Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2026

La Borsa rende ricche “famiglie”, aziende partecipate e fondi stranieri

La fotografia scattata da Milano Finanza nel 2026, con la consueta classifica dei più ricchi in borsa (alle quotazioni del 7 agosto) ci restituisce l’immagine del capitalismo rentier che stacca cedole. La composizione vede ancora un ristretto numero di “dinastie”, l’emergere dei fondi speculativi stranieri e delle grandi aziende partecipate dallo Stato.
Il primo posto resta saldamente nelle mani degli eredi di Leonardo Del Vecchio, con un patrimonio azionario di 44,5 miliardi di euro, anche se, la dinastia sta litigando in modo furibondo al proprio interno, un po’ come gli eredi Agnelli.

Al secondo posto c’è la famiglia Rocca che ha visto aumentare il valore della propria partecipazione in Tenaris da 9,9 a 15,2 miliardi, con una crescita del 54%, pari a oltre 5,3 miliardi in dodici mesi.

Al terzo posto sbuca il vecchio palazzinaro romano, ma non solo, Francesco Gaetano Caltagirone che è salito dal quinto al terzo gradino della classifica di Milano Finanza con 12,5 miliardi, +54% e oltre 4 miliardi di valore in più.

Subito dietro, arrivano i Crippa, una famiglia che controlla Technoprobe: erano sedicesimi un anno fa con 2,6 miliardi, adesso sono quarti con 10,4 miliardi. In dodici mesi il valore della loro quota in azienda è letteralmente esploso (quasi +300%) grazie al boom in borsa della società di microelettronica che è il secondo produttore al mondo di probe card, indispensabili per testare il corretto funzionamento dei microchip. In termini assoluti significa quasi 7,8 miliardi di ricchezza azionaria in più, la maggiore crescita tra i grandi patrimoni già presenti nella classifica 2025.

Ma i proventi in Borsa dei titoli tecnologici hanno spinto in alto anche la novità della Bending Spoons, fresca di quotazione al Nasdaq. Se i suoi azionisti comparsi in classifica venissero considerati come un unico blocco imprenditoriale, oggi la società tecnologica milanese si collocherebbe ai piedi del podio.

Le partecipazioni attribuite ai sei soci italiani censiti da Milano Finanza valgono nel complesso oltre 12 miliardi, neanche 500 milioni meno dei 12,5 miliardi di Caltagirone. E i soli quattro fondatori, che entrano direttamente nelle prime 21 posizioni, valgono 11,95 miliardi. Luca Ferrari entra direttamente al 16° posto con una partecipazione valutata 3,18 miliardi. Matteo Danieli debutta al 19° con 2,98 miliardi, Luca Querella al 20° con 2,92 miliardi e Francesco Patarnello al 21° con 2,87 miliardi. Si aggiungono Davide Giorgio Scarpazza, 127° con 90 milioni, ed Enrico Martinelli, 188° con 41,5 milioni. Considerato come blocco, si collocherebbe alle spalle soltanto dei Del Vecchio, dei Rocca e di Caltagirone, davanti ai Crippa, a Prada, agli Agnelli e ai Benetton.

Contestualmente però una delle dinastie simbolo del capitalismo italiano continua invece a perdere terreno. La famiglia Agnelli-Elkann-Nasi è passata dai 9,5 agli 8,05 miliardi, con un calo del 15,3%, scendendo così dal terzo al sesto posto. Si tratta del secondo arretramento consecutivo. Già lo scorso anno il patrimonio aveva ceduto quasi il 10%, penalizzato dalla debolezza di Exor e soprattutto dalla difficile fase attraversata dal settore automotive, tranne che per la Ferrari (i ricchi al lusso non rinunciano mai, ndr).

Arretra anche la famiglia Piero Ferrari, che scende dal sesto al nono posto. Il valore delle partecipazioni passa da 7,84 a 6,73 miliardi, -14,2%, con una perdita di oltre 1,1 miliardi. Scivolano più indietro anche gli eredi di Giorgio Armani: la ricchezza azionaria censita cala da 2,97 a circa 2 miliardi, -32,7%, e la famiglia del fondatore della maison arretra dal 14° al 26° posto.

Tra i grandi vincitori dell’anno ci sono però anche due famiglie legate alla finanza e ai media. I Doris-Tombolato salgono da 4,69 a 7,23 miliardi, con un incremento del 54,3%, e conquistano l’ottavo posto. In valore assoluto significa oltre 2,5 miliardi aggiunti in dodici mesi. Entrano stabilmente nella top ten anche gli eredi Berlusconi. Il valore delle partecipazioni in Banca Mediolanum, Mfe e Mondadori passa da 4,44 a 6,42 miliardi, con un incremento del 44,6%. La famiglia sale dall’undicesimo al decimo posto.

Secondo Milano Finanza basta però allargare lo sguardo alle prime 50 posizioni per trovare movimenti che raccontano quanto sia stata selettiva la borsa nell’ultimo anno. Tra le ascese più vistose c’è quella della famiglia Maramotti, azionista di Credem, che guadagna sei posizioni e sale al 22° posto: il valore della partecipazione passa da 1,35 a 2,15 miliardi, con un incremento del 60%. Ancora meglio fa la famiglia di Ermenegildo Zegna, che avanza dal 29° al 24° posto grazie a una ricchezza azionaria cresciuta del 75%, da 1,19 a 2,08 miliardi.

A beneficiare della corsa dei titoli industriali sono anche le famiglie legate a Danieli. Camilla e Matilde Benedetti e i Danieli Mareschi salgono rispettivamente al 31° e al 32° posto: per entrambi i rami il patrimonio azionario arriva a 1,52 miliardi, il 66% in più rispetto ai 911 milioni di un anno prima.

Ma uno degli scatti più sorprendenti arriva ancora una volta dalla finanza. La famiglia Gavazzi-Lado, azionista del Banco di Desio e della Brianza, vede più che raddoppiata la ricchezza, che passa da 666 milioni a 1,47 miliardi (+121%), e guadagna sette posizioni fino alla 33ª. Davide Leone, con la partecipazione in Banco Bpm, sale invece a 1,29 miliardi, +30%.Fa rumore anche la risalita della famiglia Ferragamo: dal 50° al 44° posto, con la partecipazione nella maison che passa da 450 a 925 milioni e mette a segno un +106%. La famiglia Storchi invece, grazie a Comer Industries e Vimi Fasteners, guadagna il 45% e sale a 827 milioni, mentre Massimo Perotti di Sanlorenzo cresce del 34% a 774 milioni. Appena dentro la top 50, infine, la famiglia D’Amico porta a 698 milioni il valore delle quote in D’Amico e Tamburi Investment Partners, quasi il 60% in più rispetto a un anno fa.

Ad essersi arricchite in Borsa nel 2026 sono state anche le aziende partecipate dallo Stato. Se nel 2025 il valore delle partecipazioni pubbliche censite da Milano Finanza aveva raggiunto 81,5 miliardi, dodici mesi dopo il totale sfonda la tripla cifra e arriva a 111,1 miliardi. L’incremento in termini assoluti è di oltre 29,5 miliardi, pari al 36,2%.

Il ministero dell’Economia, dispone direttamente di partecipazioni per 55,5 miliardi, mentre Cassa Depositi e Prestiti arriva a 54,7 miliardi. Nel portafoglio diretto del Mef il peso maggiore è quello di Enel, con una quota valutata oltre 24 miliardi, seguita da Poste Italiane con 10,42 miliardi e Leonardo con 10,14 miliardi. STMicroelectronics vale oltre 6 miliardi.

Cassa Depositi e Prestiti ha invece in Eni la gallina dalle uova d’oro: la propria quota vale quasi 21,8 miliardi, seguita da Poste Italiane con 12,46 miliardi, Snam con 6,15 miliardi e Terna con 6,05 miliardi. Italgas supera 2,67 miliardi, Fincantieri vale quasi 3 miliardi e Saipem oltre 1,1 miliardi.

Infine ci sono i grandi fondi di investimento stranieri che hanno ormai quasi 100 miliardi di Piazza Affari nel proprio portafoglio. Alla chiusura del 7 agosto, le partecipazioni riconducibili ai principali investitori istituzionali esteri censiti da Milano Finanza valgono complessivamente 97,7 miliardi di euro.

A dominare la graduatoria è il fondo BlackRock. Il gigante americano guidato da Larry Fink detiene partecipazioni per 37,88 miliardi, oltre un terzo dell’intero patrimonio censito. Il suo portafoglio abbraccia tutti i settori strategici di Piazza Affari: dalle banche, con Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper, Mps e Fineco Bank, all’energia con Eni, Enel, Snam e Italgas, passando per Ferrari, Stellantis, Telecom Italia, Prysmian e Moncler. Se fosse inserita nella classifica dei Paperoni privati, BlackRock sarebbe seconda, dietro soltanto ai 44,5 miliardi degli eredi Del Vecchio e davanti ai 15,2 miliardi della famiglia Rocca. E metterebbe nel mirino lo Stato italiano (111 miliardi).

Alle spalle del colosso americano c’è Norges Bank, il braccio operativo del gigantesco fondo sovrano norvegese, con partecipazioni per 15,45 miliardi distribuite su 81 società italiane.

Al terzo posto c’è Capital Research and Management con 9,34 miliardi investiti tra Carel Industries, Interpump, Lottomatica, Moncler, Prysmian, Reply e Unicredit.

Ma la mappa del capitale straniero non è fatta soltanto di asset manager. Cvc Capital Partners vale 5,21 miliardi grazie alla partecipazione in Recordati, mentre Credit Agricole arriva a 5,18 miliardi con la quota di maggioranza relativa in Banco Bpm. Oak Holdings-Vodafone ha 2,27 miliardi in Inwit. JP Morgan Asset Management supera i 2 miliardi con quote in Azimut, Bff Bank, Bper e altri titoli, mentre Lazard è appena dietro, sempre sopra quota 2 miliardi.

Teradyne possiede quasi 2 miliardi di Technoprobe, la società che ha fatto esplodere anche la ricchezza dei Crippa. Fmr vale 1,70 miliardi attraverso Lottomatica, Marr, Prysmian e Sesa; Morgan Stanley 1,69 miliardi con Moncler e Telecom Italia; Vanguard 1,56 miliardi con Prysmian. Goldman Sachs conta 1,52 miliardi in Banco Bpm, mentre Sinochem conserva 1,43 miliardi in Pirelli e Ardian quasi 1,4 miliardi in Inwit.

Prysmian poi compare nei portafogli di BlackRock, Capital Research, Lazard, Fmr, Vanguard, AllianceBernstein, T. Rowe Price, Amundi, State Street e Baillie Gifford. Più in basso ci sono anche altri investitori industriali e sovrani o gruppi esteri: Advantest ha 991 milioni in Technoprobe, Suez 883 milioni in Acea, Temasek 432 milioni in Moncler e la cinese Shandong Sasac circa 400 milioni in Ferretti.

Questa vera e propria mappa del capitalismo e della ricchezza in Italia va conosciuta e studiata bene, non per invidiarla ma per abbatterla, soprattutto se si mette a confronto la natura e il volume di queste ricchezze e la situazione economico-sociale del paese.

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17/08/2026

Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica.

Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino.

Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

Lo scoop del data-leak: quando l’élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo.

Ebbene, questo tempio dell’inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable (una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker Maia Arson Crimew. Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.

Divenuta famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.

Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che avrebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”.

A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione.

Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice, no?

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore.

Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista...

“Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.

“Battlefield Technologies” (Tecnologie da campo di battaglia): Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.

“Bring Back Nuclear” (Tornare al nucleare): Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.

“It’s Fun to Be in Charge” (È divertente essere al comando): Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.

“Build-a-Cult” (Costruire un culto): Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come Pray.com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale. Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico.

Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della “sinistra liberal”, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes; l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare?) il genero di Trump, Jared Kushner.

Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington.

Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford, consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull’Intelligenza Artificiale.

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica.

I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie.

Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra.

La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

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17/07/2026

Tre proposte per una riforma fiscale che rispetti la Costituzione più che coccolare i miliardari

di Alessandro Volpi 

I miliardari in Italia sono 91 e possiedono un patrimonio di 484 miliardi di dollari; erano 51 nel 2021 e il loro patrimonio era di 204 miliardi. Di questi 91, 29 hanno residenza fiscale all’estero, ma il dato impressionante è che questi 29 detengono il 58% della ricchezza globale dei miliardari italiani. Le sedi preferite sono Svizzera, Lussemburgo e Principato di Monaco.

Colpiscono poi due ulteriori fattori: circa il 64% dei 91 miliardari ha ereditato la propria ricchezza e la composizione dei patrimoni è fatta per il 7% da asset immobiliari e per 93% da altri asset, di cui quelli tangibili (le aziende) sono il 52% e il 48% quelli finanziari. Nel 2021 gli asset immobiliari coprivano il 14% e degli altri asset quelli tangibili erano il 76%.

Per chiudere: i primi 10 miliardari possiedono una ricchezza pari a quella di 18 milioni di italiani che rappresentano il 30% più povero della popolazione. Non mi sembra che il modello economico che ha prodotto questi dati possa definirsi democratico solo perché esistono le elezioni “libere”.

Nel 2025 il totale delle entrate tributarie è stato di 662 miliardi di euro, di cui l’Irpef ha coperto 227 miliardi, con un incremento di quasi 10 miliardi rispetto al 2024. Di questi 227 miliardi, quasi il 90% deriva da lavoratori dipendenti e pensionati. Sempre nel campo delle imposte dirette, le cosiddette imposte “sostitutive”, sui guadagni finanziari, sugli affitti etc., hanno generato 21 miliardi, mentre l’Ires, l’imposta sui profitti, è stata pari a 60 miliardi. Il quadro è completato dalle imposte locali per un gettito di circa 17 miliardi. Ci sono poi le imposte indirette, quelle che colpiscono i consumi e non sono legate al reddito, che sono state di 270 miliardi di euro, con l’Iva e le accise che hanno incassato 230 miliardi di euro.

È evidente che una composizione delle entrate tributarie di questa natura non sia sostenibile perché ha una base imponibile troppo squilibrata e perché il gettito delle imposte sui profitti è davvero troppo basso, così come è ridottissimo quello delle imposte sostitutive i cui contribuenti, peraltro, beneficiano della possibilità di scegliere il regime fiscale a cui sottoporsi.

È altrettanto chiaro che un sistema del genere sia per il peso delle imposte indirette sia per i troppi regimi di flat tax – quello delle sostitutive – non sia coerente con i principi costituzionali della progressività previsti dall’articolo 53 della Costituzione. Dunque la riforma fiscale è davvero indispensabile a beneficio della stragrande maggioranza della popolazione italiana e andrebbe rivendicata con forza in termini politici.

Provo quindi a elaborare una proposta articolata in tre punti a mio modo di vedere complementari e non alternativi tra loro.

Primo: occorre riportare sotto il regime Irpef le imposte sostitutive per consentire l’effetto cumulo dei redditi e quindi ripristinare il principio di progressività. Con l’attuale sistema, i guadagni delle plusvalenze finanziarie non si sommano al reddito e dunque beneficiano i redditi più alti, così come le cedolari secche sugli affitti. In merito al regime Irpef, sarebbe opportuno aumentare gli scaglioni più alti concependo altre due aliquote del 50% per i redditi superiori ai 75mila euro e del 55% sopra i 100mila euro.

Secondo: occorre alzare le aliquote Ires, per le banche, le società energetiche e quelle della difesa, in modo da avere un tax rate effettivo del 35%. Infine, è necessaria un’imposta patrimoniale con aliquota dell’1% sui patrimoni che superano i due milioni di euro per la parte eccedente questa quota, con aliquote fino al 3,5% per la parte eccedente i 20 milioni di euro. In sintesi, si tratterebbe di una platea di meno di 500mila contribuenti su un totale di 42 milioni: quei 500mila contribuenti hanno un patrimonio imponibile di oltre 3.600 miliardi di euro. Si tratta, in pratica, dell’unico modo per tassare gli aumenti di patrimonio finanziario. Con le maggiori entrate garantite da queste misure, sarebbe possibile azzerare l’Iva sui prodotti di prima necessità e ridurre l’aliquota ordinaria. Il tema fiscale è davvero un nodo politico centrale nella costruzione di una “Sinistra popolare”.

Vorrei soffermarmi sulla questione dell’Irpef. Gli ultimi interventi sul tema, comprese le riduzioni per determinate fasce di reddito, hanno generato il maggiore beneficio per i redditi superiori ai 50mila euro proprio perché hanno goduto della riduzione delle aliquote della loro parte di reddito fino a quella soglia e per il resto hanno continuato a godere di un’aliquota massima del 43%. Servirebbero aliquote marginali più alte con la crescita dei redditi superiori ad almeno 80mila euro.

Per essere chiari: chi ha un reddito lordo superiore agli 80mila euro potrebbe pagare un’aliquota del 45% sulla parte del reddito che eccede gli 80mila euro e chi ha un reddito superiore ai 100mila euro potrebbe pagare, sulla parte eccedente il 47%. Questo contribuirebbe a restituire progressività al sistema fiscale secondo quanto previsto dall’articolo 53, con la possibilità di ridurre l’Iva sui servizi essenziali.

Ma il tema dell’Irpef ha un risvolto ancora più paradossale. Dal Governo Berlusconi IV, poi dal Governo Renzi, dal Governo Conte-Salvini e dal Governo Meloni sono stati introdotti i cosiddetti regimi sostitutivi per cui alcune tipologie di contribuenti hanno potuto scegliere il regime fiscale a cui sottostare. Stiamo parlando della flat tax sugli affitti, del regime forfettario per le partite Iva, l’imposta sostitutiva sulle plusvalenze finanziarie.

Ciò configura una triplice anomalia. In primo luogo in Italia esistono contribuenti che possono scegliersi il regime fiscale e altri no; in particolare non possono scegliere quanto pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati che ricevono il prelievo all’origine senza alcuna possibilità di scelta. Inoltre, le aliquote forfettarie a parità di entrata sono assai diverse se si paga la flat tax, che non si cumula al reddito, o se si paga l’Irpef: nel primo caso sono decisamente più basse.

Infine, chi sceglie il regime sostitutivo non paga le addizionali Irpef, né quella comunale né quella regionale che sono pagate invece per intero da chi paga l’Irpef. Allora, se esaminiamo l’Irpef, è evidente che l’imposta è pagata, come emerge dai numeri, per il 95% da lavoratori dipendenti e pensionati che non possono ricorrere a regimi sostitutivi ed è altrettanto chiaro che i regimi sostitutivi tolgono all’Irpef e quindi alla comunità 10-12 miliardi di euro l’anno.

In tale ottica, come accennato, l’imposta patrimoniale è decisamente indispensabile se si intende restituire giustizia sociale perché è pressoché l’unico modo che permette di avere un gettito fiscale dall’arricchimento finanziario. Provo a spiegarmi meglio.

Un plurimilionario possiede un importante pacchetto di azioni e di strumenti finanziari che compongono una fetta importante del suo patrimonio. Si tratta di titoli di banche, società energetiche, società di armi, o prodotti finanziari ad esse legati, che nel giro di un anno hanno conosciuto una crescita media del 50%. Dunque, il suo patrimonio si è accresciuto del 50%, ma questo incremento, se il plurimilionario non vende i titoli, paga qualche imposta aggiuntiva, a parte l’impercettibile imposta di bollo?

La risposta è assolutamente no. I contrari alla patrimoniale obiettano: ma in realtà l’incremento di valore non arreca benefici di per sé, quindi perché tassarlo? La risposta è altrettanto semplice: non è vero che quel plurimilionario non ha benefici perché può utilizzare il maggior valore per ottenere un prestito bancario a condizioni molto meno onerose se mette in garanzia titoli che valgono di più o può rinegoziare a condizioni favorevoli i prestiti che già ha, liberando risorse senza alcun aggravio fiscale.

In sintesi, può operare senza vendere e senza pagare tassazione. Del resto, così fanno le scalate le banche che propongono lo scambio di azioni e così sta cercando di fare Leonardo Maria Del Vecchio per comprare quote di Delfin con i soldi delle banche mettendo in garanzia azioni proprio di Delfin. Aggiungerei un dato. Gli avversari della patrimoniale sostengono che si tratti di una doppia tassazione perché colpisce prima il reddito e poi il patrimonio, tassando due volte la stessa cosa. Ora è evidente che nel caso di un’imposizione sull’aumento di valore finanziario una tale doppia imposizione non esiste affatto.

Rimango sulla questione della patrimoniale per rispondere al tema della sua difficile applicazione. L’introduzione di un’imposta patrimoniale dell’1% sui patrimoni superiori ai due milioni di euro rappresenta una sfida che richiede anche una metodologia tecnica capace di coniugare rigore analitico e snellezza operativa.

Per risultare efficace, questa misura dovrebbe configurarsi non come un prelievo sul possesso indiscriminato, ma come un’imposta sulla ricchezza netta globale, calcolata esclusivamente sulla parte di valore che eccede la franchigia stabilita. Il pilastro fondamentale di una simile metodologia risiede nell’automatizzazione dei processi di valutazione, eliminando la necessità di perizie soggettive che rallenterebbero la riscossione e alimenterebbero infiniti contenziosi legali. Per i beni immobili, il sistema più snello consiste nell’utilizzare le rendite catastali opportunamente rivalutate attraverso coefficienti aggiornati, un dato oggettivo già presente nei database dello Stato.

Per quanto riguarda le attività finanziarie, la base imponibile verrebbe determinata attraverso la fotografia delle consistenze al 31 dicembre, integrando i dati che gli istituti di credito trasmettono regolarmente all’Anagrafe dei rapporti finanziari. Anche il nodo complesso della valutazione delle aziende non quotate potrebbe essere sciolto adottando il criterio del patrimonio netto contabile risultante dall’ultimo bilancio depositato, garantendo così un riferimento certo e verificabile.

Una scelta metodologica cruciale per mantenere il sistema semplice sarebbe l’esclusione dei beni mobili non registrati, come opere d’arte o gioielli: sebbene costituiscano quote rilevanti di ricchezza, la loro catalogazione e stima risulterebbero talmente onerose da rendere il costo amministrativo dell’imposta superiore al beneficio economico. La gestione pratica del tributo dovrebbe quindi seguire il modello della dichiarazione precompilata, in cui l’amministrazione finanziaria incrocia le proprietà immobiliari, i conti titoli e le partecipazioni societarie per presentare al contribuente un calcolo già definito, riducendo l’onere burocratico per i cittadini.

Per garantire l’equità ed evitare crisi di liquidità per quei soggetti che possiedono grandi asset ma scarsi flussi monetari, la metodologia dovrebbe infine prevedere clausole di salvaguardia, come la possibilità di rateizzare il versamento o di differirlo parzialmente al momento della vendita dei beni. Un impianto così strutturato, basato sulla trasparenza dei flussi informativi internazionali e sulla digitalizzazione dei dati esistenti, permetterebbe di colpire con precisione la grande ricchezza minimizzando l’elusione e assicurando allo Stato un gettito stabile e prevedibile.

Un’ultima nota. Il possessore di un patrimonio di 2,5 milioni di euro pagherebbe, per effetto della patrimoniale, circa seimila euro annui aggiuntivi. Se quello stesso milionario dovesse recarsi in un Pronto soccorso pubblico, in codice rosso, riceverebbe servizi per circa 20mila euro. Mi sembra evidente che lo sforzo sostenuto con la patrimoniale è decisamente inferiore al costo per la collettività del suo accesso al pronto soccorsi. Forse se i super ricchi se ne vanno (e non lo fanno) a perderci sono soprattutto loro.

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27/06/2026

Il “clan dei decisori” alla corte di Peter Thiel

Venti anni fa, il miliardario della tecnologia Peter Thiel e un suo socio fondarono Dialog, una rete su invito riservata a élite del mondo degli affari, del mondo accademico e della politica. Dialog era così segreta da non avere mai aperto un sito web pubblico, e i suoi partecipanti non venivano mai identificati all’esterno.
Fino ad ora.

Dati relativi a Dialog, che Thiel ha creato con l’investitore della Silicon Valley Auren Hoffman, sono stati esposti online, aprendo una finestra su questa organizzazione influente ma discreta.

I dati, forniti a Straight Arrow da un ricercatore di sicurezza, rivelano i nomi dei membri attuali e passati, i loro indirizzi email personali e numeri di telefono, nonché dettagli in precedenza privati sulle discussioni riservate dell’organizzazione, incluso un evento in programma per agosto a Dublino, in Irlanda.

Dialog è stato spesso paragonato dai media al Gruppo Bilderberg, un forum privato istituito nel 1954 per favorire conversazioni tra i leader europei e nordamericani. Anch’esso è avvolto nel segreto.

Non è chiaro dai dati trapelati se Dialog si impegni in attività politica, sebbene l’organizzazione abbia acquistato un terreno fuori Washington lo scorso anno per un campus permanente.

Thiel – co-fondatore di PayPal e della società di data mining Palantir Technologies – è un prominente sostenitore del vicepresidente JD Vance, ha dichiarato di aver votato per il presidente Donald Trump e di aver donato denaro per la costruzione della sala da ballo della Casa Bianca di Trump. Secondo i dati federali, Thiel ha donato più di 1,7 milioni di dollari a candidati e partiti politici nel 2024.

Thiel si identifica come “libertario” e una volta disse: “Non credo più che libertà e democrazia siano compatibili”.

Un portavoce di Thiel non ha risposto martedì a un’email di Straight Arrow che cercava un commento.

Profili dei Partecipanti a Dialog

I dati trapelati da Dialog mostrano che il suo sito web – in precedenza disponibile solo a membri e ospiti – conteneva un codice che rivelava 113 nomi di persone di spicco legate al gruppo, secondo un ricercatore di sicurezza svizzero, Maia Arson Crimew, noto soprattutto per aver scoperto una copia esposta della lista dei divieti di volo del governo statunitense nel 2023.

I nomi legati a Dialog includono il Segretario al Tesoro Scott Bessent; Sarah Bond, ex presidente di Xbox presso Microsoft; il senatore Ted Cruz, (Repubblicano, Texas); l’attore di Hollywood Joseph Gordon-Levitt; il conduttore di podcast e autore Sam Harris; e l’imprenditore tecnologico e appassionato di longevità Bryan Johnson.

L’elenco non indica se queste persone siano membri, partecipanti a conferenze o ospiti di Dialog. Altri dati esposti, tuttavia, forniscono maggiori dettagli su coloro che sono associati all’organizzazione.

I “Profili dei Partecipanti a Dialog” elencano i dettagli forniti dalle persone che dovrebbero partecipare all’evento di agosto: nomi, datori di lavoro, sedi, indirizzi email, indirizzi email degli assistenti, date di nascita, numeri di cellulare, contatti di emergenza, restrizioni dietetiche, biografie, previsioni per il 2031, “curiosità”, talenti e interessi, consigli di libri – e persino se stanno “cercando l’amore” a Dialog.

Ai partecipanti viene anche chiesto di fornire la loro “inclinazione politica” e vengono date le scelte “Estrema Sinistra”, “Sinistra”, “Destra” ed “Estrema Destra”. Una nota informativa accanto all’opzione afferma che “le risposte NON saranno condivise nell’app o con altri partecipanti – mai”.

Un profilo compilato dall’attore di Hollywood Josh Brolin include gran parte delle informazioni richieste dal modulo. Straight Arrow ha chiamato il numero di telefono indicato per Brolin, che nei dati risulta essere un “Dialogante per la Prima Volta”. La chiamata è andata alla segreteria telefonica con quella che sembrava essere la voce di Brolin. Egli non ha risposto al messaggio.

Altri profili includono quelli di Shmuel Abramzon, Capo Economista presso il Ministero delle Finanze di Israele; Scott Cook, co-fondatore della società di software finanziario Intuit; e “Membro Attivo” Lisa Gevelber, vicepresidente globale di Google.

‘È Divertente Essere al Comando’

L’incontro di Dialog a Dublino prevederà sessioni su argomenti importanti e, forse, meno seri.

Una sessione è intitolata “Riportare il Nucleare”. Un’altra si concentrerà su “Disinformazione e Deepfake”. I partecipanti ascolteranno “Punti di Vista Contrarian sull’IA”, “Tre Previsioni per l’Iran” e “Democrazia sotto Sorveglianza”.

Una sessione è intitolata “Costruisci un Culto (Tribuna Libera)”, mentre un’altra dichiara: “È Divertente Essere al Comando”.

Le attività opzionali includono visite private a una distilleria, alla Cattedrale di San Patrizio e alla Guinness Storehouse. Non è chiaro se la fuga di dati cambierà i piani per l’evento.

In ogni caso, Crimew, il ricercatore di sicurezza, ha detto a Straight Arrow che è sorprendente che le informazioni di questa organizzazione segreta su alcune delle persone più potenti del mondo siano diventate pubbliche.

“È semplicemente incredibile per me come questo dimostri ancora una volta che le persone che governano il mondo sono così fiduciose nella loro sicurezza che non si preoccupano davvero di alcuna adeguata sicurezza operativa”, ha detto, “nemmeno per le loro convention segrete ‘off the record’ dove fanno tutti rete e discutono del nostro futuro collettivo”.

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26/06/2026

Italia - Le disuguaglianze sulla ricchezza giustificano una tassa patrimoniale

Sull’ultimo numero della rivista Sbilanciamoci, Pier Giorgio Ardeni analizza la distribuzione inuguale della ricchezza in Italia ma soprattutto la natura di queste disuguaglianze e le caratteristiche di ricchezze spesso ottenute per via ereditaria e non certo per “laboriosità”, smentendo così la demagogia da quattro soldi espressa dalla Meloni al congresso della Confcommercio.

Riproduciamo qui di seguito l’articolo.

*****

L’Italia disuguale e le tasse

di Pier Giorgio Ardeni 

In questi giorni si è tornato a parlare di ricchezza e della sua distribuzione. Come si origina la ricchezza? Come si accumulano i patrimoni? E non è forse vero che – per come si accumula e distribuisce – non è adeguatamente tassata?

Qualche giorno fa la Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati sulla distribuzione della ricchezza in Italia, evidenziando un quadro ormai noto e in peggioramento: «la distribuzione della ricchezza si conferma concentrata: il 10 per cento più ricco delle famiglie detiene il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie solo il 7,2 per cento. La disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (misurata dall’indice di Gini) è lievemente aumentata rispetto al 2024 (da 71,5 a 72,2)» – e l’1% più ricco possiede il 24%.

Nel 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ha raggiunto i 12.326 miliardi di euro – l’equivalente di circa 8,5 volte il Pil del Paese – di cui gli immobili rappresentano circa la metà. La ricchezza finanziaria (non immobiliare) complessiva degli italiani, quindi, supera oggi i 6.000 miliardi di euro.

Questo capitale è dato dal risparmio che viene allocato secondo tre modalità:
- conti correnti bancari o postali (circa un terzo);
- azioni, fondi e gestioni patrimoniali;
- titoli di Stato e obbligazioni.
Sui conti correnti, nonostante gli importi elevati, la distribuzione è disomogenea: circa 4 italiani su 5 possiedono meno di 12.500 euro sul proprio conto, mentre solo una piccola percentuale supera i 250mila euro.

La ricchezza del 10% più benestante delle famiglie è in forma soprattutto finanziaria, poi ci sono gli immobili di pregio, seconde e terze case. Gli individui con una ricchezza netta superiore a 1 milione di euro sono 470mila e quelli con più di 2 milioni tra i 180.000 e i 200.000. Se guardiamo invece alle famiglie, secondo i dati di Bankitalia, il top 5% delle famiglie italiane (circa 1,2 milioni di nuclei) dispone di una ricchezza netta ampiamente superiore alla soglia dei 2 milioni di euro, attestandosi su una media di circa 3,5 milioni.

La classe media – ovvero il 40% sotto il 10% più ricco – detiene circa il 33% della ricchezza totale (3.600 miliardi), per il 70% sotto forma immobiliare: la ricchezza della classe media è infatti quasi interamente concentrata nella casa di proprietà. La parte finanziaria è per lo più in forma di liquidità o titoli di Stato. Il 50% inferiore della distribuzione, ovvero la fascia più povera, possiede invece una ricchezza immobiliare ridotta (molti componenti di questa fascia vivono in affitto) e chi possiede una casa ha spesso un patrimonio immobiliare di modesto valore commerciale e gravato da un mutuo significativo.

In sintesi, dall’analisi di Bankitalia emerge una media generale di 453.000 euro per famiglia: il 10% più ricco ha un patrimonio medio di € 2.745.180; la fascia media (40%) di € 364.665 e la fascia più povera (50%) di € 65.232 per famiglia.

L’origine della ricchezza

Da dove viene la ricchezza posseduta dalle famiglie? Per l’1% più ricco, tra il 60 e il 64% della ricchezza è ereditata, una quota enorme. Per il 10% più ricco, invece, circa il 45-50% della ricchezza è ereditata. Questi beneficiano di lasciti strutturati (es. seconde e terze case, portafogli azionari corposi) che consolidano la loro posizione di vantaggio economico. Per la fascia media di proprietari (il 40% più ricco, ad esclusione del 10% al top), circa il 30-35% della ricchezza è ereditata, dove la componente ricevuta in eredità è legata quasi unicamente alla casa di famiglia (spesso divisa tra più fratelli) o a piccoli risparmi liquidi. Il 50% più povero non ha quasi nessun patrimonio e riceve eredità nulle o insignificanti, quando non addirittura debiti, basando la propria minima ricchezza solo sul lavoro quotidiano.

Gli immobili

Sebbene l’Italia sia storicamente un Paese di piccoli proprietari (circa l’80% delle famiglie vive in una casa di proprietà), la distribuzione del valore è fortemente sbilanciata: il 5% dei proprietari immobiliari più ricchi detiene da solo un quarto dell’intero valore monetario del patrimonio residenziale italiano. Al contrario, il 50% dei proprietari più poveri possiede complessivamente solo il 18,7% del valore immobiliare totale, concentrato in case di modesto valore in periferie o piccoli comuni. Inoltre, una quota rilevante dei “grandissimi” patrimoni immobiliari (complessi di decine o centinaia di appartamenti) non risulta intestata direttamente a singoli individui, bensì a persone giuridiche (società immobiliari di gestione, fondi o holding familiari). Questa strategia viene adottata per ottimizzare la tassazione sui redditi da locazione ed efficientare la futura tassa di successione.

In Italia, le persone fisiche che possiedono più di due abitazioni sono circa 1,2 milioni, poco meno del 5% dei circa 26 milioni di cittadini che hanno almeno un immobile residenziale intestato.

Come si accumula un patrimonio?

Chi possiede ricchezza, dunque, la riceve in eredità o l’accumula. Ma come si accumula un patrimonio?

Ai tassi di rendimento attuali, sfruttando un rendimento medio annuo realistico del 7% (tipico di un portafoglio in titoli diversificato globale), con € 500 euro al mese ci vorrebbero 33 anni per accumulare un milione, con € 1.000 al mese circa 25 anni, con € 2.500 al mese circa 16 anni.

Ma chi può risparmiare mille euro al mese? Tra l’altro, se è vero che anche i redditi da capitale sono tassati, lo sono solo al momento della liquidazione, con un’aliquota sulle plusvalenze che è pari ad un 26% fisso (e non vanno a cumularsi agli altri redditi). Una tassazione di favore che premia chi ha redditi alti e può permettersi di investirne una parte. Non solo quindi la ricchezza patrimoniale è sbilanciata, come sottolinea la Banca d’Italia, ma la sua accumulazione favorisce chi ha redditi alti e viene tassato in misura proporzionalmente minore.

Perché ha senso tassare i patrimoni?

In queste ultime settimane si è tornati a parlare di “patrimoniale”, la famigerata tassa sui patrimoni, tanto aborrita perché «colpirebbe il ceto medio» e perché “ingiusta”, si dice, in quanto andrebbe a colpire redditi già tassati e poi accumulati, perché una tassa sugli immobili esiste già (l’Imu). Ora c’è una proposta di legge per tassare i grandi patrimoni, quelli sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) – denominata “1% equo” – che va ad aggiungersi ad una proposta di Oxfam per tassare i patrimoni sopra i 5,4 milioni, oltre alla nota “proposta Zucman”.

Partiamo dall’Imu. L’aliquota ordinaria a livello nazionale è fissata allo 0,86% del valore catastale, ma i singoli Comuni italiani hanno la facoltà di modificarla, aumentandola fino al 1,14% o azzerandola del tutto. I contribuenti totali che versano l’IMU in Italia sono circa 25,8 milioni.

Considerando la composizione del patrimonio immobiliare tassato, l’imposta viene applicata su circa 19,7 milioni di abitazioni complessive, ovvero seconde case e altri immobili ad uso abitativo e abitazioni principali di lusso (circa 72.000 unità). Le restanti oltre 20 milioni di abitazioni, considerate “principali”, ovvero di residenza, sono per legge interamente esenti.

In Italia, le abitazioni che raggiungono una rendita catastale tale da superare i 2 milioni di valore catastale sono circa 15-20mila unità (meno dello 0,05% dell’intero stock residenziale di 35,6 milioni di case). Pertanto, dei più di 19,6 milioni di seconde case già soggette ad imposta IMU, pochissime potrebbero avere un valore catastale sopra ai 2 milioni.

Il valore commerciale delle case in Italia è mediamente 3,4 volte superiore a quello catastale, il che significa che le case con un valore di mercato superiore ai 2 milioni di euro sono diverse decine di migliaia e non 15-20mila.

Tassare il patrimonio immobiliare sopra una certa cifra, quindi, non colpirebbe il ceto medio, che non arriva a quei valori e compenserebbe una fallacia dell’attuale sistema fiscale che consente una tassazione separata – e favorevole – per i redditi da capitale, che sono all’origine dell’accumulazione di ricchezza. Sarebbe solo una misura nel segno dell’equità.

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08/06/2026

Italia - La ricchezza finanziaria vola, mentre si ferma quella reale

Secondo la trentesima edizione del “World Wealth Report 2026”, pubblicato dal Capgemini Research Institute, anche nel 2025 il numero di milionari a livello globale, così come la loro ricchezza, sono aumentati, toccando nuovi record. I principali fattori dell’ennesima crescita dei “Paperoni” sono stati i valori sostenuti dei titoli sui mercati azionari e il calo complessivo dell’inflazione.

La Capgemini ricostruisce il profilo al centro di questa ricerca come coloro che possiedono più di un milione di dollari in attività investibili (escludendo quindi la residenza principale, gli oggetti da collezione, i beni di consumo e i beni durevoli). La consistenza di questa categoria di super-ricchi è incrementata del 7,9% lo scorso anno, raggiungendo i 25,3 milioni di individui.

Parallelamente, la loro ricchezza totale è aumentata dell’8,7% su base annua, toccando la cifra record di 98.300 miliardi di dollari e segnando così il maggiore incremento su base annuale registrato dal 2018. Ma questo ammontare non è distribuito ugualmente nemmeno tra i “ricconi”: l’1% più ricco della popolazione dei milionari detiene il 34,8% del patrimonio totale della categoria.

La spinta maggiore all’aumento dei milionari, in termini percentuali, l’ha data l’area dell’Asia-Pacifico (+9,4%), in particolare in relazione all’espansione del mercato dei semiconduttori. Ma in termini numerici assoluti, sono stati gli Stati Uniti a registrare il primato dei nuovi ingressi in questa “élite”: l’incremento del 9,2% è pari a 736 mila nuovi milionari.

Il Medio Oriente è l’unica regione che ha registrato una contrazione della popolazione di milionari (-1,4%), a causa della situazione di instabilità. In Europa, invece, il loro numero torna a crescere. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto censisce un totale di 358.410 milionari, per un patrimonio complessivo stimato in 734,4 miliardi di dollari.

La maggior parte è costituita da coloro che Capgemini definisce “Millionaires Next Door” (soggetti con patrimoni compresi tra 1 e 5 milioni di dollari): oltre 342 mila individui con una ricchezza complessiva di circa 576 miliardi di dollari. Chi ha patrimoni che superano i 30 milioni di dollari sono circa 470 milionari, che insieme possiedono quasi 29 miliardi di dollari.

Una volta fatta questa panoramica dei “Paperoni”, bisogna però evidenziare anche l’origine del boom, sia dei numeri sia delle ricchezze. Essa va trovata, come accennato all’inizio dell’articolo, nell’andamento dei mercati azionari, sostenuti dalla fiducia nella crescita delle attività legate all’intelligenza artificiale (motore per la creazione di nuova ricchezza in cinque delle sei macro-regioni geografiche analizzate).

Nonostante la guerra commerciale sempre più spinta dell’amministrazione Trump, nel 2025 gli indici di Wall Street hanno segnato rialzi compresi tra il 13% e il 20%, risultati sostenuti anche dal taglio dei tassi di interesse che ha reso meno costoso accedere a prestiti per investimenti. In Europa, hanno agito motivazioni simili, con l’aggiunta dell’aumento delle spese in difesa.

Ma in sostanza, quello che emerge è che questa grande ricchezza apparsa nell’ultimo anno è parte di quella enorme bolla finanziaria che si sta accumulando nei mercati azionari, legata innanzitutto proprio alle Big Tech e all’intelligenza artificiale. Una ricchezza fittizia che non fa il paio con l’arrancare delle economie reali dei paesi occidentali, e che quindi non fa che ampliare le contraddizioni di sistema.

Il pericolo è proprio questo: che la bolla esploda, e che questa ricchezza fittizia svanisca, trascinando con sé, però, tanti salari e risparmi di semplici lavoratori e pensionati. Del resto, è questo l’iter che abbiamo vissuto più di una volta in un modello che vede sempre più milionari nonostante alle classi popolari si chiedano in continuazione sacrifici.

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05/06/2026

Italia, un paradiso per milionari!

di Emiliano Brancaccio

Ingiustizia fiscale: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo i ricchi. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.

Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.

Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.

In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.

Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento.

Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui. La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.

La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale.

Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.

La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura.

Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.

L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.

La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.

E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.

Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato.

Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.

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22/04/2026

Usb: stipendi milionari ai manager, spiccioli ai lavoratori. Adesso basta!

Un esame degli stipendi ultra milionari dei vertici della società pubbliche come Eni, Terna ed Enel, rivela una realtà impietosa e vergognosa: l’AD di Terna per soli tre anni di lavoro pretende una buonuscita di 7,3 milioni di euro, avendo percepito in quei tre anni di lavoro uno stipendio pari a 3,8 milioni annui lordi. La pretesa di una buonuscita così ricca deriva dal non ritenere sufficiente la proposta di andare a presiedere un’altra società pubblica – l’Eni – con un incarico altrettanto remunerativo e prestigioso.

C’è poi il caso di Claudio Descalzi che a 71 anni, è stato confermato come Amministratore Delegato dell’Eni, e potrebbe ricevere un aumento della retribuzione del 73% arrivando a percepire fino a 15,4 milioni annui, (sempre lordi certo), mentre Flavio Cattaneo AD di Enel si ferma a soli 10,14 milioni lordi all’anno!! Se si continuasse a scavare ne verrebbero fuori tanti altri.

Si tratta delle stesse aziende che insieme alle banche, per cui sia la Meloni in Italia sia la Commissione Europea a livello continentale, hanno negato l’imposizione di tasse sugli extra profitti fatti in questi anni a causa del boom dei prezzi dell’energia o dell’aumento dei tassi di interessi bancari.

“Tutto questo avviene in nome del credo liberista di abolire qualsiasi laccio e lacciolo per chi produce ricchezza, privata naturalmente” – denuncia l’USB in un comunicato – “mentre niente arriva invece a chi la ricchezza la produce davvero, ossia quella classe lavoratrice largamente intesa che negli ultimi decenni nel nostro paese è andata ad aumentare il numero dei working poor, cioè di coloro i quali pur lavorando sono sempre più poveri”.

Di fronte a una nuova fiammata inflazionistica, in parte dovuta all’escalation del conflitto nel Medio Oriente ma molto alla speculazione sulle materie prime, “il governo italiano non ha ritenuto di mettere in campo alcuna misura volta a mitigare questa situazione, tranne la ridicola abolizione di circa 20 centesimi sulle accise dei combustibili” – sottolinea l’Usb – “mentre il padronato procede a chiusure e a licenziamenti di massa oltre a cercare di reggere la concorrenza firmando insieme a CGIL CISL e UIL contratti vergognosi che non recuperano alcunché della perdita salariale!”

E non è affatto vero che i soldi non ci sono, tutti sanno che ormai centinaia di miliardi sono stati spostati dalle spese sociali, sanità, pensioni, assistenza e stanno prendendo la strada delle spese militari con cui già ora si massacrano popolazioni inermi per gli interessi di un capitalismo giunto allo stadio predatorio.

USB chiama a due giornate di mobilitazione avendo da tempo lanciato una campagna al cui centro sta la richiesta di un salario mensile di 2000 euro netti, 12 euro di salario minimo orario, la reintroduzione di un meccanismo automatico di recupero salariale, l’azzeramento dell’IVA sui generi di prima necessità, il blocco degli sfratti per morosità incolpevole, la moratoria sui distacchi delle utenze elettriche.

Su questi obiettivi è stata convocata per il 23 maggio una manifestazione nazionale a Roma e che sarà preceduta il 29 aprile da un presidio a Montecitorio, alle ore 15 Piazza Capranica.

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20/03/2026

L’Italia accumula ricchezza, ma l’ascensore sociale è fuori servizio

La ricchezza in Italia è tanta, ma è una ricchezza che ha smesso di circolare da tempo, si concentra, e non viene redistribuita: diventa il tesoretto di una ristretta élite. A settembre 2025, il patrimonio netto degli italiani ha raggiunto l’astronomica cifra di 11 mila miliardi di euro.

Secondo la Banca d’Italia, questo è il valore da attribuire all’insieme di case, azioni, titoli di Stato e risparmi che, se divisa equamente, garantirebbe circa 200mila euro a testa (o, più o meno, 440mila a famiglia). “Una cifra – si legge su Il Sole 24 Oreleggermente più alta di quella del Regno Unito, ma un po’ più bassa di quella dei francesi e di un quinto inferiore di quella dei tedeschi”.

Ma le medie, si sa, vanno bene solo per la statistica, non per descrivere la realtà di un paese. Le fette della torta sono sempre più diseguali e l’ascensore sociale non solo si è fermato, ma sembra aver iniziato una lenta discesa. Dal 2011 a oggi, il patrimonio a valori correnti è cresciuto di ben 2.200 miliardi (+25%), ma solo una ristretta parte della collettività se ne è davvero avvantaggiata.

Il 10% delle famiglie più ricche detiene il 60% del patrimonio nazionale totale. Se guardiamo solo al top 5%, questa fetta minoritaria della popolazione controlla, da sola, metà della ricchezza complessiva (5.500 miliardi). È questo 5% che ha guadagnato i nove decimi dei 2.200 miliardi di aumento del patrimonio, negli ultimi 15 anni: ben 1.973 miliardi.

Il 50% più povero della popolazione deve accontentarsi di un misero 7,4% del patrimonio nazionale, ovvero un punto percentuale in meno rispetto a 15 anni fa. Il 20% più povero (il primo quintile) dispone dello 0,33% della ricchezza: 37 miliardi, che diventano briciole da poche migliaia di euro a testa.

Nel frattempo, i dati Istat sull’inflazione per il febbraio 2026 sono preoccupanti. L’aumento dei prezzi passa dal +1,0% di gennaio al +1,6% di febbraio, il carrello della spesa sale al 2,2%, e l’inflazione di fondo schizza al 2,4%. È la “conferma di come l’aumento dei prezzi sia purtroppo ormai strutturale, con servizi, trasporti e beni essenziali sempre più spesso inaccessibili”, scrive l’Unione Sindacale di Base.

Marzo e i danni provocati dall’aggressione statunitense e israeliana all’Iran peggioreranno ulteriormente i dati, con un sostanziale aumento dei costi per i carburanti e l’energia. Ciò non è, però, solo un danno economico, ma è un danno “politico” che inficia il modello adottato negli ultimi decenni.

La polarizzazione del paese è sempre più netta, per quanto la classe dominante si ostini a ignorare la questione. Le famiglie con patrimoni oscillanti tra i 200 e i 600 mila euro – una casa di proprietà, la macchina, un po’ di risparmi, magari qualche investimento in titoli di Stato – hanno visto il proprio peso specifico contrarsi.

Le “democrazie” occidentali si sono rette per decenni su una fetta importante di ceti medi a cui, tramite l’istruzione e la capacità di mettere da parte risparmi, era dato un orizzonte di miglioramento delle condizioni di vita. In maniera speculare, erano questi ceti medi che davano stabilità a un modello di sviluppo in cui una ristretta fascia padronale (industriale e finanziaria) poteva mantenere le redini politiche ed economiche del sistema.

Se la promessa di un futuro migliore si è infranta (non solo economicamente, ma addirittura promettendo di venir mandati al fronte in un futuro non troppo lontano), è l’intera architettura che vacilla. Con una profonda crisi egemonica, la classe padronale ha inoltre smesso di essere dirigente e si è definitivamente trasformata in classe dominante, che impone il proprio dominio.

Nella polarizzazione della società, si apre però la possibilità di promuovere un’alternativa sistemica. È in questi momenti di crisi che una rottura rivoluzionaria (con i suoi tempi e le sue forme specifiche) assume una funzione storica che può essere riconosciuta in maniera più ampia. Non si deve perdere l’occasione.

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17/02/2026

Starmer, per conto di chi è “premier”?

Il traballante Primo Ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato: “Dopo un accordo di pace sull’Ucraina, dovremo essere pronti a combattere la Russia”.

Starmer è spacciato. Ma le forze oscure che lo hanno portato al potere sono più forti che mai.

Le classi politiche e mediatiche che un tempo veneravano Mandelson e ora lo stanno abbandonando sono le stesse che hanno trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Circa 30 anni fa, la politica britannica è diventata, per sua natura, una scatola nera: un’arena in cui i potenti ricchi esercitano la loro influenza politica, ermeticamente isolata dalla vista degli elettori.

Solo ora, con la pubblicazione di una parte dei file Epstein, una fioca luce sta illuminando i suoi recessi, a indicare quanto completamente la classe dei miliardari abbia preso il controllo della vita politica in Gran Bretagna.

Il processo ebbe inizio negli anni Novanta, quando l’allora primo ministro Tony Blair reinventò il Partito Laburista, un tempo socialista e democratico, chiamandolo “New Labour”, accettando i presupposti neoliberisti del suo predecessore conservatore, Margaret Thatcher.

Blair abbandonò progressivamente il tradizionale sostegno ai sindacati e trasformò il partito laburista in un partito manageriale al servizio del capitale, promettendo di servire gli interessi delle più grandi aziende del mondo [questo processo è assolutamente contemporaneo dell’analoga trasformazione dell’ex Pci in Pd, ndr].

La figura che personificava questa tendenza fu Peter Mandelson, uno degli artefici del New Labour. Nel 1998, durante un viaggio nella Silicon Valley in qualità di segretario al Commercio per incontrare i miliardari emergenti del settore tecnologico, dichiarò la famosa frase: “Siamo estremamente tranquilli riguardo al fatto che la gente diventi ricca sfondata”.

Gli piace sottolineare di aver aggiunto “purché paghino le tasse”. Ma Blair e Mandelson hanno contribuito a progettare condizioni preferenziali che hanno garantito che i giganti della tecnologia non pagassero praticamente alcuna tassa nel Regno Unito, il tutto, ovviamente, nell’interesse di “attrarre investimenti”.

Il problema non era semplicemente che le priorità del New Labour erano diventate simili a quelle dei Conservatori.

E non è stato solo il fatto che il partito laburista si sia avvicinato ai super-ricchi a spingere i conservatori sempre più a destra nel tentativo di distinguersi, un processo che ha portato infine all’implosione del Partito Conservatore e all’emergere di un nuovo pretendente al trono della destra, il partito “riformista” di Nigel Farage.

No, il problema più grave era che, mentre il New Labour e i Tories gareggiavano equamente per ottenere il favore dei super-ricchi e dei media di loro proprietà nella speranza di essere introdotti alla carica, nessuno dei due osava invertire i guadagni economici inaspettati accumulati dai miliardari.

Né entrambi i partiti avevano alcun incentivo a denunciare la crescente presa di potere e corruzione della politica britannica da parte della classe dei miliardari, perché quella presa di potere era diventata il vero scopo del gioco politico.

Così nacque la scatola nera della politica britannica, finché i file Epstein, resi pubblici da un’amministrazione Trump più preoccupata di proteggere i propri segreti che quelli dei politici britannici, non ne hanno sollevato il coperchio quel tanto che bastava per rivelare cosa stava succedendo al suo interno. 

Il Primo Ministro coltivato in laboratorio

La polizia britannica sta ora indagando su Mandelson per “cattiva condotta nell’esercizio della sua carica pubblica”, in base alle accuse secondo cui avrebbe fatto trapelare informazioni governative riservate a Jeffrey Epstein nel 2009 e nel 2010, informazioni che Epstein avrebbe potuto utilizzare per arricchirsi.

Andrew Mountbatten-Windsor, un membro meno formale del sistema politico, sembra aver fatto più o meno la stessa cosa nella sua veste di inviato commerciale della Gran Bretagna.

Nello stesso periodo, Mandelson è noto per aver fatto pressioni sul Tesoro, su suggerimento di Epstein, affinché attenuasse la prevista tassa sui bonus dei banchieri. Incoraggiò l’amministratore delegato della banca d’investimento JP Morgan a “minacciare moderatamente” l’allora cancelliere per dissuaderlo dal sostenere la tassa.

Mandelson e il suo attuale marito, Reinaldo Avila da Silva, avevano già ricevuto ingenti pagamenti da Epstein.

Dopo le rivelazioni, i politici laburisti hanno fatto a gara per prendere le distanze da Mandelson, anche quelli, come il ministro della Salute Wes Streeting, che erano noti per essere suoi vicini.

Ma in realtà è difficile immaginare che Mandelson, esperto esponente del partito laburista e mentore della cerchia di funzionari che ha portato Keir Starmer al potere, fosse una specie di caso isolato.

Fermatevi un attimo per analizzare gli ultimi quattro primi ministri della Gran Bretagna: tre conservatori (Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak), seguiti dal laburista Starmer.

Sono la prova lampante di come la classe dei miliardari sia riuscita a svuotare le strutture politiche britanniche al punto che non riescono più a produrre leader seri.

Johnson non era solo un bugiardo seriale, ma riuscì persino nell’impresa sbalorditiva di trasformare una vita da pagliaccio in una qualifica di leadership. Era il politico panem et circenses per eccellenza.

Truss arrivò in carica così inebriata dalle fantasie alimentate dai miliardari sui mercati non regolamentati che prontamente fece crollare proprio il sistema che credeva di aver liberato.

Con Sunak, i miliardari avevano uno dei loro al comando, nel suo caso un quasi miliardario, con un patrimonio pari a quello di Re Carlo. Come cancelliere, Sunak era così fuori dal mondo reale che non sapeva come usare una carta di credito contactless.

E ora, in Starmer, i miliardari hanno trovato il loro “uomo del popolo” sintetico, creato in laboratorio: uno così inesperto di politica e potere che i suoi più stretti consiglieri, nascosti alla vista, hanno detto ai giornalisti che era un contenitore vuoto attraverso cui gestivano il governo.

Oppure, come dicono loro, usando una metafora che risuona soprattutto con le élite bancarie e mediatiche londinesi: “Keir non guida il treno. Pensa di guidarlo, ma lo abbiamo messo davanti alla DLR”, un riferimento alla Docklands Light Railway, la linea ferroviaria leggera automatizzata e senza conducente che collega il centro commerciale, bancario e mediatico di Canary Wharf al resto di Londra. 

“Nessun altro posto dove andare”

Starmer, il primo ministro più impopolare di sempre, si aggrappa alla carica con le unghie e con i denti.

Ci riesce in gran parte perché Mandelson e i suoi protetti, tra cui Morgan McSweeney, capo dello staff di Starmer, costretto a dimettersi lo scorso fine settimana nel tentativo di salvare il suo capo, hanno da tempo svuotato il Partito Laburista di chiunque avesse talento o indipendenza di pensiero.

Perché? Perché il partito laburista di Mandelson rifiutava politiche sostanziali che richiedessero il confronto con i ricchi. Non si considerava più un rappresentante degli interessi dei lavoratori in opposizione allo sfruttamento da parte di un’élite aziendale.

Il suo unico obiettivo era rassicurare i miliardari che proteggere i loro profitti era fondamentale. Tutto il resto era secondario.

Jon Trickett, che in passato è stato segretario privato di Mandelson, osserva che il New Labour dava per scontato che “gli elettori della classe operaia non avessero nessun altro posto dove andare. Secondo questa logica, il governo non aveva bisogno di usare il potere di governo per assicurarsi i loro voti”.

Conclude: “In definitiva, il New Labour avrebbe dovuto essere meno un movimento di rinnovamento e più un riorientamento verso le reti d’élite del capitale globale”.

L’ex attivista laburista James Schneider osserva su Mandelson: “Ha lavorato per modernizzare il linguaggio del partito e riorganizzarne le lealtà, per rendere il partito sicuro per i consigli di amministrazione, malleabile nei confronti dei lobbisti e ostile a qualsiasi ripresa dei suoi vecchi impegni nei confronti dei sindacati o della proprietà pubblica”.

Fu questa intimità con la classe dei miliardari a far sì che Mandelson continuasse a tornare al governo come un soldo rotto, nonostante venisse spesso licenziato in disgrazia. 

Tiro al bersaglio

La lente più adatta per valutare l’attuale crisi del partito laburista, e lo scandalo Mandelson, è quella del predecessore di Starmer alla guida del partito, Jeremy Corbyn.

La classe politica e mediatica che un tempo venerava Mandelson e ora si affretta a rinnegarlo è la stessa classe che ha trascorso cinque anni a distruggere Corbyn.

Di fatto, Mandelson e Corbyn sono stati i due assi attorno ai quali si sono fuse le diverse visioni del futuro della Gran Bretagna nel partito laburista.

Sotto la guida di Blair, Mandelson si impegnò a rimodellare i parlamentari e la burocrazia del partito laburista a sua immagine: come partito manageriale per la classe emergente dei signori della tecnologia.

Ma non è riuscito a portare con sé il terzo centro di potere del partito laburista, ovvero i suoi membri, ed è per questo che Corbyn è sfuggito alle garanzie istituzionali nel 2015 e si è ritrovato eletto leader.

A quel tempo, il partito laburista era da tempo un partito tecnocratico e senz’anima, in competizione con i conservatori per soddisfare le esigenze dei ricchi, pur nutrendo la fragile speranza che, per miracolosa osmosi, un po’ della loro ricchezza sarebbe arrivata anche a noi.

Le priorità politiche di Corbyn erano l’antitesi di tutto ciò che Mandelson rappresentava e l’opposto di ciò che volevano i miliardari a cui per decenni è stato permesso di saccheggiare i servizi pubblici britannici.

Chiedeva la ricostruzione di un’economia redistributiva più equa, basata sui principi del socialismo democratico. Voleva riprendere il controllo dei servizi pubblici nazionali ed espandere i servizi pubblici. Il suo obiettivo era costruire solidarietà comunitaria e di classe: “Per i molti, non per i pochi”.

Nel 2017, Mandelson rivelò che sbarazzarsi di Corbyn come leader del partito laburista era la sua missione politica: “Lavoro ogni singolo giorno, in qualche piccolo modo, per anticipare la fine del suo mandato. Qualsiasi cosa, per quanto piccola possa essere – un’e-mail, una telefonata o una riunione che convoco – ogni giorno cerco di fare qualcosa per salvare il Partito Laburista dalla sua leadership”.

I media di proprietà dei miliardari, ovviamente, erano più che disposti ad aiutarlo.

Corbyn era considerato troppo “trasandato” per essere primo ministro. Era sessista. O non era abbastanza patriottico o rappresentava una minaccia per la sicurezza nazionale. O era troppo ottuso per guidare il Paese o era una spia russa.

E infine, naturalmente, lui e le centinaia di migliaia di nuovi membri attratti dal partito laburista dal suo messaggio di cambiamento e speranza erano antisemiti perché criticavano l’occupazione permanente e illegale dei palestinesi da parte di Israele.

Nell’ombra, venivano preparati piani di emergenza in caso di vittoria di Corbyn. Un generale dell’esercito ha dichiarato al Sunday Times che la classe dirigente si sarebbe ammutinata per rovesciare qualsiasi governo guidato da Corbyn. Immagini trapelate mostravano soldati in Afghanistan che usavano il suo volto come bersaglio. 

‘Corri il guanto di sfida’

Dietro tutto questo si cela la potenza degli Stati Uniti, il nucleo imperiale la cui politica è ancora più profondamente radicata nella classe dei miliardari.

In una registrazione trapelata nel 2019, il Segretario di Stato americano ed ex direttore della CIA, Mike Pompeo, avvertì che era fondamentale impedire al leader laburista di arrivare al potere, suggerendo che fosse già in corso una campagna organizzata per screditare Corbyn.

“Potrebbe darsi che Corbyn riesca a superare la sfida e farsi eleggere. È possibile”, ha detto Pompeo. “Sappiate che non aspetteremo che faccia queste cose per iniziare a reagire. È troppo rischioso, troppo importante e troppo difficile una volta che è già successo”.

Perché le istituzioni statunitensi e britanniche erano così determinate a fermare l’avanzata di Corbyn, anche se ciò significava sabotare apertamente il processo politico democratico del Regno Unito?

Proprio perché Corbyn era l’unico importante politico britannico a non essere stato catturato.

Durante il suo mandato come leader laburista, le elezioni britanniche hanno smesso di essere puro teatro politico. Il voto contava. La politica, per una volta, era una questione di sostanza. È emerso un leader che non equiparava gli interessi degli elettori comuni alla ricchezza dei miliardari.

Se Corbyn fosse riuscito a superare la sfida di Pompeo ed entrare al numero 10 di Downing Street, sarebbe stato in grado di sradicare la cricca di Mandelson che controlla il partito laburista e di restituire voce alla gente comune.

Corbyn intendeva porre fine al regime di austerità bipartisan in vigore nel Regno Unito, ormai durato 16 anni, ovvero la politica economica che giustificava le continue razzie delle casse pubbliche da parte dei miliardari.

Le imposte sul patrimonio, i limiti alle retribuzioni eccessive, la comproprietà dei lavoratori nelle grandi aziende, la nazionalizzazione e le imposte sugli utili straordinari avrebbero tutti colpito duramente le tasche dei miliardari. 

Le linee rosse di Corbyn

È altrettanto difficile immaginare che la politica estera britannica avrebbe seguito lo stesso corso bipartisan degli ultimi anni sotto la guida di Corbyn.

Egli non avrebbe mai dato priorità ai profitti dei produttori di armi rispetto alla vita di decine di migliaia di bambini palestinesi a Gaza.

Non avrebbe mai accettato di utilizzare aerei britannici per trasportare bombe statunitensi da 2.000 libbre in Israele per radere al suolo Gaza, né di effettuare voli spia della RAF sull’enclave per fornire a Israele le informazioni di intelligence utilizzate per colpire i palestinesi.

Inutile dire che non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, che Israele avesse il “diritto” di privare la popolazione di Gaza di cibo, acqua e carburante.

E avrebbe respinto la serie di restrizioni alla libertà di parola e di protesta in patria, volte a proteggere Israele dagli oppositori del suo documentato genocidio – ora riclassificati come “terroristi” – che stanno gradualmente spianando la strada a uno stato di polizia.

Più in generale, si sarebbe opposto al continuo sostegno britannico alle “guerre eterne”, linfa vitale di una classe miliardaria che ha bisogno di controllare le risorse globali per sé e che ingrassa sempre di più grazie ai profitti delle industrie belliche.

Non avrebbe mai accettato, come ha fatto Starmer, di più che raddoppiare la spesa del Regno Unito per la macchina da guerra della NATO, una bella piccola entrata per i miliardari su cui insiste il miliardario Donald Trump.

Sotto Corbyn, la Gran Bretagna avrebbe ceduto il controllo del suo enorme database NHS, ovvero i dati su di te e su di me, a un gigante della tecnologia di spionaggio statunitense come Palantir, che è già fondamentale nel genocidio di Israele a Gaza e nella neonata milizia fascista di Trump, l’ICE?

Sappiamo la risposta, perché Corbyn ce l’ha detta.

Uno dei ministri di Corbyn chiederebbe, come il ministro degli Interni Shabana Mahmood, di usare l’intelligenza artificiale per reinventare un’idea di sorveglianza del XVIII secolo, il Panopticon, che garantirà, per usare le sue parole, che “gli occhi dello Stato possano essere puntati su di te in ogni momento”

Legami poco chiari con i miliardari

C’è un motivo per cui ora è aperta la caccia a Mandelson. Perché i miliardari – e i loro media – preferirebbero che il tuo odio fosse rivolto alla loro arci-creatura piuttosto che a loro direttamente.

La teoria della “mela marcia” (o due, se si conta Mountbatten-Windsor) distoglie utilmente la nostra attenzione da chi e cosa veniva servito.

L’attenzione si concentra sul rapporto personale di Mandelson con Epstein. Ma la sua rete di legami commerciali si estendeva ben oltre un singolo predatore sessuale.

Fino a questo mese, quando è stato costretto a disinvestire sotto l’attento controllo in seguito alla pubblicazione dei file Epstein, Mandelson era fondatore e socio senior della società di lobbying Global Counsel. I suoi clienti sono alcune delle aziende più potenti del pianeta.

Molti di loro si stanno ora salvando per evitare di essere associati a Mandelson. Ma tra i clienti esistenti o recentemente usciti ci sono colossi della tecnologia come Palantir, TikTok e OpenAI; aziende di combustibili fossili come Shell, Anglo American e Glencore; servizi finanziari come JP Morgan, Standard Chartered, Barclays e Bank of America; e aziende di beni di consumo come Nestlé, Shein, BMW e la Premier League inglese.

Non è che queste aziende abbiano commesso qualcosa di illegale nell’essere rappresentate da Global Counsel, o che Global Counsel stessa abbia commesso qualcosa di illegale. È che l’interfaccia in gran parte invisibile tra il mondo della politica e le aziende più potenti della storia umana ha plasmato ciò che è considerato legale.

L’oscurità di questo sistema è proprio il suo punto.

Nel 2010, Mandelson disse a Epstein che la Global Counsel, che stava allora fondando, avrebbe fornito “consulenti sulla politica degli accordi che si desidera negoziare e sulle questioni che si desidera risolvere o sulle modifiche normative necessarie per la protezione/il successo commerciale”.

Almeno ora, sotto pressione, la nostra classe politica prigioniera sta iniziando a porsi domande molto limitate su cosa stia realmente accadendo.

Ad esempio, come ha fatto il cliente di Mandelson, Palantir, ad aggiudicarsi un contratto da 241 milioni di sterline (329 milioni di dollari) con il Ministero della Difesa del Regno Unito senza una gara d’appalto aperta? E perché un incontro ufficiale a Washington DC tra Mandelson, Starmer e l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, non è stato verbalizzato?

Un altro cliente di Global Counsel, OpenAI, che ha recentemente firmato un accordo con il Regno Unito per valutare l’integrazione della sua intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, di sicurezza e di istruzione, ha recentemente nominato George Osborne, ex cancelliere britannico, come suo rappresentante principale. Sarà responsabile della collaborazione con i governi di tutto il mondo per la definizione delle loro politiche in materia di intelligenza artificiale . 

Diffamazione

È impossibile immaginare che Corbyn si sia inserito volontariamente in questo mondo di controllo aziendale, ora requisito minimo per qualsiasi politico che aspiri a un ruolo nel governo, ed è per questo che non solo i miliardari e i loro media, ma anche la burocrazia del Partito Laburista, hanno lavorato instancabilmente alla diffamazione di Corbyn.

L’ascesa e la caduta di Morgan McSweeney, fino allo scorso fine settimana capo dello staff di Starmer, esemplificano questa oscura impresa congiunta delle élite politiche e imprenditoriali.

McSweeney ha mosso i primi passi in politica nei primi anni 2000, sviluppando per Mandelson un database politico noto come “Excalibur” per perfezionare i messaggi della campagna elettorale laburista e raccogliere informazioni da utilizzare contro gli oppositori politici, tra cui i parlamentari laburisti, spesso divulgandole a giornalisti favorevoli.

McSweeney non solo ha avuto un ruolo fondamentale nella creazione del primo ministro di plastica per eccellenza, Starmer, ma è stato anche determinante nella precedente campagna autolesionista del partito laburista per far cadere Corbyn, come spiega il giornalista investigativo Paul Holden nel suo recente libro The Fraud.

Subito dopo l’elezione di Corbyn a leader del partito laburista nel 2015, McSweeney prese le redini di un gruppo di fazioni che formò un think tank chiamato Labour Together, la cui missione segreta era quella di distruggere il nuovo leader e promuovere un sostituto visto più favorevolmente dai donatori aziendali.

Di fatto, Labour Together è diventato un fondo segreto destinato principalmente a ricchi donatori, uno dei quali era profondamente interessato a riciclare l’immagine di Israele, l’altro aveva fatto ingenti investimenti nell’assistenza sanitaria privata, per sostenere la causa.

Al momento delle elezioni del 2020 per sostituire Corbyn alla guida del partito laburista, Labour Together aveva accumulato una piccola fortuna.

Per legge, circa 730.000 sterline (996.000 dollari) avrebbero dovuto essere dichiarate alla Commissione Elettorale. Ma McSweeney non lo ha fatto e nel 2021 la Commissione Elettorale ha ritenuto il gruppo colpevole di oltre 20 diverse violazioni della legge. In seguito è stato multato.

Holden sostiene che l’evasività di McSweeney avesse uno scopo politico: impedire il controllo delle attività di Labour Together.

Il think tank ha utilizzato i fondi non dichiarati per fondare clandestinamente gruppi di “astro-turf” – finti movimenti di base finanziati da aziende – che hanno promosso una campagna diffamatoria contro Corbyn e i suoi sostenitori, bollandoli come antisemiti. Allo stesso tempo, Starmer è stato promosso, soprattutto tra i membri del partito laburista, come un uomo pulito che avrebbe ampiamente seguito le orme di Corbyn.

Una volta diventato leader, Starmer aveva tutte le carte in regola per epurare gli esponenti della sinistra dal partito e smembrare la base dei suoi iscritti, in modo che il controllo potesse essere restituito ai donatori aziendali.

Holden conclude: “Il progetto politico che ci ha portato al governo Starmer è stato un’impresa sconsiderata e probabilmente illegale, la cui cattiva condotta minaccia la salute della democrazia britannica”

Merce danneggiata

In particolare, Holden e un piccolo gruppo di giornalisti che hanno cercato di scrutare la scatola nera della politica britannica sotto Starmer hanno scoperto questo mese di essere stati loro stessi presi di mira da un’indagine segreta da parte di un alleato di Starmer.

Nel 2023, Josh Simons, ora ministro del governo laburista, pagò 30.000 sterline (41.000 dollari) a un’agenzia di pubbliche relazioni per la gestione delle crisi, affinché identificasse i giornalisti, tra cui Holden, che avevano indagato sulle attività di Labour Together, nonché le loro fonti.

All’epoca, Simons era il direttore di Labour Together, come successore di McSweeney.

Sembra che l’obiettivo fosse quello di spaventare i giornalisti o di diffamarli con storie inventate sui media.

Holden apre The Fraud con un resoconto del Guardian, in seguito all’operazione di sorveglianza di Simons, che lo avverte che stavano per pubblicare affermazioni secondo cui sarebbe stato indagato per un attacco informatico illegale alla Commissione elettorale nel 2021.

Quando Holden ha minacciato di intentare una causa per diffamazione, il Guardian ha fatto marcia indietro.

La verità è che gli scandali che hanno coinvolto Mandelson, McSweeney e Starmer sono stati fin troppo evidenti per i giornalisti di Westminster per anni.

Questi giornalisti hanno scelto di rimanere in silenzio, proteggendo la scatola nera, in parte per paura di tradire direttamente queste potenti figure politiche e in parte per paura di tradire i potenti proprietari delle piattaforme mediatiche che li impiegano.

Mandelson e McSweeney sono già fuori, e Starmer non è certo lontano da loro. Ora sono merce danneggiata e irreparabile. Ma il sistema che li ha creati è ancora forte come sempre. E presto troverà una nuova serie di avatar per eseguire i suoi ordini.

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La minaccia è la pace

Starmer si è presentato a Monaco e ha affermato che la Russia ha commesso un “errore strategico”.

Poi, nello stesso momento, ha ammesso che la Russia sta espandendo il suo esercito e la sua base industriale a una velocità vertiginosa, nel bel mezzo di una guerra.

Cos’è, Keir? Un errore... o una macchina che non riesci a fermare?

La verità è più sgradevole di entrambe le risposte. L’errore strategico non è stato il fatto che Mosca abbia frainteso l’Europa. Ma che è stata l’Europa a fraintendere Mosca.

L’Europa ha reciso la propria spina dorsale energetica. Ha svuotato la sua industria a comando e solo ora, all’ultimo minuto, cerca di riavviare un complesso militare-industriale in rovina. L’Europa si è convinta che le conferenze stampa teatrali potessero sostituire le linee di produzione e l’acciaio.

E ora Merz, con faccia seria, afferma che l’economia dell’UE è “dieci volte” quella della Russia, eppure l’Europa non è dieci volte più forte. Io lo interpreto più come una confessione dell’umiliazione dell’Europa.

Inoltre... non fingiamo che il numero 10x significhi quello che vogliono che significhi. La guerra industriale non si combatte con il PIL nominale. Si combatte con il potere d’acquisto, i costi energetici, la capacità produttiva e la capacità di mobilitazione dello Stato. Persino i burocrati della difesa a livello UE usano esplicitamente le conversioni in PPA quando confrontano i bilanci, perché chiunque sia serio sa che il prezzo di listino non equivale alla produzione reale.

E vogliono applausi per questo?

Poi Starmer fa la vera rivelazione... la pace non ridurrebbe il pericolo, ma lo aumenterebbe.

Leggetelo con calma. La minaccia è la pace. Non la guerra. Non l’escalation. Non un errore di calcolo.

Pace!

Quando la pace diventa una minaccia, non stai difendendo l’Europa: la stai preparando al sacrificio finale.

Quindi, quando Starmer afferma che un accordo di pace farebbe sì che la Russia “si riarmi più velocemente”, sta dicendo a voce alta la parte nascosta: in realtà non vogliono la pace a meno che non preservi il racket della mobilitazione. La pace diventa la “minaccia” perché pone fine al canale della paura che giustifica un decennio di spese, truffe Ponzi sugli appalti e politiche di emergenza.

Ed è qui che si passa dall’ipocrisia a qualcosa di più oscuro: Starmer sta di fatto offrendo volontariamente all’Europa una posizione di escalation “fino alla fine del decennio”, fingendo che questa sia “stabilità”. Questa retorica è come camminare nel sonno verso l’abisso. Non è necessario desiderare la catastrofe per orientarsi verso di essa, basta normalizzare il linguaggio dell’inevitabilità: “essere pronti a combattere, accelerare i preparativi, risposta completa”.

E chiariamo la scala di crescita a cui si sta avvicinando.

L’Europa è indietro di generazioni nell’adozione di sistemi missilistici e d’attacco di fascia alta, che oggi definiscono la deterrenza russa. La segnalazione russa con sistemi come l’Oreshnik, un missile balistico a medio raggio utilizzato almeno due volte dal 2024, con velocità fino a Mach 11 in fase terminale e dispersione del carico utile di tipo MIRV, è un messaggio cinetico: i gradini dell’escalation esistono e sono controllati dalla Russia.

Quindi risparmiateci il cosplay morale. L’Europa non ci è inciampata. L’ha scelto, con l’autolesionismo economico, la deindustrializzazione, il sabotaggio energetico, e poi il gran finale... vendere all’opinione pubblica un futuro in cui la pace è pericolosa e la mobilitazione perpetua è “responsabile”. Questo è l’errore strategico su scala darwiniana.

Questa asimmetria non è retorica. È fisica. E alla fisica non importa niente dei discorsi di Monaco.

Quindi, quando Starmer parla di “risposte complete” e “preparazione accelerata”, non sta offrendo sicurezza agli europei. Sta offrendo un futuro in cui gli errori di calcolo diventano statisticamente inevitabili.

E questa è la parte imperdonabile. L’escalation mascherata da prudenza è un’incoscienza criminale.

E la storia è spietata con i leader che scambiano la retorica delirante per potere.

Il video.

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21/01/2026

Davos - Oxfam parla di “proteggere la libertà dal potere dei miliardari”

Come ogni anno, il Davos Economic Forum si apre con il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze economiche. E quest’anno il titolo appare quasi come un programma politico, più che un’analisi delle ricchezze private: “Resisting the Rule of the Rich. Defending Freedom Against Billionaire Power”, ovvero “Resistere al dominio dei ricchi. Difendere la libertà dal potere dei miliardari”.

Difendere la libertà dal potere dei miliardari ha un significato ben preciso, perché Oxfam fa notare che l’iniqua distribuzione della ricchezza va di pari passo con una iniqua distribuzione del potere, con una chiara crisi di quelle che si millantano per “democrazie” quando sono in realtà evidenti plutocrazie, per quanto riguarda la fascia di popolazione che è dominante, e democrature per quanto riguarda le forme di mediazione politica e di gestione del conflitto sociale.

In breve, il rapporto Oxfam riconosce che il 2025 è stato un anno d’oro per i super-ricchi. Per la prima volta nella storia, il numero di miliardari in dollari, nel mondo, ha superato quota 3 mila. La loro ricchezza collettiva ha raggiunto la cifra astronomica di 18,3 trilioni di dollari, crescendo del 16% solo nell’ultimo anno, un ritmo tre volte superiore alla media dell’ultimo quinquennio.

Dal 2020 a oggi, il patrimonio dei miliardari è aumentato dell’81%. Parallelamente, la realtà per il resto della popolazione mondiale è invece drammatica: una persona su quattro soffre di insicurezza alimentare e quasi metà della popolazione mondiale vive in povertà.

L’incremento di ricchezza dei tremila miliardari nell’ultimo anno, pari a 2,5 trilioni di dollari, equivale alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità, cioè oltre 4 miliardi di persone. Si tratta di una cifra che, da sola, sarebbe bastata a eradicare la povertà estrema per 26 volte.

Gli Stati Uniti hanno il maggior numero di miliardari – 932, 116 in più solo nell’ultimo anno – e “l’uomo più ricco al mondo”, Elon Musk. Nel Regno Unito, appena 56 individui detengono una ricchezza superiore a quella di 27 milioni di cittadini messi insieme (il 39% della popolazione). Secondo Oxfam, un miliardario britannico medio “guadagna” in media altri 231 milioni di sterline all’anno.

Per quanto riguarda l’Italia, Oxfam afferma che “nonostante i salari costituiscano il 38% del PIL italiano contro il 50% dei profitti [...], fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre il contributo dei profitti si ferma a 17”. Con la finanziaria del 2025, il ritocco marginale dell’IRPEF andrà a favorire ancora i più abbienti, con “la metà delle risorse allocate a favore dell’8% dei percettori di redditi più elevati, superiori a 48.000 euro”.

Il rapporto Oxfam non si limita ai dati economici, ma lancia un monito sullo stato di salute delle “democrazie”. L’organizzazione stima che un miliardario ha oggi 4mila volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto a un cittadino comune. Questo si traduce ovviamente in un’influenza sproporzionata sulle leggi che regolano l’economia e la società.

Inoltre, la concentrazione del potere passa anche per il controllo dell’informazione. Da Jeff Bezos a Elon Musk, i miliardari controllano oltre la metà delle principali testate giornalistiche mondiali e tutte le piattaforme social dominanti.

“L’enorme influenza che i super-ricchi hanno sui nostri politici, sulle nostre economie e sui nostri media ha aggravato la disuguaglianza e ci ha portato molto lontano dalla lotta alla povertà”
, ha detto Amitabh Behar, Direttore Esecutivo di Oxfam International. “I governi stanno facendo scelte sbagliate per assecondare l’élite e difendere la ricchezza, mentre reprimono i diritti delle persone e la rabbia per il fatto che molte delle loro vite stanno diventando inaccessibili e insopportabili”.

Per spezzare questo ciclo, Oxfam esorta i governi ad agire su tre fronti: tassazione sui grandi patrimoni; rafforzamento delle regole contro il lobbismo e i finanziamenti elettorali opachi; garanzie contro le ritorsioni autoritarie nei confronti delle manifestazioni della società civile e dei sindacati.

Bisogna aggiungere un’ultima postilla. La ricchezza che è aumentata a dismisura nell’ultimo anno è il segnale dell’esponenziale crescita di una ricchezza fittizia, che non ha corrispettivo nel circuito economico al di fuori dei listini di borsa. È ricchezza in forma finanziaria, con una bolla che si fa sempre più grande e instabile. Un ulteriore pericolo per l’intera popolazione mondiale, che sarebbero sempre i più poveri a pagare.

A meno che, appunto, non si resista al potere dei miliardari, come dice anche Oxfam, ormai.

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