Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/04/2026

Usb: stipendi milionari ai manager, spiccioli ai lavoratori. Adesso basta!

Un esame degli stipendi ultra milionari dei vertici della società pubbliche come Eni, Terna ed Enel, rivela una realtà impietosa e vergognosa: l’AD di Terna per soli tre anni di lavoro pretende una buonuscita di 7,3 milioni di euro, avendo percepito in quei tre anni di lavoro uno stipendio pari a 3,8 milioni annui lordi. La pretesa di una buonuscita così ricca deriva dal non ritenere sufficiente la proposta di andare a presiedere un’altra società pubblica – l’Eni – con un incarico altrettanto remunerativo e prestigioso.

C’è poi il caso di Claudio Descalzi che a 71 anni, è stato confermato come Amministratore Delegato dell’Eni, e potrebbe ricevere un aumento della retribuzione del 73% arrivando a percepire fino a 15,4 milioni annui, (sempre lordi certo), mentre Flavio Cattaneo AD di Enel si ferma a soli 10,14 milioni lordi all’anno!! Se si continuasse a scavare ne verrebbero fuori tanti altri.

Si tratta delle stesse aziende che insieme alle banche, per cui sia la Meloni in Italia sia la Commissione Europea a livello continentale, hanno negato l’imposizione di tasse sugli extra profitti fatti in questi anni a causa del boom dei prezzi dell’energia o dell’aumento dei tassi di interessi bancari.

“Tutto questo avviene in nome del credo liberista di abolire qualsiasi laccio e lacciolo per chi produce ricchezza, privata naturalmente” – denuncia l’USB in un comunicato – “mentre niente arriva invece a chi la ricchezza la produce davvero, ossia quella classe lavoratrice largamente intesa che negli ultimi decenni nel nostro paese è andata ad aumentare il numero dei working poor, cioè di coloro i quali pur lavorando sono sempre più poveri”.

Di fronte a una nuova fiammata inflazionistica, in parte dovuta all’escalation del conflitto nel Medio Oriente ma molto alla speculazione sulle materie prime, “il governo italiano non ha ritenuto di mettere in campo alcuna misura volta a mitigare questa situazione, tranne la ridicola abolizione di circa 20 centesimi sulle accise dei combustibili” – sottolinea l’Usb – “mentre il padronato procede a chiusure e a licenziamenti di massa oltre a cercare di reggere la concorrenza firmando insieme a CGIL CISL e UIL contratti vergognosi che non recuperano alcunché della perdita salariale!”

E non è affatto vero che i soldi non ci sono, tutti sanno che ormai centinaia di miliardi sono stati spostati dalle spese sociali, sanità, pensioni, assistenza e stanno prendendo la strada delle spese militari con cui già ora si massacrano popolazioni inermi per gli interessi di un capitalismo giunto allo stadio predatorio.

USB chiama a due giornate di mobilitazione avendo da tempo lanciato una campagna al cui centro sta la richiesta di un salario mensile di 2000 euro netti, 12 euro di salario minimo orario, la reintroduzione di un meccanismo automatico di recupero salariale, l’azzeramento dell’IVA sui generi di prima necessità, il blocco degli sfratti per morosità incolpevole, la moratoria sui distacchi delle utenze elettriche.

Su questi obiettivi è stata convocata per il 23 maggio una manifestazione nazionale a Roma e che sarà preceduta il 29 aprile da un presidio a Montecitorio, alle ore 15 Piazza Capranica.

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23/12/2025

L’odio del governo per i lavoratori

Il livello delle porcate introdotte o respinte all’ultimo secondo nella “manovra” chiarisce splendidamente come questo governo veda la stratificazione sociale e quali interessi difenda.

Al di là della pura propaganda – come “abbiamo alzato i salari”, in realtà una ridicola mancetta ritagliata abbassando di 2 punti l’Irpef e quindi le entrate dello Stato – per i lavoratori di qualsiasi tipo c’è un odio decisamente viscerale.

Ha colpito molti l’accanimento con cui sono stati cancellati diritti storici per i “lavori usuranti” e i “precoci”, ossia due fasce numericamente ristrette per le quali quel poco di anticipo sull’età pensionabile era contemporaneamente dovuto e ben poco “costoso” per le casse dell’Inps. Ma per “fare cassa” non si va più per il sottile, si gratta qualcosa da qualsiasi parte.

Poi si scopre che si finanziano le scuole private mentre si impoverisce quella pubblica, regalando 1500 euro a chi iscrive un figlio negli istituti per “benestanti che non si vogliono confondere con il volgo”. Alla faccia del dettato costituzionale che recita ancora “senza oneri per lo Stato”...

Ma è la norma – saltata – sui “lavoratori sottopagati” a dare il “tocco di classe”. Sappiamo tutti, per esperienza anche diretta, che ci sono una caterva di lavoratori che vengono retribuiti ben al di sotto dei livelli stabiliti da contratti collettivi già decisamente infami (firmati da CgilCislUil o addirittura da mini-organizzazioni inesistenti).

Una piaga che neanche una legge ancora esistente era riuscita a limitare. Di fatto un lavoratore può ricorrere al giudice e, se ottiene una sentenza favorevole (non sempre accade, perché anche la magistratura ha le sue magagne), il datore di lavoro deve pagare la differenza nella retribuzione per tutto il periodo in cui il salario è stato “tagliato” unilateralmente.

Con un emendamento apposito, qualcuno nel governo aveva pensato bene di aiutare non i lavoratori ma gli imprenditori-schiavisti abolendo l’obbligo a restituire il maltolto.

“Con il provvedimento con cui il giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non conformità all’articolo 36 della Costituzione dello standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro per il settore e la zona di svolgimento della prestazione, tenuto conto dei livelli di produttività del lavoro e degli indici del costo della vita, come accertati dall’Istat, il datore di lavoro non può essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo stipulato o dai contratti dello stesso settore economico che garantiscono tutele equivalenti per il settore e la zona di svolgimento della prestazione”, si leggeva nel testo della manovra 2026.

Ma non è stata una iniziativa furbetta presa così per caso... La stessa norma era stata infilata nel “decreto Ilva” da Fratelli d’Italia tramite l’ex sindaco di Catania, Salvo Pogliese, evidentemente terminale di gruppi di imprenditori piuttosto disinvolti, se non semplicemente criminali. Anche in quel caso, fortunatamente, la cosa non era passata ma solo perché del tutto “estranea” alla materia del decreto.

Ci hanno riprovato e dunque ci proveranno ancora, visto che gli interessi a supporto non scompaiono soltanto perché respinti due o tre volte...

Il ministro dell’economia Giorgetti definisce ormai “prudenza” l’obbedienza assoluta ai diktat europei sull'“austerità”, smentendo con i fatti le chiacchiere che il suo partito – la Lega – ancora blatera affidandosi a Salvini e Borghi.

Ma non esiste alcuna “prudenza” in un governo che contemporaneamente decide di spendere per il riarmo e il finanziamento della guerra in Ucraina. C’è solo la ferrea determinazione di far pagare per intero il costo di scelte suicide alle fasce di reddito più basse, che lavorino o meno...

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30/09/2025

Il 70% dei cittadini europei preoccupato dall’economia e dalla precarietà

Il 70% degli europei si considera in una situazione di precarietà a causa dei propri redditi insufficienti. L’89% afferma che questa situazione riguarda anche le persone che conoscono o con le quali lavorano. A rivelarlo è la XIX edizione del “Barometro europeo sulla povertà e sulla precarietà economica”, la rilevazione realizzata da IPSOS France per conto del Secours Populaire Francais presentata l’ 11 settembre scorso.

La ricerca ha coinvolto Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Moldavia, Polonia, Portogallo, Romania e Serbia, ed ha messo in evidenza come la principale preoccupazione delle persone sia la grande difficoltà a far fronte all’aumento inarrestabile delle spese per l’abitazione, la salute, la spesa alimentare.

Secondo la ricerca gli italiani sono quelli che denunciano il rischio più alto di ritrovarsi nel prossimo futuro in una situazione di precarietà (62%).

Gli europei condividono anche la sensazione di un accesso più difficile a una serie di servizi pubblici rispetto alle generazioni precedenti. Un dato ancora più marcato in Italia e Francia per quanto riguarda i servizi per la salute (50%), mentre il dato italiano che riguarda la sensazione di non poter accedere ad un impiego stabile (65%) è il peggiore tra quelli rilevati negli altri Paesi.

Il dato più eclatante è quello che evidenzia che un europeo con un lavoro su tre ritiene di non avere un reddito sufficiente per far fronte a tutte le spese: più di un europeo su quattro ha già dovuto saltare un pasto, nonostante avesse fame, a causa della propria situazione finanziaria, mentre un genitore su tre dichiara di non essere riuscito a provvedere ai bisogni essenziali dei propri figli. Una situazione che incide sulla salute mentale delle persone e le rende decisamente più pessimiste rispetto al futuro del loro benessere.

Molto interessante anche il focus della ricerca su ciò che i giovani pensano della loro situazione e del loro futuro. Uno su due non è soddisfatto delle proprie condizioni e anche tra gli studenti si riscontra una difficoltà crescente di vita con percentuali molto alte sia in Grecia che in Germania, dato che colpisce vista la differenza strutturale tra le due economie. Una situazione che si ripercuote sulla loro salute mentale: un giovane europeo su cinque denuncia che la sua situazione è oggi problematica in termini di stress, mancanza di sonno, depressione.

Insomma nella prospera Europa la maggioranza della popolazione appare tutt’altro che sicura, al contrario la precarietà di vita ormai è radicata e segnala il crescente aumento delle disuguaglianze. Le persone non si curano come dovrebbero, molte rinunciano ad un'alimentazione corretta o sufficiente per sostenere le spese dei figli, il lavoro precario e mal pagato dilaga nel mercato del lavoro.

I segnali di mobilitazione sociale provenienti da Francia ed ora anche dall’Italia, fanno ben sperare per un ciclo di conflitto che riponga con forza l’affermazione delle esigenze popolari rispetto a quelle dell’economia di guerra e del profitto privato.

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29/04/2025

Eurostat: “a rischio povertà un lavoratore su dieci, anche se impiegato a tempo pieno”

Le ultime tabelle pubblicate dall’Eurostat dipingono l’immagine di un’Italia in cui la povertà diventa sempre più strutturale, innanzitutto perché colpisce in pratica allo stesso modo anche chi ha un lavoro a tempo pieno. Sembra paradossale, ma è così: l’Italia è un paese che si fonda sul lavoro sottopagato.

Il rischio povertà nel 2024 è rimasto stabile rispetto all’anno precedente (18,9%), ai livelli minimi dal 2009 ma solo per qualche decina di migliaia di persone su un totale di oltre 11 milioni. Allo stesso tempo, le persone che effettivamente sono scivolate in povertà assoluta sono aumentate, raggiungendo nel 2023 il numero di 5,7 milioni di residenti, ovvero circa uno ogni dieci.

I dati dell’Eurostat ci dimostrano che ciò è avvenuto perché le retribuzioni dei lavoratori non danno più la minima assicurazione di una vita dignitosa. Gli occupati con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale (parliamo di appena 12.363 euro), al netto dei trasferimenti sociali, sono passati dal 9,9% al 10,2% nel complesso.

La cosa peggiore è che se consideriamo gli impiegati a tempo pieno, questa percentuale è passata dall’8,7% al 9%, valori non molto distanti da quelli generali. A essere più in difficoltà sono innanzitutto i lavoratori indipendenti (17,2% a rischio, in netto aumento rispetto al 2023).

La povertà tra gli occupati è più diffusa nella fascia di età tra i 16 e i 29 anni (11,8%), mentre tra i 55 e i 64 anni si ferma al 9,3%. Anche il titolo di istruzione conta: gli occupati poveri sono maggiori tra chi ha completato unicamente la scuola dell’obbligo rispetto a chi ha ottenuto una laurea (18,2% contro il 4,5%, ma entrambe le percentuali sono in aumento).

Un dato abbastanza significativo è quello della deprivazione materiale. Circa 5 milioni di persone, infatti, non possono permettersi almeno 5 di 13 voci di spesa (beni, servizi o attività sociali specifici) considerate essenziali nel determinare una qualità di vita adeguata. Parliamo di una casa adeguatamente riscaldata, di un pasto con proteine almeno ogni due giorni, di avere almeno due paia di scarpe e così via.

Torna quindi ad aumentare anche il divario tra ricchi e poveri. Il primo decile della popolazione calcolato in base ai redditi conta su una quota del reddito nazionale del 2,5%, in calo tra il 2023 e il 2024. L’ultimo decile, quello più ricco, esprime una quota del reddito nazionale del 24,8%, in aumento sul 24,1% del 2023.

Su questi dati ha ovviamente impattato in maniera significativa l’andamento dei prezzi. Il mancato rinnovo di tanti contratti collettivi ha peggiorato ulteriormente la situazione. Risultano però piuttosto intollerabili le accuse che dal centrosinistra sono state mosse al governo: non perché l’esecutivo Meloni non abbia responsabilità per questi dati, ma perché la condivide con l’opposizione.

Arturo Scotto, capogruppo PD in commissione Lavoro alla Camera, ha affermato che “c’è un tabù che il governo Meloni non vuole rompere: si chiama salario minimo”. È lo stesso tabù che ha accompagnato i precedenti governi, con il centrosinistra che ha depotenziato ogni proposta concreta e che ha anzi assecondato la linea della moderazione salariale quando l’inflazione – da profitti – volava.

Oggi la strumentalizzazione delle retribuzioni di milioni di lavoratori mette ancora più in pericolo la loro capacità di garantirsi una vita per lo meno dignitosa, come i dati dell’Eurostat confermano senza appello.

