Il boss ha infine gridato un comando verso il botolo ringhioso che azzanna tutti. Non è secondario analizzare il contenuto dell’ordine, i punti di forza che rendono il comando più “autorevole” del solito ed anche il fatto che l’avvertimento non sia stato affidato a “Taco” Trump – Trump always chickens out, ovvero Trump fa sempre marcia indietro – ma al suo vice, J.D Vance.
Il quale, narrano le indiscrezioni di palazzo circolanti da diversi mesi, era decisamente scettico sulla necessità di far guerra all’Iran, o per lo meno sulle modalità che sono state scelte. Oltre che – particolare forse ancora più importante – notevolmente lontano dal pantano puzzolente degli Epstein files.
Mentre tutto il mondo constatava che il “memorandum of understanding” firmato con Teheran rappresenta di fatto un notevole cedimento statunitense, l’interrogativo principale riguardava come Israele avrebbe impedito che le intenzioni di pace si traducessero in accordo vero e proprio.
Non “se”, ma “quando e come”. L’occupazione del Libano resta in piedi, i raid mirati o intimidatori anche, la minaccia di fare sfracelli ancora più estesi – con qualche problema, vista la resistenza di Hezbollah – davano già a Tel Aviv la possibilità di mandare a monte i sessata giorni di negoziato sui dettagli del memorandum. Eventualmente, cominciavano già a dire apertamente i genocidi sionisti, si sarebbero incaricati direttamente loro di continuare la guerra contro l’Iran.
Chiaro che questa eventualità sarebbe un colpo mortale non solo alla (residua) credibilità degli Usa come king maker dell’Occidente capitalistico, ma anche ai loro progetti geostrategici – qualsiasi essi siano – perché li obbligherebbe a restare impegnati nel teatro mediorientale ben al di là di quanto previsto.
Sarebbe insomma un far prevalere gli interessi di Israele – oltretutto disegnati sul millenarismo delirante delle favole bibliche di tremila anni fa – contro quelli della superpotenza dominante. Certificandone così il declino davanti al resto del mondo.
Questa volta, dunque, non bastava la solita telefonata tra il tycoon e Netanyahu, da raccontare poi ai media come piena di urli ed insulti cui nessuno, in fondo, crede davvero. Serviva un altolà ufficiale, quasi formale, pronunciato da chi non è altrettanto ricattabile personalmente dal Mossad. Serviva una dose di sedativo abbastanza forte, oltretutto imprevisto.
Vance ha recitato il suo ordine con i toni tipici riservati da questa amministrazione ai vassalli europei, quasi en passant mentre teneva una conferenza stampa sul memorandum.
“Quello che mi dà fastidio è che abbiamo visto persone nel governo di Bibi attaccare l’accordo e in alcuni casi attaccare personalmente il presidente. Il mio messaggio a loro è che Donald Trump è l’unico capo di stato in tutto il mondo che è solidale con in Israele, ed è anche il capo della superpotenza mondiale”.
Non sono solo parole, perché la “solidarietà” americana con i killer seriali di Tel Aviv è sostanziata da denaro e soprattutto armi tecnologicamente avanzate (l’Iron Dome, lo scudo anti-missile, è fatto di Patriot e Thaad statunitensi, utilizzati nella guerra al punto da esaurire le scorte del Pentagono). “Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano – ha detto ancora Vance – non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”.
Semplice, concreto, immediato.
“Il problema per Israele non è Donald Trump e chiunque in Israele pensi che il loro maggiore problema sia il presidente degli Stati Uniti si deve svegliare e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il loro Paese”. Il millenarismo dei coloni non può insomma essere la linea politica di Israele, e tanto meno quella dell’America. Non per bontà, ma per banale realismo.
La Casa Bianca, insomma, fa sapere che è stata fin troppo tollerante con il botolo ringhioso. “Siamo alla svolta decisiva per l’accordo, all’improvviso c’è un’enorme esplosione in un’area di civili a Beirut, e un sacco di persone che non hanno nulla a che vedere con Hezbollah hanno perso la vita. Questo non è accettabile”.
Perché svuota di credibilità la leadership statunitense una volta di troppo, subordinandola pubblicamente agli interessi di un paese da “nove milioni di abitanti che nessuno al mondo sopporta più”. E la cui impunità intollerabile è garantita unicamente dal “protettore” che siede a Washington.
Nessuno si illuda che ciò rappresenti una “rottura” di portata strategica tra i due paesi. L’“amicizia” resta solida e incrollabile, così come i finanziamenti e le forniture di materiale bellico, ma la reprimenda di Vance punta a ristabilire le gerarchie e gli interessi prevalenti.
È una linea di frattura appena accennata – la prima da quasi 80 anni – che sta ora a Israele decidere se si allargherà oppure resterà allo stato di “avvertimento”. Ma è anche chiaro che una eventuale – e niente affatto impossibile – “seconda puntata” potrebbe prevedere il passaggio dalle parole ai fatti, ossia a qualche riduzione della portata degli aiuti diretti.
In fondo a Washington non hanno le remore ipocrite che paralizzano l’Unione Europea – incapace persino di emettere sanzioni per il solo BenGvir – e possono decidere in un attimo come “rivedere il contratto” che li lega a Israele.
È di fatto il contenuto vero dell’intervista poi rilasciata da Trump ad Axios per smentire la valutazione universale sul memorandum come “sconfitta” americana e ribadire che il suo personale potere “non conosce limiti”. All’interno del Paese, forse. Nel mondo – dopo questa fallimentare guerra condotta al seguito di Netanyahu – sicuramente no. E il memorandum sta lì a dimostrarlo.
Siccome la Storia ama mostrarsi ironica, questo “irrigidimento” dell’attuale amministrazione arriva nelle stesse ore in cui la presunta “teocrazia iraniana” – dove gli ayatollah farebbero e disfarrebbero ogni cosa insieme ai pasdaran – si mostra invece molto più articolata.
Nella prima vera dichiarazione pubblica della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, siamo venuto a sapere che “Avevo un’opinione diversa (riguardo al memorandum d’intesa, ndr) ma ho dato la mia approvazione considerando l’impegno che il Presidente Pezeshkian ha assunto per per preservare i diritti del popolo iraniano e del fronte della resistenza”.
Insomma, in Iran c’è un potere laico, regolarmente eletto (le presidenziali si sono svolte esattamente due anni fa, dopo un primo bombardamento israeliano sul Paese, facendo prevalere il cardiochirurgo Massoud Pezeshkian), che può assumere decisioni diverse da quelle preferite dalla “gerarchia ecclesiastica”. La quale accetta di “provare e vedere” anche soluzioni offerte da altri poteri, comunque riconosciuti come “patriottici” e assolutamente legittimi.
Il contrario dei “poteri senza limiti” vantati da un tycoon che deve addolcire il fiele di una sconfitta e temere che il botolo ringhioso azzanni anche lui, magari con qualche foto o filmato, invece che con le bombe.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento