Francesco Guccini
si è spento all’età di 86 anni, nella sua Pavana. Cantautore tra i più
irriverenti, poetici e innovativi della scena italiana, aveva cominciato
a scrivere canzoni per altri (in primis le tante versioni rese celebri
dai Nomadi), poi, vincendo la sua timidezza, cominciando a incidere per
sé stesso e a salire sul palco: fulgida testimonianza del Guccini in
versione live è il cofanetto “Fra la Via Emilia e il West” del 1984.
Cantore
di osterie “di una volta” e di eroi quotidiani d’altri tempi, molto
lontani da quelli odierni, di quella Bologna in cui era una regola
tirare tardi la notte tra una canzone e un bicchiere di vino di cui era
assurto a simbolo, al punto da intitolare uno dei suoi album di successo
con l’indirizzo di casa (“Via Paolo Fabbri, 43”), Guccini aveva poi
voluto tornare a vivere sull’Appennino che gli aveva dato i natali,
nella piccola Pavana che custodiva tra le sue case l’atmosfera e il
gusto della vita antica, modesta di origini – ma non di spirito – come
gli eroi che cantava nella canzoni (la celeberrima “La locomotiva”). Lì
aveva anche ambientato una serie di gialli scritti a quattro mani con
Loriano Macchiavelli.
Come recitava in “Farewell”, Guccini ci “ha
portato via un poco d’estate”, ma il suo ricordo e le sue canzoni non
moriranno mai. Lo ricordiamo attraverso 15 delle più memorabili.
La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)
È una delle canzoni simbolo dell’impegno civile di Francesco Guccini
e una delle pagine più importanti della canzone d’autore italiana.
Scritta nel 1964 e inclusa nel suo album d’esordio, “Folk Beat n. 1”,
“Auschwitz” dà voce a un bambino morto nel campo di sterminio nazista,
trasformando la tragedia della Shoah in una riflessione universale
contro la guerra, l’odio e ogni forma di violenza. Per anni, tuttavia,
il brano fu accreditato all’Equipe 84, che ne deteneva i diritti, poiché
Guccini non era ancora iscritto alla Siae. Guccini scrisse il pezzo
sull’onda dell’entusiasmo seguito all’ascolto di “The Freewheelin’ Bob Dylan”,
l’Lp che conteneva “Blowin In The Wind” (alla quale Auschwitz deve
qualcosa, se non altro per l’immagine del vento) e che lanciò la
leggenda del nuovo menestrello della rivoluzione pacifista: “Ad
Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento/ nel freddo giorno d’
inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento”. Ma all’epoca
affrontare un tema così drammatico in una canzone rappresentava una
scelta senza precedenti e non mancarono le critiche. In un’intervista
del 2024 Guccini raccontò un episodio risalente alla registrazione del
suo primo Lp: “C’erano questi tecnici del suono in camice bianco… Uno,
dopo averla ascoltata, mi disse: ‘L’ha scritta lei? Guardi, non so se
lei vuol fare questo mestiere, ma sarà meglio che cambi genere,
altrimenti non andrà avanti’”. All’epoca, spiegava Guccini, molti non
accettavano che una canzone parlasse di un campo di concentramento: “La
canzone era vista come un genere di svago e divertimento. Per la prima
volta affrontava argomenti di un certo tipo, fu una specie di
rivoluzione”.
Dio è morto
Scritta nel 1965, “Dio è morto” è una
delle canzoni più emblematiche di Guccini e uno dei manifesti della
canzone di protesta italiana. Ispirato nel testo dal poema di Allen
Ginsberg “L’urlo” e – nel titolo – dal mito di Friedrich Nietzsche della
Morte di Dio, il brano fotografa il profondo cambiamento culturale e
sociale di quegli anni, dando voce al disincanto di una generazione che
vedeva crollare i valori tradizionali e metteva in discussione le
istituzioni, il consumismo e le convenzioni (“Ai bordi delle strade, dio
è morto/ Nelle auto prese a rate, dio è morto/ Nei miti dell’estate,
dio è morto”). Guccini cita anche gli orrori dei “campi di sterminio” e
dei “miti della razza”, su cui sarebbe tornato due anni dopo nella
struggente “Auschwitz”. Dietro il tono severo, tuttavia, il brano non è
nichilista: il finale apre infatti alla possibilità di una rinascita,
affidando ai giovani la speranza di costruire un futuro diverso. Proprio
il titolo provocatorio provocò un clamoroso caso. Pur non contenendo
alcun attacco alla religione, “Dio è morto” fu censurata dalla Rai, che
la giudicò blasfema e ne vietò la trasmissione. Di segno opposto fu
invece il giudizio di papa Paolo VI, che colse il messaggio di speranza
racchiuso negli ultimi versi: “in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in
ciò che noi vogliamo Dio è risorto, in ciò che noi faremo Dio è
risorto…”. Così la canzone trovò spazio sulle frequenze della Radio
Vaticana. Nel 1967 ne vennero pubblicate due incisioni: quella dei Nomadi, destinata a diventare un grande successo, e quella di Caterina Caselli, che conteneva alcune variazioni nel testo.
La locomotiva
La canzone forse più amata del suo
repertorio, la più richiesta, l’immancabile nei concerti. E pensare che,
secondo quanto raccontò lui stesso, era stata composta in soli 20
minuti, a dispetto della sua lunghezza (oltre 8 minuti) e di una
struttura composta da ben tredici strofe. L’immortale ballata inclusa in
“Radici” (1972) divenne un inno di protesta generazionale, anche se non
racconta rivoluzioni collettive, bensì la storia di un macchinista
dell’Ottocento, del suo treno, e della sua lotta contro i padroni ( “…e
che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva come una
cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia!”). Con il suo tipico
stile evocativo, Guccini narra la vicenda reale del macchinista
anarchico Pietro Rigosi, che il 20 luglio del 1893 si impadronì di una
locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di
Poggio Renatico e la diresse alla velocità di 50 km/h verso la stazione
di Bologna, dove si schiantò contro alcune carrozze in sosta. L’uomo
venne sbalzato fuori; gli venne amputata una gamba e rimase sfigurato in
viso, ma sopravvisse all’impatto. Un classico per tutte le stagioni.
Il vecchio e il bambino
Contenuta nell’album “Radici” del 1972,
“Il vecchio e il bambino” è una delle canzoni più celebri e
significative di Guccini. Attraverso un linguaggio semplice ma poetico,
il cantautore costruisce una parabola sul rapporto tra memoria e futuro,
immaginando un dialogo tra un anziano e un bambino in un mondo
devastato da una guerra nucleare. Lo scenario è desolante: una pianura
coperta di polvere rossa, torri di fumo e un sole dalla “luce non vera”,
simboli di una civiltà annientata dalla propria follia. Il vecchio
cerca di trasmettere al bambino il ricordo di un mondo ormai scomparso,
invitandolo a immaginare campi di grano, alberi, fiori, colori e voci:
una natura rigogliosa che il piccolo non ha mai conosciuto. Ma proprio
qui si consuma il momento più struggente del brano. Incapace di
distinguere quel racconto dalla fantasia, il bambino ascolta con sguardo
triste e conclude: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”. In quella
frase Guccini racchiude tutta la distanza tra due generazioni: una che
conserva la memoria di ciò che è stato, l’altra che, nata dopo la
catastrofe, non può nemmeno concepire un mondo diverso. Oltre a essere
una potente riflessione sui rischi della guerra atomica e sulla
distruzione dell’ambiente – temi che Guccini aveva già affrontato in
“Noi non ci saremo” e “L’atomica cinese” – “Il vecchio e il bambino” è
una meditazione universale sulla memoria, sulla responsabilità dell’uomo
e sul valore del tramandare il passato alle nuove generazioni. Una
delle sue canzoni più emozionanti e profetiche.
Canzone della bambina portoghese
Da “Radici” del 1972 un Guccini insolito,
ben più filosofico e per certi versi psichedelico della media. La
metafora di una bambina che, su una spiaggia, si addormenta al sole e
inizia a sognare è il pretesto per meditare sul significato della vita,
sull’essere minuscoli di fronte all’immensità di tempo e spazio (“Sentì
che era un punto al limite di un continente/ Sentì che era un niente,
l’Atlantico immenso di fronte/ E in questo sentiva qualcosa di grande/
Che non riusciva a capire, che non poteva intuire”), un esistenzialismo
tratteggiato con straordinaria potenza (“capirai che una sera o una
stagione/ Son come lampi, luci accese e dopo spente/ E capirai che la
vera ambiguità/ È la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser
uomini”), il cantautorato stesso che si mescola con il rock
psichedelico. Potente, unica, meravigliosa.
Canzone delle osterie di fuori porta
La celebrazione, la decadenza, la
malinconia che l’inesorabile passare del tempo porta con sé. Guccini qui
(l’album è “Stanze di vita quotidiana”, 1974) racconta un’altra
Bologna, la sua, come in un’autobiografia corale, popolare: un mondo –
quello delle Osterie di fuori portae che un tempo popolavano il
capoluogo emiliano – di cui fieramente sente di far parte, ma che è
ormai irrimediabilmente sparito. Un mondo popolato da gente della notte,
irriducibili festaioli, ubriachi professionisti. “Non ho utopie da
realizzare/ Stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta” è il
verso che celebra questo anti-eroismo epicureo che nasce e muore nel
giro di poche ore, salvo ripetersi ogni giorno (“Ho dalla gloria quel
che posso, cioè qualcosa che andrà presto, quasi come i soldi in
tasca”). La chitarra segue in punta di piedi la traiettoria di questo
mondo che si disgrega e muore sotto gli occhi di un Guccini mai così
malinconico e dispiaciuto: “Qualcuno è andato per formarsi, chi per
seguire la ragione/ Chi perché stanco di giocare, bere il vino,
sputtanarsi ed è una morte un po’ peggiore”.
L’avvelenata
“Via Paolo Fabbri 43” (1976) rappresenta
uno dei vertici della produzione di Francesco Guccini e, per molti, il
disco che meglio ne incarna la poetica. È anche uno dei suoi album più
celebri e riconoscibili, complice un titolo insolito diventato nel tempo
un marchio di fabbrica. Al suo interno emerge un Guccini nel pieno
della maturità artistica: tagliente, ispirato e profondamente impegnato.
De “L’avvelenata” si è già forse detto tutto. Delle rivendicazioni del
Guccini artista, desideroso di rivendicare la propria libertà artistica e
uno stile di vita molto diverso rispetto a quello in qualche modo
imposto dalla società (“mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far
casino, e poi sono nato fesso”). La storia risale all’anno 1975, quando
Riccardo Bertoncelli, allora giovane critico del mensile Gong, stroncò
“Stanze di vita quotidiana” di Guccini, giudicandolo troppo ripiegato su
una dimensione personale in un’epoca che richiedeva ai cantautori un
esplicito impegno politico. Guccini replicò senza mediazioni con un
verso rimasto celebre: “Tanto ci sarà sempre, lo sapete/ Un musico
fallito, un pio, un teorete/ Un Bertoncelli, un prete a sparare
cazzate”. Ma “L’avvelenata” è anche un ponte verso la critica ai
“colleghi cantautori”, altro tema ricorrente nell’album.
Canzone di notte n.2
Un’altra elegia del mondo notturno, questa
volta da “Via Paolo Fabbri 43”. Le osterie, i compagni d’avventura, il
vino: ritorna l’universo di Guccini, che declama fieramente a tarda ora:
“Ma i moralisti han chiuso i bar/ e le morali han chiuso i vostri
cuori/ e spento i vostri ardori: è bello ritornar “normalità”/ è facile
tornare con le tante stanche pecore bianche!/ Scusate, non mi lego a
questa schiera: morrò pecora nera!”. La notte è uno spazio fisico, un
approdo sicuro, uno stile di vita, un modo come un altro per
sopravvivere e scacciare le paure: “E un’ altra volta è notte e suono/
non so nemmeno io per che motivo, forse perché son vivo/ o forse per
sentirmi meno solo/ o forse perché a notte vivon strani fantasmi e sogni
vani/ che danno quell’ipocondria ben nota,
poi… la bottiglia è vuota”.
Eskimo
Contenuta in “Amerigo” (1978) Una delle
canzoni più generazionali di Guccini, forse proprio per merito di quel
titolo così iconico. Accompagnato dagli accordi della chitarra e intriso
in un lirismo raramente così accorato, il cantautore mescola una
narrazione che interscambia la prima persona singolare con quella
plurale, la vita privata e lo spaccato di un’epoca. Come diapositive, in
una annoiata domenica di settembre scorrono Natali in Santa Lucia,
rivolte sessantottine, sogni di diventare Bob Dylan, la scoperta di
droghe sintetiche arrivate da Londra, un vagheggiamento nei vent’anni
che si trasforma nella biografia del singolo e di un’intera generazione:
“Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché/ se
penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e
per te/ Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi
là, sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità…”.
Bologna
Gli anni Ottanta
di Guccini si aprono con un nuovo album, “Metropolis” (1981). Un Lp in
cui sullo sfondo di realtà metropolitane (Bisanzio, Venezia, Bologna,
Milano) si muovono e intrecciano storie di vita, in cui lo sguardo
nostalgico verso il passato incrocia quello orientato a un futuro
incerto, a un mondo che cambia. Particolarmente significative le parole
spese dall’autore per la “sua” Bologna, la città della sua casa in via
Paolo Fabbri 43, dell’Osteria delle Dame, degli incontri e delle
amicizie fraterne, ma anche delle contraddizioni tipiche delle realtà
urbane: “Bologna – secondo Guccini – è una vecchia signora dai fianchi
un po’ molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli”, ma è anche
“arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale, Bologna la grassa e
l’umana, già un poco Romagna e in odor di Toscana”. Dolceamaro e
lucidamente ironico, è uno dei ritratti più memorabili regalati a una
città italiana, accostabile per certi versi alla “Milano” di Lucio
Dalla.
Piccola città
Dall’album “Radici” pubblicato nel 1972,
una canzone di odio/amore per il “bastardo posto” dove Guccini è
cresciuto, nella fattispecie Modena, ma potrebbe essere qualsiasi altro
posto della sconfinata provincia italiana, quel luogo magico, per certi
versi persino mistico che per Guccini si estendeva dalla via Emilia (“il
limite estremo della città”) al West. Uno spazio sconfinato, anche e
soprattutto nei peripli della memoria, che si estende dai giochi con gli
altri bambini nel Dopoguerra alle prime avventure amorose. E dunque un
luogo dal quale, necessariamente, fuggire (“se penso a un giorno a un
momento ritrovo soltanto malinconia/ è tutto un incubo scuro, un periodo
di buio gettato via”), per poter ritornare, almeno con la fantasia, con
la musica e la gratitudine (“vecchi cortili, sogni e dei primaverili,
prime fedi giovanili”). Perché un paese ci vuole, ma anche una piccola
città dalla quale partire nell’avventura della vita e nella quale
tornare a specchiarsi: “Piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo
fango, le tue vite/ Le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie/
Così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso/ Cerco
le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finché non finirà”.
Farewell
Ancora un racconto, stavolta tenero e
melanconico, di un vecchio amore finito da tempo, prendendo ispirazione
dai romanzi di Ernest Hemingway (da “Quello che non…” del 1990). La
parabola ascendente di come la storia è nata e si è sviluppata tra
reciproche paure di perdersi, di attenzioni e momenti di quotidianità
vissuti a braccetto, e poi i primi problemi che sorgono e prendono
coscienza (“E davvero non siamo più quegli eroi pronti assieme a
affrontare ogni impresa/ siamo come due foglie aggrappate su un ramo in
attesa”), fino alla inevitabile rottura e al dispiacere che ne consegue
(“forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perché/
ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me”). Nel
grande bagaglio di musica gucciniano, uno dei brani più struggenti e
amati dal pubblico, sincero e universale.
Quattro stracci
Da “D’amore di morte e di altre
sciocchezze” del 1996, una memorabile invettiva privata che diventa
universale, la fine di una relazione trascritta in musica, con lo
strascico di quei “quattro stracci” che Francesco Guccini trasforma in
collera e scherno. Le liriche sono una miniera di aforismi poi presi in
prestito da generazioni di fan (e di innamorati delusi). Da “Sigaretta o
penna nella mia destra/ Simboli frivoli che non hai amato mai”,
riscossa del lavoro intellettuale nei confronti di quello manuale a “Io,
se Dio vuole, non son tuo padre/ Non ho nemmeno le palle quadre/ Tu hai
la fantasia delle idee contorte/ Vai con la mente e le gambe corte”, ma
soprattutto quel verso cucito addosso: “Ma io sono fiero del mio
sognare/ Di questo eterno mio incespicare/ E rido in faccia a quello che
cerchi e che mai avrai”.
Cirano
Pubblicata nel 1996 all’interno del
diciassettesimo album di Francesco Guccini, “D’amore, di morte e di
altre sciocchezze”, “Cirano” è una delle composizioni più incisive
dell’ultima fase della sua carriera. Ispirata al celebre personaggio
creato da Edmond Rostand, la canzone trasforma Cyrano de Bergerac in un
alter ego del cantautore, che attraverso la sua voce lancia una feroce
invettiva contro la politica, il conformismo, il potere, l’ipocrisia e
le contraddizioni della società contemporanea: “Venite pure avanti, voi
con il naso corto/ Signori imbellettati, io più non vi sopporto/
Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio/ Perché con questa spada
vi uccido quando voglio”. Il testo, scritto da Guccini con la
collaborazione di Beppe Dati e accompagnato da un arrangiamento di
Giancarlo Bigazzi, alterna passaggi di straordinaria durezza a un finale
di grande intensità emotiva. Dopo aver riversato tutta la propria
indignazione sul mondo che lo circonda, il protagonista abbandona
infatti il tono polemico per rivolgersi a Rossana, simbolo di amore,
purezza e speranza: “Io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole; ma
tu, lo so, non ridi, dolcissima signora… Se mi ami come sono, per sempre
tuo Cirano”. L’eroe di Edmond Rostand trasformato in un giustiziere
contemporaneo. Uno dei brani più fulgidi dell'”ultimo” Guccini, ancora
combattivo e accorato come sempre.
Odysseus
Un altro eroe, un altro monologo declinato in prima persona. Stavolta, però, nessuna traslazione nel contesto contemporaneo: l’Ulisse gucciniano
(dall’album “Ritratti” del 2004) è un prodotto del mito greco, degli
studi classici, della passione mai estinta per la letteratura. A
sospingere la trama è allora l’epica, che catapulta l’ascoltatore dentro
il racconto stesso: “E ad ogni viaggio reinventarsi un mito/ A ogni
incontro ridisegnare il mondo/ E perdersi nel gusto del proibito/ Sempre
più in fondo”. Il tema del viaggio, o meglio del bisogno di scoprire,
di non saziarsi mai di conoscenza, diventa così l’ultimo pensiero
dell’Odisseo-Guccini: “La vita del mare segna false rotte/ Ingannevole
in mare ogni tracciato/ Solo leggende perse nella notte/ Perenne di chi
un giorno mi ha cantato/ Donandomi però un’eterna vita/ Racchiusa in
versi, in ritmi, in una rima/ Dandomi ancora la gioia infinita/ Di
entrare in porti sconosciuti prima”.
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