirazzista nel midollo. E antifascista, soprattutto: perché penso che il fascismo sia un crimine, sia il malo vizio dell’ignorante di trasformare ogni diversità – da ricchezza – in odio e divisione.

Stamattina vi allego una poesia di Nino Costa in piemontese, letta alla bell’e meglio da me. Con il testo sott’occhio, molti che non son piemontesi magari riescono a seguire: dura un minuto, provate se vi va e ditemi qualcosa.

È un dialetto ostico, la base provenzale lo rende meno semplice di altri dialetti, ma – alle mie orecchie – è musica. Sono nato e vissuto qui, fosse stato a Santa Maria di Leuca o Cincinnati, era diverso, ma uguale, in fondo.

Einstein rispose alla domanda: Razza? su un questionario in Germania al tempo dei nazi: UMANA. Ecco.

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08/02/2023

Speriamo che Zelensky abbracci presto Meloni

Nella sua richiesta di armi per la terza guerra mondiale, Zelensky è andato in Gran Bretagna e ha abbracciato il governo di destra dei ricchi e delle multinazionali, uno dei più odiati della storia britannica, contro cui milioni di lavoratori sono in sciopero.

Poi ha raggiunto Macron che vuol tagliare le pensioni e che ha il paese contro.

Poi farà uno spot di guerra a Sanremo contro il parere del 60% degli italiani.

Tutti i governanti europei più vicini a Zelensky e che gli mandano armi, diventano sempre più impopolari nel loro paese. E più il presidente ucraino fa propaganda di guerra, più il partito della guerra perde consenso. Secondo me anche in Ucraina.

Auguriamoci allora che Zelensky incontri e abbracci presto Giorgia Meloni.

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11/01/2023

Un “presidende ti caranzìa” è per sempre

Quando chiudeva tutto si comportava da regime totalitario. Ora che ha aperto le attività “sta mettendo a grave rischio la salute mondiale”. Insomma, la Cina, come fa sbaglia, “a prescindere”, come direbbe Totò.

Al netto di qualsiasi altra considerazione sulla complessità di un paese enorme alle prese con la più grave pandemia da molti decenni a questa parte ed in cui vivono un miliardo e mezzo di persone, sono queste semplificazioni a rivelare una sinofobia senza limiti da parte di Lucia Annunziata, da almeno un ventennio fiera pasdaran ultra-atlantista dopo la breve iniziale parentesi al Manifesto.

Senza le lenti deformanti di un ostinato ed accecante occidentalismo andrebbe ricordato che con la “strategia covid zero” la Cina, in quasi tre anni, era riuscita a contenere le morti appena sopra i 5.000 casi (su un popolazione di 1,43 miliardi di persone) mentre nel nostro paese (59 milioni di abitanti) ad oggi, si contano 185.000 morti.

Con la Lombardia che detiene il triste record 44.922 dei decessi totali a causa delle gestione disastrosa e criminale del governo regionale guidato dalla Lega.

Una strage di massa in seguito alla quale è stato aperto soltanto procedimento civile (ancora in corso) contro la regione Lombardia e Governo, mentre il procedimento penale per una presunta truffa sulle mascherine si è concluso, qualche giorno fa, con l’assoluzione di tutti gli imputati.

Eh, ma l’Annunziata ora è tutta presa dal nuovo scontro di civiltà con i barbari russi e cinesi...

Ricordo con quale zelo e ferocia, circa 18 anni fa, la nostra paladina delle “superiori democrazie occidentali”, da presidente RAI, chiuse, dopo appena una puntata, “Raiot” su Rai 3 (che aveva avuto ottimi ascolti) e cacciò dalla RAI Sabina Guzzanti, rea di averne fatto una irresistibile quanto memorabile caricatura ma, soprattutto, di non avere avuto riguardi nei confronti del potere costituito.

Per avere osato tanto Sabina fu colpita da una fatwā a vita da parte dell’establishment e dai propri maggiordomi piazzati alla RAI ad imperitura “caranzìa” dei sistemi di potere che si spartiscono tutto in questo paese, ma che non tollerano di essere messi in mutande dalla buona satira, quella vera, che non fa sconti a nessuno.

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30/09/2022

La fortuna di non essere pazzi

Avete mai notato che i nemici dell’occidente non sono mai altri paesi o gruppi sociali o nemmeno governi, ma sempre e soltanto individui, sempre immancabilmente isolati, dispotici e pazzi?

Oggi ce la vediamo con un’ex spia sovietica. Un pazzo e un sadico, non v’è dubbio alcuno.

Ma nel 2011 il pazzo era un presidente siriano, ricordate?

Poco prima, nello stesso anno, era stata la volta di un colonnello libico. Stravagante quanto pazzo.

E nel 1991 e nel 2003 il pazzo era un iracheno, talmente pazzo che lo fu due volte.

Nel mezzo, esattamente nel 1999, fu il turno di un pazzo nazionalista serbo. Mai fidarsi dei serbi.

Ma prima il pazzo era un tale barbuto saudita, rifugiatosi in Afganistan. Brutto e pazzo.

Tutti amici – potete scommetterci – di un altro pazzo, il nordcoreano, che ha già fatto assassinare la sorella e lo zio per ben tre volte. Se non è pazzo quello...

E così si potrebbe andare a ritroso, fino al pazzo originario, il tedesco. Che, però, oggi lo sappiamo, doveva essere segretamente amico del pazzo georgiano, che era pure peggio.

Ecco perché, nonostante tutte le difficoltà, e il dolore per gli altri popoli così sfortunati, dovremmo tirare un sospiro di sollievo qui in occidente.

Siamo incredibilmente fortunati, noi, a non essere guidati da pazzi. Ché quasi, a volte, non ci si crede.

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26/09/2022

Una donna sòla al comando

di Alessandra Daniele

Atlantista verace, novità fasulla, Giorgia Meloni ha vinto, come previsto. Il PD ha perso, come al solito. L’affluenza è crollata.

I fascisti non sono tornati. Non se ne sono mai davvero andati.

Persecuzione dei lavoratori, repressione del dissenso, campi di concentramento in Libia, attentati alla Costituzione, guerra, cosa farà la Meloni che non abbia già fatto il PD? È una sfida alla sua altezza.

Chi l’ha votata? E perché? I suoi elettori, oggi in festa, si dividono in 4 macro-categorie:

I Fascisti
Lo zoccolo duro, quelli che la votano fin dall’inizio, e la voteranno fino alla fine. Razzisti, sessisti, xenofobi, omofobi, appartengono a tutte le classi sociali, e sono accomunati dalla passione per la fiamma che sorge dalla tomba di Mussolini, fuoco sacro da cui ai loro occhi Giorgia è circonfusa.

I Reazionari
Prevalentemente di classe media, devoti della trinità Dio, Patria e Famiglia con l’aggiunta del Portafoglio, un tempo avrebbero votato Democrazia Cristiana, più di recente hanno scelto Forza Italia, adesso insieme alla Madonnina piangente adorano Giorgia, la Madonnina urlante. Si definiscono moderati, ma sono a tutti gli effetti reazionari.

I Delusi
Provengono dal Movimento 5 Stelle, dalla Lega, dal PD, dall’astensione, e persino dalla sinistra. Di classe medio-bassa, mal ripongono nella Meloni le loro speranze di riscatto sociale. Il loro è anche un voto di protesta. Questo è lo stesso fenomeno che porta il proletariato bianco in tutto l’occidente a votare a destra, e che ha fatto la fortuna di Trump e Le Pen. In realtà, la fede capitalista di Giorgia è salda quanto quella di Draghi. E di Berlusconi.

I Modaioli
Di classe prevalentemente medio-alta, li hanno provati tutti, a seconda della moda del momento. Di questa categoria fanno parte anche le femministe alla Valeria Marini. Questi elettori sono i più volubili, e molleranno Giorgia appena comparirà all’orizzonte il prossimo cazzaro.

Il Ciclo del Cazzaro infatti è ricominciato: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, adesso tocca a lei, Giorgia Meloni, prima regina della dinastia dei Re Sòla.

E così com’è stato per gli altri, anche il suo momento passerà, e ne resteranno le macerie. Sta a noi far sì che stavolta, insieme alla cazzara di turno, crolli anche il marcio sistema fascio-capitalista che l’ha prodotta.

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31/08/2022

Guerra in Ucraina - Su Zaporizhzhia, un consiglio a Bonelli

Eccomi qua, mi occupo di impatto ambientale dei nuclidi radioattivi, ho in fondo all’articolo un consiglio per gli amici bonelliani.

Perché bisogna aiutarli. Qui siamo al delirio, ad una fase psichiatrica acuta di negazione della realtà come in 1984.

Questi poveri sedicenti-verdi-sinistri in quota PD vanno a protestare sotto l’ambasciata RUSSA, perché secondo loro la centrale in mano russa dai primi di marzo se la AUTOBOMBARDANO i russi stessi. Lo dice Zelensky, lo dicono gli Ucraini, notoriamente inclini a non sparare balle colossali, quindi è vero!

Fossi l’ambasciatore russo, darei a questi poveretti un bigliettino con l’indirizzo dell’ambasciata Ucraina. Passi lunghi e ben distesi, andate là che avete sbagliato indirizzo.

