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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/10/2026

“Deve scapparci il morto”. È in preparazione una operazione “False flag” per fare la guerra alla Russia?

Inizialmente è stato un articolo di giovedì 8 ottobre del giornale Politico.eu a rivelare che l’Unione Europea “di fronte all’escalation delle operazioni ibride russe” si stia preparando all’eventualità che, prima o poi, queste azioni provochino delle vittime in Paesi Ue o Nato.

Una riunione di diplomatici della Ue svoltasi a porte chiuse, senza telefonini e senza assistenti, ha valutato il rischio di attacchi gravi, “capaci di provocare vittime su larga scala”. Se diversi cittadini di Paesi membri dell’UE o della NATO venissero uccisi in quello che sembra essere un attacco, “la pressione ad agire sarebbe enorme per entrambe le istituzioni” riferiva una fonte diplomatica europea a Politico. A dare un quadro d’insieme della possibile azione della Nato contro la Russia era stato qualche giorno prima il segretario dell’alleanza Mark Rutte.

Poi, l’11 ottobre, è arrivato il Financial Times a suscitare l’allarme “wet work”, una espressione che indica operazioni murder or assassination, in particolare omicidi su commissione. Secondo il FT l’allarme è alto tra le intelligence occidentali sull’intensificarsi di sforzi da parte della Russia per assassinare i responsabili della difesa europei.

La stessa Ansa registra come “la coincidenza vuole che proprio nelle scorse ore il primo ministro polacco Donald Tusk abbia dichiarato che un uomo accusato di aver minacciato un attentato contro di lui e il suo ministro della Difesa è stato arrestato”. Ignota ovviamente sia l’origine della minaccia che l’identità dell’uomo arrestato.

Il Financial Times, dopo aver sentito funzionari di cinque diverse agenzie di intelligence, fa riferimento ad assassinii di obiettivi civili europei. In sostanza si tratterebbe degli amministratori delegati, dei Ceo e di altri dipendenti di alto livello di aziende impegnate nel settore militare come obiettivi degli agenti del Cremlino.

Nel mirino ci sarebbero anche i dirigenti delle aziende più piccole, soprattutto quelli delle imprese impegnate nella produzione di droni o dei loro componenti.

Si tratta di accuse pesantissime e allarmanti contro la Russia, fatte di illazioni, ipotesi, congetture e senza ulteriori prove a sostenerle, ma che creano la cornice dentro cui può accadere di tutto – da un omicidio a una strage – che può essere strumentalizzato ai fini della propaganda di guerra o diventare lo stesso casus belli che si va cercando da tempo. In sostanza stanno creando il clima per una o più operazioni False flag (1).

A conferma di questa ipotesi ci sono già le operazioni False flag sul territorio britannico, in questo caso però in funzione anti-iraniana.

Il 27 settembre ci sono stati i cinque uomini – poi diventati sette – arrestati vicino alla base aerea di Fairford – appartenente alla Raf inglese ma in concessione agli Usa per il traffico dei bombardieri che hanno bombardato l’Iran – che non erano affatto “terroristi persiani”, visto che si trattava di giovani inglesi scarcerati dopo poche ore. Aggiornamenti su questa strana vicenda sono ormai introvabili anche sui mass media britannici da almeno quindici giorni.

Non contenti di questo primo fiasco, i britannici si sono ripetuti qualche giorno dopo. L’8 ottobre altri due uomini vengono arrestati all’interno però della base militare di Molesworth, anch’essa della Raf ma ospitante hub di intelligence statunitensi e della NATO.

Al contrario dei cinque poveretti di cui sopra sorpresi e arrestati ad una certa distanza dalla base militare di Fairford, questi due erano proprio dentro, visto che non erano passati dagli ingressi ufficiali ma erano entrati da un buco nella recinzione perimetrale della base.

Il problema è che si tratta di due lettoni, ossia di due cittadini europei di un paese membro della Nato e alleato della Gran Bretagna, tra i più determinati e guerrafondai in Europa nello scatenare la guerra contro la Russia. La notizia di questi arresti ormai è scomparsa dai mass media britannici e occidentali da almeno cinque giorni.

In compenso sappiamo che il 12 ottobre è stato convocato l’ambasciatore iraniano a Londra per chiarire che “la Gran Bretagna non tollererà minacce sul nostro territorio” dopo l’incidente dello scorso mese alla RAF Fairford.

Il ministro degli Esteri britannico Milliband ha affermato che i “continui tentativi” dell’Iran di minare la sicurezza del Regno Unito “attraverso le sue reti criminali, gruppi per procura e attività maligne sostenute dallo Stato sono inaccettabili”.

Anche qui senza alcuna prova viene accusato un paese, ma è l’accusa stessa – nonostante la fattualità si sia smontata da sola – a fare da volano alla propaganda di guerra.

Ci assumiamo la responsabilità di mettere sull’avviso i nostri lettori sin da adesso. L’escalation in corso nei paesi europei verso lo scontro con la Russia è seria.

L’unico ostacolo che stanno incontrando i governi guerrafondai – e le classi dominanti di cui sono espressione – è il fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica non intende affatto “morire per Kiev”, è contraria al riarmo e alla guerra, non trova alcun motivo per continuare a sostenere militarmente ed economicamente l’Ucraina e la prosecuzione del conflitto.

E questo fattore da un lato rende isterici i governi guerrafondai, dall’altro crea la cornice per rendere necessario “un fatto scioccante” – una strage, uno o più omicidi – che scuota e destabilizzi l’opinione pubblica cercando di piegarla a dare consenso alla guerra. Magari cominciando con qualche avventura militare sul territorio russo di Kalinigrad o inviando contingenti militari europei sul territorio ucraino per “testare la capacità di reazione nemica”.

In Italia purtroppo abbiamo una lunga esperienza di come le stragi di stato o alcuni omicidi siano serviti a tale scopo sul “fronte interno”.

In termini militari si chiamano – in inglese – operazioni False flag, in termini storici – in latino – vengono definiti come casus belli, le loro conseguenze, come noto, sono le guerre che la gente non voleva combattere.

Note

(1) Le operazioni di False flag (falsa bandiera) sono delle tattiche usate in ambito militare e di intelligence; l’obiettivo è quello di, una volta compiuta una certa azione, far ricadere la colpa su un altro soggetto. L’operazione, quindi, consiste nel tentativo di un agente A che, dopo aver portato a compimento una certa azione, cerca di addossare la colpa ad un agente B.

Fonte

Due diverse “seconde guerre mondiali”

“Questa guerra sarà molto diversa dalla guerra in Occidente.”
Adolf Hitler ai suoi generali, 30 marzo 1941, come riportato nel diario del generale Franz Halder

Prologo: una domanda in una bella casa

Quest’autunno, un famoso giornalista americano, ospite a casa di un ex ministro del governo britannico, si è complimentato per l’abitazione e poi ha posto una domanda che ha scatenato un acceso dibattito tra i commentatori su entrambe le sponde dell’Atlantico. La Gran Bretagna aveva davvero tratto qualche vantaggio dalla lotta contro Hitler?

Il ministro cercò la risposta che ogni scolaro britannico conosce. Senza la guerra, disse, parlerebbero tutti tedesco. L’americano scrollò le spalle. Chi se ne importa? L’indignazione fu immediata. I politici si schierarono contro di lui. Gli opinionisti usarono il termine “revisionismo”. Il ministro fu dichiarato vincitore ai punti e tutti tornarono a discutere su cosa quell’episodio avesse rivelato sulla destra americana.

Quasi nessuno si accorse di cosa fosse realmente accaduto in quella stanza. Due uomini della stessa civiltà stavano discutendo della questione più antica del mondo: se una lite tra parenti fosse valsa la pena, considerando il prezzo pagato. Uno riteneva che la Gran Bretagna avesse gettato via un impero per una disputa che non la riguardava.

L’altro pensava che la Gran Bretagna avesse fatto la cosa giusta, preservando la propria libertà e il suo amor proprio. Ascoltate i termini della discussione: l’impero, la lingua, la sovranità britannica, l’amor proprio della Gran Bretagna. Persino la difesa della guerra fu fatta in termini di bilancio britannico.

Permettetemi dunque di dire ciò che nessuno in quella stanza avrebbe osato dire. La domanda posta in quella bella casa non era un’eresia. Era la domanda di un rivale, e poteva essere posta solo in riferimento al fronte occidentale. La Seconda Guerra Mondiale in Europa non fu una sola guerra, ma due.

In Occidente, la Germania nazista combatté contro dei rivali: potenze che invidiava, imitava, con cui negoziava e con cui sperava, quasi fino alla fine, di raggiungere la pace. In Oriente, combatté contro un nemico: uno Stato che intendeva distruggere, un’idea che intendeva sterminare e popoli che intendeva affamare, ridurre in schiavitù e rimpiazzare.

Hitler comprese la differenza. Così come, lo dimostrano i fatti, la compresero le potenze occidentali. Agirono di conseguenza prima della guerra, durante la guerra e soprattutto dopo. E quando la situazione si fece critica, i rivali si ritrovarono a schierarsi dalla stessa parte. Lo fanno sempre.
 
Hitler lo disse per primo

Il 30 marzo 1941, oltre duecento alti comandanti tedeschi si riunirono nella Cancelleria del Reich a Berlino per ascoltare Hitler descrivere l’imminente invasione dell’Unione Sovietica. Il generale Franz Halder, capo di stato maggiore dell’esercito, prese appunti. Questi appunti sono giunti fino a noi e sono tra i documenti più rivelatori del secolo.

Hitler disse ai suoi generali che la guerra a est sarebbe stata uno scontro tra due visioni del mondo. Il comunismo, disse, rappresentava un enorme pericolo per il futuro della Germania. La vecchia idea militare di cameratismo con il nemico doveva essere abbandonata: un comunista non era un compagno, né prima né dopo la battaglia.

Questa sarebbe stata una guerra di sterminio. I commissari sovietici e l’intellighenzia comunista dovevano essere annientati, e questo, disse, non era compito dei tribunali militari. Poi arrivò la frase che svelò tutto. Questa guerra, disse Hitler, sarebbe stata molto diversa dalla guerra in Occidente.

Rileggilo. La guerra contro la Gran Bretagna e la Francia era stata una guerra. La guerra contro l’Unione Sovietica sarebbe stata qualcosa di completamente diverso. Non sono il primo a dire che la guerra in Occidente è stata una guerra diversa. Fu Adolf Hitler a dirlo per primo, a più di duecento dei suoi generali, nel marzo del 1941.

Non si trattò di un’ispirazione improvvisa. L’11 agosto 1939, dodici giorni prima della firma del patto nazi-sovietico, Hitler ricevette Carl Burckhardt, Alto Commissario della Società delle Nazioni a Danzica. Secondo il racconto di Burckhardt, Hitler gli disse che ogni sua iniziativa era diretta contro l'URSS e che, se l’Occidente fosse stato troppo stupido e cieco per comprenderlo, sarebbe stato costretto a scendere a patti con i russi, sconfiggere l’Occidente e poi rivolgere tutte le sue forze contro l’Unione Sovietica.

