Ripubblichiamo l’interessante articolo di Eliana Riva comparso su il manifesto di ieri. In Israele sembra delinearsi uno scenario simile a quello che in Ungheria ha visto una formazione di destra battere un’altra formazione destra per dare vita ad un nuovo governo di destra.
Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.
Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.
Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).
Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.
Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.
Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).
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Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»
Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»
di Eliana Riva - il manifesto
Sarà un governo sionista, su questo non c’è dubbio, quello che potrebbe nascere dall’unione tra l’ex premier israeliano di destra, Naftali Bennett, e quello di centro-destra, Yair Lapid. Sono riusciti a superare le divergenze e hanno annunciato il nuovo movimento partorito dalla fusione dei rispettivi schieramenti e denominato Beyahad, «Insieme».
Un colpo di scena nella campagna elettorale non ancora ufficialmente lanciata ma alla quale il primo ministro Benyamin Netanyahu sta già lavorando ormai da mesi. La notizia non lo avrà reso certo felice, perché potrebbe raffigurare un serio pericolo per la sua rielezione e per tutta la sua carriera.
I due leader dell’opposizione hanno dichiarato che una volta al governo istituiranno immediatamente una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità politiche dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023. Quella commissione a cui Netanyahu si è opposto con tutte le sue forze e che potrebbe per sempre legare la sua figura a quella di un terribile fallimento piuttosto che alla bramata gloria.
Bennet e Lapid hanno già sconfitto Netanyahu, nelle elezioni del 2021, per poi guidare un esecutivo di breve durata – con il sostegno esterno del partito arabo Raam – alternandosi nella carica di primo ministro secondo un patto di rotazione.
Questa volta il partito sarà guidato da Bennett e potrebbe vedere la partecipazione di quello che rappresentava fino a poco fa uno degli sfidanti più insidiosi dell’attuale premier. Gadi Eisenkot, leader del nuovo partito di opposizione Yashar ed ex capo dell’esercito israeliano, è stato invitato da Lapid e Bennett a partecipare all’impresa e non è detto che rifiuti.
L’obiettivo dichiarato da Bennett è istituire un percorso «di destra liberal-sionista». In un post su X l’ex premier ha affermato: «La coalizione Netanyahu-Dery-Smotrich non è di destra. Io sono di destra». Bennett ha guidato per 15 anni un Consiglio di coordinamento delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata e di recente ha ricordato i suoi propositi: «non cedere la terra e impedire l’istituzione di uno stato palestinese», precisando anche che un accordo con il Libano potrebbe essere firmato solo dopo aver «neutralizzato» Hezbollah.
Nessuna sorpresa, invece, sul fronte delle elezioni amministrative in Cisgiordania, che hanno decretato di nuovo la vittoria di Fatah e dei seguaci di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Secondo i dati della Commissione elettorale centrale, il 56% degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza nella prima votazione dal 2022 (le elezioni legislative non si tengono dal 2006).
In diverse città, anche importanti come Ramallah e Nablus, il seggio è stato attribuito d’ufficio per la presenza di un unico candidato. Gruppi palestinesi come Fronte popolare e Jihad islamico non hanno preso parte alla votazione, boicottandola a causa di un nuovo emendamento alla legge elettorale locale, voluto proprio dall’Anp.
Oltre al riconoscimento dello Stato d’Israele, al supporto della soluzione a due stati, la revisione obbliga tutti i partecipanti alla competizione elettorale a rispettare gli accordi sottoscritti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Tali accordi includono gli impegni di cooperazione con Israele – anche nell’arresto e la consegna dei palestinesi – nodo centrale del dissenso verso l’Anp.
L’Autorità di Abu Mazen, infatti, nell’ansia di mostrarsi partner «affidabile» agli occhi dell’Occidente, continua a ottemperare alle richieste di Tel Aviv, anche se quest’ultima non abbia mai smesso, negli anni, di allargare l’occupazione, togliere terra e libertà ai palestinesi, agendo in violazione dei medesimi accordi.
Nonostante il boicottaggio in Cisgiordania, Hamas ha partecipato – sotto copertura – alla prima elezione in venti anni a Gaza. Il turno amministrativo si è tenuto solo a Deir al-Balah, tra enormi difficoltà di gestione: le votazioni sono state chiuse in anticipo a causa della mancanza di elettricità e Israele non ha permesso l’ingresso di urne, schede elettorali, inchiostro.
L’affluenza è stata bassa, il 23% su più di 70mila iscritti alle urne ma non c’è stato modo di aggiornare le liste degli aventi diritto, espungere i morti, cancellare chi è sfollato altrove. In ogni caso, la lista indipendente denominata «Deir al-Balah ci unisce», all’interno della quale erano presenti elementi riconducibili ad Hamas, è riuscita a raccogliere solo due dei 15 seggi a disposizione. La lista «Rinascita di Deir al-Balah» sostenuta da Fatah e dall’Anp si è aggiudicata sei seggi e altri sette sono stati assegnati a due liste indipendenti.
Abu Mazen e il suo vice, Hussein Sheikh, speravano in un esito che riconoscesse, in qualche modo, la presenza di Fatah e dell’Anp a Gaza, per potersi mostrare come legittimi rappresentanti dell’intera Palestina occupata, e guidare l’amministrazione della Striscia attraverso le istituzioni promesse dal piano del presidente Usa Trump.
Pur non impegnandosi nella campagna elettorale, Hamas sperava, invece, di ottenere la conferma del mantenimento di un consenso e comunque intendeva dimostrarsi aperta a libere votazioni.
Anche durante il turno elettorale Israele ha continuato i suoi attacchi mortali quotidiani, uccidendo sette palestinesi in meno di 24 ore, compreso un ragazzo di 15 anni. Mentre scriviamo, a nord di Gerusalemme è in corso da oltre quindici ore una violenta operazione militare tra il campo profughi di Qalandiya e le località di Al-Ram e Kafr Aqab, che al momento ha portato all’arresto, senza accuse, di oltre 35 palestinesi.
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