I verdi italiani sono sempre stati di acutezza limitata, ma mo’ si esagera.

Ripetete con me:

– La Centrale è in mano russa da cinque mesi, produceva energia elettrica in quantità, ora è spenta, ma è perfettamente in sicurezza.

– A bombardare sono gli Ucraini, e ho già detto in un mio pezzo inascoltato che – vista questa guerra – ho visto crimini peggiori. Danneggiano le prese d’acqua esterne all’impianto, le parti fuori dal contenitore di sicurezza, i tralicci elettrici, per costringere i russi a spegnerlo, e sperabilmente (per loro) a renderlo inservibile per un bel po’, ed è comprensibile, perché girano loro le scatole che i russi abbiano occupato quel ben di Dio, la più grossa centrale elettronucleare d’Europa, la tengano in funzione e meditino di “tagliar loro i fili”.

– Adesso gli ucraini hanno fior di missili grazie a noi, e quindi fanno quanto è in loro potere. Prima non potevano.

– La parte nucleare della centrale non è a rischio, nessuna delle due parti in guerra commette nessun crimine ambientale, qui.

– Poi, essendo la centrale soggetta a tutela e sorveglianza della AIEA, proprio in queste ore un gruppo di ispettori internazionali andrà sul posto per un sopralluogo: ispettori di tre nazioni “in quota Russia” e di tre nazioni “in quota Ucraina”. È una delle RARE VOLTE nelle quali i due nemici hanno trovato un accordo, PIRLONI.

– La presenza degli ispettori AIEA è anche una MISSIONE DI PACE, di interposizione non violenta. Nessuna delle due parti sparerà un colpo, da ora, essendoci gli ispettori (Quanto mi piacerebbe andare là pure io, ma ci sono centinaia di tecnici della AIEA che sanno fare il loro mestiere, e meglio di me.)

– Ma *quanto* siete ignoranti! Gli ispettori non sono una “squadra di emergenza” per “impedire che la centrale scoppi” (sono sei, poi, le centrali), o una specie di “missione ultima speranza” con le tute e le maschere antigas: si tratta di una MIRABILE iniziativa di “diplomazia tecnologica”.

Il fatto che l’autorità civile responsabile del Piano di Emergenza abbia poi fatto distribuire intorno delle pasticche di Iodio rientra appunto nei provvedimenti del piano di emergenza stesso, atti a mitigare eventuali conseguenze e quindi a RIDURRE il rischio a livelli più bassi ed accettabili. Nel raggio di alcuni chilometri, poi.

“Ma chi me sente, ma chi me sente” (cit. Rino Gaetano, Nuntereggae più)

E allora, no, no, errata corrige, piddini. Siamo in gravissimo pericolo, la va a poche ore che la nube di Germobyl spazzerà la pianura padana! Dovete stare chiusi in casa, non rischiate a far sfilate. Belli rinserrati, con i sacchi di sabbia vicino alla finestra (cit.). Inoltre, la nube radioattiva inquinerà l’aria, quindi non aprite le finestre. Meglio ancora, soluzione ultrasicura: NON respirate.

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03/08/2022

Il catalogo dei mostri

di Nevio Gambula

Devo mettermi a lavorare a un catalogo dei mostri, da Calenda a Renzi. Sarà il mio contributo alle elezioni.

Il catalogo, presentandosi come un sistema di molti nomi, si situa tra l’arte descrittiva di Goya e la prosa corrosiva di Giordano Bruno. Quello che soprattutto mi interessa è come i disastri originati da dinamiche oggettive, che alludono a interessi materiali, riescano a nascondersi nella loro rappresentazione politica.

Le tendenze del modello di sviluppo dominante, dall’assalto ai diritti alla xenofobia, dalla concentrazione del potere all’aumento delle diseguaglianze, spariscono nella narrazione dei mostri-candidati.

Le “promesse” divengono così l’elemento peculiare del loro discorso: la rivisitazione di quelle dinamiche attraverso omissioni, negazione di responsabilità, enunciazione di principi astratti, come una sorta di cancellazione della propria presenza nel decennio appena trascorso.

Esaltando il proprio carattere grottesco, il catalogo si propone come una sorta di rappresentazione di una continua mutazione della politica, all’interno però di un’unica maschera; giacché ogni mostro è sì diverso dall’altro, ma solo in apparenza, che sul piano dei significati, del programma e dei risultati parlano tutti con riverenza e come attoniti davanti a quel modello di sviluppo. Essi obbediscono a quel modello.

Il titolo provvisorio è il seguente: “ORATIO DE POLITICORUM INDEGNITATE”, parafrasi da Pico della Mirandola, come per rimarcare il carattere cabalistico del catalogo – dunque, diretto all’interpretazione del senso intimo e segreto di ciascun mostro preso a riferimento.

Il lavoro è appena cominciato e l’elenco si preciserà con la presentazione definitiva delle liste elettorali. Al momento, l’elenco contiene i seguenti nomi:

– Emma Bonino – la misura magico-mistica del liberalismo cinico, nemica di ogni eguaglianza.

– Carlo Calenda – una sorta di archetipo del Nulla, privo della sapienza elementare delle cose.

– Matteo Renzi – non c’è mostro più pericoloso di quello egocentrico; si compenetra nel modello fino a determinare le sue politiche antipopolari.

– Luigi Di Maio – secondo la cabala l’essere umano ha tre anime; io dimostrerò che le anime politiche dell’ex ministro sono molte di più, ognuna però vuota di senso.

– Matteo Salvini – colonna importante del non-pensiero retrivo, sempre proiettato verso le idee mistiche della superiorità della razza bianca.

– Giorgia Meloni – come lo sviluppo della setta “fascista” si dimostra in grado di penetrare il contemporaneo e di contenerlo nella sua presenza.

– Enrico Letta – il demiurgo dell’oligarchia capitalista, il mago della guerra, capace di trasformare l’anima semplice del borghese in miserabile soldato al servizio dei mercanti.

– Silvio Berlusconi – abbandonato il Convivio di Afrodite, ci mostrerà la sua immagine di Leader del cicalare delle favole, o del favoleggiare di soluzioni mirabolanti.

– Roberto Speranza – con faccia triste, significa che si accaserà sotto l’ala protettiva del PD; chi lo voterebbe altrimenti?

– Giuseppe Conte – uscito dalla prigionia del governo, nondimeno a me ricorderà tutte le follie e le scelte irrazionali in tema di sanità e le operazioni squallide intorno ai migranti.

– Brunetta, Gelmini, Carfagna – la prova più evidente della crisi della nostra democrazia.

Immagine: Francisco Goya, “Dos viejos comiendo sopa (Dos Brujas)”, 1819-23.

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04/09/2021

I poveri ricchi del grattacielo di Milano

8.000 euro a metro quadrato.

700-800 mila euro per ognuno di quegli appartamenti andati in fumo nel grattacielo vip di Milano.

Le disgrazie capitano anche ai ricchi soprattutto quando sono poco previdenti e poco attenti al valore del proprio denaro sicuramente non guadagnato con sudore e fatica.

Perché con sudore e fatica (statisticamente) non si guadagna tanto.

E di quegli appartamenti un pensionato come me che ha lavorato, lo ammetto, poco e male appena trent’anni, se ne potrebbe permettere qualche decina di centimetri quadrati.

Quanto basta per starci sull’attenti evitando di gesticolare per non invadere la proprietà altrui.

La tv, nel suo appuntamento quotidiano in cui ci racconta di bimbe scomparse e di cronache di ordinaria violenza familiare, apre un siparietto sulla loro “disperata” situazione.

Di giorni vivono in albergo, poveracci, un albergo a quattro stelle intendiamoci mica un alberghetto di periferia, “a loro spese”.

E un albergo non ti da il calore che ti da la casa.

E nemmeno la domestica personalizzata che probabilmente è stata la prima, ingrata, a scappare via.

Un signore dal look impeccabile che pare appena uscito dalla sua seconda casa (o la terza?) e non da un incendio disastroso, si domanda ... che fanno le istituzioni?

Ci lasciano soli?

E che volete che facciano le istituzioni, che vi rimettano in piedi il vostro piccolo “paradiso” e vi rimborsino i “vostri” soldi che siete stati così coglioni da mettere nelle mani di “imprenditori” più furbi di voi?

Le istituzioni stanno ancora pensando a come sistemare i figli e i nipoti dei baraccati del terremoto di Messina del 1908 (!!).

Mettetevi in coda.

Una tenda in un’area abbandonata di periferia ve la trovano di certo.

Bisogna accontentarsi e fare di necessità virtù.

Non mi dite che con tutti i soldi che vi ritrovate non vi è rimasto nulla per una pensioncina alla mano o per un monolocale con angolo cottura vicino alla fermata della Metro?

Il panorama non sarà granché e anche il vicinato lascerà a desiderare, ma sapete quanta gente ci passa l’intera vita?

È vero che va di moda “chiagnere e fottere” ma forse in certi casi è più utile starsene zitti.

Lo dico per voi.

Perché poi magari qualcuno vi riconosce mentre entrate da Cracco e gli viene una gran voglia di menarvi.

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