Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

26/06/2026

L’armadio pieno di voci

C’è un materasso, dietro al portone. Cartoni piegati a fare parete, un giaciglio per chi di notte si appoggia al legno di via di Sant’Ambrogio 4. Il senza fissa dimora dorme dove un tempo si accordavano gli organetti. È l’unico inquilino rimasto, in nove anni, all’ex convento del Ghetto. Tutto il resto è polvere, stucchi che si staccano, soffitti del Cinquecento che marciscono sotto il linoleum.

Dentro quelle mura, fino al 2017, c’era una cosa che non si vede più in città. Il Circolo Gianni Bosio, fondato nel 1972 a casa di Giovanna Marini, con Giovanni Pietrangeli e il primo Canzoniere del Lazio. Una biblioteca, un centro di documentazione, una scuola di musica. E soprattutto un armadio. Un armadio pieno di voci. È la metafora che loro stessi usano da anni per raccontarsi: l’archivio è un armadio pieno di voci che spingono per uscire e tornare a essere vita.

Poi il lucchetto. Febbraio 2017, vigili all’alba, catena al portone. E quelle voci sono rimaste chiuse dentro, o disperse, per quasi un decennio.

Conviene dire subito cosa significa, perché qui la differenza tra ciò che è morto e ciò che è solo stato imbavagliato è tutta la storia.

C’è quello che è andato distrutto, e non torna. Lo dice Portelli senza giri di parole: durante lo sgombero andò perduta gran parte del patrimonio librario, le riviste, i mobili, le suppellettili. Cioè la biblioteca. Mezzo secolo di libri di etnomusicologia e storia orale, molti fuori catalogo, introvabili, accumulati uno a uno. Le collezioni di riviste. I Giorni Cantati, la rivista di culto del Circolo, quella che documentava i cartai di Isola Liri e i mondi che nessun altro guardava. Quella roba lì non si digitalizza dopo. Non esiste più. Si è semplicemente smaterializzata in un trasloco fatto con la forza, dove gli scatoloni li impacchetta chi sgombera, non chi sa cosa tiene in mano.

E poi c’è quello che si è salvato, ed è giusto non drammatizzarlo oltre il vero. L’Archivio Sonoro Franco Coggiola – oltre tremila registrazioni, dalle bobine Uher degli anni Sessanta ai Minidisk degli anni Novanta – dal 2006 era già fisicamente ospitato alla Casa della Memoria e della Storia. Al momento dello sgombero i nastri originali stavano altrove, al sicuro. La Soprintendenza Archivistica del Lazio lo aveva riconosciuto, già nel 2000, archivio di notevole interesse storico per la sua particolarità di fonte orale. Per fortuna. Quello non si è perso.

Ma un archivio non è un magazzino. È un organismo. Vive se c’è una comunità che lo interroga, lo cataloga, lo digitalizza, ci fa ricerca, ne tira fuori spettacoli e dischi e tesi di laurea. Quella comunità era il Circolo. E il Circolo, sgomberato, è rimasto senza casa per anni – lo è ancora. Così l’armadio è restato chiuso. Le voci dentro, sì, ma mute. Bloccate.

E che voci sono, va detto, perché è il punto.

Sono i ricercatori che dalla fine degli anni Sessanta hanno percorso l’Italia raccogliendo le storie orali e la musica di un mondo popolare colto nell’attimo esatto della sua scomparsa – il passaggio dalla tradizione all’omologazione del consumo di massa. Le borgate romane del dopoguerra. La lotta per la casa. La riscoperta dell’organetto. I cantori della Valnerina, le tabacchine del Salento, le occupazioni delle terre in Calabria, i minatori italiani del Kentucky, le acciaierie di Terni, la pizzica, il saltarello, la pasquella di Velletri.

E le Fosse Ardeatine. Da quel lavoro di storia orale è nato L’ordine è già stato eseguito, il libro di Portelli che è ormai un classico mondiale del genere. Lì dentro ci sono le voci di chi quei giorni li ha attraversati, registrate quando ancora c’erano. Oggi quasi tutti morti. Questo è patrimonio immateriale nel senso più nudo della parola: la testimonianza che, se non la incidi, se ne va col corpo che la pronuncia.

C’è poi il filone più vicino a noi, Roma Forestiera. La musica dei migranti che riportavano per le strade della capitale la musica popolare che si credeva estinta – romeni, senegalesi, nigeriani, curdi, bengalesi. Il più grande archivio sonoro di musica migrante d’Europa, costruito proprio negli anni in cui il Circolo stava al Ghetto, a due passi dalle sinagoghe e dai forni del quartiere ebraico. Una città intera che canta in venti lingue, schedata nastro per nastro.

E infine la perdita che non è né l’oggetto bruciato né il nastro salvato. La trasmissione. La Scuola di Musiche e Culture Popolari non era un deposito, era una catena viva: gran parte dei musicisti che in Italia oggi suonano strumenti tradizionali si è formata lì. Organetto, chitarra battente, zampogna, canto. Quel passaggio di mano in mano, di voce in voce, di corpo in corpo – quello non lo conservi chiudendolo. Lo uccidi. Nove anni di scuola spenta sono una generazione di suonatori che non si è fatta in quel modo. E non c’è bobina che la recuperi.

Questa è la posta. Adesso la cronaca, esatta, perché la denuncia regge solo se i fatti sono solidi.

Lo spazio fu chiuso una prima volta nel 2009, riaprì come circolo Arci nel 2014, e fu sgomberato definitivamente nel 2017 sotto la gestione commissariale del prefetto Francesco Paolo Tronca. Ma la macchina l’aveva avviata la delibera 140 della giunta Marino, e a spingere c’era la Corte dei Conti che intimava al Comune di riprendersi i beni. Non multe milionarie, come a volte si racconta: canoni arretrati per centinaia di migliaia di euro. Che è già abbastanza per soffocare un’associazione di volontari che quel palazzo l’aveva rimesso a nuovo a spese proprie, quando lo Stato l’aveva lasciato marcire.

Alle realtà cacciate fu detto, allora, che l’edificio sarebbe servito alla Sovrintendenza: uffici, un polo unico accanto a Palazzo Lovatelli. Un uso pubblico per un bene pubblico. Come ti opponi a questo? Ti tolgono lo spazio in nome di un altro pezzo di Stato, e ti senti pure in torto a protestare.

Poi, novembre 2024. Il colpo di scena.

La giunta Gualtieri delibera la concessione dell’ex convento alla Comunità Ebraica di Roma. Trent’anni, rinnovabili. Gratis. Niente Sovrintendenza: ci andrà il liceo ebraico “Renzo Levi”, scuola privata paritaria. La Comunità si impegna a ristrutturare con otto milioni e mezzo di fondi privati. L’assessore al Patrimonio che firma la proposta si chiama Tobia Zevi. Nipote di Tullia Zevi, che dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane fu presidente per quindici anni. Lui stesso presidente di un’associazione di cultura ebraica.

Non serve gridare al complotto per vedere il problema. Lo vede il diritto amministrativo, che è materia noiosa e per questo onesta. Per assegnare un immobile comunale ci vuole un bando pubblico e un canone, lo dice la delibera 104 del 2022 – quella con cui altri centri sociali stanno facendo i conti adesso.

Qui invece l’assegnazione è diretta. Gratuita. Senza bando, senza percorso partecipativo, senza chiedersi se in quella zona del centro serva proprio un liceo o qualcos’altro. Hanno usato una norma speciale, l’articolo 13, pensata per gli “enti pubblici ecclesiastici”, e ci hanno fatto entrare la Comunità per assimilazione.

Sono le stesse censure che hanno portato Arci, il sindacato inquilini Asia-Usb, Attac e altri davanti al TAR del Lazio, dove la cosa si è discussa a febbraio. Le stesse obiezioni che, dentro la maggioranza stessa, hanno fatto astenere Roma Futura, criticando un percorso non inclusivo e non aperto.

E una domanda corre sotto tutte le altre, e l’ha posta per primo Il Fatto Quotidiano: quegli otto milioni e mezzo, da chi arrivano davvero? Si parla di fondazioni filantropiche internazionali, di donatori locali. Ma la congruità di quei fondi nessuno l’ha verificata. È la cifra che apre lo spazio della concessione, ed è l’unica cosa che nessuno ha controllato. Se domani si presentasse al Campidoglio un imam con dieci milioni di un fondo del Golfo a chiedere una scuola coranica in centro, gli si direbbe lo stesso sì, senza bando?

La domanda non è retorica. È la prova del nove di un principio. O il patrimonio pubblico si assegna con regole uguali per tutti, oppure la regola la fa chi siede più vicino al tavolo giusto.

Resta il materasso, dietro al portone. Resta una scuola di musica popolare senza un muro su cui appoggiare gli strumenti, da nove anni. Resta una biblioteca che non c’è più e un archivio di tremila voci che ha passato un decennio a parlare nel vuoto. Resta un edificio tolto a chi lo curava gratis, in nome di un uso pubblico mai arrivato, per essere dato gratis a qualcun altro senza che nessuno potesse dire la sua.

Il giorno del funerale di Giovanna Marini, nel 2024, le voci del coro – di quel che resta del coro – sono andate al portone della sede storica. C’era ancora il lucchetto di otto anni prima.

La chiave, intanto, ce l’ha sempre il Comune. Decide lui chi entra. È solo che, certe volte, decide senza nemmeno aprire la porta a chi vorrebbe almeno bussare.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento