di Silvano Cacciari
L’astroturfing è una pratica di comunicazione strategica, che mette tra parentesi i reali promotori e finanziatori di un messaggio o di un’organizzazione, strutturandola in modo che appaia come un movimento spontaneo, autentico e nato dal basso, ovvero di natura grassroots. Il termine evoca l’erba sintetica AstroTurf in contrapposizione al manto erboso naturale, evidenziando la fabbricazione del consenso popolare. È una forma di ingegneria del discorso pubblico per creare egemonia nell’opinione collettiva e influenzare le decisioni istituzionali. L’astroturfing fa parte di pratiche egemoniche che ormai hanno dietro di sé una storia e una letteratura consolidate, ma in un paese, come il nostro, che è rimasto a un concetto di egemonia calibrato sull’epoca della Costituente, rappresenta un’enorme novità.
Con l’emergere della rete, la pratica si è concentrata sul concetto di astroturfing digitale, definito come un’attività strategica (top-down), avviata da attori politici o aziendali su Internet, che imita deliberatamente il comportamento spontaneo e dal basso (bottom-up) di gruppi autonomi. A differenza delle campagne tradizionali, l’astroturfing digitale beneficia di barriere all’entrata economiche quasi inesistenti e di una scalabilità senza precedenti. I principali meccanismi attraverso cui opera includono l’automazione tramite bot per simulare ampi volumi di traffico, l’uso di sock puppets (identità fittizie gestite da operatori umani per entrare in discussioni online) e il coordinamento discreto su piattaforme di messaggistica e social network.
Mentre l’astroturfing commerciale mira principalmente all’accumulazione di profitto e alla valorizzazione dell’asset di borsa, attraverso la manipolazione delle recensioni e la falsa approvazione di un prodotto (pratica ampiamente documentata per multinazionali come Comcast, Monsanto, Microsoft, Walmart, Sony e Belkin), l’astroturfing politico persegue la trasformazione delle relazioni di potere. Punta a orientare l’agenda pubblica, screditare gli avversari politici e stimolare una domanda per politiche regressive. L’astroturfing non si limita alla semplice diffusione di notizie false, ma organizza veri e propri conflitti e recluta basi di supporto inconsapevoli che finiscono per internalizzare la propaganda e riprodurla in modo autonomo.
La penetrazione dei contenuti dell’astroturfing all’interno delle classi popolari britanniche si fonda su consolidate condizioni socio-economiche e antropologiche. La prolungata stagione della ristrutturazione economica neoliberista e dell’austerità in Gran Bretagna ha generato un profondo senso di marginalizzazione, scomposizione sociale e perdita di status personale all’interno della working class ex industriale del Regno Unito. Di fronte all’abbandono da parte delle forze politiche tradizionali di sinistra, che hanno rinunciato alla difesa degli interessi materiali di queste popolazioni, si è creato un vuoto di rappresentanza e di senso. In questa frattura si inserisce una strategia comunicativa di rinnovata razzializzazione della classe lavoratrice. Attraverso messaggi populisti ed elitari che finiscono per convergere, la complessa ed eterogenea realtà della classe lavoratrice britannica viene rappresentata, nelle pratiche di astroturfing, come un blocco monolitico, definito come white working class o classe lavoratrice autoctona e bianca, evidenziata come intrinsecamente reazionaria, patriarcale e ostile alla globalizzazione. Questa operazione comunicativa sostituisce le rivendicazioni economiche con rivendicazioni culturali, trasformando il declino materiale in un risentimento identitario. Le criticità economiche generate dalle disuguaglianze strutturali del capitalismo scompaiono a favore di capri espiatori visibili, come i migranti, i richiedenti asilo e i residenti non bianchi.
Il veicolo principale di questa strategia dei comunicazione è lo sfruttamento del valore dell’autenticità. Gli attori principali delle pratiche di astroturfing, che siano reali o generati da IA, si presentano “proprio come noi”, condividendo frammenti della sfera privata, linguaggi quotidiani e reazioni emotive per costruire una fiduciaria intimità algoritmica con l’utente. Tale dinamica consolida un vero e proprio populismo epistemologico, che rigetta la legittimità e l’autorità delle élite scientifiche, accademiche e istituzionali a favore della conoscenza di senso comune, dei vissuti soggettivi e delle “verità” percepite individualmente dalle classi popolari. All’interno di contesti caratterizzati da profonda sfiducia istituzionale e percezione di alienazione, la validazione delle esperienze private operata dagli attori dell’estrema destra offre un riconoscimento identitario immediato, senza richiedere alle persone di scendere a compromessi con le narrazioni dominanti della complessa modernità globale. Si formano così “comunità epistemiche”, algoritmicamente regolate, fortemente saldate da legami affettivi e dall’adesione a contro-saperi che interpretano la realtà attraverso schemi cospirativi e polarizzati.
La dieta mediale delle classi popolari britanniche, oltretutto, si è riorganizzata da tempo attorno alla disintermediazione tipica delle piattaforme digitali. La diserzione di massa dai canali di informazione pubblica e dei media mainstream – percepiti come portavoce di un’élite metropolitana e liberal – ha spinto ampie fasce di popolazione verso un consumo informativo esclusivamente frammentato, dominato da algoritmi di raccomandazione su Facebook, TikTok, YouTube, X e Telegram. Questo ecosistema ha favorito la nascita di quella che la ricerca sul campo britannica definisce “estrema destra post-organizzativa”. La militanza non richiede più l’adesione formale a un partito o a un’organizzazione strutturata, con i relativi costi di sanzione sociale. Al contrario, gli individui e i piccoli gruppi partecipano alla politica dell’estrema destra direttamente dalla propria sfera privata, entrando e uscendo da narrazioni digitali in modo fluido, consumando contenuti multimediali a forte impatto visivo ed emotivo che normalizzano progressivamente i tropi del razzismo e della xenofobia all’interno delle conversazioni quotidiane.
In questo contesto si inseriscono forme specifiche di vulnerabilità algoritmica, ampiamente documentate dalle indagini dell’ESRC Vulnerability and Policing Futures Research Centre. Le analisi evidenziano come i soggetti con difficoltà ad esercitare attenzione e concentrazione, in particolare i giovani maschi, risultino particolarmente esposti a questo genere di “radicalizzazione” online. Gli algoritmi di raccomandazione tendono a intrappolare questi utenti in “bolle di filtraggio” tossiche, lavorando sul bisogno di interazione sociale e di appartenenza, intrecciandosi con lo sviluppo di subculture digitali nichiliste.
L’applicazione delle tattiche di astroturfing politico nel contesto britannico ha registrato successi significativi, con campagne capaci di mobilitare le classi popolari attorno a battaglie apparentemente locali o d’interesse civico, per poi canalizzare tale energia politica verso agende reazionarie ed etno-nazionaliste.
La rivolte di Belfast dell’agosto 2024 e i recenti, violenti disordini del giugno 2026 rappresentano casi di studio emblematici di come le moderne campagne di astroturfing digitale e la comunicazione psicografica, quella altamente personalizzata, riescano a tradursi in violenza fisica fascista sul territorio. In questi contesti, l’astroturfing non si limita a diffondere notizie false, ma alimenta con forza un sentimento di protesta popolare dal basso (grassroots) per mobilitare frange radicalizzate e coordinare attacchi mirati sul campo.
Durante la prima ondata di disordini nell’estate del 2024, scaturita dalla disinformazione speculativa sull’attacco di Southport, la città di Belfast è diventata uno dei principali teatri di scontro. Le indagini condotte dal Committee on the Administration of Justice (CAJ), dal sindacato UNISON e dagli esperti tecnologici di Rabble Cooperative hanno analizzato come la percezione di una mobilitazione spontanea sia stata gonfiata attraverso tecniche coordinate di astroturfing. Un vero e proprio lavoro politico, insomma.
L’indicatore più clamoroso di questo lavoro è stato documentato all’interno del canale Telegram “Southport Wake Up”, centrale operativa dei disordini nel Regno Unito. Il canale, passato in pochissimi giorni da 44 membri a oltre 15.000, ha registrato un’attività anomala il 3 agosto 2024: centinaia di utenti, la stragrande maggioranza dei quali registrata con nomi in caratteri cinesi, si sono uniti al gruppo simultaneamente nel giro di pochissimi minuti. Questo afflusso coordinato indica l’impiego di bot farm a pagamento destinate ad alterare le metriche di popolarità del canale, creando la percezione di un supporto di massa e incoraggiando gli utenti reali all’azione. L’impennata di messaggi di “rivolta contro gli immigrati” ed istruzioni logistiche (con un aumento del 327% dell’attività nei gruppi far-right su Telegram) ha registrato il suo picco massimo il 4 agosto 2024, la giornata in cui si sono consumati i disordini più distruttivi a Belfast, Middlesbrough e Rotherham.