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05/04/2025

La piazza operaia dell’USB denuncia l’emergenza salari e dice no al riarmo

Quando dal palco dell’Usb di piazza SS Apostoli ha preso la parola la madre di Patrizio Spasiano, giovanissimo operaio “morto sul lavoro” perché investito di ammoniaca, tutti hanno compreso che oltre a quelle oltre i confini c’è una guerra interna che fa centinaia di vittime ogni anno: quella sul lavoro, contro la quale i governi recalcitrano, la politica latita e i lavoratori muoiono.

L’assemblea operaia in piazza convocata da tempo dall’Unione Sindacale di Base sull’emergenza bassi salari e lavoro povero – oltre che sul no al riarmo – ha inteso mettere al centro dell’attenzione una questione diventata decisiva per milioni di lavoratrici e lavoratori.

I bassi salari in Italia sono adesso rilevati un po’ da tutti come problema – dai centri studi alle istituzioni preposte – ma se ne guardano bene dall’affrontare la questione. E non ci sono solo i salari fermi ormai da decenni in ogni categoria, ci sono anche i salari divorati dal costo degli affitti e dalla speculazione sulla situazione abitativa che erode quantità insopportabili dei redditi da lavoro. E poi ci sono i salari divorati dalle spese sanitarie dove ormai si deve scegliere se pagare i privati per curarsi o rinunciare alle cure stesse.

“Questo trend ci porterà tra quindi anni a quindici milioni di poveri assoluti e a 22milioni di persona in povertà relativa” ha denunciato Guido Lutrario che ha ricostruito sia il crollo che la disparità dei salari dei lavoratori italiani rispetto agli altri paesi.

E dentro questo contesto i governi dell’Unione Europea intendono spendere 800 miliardi per il riarmo e le spese militari dopo che hanno dissanguato con i tagli alle spese e ai servizi, l’austerità e i vincoli di bilancio intere società per decenni. Sta dentro questa contraddizione la forza dello slogan “Abbassate le armi, alzate i salari” che il sindacato da tre anni evoca in tutte le piazze, le manifestazioni, gli scioperi.

Lo hanno denunciato i molti interventi che si sono alternati dal palco dell’Usb in piazza SS Apostoli. Abbiamo ascoltato intervenire lavoratori e delegati di servizi ormai strategici come i trasporti e la logistica, protagonisti degli scioperi di questi mesi. E poi le fabbriche come la Jabil e i portuali, i dipendenti pubblici e della scuola e quelli ultraprecarizzati delle cooperative sociali e dei multiservizi, gli inquilini che resistono agli sfratti e i movimenti per il diritto all’abitare, i lavoratori della sanità taglieggiati e imbrogliati dalla politica che li ha chiamati eroi nell’emergenza pandemica e poi gli riserva salari e condizioni di lavoro impossibili.

“Perchè i lavoratori dovrebbe essere coinvolti in una guerra che è solo un aspetto della competizione capitalista” è stato dichiarato nelle conclusioni dal palco da Cristiano Fiorentini. Una asserzione che ribadisce che la funzione di un sindacato confederale e conflittuale è quello di difendere gli interessi dei lavoratori ma con questi anche quelli dell’umanità.

Qui sotto tutti gli interventi dell’assemblea operaia in piazza SS Apostoli dell’Usb


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23/01/2025

L’Italia del lavoro sottopagato nel rapporto Istat sulle retribuzioni

Lunedì l’Istat ha pubblicato il rapporto sulla struttura delle retribuzioni e del costo del lavoro italiani, con riferimento all’anno 2022. Lo studio considera le realtà economiche, pubbliche e private, in cui sono impiegati almeno dieci dipendenti.

È importante riassumerne i contenuti, partendo subito col dato più eclatante: sono 1 milione e 255 mila i lavoratori considerati low-wage earners, ovvero a bassa retribuzione oraria. Quella, cioè, “uguale o inferiore ai due terzi del valore mediano nazionale”: in numeri, 8,9 euro l’ora.

Si parla di oltre il 10% dei dipendenti a livello nazionale, con un’incidenza più marcata tra le donne, i giovani, chi ha un basso livello di istruzione e di qualificazione professionale, nonché chi lavora nelle attività commerciali e nei servizi.

Sono tante le cose da dire su questa soglia che non tocca nemmeno i 9 euro l’ora. Innanzitutto, anche in questo caso sono le donne ad essere le più penalizzate, riscontrando inoltre un differenziale di genere nelle retribuzioni orarie medie del 5,6%.

Le donne e i giovani, dato che “i giovani under 30 guadagnano il 36,4% in meno rispetto agli over 50”. Difficile continuare a sopportare la retorica che li vuole come dei fannulloni che non vogliono rimboccarsi le maniche, se non si garantisce loro i minimi strumenti di emancipazione.

Ovviamente, tra le categorie con i salari più bassi ci sono in generale i precari, che percepiscono il 24,6% in meno di chi è assunto con la formula del tempo indeterminato. Anche in questo caso, il “mito del posto fisso” si deve semmai intendere come il tentativo di avere certezza del futuro.

Tentativo che viene evidentemente messo in crisi dalle politiche del lavoro della classe dirigente. Anche perché i low-wage earners, o per dirla in modo più corretto i lavoratori sottopagati, sono aumentati tra il 2018 e il 2022, dal 9,8% al 10,7%.

Bisogna inoltre sottolineare come i livelli retributivi medi più bassi si riscontrino nei servizi di alloggio e ristorazione. Per intenderci, parliamo di due dei pilastri della turistificazione, con il patrimonio culturale italiano che viene propugnato come tesoretto su cui risollevare le sorti del paese.

Si tratta, in realtà, di settori in cui gli investimenti sono pressoché nulli e in cui i guadagni derivano o dalla rendita o dallo sfruttamento intensivo dei lavoratori (cioè, facendoli lavorare di più e pagandoli meno, appunto). La scelta preferita dai “prenditori” italiani.

Per tanti politici, questo è il futuro del Bel Paese, dopo che lo hanno ridotto alla desertificazione industriale e hanno modellato un sistema in cui l’impresa privata vive solo grazie ai sussidi e alla deregolamentazione del lavoro. E si capisce anche dunque la diffusa ostilità all’introduzione del salario minimo.

I dieci euro l’ora che hanno richiesto varie forze sociali e politiche sembrano essere il minimo per sollevare milioni di italiani da una povertà che sembra destinata a cristallizzarsi, dopo la netta caduta del potere d’acquisto degli ultimi anni.

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28/07/2024

Unioncamere: a luglio mancano 245 mila lavoratori, soprattutto quelli specializzati

Pochi giorni fa Unioncamere ha pubblicato il suo Bollettino del Sistema informativo Excelsior, stilato insieme al ministero del Lavoro. Per il mese di luglio viene attestata una difficoltà di copertura di ben 245 mila posizioni lavorative.

Si tratta di una cifra davvero sostanziosa, soprattutto se si considera che rappresenta il 48,4% dell’offerta totale di lavoro. In quasi un caso su tre, il problema è la mancanza dei candidati, con gli annunci e le richieste di determinate figure professionali che cadono nel vuoto.

Dati che sembrano confermare la narrazione da cui siamo stati bombardati negli ultimi anni, ovvero quella che il lavoro c’è e sono gli italiani, e in particolare i giovani, che non vogliono lavorare. Sotto questo incessante martellamento, persino il reddito di cittadinanza è stato cancellato.

La situazione, in realtà, è esattamente al contrario. Anzi, queste notizie non si sentono più nei telegiornali perché, ora che il reddito di cittadinanza non può più essere una scusa, bisognerebbe ammettere che non era quella misura il problema e bisognerebbe concentrarsi sulla classe padronale.

Infatti, l’erogazione di quelle somme, seppur basse e insufficienti a una vita dignitosa, aveva permesso a migliaia di famiglie di sopravvivere e di avere uno strumento per resistere almeno parzialmente al ricatto salariale. Ora, i lavoratori non hanno più alternativa al lavoro sottopagato.

Erano in particolare il settore turistico e della ristorazione, quelli in cui i salari sono più bassi, i contratti più precari e le competenze richieste quasi nulle a essere nemici del reddito di cittadinanza. Potendo contare su di esso, non era facile convincere qualcuno a farsi sfruttare per due spicci e senza tutele.

Daniela Santanchè ad aprile aveva affermato che “per i lavoratori stagionali c’è stato un incentivo gigantesco: abbiamo tolto il reddito di cittadinanza”. Insomma, la cancellazione di questa misura è servita a garantire i profitti dei vari Briatore e aspiranti tali, che guadagnano non pagando salari dignitosi.

Affare un po’ diverso e più complesso è quando si va a vedere quali sono i lavoratori che mancano, secondo lo studio di Unioncamere. La mancata corrispondenza tra posizioni offerte e coperte è al 65,7% per gli operai specializzati, al 64,5% per i tecnici in campo ingegneristico, al 54,3% per le professioni tecniche in generale.

Persino quando si parla di dirigenti e professioni intellettuali, scientifiche e con elevata specializzazione il mismatch si attesta al 51,1%. Insomma, sono i lavoratori con maggiori competenze a mancare in Italia, cosa di cui la ministra Calderone dovrebbe essere messa al corrente.

Mancano tanti corsi di formazione e le aziende non vogliono spendere un centesimo per essa. Con tutti gli effetti che ne derivano dal punto di vista di produttività e innovazione, da più parti considerate i punti deboli italiani senza però mai indicare di chi è la responsabilità di queste debolezze.

I laureati, in Italia, sono pochi, il diritto allo studio è stato in pratica smantellato, le università sono sempre più elitarie. E inoltre nel Bel Paese per chi ha speso soldi e anni nella sua formazione spesso non ci sono opportunità lavorative, costringendo all’emigrazione.

Sarebbe il caso che la politica cominci a occuparsi di questi problemi, invece di trovare tutti i modi per dare una mano a padroni e padroncini.

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27/07/2024

L’Italia e la capanna dello zio Tom all’orizzonte

Scrive l’OCSE per il secondo anno consecutivo nel suo Employment Outlook 2024: “L’Italia è il Paese in cui gli stipendi dei lavoratori, di fronte all’inflazione, hanno perso maggiore potere d’acquisto. Nei primi tre mesi dell’anno, i salari reali erano ancora più bassi del 6,9% rispetto a prima della pandemia”.

Poi, sempre l’Ocse, conferma una cantilena dell’attuale governo: “Il mercato del lavoro italiano ha raggiunto livelli record di occupazione e livelli minimi di disoccupazione e inattività”.

Come possono stare assieme queste due affermazioni apparentemente contraddittorie? In realtà, la contraddizione è solo apparente e la coincidenza tra crescita dell’occupazione e salari reali sempre più bassi è perfettamente spiegabile.

I salari sempre più bassi spingono le aziende italiane, anche quelle piccole, ad aumentare le assunzioni, perché aumentare la manodopera è più economico che fare investimenti in macchinari, tecnologie, ricerca e sviluppo. Lo chiamo “Effetto piantagione”.

Per secoli, nel continente americano costava di meno importare schiavi che meccanizzare la raccolta o la semina. Poi arrivarono la guerra civile statunitense e le diverse espressioni di consolidamento degli Stati nazionali da considerare nei cent’anni di solitudine latinoamericani. In qualche caso, la schiavitù perdurò fino alla fine dell’800.

In Inghilterra, al netto delle colonie, ancora nell‘800 costava di meno impiegare bambini semischiavi che far lavorare degli operai. Poi arrivarono Sandokan, Yánez, le rivolte cinesi, le due guerre mondiali...

In Italia, fino agli anni '60 del secolo scorso, il modo più economico per avere il carbone per l’industria passava dallo spedire lavoratori semischiavi a Charleroi, nel Belgio. Stabilivano gli accordi tra i governi di Roma e Bruxelles: “Tanti minatori alla settimana, tanto carbone all’anno”. Poi arrivò Marcinelles.

In Sudafrica, fino all’inizio degli Anni ’90, costavano di meno i minatori schiavi dei lavoratori salariati. I primi ad accorgersene che così soffrivano i diamanti, furono i padroni dei diamanti. Poi arrivò Mandela.

Nel Congo, per estrarre il coltan necessario alla nostra industria tecnologica, costano di meno i bambini che estraggono il minerale con le mani di qualsiasi manodopera adulta o di qualunque macchinario. Per ora, i morti si accatastano seguendo le vecchie tradizioni leopoldine. Mi auguro arrivi presto un vendicatore. Da congolese, sarà ovviamente nero, ma temo che non giocherà a calcio.

Ho parlato di “Economia delle piantagioni”, non di “Economia schiavistica”.

La modernità fa sì che, oggi, non siano nemmeno schiavi. Ergo, che non ci si debba preoccupare nemmeno della loro sussistenza. Anzi, in qualche caso, diciamo Latina e altri capolarati a caso, non ci si deve nemmeno preoccupare che conservino le braccia. Succede poiché per gli “umani usa e getta” le braccia sono imprescindibili. Resta da chiarire un altro aspetto: in Italia i salari non sono bassi per tutti. Lo sono in media, ma se si guarda più da vicino, non è così per tutti.

In questi anni di deprezzamento salariale e umano ci sono stipendi che sono cresciuti o, meglio, che hanno più o meno tenuto il ritmo dell’inflazione. Altri sono rimasti fermi, e i lavoratori si sono via via impoveriti. Definisco questa ultima categoria come quella dei “Lavoratori in transizione verso la capanna dello zio Tom”.

Secondo me, se la Triplice sindacale ne aprisse l’iscrizione, senza infangamenti, il loro numero supererebbe la categoria oggi regina, quella dei pensionati. Naturalmente, molti tra questi pensionati potranno avere i requisiti per transitare verso le amorevoli e capienti braccia dello zio Tom.

Molto dipende dal settore in cui si lavora. Quando si parla dei salari bassi in Italia bisogna distinguere tra i salari dei servizi e del pubblico impiego ed i salari dell’industria. Tra il 2001 e il 2023, gli stipendi sono aumentati del 75% nell’industria, del 45% nella pubblica amministrazione e nei servizi. Trenta punti in meno non sono una bazzecola.

Sempre l’OCSE racconta che, negli ultimi tre anni, l’aumento dei salari nell’industria tedesca e francese è simile a quello dell’industria italiana mentre nella pubblica amministrazione e nei servizi l’aumento dei salari francesi e tedeschi è di molto superiore.

Limitiamoci all’esempio degli insegnanti. Secondo l’ultimo rapporto della rete “Eurydice” – nata nel 1980 su iniziativa della Commissione europea a sostegno della cooperazione europea nel campo dell’apprendimento permanente – la retribuzione annuale lorda di un docente italiano è di circa 24mila euro. Quella di un docente francese è di 28mila euro. Quella di un docente tedesco di 54mila euro. Diventare tutti amanti dei crauti? Temo che, come accadde con la merda di una nota barzelletta, i crauti non basterebbero per tutti.

Circa venti anni fa, la Regione Umbria mi incaricò della realizzazione di un piccolo studio sui salari europei in una decina di settori industriali e dei servizi. Le tendenze identificate erano già allora le stesse suindicate ma, in genere, i salari italiani erano al quartultimo posto in Europa, e all’ultimo in molti settori.

Da allora, è onesto ricordarlo, in Italia non ha governato solo il centrodestra. Comunque, la conclusione è che i bassi salari italiani dipendono soprattutto dalla crescita dei servizi in attività poco qualificate e della dinamica pluridecennalmente stagnante dei salari del settore pubblico.

La media generale, sempre più bassa, dipende soprattutto da questo.

Oso pensare che Luigi Pirandello ed Eugene Ionnesco potrebbero immaginare forme e contenuti di una ribellione dei travet.

Breve nota sul processo di meccanizzazione del cotone

Ci sono tracce di tentativi di industrializzare la produzione di cotone fin da qualche secolo prima di Cristo, ma la cotton gin, la sgranatrice in italiano, è stata brevettata solo nel 1797.

L’effetto immediato dell’introduzione della macchina è stato quello di provocare una massiccia crescita nella produzione di cotone negli Stati Uniti del sud. Considerando che il cotone in precedenza richiedeva un considerevole lavoro per la pulizia e la separazione della fibra dai semi, la sgranatrice rivoluzionò il processo produttivo.

Il prezzo all’ingrosso del cotone precipitò al crescere vertiginoso della produttività. Il tessuto di cotone (in precedenza era piuttosto costoso) era prodotto in maggior parte in Inghilterra e nel nord-est degli Stati Uniti. Grandi estensioni territoriali degli Stati Uniti, le regioni del Mississippi ad esempio, furono convertite alla produzione di cotone per fare fronte alla domanda crescente. Un’altra conseguenza fu che aumentò la necessità di manodopera per piantare il cotone e raccoglierlo, quindi ci fu un’espansione della schiavitù nelle regioni di produzione. Molte delle piantagioni del sud statunitense (prima della Guerra di secessione) sono state costruite sulle fortune del cotone, che non si sarebbero avverate senza l’invenzione della sgranatrice di cotone.

Il completamento del processo di meccanizzazione, raccolta – preparazione – tessuti, richiedeva altri macchinari che necessitavano:
A) di un’industria di base che c’era solo al Nord;
B) ingenti investimenti, largamente superiori al costo dell’acquisto e rimpiazzo degli schiavi.

Ergo, per il Sud il completamento del processo industriale non aveva alcun interesse mentre, viceversa, era vitale per l’espansione produttiva del Nord.

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17/06/2024

I conti non tornano. Aumenta l’occupazione ma l’economia ristagna e cala la produzione

Con sistematica puntualità l’ISTAT continua a sfornare dati sull’andamento positivo dell’occupazione, registrando un aumento di 75mila occupati nel primo trimestre di quest’anno e di 394mila rispetto al primo trimestre dell’anno scorso. Dati che ovviamente vengono colti dalla Ministra Calderone come una dimostrazione di buon governo.

Abbiamo già avuto modo di commentare come questi dati siano il frutto di una modalità di calcolo assai discutibile, con la quale si ricomprendono nella categoria di occupate persone che hanno svolto una qualsivoglia attività nella settimana precedente alla rilevazione, con o senza contratto, anche per una sola ora.

Una prima contraddizione sta nel fatto che l’ISTAT registri contemporaneamente un aumento del tasso di inattività per le persone tra i 15 e i 64 anni, che sarebbe salito al 33,1% nel primo trimestre del 2024. Per Eurostat il tasso degli inattivi in Italia è in realtà più alto e già nel 2023 superava il 34,5%, collocando il nostro Paese al primo posto nella UE per tasso di inattività.

Chi sono gli inattivi per l’ISTAT? Sono quelli che non hanno un impiego né lo stanno cercando e pertanto vengono collocati fuori dal calcolo della forza lavoro (occupati + disoccupati). Tra questi sicuramente c’è una larga fetta impiegata stabilmente in attività sommerse, lavoro nero, e che pertanto non risulta dalle rilevazioni.

Ma la contraddizione più evidente, rispetto ai dati apparentemente positivi sull’occupazione, è la situazione della nostra economia. È sempre l’ISTAT a stimare una crescita dell’1% nel 2024 (la Commissione europea si attesta più in basso a 0,9%) e dell’1,1% per il 2025. La produzione industriale è invece addirittura in calo del 2,9%, sempre su base annua (ultimo dato ISTAT del 10 giugno).

Questi dati certificano una stagnazione sostanziale del nostro sistema economico. Difficile dare credito, in queste condizioni, alla notizia che in Italia gli occupati siano in aumento: con una economia in stato depressivo, l’unico lavoro che rimane è quello sottopagato e decontrattualizzato. Questo sì in vertiginoso aumento, il resto è solo fumo negli occhi.

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01/05/2024

Italia - Il 15% della popolazione a rischio povertà

A ridosso del primo maggio, Festa dei Lavoratori, il Centro studi della confederazione imprenditoriale Unimpresa ha pubblicato un rapporto sul disagio sociale in Italia. Elaborando dati Istat, è emerso che quasi il 15% della popolazione è a rischio povertà.

La prima cosa da sottolineare è che questi dati non arrivano da qualche studioso nostalgico del comunismo e nemmeno dai sindacati dei lavoratori (con “la Triplice” che del resto ha abbandonato la sua funzione decenni fa). È una delle associazioni più rappresentative del mondo delle piccole e medie imprese a lanciare l’allarme. A suo modo, ovviamente…

Probabilmente preoccupati per la tenuta del mercato interno, che ha un peso ancora sostanzioso nella nostra economia e soprattutto per le imprese di queste dimensioni, mentre l’export boccheggia in continuità con i problemi tedeschi, Unimpresa fa presente al governo lo stato dei portafogli italiani. Facendo però anche un autogol nel mostrare come più si lavori, meno ci si solleva economicamente.

Mentre Palazzo Chigi si fregia dei numeri sull’occupazione (su cui andrebbe fatto un discorso che per ora lasciamo da parte), Unimpresa afferma che “l’aumento del dato relativo al mercato del lavoro negli ultimi mesi non cancella le zone ad altissimo rischio”. La riduzione di quest’area di persone di solo lo 0,3% nell’ultimo anno mostra la realtà del nostro paese.

Nella fascia di disagio si trovano quasi due milioni di disoccupati. Quello che non viene detto è che questo dato rappresenta la totalità dei disoccupati: chi perde il lavoro in Italia finisce direttamente ai margini della società e a un passo dall’indigenza, mostrando come non esista più un sistema di tutela tale da garantire la dignità della persona.

A questi numeri vanno aggiunti i 6 milioni e 603 mila lavoratori impiegati in varie forme precarie, in aumento tra il 2022 e il 2023 di 52 mila unità. Per concludere la panoramica sui meno abbienti italiani, agli 8 milioni e mezzo “a rischio” qui presentati si aggiungono le oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta.

È il quadro di un paese in cui quasi una persona su quattro è in difficoltà parziale o estrema, è il quadro di un paese in cui le politiche degli ultimi decenni hanno portato al fallimento, alla polarizzazione e all’immobilità sociale.

Ma c’è di più, perché i dati di Unimpresa palesano una realtà ulteriore: lavorare non è più garanzia di sopravvivenza.

Nel rapporto Unimpresa, gli unici occupati che hanno visto ridurre il numero di chi è in condizione di disagio sono i precari a tempo pieno (che rimangono tuttavia oltre i 2 milioni). Tra chi è in difficoltà è aumentato anche chi ha un contratto a tempo determinato part time, a tempo indeterminato ma si trova a svolgere un part time involontario, collaboratori e autonomi part time.

Guardando la dinamica storica, dal 2005 a oggi i poveri sono più che raddoppiati, passando da 2,4 milioni a 5,6 milioni. Questo aumento è stato alimentato soprattutto da quelli che vengono chiamati working poor, passati da 8,5 a 10,4 milioni.

Ma lavoratori poveri è una formula che nasconde la verità: si tratta di lavoro sottopagato. Un lavoro che non risponde più nemmeno alle fondamenta del rapporto capitale/lavoro, in cui per lo meno la retribuzione deve permettere al proletario di mangiare e restaurare le sue energie... per essere sfruttato anche il giorno dopo.

È questa la cartina tornasole della profondità della crisi che viviamo. Non sono certo le ricette di Unimpresa – che alla fin fine approva l’operato del governo e presenta soluzioni funzionali al profitto – a poter invertire la rotta.

I temi del salario minimo e dell’omicidio sul lavoro, che negli ultimi mesi le forze della reale opposizione hanno portato nelle piazze, sono due vettori fondamentali su cui costruire agitazione e organizzazione dei settori popolari, in difesa dei loro interessi.

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03/11/2023

ISEE, un incentivo al "lavoro povero"?

La progressività delle imposte è il principio costituzionale che prevede di perequare il carico fiscale, in modo da farlo pagare in misura maggiore a coloro che dispongono di redditi più elevati.

A questa progressività della tassazione si è aggiunto un sistema di agevolazioni all'atto della erogazione di servizi pubblici, ovvero di condizioni di favore a seconda del livello di reddito. Quando si esce da un sistema di spesa pubblica a fruizione universale e gratuita, come ad esempio quello della scuola dell'obbligo o delle cure ospedaliere, ci si basa nuovamente sul reddito. Sono stabiliti ai fini della esenzione dal pagamento dei ticket sanitari, che rappresentano un contributo in denaro per ottenere i medicinali che vengono prescritti, per effettuare analisi diagnostiche o per usufruire di altre prestazioni. Lo stesso vale per le tasse universitarie: sono previste fasce di reddito in relazione a cui aumentano.

In pratica, alla progressività del prelievo fiscale si è aggiunta una progressiva riduzione della gratuità nella fruizione dei servizi pubblici.

Un principio teoricamente corretto crea però delle distorsioni nella pratica: quando si fissa un determinato livello di reddito o di patrimonio, personale o familiare come l'ISEE, come condizione per poter accedere gratuitamente o a condizioni agevolate ad una serie sempre più numerosa di servizi, come ad esempio gli asili nido, ovvero per essere esonerati dal pagamento dei ticket sanitari, ovvero delle tasse scolastiche, si creano giuste condizioni di favore per coloro che hanno redditi bassi che determinano però l'incentivo formidabile a non perderle.

Basta un piccolo aumento del reddito per perdere l'intero complesso dei benefici. È successo anche con gli "80 euro in busta paga": la soglia per poter beneficiare di questa erogazione era tale per cui anche un modesto scatto stipendiale, che faceva superare la soglia ammissibile, comportava la perdita dell'intero contributo. Molti si sono visti richiedere indietro la somma così percepita, trattenuta con il conguaglio fiscale di fine anno.

Si è avviata una distorsione che pare inarrestabile: la necessità di sostenere coloro che hanno redditi modesti viene soddisfatta riducendo le imposte ed aumentando i benefici pubblici. La pressione per ottenere incrementi salariali con i rinnovi contrattuali viene dirottata congiuntamente, sia da parte delle organizzazioni datoriali sia da quelle sindacali, verso la spesa pubblica: si procede così al taglio del cuneo fiscale o alla concessione di sempre nuovi servizi pubblici gratuiti, ma sempre a condizione che si rientri nel calcolo dell'ISEE che non è determinato su base personale ma familiare. I sindacati si trasformano così in agenzie per ottenere le agevolazioni pubbliche.

Di recente, si è proposto di escludere dal computo dell'ISEE gli investimenti in titoli di Stato fino a 50 mila euro: ci si è accorti che i limiti patrimoniali erano troppo bassi o forse si è cercato di ricompensare il "Bot People".

Sarebbe opportuno ripensare questi meccanismi, che incentivano il "lavoro povero" e soprattutto il "lavoro nero": nelle condizioni attuali, aumentare il proprio reddito o farlo emergere significa perdere tutti i benefici finora garantiti.

È stata costruita una sorta di gabbia socio-economica fondata sull'ISEE, che non si può né allargare perché salterebbero in aria i conti pubblici, né restringere perché la sopravvivenza di molte famiglie dipende dai benefici di cui ora può disporre.

Bisogna cambiare il paradigma della crescita, basandola sull'aumento della produttività e dunque sugli investimenti delle imprese e non più sulla competitività di prezzo e dunque sui bassi salari: occorre premiare la creazione di valore aggiunto.

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23/10/2023

La fotografia di un’Italia fatta di disuguaglianze e sfruttamento

Il 20 ottobre è stato pubblicato un approfondimento su lavoce.info a firma di Daniele Checchi e Tullio Jappelli, due economisti che oggi sono a capo del Centro Studi dell’INPS il primo, ricercatore presso il Center for Economic Policy Research il secondo. I dati che allineano immortalano un’Italia in condizioni terribili, e può essere utile riassumerli e commentarli.

Negli ultimi trent’anni il nostro paese ha vissuto quattro pesanti momenti di crisi, a cui non è mai seguita una concreta ripresa. L’adesione al Trattato di Maastricht con tutti i vincoli derivati, il crollo finanziario del 2007-2008, la crisi dei debiti sovrani e la pandemia di COVID-19 sono questi spartiacque, che hanno avuto due effetti, collegati in un circolo vizioso.

Da una parte, vi è stata l’assunzione progressiva di una posizione più debole nella divisione internazionale del lavoro, con una borghesia che vive di sussidi, non investe e difende i profitti con lo sfruttamento intensivo. Dall’altra, proprio tramite quest’ultimo (precarizzazione, lavoro sottopagato, peggioramento delle condizioni di lavoro) i costi delle crisi sono stati scaricati sui settori popolari.

In questi tre decenni, le ricette politiche hanno previsto una maggiore flessibilità nella regolamentazione, una frammentazione degli orari di lavoro e una crescita di forme di lavoro part-time. Il risultato di queste scelte è stata un’insignificante crescita della produttività e i salari reali in regressione, soprattutto con gli alti tassi di interesse degli ultimi mesi.

La domanda di ore lavorate non è aumentata, ma sono aumentate le posizioni con bassi salari: l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro è servito solo a non far morire di fame le famiglie. Ciò si è tradotto nell’esplosione delle disuguaglianze reddituali, con l’Italia ai primi posti tra i paesi OCSE per questo record negativo.

Le serie storiche mostrano che tra gli anni Settanta e Ottanta le disuguaglianze si erano ridotte, e questo perché una conflittualità sociale intensa aveva fatto da motore per un miglioramento della situazione collettiva. Con gli anni Novanta esse sono tornate ad ampliarsi, accelerando con la riforma Treu del 1997, quella Biagi del 2003 e il Jobs Act di Renzi del 2015.

Considerando la posizione reddituale, dal 1990 la metà inferiore della distribuzione ha registrato un calo significativo delle retribuzioni reali, mentre quelle della metà superiore, seppur modestamente, sono cresciute di mezzo punto percentuale annuo. A ciò si deve aggiungere anche una sempre più limitata mobilità del reddito infra-generazionale: viviamo in una società immobile e incastrata nella crisi, con i poveri sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

Ma quel che è interessante notare è che due di questi shock economici sono strutturalmente legati alla costruzione dell’Unione Europea. Sono le regole di questo edificio imperialistico che hanno dettato i ritmi e le modalità del concentramento e della centralizzazione dei capitali continentali, e in Italia, ultima dei primi, tutto il peso di questi passaggi è stato riversato sulle fasce popolari.

Eppure, nonostante lo scotto pagato dai lavoratori di tutta Europa, dove più dove meno, Bruxelles è il centro di quello che è ancora un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per di più, incapace di spostarsi dal modello fallimentare export-oriented della Germania, il ripristino del Patto di Stabilità segnerà un altro giro di vite nel tentativo di affermarsi come attore globale autonomo.

Questo è il momento per modellare il profilo di un’alternativa sistemica ai vincoli euroatlantici, dunque non solo a quelli da garrota economica dei trattati europei, ma anche quelli militari (con ripercussioni sulla politica estera e su quella interna) della NATO. Le piazze contro la guerra, in particolare quella del 4 novembre, saranno importanti momenti per agire questa alternativa.

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16/10/2023

La classe operaia esiste ancora e sui salari intende farsi sentire

Venerdì si è svolta a Roma la prima assemblea nazionale delle delegate e dei delegati dell’industria dell’Usb. 150 delegati che hanno rappresentato con i loro interventi lo stato dell’arte di tutto settore manifatturiero italiano.

Un dibattito serrato che ha visto intervenire delegate e delegati di: Acciaierie D’Italia, Stellantis, Marcegaglia, ST Microelectronics, Piaggio, Toyota, JSW Steel, Corden-Pharma, Avio-Aero, Novitek, G.D. – Coesia, Leonardo, Wartsila, Ex-Fabio Perini, Titan, Magna Closures, C.S.O., Bonfiglioli, SanPolo Lamiere, Ocme, Elettra-Sincrotrone, Acciaierie Arvedi, Fives Oto, Caterpillar.

All’assemblea hanno portato il loro contributo i delegati USB del commercio, dei porti e della logistica, settori diversi della catena del valore, che si sono ritrovati sulla necessità di ricostruire intorno ad una piattaforma comune la forza contrattuale dei lavoratori.

Particolarmente apprezzati i saluti di Giorgio Cremaschi, di Guido Lutrario per il Confederale USB e degli studenti di Cambiare Rotta e OSA.

Al centro del dibattito il salario. Anche per l’assemblea dell’industria la rivendicazione del salario minimo a partite da 10 € legata all’inflazione, è un aspetto complementare alla lotta per aumenti salariali nei contratti collettivi nazionali e nella contrattazione di secondo livello, che USB ha posto al centro delle sue rivendicazioni, 300 € netti in paga base agganciati all’inflazione.

La classe operaia esiste ancora e dopo 30 anni di concertazione e patti sociali che hanno sposato precarietà e bassi salari, dall’assemblea è emerso forte l’impegno a costruire organizzazione sindacale e conflitto, senza i quali non esiste una contrattazione che redistribuisce la ricchezza ai lavoratori.

Dalla Piaggio, a Stellantis passando per Acciaierie d’Italia i delegati hanno rivendicato la denuncia e la lotta quotidiana al sistema degli appalti, dei contratti a termine e dei CCNL come quello Multiservizi, quali strumenti di precarietà e di salari da fame. È in questo contesto che la ricerca del massimo profitto si trasforma in un sistema del lavoro che determina la strage di infortuni e omicidi sul lavoro. Da qui l’impegno dell’assemblea dell’industria nella raccolta di firme per l’introduzione del reato di omicidio nei posti di lavoro, che vede l’USB tra i promotori.

Operaie e Operai schierati senza sé e senza ma contro la guerra, specchio di una competizione internazionale che vede crescere le spese militari a danno delle spese sociali e degli spazi democratici. Diversi interventi hanno rimarcato il sostegno alla causa palestinese e confermato l’importanza della partecipazione dell’USB alla manifestazione contro la guerra del 4 novembre a Roma.

Di fronte a governi che uno dopo l’altro hanno privatizzato e svenduto il tessuto industriale e colpito lavoratori e ambiente, oggi nel binomio innovazione tecnologica e crisi economica, si rispecchiano le vicende di Stellantis e Acciaierie d’Italia, dove gli interessi dei lavoratori e territori si scontrano con quelli della speculazione e del profitto.

A questo riguardo la relazione e il documento conclusivo riprendono la centralità di un modello di sviluppo economico centrato su un intervento pubblico teso a definire le scelte industriali e dei settori strategici.

Emerge con chiarezza la necessità di affrontare il quadro delle transizioni in un contesto di investimenti utili alla salvaguardia dei posti di lavoro, per affrontare il tema della diminuzione della prestazione lavorativa e dello sfruttamento, compreso il contrasto agli omicidi sul lavoro.

Parte fin da subito nei settori dell’industria una grande campagna di insediamento, che andrà a definire la progettualità ed i percorsi destinati a sancire il protagonismo della categoria anche nei rinnovi della contrattazione nazionale: oltre agli aumenti salariali, è emerso con forza il tema della riduzione di orario a parità di salario ed anche quello del contrasto agli infortuni sul lavoro.

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14/10/2023

Il Cnel respinge il salario minimo: USB vota contro il documento della Commissione Informazione

L’Unione Sindacale di Base da sempre sostiene con forza la necessità dell’inserimento di un salario minimo legale: siamo convinti, infatti, che in questo modo si possa dare almeno in parte la soluzione al problema del lavoro povero e sottopagato, una vera e propria piaga del nostro Paese.

Per questo le conclusioni della Commissione Informazione del Cnel, che respingono il salario minimo, non sono per noi assolutamente condivisibili, negando quanto da noi sempre sostenuto: abbiamo votato contro al documento presentato in Plenaria. I voti sono stati 39 favorevoli, 15 contrari e nessun astenuto.

USB è tra le promotrici di una legge di iniziativa popolare che vuole inserire proprio un salario minimo legale di almeno 10 euro l’ora, indicizzato all’inflazione: in questo modo si darebbe dignità a migliaia di lavoratori sottopagati e una risposta reale al carovita.

Proprio nelle stesse ore in cui al Cnel si votava il documento della Commissione USB ha organizzato un convegno sul salario povero cui sono costretti i lavoratori della vigilanza privata e dei servizi fiduciari, il cui contratto nazionale prevede una paga oraria misera di 5 euro l’ora.

USB continuerà la campagna per l’introduzione del salario minimo legale, continuando a raccogliere le firme per la legge di iniziativa popolare e coinvolgendo lavoratrici e lavoratori in questo percorso per una misura che, anche a causa dell’inflazione, riteniamo urgente e non più rimandabile.

Riteniamo comunque apprezzabile l’intento del documento di porre all’attenzione del Parlamento e del Governo alcuni temi su cui aprire un confronto e giungere a necessari interventi: tra questi in particolare ci sembrano rilevanti quello sugli effetti dell’attuale normativa su appalti e sub appalti, quello sul lavoro autonomo fittizio ed infine la necessità di avviare finalmente un confronto su rappresentanza e rappresentatività, temi cui la USB da sempre dedica molta attenzione.

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05/10/2023

La sentenza della Cassazione dà ragione all’USB, che da sempre chiede un salario minimo per legge. Ma al Cnel non l’hanno letta

Solo pochi giorni fa è stata pubblicata una sentenza storica della Corte Suprema di Cassazione con la quale si afferma che la contrattazione collettiva non può mai considerarsi al di sopra dell’articolo 36 della Costituzione e che quindi il salario deve sempre corrispondere ai criteri di proporzionalità e sufficienza indicati dalla Costituzione. La sentenza contesta e contraddice esplicitamente la Corte d’Appello di Torino che invece aveva escluso dalla valutazione di conformità all’articolo 36 tutti quei rapporti di lavoro regolati dai contratti collettivi siglati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.

Nel contraddire la Corte di Torino la Cassazione ha affermato un principio molto importante: la contrattazione tra soggetti rappresentativi non è una condizione sufficiente per assicurare che i salari rispettino i principi costituzionali. FINALMENTE, diciamo noi che da anni denunciamo come esista una ampia casistica di CCNL firmati da Cgil, Cisl e Uil che prevedono minimi salariali da fame!

La storica sentenza della Cassazione dà ragione a un lavoratore in appalto che ha vissuto la classica trafila del passaggio da un contratto ad un altro, dal Multiservizi al Terziario al contratto per i Dipendenti di proprietà e fabbricati fino a scivolare in quello dei Servizi fiduciari, vedendosi retribuito con un salario addirittura inferiore alla soglia della povertà assoluta indicata dall’ISTAT. La Corte di Torino aveva respinto il suo ricorso anche contestando il ricorso al parametro della povertà assoluta calcolato dall’ISTAT, che suonava ad avallo che la paga di un lavoratore possa stare “legittimamente” anche sotto quell’indice!

La Cassazione ha invece ribaltato questa lettura, aggiungendo molto di più: la povertà assoluta dell’ISTAT è una soglia minima invalicabile ma il criterio di sufficienza va parametrato più in alto, orientando il trattamento economico non solo verso il soddisfacimento di meri bisogni essenziali – per esempio cibo, vestiario, alloggio – ma anche tenendo conto della necessità di partecipare ad attività culturali, educative e sociali come recita la recente Direttiva UE sui salari adeguati (la 2022/2041).

La sentenza (che riportiamo in allegato) è senz’altro un segnale importante che viene dal mondo giuridico a sostegno dell’idea che, a prescindere dalla contrattazione, sia necessario introdurre una legge che stabilisca una soglia, in materia di salari, al di sotto della quale non si possa scendere.

Il paradosso è che al Cnel, incaricato dal Governo Meloni di esprimere un parere sul salario minimo, la sentenza venga completamente ignorata. Nei documenti che stanno circolando in questi giorni, redatti dall’ufficio di presidenza del Cnel, si insiste sulla grande percentuale di copertura della contrattazione collettiva nel nostro paese, trascurando il dato oggettivo che i salari sono bassi nonostante tutto. E in più, si fa riferimento ai dati contenuti nell’ultimo rapporto INPS, in netta contraddizione con tutti gli ultimi rapporti dello stesso istituto, dell’ISTAT e di diversi altri centri di rilevazione, dove si riduce il fenomeno del lavoro sottopagato (quello che si continua a definire impropriamente povero) a soli 20mila lavoratori!

USB ha già preannunciato da tempo, con un documento scritto inviato alla presidenza del CNEL, la sua totale contrarietà a tale posizione e ha già fatto intendere che quando si arriverà alla votazione il suo voto sarà decisamente contrario. Anche la Cgil ha fatto capire che voterà contro, avendolo già fatto in sede di Commissione (dove l’USB non è presente), pur continuando a concentrarsi sul tema dei contratti pirata e trascurando la rilevanza della recente sentenza della Cassazione di cui sopra. Una sentenza che chiama in causa anni di contrattazione al ribasso fatta da sindacati complici con i padroni e completamente indifferenti alle ragioni di chi lavora.

Unione Sindacale di Base

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