di Paolo Persichetti
È morto Carlo Ginzburg, storico di fama
mondiale. Ritenuto uno dei maggiori esponenti della microstoria, scuola
storiografica emersa nei primi anni '60 dalla fertile corrente della
storia sociale. Ginzburg, le cui opere sono state tradotte in decine di
lingue, si impose all’attenzione per i suoi lavori sulla stregoneria e i
culti agrari tra il '500 e il '600, opere che restano dei pilastri della
storia dal basso. I Benadanti, apparso nel 1966, e dieci anni dopo Il formaggio e i vermi,
storia del mugnaio Menocchio, due vicende ricavate dagli archivi dei
processi per stregoneria, raccontano per un verso il funzionamento
dell’apparato repressivo dell’inquisizione cattolica, dall’altro la
storia da sempre invisibile dei subalterni. Vite anonime di uomini e
donne con le loro visioni del mondo ritenute da sempre irrilevanti
nell’indagine storica, al massimo semplici numeri, statistica che non
permetteva di emergere come soggetti narranti. Classi subalterne
condannate a restare senza storia perché senza parola. Michel Foucault
nel 1961 con La storia della follia nell’età classica, Edward P. Thompson nel 1963 con La formazione della classe operaia inglese, a seguire Ginzburg nel 1966 e nel 1976 e poi Jacques Rancière con La notte dei proletari del
1981, consolidarono questo nuovo modello storiografico ridando
finalmente voce ai senza voce, riconsegnando loro il proscenio rubato
della storia.
Il paradigma indiziario
Con Spie. Radici di un paradigma indiziario
del 1979, un saggio denso e ricco di erudizione, Ginzburg propose un
nuovo modello di analisi fondato sulla decifrazione dei dettagli minimi,
in apparenza insignificanti, scarti e dati marginali che al contrario
potevano mostrarsi rivelatori. Egli notava, sovrapponendo l’evoluzione
conoscitiva di discipline come la storia dell’arte, l’investigazione
poliziesca tratta dai racconti letterari su Scherlock Holmes e la
psicanalisi, una connessione metodologica fondata sulla rilevazione di
tracce e indizi che avrebbe potuto far avanzare l’indagine storica.
Particolari considerati di solito senza importanza, o addirittura
triviali, «bassi», potevano fornire la chiave per accedere ai prodotti
più elevati dello spirito umano: «Se la realtà è opaca, esistono zone
privilegiate – spie, indizi – che consentono di decifrarla». Idea che a
suo avviso costituiva «il nocciolo del paradigma indiziario o
semeiotico» e che si era «fatta strada negli ambiti conoscitivi più
vari, modellando in profondità le scienze umane».
Paradigma foriero di rischi e malintesi tanto da essere rimesso in discussione dallo stesso autore nel 1986 in Miti emblemi spie. Morfologia e storia,
testo nel quale l’autore si chiedeva se la grande ricchezza cognitiva
degli indizi non avesse indotto a trascurare l’importanza delle prove.
Un dubbio critico che lo portò a riformulare il rapporto tra indizio e
prova, avvertendo che l’indizio da solo poteva non essere sufficiente.
Il giudice e lo storico
Nel 1991 si cimentò con un episodio di storia attuale in un volumetto, Il Giudice e lo storico,
che affrontava il cosiddetto «processo Sofri», in realtà vicenda
giudiziaria che coinvolgeva oltre ad Adriano Sofri anche Giorgio
Pietrostefani e Ovidio Bompressi, i primi due massimi dirigenti di Lotta
continua mentre Bompressi era un esponente del livello illegale della
organizzazione. Tutti e tre accusati come correi dal pentito Leonardo
Marino, reo confesso della uccisione il 17 maggio 1972 del commissario
Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe
Pinelli, ingiustamente fermato nell’immediatezza delle indagini sulla
strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e poi trattenuto
illegamente nei locali della questura di Milano, dove morì precipitando
da una finestra della stanza del quarto piano dove era in corso li suo
interrogatorio.
Oltre a quello che fu il primo omicidio politico
degli anni '70, Marino confessò anche la realizzazione di diverse rapine
di autofinanziamento realizzate dalla struttura illegale di Lotta
continua che portarono alla condanna di alcuni ex militanti, in altri
casi ad assoluzioni.
Partendo dalle riflessioni del maestro Marc Bloch
sulle differenze tra il mestiere del giudice e quello dello storico,
Ginzburg analizzava le carte dell’inchiesta e del processo contro i tre
esponenti di Lotta continua ma soffermandosi unicamente sulla posizione
del suo amico Sofri, registrava le inquietanti analogie con le tecniche
dell’inquisizione incontrate nelle carte dei processi che aveva
studiato. Un esperimento coraggioso quello di Ginzburg ma riuscito solo
parte(1). All’inizio della sua disamina l’autore non esclude
completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene
all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle
congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in
questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci
vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(2) “Insostenibile”
però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che
un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso
riferisce del dissenso che ha sul tema con Adriano Sofri.(3) Il
complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello
ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(4) Dimostrando
efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i
procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più
ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le
frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno
reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un
sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe»
dell’Italia moderna è quello Sofri.(5)
Ma tra le differenti
caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del
giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione
della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in
alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si
occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne
le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo
secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione
storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano
largamente inadeguati).
Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera
impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla
condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la
vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore
giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi
dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non
soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare
oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e
profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare
così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e
che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale?
Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di
un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una
somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e
diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto
considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto
puramente accidentale?
Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(6), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni '70.
Note
1 Il testo è ripreso da un saggio, Gli Angeli e la storia, scritto alla fine degli anni 90 a Parigi e poi pubblicato all’interno del volume Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, scritto insieme a Oreste Scalzone.
2 Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore. cap. XVII, p. 101.
3
Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio
sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare
attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e
sfocia spesso in una spiegazione comoda».
4 Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.
5
Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando
l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il
quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle
streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri
era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto
della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo
stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha
appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei
segreti della «verità storica».
6 Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire,
tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e
possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.
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