L’Ucraina, nella notte tra mercoledì e giovedì, ha sferrato uno dei più imponenti attacchi con droni dall’inizio del conflitto nel 2022, colpendo per la seconda volta in tre giorni la nevralgica raffineria di petrolio di Kapotnya, alla periferia di Mosca, e provocando incendi di vaste proporzioni visibili a chilometri di distanza.
Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver subito l’attacco di più di 550 droni in tutto il Paese, di cui 194 diretti specificatamente contro la capitale. L’impatto sul complesso industriale di Kapotnya è sicuramente significativo: la raffineria copre circa il 40% del fabbisogno di carburante regionale, e i danni hanno portato le autorità aeroportuali a decidere la chiusura di tutti e quattro i principali scali della città.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione una risposta “pienamente giustificata” ai raid russi sul territorio ucraino e ha fatto particolare riferimento al presunto attacco alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kiev. Presunto perché è difficile pensare che il Cremlino abbia deciso di bombardare volontariamente uno dei più importanti luoghi religiosi ortodossi, per di più considerato sotto la giurisdizione del Patriarca di Mosca.
Ad ogni modo, Zelensky si è lanciato in dichiarazioni molto dure: “se l’Ucraina brucia, brucerà anche Mosca”. Il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, ha preannunciato imminenti e massicci attacchi di ritorsione, mentre Yuri Ushakov, consigliere presidenziale, ha avvertito che l’escalation e l’uso di droni a lungo raggio allontanano qualsiasi negoziato o incontro personale tra Putin e Zelensky.
Mosca ha inoltre denunciato un attacco collaterale nella regione di confine di Bryansk, dove un drone ucraino avrebbe colpito un autobus che trasportava una squadra giovanile di calcio bielorussa, provocando la morte di un’accompagnatrice e il ferimento di quattro minori. Un atto terroristico che appare pensato proprio per rendere inaccettabile qualsiasi dialogo tra Russia e Ucraina.
La strategia di Kiev appare infatti chiara: colpire gli asset strategici russi è di certo utile nello sforzo bellico, ma non crea le condizioni per ribaltare la situazione sul campo di battaglia, proprio mentre tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che Mosca sta ottenendo risultati contro le fortificazioni di Kostiantynivka, nel Donetsk.
In realtà lo scopo sarebbe più immediato: far vedere ai finanziatori europei della guerra che “le cose stanno andando bene” e dunque sarebbe bene metter mano al portafoglio e fornire a Kiev i miliardi e le armi che chiede. Diversi analisti militari, comunque, considerando il grande sforzo fatto dagli ucraini per alimentare due giorni di attacchi aerei, hanno notato che sono stati utilizzati mezzi di tutti i tipi, nello sforzo di “saturare” le difese aeree russe.
Ma non avendo una struttura industriale in grado di supportare con costanza il lancio di centinaia di droni al giorno, è inevitabile concludere che stiano dando fondo ai magazzini allo scopo, come si diceva, di spillare altri quattrini da quei pazzi guerrafondai di Bruxelles.
L’alternativa è che sia iniziata una massiccia fornitura di droni da parte europea, il che apre scenari di escalation che potrebbero investire direttamente i paesi europei, essendo oramai certo che Trump non muoverebbe un dito, in barba al totem dell’art. 5 della Nato.
Nei fatti, l’uso più importante di queste incursioni verso la capitale russa è soprattutto propagandistico, nel tentativo di porre ostacoli a qualsiasi ipotesi di dialogo con Putin, su cui anche i paesi europei hanno cominciato a ragionare da un po’ di tempo. Il Consiglio Europeo che si è appena svolto ha confermato il sostegno a Kiev e ha prorogato di 12 mesi le sanzioni in essere contro la Russia, ma ormai la ricerca di un “mediatore” con Mosca è diventata pubblica.
Tuttavia, la competizione interna alla UE sembra aver già prodotto un’incrinatura, per cui l’apertura di canali con Mosca da parte di António Costa, presidente del Consiglio, ha fatto storcere il naso a Merz e Macron, ad esempio, che hanno rivendicato il proprio ruolo al fianco di Kiev, non di mediatori. Un messaggio che si allinea ai desideri della presidenza ucraina.
Non tutto però va nella direzione che vorrebbe Zelensky, ovvero sostegno totale alla guerra. La Bulgaria, paese ortodosso, ha minacciato il veto sul 21esimo pacchetto di sanzioni, se tra i soggetti colpiti vi sarà anche il Patriarca Kirill, mentre l’ungherese Magyar ha rivendicato la cancellazione – nei documenti del Consiglio – di qualsiasi riferimento all’accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella UE.
Il presidente ucraino deve fare in modo di mostrare un paese forte e capace di sostenere il conflitto, e anche di fare male alla Russia, se vuole sperare di continuare ad avere il sostegno dei guerrafondai europei, al di là di chi sarà la figura che parlerà con Putin per conto della UE. E deve promuovere anche l’integrazione del paese nel riarmo e nella difesa europei, se vuole sperare che il paese non vada fallito.
Il problema, che fanno finta di ignorare a Kiev quanto a Bruxelles, è che più viene messa in pericolo la popolazione russa, tanto più nella capitale, più vengono colpiti siti fondamentali, più il Cremlino può aumentare il livello dello scontro contro l’Ucraina. I danni ricadranno per lo più sulla popolazione civile, che se è sempre stata sacrificabile per gli europei (che usano gli ucraini per una guerra per procura), è ormai diventata una pedina insignificante anche per lo stesso Zelensky.
Tutto è indirizzato a ottenere, almeno nella narrazione delle opinioni pubbliche occidentali, una posizione migliore di quella che ha, per sperare di non essere il capro espiatorio di possibili negoziati, su cui tutti ormai cominciano a pensare seriamente.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/06/2026
Kiev mira a Mosca. La disperazione può portare a un’escalation improvvisa e contraria
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