In questo commento e intervista a Vijay Prashad, apparsi ieri mattina su Al Mayadeen English, il ramo in lingua inglese di uno dei principali media panarabi con sede a Beirut, lo storico di fama internazionale e direttore esecutivo dell’istituto di ricerca Tricontinental mette in risalto dei nodi fondamentali, che fanno eco a quello che abbiamo già evidenziato in questo articolo.
Nella notte è arrivata la notizia di cessate il fuoco, ma le parole dello studioso e attivista indiano non perdono di valore, non solo perché gli effetti del conflitto saranno duraturi, ma anche perché è da vedere se le trattative che si apriranno venerdì a Islamabad porteranno a una pace, diciamo così, “duratura”.
Quel che mette in evidenza Prashad è che la complicità del lato europeo della NATO con l’aggressione statunitense (e israeliana) a Teheran è strutturale, non episodica, e non è cancellata da qualche dichiarazione a mezza bocca, che per di più fa leva sul diritto internazionale senza condannare chi quelle norme le ha violate. Anzi, chi ha annunciato un genocidio sui social, come fosse normalità.
Non è un doppio standard, dice lo studioso, ma un unico standard: quello coloniale. Non sono pochi gli analisti che, discutendo della fase storica che viviamo almeno dalla fuga dall’Afghanistan nel 2021, parlano non solo dell’emergere di un mondo multipolare contro l’unipolarismo occidentale a guida USA dell’ultimo trentennio, ma anche della fine di un ciclo storico lunghissimo, cominciato proprio con i primi imperi coloniali del Cinquecento.
Il risultato di questa proiezione coloniale è l’essere invischiati strutturalmente con l’intero apparato materiale che ne è l’erede ancora oggi, e che per frenare la perdita del proprio dominio globale sta trascinando il mondo intero verso una guerra totale, che se non colpisce alle nostre latitudini direttamente con le armi, lo fa con le ripercussioni economiche.
Bisogna aggiungere un corollario a quel che dice Prashad. Egli sottolinea come le capitali europee, che sempre più spesso invocano una politica estera autonoma, poi si rendono piattaforma di quella statunitense, e questa dipendenza ha portato a vent’anni di scelte strategiche che hanno danneggiato la capacità del Vecchio Continente (della UE e Londra, riallineatasi ultimamente a Bruxelles) di porsi come attore globale.
Basti pensare a come Starmer abbia promosso un incontro di 40 paesi per la gestione delle questioni inerenti la libertà commerciale sullo Stretto di Hormuz, a conclusione del conflitto (tentativo di “smarcarsi” dalla guerra), ma alla fine siano stati il Pakistan, la Cina per stessa ammissione di Trump e forse l’Egitto a svolgere funzioni fondamentali nel portare Washington e Teheran al tavolo delle trattative. Su quale sarà l’ordine futuro sullo Stretto non interverrà una voce che sia europea.
Come si legge nell’articolo, è certo l’effetto della perdita di qualsiasi fiducia verso Londra e Bruxelles, ma lo è anche del rifiuto di una politica di neutralità attiva e della complicità materiale con l’aggressione all’Iran. È il risultato di quello che, alla fine del testo qui sotto tradotto, viene presentato come un elenco di contraddizioni che sono definite strutturali tra gli interessi statunitensi e quelli europei.
Ne deriva, però, che l’autonomia strategica perorata dalle capitali europee non sia la soluzione, perché fondata su quel colonialismo che per raggiungere i propri obiettivi deve ad ogni modo negare quello che questa guerra ha messo in chiaro: che l’Iran trattato come terreno di conquista, nonostante la supremazia militare del cuore dell’impero, ha ottenuto una vittoria politica e con esso bisogna confrontarsi come si fa con un attore politicamente alla pari.
Alle nostre latitudini, per una qualsiasi prospettiva di alternativa significa agitare alcuni punti minimi per stare all’altezza di queste contraddizioni: uscire dalla NATO, rompere gli accordi con Israele e rimettere in discussione i trattati internazionali firmati durante la Guerra Fredda, compresi quelli sull’uso delle basi militari; ma anche lotta al riarmo e alla difesa europei, come strumenti della politica di potenza di Bruxelles. Infine, una scelta di neutralità attiva.
Può sembrare un’opzione dolorosa, sul breve termine, ma non solo è l’unica moralmente riabilitante rispetto alle complicità del nostro paese nel genocidio dei palestinesi e in quello minacciato degli iraniani. Rappresenta la base per rappresentare gli interessi strategici della maggioranza della popolazione, che ha solo da guadagnare in rapporti pacifici con le altre popolazioni del Mondo, e tutto da perdere nel sostenere una piccola e ristretta élite di retrivi colonialisti.
Nella notte è arrivata la notizia di cessate il fuoco, ma le parole dello studioso e attivista indiano non perdono di valore, non solo perché gli effetti del conflitto saranno duraturi, ma anche perché è da vedere se le trattative che si apriranno venerdì a Islamabad porteranno a una pace, diciamo così, “duratura”.
Quel che mette in evidenza Prashad è che la complicità del lato europeo della NATO con l’aggressione statunitense (e israeliana) a Teheran è strutturale, non episodica, e non è cancellata da qualche dichiarazione a mezza bocca, che per di più fa leva sul diritto internazionale senza condannare chi quelle norme le ha violate. Anzi, chi ha annunciato un genocidio sui social, come fosse normalità.
Non è un doppio standard, dice lo studioso, ma un unico standard: quello coloniale. Non sono pochi gli analisti che, discutendo della fase storica che viviamo almeno dalla fuga dall’Afghanistan nel 2021, parlano non solo dell’emergere di un mondo multipolare contro l’unipolarismo occidentale a guida USA dell’ultimo trentennio, ma anche della fine di un ciclo storico lunghissimo, cominciato proprio con i primi imperi coloniali del Cinquecento.
Il risultato di questa proiezione coloniale è l’essere invischiati strutturalmente con l’intero apparato materiale che ne è l’erede ancora oggi, e che per frenare la perdita del proprio dominio globale sta trascinando il mondo intero verso una guerra totale, che se non colpisce alle nostre latitudini direttamente con le armi, lo fa con le ripercussioni economiche.
Bisogna aggiungere un corollario a quel che dice Prashad. Egli sottolinea come le capitali europee, che sempre più spesso invocano una politica estera autonoma, poi si rendono piattaforma di quella statunitense, e questa dipendenza ha portato a vent’anni di scelte strategiche che hanno danneggiato la capacità del Vecchio Continente (della UE e Londra, riallineatasi ultimamente a Bruxelles) di porsi come attore globale.
Basti pensare a come Starmer abbia promosso un incontro di 40 paesi per la gestione delle questioni inerenti la libertà commerciale sullo Stretto di Hormuz, a conclusione del conflitto (tentativo di “smarcarsi” dalla guerra), ma alla fine siano stati il Pakistan, la Cina per stessa ammissione di Trump e forse l’Egitto a svolgere funzioni fondamentali nel portare Washington e Teheran al tavolo delle trattative. Su quale sarà l’ordine futuro sullo Stretto non interverrà una voce che sia europea.
Come si legge nell’articolo, è certo l’effetto della perdita di qualsiasi fiducia verso Londra e Bruxelles, ma lo è anche del rifiuto di una politica di neutralità attiva e della complicità materiale con l’aggressione all’Iran. È il risultato di quello che, alla fine del testo qui sotto tradotto, viene presentato come un elenco di contraddizioni che sono definite strutturali tra gli interessi statunitensi e quelli europei.
Ne deriva, però, che l’autonomia strategica perorata dalle capitali europee non sia la soluzione, perché fondata su quel colonialismo che per raggiungere i propri obiettivi deve ad ogni modo negare quello che questa guerra ha messo in chiaro: che l’Iran trattato come terreno di conquista, nonostante la supremazia militare del cuore dell’impero, ha ottenuto una vittoria politica e con esso bisogna confrontarsi come si fa con un attore politicamente alla pari.
Alle nostre latitudini, per una qualsiasi prospettiva di alternativa significa agitare alcuni punti minimi per stare all’altezza di queste contraddizioni: uscire dalla NATO, rompere gli accordi con Israele e rimettere in discussione i trattati internazionali firmati durante la Guerra Fredda, compresi quelli sull’uso delle basi militari; ma anche lotta al riarmo e alla difesa europei, come strumenti della politica di potenza di Bruxelles. Infine, una scelta di neutralità attiva.
Può sembrare un’opzione dolorosa, sul breve termine, ma non solo è l’unica moralmente riabilitante rispetto alle complicità del nostro paese nel genocidio dei palestinesi e in quello minacciato degli iraniani. Rappresenta la base per rappresentare gli interessi strategici della maggioranza della popolazione, che ha solo da guadagnare in rapporti pacifici con le altre popolazioni del Mondo, e tutto da perdere nel sostenere una piccola e ristretta élite di retrivi colonialisti.
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I leader europei hanno risposto alla guerra contro l’Iran con un linguaggio familiare: appelli alla moderazione, inviti alla diplomazia e un rinnovato impegno a favore del diritto internazionale. Da Bruxelles a Berlino, il linguaggio è stato misurato, persino cauto. Eppure, il divario tra ciò che l’Europa dice e ciò che fa raramente è stato così netto. Mentre i governi europei prendono pubblicamente le distanze dall’escalation, le loro infrastrutture, alleanze e politiche continuano a sostenere proprio lo sforzo bellico che affermano di contrastare.
Basi militari, reti logistiche e strutture di intelligence legate alla NATO rimangono pienamente operative. I flussi di armi continuano. Il sostegno politico, sebbene spesso indiretto, è inequivocabile. Questa contraddizione non è semplicemente una questione di ipocrisia. Rivela qualcosa di più profondo sulla posizione dell’Europa nell’ordine globale, una posizione definita meno dall’autonomia che dalla dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. La guerra contro l’Iran non sta creando questa realtà; la sta mettendo a nudo.
Allineamento NATO
Alla base della posizione vincolata dell’Europa c’è la sua appartenenza di lunga data all’alleanza transatlantica. La NATO, per decenni, ha fornito il quadro di riferimento per la sicurezza europea. Ma ha anche plasmato la politica estera europea, restringendo lo spazio per un’azione indipendente.
Per Vijay Prashad, storico e direttore esecutivo del Tricontinental: Institute for Social Research, questa relazione spiega l’apparente contraddizione tra la retorica europea e il suo comportamento.
“Ebbene, questa contraddizione è al centro dell’assetto transatlantico, dove i paesi europei hanno, in un certo senso, ceduto la propria politica estera agli Stati Uniti attraverso il loro legame con la NATO. In un certo senso, la NATO plasma la politica estera dell’Europa per la maggior parte, e l’Europa non ha molta indipendenza per definire la propria direzione in materia di politica estera”.
Non si tratta semplicemente di una questione di scelta politica in un dato momento. Riflette una realtà istituzionale più profonda. I sistemi di sicurezza, intelligence e militari europei sono profondamente interconnessi con quelli degli Stati Uniti. Nei momenti di crisi, la divergenza diventa non solo politicamente costosa, ma strutturalmente difficile.
“Quindi, a prescindere dalle dichiarazioni rilasciate dalle capitali europee, quando si arriva al dunque, gli europei sono lì, al fianco degli Stati Uniti”, ha dichiarato ad Al Mayadeen English.
Dalla passività alla complicità
Una questione centrale sollevata dalla guerra è se l’Europa sia un osservatore passivo o un partecipante attivo. La risposta, sempre più spesso, propende per la seconda opzione.
“L’Europa fornisce varie forme di assistenza – assistenza diretta – a Israele e agli Stati Uniti, incluso l’utilizzo della base britannica a Cipro, che è sostanzialmente una base NATO. Quindi la complicità tocca il cuore del mondo NATO”.
Questo coinvolgimento potrebbe non sempre assumere la forma di un impegno militare diretto, ma è comunque sostanziale. L’utilizzo del territorio europeo per le operazioni, il mantenimento delle catene di approvvigionamento e la continuazione dei trasferimenti di armi contribuiscono tutti al funzionamento dello sforzo bellico.
Prashad colloca tutto ciò in una traiettoria storica più ampia: “L’Europa ha avuto un rapporto molto ostile con l’Iran nel corso del XX secolo. Furono i paesi europei a orchestrare il colpo di stato del 1953 che portò al potere lo Scià dell’Iran, il cui brutale regno durò dal 1953 al 1979. Fu la Germania Ovest a fornire armi chimiche all’Iraq da utilizzare contro la nuova Repubblica Islamica tra il 1980 e il 1988. Anche altri paesi europei armarono Saddam Hussein per condurre una guerra sanguinosa contro il popolo iraniano”.
Questa storia non è casuale. Influisce sulla percezione dell’Europa a Teheran e in tutta la regione. Ancora più importante, sottolinea come il ruolo attuale dell’Europa si inserisca in un continuum più ampio di interventi, allineamenti e calcoli strategici.
Stendardo coloniale
L’Europa ha a lungo coltivato un’immagine di sé come difensore del diritto internazionale. Le sue istituzioni e tradizioni diplomatiche sono spesso presentate come pilastri di un ordine globale basato sulle regole. La guerra contro l’Iran, tuttavia, ha messo a nudo la fragilità di questa pretesa.
“Se gli europei vogliono avere una politica estera significativa, vorrei vederla... Dov’è la condanna da parte delle capitali europee? Nessuna capitale ha condannato chiaramente questa guerra di aggressione. È davvero sconcertante”.
Il confronto con altri conflitti è inevitabile. “L’ingresso della Russia in Ucraina ha suscitato indignazione immediata, ma i bombardamenti israeliani, compresa l’uccisione di civili, tra cui 180 scolari già il primo giorno, non hanno generato una condanna unanime sulla base del diritto internazionale”.
Questa incoerenza ha delle conseguenze. Mina la credibilità dell’Europa non solo in Medio Oriente, ma a livello globale. “La pretesa dell’Europa di essere difensore del diritto internazionale è stata profondamente compromessa. Si potrebbe dire che fosse già gravemente danneggiata nel contesto di Gaza, e in questa situazione con l’Iran, tale pretesa risulta ulteriormente indebolita”.
Per Prashad, il problema non è un doppio standard, ma qualcosa di più sistemico: “In realtà, direi che l’Europa non ha un doppio standard, ha un unico standard. E quello standard è quello che io definirei uno standard coloniale”.
Ripercussioni economiche e autolesionismo strategico
Anche se l’Europa si allinea politicamente alla strategia statunitense, ne sta subendo sempre più le conseguenze economiche. La guerra contro l’Iran minaccia di compromettere ulteriormente lo Stretto di Hormuz, un’arteria vitale per l’approvvigionamento energetico globale. Qualsiasi escalation rischia di far aumentare i prezzi del petrolio, intensificare l’inflazione e spingere le già fragili economie europee verso la recessione.
Eppure, come osserva Prashad, la vulnerabilità dell’Europa non è una novità: è il risultato di una serie di decisioni strategiche prese negli ultimi due decenni. “Negli ultimi vent’anni, almeno, l’Europa ha messo in atto quella che potrebbe essere definita una sorta di autosabotaggio energetico”, ha affermato Prashad, autore anche di 40 libri, tra cui Washington Bullets.
Egli ripercorre questa traiettoria attraverso una serie di rotture: “Partecipando alle sanzioni statunitensi contro l’Iran, l’Europa ha di fatto eliminato uno dei suoi principali fornitori di petrolio dal proprio mix energetico. Poi, in seguito alla guerra in Libia, un’altra importante fonte di energia è stata destabilizzata. E successivamente, con il deterioramento delle relazioni con la Russia, l’Europa ha ridotto il suo accesso al petrolio e al gas naturale russi”.