Alla vigilia della guerra con Gran Bretagna e Francia, Hitler descriveva quel conflitto come una deviazione, impostagli dalla cecità occidentale, sulla strada verso la vera guerra.

Gli storici tradizionali non contestano questa distinzione. Anzi, la sviluppano ulteriormente. Sir Ian Kershaw, il più importante biografo britannico di Hitler, ha descritto la guerra in Occidente come, dal punto di vista della leadership nazista, una guerra molto più convenzionale, e la guerra in Oriente come qualcosa di completamente diverso: una guerra di annientamento, senza pietà né sconti di pena. Tutto ciò che chiedo è che prendiamo sul serio questa distinzione e che la seguiamo ovunque ci conduca.

Due guerre, due regolamenti

Cosa significava in pratica “molto diverso”? Significava che l’invasione dell’Unione Sovietica era stata pianificata come un crimine prima ancora che venisse sparato un solo colpo.

Il 2 maggio 1941, sette settimane prima dell’invasione, alti funzionari tedeschi si riunirono per pianificare come i territori orientali conquistati avrebbero rifornito di cibo la Wehrmacht e il Reich. I loro verbali riportano, con calma burocratica, che di conseguenza “innumerevoli milioni” di persone sarebbero indubbiamente morte di fame. Questo era il Piano della Fame, e non la previsione di uno sfortunato effetto collaterale. Era la politica.

Il 13 maggio entrò in vigore il Decreto di giurisdizione Barbarossa, che aboliva l’obbligo di processare i soldati tedeschi per crimini contro i civili sovietici. Il 6 giugno arrivò l’Ordine del Commissario: gli ufficiali politici dell’Armata Rossa dovevano essere separati dagli altri prigionieri e fucilati.

Dietro il fronte, gli Einsatzgruppen delle SS seguirono l’esercito e iniziò l’Olocausto per mezzo delle pallottole: l’uccisione in massa di uomini, donne e bambini ebrei in tutto il territorio sovietico occupato. Dietro a tutto ciò c’era il Generalplan Ost, il progetto per una Germania dell’Est da cui decine di milioni di slavi dovevano essere deportati, lasciati morire di fame o costretti a lavorare fino alla morte per far posto ai coloni tedeschi.

Ora confrontiamo il destino degli uomini che si arresero. Dei circa 5,7 milioni di soldati dell’Armata Rossa fatti prigionieri dai tedeschi, circa 3,3 milioni morirono in prigionia: fucilati, di fame o lasciati morire di freddo in recinti all’aperto. I prigionieri britannici e americani dei nazisti morirono in una percentuale di poche unità. Ricevettero pacchi dalla Croce Rossa. Organizzarono rappresentazioni teatrali nei campi di prigionia. Dopo la guerra, scrissero libri di successo sulle loro fughe.

Un soldato britannico catturato dai nazisti aveva più del novantacinque per cento di probabilità di tornare a casa. Un soldato dell’Armata Rossa aveva probabilità peggiori di un lancio di moneta.

Tutto ciò non significa che l’Europa occidentale occupata sia stata risparmiata dal terrore nazista. Non lo fu. Gli ebrei di Francia, Belgio e Paesi Bassi furono radunati e deportati verso la morte, e nel giugno del 1944 una divisione delle SS, che aveva trascorso anni a combattere a est, massacrò il villaggio francese di Oradour-sur-Glane.

Ma notate dove andavano i treni della deportazione: a est. I campi di sterminio sorgevano nella Polonia occupata; i campi di sterminio si trovavano nei territori sovietici occupati. La macchina dello sterminio fu costruita a est e puntata verso l’est, e fu l’Armata Rossa a conquistarla. I soldati dell’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini aprirono i cancelli di Majdanek nel luglio del 1944 e di Auschwitz nel gennaio del 1945.

Ecco dunque la prima lezione. Sul fronte occidentale, la Germania combatté per vincere. Sul fronte orientale, combatté per annientare. Un rivale è qualcuno che si intende sconfiggere. Un nemico è qualcuno che si intende distruggere.

La somiglianza familiare

Perché Hitler tracciò proprio quel confine? In parte per una questione razziale. Nell’ideologia nazista, gli inglesi erano un popolo germanico come noi, mentre gli slavi erano considerati subumani e il bolscevismo una cospirazione ebraica. Ma in parte, e in modo ben più scomodo per l’Occidente, si trattava di ammirazione. Hitler non solo temeva le potenze occidentali, ma le studiava.

Disse ai suoi commensali che lo spazio russo sarebbe stato l’India della Germania e che, come gli inglesi, i tedeschi avrebbero governato il loro impero con una manciata di uomini. L’ideologia che ha costruito Auschwitz guardava al Raj britannico e vi vedeva un modello da seguire. Il modello di Hitler per la conquista della Russia era l’India britannica.

Il suo interesse per l’America era altrettanto specifico. Nel Mein Kampf elogiò gli Stati Uniti per aver impedito l’immigrazione in base a motivi di salute e di razza. Nel giugno del 1934, quando i giuristi nazisti si riunirono per pianificare la legislazione razziale che sarebbe poi diventata le Leggi di Norimberga, il ministro della giustizia del Reich portò un memorandum sul diritto americano, e la riunione esaminò le leggi razziali di uno stato americano dopo l’altro.

Come ha documentato lo storico del diritto di Yale James Q. Whitman, uno dei più spietati avvocati nazisti presenti, Roland Freisler, riteneva che la giurisprudenza americana si adattasse perfettamente alle loro esigenze. Quando i nazisti si sedettero a redigere le loro leggi razziali, studiarono quelle americane. Sulla regola della “goccia di sangue”, la legge americana si spinse oltre persino a ciò che i nazisti erano disposti a fare.

L’ammirazione fu ricambiata nelle sale riunioni e nei salotti occidentali. Nel 1937, il presidente dell’IBM, Thomas Watson, accettò l’Ordine dell’Aquila Tedesca. Nel luglio del 1938, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, Henry Ford accettò la Gran Croce, la più alta onorificenza che la Germania nazista potesse conferire a uno straniero.

Nell’ottobre del 1937, l’ex re Edoardo VIII, ormai Duca di Windsor, fece visita a Hitler al Berghof. Il Daily Mail di Lord Rothermere, uno dei più importanti quotidiani britannici, aveva già pubblicato il titolo “Evviva le Camicie Nere” in lode dei fascisti britannici di Oswald Mosley.

Persino Winston Churchill, l’uomo che la Gran Bretagna ricorda come il grande avversario del fascismo, ebbe i suoi momenti. A Roma, nel gennaio del 1927, dichiarò alla stampa che, se fosse stato italiano, avrebbe appoggiato Mussolini dall’inizio alla fine nella sua lotta contro il leninismo. In un saggio ristampato nel 1937, pur condannando le persecuzioni del regime, ammise che, se la Gran Bretagna fosse mai stata sconfitta, sperava che avrebbe trovato un campione indomabile come Hitler per ridarle coraggio.

La disputa dell’establishment britannico non era mai stata con il fascismo in quanto tale. Era con il fascismo che minacciava la Gran Bretagna. Il fascismo che minacciava il bolscevismo era un’altra questione.
 
La politica di appeasement era una strategia, non un errore

La narrazione occidentale standard degli anni ’30 è una storia di ingenuità: uomini onesti, stanchi della guerra, che giudicarono male un folle. Se si guarda alla stessa vicenda dal punto di vista dell’Est, emerge uno schema diverso. Le potenze occidentali non solo non riuscirono a fermare Hitler, ma, ripetutamente, scelsero accordi che gli lasciarono la strada verso est spianata.

Nel giugno del 1935, la Gran Bretagna firmò un accordo navale con la Germania nazista che le consentiva di disporre di una flotta pari al 35% del tonnellaggio della Royal Navy. Si trattò di una benedizione britannica per il riarmo tedesco al di là dei confini di Versailles, concluso senza consultare la Francia.

Nel 1936, quando i generali di Franco si ribellarono alla Repubblica spagnola, Gran Bretagna e Francia adottarono la politica di “non intervento” che negò al governo eletto le armi necessarie per difendersi. Germania e Italia la ignorarono; nel 1937 la Legione Condor bombardò Guernica. In Spagna, il primo campo di battaglia tra il fascismo e i suoi nemici, le democrazie occidentali dichiararono la neutralità. Hitler inviò i bombardieri. Mosca inviò i carri armati.

Nel settembre del 1938, a Monaco, Gran Bretagna e Francia cedettero a Hitler la regione dei Sudeti. La Cecoslovacchia, il paese che veniva smembrato, non era presente al tavolo delle trattative. Nemmeno l’Unione Sovietica, che aveva un trattato di mutua assistenza con Praga e si era dichiarata pronta a rispettarlo se la Francia lo avesse fatto, non era presente.

Chamberlain tornò in patria sventolando un documento, firmato da Hitler, che salutava l’accordo navale del 1935 e gli accordi di Monaco come simboli della volontà dei popoli britannico e tedesco di non entrare mai più in guerra l’uno contro l’altro. Nel marzo del 1939, le truppe di Hitler entrarono a Praga.

Pochi giorni dopo, la Banca dei Regolamenti Internazionali chiese alla Banca d’Inghilterra di trasferire circa 5,6 milioni di sterline in oro tra due suoi conti. Secondo quanto riportato in seguito dalla stessa Banca d’Inghilterra, quest’ultima era piuttosto certa che il primo conto appartenesse alla Banca Nazionale Cecoslovacca e riteneva che il secondo appartenesse alla Reichsbank.

Ciononostante, effettuò il trasferimento e il suo governatore respinse la richiesta del suo omologo francese di bloccare il trasferimento di beni cecoslovacchi. Pochi giorni dopo la presa di Praga da parte di Hitler, la Banca d’Inghilterra trasferì l’oro della Cecoslovacchia sul conto della Reichsbank.

Poi arrivò l’estate del 1939: l’ultima occasione per un’alleanza contro Hitler. In aprile, il commissario agli affari esteri sovietico Maxim Litvinov propose una piena alleanza militare tra Gran Bretagna, Francia e URSS. Londra esitò per mesi. Quando una missione militare anglo-francese fu finalmente inviata a Mosca, viaggiò su una lenta nave mercantile e arrivò l’11 agosto, tre settimane prima dell’invasione della Polonia.

Il capo della delegazione britannica era l’ammiraglio Sir Reginald Aylmer Ranfurly Plunkett-Ernle-Erle-Drax. Non aveva pieni poteri per concludere un accordo e, nel giro di pochi giorni, i francesi avrebbero fatto pressioni su Londra affinché gli conferisse l’autorità di cui già disponeva la loro delegazione. Secondo un cablogramma inviato dall’ambasciata americana a Londra a Washington l’8 agosto, alla missione britannica era stato detto di fare ogni sforzo per prolungare le trattative fino al 1° ottobre.

La Gran Bretagna inviò a Mosca un ammiraglio con quattro cognomi e senza alcuna autorità per firmare, con l’ordine di prolungare i negoziati fino a ottobre. Mosca trasse le proprie conclusioni.

“Ma Stalin firmò un accordo con Hitler”

Ogni argomentazione di questo tipo si scontra con la stessa obiezione, quindi affrontiamola direttamente. Nell’agosto del 1939 l’Unione Sovietica firmò un patto di non aggressione con la Germania nazista. I critici non si stancano mai di citare il suo protocollo segreto, o l’avanzata dell’Armata Rossa nella Polonia orientale in quel settembre. Questo non fa forse di Mosca un altro rivale di Hitler?

No. Partiamo dalla coda. La Polonia firmò un patto di non aggressione con Hitler nel gennaio del 1934 e nell’ottobre del 1938 si appropriò di una parte della Cecoslovacchia smembrata. La Gran Bretagna firmò il suo accordo navale nel 1935 e la sua dichiarazione di Monaco nel 1938. La Francia firmò una dichiarazione di buon vicinato con la Germania nel dicembre del 1938.

L’Estonia e la Lettonia firmarono patti di non aggressione con la Germania nel giugno del 1939. Solo dopo che ognuno di loro, e solo dopo che Londra e Parigi avevano escluso Mosca a Monaco e l’avevano tenuta in sospeso per tutta l’estate, Stalin firmò. Stalin non fu il primo a stringere un accordo con Hitler. Anzi, fu quasi l’ultimo.

Allora guardate cos’era realmente quel patto. Non è mai stata un’amicizia. Era una tregua tra due nemici mortali, ed entrambi lo sapevano. Hitler lo sapeva prima ancora che l’inchiostro si asciugasse. Dodici giorni prima della firma, aveva detto a Burckhardt che ogni sua azione era mirata all'URSS. Nel luglio del 1940, meno di un anno dopo, ordinò ai suoi generali di preparare un’invasione dell’Unione Sovietica per la primavera successiva, e a dicembre firmò la Direttiva n. 21, Operazione Barbarossa.

Alla vigilia dell’invasione, scrisse a Mussolini che la partnership con Mosca lo aveva spesso irritato, facendogli percepire una rottura con le sue origini, le sue idee e i suoi vecchi impegni, e che era lieto di essersi finalmente liberato dalle sue “sofferenze mentali”. Hitler decise di rompere il patto prima del suo primo anniversario. Quando finalmente lo fece, disse a Mussolini che era un sollievo dalle sue “sofferenze mentali”.

Anche Stalin lo sapeva. Aveva trascorso il decennio a guardare l’Occidente alimentare la bestia fascista un vicino alla volta, e non si faceva illusioni sulla direzione che avrebbe preso. I ventidue mesi garantiti dal patto furono impiegati per i preparativi.

Il 1° settembre 1939, proprio il giorno in cui la Germania invase la Polonia, l’Unione Sovietica adottò una legge sul servizio militare obbligatorio che ne allungava la durata ed eliminava la maggior parte delle esenzioni, e l’Armata Rossa crebbe di oltre un milione di uomini. Il T-34, il carro armato che avrebbe accerchiato la Sesta Armata tedesca a Stalingrado e marciato su Berlino, entrò in produzione.

I piani quinquennali avevano già creato un secondo cuore industriale molto più a est, a Magnitogorsk e Chelyabinsk, fuori dalla portata di qualsiasi invasore. E il confine stesso fu spostato di centinaia di chilometri verso ovest, in modo che l’imminente attacco cadesse il più lontano possibile da Leningrado, Minsk e Kiev.

I lavori non erano ancora terminati quando il colpo di grazia arrivò il 22 giugno 1941, e l’estate del 1941 fu pagata con il sangue. Ma fu sufficiente. Quando le fabbriche occidentali dovettero essere sradicate dalle loro fondamenta, c’era un posto dove mandarle: più di milleduecento grandi stabilimenti furono caricati su treni e ricostruiti negli Urali, nella Siberia occidentale e in Asia centrale, e Chelyabinsk divenne Tankograd.

Stalin non firmò il patto per stringere amicizia con la bestia fascista. Lo firmò per prepararsi alla battaglia delle battaglie contro di essa.

Infine, poniamoci la domanda più difficile: cosa accadde quando ciascuna di queste relazioni si interruppe? Il patto nazi-sovietico durò ventidue mesi. Terminò all’alba del 22 giugno 1941 con la più grande invasione della storia umana, lanciata con l’ordine di affamare, sparare e sterminare.

La guerra anglo-tedesca durò sei anni. Si concluse, nel giro di un decennio, con un’alleanza: nel maggio del 1955, la Germania Ovest entrò a far parte della NATO. Il patto nazi-sovietico si concluse con una guerra di annientamento. La guerra anglo-tedesca si concluse con un’alleanza.

Questa è la differenza tra una tregua e un’alleanza. Un rivale è qualcuno con cui puoi stringere un patto, combattere e poi stringerne un altro. Un nemico è qualcuno con cui stringi un patto solo per guadagnare il tempo per affrontarlo. Mosca vinse i suoi ventidue mesi, e quando la bestia arrivò a est, i popoli sovietici pagarono ventisette milioni di vite per ucciderla.

Nel novembre del 1944, Stalin affidò all’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini il compito di annientare la bestia fascista nella sua tana e di innalzare la bandiera della vittoria su Berlino. Sei mesi dopo, entrambi gli obiettivi erano stati raggiunti.

La guerra che non ci fu

Il 3 settembre 1939, Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania in difesa della Polonia. Ciò che seguì è ricordato in Gran Bretagna come la “guerra finta” e in Francia come la “drôle de guerre”, la strana guerra. Per la Polonia, invece, non c’era nulla di strano. Era semplicemente una guerra combattuta da soli.

Mentre la Wehrmacht annientava l’esercito polacco in cinque settimane, la Francia avanzava di qualche chilometro nella Saarland, si fermava e si ritirava silenziosamente. La prima notte di guerra, i bombardieri della Royal Air Force sconfinarono nello spazio aereo tedesco e sganciarono il loro carico sulle città tedesche. Svolazzava. Il primo raid aereo britannico sulla Germania nazista prevedeva il lancio di carta: milioni di volantini di propaganda.

Durante l’inverno, con gli attacchi contro obiettivi sul suolo tedesco esclusi per timore di vittime civili e rappresaglie, i volantini rimasero il principale carico sganciato dalla RAF sulla Germania. Eppure gli stessi governi che non avrebbero bombardato la Germania trovarono una notevole energia per un altro fronte. Nell’inverno del 1939-40, Gran Bretagna e Francia prepararono un corpo di spedizione per aiutare la Finlandia a combattere l’Armata Rossa; solo l’armistizio finlandese del marzo 1940 ne impedì l’invio.

Negli stessi mesi, gli stati maggiori britannici e francesi pianificarono l’Operazione Pike, una campagna di bombardamenti contro i giacimenti petroliferi sovietici di Baku, Batumi e Grozny. Nella primavera del 1940, aerei da ricognizione britannici senza insegne fotografarono Baku e Batumi per i bombardieri.

La motivazione ufficiale era quella di interrompere le forniture di petrolio sovietico alla Germania. Ma consideriamo cosa proponevano i pianificatori: aprire una seconda guerra, contro l’Unione Sovietica, mentre la guerra con la Germania era ancora, per scelta dello stesso Occidente, in gran parte una questione di volantini. Il piano fallì solo con la caduta della Francia. Nella primavera del 1940, la Gran Bretagna continuava a lanciare volantini sulla Germania e a fotografare Baku per i suoi bombardieri.

Iniziative di pace sul fronte occidentale

Durante tutto questo periodo, Hitler mantenne una porta aperta verso Londra. Dopo la caduta della Francia, ordinò i preparativi per l’invasione della Gran Bretagna il 16 luglio 1940 e, tre giorni dopo, si presentò davanti al Reichstag per quello che definì un appello alla ragione: un’offerta di pace alla Gran Bretagna.

La Gran Bretagna rifiutò, a suo merito. Ma notate l’asimmetria. Hitler non si presentò mai davanti al Reichstag per appellarsi alla ragione sovietica. Fece invece pianificare ai suoi funzionari di far morire di fame la popolazione sovietica. Il 10 maggio 1941, Rudolf Hess, vicecapo del Partito nazista e confidente di Hitler fin dagli anni ’20, decollò da solo a bordo di un Messerschmitt, volò in Scozia e si lanciò con il paracadute, nel tentativo di raggiungere la pace con la Gran Bretagna.

Hitler lo ripudiò e lo dichiarò squilibrato. Ma la missione di Hess aveva un solo senso: appianare la faida familiare in Occidente, in modo che la vera guerra a Est potesse essere combattuta senza ostacoli. Sei settimane prima che Hitler invadesse l’Unione Sovietica, il suo vice si recò personalmente in Scozia per negoziare la pace con la Gran Bretagna.

L’Occidente, dal canto suo, non disdegnava la speranza che i due si dissanguassero a vicenda. Il giorno dopo l’invasione, un senatore del Missouri affermò che se la Germania avesse vinto, l’America avrebbe dovuto aiutare la Russia, e se la Russia avesse vinto, avrebbe dovuto aiutare la Germania, “e in questo modo lasciamo che uccidano più persone possibile”, pur aggiungendo di non volere la vittoria di Hitler in nessuna circostanza. Il New York Times pubblicò le sue dichiarazioni il 24 giugno 1941.

Quattro anni dopo, quel senatore, Harry S. Truman, sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti. Il giorno dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, un futuro presidente americano propose di aiutare la parte perdente, in modo che i nemici potessero uccidersi a vicenda il più possibile.

Nel luglio del 1941 Stalin chiese a Churchill l’apertura di un secondo fronte in Francia, che si aprì solo nel giugno del 1944. Gli Alleati occidentali combatterono duramente in Nord Africa e in Italia, e i convogli artici portarono aiuti concreti ai porti sovietici, a caro prezzo in termini di vite britanniche.

Ma quando avvenne lo sbarco in Normandia, la Wehrmacht era già stata sconfitta a Mosca, a Stalingrado e a Kursk. Sedici giorni dopo il D-Day, nel terzo anniversario dell’invasione, l’Armata Rossa dei Lavoratori e dei Contadini lanciò l’Operazione Bagration, sradicando il cuore del Gruppo d’armate Centro tedesco. Per tre anni, le battaglie terrestri decisive della guerra in Europa si combatterono sul fronte orientale.

Arrenditi al rivale, combatti il nemico

La prova più evidente di come la leadership nazista vedesse le sue due guerre giunse proprio alla fine, quando non c’era più nulla da perdere e ogni pretesa crollò.

Nel marzo e aprile del 1945, Allen Dulles, capo dell’intelligence americana in Svizzera, tenne colloqui segreti con il generale delle SS Karl Wolff sulla resa delle forze tedesche in Italia. Quando Mosca chiese di partecipare, la richiesta fu respinta. Stalin accusò i suoi alleati di negoziare alle sue spalle; Roosevelt rispose con amara indignazione. La resa tedesca in Italia divenne effettiva il 2 maggio.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile, mentre l’Armata Rossa stringeva l’assedio su Berlino, Heinrich Himmler incontrò il conte svedese Folke Bernadotte a Lubecca e offrì la resa, ma solo agli Alleati occidentali. Sul fronte orientale, la guerra sarebbe continuata. A onor del vero, Washington e Londra rifiutarono; erano determinate a una resa incondizionata su tutti i fronti. Ma l’offerta stessa era una confessione.

Dopo il suicidio di Hitler, il suo successore, il Grand’ammiraglio Karl Dönitz, trasformò quella confessione in una linea politica. L’obiettivo del suo governo era quello di arrendersi gradualmente agli inglesi e agli americani, tenendo a bada l’Armata Rossa il più a lungo possibile, in modo che il maggior numero possibile di soldati e civili tedeschi potesse fuggire verso ovest.

Il 4 maggio, le forze tedesche nella Germania nord-occidentale, in Danimarca e nei Paesi Bassi si arresero al feldmaresciallo Montgomery nella brughiera di Lüneburg. Negli ultimi giorni, interi eserciti tedeschi si precipitarono verso ovest per deporre le armi di fronte alle truppe americane e britanniche, piuttosto che di fronte all’Armata Rossa. Nella sua ultima settimana, l’ultimo piano di guerra del Terzo Reich era quello di arrendersi ai rivali per poter continuare a combattere il nemico.

Anche la resa dovette essere firmata due volte. Il primo documento fu firmato al quartier generale degli Alleati occidentali a Reims nelle prime ore del 7 maggio. Stalin insistette per una seconda cerimonia completa a Berlino, la città conquistata dall’Armata Rossa. La firma avvenne nella tarda serata dell’8 maggio, quando a Mosca era già il 9 maggio. Ecco perché l’Unione Sovietica, e in seguito la Russia, ha sempre celebrato il Giorno della Vittoria un giorno dopo l’Occidente.

La mattina dopo

Se la guerra rivelò la differenza tra rivali e nemici, la pace la ufficializzò. Le armi si erano appena raffreddate che l’Occidente si volse a Est. Il 22 maggio 1945, due settimane dopo la resa della Germania, Churchill ricevette dal suo Stato Maggiore Congiunto un piano per un’offensiva a sorpresa contro l’Armata Rossa, da iniziare il 1° luglio. Lo chiamarono “Operazione Impensabile” [in italiano, ndr].

I pianificatori contavano quarantasette divisioni britanniche e americane contro un’Armata Rossa di gran lunga superiore, e prevedevano la possibilità di ricostituire fino a dieci divisioni tedesche con ex soldati della Wehrmacht se la guerra si fosse protratta. Gli stessi capi di stato maggiore britannici bocciarono il piano, considerandolo militarmente irrealizzabile, l’8 giugno. Ma il piano era stato elaborato: una guerra contro l’alleato di ieri, con spazio per il nemico di ieri sul fronte britannico.

Nel marzo del 1946, Churchill si recò a Fulton, nel Missouri, e dichiarò che una cortina di ferro era calata sul continente. La famiglia si stava ricomponendo. Poi l’Occidente si mise a fare acquisti. Con l’Operazione Paperclip, gli Stati Uniti portarono in America più di 1.600 scienziati e ingegneri tedeschi.

Il più famoso fu Wernher von Braun, ufficiale delle SS e direttore tecnico del programma missilistico V-2. Il V-2 veniva prodotto in serie nella fabbrica sotterranea di Mittelwerk da prigionieri del campo di concentramento di Mittelbau-Dora, migliaia dei quali vi morirono. Von Braun in seguito diresse lo sviluppo del Saturn V del programma statunitense Apollo.

Arthur Rudolph, che aveva gestito la produzione del V-2 a Mittelwerk, divenne un dirigente di alto livello del programma Saturn V; nel 1984, a seguito di un’indagine del Dipartimento di Giustizia statunitense sul suo passato in tempo di guerra, rinunciò alla cittadinanza americana e si trasferì nella Germania Ovest.

Più persone morirono durante la costruzione del V-2 di Hitler di quante ne furono uccise dal razzo stesso. L’ingegnere che ne guidò lo sviluppo costruì anche il razzo che portò l’America sulla Luna. Gli americani assunsero anche Reinhard Gehlen, che aveva diretto i servizi segreti dell’esercito tedesco sull’Armata Rossa durante tutta la guerra sul fronte orientale.

Con i suoi archivi, le sue reti e molti dei suoi ufficiali ancora operativi, l’Organizzazione Gehlen iniziò a lavorare per i servizi segreti americani. Nel 1956 divenne il servizio segreto federale della Germania Ovest, il BND, con Gehlen come primo presidente. Il capo dei servizi segreti di Hitler contro Mosca cambiò semplicemente datore di lavoro.

Franz Halder, il generale che nel proprio diario trascrisse il discorso di Hitler sulla “guerra di sterminio”, trascorse il periodo dal 1947 al 1961 lavorando con la Divisione Storica dell’Esercito degli Stati Uniti, supervisionando centinaia di ex ufficiali tedeschi impegnati nella stesura di studi sulla guerra per i loro nuovi committenti americani.

Gli storici attribuiscono oggi ad Halder un ruolo di primo piano nella creazione del mito della “Wehrmacht pulita”, un esercito presumibilmente innocente dei crimini commessi a est. L’esperienza del suo gruppo nella lotta contro i russi rese facile trascurare questo aspetto. Nel 1961, gli Stati Uniti gli conferirono il Meritorious Civilian Service Award.

Il generale che trascrisse il discorso di Hitler sulla “guerra di sterminio” fu in seguito decorato dagli Stati Uniti. E poi l’alleanza stessa. Nel maggio del 1955, dieci anni dopo la resa, la Germania Ovest entrò a far parte della NATO e il suo nuovo esercito, la Bundeswehr, fu formato da ex ufficiali della Wehrmacht. Hans Speidel, che era stato capo di stato maggiore del feldmaresciallo Rommel in Normandia, assunse il comando delle forze terrestri della NATO nell’Europa centrale nel 1957.

Adolf Heusinger, un tempo capo delle operazioni dello stato maggiore dell’esercito tedesco, andò ancora oltre. Il 20 luglio 1944, nella Tana del Lupo nella Prussia orientale, Heusinger si trovava al tavolo delle mappe per presentare il rapporto sulla situazione a Hitler quando esplose la bomba di Stauffenberg. Dal 1961 al 1964, presiedette il Comitato militare della NATO a Washington.

Dieci anni dopo la sconfitta della Germania nazista, i veterani della Wehrmacht erano tornati a indossare l’uniforme all’interno dell’alleanza occidentale. Nel giro di vent’anni, ricoprivano alcune delle più alte cariche. Il rancore occidentale era durato sei anni. L’inimicizia verso Mosca sopravvisse alla stessa Unione Sovietica.
 
Il “libro mastro”

Chi ha dunque effettivamente distrutto il nazismo? L’Unione Sovietica perse circa 27 milioni di persone in guerra, tra soldati e civili. La Gran Bretagna ne perse circa 450.000; gli Stati Uniti circa 420.000. Secondo la maggior parte delle stime, tre quarti o più di tutte le perdite militari tedesche si registrarono sul fronte orientale.

La Wehrmacht fu annientata a Mosca, a Stalingrado e a Kursk; il suo Gruppo d’armate Centro fu distrutto in Bielorussia; e la sua capitale fu presa d’assalto dall’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini, la cui bandiera rossa sventolò sul Reichstag mentre Berlino cadeva. Per ogni cittadino britannico morto in guerra, l’Unione Sovietica ne seppellì circa sessanta.

Niente di tutto ciò sminuisce il coraggio degli aviatori britannici del 1940, dei marinai dei convogli artici o dei soldati sbarcati in Normandia. Li mette nella giusta prospettiva. La Gran Bretagna lottò per rimanere una grande potenza e, alla fine, perse quella battaglia con dignità, contro gli Stati Uniti. I popoli sovietici lottarono per sopravvivere.

Ecco perché la domanda posta in quella bella casa poteva riguardare solo un fronte. Un britannico o un americano possono sedersi comodamente in una stanza e discutere se la guerra sia valsa la pena: se l’impero sia stato pagato a un prezzo troppo alto, se la vittoria abbia migliorato la situazione del paese.

È una domanda reale per un rivale, perché la guerra di un rivale si combatte per rango, ricchezza e prestigio, e queste cose si possono valutare. Nessuno nella Leningrado assediata ha discusso se la guerra sia valsa la pena. Nessuno nel villaggio bielorusso di Khatyn, bruciato con i suoi abitanti nel marzo del 1943, ha valutato i costi rispetto ai benefici. Sul fronte occidentale, il prezzo della sconfitta era parlare tedesco. Sul fronte orientale, era cessare di esistere.

Conclusione: quando la situazione si fa critica

Torniamo, un’ultima volta, a quella bella casa. L’americano dice che la Gran Bretagna non avrebbe mai dovuto combattere contro la Germania. L’inglese dice che la Gran Bretagna ha fatto bene. Sembrano essere in disaccordo su tutto. In realtà sono d’accordo sull’unica cosa che conta.

Entrambi danno per scontato che la guerra tra Gran Bretagna e Germania sia stata una lotta tra pari, la cui saggezza è oggetto di dibattito in una stanza confortevole. Uno pensa che la famiglia non avrebbe mai dovuto litigare. L’altro pensa che il litigio sia valso la pena. Nessuno dei due è estraneo all’altro. Ecco cos’è una rivalità.

I rivali combattono duramente. Bombardano le città l’uno dell’altro; firmano trattati e poi li infrangono; e quando i combattimenti finiscono, si siedono nelle case altrui e discutono se ne sia valsa la pena. Gran Bretagna e Germania si sono combattute due volte in una sola generazione. Dieci anni dopo la seconda guerra mondiale, erano alleate. Oggi la loro antica faida è un segmento di un podcast.

Un nemico è qualcos’altro. Un nemico è colui il cui popolo si progetta di far morire di fame prima ancora che inizi la guerra. Colui i cui prigionieri si lasciano morire nei campi aperti. Colui contro il quale si riarma il nemico di ieri due settimane dopo la sua resa. Colui contro il quale si continua ad armarsi anche molto tempo dopo che lo stato che si temeva ha cessato di esistere.

La disputa sul fronte occidentale si fa di nuovo accesa. Conduttori televisivi famosi ed ex ministri si scambiano frecciate attraverso l’Atlantico, e i commentatori la considerano una rottura storica. Non fatevi ingannare. È una lite familiare per un’eredità, e le famiglie si riconciliano. Quando si arriverà al dunque, e la storia dimostra che accade sempre, i rivali si troveranno dalla stessa parte, e le armi torneranno a puntare verso est.

Erano rivali temporanei. Noi eravamo il vero nemico. Questa è tutta la storia, e tutto l’avvertimento.

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09/10/2026

Due “terroristi” in un’altra base inglese. Ma sono lettoni…

L’ansia di guerra produce mostri, sia sul piano della “comunicazione” dei governi occidentali sia su quello operativo. Ogni allarmismo, infatti, deve essere nutrito con incidenti, segnalazioni, piccoli e grandi eventi che lo rendano credibile.

E visto che la Russia si ostina a non invadere l’Europa, ecco che dei “volenterosi” provano a produrre “fatti” adatti a far salire la temperatura guerrafondaia.

In gergo militare e diplomatico si tratta di piccole provocazioni “false flag” – falsa bandiera, ossia prodotte in loco ma attribuite ai russi (o all’Iran), una specialità molto occidentale, per chi ricorda un ex generale con una boccetta in mano all’assemblea dell’Onu per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003.

La miriade di “droni russi” segnalati tutti i giorni non fanno danni, come i fantasmi. E i “disturbi elettronici” della cosiddetta “guerra ibrida” non sono abbastanza convincenti, forse perché non arrivano a spegnare la televisione durante la partita serale.

Abbiamo tutti capito facilmente, per esempio, che i cinque – poi sette – arrestati vicino alla base aerea di Fairford, appartenente alla Raf inglese ma in concessione agli Usa per i bombardieri che andavano sull’Iran, non erano affatto “terroristi persiani”, visto che si trattava di giovani inglesi scarcerati dopo poche ore. Però il giochino era stato sufficiente a convincere gli americani a spostare altrove quei bombardieri, visto che quella base non garantiva abbastanza “sicurezza”.

Ora la replica, con schizzi di materiale organico sgradevole. Due uomini sono stati arrestati all’interno della base militare di Molesworth, nel sud-est dell’Inghilterra, anch’essa della Raf ma ospitante hub di intelligence statunitensi e della NATO. Erano entrati con il classico buco nella recinzione perimetrale.

Al contrario dei cinque poveretti sorpresi ad una certa distanza da Fairford, questi due erano proprio dentro, con presumibili “cattive intenzioni” visto che non erano passati dagli ingressi ufficiali.

Il problema è che si tratta di due lettoni, ossia di due cittadini europei di un paese membro della Nato. Alleati a tutti gli effetti, insomma. Anche se di quella fetta baltica di alleanza (Estonia, Lettonia, Lituania) che sta facendo da tempo carte false per scatenare una guerra alla Russia che loro, da soli, non si possono proprio permettere. E quindi provano a “convincere” tutti gli altri a farsene finalmente da fare.

Basti ricordare le farneticazioni quotidiane della sedicente “alta rappresentante per la politica estera UE”, la svalvolata Kaja Kallas, o il suo connazionale Tarmo Kundla, neo capo del sedicente “esercito” estone (4.500 uomini in tutto, solo un terzo “professionisti”), che sposta le truppe al confine e vaneggia di “vittorie” da ottenere rapidamente sul campo... 

I due lettoni, di 36 e 32 anni, sono attualmente detenuti con l’accusa di violazione di domicilio e di essere entrati in un luogo vietato “per uno scopo pregiudizievole per il Regno Unito”, secondo l’elegante formula riservata ai terroristi “alleati”.

“Siamo ben consapevoli del recente aumento dell’interesse e della preoccupazione attorno ai siti militari”, ha dichiarato il comandante Helen Flanagan, a capo della Polizia Antiterrorismo di Londra. “Ma in questa fase non c’è nulla che suggerisca che questo incidente sia collegato agli eventi della RAF Fairford”.

L’unico collegamento è la pretesa di far partire una guerra vera e propria – “breve ma intensa”, come i conflitti nucleari – a forza di far finta di condurre una “guerra ibrida”.

Anche se è sempre meno ibrida e più “classica”, visto che il Comitato militare che assiste e fornisce consulenza al Consiglio Atlantico, al Comitato di pianificazione della difesa e al Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, guidato dal generale italiano Cavo Dragone, si è recato ufficialmente in questi giorni a Kiev.

Il ruolo principale di questo Comitato militare è quello di fornire indicazioni e consulenza in materia di politica e strategia militare all’Ucraina. Di fatto, un’entrata in guerra vera e propria, perché ogni “consulenza” si fa inviando “consulenti”, ossia contingenti militari con le competenze specifiche ritenute indispensabili.

Vedremo probabilmente la notizia dei due lettoni entrati nottetempo in una base inglese sparire dai giornali (su quelli italiani non c’è proprio arrivata, nonostante ne parlino BBC e CNN, e altre fonti occidentali autorevoli), ma resta il fatto che si va costruendo il clima che prima o poi sfocia in una guerra.

Le piccole provocazioni “false flag”, infatti, sono la spia di una volontà politica ancora minoritaria e per nulla supportata dall’opinione pubblica europea, in nessun paese. È quindi gioco forza inevitabile che queste provocazioni salgano di livello, trasformandosi in azioni vere e proprie, probabilmente con morti e feriti, in modo da vincere quelle “stupide resistenze pacifiste”.

Nel paese delle stragi di Stato, di Piazza Fontana e della Stazione di Bologna, ecc., non c’è neanche bisogno di spiegare come sia possibile...

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07/10/2026

Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti

C’è una contraddizione sempre più evidente nell’economia britannica: i numeri possono ancora raccontare una crescita, ma per chi vive del proprio lavoro il quadro continua a peggiorare.

L’ultimo indice PMI di S&P Global conferma infatti che le imprese del Regno Unito hanno continuato a ridurre l’occupazione per il 24° mese consecutivo. Una sequenza impressionante, che porta il deterioramento del mercato del lavoro oltre quello registrato durante la crisi finanziaria globale.

Non siamo quindi di fronte soltanto a un rallentamento congiunturale. Da due anni le imprese britanniche riducono la forza lavoro mentre l’economia, almeno secondo gli indicatori aggregati, continua a mantenersi in territorio positivo.

È una delle contraddizioni strutturali del capitalismo contemporaneo: la crescita della produttività e dei profitti non comporta automaticamente un miglioramento delle condizioni di chi lavora. Al contrario, quando le imprese cercano di difendere i propri margini, l’occupazione può diventare una delle prime variabili sulle quali intervenire.

Crescita per chi?


A settembre il PMI composito è sceso a 52 punti, contro i 52,5 di agosto. Il dato resta comunque al di sopra della soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione dell’attività economica ed è risultato leggermente migliore rispetto alla stima preliminare di 51,7.

Sulla carta, dunque, l’economia britannica continua a crescere. Ma dietro questo numero apparentemente rassicurante si nasconde una realtà molto meno brillante: la crescita non si traduce in nuovi posti di lavoro.

Nel settore dei servizi, la contrazione dell’occupazione è stata la più contenuta degli ultimi undici mesi. È un segnale positivo, ma non sufficiente per parlare di inversione di tendenza. La riduzione degli organici continua infatti da due anni e interessa un’economia sottoposta contemporaneamente alla pressione dell’inflazione, dei costi energetici e di una domanda ancora fragile.

Il tasso ufficiale di disoccupazione resta comunque nettamente inferiore ai livelli raggiunti negli anni successivi alla crisi finanziaria globale. Ma proprio questo dato rende ancora più significativo ciò che sta accadendo: non è necessario arrivare a una disoccupazione di massa perché il mercato del lavoro venga progressivamente indebolito.

Il deterioramento può passare anche attraverso il blocco delle assunzioni, la mancata sostituzione dei lavoratori che lasciano, la riduzione degli organici, la precarizzazione e l’intensificazione del lavoro di chi rimane.

Il Labour e la pressione sulle imprese

La situazione rappresenta una sfida per il governo laburista guidato da Keir Starmer prima e Andy Burnham poi, arrivato al potere nel 2024 con la promessa di rilanciare l’economia britannica.

Secondo Bloomberg, le imprese hanno iniziato a ridurre il personale anche dopo l’aumento dei contributi a carico dei datori di lavoro e del salario minimo deciso dal governo.

Qui emerge una delle contraddizioni della politica economica del Labour. Da un lato, l’aumento del salario minimo e alcune misure di tutela del lavoro possono migliorare le condizioni dei lavoratori meno pagati. Dall’altro, in un sistema nel quale le imprese continuano a determinare autonomamente investimenti e occupazione sulla base delle aspettative di redditività, l’aumento dei costi può essere utilizzato come giustificazione per ridurre gli organici o rallentare le assunzioni.

La questione non riguarda quindi soltanto il livello dei salari, ma i rapporti di forza all’interno dell’economia. Perché quando arriva la difficoltà, chi decide dove intervenire? Sui profitti, sui dividendi e sui rendimenti del capitale oppure sul costo del lavoro? I dati degli ultimi due anni indicano che la pressione sull’occupazione è tutt’altro che marginale.

Il nuovo shock energetico

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la nuova impennata dei prezzi dell’energia. L’indagine di S&P Global segnala un ulteriore aumento delle pressioni sui prezzi: sia i costi sostenuti dalle aziende sia i prezzi applicati ai clienti sono aumentati al ritmo più rapido dal giugno precedente.

Secondo Tim Moore, direttore economico di S&P Global Market Intelligence, la debolezza della domanda e l’aumento delle pressioni inflazionistiche hanno contribuito a peggiorare le aspettative sull’attività economica per il prossimo anno.

Una combinazione particolarmente pericolosa. Energia più cara significa infatti maggiori costi per le imprese e maggiore pressione sui prezzi. Prezzi più alti possono comprimere i consumi delle famiglie. Una domanda più debole può spingere le aziende a rinviare investimenti e assunzioni. E, ancora una volta, il lavoro rischia di diventare la variabile di aggiustamento.

Le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bank of England sono inoltre aumentate. L’obiettivo è contenere le pressioni inflazionistiche, ma una politica monetaria più restrittiva rischia contemporaneamente di frenare consumi e investimenti.

Il capitale è pronto a licenziare per salvare i profitti

È dentro questo quadro che va letta anche la trasformazione tecnologica in corso. Le imprese stanno aumentando gli investimenti per sfruttare le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale. Dal punto di vista aziendale, la logica è chiara: aumentare la produttività, ridurre i tempi e i costi della produzione, ottenere più valore con una quantità inferiore di lavoro umano.

Il problema è che questa trasformazione non garantisce automaticamente una redistribuzione dei benefici. Se l’aumento della produttività viene accompagnato da salari più elevati, riduzione dell’orario e maggiore sicurezza occupazionale, la tecnologia può rappresentare un progresso sociale. Se invece viene utilizzato per ridurre gli organici e aumentare i margini, il risultato è completamente diverso.

I profitti possono essere sostenuti senza immediati licenziamenti di massa. La ristrutturazione può essere molto più silenziosa: meno assunzioni, mancato ricambio del personale, esternalizzazioni, automazione, chiusura di reparti e aumento dei carichi di lavoro per chi rimane.

L’intelligenza artificiale rischia di diventare non soltanto una nuova tecnologia produttiva, ma anche uno strumento attraverso il quale il capitale può ridurre ulteriormente il fabbisogno di forza lavoro.

La domanda decisiva diventa allora: chi beneficerà dell’aumento della produttività? Se la risposta sarà ancora una volta il capitale, mentre ai lavoratori verranno lasciati licenziamenti, precarietà e salari compressi, la promessa della crescita tecnologica rischia di trasformarsi nell’ennesima redistribuzione della ricchezza verso l’alto.

Una questione europea

Il problema non riguarda soltanto il Regno Unito. La stessa dinamica attraversa, con caratteristiche differenti, le principali economie europee. Industria, banche, telecomunicazioni, commercio e servizi stanno affrontando processi di ristrutturazione nei quali la riduzione dei costi del lavoro e l’aumento della produttività diventano elementi centrali della competizione internazionale.

Il capitale è globalizzato. I lavoratori, molto meno. Le imprese possono spostare produzioni, investimenti e catene di fornitura da un paese all’altro, cercando condizioni più favorevoli. Possono sostituire lavoro con tecnologia e possono utilizzare la concorrenza internazionale come leva per contenere salari e diritti.

Per questo la questione dell’occupazione non può essere ridotta a un problema tecnico di statistiche sul PIL o sul PMI.

È una questione di rapporti di forza. La crescita economica può aumentare senza migliorare la vita di chi lavora. La produttività può crescere senza aumentare i salari. La tecnologia può produrre più ricchezza mentre diminuisce il numero dei lavoratori necessari a produrla. Il punto non è quindi fermare il progresso tecnologico, ma decidere chi controlla quel progresso e come vengono distribuiti i suoi risultati.

La vera prova per il Labour

Il governo laburista si prepara ora ad affrontare il prossimo bilancio in un contesto difficile. Può rivendicare una relativa tenuta dell’economia britannica, ma non può ignorare il dato più ostinato: il mercato del lavoro continua a perdere occupazione da 24 mesi. La questione centrale non sarà allora soltanto quanto crescerà il PIL britannico.

Sarà capire chi pagherà il costo della ristrutturazione. Perché il capitale ha già individuato la propria risposta: aumentare la produttività, ridurre i costi e difendere la redditività.

Ai lavoratori resta invece una domanda molto più concreta: quanto ancora dovranno pagare per una crescita della quale ricevono una quota sempre più piccola?

Il caso britannico mostra che la partita è già aperta. E se il futuro dell’economia europea verrà costruito attraverso licenziamenti, precarietà e compressione dei salari, allora il problema non sarà soltanto la crisi del mercato del lavoro.

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30/09/2026

Parata unionista di Portadown bloccata dalle proteste degli irlandesi repubblicani

Dopo 28 anni di interdizione ininterrotta, una decisione dell’Alta Corte del Regno Unito ha permesso all’Orange Order, storica organizzazione protestante e unionista, di percorrere Garvaghy Road, arteria a forte maggioranza cattolica e repubblicana della città di Portadown, in Irlande del Nord.

Il caso è diventato subito un termometro della politica britannica di portata molto più ampia rispetto alla dimensione della cittadina irlandese. Fin dalle prime luci dell’alba, i manifestanti repubblicani hanno presidiato in massa la via formando cordoni umani a braccetto, determinati a non consentire il transito della delegazione unionista nel proprio quartiere.

Consapevoli dell’elevato rischio di disordini, le autorità avevano vincolato la manifestazione, approvata per un vizio di forma, a restrizioni specifiche: solo 35 persone, il divieto totale di accompagnamento con bande musicali e la partenza fissata alle prime ore del mattino. Ma il tema non era di persone e decibel, bensì politico.

Centinaia di irlandesi hanno di fatto bloccato la strada e il transito dell’Orange Order. La vicenda ha assunto un peso significativo per la presenza nel presidio opposto agli unionisti di Michelle O’Neill, prima ministra dell’Irlanda del Nord ed esponente del partito repubblicano Sinn Féin.

O’Neill ha definito “vergognosa” la sentenza del tribunale che ha permesso una marcia “storicamente intrisa d’odio, violenza settaria e omicidi”. La scelta di passare attraverso le aree cattoliche risale alla metà degli anni Novanta, dopo il cessate il fuoco con l’IRA, quando l’Orange Order promuoveva questo percorso con un chiaro intento provocatorio, causando disordini e anche morti.

I partiti unionisti hanno accusato O’Neill di contravvenire ai propri doveri istituzionali e, di fronte all’inasprirsi dei toni, è intervenuto persino il primo ministro britannico Andy Burnham, rivolgendo un appello formale alla calma. La vicenda arriva inoltre in una fase molto complessa della vita politica delle isole britanniche.

I leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno parlato di separarsi dal Regno Unito, mentre l’Irlanda del Nord è diventato anche il terreno su cui promuovere non solo retoriche unioniste ma anche razziste, finalizzate alla polarizzazione politica e alla crescita della fascistizzazione della società, esemplificata dai pogrom contro i migranti condotti a Belfast lo scorso giugno.

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29/09/2026

La leggendaria centrale della copertina di “Animals” diventa una sala da concerti

I Pink Floyd sono passati alla storia non solo per la loro musica, ma anche per aver trasformato le copertine dei loro dischi in una componente essenziale del proprio immaginario. Immagini enigmatiche, surreali, spesso prive persino del nome della band e del titolo dell’album, che hanno finito per diventare riconoscibili quanto le canzoni. Un ruolo decisivo lo ebbero Storm Thorgerson e Aubrey Powell con lo studio Hipgnosis, artefici di alcune delle cover più celebri del gruppo, dal prisma di “The Dark Side Of The Moon” all’uomo in fiamme di “Wish You Were Here”.

Poche immagini, tuttavia, hanno avuto la forza iconica della copertina di “Animals”: la sagoma monumentale della Battersea Power Station sotto un cielo plumbeo, con un maiale sospeso tra due delle quattro ciminiere. Ora, a quasi cinquant’anni dall’uscita del disco, quel luogo leggendario sta per rinsaldare ulteriormente il proprio legame con la musica: all’interno dell’ex-centrale londinese, infatti, è stato realizzato un nuovo spazio destinato ai concerti, l’Apple Music Hall.

La centrale sulle rive del Tamigi

Quando i Pink Floyd iniziarono a lavorare alla copertina di “Animals”, pubblicato nel gennaio 1977, collaboravano con Hipgnosis ormai da diversi anni. Thorgerson aveva inizialmente pensato a un’immagine legata all’idea dell’uomo che torna a essere animale: un bambino che sorprende i genitori mentre fanno l’amore e non riesce a comprendere se ciò che vede sia un gesto d’affetto o qualcosa di violento. Roger Waters aveva però in mente tutt’altro. Abitava non lontano dalla Battersea Power Station e conosceva bene quell’enorme costruzione industriale affacciata sul Tamigi. Fu lui a proporre di fotografarla facendo volare un maiale tra le ciminiere. Thorgerson giudicò inizialmente l’idea troppo semplice e poco misteriosa, ma alla fine fu la visione di Waters a imporsi.

La scelta del luogo contribuì enormemente alla forza dell’immagine. La Battersea Power Station era uno dei grandi simboli della Londra industriale: costruita in due fasi tra gli anni Trenta e Cinquanta, con la sua struttura in mattoni e le quattro gigantesche ciminiere bianche, era stata per decenni una delle centrali termoelettriche più importanti della capitale. Nel 1976 era ancora in funzione, anche se la sua prima sezione aveva già cessato l’attività. Il suo aspetto monumentale e insieme inquietante si adattava perfettamente alle idee portanti di “Animals”, album dominato da una visione cupa della società britannica. Waters aveva costruito i testi intorno a tre figure di animali – cani, maiali e pecore – utilizzate come rappresentazioni di differenti gruppi e comportamenti sociali, con un evidente richiamo alla tradizione allegorica della “Fattoria degli animali” di George Orwell.


Il giorno in cui il maiale volò davvero

Trasformare l’idea in una fotografia si rivelò molto più complicato del previsto. Per lo scatto venne realizzato un enorme maiale gonfiabile riempito di elio, lungo circa dodici metri e destinato a diventare famoso con il nome di Algie. Le riprese alla Battersea Power Station richiesero più giorni. Durante una delle sessioni, il maiale si liberò dai cavi che lo trattenevano e prese davvero il volo sopra Londra. La sua presenza nello spazio aereo provocò l’allarme delle autorità e problemi al traffico aereo, mentre Algie proseguiva indisturbato il proprio viaggio nel cielo inglese. Finì per atterrare in un campo nel Kent, spaventando – secondo uno dei racconti più celebri legati all’episodio – le mucche che vi pascolavano.

L’incidente regalò involontariamente ai Pink Floyd una formidabile pubblicità e trasformò la realizzazione della copertina in una storia quasi leggendaria. Ma rimaneva ancora un problema: ottenere la fotografia giusta. Quando finalmente fu possibile fotografare correttamente il maiale davanti alla centrale, il cielo era troppo limpido per l’atmosfera che il gruppo voleva associare al disco. La soluzione arrivò in fase di composizione: l’immagine di Algie venne sovrapposta a una fotografia della Battersea Power Station realizzata in precedenza, quando le nuvole rendevano il paesaggio molto più oscuro e minaccioso. La celeberrima copertina di “Animals”, dunque, non documenta un unico istante, ma nasce dall’unione di fotografie differenti.

Il risultato entrò immediatamente nell’iconografia dei Pink Floyd. Algie sopravvisse alla copertina e diventò uno dei simboli visivi della band, ricomparendo nei concerti e nelle scenografie degli anni successivi e accompagnando anche le successive carriere dei suoi componenti.

Da centrale elettrica a venue per i concerti

Nel frattempo anche la Battersea Power Station avrebbe vissuto una storia tormentata. La produzione di energia cessò definitivamente nel 1983 e per decenni l’enorme edificio rimase inutilizzato, mentre si susseguivano progetti di recupero mai portati a termine. La centrale, ormai indissolubilmente associata anche alla copertina dei Pink Floyd, era nel frattempo diventata uno degli edifici industriali più riconoscibili di Londra.
Dopo un gigantesco intervento di riqualificazione, Battersea è stata trasformata in un nuovo distretto residenziale e commerciale, conservando l’architettura esterna che l’aveva resa celebre. E ora la musica potrà entrare direttamente dentro l’edificio immortalato dai Pink Floyd. Apple ha infatti annunciato l’apertura dell’Apple Music Hall, una nuova sala da 600 posti realizzata all’interno della Battersea Power Station e pensata per ospitare concerti in una dimensione relativamente intima ma con dotazioni produttive da grande evento. Lo spazio dispone di un palco largo circa 11,5 metri, configurabile anche per esibizioni “in the round”, e di un sistema composto da 48 diffusori per l’audio spaziale. Sono inoltre presenti studi professionali per la registrazione e il missaggio multitraccia e un’infrastruttura predisposta per almeno 16 telecamere: i concerti potranno quindi essere registrati e trasmessi in streaming in tutto il mondo. Nel progetto sono stati conservati e richiamati diversi elementi architettonici della centrale, dai mattoni storici agli archi, ai balconi in bronzo.


Così un edificio che nel 1977 era diventato un caposaldo dell’iconografia del rock si prepara, quasi mezzo secolo dopo, a diventare davvero un luogo per la musica dal vivo. E sopra le sue quattro ciminiere annerite continuerà inevitabilmente ad aleggiare, almeno nell’immaginario collettivo, il maiale volante di “Animals”. 

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Affoga nel ridicolo “l’attentato” alla base aerea inglese

L’allarmismo guerrafondaio ha superato da tempo i confini del ridicolo, ma i britannici hanno deciso di alzare il livello fino a superare i Monty Pyton nel capolavoro Brian di Nazareth.

La notizia del presunto attentato alla base aerea di Fairford, nel sud dell’Inghilterra, vicino Oxford, era sembrata da subito piuttosto stramba. Per le modalità, se non altro, perché in una guerra sporchissima come quella che Usa, Israele e Nato stanno conducendo contro l’Iran (e la Russia) una risposta “asimmetrica” ci può anche stare.

I sospetti erano altrettanto logici, visto che negli ultimi mesi non passa giorno senza che venga lanciato un allarme sui “droni russi” che poi si rivelano ucraini, stormi di uccelli, oppure su “disturbi elettronici” ascrivibili d’ufficio a qualche “guerra ibrida”.

Però neanche noi, notoriamente scettici su certe cose, potevamo immaginare una pochade così mal congegnata. E dire che tutto doveva sembrare credibile – anche allo sguardo più diffidente – grazie al fatto che comunque c’erano stati ben cinque arresti. La testimonianza di una “agricoltrice” – l’impagabile sforzo politically correct dei media importanti – prontamente protetta dall’anonimato sembrava in un primo momento vaga ma plausibile.

Poi la narrazione ha preso la via della catastrofe. I cinque arrestati sono risultati giovani londinesi tra 23 e i 25 anni, non pregiudicati né noti “estremisti”.

I media hanno subito provato a correggere il tiro senza cambiare bersaglio (“C’è dietro l’Iran”, o “forse la Russia”), spiegando agli ignari spettatori che “spesso le dittature si servono di manovalanza locale per condurre azioni di guerra ibrida”. In pratica quel che l’Occidente fa in modo più professionale per provocare “rivoluzioni colorate”...

Col passare delle ore è crollato tutto. I cinque giovani sono stati scarcerati dopo neanche 24 ore. E non si può neanche dire che sia intervenuto l’antico habeas corpus del diritto liberale inglese (“restar libero fino al processo”), perché è una consuetudine seppellita da tempo.

Per fare giusto un esempio: gli attivisti di Palestin Action, un’associazione contro il genocidio che pratica anche l’“azione diretta” ma pacifica (blocco di alcune aziende che fabbricano armi per Israele, o direttamente contro aziende militari israeliane come Elbit System) vengono arrestati e tenuti in carcere molto a lungo. Ed anche i manifestanti che chiedono la loro liberazione (proprio ieri, guarda caso, sono finiti in guardina 50 partecipanti ad un presidio fuori da una convegno del Partito Laburista, a Liverpool).

Gli autori di una azione a Filton, nell’agosto del 2024, con danneggiamento di materiale, sono stati tenuti prigionieri per oltre 18 mesi prima di essere processati, assolti in primo grado e poi condannati in appello.

Dunque, se i cinque di Fairford sono stati scarcerati subito vuol serenamente dire che non stavano facendo nulla. Anche il “grande quantitativo di esplosivi” è sparito nel nulla. Restano tra le frasche i tre furgoni bianchi, di incerta proprietà ed utilizzo.

Naturalmente, per cercare di continuare a sostenere l’ipotesi di “Attentato! Attentato!” la polizia britannica ha spiegato che sono in corso verifiche e interrogatori approfonditi, ma che questo “non significa che l’inchiesta sia chiusa”. I cinque, accusati di sospetta “pianificazione di un attacco terroristico”, restano sottoposti a “severe restrizioni nei movimenti o contatti con altri”. Ma se ci fosse stato davvero anche un solo grammo di esplosivo restavano dentro anni...

Anche la povera “agricoltrice” ci ha messo del suo (se davvero esiste e non è solo un avatar per giornalisti creduloni). Racconta di aver visto nella notte e in piena campagna “Un folto gruppo di uomini incappucciati”, il che appare quanto meno insensato per dei “terroristi” che di solito cercano di non farsi notare.

Subito dopo aggiunge che “Quando mi hanno visto sono scappati”, il che – altrettanto – stona parecchio con la condotta di chi va ad attaccare nientemeno che una base della Raf da cui partono i bombardieri Usa diretti in Iran.

La comica prende il sopravvento quando rivela che “Ho chiamato immediatamente il ministero della difesa”, mentre qualsiasi cittadino – se proprio decide di far qualcosa – normalmente chiama la polizia, che poi avvertirà chi di dovere.

Fino allo straordinario “Nel giro di 10 minuti il villaggio pullulava di agenti armati”, come se le forze speciali di sua maestà non facessero altro che precipitarsi ad ogni telefonata di sconosciuti nella notte.

Non poteva mancare l’idiota di turno – Nigel Farage – che, fidandosi (unico al mondo!) di quel che dice Trump (“Li seguivamo da tempo, è stata un’operazione eccezionale”) si era precipitato scrivere sui social che i cinque arrestati erano “cittadini iraniani”. Post poi cancellato e ridotto a “enorme problema di sicurezza nazionale”.

Più sobria e vagamente ironica la risposta iraniana che, oltre a smentire qualsiasi rapporto con la vicenda, ha minacciato di far causa nel tribunali inglesi contro il governo britannico, i media e quant’altro. Non sappiamo ancora con quale accusa, ma ci sembra plausibile che possa essere per “circonvenzione di incapace”.

Ovvero il popolo britannico, da cui si salvano certamente i solidali con Palestine Action...

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28/09/2026

Allarme rosso in base militare britannica utilizzata dagli USA. Terrorismo o false flag?

La polizia antiterrorismo britannica ha fatto scattare il massimo allarme intorno alla base militare di Fairford e dichiara di aver eseguito 5 arresti dopo il ritrovamento di materiale esplosivo a bordo di 3 furgoni sospetti nei pressi della base. Interi quartieri della zona di Whelford messi in sicurezza, circa 85 famiglie evacuate, mentre l‘esercito sta impiegando robot anti sabotaggio per bonificare i veicoli sospetti.

La polizia del Gloucestershire ha dichiarato di aver ricevuto una chiamata intorno alle 00:45 di domenica mattina relativa a “tre veicoli sospetti” che si dirigevano verso la base della RAF. In seguito a questa segnalazione sono stati arrestati cinque uomini (nella foto, verificata dalla BBC).

Chiunque venga arrestato ai sensi del Terrorism Act 2000 può essere detenuto fino a 14 giorni senza alcuna accusa formale, diversamente dal limite usuale di 24 ore per gli arresti standard.

Diversi residenti evacuati hanno raccontato alla BBC di essere stati svegliati nel cuore della notte dagli agenti di polizia che bussavano alle loro porte.

The Guardian riferisce che nelle ultime settimane i residenti della zona hanno notato un netto aumento delle misure di sicurezza della base militare, con i cancelli recentemente barricati. “Nelle scorse settimane hanno parcheggiato veicoli pesanti, anzi pesantissimi, davanti a tutti i cancelli”, ha detto un altro residente.

Relativamente ai fermati va segnalata una strana dichiarazione di Trump secondo cui gli “Stati Uniti tenevano d’occhio i cinque uomini da molto tempo e adesso sono stati presi”.

Occorre infatti sapere che la base militare della RAF di Fairford è una delle principali infrastrutture britanniche utilizzate dall’aviazione militare statunitense in Europa. Da quanto risulta è stata utilizzata anche per operazioni legate alla guerra scatenata dagli USA contro l’Iran

La base è della RAF (Royal Air Force) ma da molto tempo viene utilizzata in modo importante anche dall’US Air Force, secondo cui la base di Fairford ospita il quartier generale della 501st Combat Support Wing e il 420th Air Base Squadron ed è la principale base operativa in Europa per i bombardieri del Global Strike Command americano.

Questa base permette agli USA di portare in Europa velivoli capaci di effettuare missioni a grande distanza senza doverli schierare stabilmente sul continente.

Stando a quanto riferito dall’agenzia Reuters, il governo britannico ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare la base di Fairford per le operazioni contro i siti missilistici iraniani. Le notizie a disposizione non dicono molto ma certamente il governo britannico – tra i più impegnati in una escalation guerrafondaia a tutto campo – avrebbe bisogno come il pane di un allarme terrorismo come quello in corso per recuperare consensi intorno alla propria politica bellicista, talmente bisogno che andrebbe bene anche una operazione false flag.

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27/09/2026

L’intesa tra università britanniche e industria delle armi per reprimere i pro-Pal

Tredici università del Regno Unito hanno concordato con BAE Systems, il principale colosso britannico della difesa, misure di sicurezza e strategie comunicative per gestire e contenere le manifestazioni studentesche filopalestinesi nei campus. A svelarlo è un’inchiesta congiunta condotta da Liberty Investigates e Al Jazeera, basata su decine di comunicazioni interne, email e documenti ottenuti tramite richieste di accesso agli atti.

Le carte descrivono un rapporto ravvicinato tra le amministrazioni accademiche e l’azienda bellica, caratterizzato da segnalazioni preventive, sorveglianza dei canali digitali degli studenti e interventi disciplinari concordati. Tra gli atenei coinvolti spiccano le istituzioni di Manchester, Nottingham, Southampton, Birmingham, Strathclyde e la Cranfield University.

BAE Systems le classifica formalmente come “partner strategici”, erogando complessivamente fino a 15 milioni di sterline (circa 20 milioni di dollari) all’anno attraverso convenzioni e finanziamenti di lungo termine. A dimostrazione di come l’infestazione dei privati nell’università pubblica sia anche uno strumento per imporre politiche non controllabili “democraticamente”.

E in questo caso, a tutela dell’economia del genocidio dei palestinesi, usando le necessità finanziarie come leva politica. Oltre un terzo degli atenei d’Oltremanica versa in condizioni di deficit di bilancio. 11 delle 13 università finite sotto la lente dell’inchiesta aderiscono a un consorzio istituito con il Ministero della Difesa britannico che mette in palio quote di un fondo da 182 milioni di sterline destinato alla ricerca e al reclutamento in ambito militare.

Al centro delle contestazioni studentesche vi è il coinvolgimento di BAE nella catena di fornitura dei caccia F-35 utilizzati dalle forze armate israeliane durante le operazioni militari a Gaza. I documenti interni mostrano come, già nell’agosto 2024, la società abbia incoraggiato gli atenei partner a elaborare una linea comunicativa congiunta per limitare la solidarietà con la Palestina.

La cooperazione, tuttavia, non si è limitata alla gestione delle pubbliche relazioni. Le corrispondenze documentano richieste dirette da parte del colosso bellico in merito all’ordine pubblico durante le fiere del lavoro e di reclutamento. Diversi atenei hanno controllato alcuni studenti e li hanno sottoposti a procedimenti disciplinari, quando questi hanno contestato la complicità del complesso militare-industriale con i crimini israeliani.

Addirittura, le università di Southampton e Nottingham hanno rassicurato i vertici societari monitorando attivamente le pagine social delle associazioni pro-Palestina per intercettare in anticipo gli annunci di presidi di protesta. In pratica, le istituzioni accademiche hanno punito la libertà di espressione, facendo direttamente le veci politiche delle imprese di armamenti.

La pubblicazione dell’inchiesta ha suscitato immediate prese di posizione internazionali. Gina Romero, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di riunione pacifica e di associazione, ha sottolineato che quando atenei pubblici recepiscono indicazioni operative e strategie di sicurezza dall’industria bellica per reprimere i propri iscritti, il confine tra istruzione superiore e interessi corporativi della difesa collassa, riducendo il dissenso a un mero rischio aziendale da mitigare a favore degli sponsor.

Reazioni sdegnate sono arrivate anche dalla sfera politica britannica: il deputato ed ex leader laburista Jeremy Corbyn ha qualificato come “inquietante oltre ogni misura” il livello di compenetrazione tra il settore delle armi e gli istituti universitari, osservando che la repressione contro l’attivismo studentesco non era mai stata così marcata come in questa fase storica.

Di fronte alle accuse, gli atenei hanno difeso la propria condotta, respingendo l’idea di aver subito condizionamenti esterni. I portavoce hanno sostenuto che le decisioni in materia di ordine pubblico e i provvedimenti disciplinari rimangono autonomi, ribadendo di rispettare il diritto alla protesta pacifica nei limiti di legge e di predisporre misure di sicurezza proporzionate per tutelare l’incolumità generale.

BAE Systems non ha commentato i dettagli dell’inchiesta, richiamandosi a dichiarazioni pregresse in cui afferma di non vendere armi in via diretta a Israele. In entrambi i casi, un evidente manipolazione della realtà, anche quando questa è incontrovertibile, pur di non ammettere di essere parte di un processo di pulizia etnica, e di promuovere in patria il restringimento delle libertà democratiche.

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09/09/2026

Milei rivendica le Malvinas e il loro petrolio, ma rischia la frattura con Israele

Il problema delle “internazionali nere” e delle alleanze tra nazionalisti è che alla fine devono fare i conti con le loro stesse regole, ovvero quelle del capitale, del massimo profitto e della competizione internazionale. È ciò che sembra tratteggiarsi all’orizzonte dello scontro per il petrolio delle isole Falkland (Malvinas per gli argentini) tra il governo di Javier Milei e una joint venture tra britannici e israeliani, con i primi certamente sotto maggiore pressione.

In un messaggio a reti unificate, affiancato dall’intero esecutivo, il presidente argentino ha formalizzato una pesante offensiva economica e legale contro il progetto “Sea Lion”: un giacimento scoperto nel 2010 e che si stima possa offrire fino a 1,7 miliardi di barili di greggio. Il consorzio per l’estrazione unisce l’israeliana Navitas Petroleum, con una quota del 65%, e la britannica Rockhopper Exploration, con il restante 35%.

Alla fine del 2025 i due gruppi hanno approvato un piano da oltre 2 miliardi di dollari per avviare la produzione nel 2028, con un ritmo iniziale di 50 mila barili al giorno. Il giacimento, però, è a circa 200 km dalle isole che Buenos Aires rivendica col nome Malvinas, e l’arcipelago e il petrolio si trovano dunque al centro di un dossier diplomatico delicato, dopo la guerra del 1982.

Il 3 settembre, il governo di Milei ha deciso di spingere al Congresso un disegno di legge per la difesa della sovranità nazionale e ha così optato per l’estensione delle sanzioni amministrative e penali a dirigenti, azionisti e fornitori delle imprese attive nel bacino. Lunedì 7 settembre il ministro degli Esteri Pablo Quirno ha annunciato la presentazione formale di denunce penali contro Navitas Petroleum, le sue sussidiarie, i partner operativi e i vertici aziendali per violazione della legislazione argentina.

Quirno ha cercato di spegnere i timori di una crisi diplomatica con Tel Aviv, affermando che il contenzioso non danneggia minimamente le relazioni bilaterali. Tuttavia, è evidente che un terreno di frizione significativo si è aperto con Sea Lion. Non solo in maniera diretta, ma anche perché tra gli stessi azionisti della britannica Rockhopper figurano fondi d’investimento israeliani (Noked Capital, Brosh Funds e ION Fund Management).

Ad aver dato forza alle rivendicazioni argentine c’è stato anche Donald Trump, che recentemente ha dichiarato che sarebbe disponibile a rivedere la tradizionale posizione di neutralità sull’arcipelago atlantico, lamentando il mancato aiuto di Londra nell’aggressione all’Iran e una certa titubanza negli impegni presi all’interno della NATO.

Il legame tra Washington e Buenos Aires viene inoltre rafforzato dal fatto che i due paesi stanno costruendo una base navale integrata a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, che in prospettiva sarà utilissima agli States per proiettare la propria presenza nell’Atlantico meridionale e verso l’Antartide. I recenti provvedimenti di Milei prevedono l’accelerazione dei lavori.

Il capo di Stato argentino è uno dei leader più allineati a Israele e al genocida Benjamin Netanyahu, con cui ha sottoscritto intese bilaterali e i cosiddetti “Accordi di Isacco”. Forte delle aperture della Casa Bianca, probabilmente immagina di poter giocare una partita aggressiva con la Navitas Petroleum e, infine, far ricadere i costi maggiori sui partner britannici.

Lo stesso figlio di Netanyahu, Yair, aveva affermato in agosto che le Malvinas dovrebbero appartenere all’Argentina, perché il Regno Unito “è attualmente un paese ostile”. Parole che rimandano proprio alla guerra delle Falkland, durante la quale Israele vendette armi alla dittatura argentina come ritorsione contro l’opposizione di Londra all’invasione del Libano, ripartita dopo le operazioni del 1978 proprio negli ultimi giorni del conflitto per l’arcipelago atlantico.

Per ora non sono arrivati commenti ufficiali da parte di Tel Aviv, mentre la risposta del Regno Unito è stata netta e puntuale. Per Downing Street il referendum del 2013 che ha confermato in maniera schiacciante la volontà degli abitanti delle isole di rimanere sotto la corona è l’unica cosa che conta. Il ministro della Difesa Wes Streeting ha liquidato le uscite della Casa Rosada dicendo che “ci dicono più della politica interna in Argentina che delle isole Falkland”.

Il riferimento è al cambio di rotta scelto da Milei sul nodo delle Malvinas: all’inizio del suo mandato aveva auspicato una “relazione da adulti” con il Regno Unito. A tali diversi indirizzi sembra spingerlo il calo dei consensi e l’incalzante competizione della vicepresidente nazionalista Victoria Villarruel (con importanti agganci nelle forze armate) in vista delle presidenziali del 2027.

Un misto di interessi economici e politico-elettorali stanno muovendo Milei su un terreno scivoloso. Per quanto sia vero che sia Navitas sia Rockhopper sono già sotto sanzioni argentine, l’offensiva attuale potrebbe infastidire alcuni influenti esponenti israeliani, mettendo in difficoltà e imbarazzo anche Trump. Ad ogni modo, il segnale più evidente di questa vicenda è chiaro: la faglia tra Trump, compreso il suo establishment e alleati, e le potenze europee è sempre più profonda, insanabile.

Infine, e non è un dettaglio, proprio le ambizioni sulle Malvines e la sconfitta che ne derivò nello scontro militare con la Gran Bretagna nel 1982, innescarono la crisi e poi la fine della giunta militare argentina. Che questa crisi sia di buon auspicio anche per la dipartita di Milei.

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08/09/2026

Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace

Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che la guerra continua, e le potenze europee vogliono trovare il modo di farla continuare.

Dopo sette mesi di stallo (e dissanguamento ucraino), la Casa Bianca rilancia il dialogo tra Russia e Ucraina per definire una soluzione negoziata al conflitto. The Donald sta probabilmente cercando altre strade per glorificare il suo operato, dato che lo strangolamento di Cuba non ha dato finora i risultati sperati e l’aggressione all’Iran si è trasformata in una sconfitta strategica, con annesso rialzo dei prezzi dei carburanti anche negli States.

Il nodo economico rimane centrale nella diplomazia del tycoon. Sul tavolo del presidente russo, infatti, non sono finite soltanto le opzioni per la risoluzione delle ostilità, ma anche potenziali progetti di investimento congiunti di ampia portata tra Washington e Mosca. Il Cremlino, tuttavia, rifiuta tregue prolungate o vertici tripartiti con Stati Uniti e Ucraina, a meno che non servano per siglare un accordo definitivo, su cui l’intesa è ancora lontana.

Domenica, Kushner e Witkoff sono giunti a Kiev per la prima volta dall’inizio del secondo mandato Trump: per l’occasione, Putin aveva persino disposto una sospensione temporanea dei raid aerei sulla capitale ucraina per tre giorni. I due inviati hanno incontrato Zelensky e, successivamente, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito.

A Kiev le proposte statunitensi sono state accolte con un cauto ottimismo e giudicate da fonti governative più efficaci e attuabili rispetto al passato, riporta il Kyiv Independent. Tra i temi caldi del confronto hanno figurato la sicurezza delle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno e il sostegno economico e militare.

Zelensky ha dichiarato che si è parlato dell’autorizzazione per la produzione ucraina dei missili Patriot, rimasta in sospeso, senza però fare sostanziali passi in avanti. Allo stesso tempo, ha confermato il clima costruttivo delle discussioni, ribadendo come uno dei nodi più spinosi, quello delle cessioni territoriali, possa essere risolto solo tramite un incontro diretto con Putin.

Il presidente ucraino ha però respinto ogni illusione di una svolta immediata nel conflitto. La guerra continuerà almeno per tutto l’anno e probabilmente per l’inverno a venire. Del resto, in una nota della Casa Bianca inviata ad Afp e Axios dopo il confronto di Mosca si faceva riferimento a generici avanzamenti di cui si sarebbe dato conto nelle successive settimane: lo sguardo era già sul medio termine.

Al contrario, sul breve è la smania guerrafondaia a sostenere la giunta di Kiev. Da Londra e Parigi è arrivato il via libera per la produzione domestica del missile da crociera Storm Shadow, mentre la risposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alle accuse tedesche di aver orchestrato il fallito attentato dell’aeroporto di Lipsia-Halle è netta: per Mosca, “in linea di massima, è l’inizio di una vera guerra”.

L’escalation condotta dalle capitali europee prevede di integrare definitivamente l’Ucraina nel complesso militare-industriale del Vecchio Continente, così da renderla, oltre che laboratorio bellico sulla pelle degli ucraini, anche fabbrica e insieme destinatario della produzione di armi e armamenti europea. L’autorizzazione riguardante gli Storm Shadow va in questa direzione.

Allo stesso tempo, è evidente che né Kiev nei suoi alleati europei sanno più dove attingere per armare e finanziare l’Ucraina, che è sempre più allo sbando. L’unica strada è quella di usare gli asset finanziari russi congelati, ma per farlo bisogna trovare una soluzione legale che metta al riparo dallo sgretolamento di ogni fiducia nel sistema finanziario europeo.

Il problema è aggirare il blocco del Belgio, che detiene la maggior parte dei 210 miliardi di euro presso Euroclear, e teme giustamente i contenziosi che potrebbero ricadere sul paese. Una soluzione che viene sempre più paventata è quella di trasferire i soldi verso un nuovo depositario, con un’iniziativa di cui tutti i 27 membri della UE sarebbero corresponsabili.

Non ci sarebbe uno stato specifico su cui rifarsi, e il Belgio verrebbe così sollevato dalla paura delle ritorsioni. Ma i nodi legali e i possibili effetti economici rimangono inalterati. È il sintomo della corsa disperata alla guerra delle classi dirigenti europee, e anche la loro unica alternativa.

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