Il nesso causale tra radicalizzazione algoritmica e violenza fisica è emerso in modo ancora più netto nei recentissimi disordini del giugno 2026. Lunedì 8 giugno 2026, un drammatico accoltellamento ai danni del quarantenne Stephen Ogilvie a North Belfast, perpetrato da un richiedente asilo di origine sudanese, è stato filmato da passanti e il video è stato immediatamente caricato in rete. La galassia dell’estrema destra globale ha immediatamente rilanciato l’evento. Tommy Robinson (nome di battaglia Stephen Yaxley-Lennon) influencer fascista, ha ricondiviso il video subito a ridosso dell’accaduto, lanciando appelli per proteste di piazza a Londra e nel resto del paese. Elon Musk, proprietario di X (con oltre 240 milioni di follower), ha agito come amplificatore primario dell’operazione. Musk ha addirittura condiviso una lista di potenziali aree di protesta nel Regno Unito scrivendo: “Solo protestando RIPETUTAMENTE e A GRAN VOCE ci sarà qualche cambiamento!”. Ha inoltre ricondiviso vecchi post affermando che la violenza era ormai inevitabile e che le persone dovevano “combattere o morire”.
Si tratta di tipiche pratiche di astroturfing, interventi dall’alto per alimentare una protesta territoriale spontanea, ma strutturalmente orientata da attori esterni con strumenti algoritmici. Come denunciato dalla Ministra della Giustizia dell’Irlanda del Nord, Naomi Long, le violenze sono “alimentate da commentatori online che farebbero fatica a trovare Belfast su una mappa”. La ministra e Anna Turley (presidente del Partito Laburista e ministra dell’Ufficio di Gabinetto) hanno stigmatizzato l’azione di “attori in malafede che siedono a migliaia di miglia di distanza” per stuzzicare la paura dei cittadini e incitare al disordine.
Un elemento che caratterizza il caso di Belfast rispetto alle città inglesi è il modo in cui l’astroturfing digitale si salda con le strutture della criminalità organizzata locale. In Irlanda del Nord, la propaganda anti-immigrazione e islamofoba lanciata online non fluttua in un vuoto organizzativo, ma viene intercettata da elementi legati al paramilitarismo lealista (fazioni dell’UVF e dell’UDA). I report del CAJ evidenziano che l’astroturfing digitale agisce da moltiplicatore epistemico: la percezione alimentata di una “invasione imminente” offre una sponda ideologica e una giustificazione morale a elementi paramilitari che già attuano pratiche storiche di controllo territoriale e intimidazione abitativa. Nel giugno 2026, la mobilitazione online ha armato e guidato folle di incappucciati che hanno eretto blocchi stradali, appiccato incendi e assaltato le case di residenti appartenenti a minoranze etniche (definito da un parlamentare locale come un “pogrom su base razziale”). Tra gli aggrediti figurano due operatrici sanitarie ugandesi, costrette a fuggire dalla propria casa solo grazie alla mediazione di un pastore protestante che ha implorato la folla di lasciarle passare.
Per far circolare l’evento e massimizzare l’impatto emotivo, i promotori della pratica di astroturfing hanno utilizzato una precisa strategia cross-piattaforma, appoggiandosi a formati visuali ad alta viralità:
- estetizzazione AI e meme: subito dopo l’attacco a Stephen Ogilvie, su Facebook sono state diffuse immagini generate dall’intelligenza artificiale che ritraevano migranti africani su un gommone presi a colpi di mazza da hurling. Questa operazione ha risignificato l’atto di difesa del cittadino nordirlandese in un simbolo estetico di violenza xenofoba e purificazione etnica;
- monetizzazione dei disordini in tempo reale: su TikTok, le dirette streaming dei disordini e dei roghi appiccati dai riottosi hanno registrato centinaia di migliaia di visualizzazioni. Alcuni streamer locali hanno esplicitamente ammesso di continuare a trasmettere in diretta solo per accumulare profitti tramite la funzione dei “regali monetizzati” della piattaforma (“likes, shares, comments, gifts and follows”);
- doxxing e coordinamento logistico: mentre sulle piattaforme mainstream (X e Facebook) si normalizzava la narrazione anti-migranti, sui canali crittografati di Telegram e WhatsApp circolavano liste di indirizzi residenziali di cittadini stranieri e hotel da colpire, convertendo istantaneamente il traffico digitale in strumenti di aggressione fisica.
Il caso di Belfast evidenzia anche la totale asimmetria tra la rapidità della comunicazione digitale e la lentezza delle risposte statali. Sebbene l’autorità di regolamentazione britannica Ofcom abbia inviato lettere di diffida a X e ad altre piattaforme per arginare l’incitamento alla violenza, il governo non ha potuto imporre la rimozione immediata dei contenuti. Una paralisi burocratica garantisce alle piattaforme e agli strateghi dell’astroturfing almeno due mesi di totale impunità operativa, lasciando che le rivolte si auto-alimentino e si consumino indisturbate.
Il ciclo inizia intercettando lo stato di vulnerabilità e frustrazione materiale del soggetto. In questa fase si applica la disinformazione basata sull’identità (Identity-Based Disinformation o IBD). Gli strateghi dell’astroturfing non propongono necessariamente notizie false, bensì operano una restrizione strategica dell’identità del target. Sfruttando i bisogni primari di appartenenza e sicurezza, propongono un flusso informativo adatto per definizioni rigide ed esclusive di chi sia il “vero britannico” (il lavoratore bianco, eterosessuale, contribuente onesto) in opposizione speculare a minacce esterne e interne. Questa ricostruzione psicografica dei comportamenti, erede dei sistemi collaudati da Cambridge Analytica, provoca un restringimento identitario e un’inflazione paranoica della minaccia, inducendo uno stato di allarme emotivo perenne che blocca la deliberazione razionale.
Successivamente, il soggetto viene attirato all’interno di spazi digitali apparentemente slegati dall’estremismo politico, come gruppi di quartiere contro le tasse locali o forum di automobilisti. Una volta registrata la prima interazione dell’utente con questi temi, gli algoritmi di raccomandazione delle grandi piattaforme (come TikTok e X) si attivano spontaneamente in chiave predittiva. I sistemi sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza sul sito e l’interazione emotiva, favorendo la diffusione di contenuti altamente polarizzanti. I dati pubblicati dal LSE rivelano che gli algoritmi di raccomandazione di X hanno amplificato del 30% i post contenenti immagini associate alle teorie complottiste del “Genocidio bianco” e della “Grande sostituzione”. La costruzione della percezione si avvale della traduzione culturale e risemantizzazione di narrazioni cospirazioniste straniere che, secondo il modello della semiotica della cultura di Yuri Lotman, vengono sciolte e assimilate all’interno della cultura ricevente, venendo interpretate come una continuazione organica di istanze locali tradizionali fino a essere percepite come “buon senso” autoctono.
Nella fase che segue si assiste alla totale rimozione dello stigma morale associato al razzismo e alla xenofobia. La diffusione di immagini fotorealistiche generate con intelligenza artificiale gioca un ruolo decisivo. L’indagine dell’LSE evidenzia come la diffusione di immagini AI ritraenti maschi musulmani come predatori sessuali pronti ad aggredire giovani ragazze bianche abbia registrato tassi di interazione tre volte superiori rispetto a qualsiasi altro contenuto. Dopo l’attacco di Southport, si è registrato un repentino slittamento estetico verso la celebrazione dell’eroe britannico bianco contrapposto all’invasore straniero, utilizzando l’estetica dei meme per normalizzare ed estetizzare la violenza. La radicalizzazione viene ulteriormente favorita attraverso dinamiche di palese disinformazione. Ad esempio, durante le manifestazioni “Unite the Kingdom” di Londra, esponenti della destra nazionalista polacca (Dominic Tarinsky, cui è stato vietato l’ingresso nel Regno Unito come ospite dei fascisti UK) e account anti-immigrazione britannici hanno condiviso vecchi filmati aerei spacciandoli per attuali al fine di gonfiare artificialmente il numero dei partecipanti, dichiarando la presenza di 2 milioni di persone a fronte di una stima reale della polizia metropolitana di circa 60.000 presenze, costruendo così la percezione del consenso e offrendo alle classi popolari l’illusione di far parte di una maggioranza schiacciante e irresistibile.
Il ciclo si compie quando l’utente sperimenta la “fusione identitaria” e i confini del sé individuale si dissolvono all’interno dell’identità collettiva del gruppo fascista. La realtà viene letta esclusivamente attraverso schemi apocalittici e di autoconservazione biologica. Il soggetto è ora pienamente disponibile per la mobilitazione di piazza guidata dall’estrema destra post-organizzativa. La rabbia sociale generata dall’austerità e dall’esclusione economica viene definitivamente orientata contro obiettivi fisici precisi, come moschee o hotel per richiedenti asilo, realizzando concretamente la funzione del fascismo come “ariete” controrivoluzionario che indirizza il conflitto sociale verso una violenza etnica orizzontale e distruttiva, lasciando intatte le reali strutture di potere economico e finanziario.
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