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16/06/2026

Dopo il fallimento di Trump in Iran, l’Arabia Saudita vuole il suo blocco

Il cambiamento era già in atto, ma la sconclusionata strategia statunitense in Medio Oriente e l’oltranzismo bellicista e colonialista di Israele hanno accelerato i processi di ridefinizione dei ruoli e delle alleanze.

Con l’aggressione all’Iran, non solo Trump non ha ottenuto risultati tangibili, ma ha mostrato in maniera inequivocabile la debolezza strategica di Washington e l’incapacità di tenere a bada Israele e di difendere le petromonarchie del Golfo. Che ora, in un’epoca di ridisegno degli assetti geopolitici internazionali, lavorano per creare un proprio blocco regionale in grado di sostenere i propri interessi in un mondo già di fatto multipolare.

Quando Teheran, dopo l’aggressione di Washington e Tel Aviv, ha iniziato a bombardare per rappresaglia non solo le basi statunitensi sparse in tutto il Medio Oriente ma anche le infrastrutture petrolifere e civili dei paesi del Golfo, ha causato un vero e proprio shock nelle petromonarchie abituate a rimanere al riparo dalle conseguenze dei conflitti che hanno invece devastato altri paesi dell’area.

In cambio della permanenza all’interno della sfera d’influenza di Washington e del massiccio acquisto di armi e tecnologia americane, le monarchie del Golfo hanno goduto per decenni della protezione militare statunitense.

Ma a causa dell’ennesima guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e le altre forze dell’asse sciita, le petromonarchie sono state colpite duramente, subendo enormi danni economici ed evidenziando che i sistemi di difesa e i caccia americani – costati centinaia di miliardi – non sono stati in grado di bloccare una parte importante dei lanci di droni e di missili da parte di Teheran. La presenza delle basi statunitensi nella regione non solo non ha rappresentato un deterrente nei confronti della rappresaglia iraniana nei confronti dei paesi che consentono lo schieramento militare di Washington in Medio Oriente, ma anzi l’ha amplificata.

Che le basi americane abbiano attirato gli attacchi iraniani o che semplicemente non siano riuscite a fermarli, l’ultimo conflitto ha diffuso tra i paesi dell’area la percezione di essere eccessivamente esposti. Di contro le cancellerie del Golfo non hanno potuto non registrare che Washington ha dato la priorità alla difesa di Israele invece che ai loro paesi.

Un primo, eclatante allarme, lo aveva suscitato l’attacco israeliano contro il Qatar del settembre scorso per eliminare la leadership di Hamas, per altro impegnata in un negoziato con lo stato ebraico con la mediazione di Doha. Il bombardamento aveva goduto del consenso o quantomeno della tolleranza di Washington, in violazione degli accordi sottoscritti dagli Stati Uniti con il Consiglio di Cooperazione del Golfo.

La reazione – frutto ovviamente di un negoziato iniziato in precedenza – fu la firma di uno storico accordo militare tra l’Arabia Saudita e il Pakistan che comprende un meccanismo di difesa reciproca simile a quello previsto dall’articolo 5 del Patto Atlantico. Il nucleo fondativo di una potenziale “Nato sunnita” si basa su un reciproco vantaggio: mentre Bin Salman ottiene per l’Arabia Saudita la copertura – almeno potenziale – garantita dall’arsenale nucleare pakistano, Islamabad accede a finanziamenti fondamentali per sostenere la propria economia in crisi e la possibilità di proiettare la propria influenza verso ovest.

Nei mesi successivi alla firma del patto con il Pakistan i colloqui per un allargamento dell’alleanza sono stati pubblicamente estesi alla Turchia.

Poi il 19 marzo – a quasi un mese dall’inizio delle operazioni militari israelo-statunitensi contro l’Iran – i ministri degli esteri di Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia si sono riuniti a Riad per serrare le fila del campo sunnita, preoccupato dalla minaccia rappresentata per i propri interessi dalla sopravvivenza dell’Iran e del suo sistema di alleanze nella regione ma sempre più anche da un espansionismo israeliano che non sembra conoscere alcun limite. I quattro rappresentanti hanno espresso la necessità di “prendere in mano” la gestione delle crisi regionali allo scopo di evitare che “attori esterni” possano imporre soluzioni funzionali ai propri interessi.

Mente i media turchi riferiscono che i colloqui sull’adesione della Turchia al patto tra sauditi e pakistani sarebbero in fase avanzata e quelli di Islamabad che una bozza di accordo sarebbe già pronta, già all’indomani del raid israeliano sul Qatar il dittatore egiziano al-Sisi propose la creazione di una forza di reazione rapida regionale.

Se i paesi aderenti riusciranno a superare le storiche divisioni e rivalità e a conciliare i diversi posizionamenti rispetto al resto dello scacchiere mondiale, quello sunnita potrebbe nascere come un blocco di tutto rispetto, forte di 500 milioni di abitanti e di risorse economiche e militari non indifferenti.

L’Arabia Saudita rappresenta senz’altro il motore finanziario ed economico dell’operazione, oltre ad ospitare i luoghi santi dell’Islam; il Pakistan dispone della deterrenza nucleare e di una potenza militare considerevole; anche la Turchia dispone di un esercito tra i più potenti al mondo e può mettere a disposizione la propria industria militare tecnologicamente avanzata, oltre che la sua proiezione geopolitica in Africa e in Asia Centrale; l’Egitto, infine, esercita un controllo strategico sul Canale di Suez e dispone anch’esso di una certa potenza militare.

In parallelo con i colloqui sui risvolti militari, i paesi aderenti stanno già implementando la parte economica, ed hanno approvato la realizzazione di corridoi ferroviari, centri logistici e sistemi digitali, mentre sta prendendo forma un oleodotto per trasportare il petrolio saudita verso il Mediterraneo.

In attesa di capire se il quartetto iniziale potrà allargarsi ad altri paesi – ad esempio il Qatar, strettamente associato alla Turchia, di cui ospita una base militare sul proprio territorio – a Riad la “Nato sunnita” o “Step” (dalle iniziali dei paesi aderenti) è stata già ribattezzata “Patto di Maometto”. Questa dizione non concede all’alleanza soltanto un forte valore identitario, islamico e sunnita, ma sembra voler mettere una pietra tombale su quegli “Accordi di Abramo” che Trump ha inaugurato durante il suo primo mandato per normalizzare le relazioni tra Israele e potenze del Golfo all’insegna dell’egemonia statunitense e che si sforza tuttora di allargare ad altri paesi dell’area. Senza successo, vista la sfiducia nei confronti della scarsa volontà – e capacità – di Washington di difendere gli interessi delle petromonarchie e la crescente ostilità nei confronti dell’espansionismo israeliano.

Nel frattempo sauditi e soci hanno già portato a casa un importante risultato, operando forti pressioni sulla Casa Bianca per bloccare i bombardamenti contro Teheran – e quindi le rappresaglie contro le monarchie sunnite – e ottenendo per il Pakistan un fondamentale ruolo di mediazione che ha portato al cessate il fuoco del 7 aprile.

Non sfugge che se una versione allargata dell’alleanza andasse in porto, il nuovo blocco geopolitico potrebbe esercitare uno stretto controllo su alcuni corridoi logistici fondamentali a livello mondiale come gli stretti di Suez, di Bab el-Mandeb e di Hormuz oltre che del Bosforo, mirando a condizionare le grandi potenze.

Se l’intesa sarà in grado di stabilizzarsi ed evolvere, sia sul piano militare che su quello economico e politico, la mappa geopolitica del Medio Oriente e dell’Asia centro-occidentale potrebbe essere in pochi anni completamente rivoluzionata.

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