La portaerei Usa si sta avvicinando agli scogli. Ma al timone non c’è nessuno che sappia dirigere il bastimento. Anzi. Si moltiplicano le mani che cercano di afferrare il timone, tirando un po’ di qua e un po’ di là.
La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.
I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.
Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)...
La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.
Le guerre agite in proprio, Venezuela a parte, sono state anche più disastrose. Con l’Iran, alla Casa Bianca, sperano di chiudere al più presto, mollando tutto quel che è possibile ma cercando di raccontarla come una “vittoria”.
La ragione è principalmente macroeconomica, ma in parte anche militare. Fare guerra aperta nel Golfo Persico, sia pure per poche settimane, ha messo il mondo intero a rischio scarsità di greggio e gas (la produzione di entrambi è sempre stata ai massimi possibili, e se si blocca il 20% delle forniture che transitano per Hormuz non ci sono alternative in grado di sopperire, anche dando fondo – com’è avvenuto – alle riserve strategiche).
Se ne sono accorti subito gli automobilisti americani, che hanno l’indubbio potere di votare laggiù e far pesare la propria incazzatura in modo diretto.
Il testo del memorandum firmato con Teheran è abbastanza sconfortante, per un suprematista bianco occidentale. “Riapre Hormuz”, certo, ma era sempre stato aperto, prima della guerra di cui, quindi, non si vede l’utilità.
“L’Iran accetta controlli dell’Aiea sul programma nucleare”, forse, ma dopo che la questione sarà discussa nei negoziati. Era già così con l’accordo siglato da Obama nel 2015 e poi disdetto da Trump – nel 2018 – nel corso del suo primo mandato. Ovvio che dopo, visto che era stato unilateralmente annullato, l’Iran abbia chiuso le porte dei propri laboratori agli ispettori.
Sulla questione nucleare, nell’area, c’è semmai l’elefante nella stanza rappresentato dall’arsenale nucleare israeliano, con Tel Aviv che non ha mai sottoscritto il trattato di non proliferazione, dunque non ha mai accettato ispezioni Aiea, nega di avere testate nucleari e contemporaneamente minaccia di usarle!
Ovvio anche qui che, se l’accordo verrà raggiunto, Teheran dovrà aprire di nuovo l’accesso ai controlli – come del resto faceva già prima – ma questo segna una sconfitta completa della “bellicosità” trumpiana nei suoi confronti (una guerra per tornare al punto di partenza di otto anni fa non può essere definita un successo). Ma proprio questo renderà nuovamente visibile – e intollerabile – la licenza di delinquere concessa a Israele dall’intero Occidente imperialista.
Al fondo di tutta la navigazione in acque pericolose c’è però l’economia. È noto che buona parte della relatività stabilità mantenuta dall’economia stelle-e-strisce durante la “campagna persiana” era fondato sul rally del mercato azionario guidato dall’intelligenza artificiale. Ma ora sta vacillando.
Le azioni delle maggiori società quotate sul Nasdaq, l’indice azionario dedicato al settore tecnologico, hanno subito un calo nell’ultimo mese, e le perdite si sono accentuate questa settimana, a causa della crescente diffidenza degli investitori verso i potenziali rischi derivanti dai massicci piani di spesa per l’intelligenza artificiale.
I paesi più ricchi di produttori di chip e attrezzature relative, come la Corea del Sud, hanno subito crolli di borsa paurosi (anche del 10% in un giorno solo).
La ragione è semplice: nel loro complesso le società che guidano la corsa dell’IA occidentale hanno programmi di investimento per oltre 700 miliardi di dollari, ma i profitti registrati nel settore sono fin qui irrilevanti a confronto dei costi. Le attese sono stratosferiche, ma si reggono su ipotesi, non su certezze.
Dunque la loro valutazione azionaria soffre ora il sospetto di essere esagerata. Anche perché i soldi per investire dovranno essere chiesti “ai mercati”, aumentando così la portata del debito complessivo.
Contemporaneamente, l’aumento notevole dell’inflazione – anche a causa della guerra, che ha fatto esplodere i prezzi energetici, che entrano nella formazione del prezzo di tutte le merci, al pari e forse più del lavoro umano – sta spingendo il nuovo presidente della Federal Reserve (scelto peraltro da Trump per abbassare i tassi di interesse) a prendere in esame invece un rialzo dei tassi. Il che aumenterebbe il “servizio del debito”, ossia gli interessi da pagare restando sempre in attesa dei “guadagni” che per ora non si vedono.
Per capire la portata del problema basta ricordare che ad inizio anno la notizia per cui Deepseek, società cinese, aveva elaborato un modello di IA molto più “leggero” in termini di risorse hardware richieste, ma egualmente performante, si era tramutato in panico per i produttori di chip sempre più potenti (Nvidia) e soprattutto le società IA statunitensi (ChatGpt, Gemini, Palantir, ecc.).
Tutte queste “nuvole”, che potrebbero presto prendere la consistenza di “cigni neri”, dovranno essere affrontate da un’amministrazione repubblicana profondamente divisa, con i repubblicani al Congresso costretti a votare a favore della fine della guerra con l’Iran, dunque ad approvare intanto il Memorandum of understanding. Ma contemporaneamente a pretendere informazioni chiare sullo stato delle cose, magari con un briefing dove i ministri di turno (Rubio ed Hegseth) verrebbero messi sulla graticola.
Pesa infatti l’ormai prossimo voto di midterm per rinnovare metà del Congresso, e i sondaggi – pur sempre fallibili e rovesciabili nel giro di 4 mesi – sono per il momento impietosi con il Grand Old Party.
E non aiutano le pretese della Casa Bianca di “riformare”, con la legge “Save Act”, le procedure di registrazione elettorale nonché i criteri per votare. In pratica diventerebbe obbligatoria l’esibizione di un documento d’identità e una prova di cittadinanza, imponendo al contempo nuove restrizioni al voto per corrispondenza.
Criteri in uso da decenni nel resto dell’Occidente, e che certo mettono in dubbio l’attendibilità del voto Usa passato. Ma “sconvolgenti” per il cittadino statunitense, al punto che il senatore repubblicano John Thune ha obiettato: “A volte, quando qualcosa non viene fatto da 100 anni, c’è un motivo”.
Forse peggio va in campo democratico, storica roccaforte residua dell’establishment da quando Trump ha fagocitato l’area omologa tra i repubblicani. Qui le primarie stanno devastando il campo, perché sempre più spesso vengono scelti addirittura candidati “socialisti”, sostenuti apertamente dal neosindaco di New York, Zorhan Mamdani, nonché dal vecchio Bernie Sanders e altre neoeletti in città anche importanti.
Ieri il deputato Dan Goldman ha perso la rielezione in modo schiacciante contro l’ex revisore dei conti di New York, il progressista Brad Lander, che martedì sera tardi era in vantaggio di oltre 30 punti percentuali.
Il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo ispanico al Congresso, ha invece perso le primarie per un margine appena più ristretto contro la socialista democratica Darializa Avila Chevalier.
Nella corsa per succedere alla deputata uscente Nydia Velázquez, sempre nello Stato di New York, la socialista democratica Claire Valdez ha ottenuto una comoda vittoria con un margine a doppia cifra sul presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, storico esponente “bideniano”.
La portaerei Usa va. Ma non sa bene dove...
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento