Una nuova batosta legale si abbatte sulla stretta elettorale che l’amministrazione di Donald Trump ha scelto come strategia verso il voto midterm di novembre. Venerdì 17 aprile un giudice federale ha respinto la causa intentata dal Dipartimento di Giustizia (DOJ) volta a ottenere l’accesso forzato ai dati sensibili degli elettori del Rhode Island.
La sentenza rappresenta l’ultimo di una serie di insuccessi legali per la Casa Bianca, impegnata in una battaglia campale per centralizzare il controllo sulle liste elettorali, gestite a livello nazionale. Il DOJ ha già citato in giudizio almeno 30 Stati, sostenendo che l’acquisizione di liste elettorali non oscurate sia necessaria per garantire la sicurezza delle elezioni, contro possibili brogli.
Al momento, almeno 12 Stati hanno ceduto alle richieste, ma molti altri si sono opposti, poiché ciò rappresenterebbe una grave violazione della privacy e dell’autonomia costituzionale riconosciuta ai singoli stati nella gestione del voto. Quello del Rhode Island è il quinto caso in cui la magistratura stelle-e-strisce si esprime contro le richieste di Washington, dopo quelli della California, del Massachusetts, del Michigan e dell’Oregon.
Il giudice distrettuale Mary McElroy si è schierata con i funzionari statali e le associazioni per i diritti civili, affermando che il DOJ non possiede l’autorità per condurre quella che ha definito una fishing expedition (una spedizione di pesca) nei database statali. Gregg Amore, Segretario di Stato del Rhode Island, ha accolto con favore la decisione, lanciando un duro monito contro quelli che definisce come sconfinamenti costituzionali dell’esecutivo federale.
L’amministrazione Trump ha alzato il tiro nelle ultime settimane con diverse mosse coordinate. Il 31 marzo The Donald ha firmato un ordine esecutivo per creare un database nazionale dei cittadini, incrociando i dati sull’immigrazione ottenuti dal Dipartimento di Sicurezza (DHS) con quelli della previdenza sociale.
A ciò si accompagna la pressione sul Congresso per l’approvazione del SAVE America Act: una proposta per rendere più severi gli standard di documentazione per l’iscrizione nelle liste elettorali e per dimostrare la cittadinanza al momento del voto. Bisogna riconoscere che il sistema di voto statunitense è tutto fuorché inattaccabile (alla faccia del cuore della democrazia...), ma Trump sta evidentemente portando avanti una battaglia strumentale.
Il tycoon continua a sostenere, senza prove, che il sistema sia piagato da frodi diffuse e dal voto di non-cittadini. Tuttavia, i dati sembrano smentire l’allarme: su 60 milioni di nomi controllati dallo scorso aprile, attraverso il sistema SAVE (Systematic Alien Verification for Entitlements) offerto dallo stesso DHS, solo lo 0,035% (21 mila persone) è risultato potenzialmente sospetto, con vari casi che sono stati poi attribuiti a mancanza di aggiornamenti o cambi di nome.
Insomma, il problema c’è, ma è marginale e non ci sono le condizioni perché possa incidere davvero sulle elezioni di metà mandato. Ma il vero obiettivo di Trump e compagnia non è “dire la verità”, quanto piuttosto costruire una narrazione che possa giustificare un intervento di Washington sulle liste elettorali in maniera preventiva, e inculcare un messaggio nell’opinione pubblica affinché, nel caso in cui alla fine i risultati non siano a proprio favore, poter denunciare l’illegittimità dei risultati.
Appare chiaro che queste manovre sono pensate come uno strumento utile per qualsiasi scenario si presenterà, e intanto servono per la ridefinizione dell’equilibrio tra i poteri statunitensi. Ma questo tipo di salti in avanti non sono facili da condurre mentre il consenso interno crolla, anche nel proprio elettorato MAGA a causa della fallimentare aggressione all’Iran. I risvolti futuri non si possono prevedere, ma quel che è certo è che l’ennesima sconfitta in tribunale polarizzerà ancora di più il panorama politico.
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