L’effetto cumulativo è stato quello di spingere l’Europa verso fonti energetiche più costose e meno stabili. “Di conseguenza, ha dovuto fare maggiore affidamento sul gas naturale liquefatto e su altre importazioni, spesso a costi più elevati”. Queste decisioni non sono state prese isolatamente. Erano inserite in un più ampio allineamento geopolitico, che privilegiava la coesione strategica con gli Stati Uniti rispetto al pragmatismo economico.
I limiti dell’indipendenza
La difficile situazione in cui si trova l’Europa solleva una questione più ampia: fino a che punto può agire in modo indipendente in un mondo definito dalla competizione tra grandi potenze? “L’Europa ha lo spazio per prendere le proprie decisioni. Ma non si vede spesso l’Europa contrapporsi agli Stati Uniti”. Ci sono stati momenti di divergenza, come il rifiuto della Germania di entrare in guerra in Iraq nel 2003, ma questi rimangono eccezioni piuttosto che la regola. Più spesso, prevale l’allineamento.
E questo allineamento non è solo istituzionale, ma anche ideologico. “C’è un’arroganza culturale di fondo che scorre, come ho detto, come un cavo sottomarino tra Stati Uniti, Canada ed Europa. Nonostante le diverse istituzioni... questo allineamento culturale di fondo le unisce e le spinge efficacemente verso una posizione politica comune”.
Seguendo una strategia che non controlla
I rischi di questa dipendenza stanno diventando sempre più evidenti. La guerra contro l’Iran si sta sviluppando lungo una traiettoria ampiamente plasmata da Stati Uniti e Israele. L’Europa, al contrario, si trova a reagire anziché a influenzare gli esiti. “L’Europa deve riflettere molto seriamente sul fatto che Stati Uniti e Israele hanno sostanzialmente raggiunto livelli molto elevati nella scala dell’escalation, eppure sembra che l’Iran non abbia intenzione di cedere”.
Se il conflitto non raggiungerà i suoi obiettivi, o se l’Iran ne uscirà politicamente rafforzato, l’Europa potrebbe trovarsi strategicamente esposta. “L’Iran ha, di fatto, ottenuto una sorta di vittoria politica. Cosa significa questo per l’Europa, che ha seguito gli Stati Uniti in politiche sanzionatorie che hanno danneggiato anche le economie europee? L’Europa era un tempo un importante cliente di petrolio e gas naturale iraniano, e questo rapporto è stato interrotto, non principalmente per iniziativa europea, ma per allineamento con la politica statunitense”.
Sovranità in discussione
L’effetto di queste dinamiche è quello di gettare dubbi sull’idea stessa di sovranità europea in politica estera. “Se gli europei vogliono una politica estera significativa, mi piacerebbe vederla”. L’Europa possiede le istituzioni, il peso economico e la capacità diplomatica per agire in modo indipendente.
Ma in pratica, tali capacità sono limitate da fattori strutturali, politici e ideologici. Il risultato è una forma di sovranità che esiste più in teoria che in pratica, invocata nei discorsi ma raramente esercitata nei momenti di crisi.
La guerra oltre il campo di battaglia
L’esito finale della guerra contro l’Iran non sarà determinato unicamente da fattori militari. “Gli esiti di una guerra non sono determinati solo militarmente, ma anche politicamente. È possibile che un Paese disponga di una schiacciante potenza militare e non riesca comunque a raggiungere i propri obiettivi politici”.
Per l’Europa, le implicazioni sono profonde. Schierandosi in una guerra il cui esito non può né controllare né garantire, rischia di acuire sia la propria dipendenza dagli Stati Uniti sia la propria vulnerabilità. Di fatto, la guerra contro l’Iran sta rivelando il ruolo dell’Europa nel mondo.
Si tratta di un continente che parla il linguaggio del diritto internazionale, eppure lo applica in modo selettivo. Un blocco politico che invoca la diplomazia, eppure rimane impantanato nell’escalation militare. Una potenza economica che sopporta i costi del conflitto, eppure fatica a plasmarne il corso. La contraddizione non è più sottile. È strutturale. E nella guerra contro l’Iran, è pienamente evidente.
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