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21/06/2026

La vendetta dello Stato delle stragi

La richiesta di ergastolo avanzata dai pm Emilio Gatti e Ciro Santoriello nei confronti di Renato Curcio e Mario Moretti per i fatti della Cascina Spiotta non rappresenta un atto di giustizia. Rappresenta piuttosto l’ennesimo capitolo di una lunga vendetta di Stato che attraversa mezzo secolo di storia italiana.

Cinquantuno anni dopo la sparatoria del 5 giugno 1975, davanti a una cascina dell’Alessandrino dove era tenuto sequestrato l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, la procura torna a chiedere il massimo della pena per due uomini oggi ottuagenari. Curcio ha 85 anni, Moretti 80. Nessuno dei due era presente sul luogo dello scontro a fuoco. Nessuno dei due ha sparato quel giorno. Eppure la pubblica accusa ritiene che debbano rispondere dell’uccisione dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso in quanto dirigenti dell’organizzazione che organizzò il sequestro.

La questione non riguarda la storia delle Brigate Rosse. Non riguarda nemmeno il giudizio politico e morale su quella esperienza, che appartiene alla storia e che la storia ha già consegnato al proprio verdetto. La questione riguarda il senso stesso del diritto penale e i limiti che uno Stato democratico dovrebbe imporre al proprio potere punitivo.

Mezzo secolo è un tempo che supera qualsiasi ragionevole orizzonte di giustizia. Lo ha osservato con lucidità lo storico Paolo Persichetti: dopo cinquant’anni le prove si deteriorano, i reperti scompaiono, i testimoni muoiono, le memorie si deformano, i contesti storici diventano difficili da ricostruire. La pretesa di accertare responsabilità individuali con gli strumenti del processo penale diventa inevitabilmente fragile e rischia di trasformarsi in un’operazione simbolica.

Non è un caso che questo procedimento sia nato attraverso una serie di forzature giuridiche necessarie a superare l’ostacolo della prescrizione. Il sequestro Gancia era ormai prescritto da decenni. Per arrivare al processo è stato necessario costruire un impianto accusatorio fondato su aggravanti e concorsi che consentissero di riaprire una vicenda che il tempo aveva ormai consegnato alla storia.

Ancora più inquietante è il fatto che il dibattimento abbia fatto emergere enormi lacune nelle indagini originarie. La scena del crimine fu alterata. I reperti vennero raccolti in modo approssimativo. Le traiettorie dei colpi non furono mai ricostruite in maniera scientifica.

Le difese hanno chiesto nuove perizie per chiarire la dinamica della sparatoria, ma tali richieste non sono state accolte. Eppure proprio chi sostiene di cercare la verità avrebbe dovuto avere interesse a ricostruire ogni dettaglio di quella giornata.

Vi è poi una rimozione che pesa come un macigno. Nel corso delle udienze è riemersa la questione della morte di Margherita Cagol. Testimonianze e ricostruzioni hanno riportato al centro il sospetto che la dirigente brigatista sia stata uccisa dopo essersi arresa. Una circostanza che avrebbe meritato ben altra attenzione da parte della magistratura e della storiografia ufficiale. Ma su quel versante, da cinquant’anni, prevale il silenzio.

È questo il paradosso più insopportabile. Lo Stato che per decenni ha nascosto o coperto le proprie responsabilità nelle stragi, nei depistaggi e nelle zone oscure della strategia della tensione mostra invece una memoria inflessibile quando si tratta di perseguire, anche oltre ogni ragionevole limite temporale, i nemici sconfitti degli anni Settanta.

Le stragi di Piazza Fontana, Brescia, Italicus, Bologna hanno conosciuto depistaggi, insabbiamenti, protezioni istituzionali, apparati deviati e verità negate. Interi pezzi dello Stato hanno lavorato contro la ricerca della verità. Eppure oggi quello stesso Stato pretende di impartire lezioni di inflessibilità morale inseguendo ottuagenari per fatti avvenuti oltre mezzo secolo fa.

Dietro questa ostinazione si intravedono almeno tre ragioni.

La prima riguarda una parte dell’apparato giudiziario che continua a concepire la legalità come una categoria morale assoluta, incapace di distinguere tra giustizia e vendetta. Un apparato che non ha mai elaborato davvero il conflitto degli anni Settanta e che continua a considerare alcune figure come nemici permanenti.

La seconda è politica. In un tempo di crisi della rappresentanza e di crescente sfiducia verso le istituzioni, l’antiterrorismo continua a essere utilizzato come risorsa simbolica. Riaprire processi, evocare fantasmi del passato, mostrare il pugno duro serve a costruire una fragile legittimazione morale per un potere che fatica a trovare consenso nel presente.

La terza ragione è forse la più inquietante. Questo processo parla anche al presente. Dice a chi oggi si oppone in modo radicale all’ordine esistente che il potere non dimentica. Che può attendere decenni. Che può inseguire i suoi avversari per tutta la vita. È un messaggio che va ben oltre gli imputati seduti sul banco della Corte d’Assise.

Per questo la richiesta di ergastolo per Curcio e Moretti non appare come una ricerca di giustizia. Assomiglia piuttosto a un rituale politico. Un atto esemplare. Una rappresentazione simbolica del potere punitivo.

La giustizia dovrebbe servire ad accertare fatti e responsabilità. La vendetta serve invece a riaffermare l’autorità di chi punisce. Quando un processo arriva mezzo secolo dopo, poggia su basi fragili e ignora le proprie zone d’ombra, il confine tra le due cose rischia di scomparire.

E quando la giustizia si trasforma in vendetta, è sempre la democrazia a pagare il prezzo più alto.

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