Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Gran Bretagna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gran Bretagna. Mostra tutti i post

29/08/2026

Israele espelle funzionari olandesi, minaccia i britannici ma loda Italia e Germania

Italia e Germania continuano a essere i “migliori complici di Israele in Europa”. La conferma viene dal fatto che Israele sta valutando la possibilità di espellere anche i funzionari britannici e potenzialmente di altri paesi europei dal Centro di coordinamento a guida statunitense per la Striscia di Gaza postbellica, come ritorsione per le critiche mosse alle politiche di Benjamin Netanyahu nei Territori Palestinesi.

Ieri il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar aveva annunciato l’espulsione dei rappresentanti olandesi dal Centro Internazionale di Supporto per Gaza (ex Cmcc) a Kiryat Gat, parte del Board of Peace per la Striscia, che dovranno lasciare Israele “entro una settimana”.

“Ho preso questa decisione oggi a seguito di una serie di iniziative anti-israeliane del governo olandese. L’ultima è stata l’approvazione di una legge che vieta il commercio di prodotti israeliani provenienti da Giudea e Samaria, Gerusalemme Est e dalle Alture del Golan, che entrerà in vigore il mese prossimo”, ha scritto Sa’ar su X.

“Il nostro messaggio è chiaro: chiunque agisca contro Israele non avrà alcun ruolo nella regione. Israele non permetterà che vengano intraprese azioni contro di esso senza rispondere”.

Diverse fonti a conoscenza dei fatti hanno affermato che nelle scorse settimane il governo israeliano ha discusso la possibilità di espellere anche i funzionari del Regno Unito dall’International Gaza Support Center, il quartier generale multinazionale istituito per monitorare il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti tra Israele e Hamas.

Secondo il Financial Times misure simili sarebbero state prese in considerazione anche nei confronti di Italia e Germania. L’ufficio del primo ministro israeliano e i funzionari tedeschi si sono rifiutati di commentare. Anche un funzionario del governo italiano ha respinto l’idea che l’Italia e la Germania vengano espulse dall’IGSC.

Interpellato in merito, un funzionario israeliano si è limitato a dire: “Israele ha buoni rapporti con la Germania e l’Italia”.

Nelle ore successive, una fonte ufficiale israeliana ha dichiarato all’ANSA che “il report del Financial Times non è corretto: non c’è alcuna intenzione di agire contro Paesi amici come l’Italia o la Germania. Diverso è invece quanto accaduto nel caso dell’Olanda”.

Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato questa settimana l’espulsione dei rappresentanti olandesi dal centro a causa della decisione dei Paesi Bassi di boicottare i prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti nella Cisgiordania occupata, a Gerusalemme Est e sulle alture del Golan.

Quest’anno Israele aveva già espulso i rappresentanti spagnoli dall’IGSC, citando il “pregiudizio ossessivo anti-israeliano” di Madrid. Annunciando la decisione contro i Paesi Bassi, Sa’ar ha dichiarato: “Israele non permetterà che vengano presi provvedimenti contro di esso senza una risposta”.

L’IGSC, precedentemente noto come Centro di coordinamento civile-militare, ha sede nel sud di Israele ed è guidato da ufficiali militari statunitensi che lavorano a fianco delle Forze di difesa israeliane e di decine di funzionari militari e diplomatici provenienti da circa 50 paesi e organizzazioni internazionali.

Il nuovo primo Ministro britannico Andy Burnham ha puntato ad inasprire la posizione del Regno Unito nei confronti di Israele, affermando il mese scorso che avrebbe cercato di esercitare pressioni sul governo israeliano attraverso un potenziale divieto di commercio di merci provenienti dagli insediamenti.

Il Regno Unito, la Germania e l’Italia, insieme a quasi altri 20 paesi e alla Commissione europea, hanno pubblicato la scorsa settimana una lettera congiunta in cui criticano aspramente il piano di Israele di procedere con le gare d’appalto per la costruzione del progetto di insediamento E-1 vicino a Gerusalemme, che secondo gli analisti potrebbe dividere in due la Cisgiordania e rivelarsi fatale per le prospettive di uno Stato palestinese.

Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha aggiunto che “la Gran Bretagna non resterà a guardare e non accetterà la distruzione della soluzione dei due Stati”. Sa’ar ha replicato che il Regno Unito non dovrebbe “dare lezioni al popolo ebraico su dove può vivere nella sua patria storica”.

Secondo il Financial Times una fonte a conoscenza della situazione ha affermato che Israele ha già dato un esempio con la Spagna e i Paesi Bassi, e quindi era logico aspettarsi una sorta di “ritorsione” per la posizione più intransigente della Gran Bretagna. Più di 140 parlamentari hanno recentemente firmato una lettera in cui sollecitano Burnham a procedere con il divieto di importazione di merci provenienti dagli insediamenti.

Fonte

28/08/2026

L’ansia di guerra, a cervelli spenti

Allora. Uno si siede al computer, scorre le notizie e si trova davanti ad un bivio logico, concettuale, strategico pressoché irrisolvibile.

Trump, presidente Usa che ha appena mandato il capo della Cia a Mosca, afferma che “Putin non attaccherà la Nato”.

Burnham, primo ministro britannico, passato da poche settimane dal tranquillo incarico di sindaco di Manchester a quello più stressante di gestore di un paese con nostalgie imperiali e un presente da servi impoveriti, dice che “la Russia attaccherà, è inevitabile”, “è solo questione di quando, non di se”.

Entrambi stanno in un’alleanza militare chiamata Nato, e in molti altri organismi sovranazionali di intelligence, parlano la stessa lingua (niente lost in translation, insomma) e condividono gli stessi “valori” che poi è uno solo: “il mercato è sovrano”, lo dice pure Tajani.

La distonia è troppo evidente per essere nascosta, ma i media mainstream ci provano lo stesso, magari alludendo al fatto che Trump non ci sta troppo con la testa – in effetti si occupa di scemenze come rinominare l’Ontario in “lago America” – oppure che è “putiniano” perché non apprezza la stessa democrazia che lo ha selezionato. Come se Burnham fosse stato eletto o Macron avesse una maggioranza parlamentare... 

Se si guarda al panorama europeo la situazione è invece uniforme. Tutti i cosiddetti leader (della UE o dei singoli paesi) gridano che bisogna riarmarsi, e di corsa, perché la Russia attaccherà presto. “È solo questione di quando, non di se”.

In testa, come decibel, ci sono quattro nanerottoli ringhiosi confinanti appunto con la Russia (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia, da poco entrata nella Nato ma già lobotomizzata quanto basta da farsi dirigere da un certo Stubb).

I quattro invocano la guerra ogni giorno, fanno transitare nel loro spazio aereo i droni ucraini che devono colpire la Russia “nel profondo” (qualcuno sospetta che in realtà ospitino direttamente i lanciatori) e pressano la Nato perché agisca al più presto perché loro – giurano – voglio “la pace” e naturalmente “la sicurezza”.

I paesi più grandi – Francia, Germania, la stessa Gran Bretagna, la Polonia – sono d’accordo sul risultato finale (la guerra contro Mosca) molto meno su tempi e modi. Parigi e Londra scalpitano per “manovre congiunte con l’esercito ucraino”, presumibilmente in territorio ucraino per “non sguarnire le difese di Kiev” impegnate a combattere sul serio, mentre Berlino e Varsavia preferiscono accelerare la preparazione. Pardon, il riarmo.

Dell’Italia è inutile parlare, perché non sanno quel che vogliono né quel che fanno. Ed è quasi una fortuna... 

Tutti, però, condividono la “narrativa”: la Russia ci vuole invadere. Il paese più esteso del mondo, ma con appena 130 milioni di abitanti, ricchezze naturali dalle dimensioni ancora semi-sconosciute ma ciclopiche, saldamente collegato con la prima economia del mondo (la Cina, a parità di potere d’acquisto), vorrebbe insomma “allargarsi” inglobando un territorio frammentato e abitato da quasi 500 milioni di persone, in profonda crisi economica e “di senso”, pressoché privo di materie prime ed ormai anche di tecnologie di punta.

Realistico, no? Più probabile – a naso – il contrario...

Ma se si parla di guerra, si incrementano i dispositivi (e la spesa) militari, si provoca sistematicamente l’avversario armando con sistemi sempre più “offensivi” il suo attuale antagonista sul campo – l’Ucraina – in modo da massimizzarne il logoramento... prima o poi la guerra arriva.

Perché non puoi seriamente parlare di “guerra ibrida russa” per ogni drone non identificato che cade sui confini e far finta che i “tuoi” missili, gentilmente regalati all’Ucraina, con in più il supporto radar e satellitare per indirizzarli con efficacia, siano invece un “semplice risultato commerciale” di cui non sei responsabile per l’utilizzo.

Se si parla di guerra, insomma, e la si fa pure facendo finta del contrario, la guerra vera prima o poi arriva... Per un “incidente” mal calcolato, un missile su un obbiettivo “troppo sensibile”, oppure per la decisione della controparte di non attendere che il futuro “aggressore europeo” si sia organizzato abbastanza da poterlo fare davvero.

Perché in tutta questa follia guerrafondaia c’è un solo piccolissimo problema: per “sdraiare” le velleità europee non serve “invaderne” i territori confinanti – processo costoso in uomini e mezzi, dai risultati incerti e con prospettive invalidanti sul medio-lungo periodo (la legittima “resistenza” degli invasi). Bastano un paio di “atomiche tattiche”, quelle meno potenti ma egualmente micidiali.

Lo sanno tutti, tanto che l’ineffabile Corsera affida al suo direttore tuttofare – Giuseppe Sarcina – il compito di stilare un lungo elenco, e relativa mappa, degli “obbiettivi sensibili” sul territorio europeo. Come se dovesse avvenire domattina...

Ovvio – per chi non ha portato il cervello in discarica – che neanche i più “falchi” tra i dirigenti russi vogliano far passare i rapporti con i guerrafondai europei dall’attuale “tensione” alla guerra totale, che in quel caso coinvolgerebbe probabilmente anche gli Stati Uniti (che di atomiche ne hanno altrettante).

In tre quarti d’ora sarebbe tutto finito. Superati tutti i problemi che affliggono l’umanità... per estinzione della stessa.

Lo sappiamo tutti, meno – sembra – qual piccolo branco di idioti che popola le stanze delle “cancellerie”, da Bruxelles a Londra e dintorni.

La domanda è perciò: quanto è grave la crisi che li attanaglia se non riescono ad immaginare altro che la guerra come “soluzione”?

Ogni giorno che restano al loro posto rende il pericolo maggiore...

Fonte

26/08/2026

Cia e Vaticano in missione a Mosca

Una missione di cui non si sa nulla, contemporanea a quella del “ministro degli esteri” del Vaticano, Paul Richard Gallagher (ma è inglese...), che ieri si è incontrato con il suo omologo Lavrov. Della seconda missione sappiamo che la parola d’ordine è “questa guerra [in Ucraina, ndr] deve finire”. Che, assicurano da Mosca, è anche l’intenzione del Cremlino.

Della spedizione di John Ratcliffe – capo della Cia, arrivato a bordo di un aereo militare (si nota, in mezzo a quelli civili dell’aeroporto) – non si sa invece quasi nulla. Tutti, perciò, a esporre ipotesi.

I guerrafondai europei – prendiamo ad esempio il Corriere – sperano che sia lì soltanto per far rilasciare due cittadini americani “ovviamente innocenti” arrestati da anni come presunte spie (e quando mai l’America avrebbe dovuto spiare la Russia?). Teoricamente possibile, ma sproporzionato. Queste faccende, tra superpotenze, si risolvono senza discussioni pubbliche o viaggi semi-ufficiali, se non per la cerimonia della riconsegna (se la spia è “di peso”).

La seconda ipotesi “confortevole” per gli stessi soggetti è che si stia parlando delle “maxi-sanzioni” all’Iran, appena elaborate dal segretario al Tesoro, Bessent, che riguardano da vicino anche la Russia, titolare di un notevole interscambio con Teheran. In questo caso il tema sarebbe “sganciatevi dagli ayatollah prima che veniate colpiti anche voi”.

Teoricamente possibile, ma fuori di competenze. Per illustrare la “convenienza” ad obbedire a Washington su questo fronte servono degli economisti o dei finanzieri, non il capo delle spie. Si tratterebbe infatti di illustrare grafici, percentuali, elenchi di società o persone che fanno legittimamente affari con un paese di 92 milioni di abitanti, compensazioni adeguate offerte sul piatto, ecc..

Resta l’ipotesi regina: si parla di Ucraina. E sembra decisamente probabile visto che “la visita” arriva appena 24 ore dopo la sceneggiata messa in atto a Kiev, con i “volenterosi” europei a plaudire al “piano di pace” di Zelenskij e promettere missili a lungo raggio. Anzi, solo le licenze per costruirseli in casa, oltre che i soldi necessari a continuare la guerra.

In mancanza di certezze, sperano se non altro che i rapporti tra Washington e Mosca siano “deteriorati”, così da immaginare un largo “spazio vitale” per la propria asfittica presenza.

Che il capo della Cia discuta col Cremlino dei destini di questa guerra, mentre su un tavolo parallelo anche il Papa fa lo stesso, è però un trave messo di traverso sulla strada dei “bellicosi”, che avevano immaginato un percorso più lineare: Zelenskij presenta il “piano di pace”, Putin lo rifiuta e “noi” possiamo quindi tranquillamente aumentare gli aiuti a Kiev, tacitando le opposizioni interne dando la colpa ai russi.

Le bozze del “piano” fatte circolare, per quanto generiche e senza dettagli, sembrano l’album dei sogni. In pratica prevede:

  • una tregua generale e incondizionata dei combattimenti;
  • le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass non ancora occupato (una frazione minima dell’oblast di Donetsk;
  • i russi si ritirano da tutto il Donbass occupato.

Nulla viene detto della Crimea e degli altri due oblast occupati che la collegano al resto.

Esaurita questa prima fase, il Donbass – sotto la dizione di “Free Trade Economic Zone” demilitarizzata – verrebbe dato in gestione agli Stati Uniti, classificati come “paese neutrale” (quello che ha guidato il golpe di Majdan nel 2014 dando inizio alla guerra!), fungendo da presunta “zona cuscinetto” tra i due paesi.

A quel punto si dovrebbe impiantare una forza militare multinazionale nel resto dell’Ucraina, composta da truppe francesi ed inglesi, con supporto della Polonia e sotto comando britannico.

Chiaro? Di fatto, la Russia dovrebbe rinunciare a tutto ciò per cui ha combattuto: l’associazione del Donbass russofono alla Federazione e la garanzia che la Nato non si allarghi all’Ucraina (truppe europee a Kiev questo significano), conquistando peraltro la stragrande maggioranza del territorio “conteso”.

Diciamo che queste sono le condizioni che un paese sconfitto considererebbe “molto dure e punitive”. Ma non si vede perché dovrebbe accettarle un paese che pur subendo qualche attacco missilistico contro obiettivi economici e civili, sul terreno continua ad avanzare (per come è possibile in una guerra in cui la “prima linea” è ormai costituita da sciami di droni, certo).

E infatti il portavoce di Vladimir Putin, il sempre controllato Peskov, l’ha immediatamente classificato come una delle tante fantasie di cui non vale la pena di occuparsi.

Il “piano” era insomma disegnato proprio per farsi dire di no e andare dritti allo scontro. Ci si può naturalmente chiedere quanto siano fuori di senno i cosiddetti “volenterosi” nel perseguire una strategia talmente suicida (è scritto in tutte le “dottrine nucleari”, di qualsiasi paese, che ad una “minaccia esistenziale”, che mette cioè in discussione la continuità ed integrità territoriale dello Stato, si può rispondere usando anche l’arma atomica, che Mosca possiede in numero strabordante: oltre 6.000 testate contro le circa 200 a testa di Parigi e Londra).

Ma non c’è dubbio che questa sia la loro intenzione, per quanto malamente camuffata con la retorica “libertaria”. Non a caso ci è arrivata anche Giorgia Meloni, che si è detta disponibile a inviare generatori di elettricità per tener botta il prossimo inverno, un po’ di soldi e altre armi, ma non soldati.

Ecco quindi che la visita del capo della Cia acquista una importanza particolare, persino inquietante. Far rivivere lo “spirito di Anchorage”, quando sembrava che tra Putin e Trump fosse scattato un accordo di massima da realizzare in tempi medio-brevi, è evidentemente una mission impossible.

I massimi dirigenti politici – il segretario di stato “Narco” Rubio e il vicepresidente J.D. Vance – non sembrano in grado di maneggiare un dossier così voluminoso (più semplice “fare i coatti” con Cuba, anche se pure lì è stato messo per ora il freno a mano all’intervento militare, preferendo la via dello “strangolamento economico”).

I due “sempre inviati” – Witkoff e Kushner – vanno bene per gli accordi immobiliari, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco in trattative serie, vedendosi smentiti da tutti poche ore dopo ogni annuncio: da Trump, da Netanyahu, dai mediatori, da Teheran, ecc..

Meglio dunque un “professionista”, per quanto anomalo come il capo degli spioni. Se l’America vuole togliersi l’impiccio di una guerra che dura da troppo tempo e sta diventando pericolosa a causa dell’azione di ex imperialisti da operetta – questo sono ormai Francia e Gran Bretagna, in attesa del riarmo tedesco – il tempo ormai stringe.

Ci vogliono “gli adulti nella stanza”, e fuori i deficienti...

Fonte

25/08/2026

Manovre militari e tecnologie per missili all’Ucraina. I guerrafondai europei in cerca di “rogne”

La coalizione dei volenterosi guerrafondai europei tra ottobre e novembre terrà delle esercitazioni militari congiunte su vasta scala e a ridosso dell’Ucraina sotto la guida di Gran Bretagna e Francia. L’annuncio è stato dato da Macròn, durante il vertice della coalizione a Kiev.

“Le esercitazioni su vasta scala che la nostra coalizione condurrà a ottobre e novembre dimostreranno la sua prontezza operativa e la capacità di agire dopo la cessazione delle ostilità, e questo è molto importante. Si tratta di uno degli elementi chiave dei negoziati, quando l’Ucraina deciderà di avviarli. Ed è estremamente importante che lavoriamo collettivamente su questo aspetto”, ha sottolineato Macron.

La decisione di fare manovre militari sul campo, già di per sé pericolosa visto che la Russia non ha gradito affatto l’idea, fa il paio con un altra decisione altrettanto pericolosa sul piano dell’escalation nella guerra in Ucraina: quella di fornire tecnologie sensibili all’Ucraina per costruire missili a lungo raggio in grado di colpire in profondità la Russia.

Le esercitazioni militari dei “volenterosi” in Ucraina avranno un significato operativo. La Coalizione vuole dimostrare di essere in grado di mobilitare e coordinare rapidamente le proprie forze armate sul territorio ucraino qualora, dopo un eventuale cessate il fuoco, fosse necessario attuare le garanzie di sicurezza promesse all’Ucraina. Il progetto della Coalizione non riguarda soltanto il sostegno militare a Kiev durante la guerra, ma anche la possibile costruzione di un dispositivo multinazionale da attivare dopo la cessazione delle ostilità.

L’Ucraina infatti riceverà nuovi aiuti militari, in particolare sistemi di difesa aerea e fondi per la produzione di droni.

Il governo di Londra ha autorizzato l’industria bellica Mbda a condividere informazioni riservate sui componenti britannici del missile a lungo raggio Scalp, consentendo a Ucraina e Francia di avviare linee di assemblaggio del sistema missilistico direttamente sul territorio ucraino. Lo Scalp è la versione francese del missile britannico Storm Shadow e utilizza tecnologie condivise tra Francia e Regno Unito.

L’autorizzazione di Londra permetterà quindi a Parigi e Kiev di procedere con l’assemblaggio locale dei missili in grado di colpire in profondità la Russia. Una scelta che indubbiamente accresce e alimenta la percezione di una “minaccia esistenziale” da parte della Russia e presenta inquietanti interrogativi sulla eventuale “qualità” delle eventuali ritorsioni.

Il governo italiano intanto ha fatto sapere che “non parteciperà” alle esercitazioni di ottobre/novembre della coalizione dei Volenterosi annunciate da Macron. Fonti del governo ricordano come si tratti di una scelta in linea con la posizione italiana, che non prevede la presenza di soldati italiani in Ucraina.

Ma nella politica italiana c’è chi si oppone a questa decisione – di buon senso – del governo. Emblematicamente si tratta di esponenti del campo largo e dintorni. Tra questi c’è il senatore del PD Filippo Sensi che – perdendo l’occasione per tacere – ha definito la decisione come “emotiva e sbagliata”: “Non c’entra niente la pace e la Costituzione. Si tratta di lavorare insieme agli alleati europei. Tirarsi indietro è da furbastri o codardi”.

E poi non poteva mancare il guerrafondaio dei Parioli Carlo Calenda: “Considero questa decisione dell’Italia gravissima, sia dal punto di vista strategico, sia per il posizionamento del Paese nella costruzione della Nato europea di cui abbiamo bisogno. È l’ennesima dimostrazione di mancanza di coraggio del governo italiano”.

È evidente che la linea da seguire nella guerra in Ucraina rimane e sarà uno spartiacque politico, doloroso e dirimente contro i guerrafondai di ogni campo o schieramento politico.

Fonte

12/08/2026

Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev

C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.

La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.

Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.

Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.

In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.

Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.

Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.

Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.

L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.

Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.

Fonte

06/08/2026

Servizi segreti. I migliori sarebbero i britannici, quelli italiani al 15° posto ma...

È stata recentemente pubblicata una curiosa graduatoria dal settimanale francese L’Express: quali sono i migliori servizi di intelligence in Europa?

La giuria era composta da sessanta esperti di intelligence provenienti da 25 Paesi, tra questi figurano diciassette capi o ex capi di servizi segreti, oltre a figure provenienti da apparati come CIA e Mossad.

Il metodo scelto per dare il giudizio è semplice: chiedere a chi conosce dall’interno il mestiere di indicare i migliori servizi europei, sulla base dell’esperienza diretta, della reputazione operativa, della capacità di raccogliere informazioni, condurre azioni, proteggere fonti e condividere intelligence con i partner.

Il risultato premia ancora una volta il MI6 britannico e poi la DGSE francese, mentre i servizi segreti italiani finiscono in quindicesima posizione, a pari punteggio con Belgio e Repubblica Ceca.

Il punteggio attribuito al MI6 britannico è il più alto: 251 punti, con un netto distacco rispetto agli inseguitori francesi.

A essere premiata sarebbe la capacità del M16 di reclutare talpe di alto livello negli ambienti decisionali di Paesi ostili o strategici attraverso il rapporto umano, ovvero la fonte interna al nemico, con le informazioni che non arrivano dai satelliti né dai database, ma da chi sta dentro il sistema avversario.

Al secondo posto, con 169 punti, c’è la DGSE, il servizio segreto estero francese. Secondo gli esperti la Francia dispone dell’unico servizio dell’Europa continentale con una portata quasi mondiale.

La DGSE viene valutata positivamente perché combina tre dimensioni: raccolta tecnica, intelligence umana e capacità d’azione. Quest’ultima è particolarmente importante: il servizio Action francese viene considerato una delle poche strutture al mondo in grado di condurre operazioni clandestine ad alta intensità all’estero.

La Francia mantiene inoltre una rete consolidata in Africa, eredità della sua storia coloniale e delle relazioni politiche, militari ed economiche costruite nel tempo

Il terzo posto va, curiosamente, all’Olanda, con 97 punti. I servizi segreti olandesi hanno partecipato a operazioni di rilievo negli ultimi vent’anni. Viene citato il caso Stuxnet, il virus sviluppato da Mossad e CIA che mise fuori uso una parte significativa delle centrifughe nucleari iraniane: secondo la ricostruzione, un agente dell’intelligence olandese avrebbe avuto un ruolo nell’installazione del malware.

Al quarto posto arrivano i servizi segreti dell’Ucraina, con 77 punti. Un piazzamento impensabile prima del 2014 e ancora più prima del 2022. Un direttore di un servizio di intelligence europeo ha usato un’espressione forte: gli ucraini avrebbero dimostrato la capacità di “mossadizzarsi”, cioè di adottare un modello operativo aggressivo, flessibile e disposto a colpire lontano.

Il BND, il servizio segreto tedesco si piazza al quinto posto con 62 punti. Il suo punto di forza, ma anche il suo limite, è l’analisi: metodica, strutturata, documentata. Molti addetti ai lavori ironizzano sulla scarsa propensione operativa del BND. Un ex direttore svizzero lo avrebbe paragonato a un gruppo di “ricercatori di think tank”. Un giudizio decisamente severo. I servizi segreti tedeschi dunque analizzano molto ma agiscono meno.

I servizi di intelligence italiani nella graduatoria stilata, finiscono al 15 posto. Pesano sul giudizio negativo il nepotismo e la corruzione che investono anche gli ambienti dei servizi e, secondo gli esperti, una mancanza della cultura dell’intelligence in Italia. Nello stesso dossier, viene però riconosciuto un punto di forza: quando si parla di Libia e Nord Africa, gli italiani restano interlocutori obbligati.

Senza alcuna volontà o aspirazione ad apparire “nazionalisti”, c’è un dettaglio che gli esperti internazionali di intelligence non sembrano aver preso in considerazione: l’Italia, finora, è stato l’unico paese europeo in cui non sono avvenuti attentati dei gruppi jihadisti come invece è accaduto più volte in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Olanda.

Sarà un caso, ma forse sul piano della prevenzione del terrorismo internazionale, i servizi di intelligence italiani sanno lavorare meglio dei loro colleghi europei.

Fonte

25/07/2026

Minacce e richieste d’aiuto, ma intanto si ricandida

Non fidatevi mai di quello che l’America dice, guardate sempre a quello che fa. Con Trump, naturalmente, questo antico consiglio è diventato una premessa minima per provare a capirci qualcosa.

Ufficialmente gli Stati Uniti “non hanno bisogno di nessuno” per costringere l’Iran ad obbedire per quanto riguarda Hormuz o qualsiasi altra questione.

Praticamente stanno organizzando insieme al solito cagnolino scodinzolante – la Gran Bretagna ora affidata a quel bluff di Andy Burnham, l’ultimo sottoprodotto del Labour blairiano – l’ennesima “coalizione di volenterosi” disposti a lanciarsi nell’avventura di “riaprire lo Stretto di Hormuz a tutti i costi”, mentre già le navi saudite trovano difficoltà a passare anche da quello di Bab El Mandeb (sul fronte degli Houti yemeniti).

Eccesso di sicurezza verbale e difficoltà operative vanno insomma appaiati.

La fonte è sempre il sito Axios, che dispone di un ex ufficiale dell’Unità 8200 (l’intelligence dell’esercito israeliano) per diffondere notizie vere, manipolate o false a proposito dei conflitti in Medio Oriente.

La prima riunione della nuova coalizione dovrebbe avvenire e Londra la prossima settimana, perché gli Stati Uniti vorrebbero che i loro alleati inviino nella regione risorse navali per lo sminamento, unità militari e droni per “contribuire a garantire la sicurezza delle rotte marittime”. Rotte che, specie ad Hormuz, erano sicurissime e gratuite prima che Usa e Israele, cinque mesi fa, attaccassero l’Iran.

Anche dalle parti dei “volenterosi” disposti a farsi avanti c’è la consapevolezza che gli yankee stiano affidando loro una patata che non riescono più a gestire da soli. “Gli americani stanno cercando una via d’uscita e hanno bisogno del nostro aiuto”, avrebbe detto un diplomatico europeo coperto dall’anonimato.

Il passaggio dalle parole ai fatti non è però altrettanto semplice. Anche i volenterosi più assatanati, infatti, si rendono conto che intervenire militarmente nel bel mezzo di conflitto in atto significa entrare in guerra contro l’Iran. E, indirettamente, col resto del mondo che in vario modo sostiene Teheran in questo sforzo.

Non a caso la sospensione dei combattimenti – ossia degli attacchi statunitensi, cui l’Iran risponde sistematicamente “occhio per occhio” ma senza cercare un’escalation – è sempre stata invocata come la premessa necessaria per un intervento nello Stretto, che peraltro non trova affatto d’accordo il “padrone di casa”.

Un serpente che si morde la coda. Washington sta minacciando un incremento degli attacchi e cerca di coinvolgere gli europei che invece si attiverebbero solo a tregua raggiunta.

Più lineare invece l’indirizzo trumpiano sul fronte interno. All’annuale cena con i corrispondenti esteri ha di fatto annunciato l’intenzione di ricandidarsi per un terzo mandato presidenziale nel 2028, bruciando in un colpo solo le ambizioni silenti di “Narco” Rubio e J.D. Vance, ma soprattutto aprendo un conflitto istituzionale senza precedenti, visto che la Costituzione Usa sembra vietare questa possibilità.

L’unica eccezione è infatti quella di Franklyn Delano Roosevelt, presidente per ben quattro volte consecutive, ma solo grazie allo “stato di eccezione” prodotto dal coinvolgimento nella Seconda Guerra Mondiale dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour.

Usare la guerra all’Iran (una scelta unilaterale Usa) come un equivalente del 1941 è azzardato quanto basta, specie per un presidente che a gennaio – quando entreranno al Congresso i nuovi senatori e deputati eletti con il voto di inizio novembre (metà del totale) – potrebbe ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare e sotto minaccia di impeachment, proprio come Richard “Dirty” Nixon, che peraltro poteva almeno vantare il merito di aver messo fine alla guerra in Vietnam.

In estrema sintesi, ogni mossa di questa amministrazione – tanto sul fronte interno che su quello internazionale – appare rivolta a demolire regole e istituzioni che fin qui avevano permesso, nel male più che nel bene, agli Usa di governare il mondo dopo la caduta dell’URSS 

Se non hai una visione strutturalmente solida puoi anche pensare che surfare sul caos sia un’idea migliore che negoziare nuovi accordi stabili col resto del mondo (a cominciare ovviamente dalle altre superpotenze), ovviamente facendo molte concessioni.

Ma il caos ha pur sempre il piccolo difetto di nutrire una miriade di variabili imprevedibili, ognuna delle quali – per vie altrettanto incalcolabili della famosa farfalla che, battendo le ali, genera un uragano altrove – può diventare l’inizio della fine. E l’Iran ha dimostrato di avere una consistenza decisamente superiore a quella delle farfalle...

Fonte

18/07/2026

“Il mio partito Laburista non era antisemita” Corbyn dà il benservito a Starmer

L’ex leader laburista Jeremy Corbyn ha condannato il suo successore, il primo ministro dimissionario Keir Starmer, di aver ancora una volta dichiarato falsamente che il partito laburista fosse “istituzionalmente antisemita” durante la sua leadership.

In una intervista Starmer ha ricordato il suo periodo alla Camera dei Comuni come leader dell’opposizione affermando che: “Avevamo appena perso le elezioni generali del 2019, che hanno quasi fatto cadere il mio partito”, ha detto. “Siamo stati trovati istituzionalmente antisemiti. Ho preso in mano il nostro partito. Ho promesso di eliminare l’antisemitismo dal mio partito e l’ho fatto”.

Rispondendo a Starmer, Jeremy Corbyn ha detto a Middle East Eye: “Il primo ministro oggi ha falsamente affermato che il Labour è stato ritenuto ‘istituzionalmente antisemita’ sotto la mia guida. Non c’è stata alcuna conclusione del genere, e Keir Starmer dovrebbe avere la decenza di correggere le sue affermazioni”.

“È la seconda volta nelle ultime settimane che avanza una falsa accusa contro il Partito Laburista sotto la mia guida (l’ultima volta riguardo a una bancarotta finanziaria inventata) per rafforzare il suo pessimo curriculum”, ha detto Corbyn.

“Rappresentazioni errate e iniziative fallite sono purtroppo parte di un modello sotto la sua guida, che ha portato al crollo del sostegno pubblico e alla fine del suo mandato da primo ministro”, ha detto il leader parlamentare della nuova formazione di sinistra “Your Party”, ribadendo che “Continuerò a fare campagna per la giustizia sociale, i diritti umani e la pace. Questo include la vera portata della complicità istituzionale di questo governo nel genocidio”.

Corbyn era stato costretto a dimettersi da leader laburista dopo aver perso le elezioni generali del 2019 contro il Partito Conservatore di Boris Johnson.

Il suo periodo alla guida del partito le varie fazioni del Labour si contendevano il controllo e settori del partito cercavano di minare la leadership di Corbyn veicolando e amplificando le accuse di antisemitismo.

Fonte

01/07/2026

Regno Unito - La libera informazione si sta trasformando in “terrorismo”

La polizia anti-terrorismo britannica ha fermato e trattenuto presso l’aeroporto “John Lennon” di Liverpool l’avvocato statunitense e attivista per i diritti umani Dan Kovalik. Il legale, noto ultimamente per aver difeso l’ex presidente colombiano Gustavo Petro davanti alle corti statunitensi per le sanzioni subite, è stato sottoposto a un serrato interrogatorio.

Il caso ha ovviamente sollevato un’ondata di condanne e riprovazione, riaccendendo i riflettori sull’uso ritenuto più volte arbitrario e politicamente discriminatorio della legislazione antiterrorismo da parte delle autorità di Londra contro figure di spicco del giornalismo indipendente e attivisti contro la guerra, per intimidire chi non si allinea alle linee di politica estera dei governi occidentali.

Lo stesso Kovalik ha scritto su X che è stato fermato per la sua “opposizione al genocidio a Gaza e alla guerra in Iran”. La polizia britannica ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici dell’avvocato, che è stato anche costretto a fornire dati biometrici, incluse le impronte digitali e campioni di DNA.

Un livello di controllo allarmante rispetto alla tutela dei diritti fondamentali di Kovalik. Egli è solo l’ultima vittima del famigerato “Schedule 7” del Terrorism Act 2000, che concede poteri enormi alla polizia di frontiera, permettendo perquisizioni e trattenimenti anche in assenza di specifici indizi di reato.

Il fermo di Dan Kovalik non è un caso isolato, ma si inserisce in un modello sistematico di pressioni politiche attuate attraverso la forza pubblica ai punti di ingresso del Regno Unito per reprimere l’espressione del dissenso e la libera informazione, mentre vengono raccolti dati riservati degli attivisti.

La situazione, invece di fermarsi in questa deriva autoritaria, sta persino peggiorando. Una nuova proposta di legge, il National Security (State Threats) Bill è in fase di approvazione in Parlamento, ma ha sollevato pesanti critiche da parte di giuristi, organizzazioni per la libertà di stampa e non governative.

In sintesi, il provvedimento conferisce al ministero dell’Interno la possibilità di designare come “minaccia” qualsiasi organizzazione di cui viene riconosciuto il sostegno da parte di uno stato estero ritenuto come un pericolo per la sicurezza nazionale. L’obiettivo dichiarato è quello di colpire i gruppi che sono considerati proxy di governi stranieri ostili.

Tuttavia, la formulazione del testo è molto vaga ed estesa, e porta con sé un grave problema. La legge si rivolge a coloro che “sostengono, assistono e ottengono benefici materiali” da questi gruppi designati come minacce statali. Ma tra i “benefici materiali” è incluso anche lo scambio di informazioni. Secondo il testo attuale, commette un reato sia chi ottiene, accetta e conserva tali informazioni, sia chi si limita ad accettare di riceverle.

In sostanza, a rischiare fino a 14 anni di carcere potrebbero essere anche i corrispondenti esteri che hanno avuto contatti con fonti interne a questi gruppi. Ovviamente, solo su quei giornalisti che non adattano i propri servizi alla propaganda guerrafondaia di Londra. Inoltre, la mannaia della legge non si abbatterebbe solo sui media, ma anche sul mondo umanitario.

Di fronte alle critiche, il ministero dell’Interno ha respinto con forza ogni accusa, e ha inoltre “rassicurato” i cittadini che l’avvio di ogni azione penale richiederà sempre il via libera del procuratore generale. Ma questo significa che, appunto, i giornalisti dovranno svolgere la propria attività senza sapere mai per certo che il diritto all’informazione che perseguono possa essere poi valutato come pericolo alla sicurezza nazionale. È proprio così che si intimidirà qualsiasi espressione del dissenso.

Fonte

27/06/2026

Brexit dieci anni dopo: il Regno Unito non gode ma neppure l’Europa

Dieci anni dopo abbiamo perso tutti

La cronistoria è abbastanza nota. Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votava con una ristretta maggioranza a favore dell’uscita dall’Unione Europea. Spinto dalla presa di posizione dell’United Kingdom Independence Party di Nigel Farage e dalla spinta pro-Brexit del Partito Conservatore britannico di Boris Johnson. Per memoria dei titoli nella Storia. Sintesi: il Regno Unito decise di rompere il cordone ombelicale con Bruxelles 43 anni dopo l’ingresso nell’allora Comunità Economica Europea. Un cordone, già meno stretto di quello del resto dell’Europa, con Londra meno impegnata a finanziare l’agenda comunitaria, mentre John Major e Tony Blair avevano difeso l’indipendenza della sterlina.

Il trauma della Brexit

Vantata da quello spaccone di Boris, la rottura della Brexit fu allora l’evento premonitore (di altre sciagure). Pochi mesi dopo, l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca e certificare la nascita di una nuova ondata populista e nazionalista. Dieci anni dopo, i conti tirati da Andrea Moratore di InsideOver: «Londra non è riuscita a distanziarsi dal trend di declino globale che condiziona l’Europa tutta. Non c’è stato un miglioramento delle condizioni di vita. Nessuna nuova primavera economica è emersa e il sogno della “Singapore sul Tamigi”, moderna nave corsara finanziaria pronta a solcare i mari della globalizzazione, è rimasta tale assieme ai progetti di una Global Britain».

Illusioni e incapacità politiche

L’utopia libertaria in campo finanziario come principale promessa dei fautori dell’Exit, alla prova, inciampa su se stessa. L’austerità che ha falcidiato le comunità locali e il poco di Stato sociale garantito, mentre esplode il debito pubblico. E la crisi economica diventa politica con il Regno Unito che conosce diversi shock elettorali e una crisi pesante dell’inflazione e del costo della vita per tre volte in sei anni: «durante la pandemia di coronavirus, che acuì le disuguaglianze territoriali, all’inizio della guerra in Ucraina e dopo l’attuale crisi del Golfo». Prezzo decisamente alto, non risolvibile con piccoli trucchi di indoratura politica.

Povera Inghilterra nel mezzo

A perdere è stata anche l’Inghilterra, intesa come suo principale corpo costituente tra tanti indipendentismi mai sedati del tutto attorno a quel Regno problematicamente Unito. E i populismi alla Farange diventano, oggi, l’errore tragico che si ripete, «nuovi nazionalismi celtici, separatisti e centrifughi, dalla faglia tra le Midlands e la prospera Londra». Fotografia immediata? «Incerta e zoppicante, l’Inghilterra è tornata terreno di caccia per il populismo incendiario di Farage, tornato in versione remigrazionista, pronto a dare all’ambientalismo e al woke la colpa di ciò che non è andato dal 2016 ad oggi». Auguri.

L’Europa che in parte reagisce

Dieci anni dopo, su alcuni fronti l’Europa è arrivata là dove Londra sognava di giungere firmando accordi commerciali con l’India (Mercosur) e l’Australia, mentre il Regno Unito ha avuto meno potere negoziale in campo commerciale e non si è emancipato su quello geopolitico, «subendo l’attrazione fatale americana e provando a rifarsi slanciando una proiezione contro l’arcirivale russo per inventare influenza». Ma l’uscita del Regno Unito che avrebbe potuto essere la base per serrare le fila e fare dell’Unione Europea, persa l’anomalia frenante britannica, un soggetto più coeso e coerente, razionale persino con qualche ambizione magari di potenza non ha avuto seguito complessivo.

Alla fine, un’occasione perduta

La Brexit, alla fine, è stata un’occasione perduta, con Londra che insiste per tirare una parte del blocco dei Ventisette sul fronte del contenimento antirusso. E la Global Britain sognata da Boris Johnson e suoi alleati è stata poco e nulla Global e rischia nei prossimi decenni di non essere nemmeno più Britain. Abbiamo perso tutti, e dieci anni dopo è più insicuro il Regno Unito nel mondo, lo è l’Europa, «lo è l’operaio delle Midlands che ha votato la Brexit temendo idraulici polacchi, concorrenza salariale al ribasso e tutto ciò che la propaganda dei vari Farage presentava come minaccia esistenziale». Vincono tutti tranne i tribuni di ieri che potrebbero essere potenzialmente chiamati, in futuro, a governare i cocci che essi stessi hanno infranto.

Fonte

23/06/2026

Starmer e soci, la peggiore politica possibile

Con le dimissioni di Starmer si certifica lo stato comatoso della “democrazia liberale anglosassone”, che già era uscita massacrata dall’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Il sesto premier dimissionario in soli dieci anni sta ad indicare che l’instabilità è il segno distintivo di questa lunga fase storica. Il fatto che sia il primo del cosiddetto Labour (gli altri cinque – David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Risji Sunak – erano tutti conservatori) conferma che si tratta di una “crisi di sistema”, non di una particolare visione politica. Che peraltro risulta indistinguibile tra gli uni e gli altri.

Starmer è stato forse il peggiore del mazzo, facendo passare come “progressiste” innumerevoli restrizioni delle libertà politiche e del diritto di espressione, a partire dalla criminalizzazione della solidarietà con i palestinesi e di qualsiasi critica ad Israele. Una politica criminale che sarebbe stata sorprendente per uno come lui, specializzato in “diritti umani”, ma quasi logica per l’avvocato delle organizzazioni sioniste in Gran Bretagna e che sta facendo crescere i suoi figli come ebrei praticanti.

Non parliamo poi della sua ansia guerrafondaia, che ne ha fatto il motore primo dei “volenterosi” qualsiasi sia il problema internazionale da affrontare. Sul Medio Oriente come, e forse soprattutto, sull’Ucraina.

Non riuscendo a trovare lo spazio temporale – insieme a Macron – per mandare truppe al fronte, al fianco di Kiev, ha ripiegato sul trasferimento di tecnologia e produzione bellica. L’ormai famoso missile ucraino “Flamingo FP-5”, utilizzato in questi giorni per colpire direttamente Mosca ed altre zone russe lontane dal fronte, è una variante assai poco variata dei missili britannici della stessa “classe”.

Il prossimo inquilino di Downing Street – Andy Burnham – non sarà molto differente, a parte una blanda religiosità cattolica, invece che anglican-sionista, e qualche attenzione in più per la working class (quasi paradossale che vada segnalata in un partito nato come “laburista”). Ma solo per tentare di frenare l’ascesa di Nigel Farage e altri fascisti che hanno trovato negli immigrati lo scaricabarile perfetto per ogni problema britannico.

Le similitudini tra tutti questi personaggi proiettati per una stagione o poco più al vertice politico della Gran Bretagna (proprio come i primi ministri francesi sotto Macron) indicano che si tratta appunto di “personaggi”, interpretati da attori mediocri e impotenti, non di statisti abilitati a prendere decisioni.

Come scrive Pino Cabras, con una felice intuizione, sono “fusibili” messi a protezione di un impianto di potere. Quando si verifica un sovraccarico di tensione “devono” saltare loro, per consentire che il sistema continui a funzionare una volta sostituito il pezzetto bruciato. Come nell’Italia democristiana, in fondo, quando ogni anni cadeva un governo e se ne faceva uno del tutto simile, con un minimo di valzer tra le diverse poltrone. Lo stesso “nuovo” Burnham, del resto, era già stato ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, senza lasciare tracce degne di nota.

È significativo che ciò accada in Gran Bretagna, dove il sistema elettorale non cambia mai ed è il simbolo di quel “bipolarismo fondato sul maggioritario” che è stato per tre decenni il faro della “governabilità” da imitare a qualsiasi costo.

Ma neanche lì funziona più. Così come in Francia o negli Usa.

L’illusione che un sistema di regole possa contenere l’esplosione sociale di problemi, visioni, follie che muovono milioni di persone, può sussistere finché i cambiamenti necessari per ritrovare un equilibrio sono minimi. Ossia “riformabili” con poca fantasia e ancor minore sforzo.

Ma quando i “traumi” sono di dimensioni sistemiche, quel “collare” messo alla rappresentanza politica non tiene più. E più le due forze “bipolari” si sforzano di “convergere al centro” – ossia di annullare le già poche differenze – più la domanda sociale di soluzioni “radicali” prende vie impensabili. Ma pensate da qualcuno.

È evidente che si siano sfaldati i “blocchi sociali” su cui la rappresentanza politica del dopoguerra si era fondata in tutto l’Occidente capitalistico. Blocchi tra interessi materiali diversi che dovevano trovare una compensazione attraverso la politica, le sue scelte, e quindi attraverso il funzionamento orientato dell’amministrazione statale.

In pratica, politiche economiche e fiscali che attenuavano le differenze di reddito e di status, creando filiere e una connessione – non “sentimentale”, ma programmatica – tra fasce sociali che nel loro insieme determinavano un consenso sociale piuttosto stabile.

Oltre 40 anni di neoliberismo e arretramento del “pubblico” hanno quasi azzerato quell’ambiente “ideale” della rappresentanza. Gli interessi si sono individualizzati, le categorie moltiplicate e quindi ristrette quanto a partecipanti (dalle centinaia di migliaia, o milioni, a poche migliaia). Un pulviscolo sociale che si accumula a seconda dei venti e delle piogge, ma inadatto a sostenere edifici stabili.

Fare una politica economica o industriale in grado di raccogliere consensi significativi è ormai impossibile. Anche nel resto d’Europa, perché c’è l’Unione Europea a dettare le regole che aumentano l’individualizzazione incontrollabile degli interessi privati.

Ma se la funzione dello Stato è quella di “lasciar fare” alle imprese e reprimere il malessere degli esclusi dal banchetto – non solo in Italia i “pacchetti sicurezza” sono gli unici provvedimenti concretamente presi – allora il personale politico, di vertice come locale, viene scelto sulla base di criteri di marketing. Come merci sugli scaffali del supermercato.

Si compra (votando) un prodotto, lo si prova e lo si butta via. Senza soluzioni di continuità, perché – appunto – “fusibili” costruiti per saltare al primo guasto.

La politica, in tutto l’Occidente, è ridotta a smargiassate pensate per incrementare l’impatto mediatico. Lo si fa per conquistare voti volatili, poi ci si comporta allo stesso modo nel decidere una guerra o le trattative per porvi fine (Trump). Si sposa una soluzione improvvisata per arrestare la deindustrializzazione europea e ci si butta nel riarmo, nella riconversione del civile in militare. Incrociando le dita... 

Senza visione, senza progetti, senza strategie razionali. Slogan per gli elettori, input imprenditoriali esterni per selezionare le scelte operative, zero autonomia strategica, zero sforzo intellettivo. Zero appeal.

A questo punto basta un bruto qualsiasi che indichi nell’immigrato riconoscibile – il nero, l’olivastro, il giallo – la causa di tutti i problemi. Come un secolo fa si indicavano gli ebrei, certo. Ma oggi che sono stati “riammessi tra i bianchi”, bisogna cambiare capro espiatorio... 

Perché di fronte al crollo delle prospettive, alla “scomparsa del futuro”, al blocco di un sistema di produzione basato sull’interesse individuale anziché su quello generale, bisognerebbe porsi le domande “epocali” che possono determinare risposte all’altezza. Ma che cancellerebbero la legittimità di molti di quegli interessi privatistici. Innanzitutto di quelli più potenti, macroscopici.

Molto più semplice trovare soluzioni facili. Bastano quattro cretini per picchiare un immigrato, scatenare un pogrom e gridare alla “remigrazione”. Non c’è da pensare, studiare, provare e riprovare.

Ma al “pensiero zero” corrisponde sempre uno scontro sociale ad alzo zero. Che porta al socialismo o alla barbarie. Senza vie di mezzo.

Fonte

Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo

Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi.

È accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché l'americano Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.

In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.

Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. è inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.

Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.

Lavrov, in compenso, allora come oggi, non ha dovuto far altro che pubblicare il testo dell’intervista cestinata sulla pagina web del suo ministero.

Di seguito la traduzione.

*****
 
Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale

In occasione di un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque condizioni preliminari affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.

Contesto

Oltre due decenni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: coinvolgere la Russia nel dialogo è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto della NATO e dell’Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.

La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino, e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto senza mezzi termini la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione – un accordo che Bruxelles aveva a lungo promosso, esercitando pressioni su Viktor Yanukovich affinché lo firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci – condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese una proroga, gli europei istigarono disordini di piazza che degenerarono rapidamente in un colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.

Germania, Francia e Polonia si dimostrarono allora altrettanto infide. Dopo aver garantito che l’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich sarebbe stato onorato, se ne lavarono le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, frutto del loro operato, prese il potere. «La democrazia», hanno commentato con nonchalance, «prende pieghe inaspettate».

Da allora l’Europa ha dato il proprio sostegno alle nuove autorità. Il 2 maggio 2014, a Odessa, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.

In qualità di co-garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come hanno poi ammesso Angela Merkel e François Hollande – dopo che l’operazione militare speciale era già iniziata – l’attuazione da parte di Kiev degli Accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è mai stata realmente prevista. L’obiettivo, hanno ammesso, era semplicemente quello di guadagnare tempo: per rafforzare le Forze Armate dell’Ucraina e inondarle di armamenti occidentali.

La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproche giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno attivamente appoggiato tale rifiuto.

In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha dato il proprio sostegno agli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, limitatevi a combattere» – ha chiuso la porta a una vera diplomazia per il prossimo futuro.

Situazione attuale

Cosa ha spinto quindi i leader europei a cambiare improvvisamente la loro retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa mirano a ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni dell’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua visione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia sia chiamata a rispondere delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha affermato in modo inequivocabile: «Il sostegno militare all’Ucraina non è in contraddizione con la ricerca della pace, ma costituisce piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziazione credibile e in buona fede».

Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia e, al contempo, portare avanti una campagna di guerra giuridica orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di questa organizzazione, un tempo rispettata, si sta mettendo in piedi un’intera infrastruttura con l’esplicito scopo di «chiedere conto alla Russia»: un Registro dei danni, una Commissione per le richieste di risarcimento e un Tribunale speciale.

L’Unione Europea ha inoltre dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi incidenti si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate dell’Ucraina nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.

Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È quello di sostenere il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto contro la Russia. In quest’ottica, i leader europei si stanno affrettando a garantire un cessate il fuoco il più rapidamente possibile per un unico motivo: impedire il crollo delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano consiste nel “congelare” il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi dispiegare rapidamente contingenti militari della “coalizione dei volenterosi” anglo-francese sul suolo ucraino.

È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, riversando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e potenziare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intendono guadagnare tempo con ogni mezzo a loro disposizione. In un’osservazione sorprendentemente schietta lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo». 

L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, attirando al contempo l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Per quanto riguarda l’Ucraina, viene sempre più considerata il «pugno d’acciaio» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Rischi per la sicurezza globale

Questo stato di cose pone gravi minacce alla sicurezza globale. Un confronto diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.

Sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, l’Europa sta assistendo a un significativo potenziamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il proprio “ombrello nucleare” a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei destinatari della sua cosiddetta protezione.

Ciononostante, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi – piani che, secondo loro, vanno ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, volta esclusivamente a sottrarre fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Non è certo il clima adatto a un dialogo sostanziale.

La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna delle parti. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte determinata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, quindi, non può essere condotto come se si trattasse di un osservatore terzo e imparziale.

La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.

Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la loro lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è in contrasto con gli imperativi di un mondo multipolare.

I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso di decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ripristinato. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza a livello continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.

Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può trovare espressione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.

Il punto chiave è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa come parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso misure concrete che dimostrino un impegno sincero ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello lanciato alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.

P.S. È degno di nota il fatto che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro tenutosi presso il Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026 – un incontro che essi avevano richiesto con tanta insistenza. Quello era l’unico scopo della loro visita al ministero.

Fonte

18/06/2026

Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna

di Silvano Cacciari

L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare. È una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.

Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.

Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa, attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.

L’ancoraggio antropologico e lo sfruttamento delle debolezze popolari

La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing, come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generate dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.

Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità. Gli attori principali delle pratiche di astroturfing, che siano reali o generati da IA, si presentano “proprio come noi, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.

La dieta mediale delle classi popolari britanniche, oltretutto, si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream – percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal – ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.

In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre. Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi, risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul  bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.

Astroturfing nel Regno Unito: il caso Belfast

L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.

La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.

Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzato come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.

L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.

Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. La galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”.

Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze sono “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.

Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.

I flussi di circolazione dell’evento

Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità:

  • estetizzazione AI e meme: subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica;
  • monetizzazione dei disordini in tempo reale:  su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”);
  • doxxing e coordinamento logistico: mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in strumenti di aggressione fisica.

Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.

Il ciclo di fascistizzazione: dalla comunicazione digitale alla violenza di piazza
 
Il processo attraverso cui un utente appartenente alle classi popolari britanniche viene intercettato da una campagna di astroturfing e condotto fino all’adesione ideologica cosciente a contenuti fascisti e razzisti si sviluppa secondo un ciclo integrato che coniuga manipolazione identitaria, uso quotidiano delle tecnologie e radicalizzazione di gruppo. Questo percorso può essere compreso nelle sue ormai tipiche dinamiche.

Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un  flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale.

Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono. 

Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile.

 Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e i confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.

Entrare nella dimensione dell’astroturfing digitale e politico, consegna un ritratto inquietante della metamorfosi contemporanea della propaganda. Non siamo di fronte alla classica propaganda ma a un’ingegneria algoritmica del consenso che si annida nelle pieghe più intime della vita digitale delle classi popolari, offrendo riconoscimento identitario a chi è stato abbandonato dalla sinistra tradizionale. Il ciclo che conduce dalla vulnerabilità materiale alla fusione identitaria con il gruppo fascista mostra come l’astroturfing non è un semplice rumore informativo, bensì un dispositivo politico completo: intercetta la solitudine, restringe l’identità, normalizza l’odio attraverso l’estetica dei meme e dell’intelligenza artificiale, gonfia la percezione del consenso e, infine, offre bersagli fisici su cui scaricare una rabbia sociale che altrimenti cercherebbe responsabilità più in alto, dove realmente risiedono il potere economico e quello finanziario.

Inoltre, l’emergere  dell’IA agentica – intesa come sistemi di agenti autonomi basati su Large Language Models (LLM) dotati di capacità di reasoning, tool-use, memoria persistente e coordinamento multi-agente – sta producendo una trasformazione radicale nella natura e nell’efficacia dell’astroturfing nella comunicazione politica. A differenza delle forme tradizionali, basate su bot rigidi, sockpuppet gestiti manualmente o reti di influencer pagati, gli agenti IA introducono un livello di autonomia, adattività e mimetismo che erode progressivamente il confine tra attività orchestrata (top-down) e partecipazione genuina (grassroots).

In primo luogo, la generazione di contenuti diviene sempre più diffusa e personalizzata: ciascun agente IA può adattare tono, framing e argomentazioni in tempo reale sulla base del feedback della piattaforma, delle reazioni degli utenti reali e delle dinamiche di rete, superando le limitazioni dei template statici o dei bot rule-based. In secondo luogo, emerge un coordinamento decentralizzato: sciami di agenti possono auto-organizzarsi, dividersi compiti (uno amplifica, un altro polarizza, un terzo modera o contro-argomenta), simulare conversazioni credibili tra “utenti” diversi e replicare pattern di amplificazione organica, come dimostrato in simulazioni recenti in cui LLM agents riproducono strategie tipiche delle Information Operations (IO) senza supervisione umana costante. Questo riduce drasticamente i costi marginali e aumenta la scala, permettendo campagne di dimensioni e velocità precedentemente impossibili.

Dal punto di vista comunicativo-politico, l’IA agentica rivoluziona tre dimensioni chiave. La prima è la percezione del consenso: grazie alla variabilità linguistica, all’invecchiamento credibile dei profili, all’uso di volti e storie generate sinteticamente e all’interazione human-like, gli agenti rendono l’illusione di social proof più resistente ai detector attuali basati su pattern di coordinamento o text-IA.
La seconda è l’ibridazione con utenti reali: gli agenti non si limitano a postare, ma ingaggiano, rispondono e incoraggiano amplificazioni organiche, creando un effetto moltiplicatore in cui il contenuto fake viene “legittimato” da interazioni genuine.
La terza è l’evoluzione temporale e adattiva: gli sciami di agenti IA possono apprendere, evolvere tattiche e migrare su piattaforme diverse in risposta a contromisure (ban, shadowban, CIB detection), rendendo l’astroturfing un fenomeno dinamico e resiliente.

Queste innovazioni pongono enormi sfide teoriche e materiali alla politica: l’astroturfing non è più solo manipolazione del dibattito, ma una forma di sintesi artificiale del pubblico che produce direttamente la percezione della volontà popolare e mina i presupposti della deliberazione democratica. La letteratura recente evidenzia come la detection classica dei falsi basata su pattern di coordinamento o su text classifier perda efficacia di fronte a comportamenti emergenti e variabili introdotti dagli agenti. Di conseguenza, la ricerca deve orientarsi verso nuovi approcci relazionali, network-informed e multi-modali, mentre le policy (DSA, platform governance) devono confrontarsi con la necessità di nuove metriche di autenticità che tengano conto dell’autonomia agentica. In sintesi, l’IA agentica trasforma l’astroturfing da tecnica di manipolazione rilevabile in un paradigma comunicativo scalabile, adattivo e potenzialmente indistinguibile dalla dimensione grassroots che simula, con implicazioni profonde per l’integrità del discorso pubblico e per i modelli teorici della persuasione politica online.

C’è quindi un passaggio che merita di essere nominato con chiarezza. La vera vittoria dell’astroturfing contemporaneo non sta solo nella sua efficacia mobilitante, ma nell’aver reso indistinguibile, agli occhi di chi lo subisce e anche di chi lo osserva, la fabbricazione dalla spontaneità. È qui che si consuma il cortocircuito più profondo: la categoria stessa di “autenticità popolare”, cardine di ogni discorso democratico e di ogni analisi critica delle classi subalterne, è stata colonizzata. L’astroturfing non si limita a imitare il grassroot: lo produce materialmente, lo alimenta, gli dà voce, finché la copia non precede più l’originale, e la rivolta di strada diventa al tempo stesso genuina nel suo dolore e totalmente eterodiretta nei suoi obiettivi. Questo scarto rende obsoleta ogni denuncia che si limiti a smascherare la “falsità” della mobilitazione, perché la mobilitazione è vera per chi la vive, vera nelle sue conseguenze letali, vera nella sua capacità di incendiare un quartiere.

Il punto non è più distinguere il sintetico dall’autentico, ma capire che l’astroturfing ha imparato a fabbricare autenticità come si fabbrica una merce, e che le piattaforme digitali sono le fabbriche in cui questa merce viene prodotta in serie. La Gran Bretagna è un vero e proprio laboratorio di questa dimensione, Belfast un suo diretto e drammatico prodotto.

Da qui discende una responsabilità che interroga non solo i regolatori e le società tecnologiche, ma le sinistre, i sindacati, l’associazionismo e la ricerca sociale. Continuare a opporre fact-checking alla propaganda significa ritrovarsi con una realtà che vuole che ogni campagna di alfabetizzazione digitale rimanga un argine di sabbia contro la marea emotiva e identitaria che l’astroturfing sa cavalcare con spaventosa precisione. I fatti di Belfast non sono un incidente della cronaca britannica, ma un promemoria universale: il fascismo del XXI secolo non ha bisogno di prendere il potere con un colpo di Stato; gli basta affittare gli spazi pubblicitari delle piattaforme e attendere che la rabbia faccia il resto.

Fonte