Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

24/04/2026

La flotta europea dei “volenterosi” salperà per il Golfo della guerra

Ancora una volta le scelte delle potenze del gruppo dei “volenterosi” non saranno quelle che avrebbero voluto ma quelle che sono costrette a fare. In tal senso l’invio di una flotta europea nello Stretto di Hormuz dove gli USA e Israele hanno scatenato la guerra all’Iran, appare inevitabile.

Il vertice europeo di Cipro ma soprattutto quelli allargati alla Gran Bretagna svoltisi prima a Parigi e poi a Londra, hanno delineato uno scenario in cui i paesi europei non possono – e per molti aspetti non vogliono – sottrarsi dall'infilarsi in un secondo conflitto, questa volta in Medio Oriente, dopo quello in Ucraina.

Le potenze europee sono da sempre quelle più vulnerabili ai rifornimenti energetici dalla regione mediorientale e dallo Stretto di Hormuz in particolare. Gli Usa non hanno questi problemi, ma solo quelli di affiancare Israele nella sua escalation regionale e di mantenere il dollaro come moneta egemone per tutte le transazioni sugli idorcarburi.

Andiamo per ordine.

“Francia e Regno Unito cercano di riempire un vuoto, o almeno di mostrare che esiste ancora una capacità europea di agire nei grandi dossier di sicurezza internazionale senza essere soltanto il riflesso delle decisioni americane” segnala il sito Analisi Difesa“È un messaggio rivolto a Washington, a Teheran, ai mercati e anche all’opinione pubblica interna: l’Europa non resta immobile mentre il 20 per cento del petrolio mondiale passa da uno stretto diventato detonatore di una crisi energetica e finanziaria”.

Gli europei hanno già subito un primo shock energetico interrompendo con le sanzioni le forniture di gas e petrolio dalla Russia. In parte lo hanno fatto unilateralmente – e in modo suicida, aggiungiamo noi – in parte vi sono stati costretti dalle pesantissime ingerenze statunitensi come il sabotaggio che ha messo fuori uso il gasdotto North Stream.

Il risultato, come è noto, è stata l’acutizzazione della recessione economica in Europa, a cominciare da quella tedesca, già intuibile nel 2019, ancora prima della pandemia di Covid-19, che si è rapidamente estesa alle economie di tutta l’area europea.

Un secondo shock energetico come quello provocato dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, sarebbe del tutto insopportabile – se non fatale – per le economie capitaliste dell’Europa.

Riaprire i rubinetti energetici del Golfo e lo Stretto di Hormuz, è dunque una questione “esistenziale” per l’Unione Europea, così come è lo è stato – e potrebbe tornare ad esserlo in caso di estensione del conflitto – il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Bab el Mandeb in direzione del Canale di Suez e del Mediterraneo.

In questo secondo caso l’Unione Europea ha già reso operativa da due anni la missione navale militare Aspides all’imbocco del Mar Rosso. Di una sua possibile estensione come missione anche nello Stretto di Hormuz si era già parlato nei giorni scorsi, anche perché essendo una missione europea già operativa potrebbe bypassare la copertura dell’ONU che è stata ad esempio già “relativizzata” dal ministro della Difesa italiano Crosetto.

L’amministrazione Trump ha chiesto a quattro Paesi europei – Gran Bretagna Italia, Germania e Olanda – di mettere a disposizione i propri cacciamine per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Giuseppe Berutti Bergotto ha già indicato le unità navali disponibili all’operazione. Il contributo italiano prevede un gruppo basato su due cacciamine, un cacciatorpediniere antimissili come unità di scorta e una unità logistica.

“Ovviamente non andiamo da soli” – ha dichiarato Berutti Bergotto – “andiamo all’interno di una coalizione internazionale e anche le altre nazioni manderanno cacciamine. In Europa le hanno Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio”.

Quindi della partita non sarebbero solo paesi membri della Ue ma anche la Gran Bretagna, materializzando così la sostituzione decisionale ed operativa da parte del formato dei “volenterosi” rispetto a quella più farraginosa dell’Unione Europea, un formato al quale ha esplicitamente parlato nei giorni scorsi il responsabile della Difesa della Commissione europea Kubilius accennando alla creazione di un Trattato ad hoc per le questioni militari.

Ma anche su questo, diventano decisive per la missione navale dei volenterosi non solo le regole di ingaggio della flotta quanto i suoi obiettivi strategici in un conflitto dalla geometria bellica mutevole.

“Macron insiste sulla neutralità della missione. Ma proprio questo è il nodo più debole dell’intera costruzione” scrive ancora Analisi Difesa. “Una missione occidentale, guidata da due potenze storicamente coinvolte nella sicurezza del Golfo, non sarà mai letta da Teheran come un semplice dispositivo tecnico. Anche se separata formalmente dai belligeranti, essa incide sul rapporto di forze, consolida una certa cornice di sicurezza marittima e manda un segnale politico preciso: l’Europa intende impedire che la leva di Hormuz resti nelle mani di chi può usarla come strumento di pressione strategica”.

Ne deriva dunque che non siamo davanti a una neutralità sostanziale, ma a una neutralità dichiarata per rendere “politicamente digeribile” un’operazione che ha implicazioni chiaramente geopolitiche per la proiezione internazionale dei paesi europei “volenterosi” e per i loro rapporti con i paesi del Medio Oriente, a cominciare dall’Iran e dalle petromonarchie del Golfo, ma non solo. E l’Iran ha già fatto sapere di non gradire affatto una flotta europea ritenuta ostile a Hormuz.

In Italia il governo aveva parlato della cornice di una Risoluzione dell’Onu come condizione preliminare della missione navale nello Stretto di Hormuz. Ma il ministro Crosetto ha già fatto capire che così potrebbe non essere e che la missione andrà fatta comunque.

L’opposizione finora si è trincerata dietro la copertura dell’ONU come condizio sino qua non, ma di fronte ad “una missione di guerra dentro uno scenario di guerra” potrebbe non bastare affatto. Esattamente come era avvenuto per la guerra in Ucraina o per la missione Aspides nel Mar Rosso. Adesso serve il coraggio politico di mettersi per traverso, sul serio.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento