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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2026

Bleach, la tempesta dei Nirvana che si abbatte su Seattle

Nel 1989, il Pacific Northwest non era ancora l’ombelico del mondo musicale, bensì un calderone ribollente di distorsioni sature e nichilismo estetico. È in questo brodo primordiale che i Nirvana immergono il loro esordio, “Bleach” (Sub Pop Records). Più che un manifesto generazionale – epica che li travolgerà solo negli anni a venire – l’opera si impone immediatamente come un referto medico di alienazione suburbana tradotto in frequenze telluriche. Registrato ai Reciprocal Recording Studios sotto la spietata scure pragmatica di Jack Endino (costo dell’operazione: i proverbiali 606 dollari e 17 centesimi), il disco è una lastra a raggi X che rivela un ibrido mutante: l’oscurità plumbea dei Black Sabbath che collassa sulle scarnificazioni hardcore dei Black Flag. Eppure, sotto la coltre di fuzz ronzanti, pulsa un’insospettabile geometria compositiva.

L’ouverture è affidata a “Blew”, il cui insostenibile peso specifico nasce da un clamoroso cortocircuito tecnico tramutatosi in epifania sonica. Convinti di aver allentato l’accordatura in un canonico Drop D per appesantire il groove, Kurt Cobain e Krist Novoselic sprofondano in realtà in un abisso tonale ben più oscuro, un Drop C tombale. Il risultato è un muro acustico asfissiante, dove il basso, saturo e limaccioso, fagocita la chitarra in una tenebra opprimente, appena arginata dal drumming di Chad Channing, abilissimo nel destreggiarsi sui controtempi per non annegare nel caos.

Questa viscosità fangosa si rapprende nelle strutture claustrofobiche di “Floyd The Barber”. Costruito su una strisciante discesa cromatica e sull’uso sistematico del tritono – la dissonanza per antonomasia, il diabolus in musica – il brano evoca un senso di minaccia psicologica imminente. L’impianto strumentale si fa specchio deformante del cantato gutturale e contratto di Cobain, il quale sembra lottare fisicamente contro la sua stessa gabbia armonica.

Tuttavia, è in “About A Girl” che emerge la vera anomalia strutturale, il germe che ridefinirà le coordinate del decennio a venire. Capolavoro di illuminazione jangle-pop di matrice smaccatamente beatlesiana, seppur mimetizzata sotto ruvidi strati di distorsione, il brano svela un autore già padrone assoluto delle dinamiche percettive. La strofa si regge su un tintinnante, ipnotico pendolo armonico (Mi minore/ Sol maggiore), per poi deflagrare in un chorus sorretto da blocchi granitici e compatti di power chords. È la risoluzione melodica perfetta che squarcia il rumore bianco, la prova inoppugnabile che dietro la facciata decisa e spietata si celava un genio cristallino e già estremamente fragile. Una simile dicotomia tra noise e architettura torna a dominare “School”. Un riff minimale – due sole note stirate verso il basso come un gemito agonizzante – si innesta chirurgicamente sulle sincopi della grancassa. È la creazione sapiente di un vuoto pneumatico, l’anticamera tensiva di un inciso liricamente scarno ma dalla potenza ritmica sismica e devastante.

Quando la tracklist spinge l’acceleratore, come nell’assalto frontale di “Negative Creep”, l’anima hardcore riprende il sopravvento. Sfruttando nuovamente la fangosità dell’accordatura ribassata, il brano è un martellamento ossessivo, trainato da un downpicking (la pennata all’ingiù) meccanico e spietato. Qui è la tecnica vocale a sublimare l’estetica del dolore: Cobain spinge le corde vocali oltre la soglia del punto di rottura, ricorrendo a un fry screaming lacerante che scortica il tessuto connettivo della traccia, pur mantenendo, con inquietante lucidità, l’intonazione portante.

Riascoltato a decenni di distanza (e al netto della riedizione Geffen del 1992, pensata per capitalizzare l’onda anomala di “Nevermind”), “Bleach” si erge come una statua rocciosa profondamente fisica e ostile. È un’opera orgogliosamente priva dei riverberi lussuosi e della compressione patinata che verranno; un lavoro visceralmente grezzo, registrato su un asfittico banco a otto piste che costringe gli strumenti a una lotta darwiniana per lo spazio vitale nello spettro sonoro. Eppure, in questa brutale scarnificazione, l’album possiede una coerenza interna impossibile da scalfire: è il reperto fondamentale per comprendere come il punk potesse essere destrutturato, appesantito e infine piegato, quasi contro la sua stessa volontà, alle regole di una nuova e disperata melodia. Non solo un tassello seminale del grunge, ma il testamento artistico che rese questo disco l’album Sub Pop più venduto di tutti i tempi.

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31/07/2026

Il disco dei King Crimson che folgorò Kurt Cobain influenzando i Nirvana di “In Utero”

Si è più volte sottolineato su queste pagine come suoni assurda la contrapposizione tra prog e punk (vedi anche questo approfondimento). Ma l’onda lunga progressive è arrivata anche oltre, a lambire le frontiere di uno dei generi dominanti degli anni 90: il grunge di Seattle. Un’affinità elettiva che si può sintetizzare in un legame speciale: quello di Kurt Cobain con i King Crimson, e in particolare con il loro album del 1974, il rivoluzionario “Red”.

Rosso di sera

Quaranta minuti scarsi per demolire decenni di futuri luoghi comuni sul progressive. “Red” è anzitutto questo: il compendio di un’intera stagione ormai al crepuscolo, ma anche un vademecum imprescindibile per il rock del futuro. L’ibrido fertile che ridicolizza in un colpo solo tutte le frottole sulla presunta artificiosità del prog opposta alla genuinità del rock’n’roll “stradaiolo”. Niente onanismi strumentali, niente muffa: “Red” è rock moderno e abrasivo, in cui persino il sinfonismo si trasforma in lancinante deflagrazione.

Non sorprende allora che tra i suoi più ferventi estimatori ci fosse proprio Kurt Cobain. Il leader dei Nirvana arrivò addirittura a indicare “Red” come il “più grande album di tutti i tempi”. Non solo: Robert Fripp ha raccontato che il disco venne rivenuto nel lettore cd di Cobain dopo la sua morte. A svelare la circostanza sarebbe stato il produttore Butch Wig, durante una conversazione con John Wetton, cantante e bassista che militò nei King Crimson per tre album (“Larks’ Tongues In Aspic” del 1973, “Starless And Bible Black” e “Red” del 1974).

Al di là degli aneddoti, comunque, il legame è soprattutto musicale: l’influenza di “Red” sembra riaffiorare nella ricerca di un suono fisico, ruvido e anti-patinato che avrebbe caratterizzato “In Utero”.
Uscito nel 1993, il terzo e ultimo album dei Nirvana fu anche una reazione alla perfezione sonora di “Nevermind” e alle dimensioni abnormi del suo successo. Cobain voleva recuperare attrito, rumore, dinamiche estreme, la sensazione di una band che suonasse senza filtri. La scelta di Steve Albini fu decisiva: batterie enormi e naturali, chitarre lasciate graffiare, feedback, distorsioni e violente escursioni dinamiche. “Scentless Apprentice”, con il suo riff monolitico e il drumming devastante di Dave Grohl, è forse l’esempio più evidente; “Milk It” alterna vuoti spettrali e deflagrazioni, mentre “Radio Friendly Unit Shifter” trasforma feedback e rumore in elementi strutturali. Persino dietro la melodia di “Heart-Shaped Box” e “All Apologies” resta qualcosa di ruvido e corrosivo.

Il distacco da un’era

È qui che l’impronta di “Red” si fa più nitida. Non si tratta naturalmente di un mero ricalco musicale – siamo sempre su coordinate molto distanti – bensì di una comune concezione del suono. Quasi vent’anni prima di “In Utero”, Fripp, Wetton e Bruford avevano già intuito quanto potesse essere moderna una musica costruita su questa tensione bruciante e abrasiva. Ed è proprio questa modernità a rendere “Red” un’anomalia nella storia del progressive. I King Crimson avevano contribuito in maniera decisiva a fondarne l’immaginario con “In The Court Of The Crimson King” nel 1969: mellotron, atmosfere dilatate, echi psichedelici, improvvisazione e grandiosità sinfonica. Cinque anni più tardi Fripp sembra intenzionato a distruggere dall’interno quello stesso linguaggio. La complessità rimane, ma perde quasi ogni carattere ornamentale. Il virtuosismo non scompare: viene piegato alla violenza. Il sinfonismo sopravvive, ma diventa minaccioso. E la chitarra, anziché ricamare, colpisce duramente.

La rivoluzione era stata annunciata da “Larks’ Tongues In Aspic” (1973) e “Starless And Bible Black” (1974), che avevano mostrato la volontà di Fripp di scardinare i dogmi del prog attraverso un chitarrismo sempre più squadrato, ossessivo e percussivo. “Red” porta quel processo al punto di non ritorno. Senza disperdere del tutto l’afflato romantico e solenne dei primi King Crimson, Fripp inventa una sorta di heavy-prog asciutto e affilato, destinato a riverberarsi sui decenni successivi.

Una concezione sonora sublimata nei dodici minuti di “Starless”, che riassumono il passato dei King Crimson e contemporaneamente lo superano. Si parte con l’incanto antico del mellotron, la struggente frase di Fripp e il canto dolente di Wetton; poi la musica si svuota e comincia una delle più formidabili costruzioni di tensione della storia del rock. Fripp reitera ossessivamente una figura minimale mentre basso e percussioni accumulano pressione, fino all’esplosione dell’intero gruppo e alla ripresa finale del tema iniziale, trasfigurato dal sax. Quiete cosmica e tensione parossistica, romanticismo e brutalità trovano qui una sintesi definitiva.

Senza disperdere l’afflato romantico e solenne che aveva fatto la fortuna dei primi King Crimson, dunque, il leader supremo Fripp ne opera l’ennesima palingenesi, inventandosi una sorta di heavy-prog che – a rischio di incappare nell’ossimoro – verrebbe da definire asciutto, tanto è aspro e affilato. Fripp si conferma genio bifronte: da un lato il colto avanguardista che insegue una prospettiva “artistica”, dall’altro il musicista rock che sa come colpire allo stomaco l’ascoltatore. Ecco allora i ferri del mestiere del prog – violino, tastiere, oboe, mellotron – convivere con gli assalti chitarristici di un ensemble mai così aggressivo, in un disco che suona come una liturgia nera, con la sua inquietante simbologia (“red nightmare”, “fallen angel”, “bible black”...).

Due parabole

“Red” e “In Utero”, del resto, condividono anche una curiosa posizione nelle rispettive parabole. Sono due dischi terminali, realizzati da gruppi arrivati a un punto critico della propria storia, ed entrambi reagiscono contro ciò che rischiava di imprigionarli. I King Crimson sembravano voler fuggire dal progressive che avevano contribuito a inventare; i Nirvana – e in particolare il loro leader – cercavano di sottrarsi alle lusinghe del rock mainstream nel quale il successo di “Nevermind” li aveva catapultati. In entrambi i casi la risposta passa attraverso l’inasprimento del suono e il rifiuto della levigatezza.

Quando “Red” arriva nei negozi, il 6 ottobre 1974, i King Crimson sono già sciolti: Fripp ha decretato la fine della band poche settimane prima. Il disco non ottiene grandi risultati commerciali, ma il tempo gli riserverà una rivincita smisurata. Più che il testamento dell’evo prog, finirà per diventare il suo definitivo traghettamento verso un’altra epoca. Il cielo è senza stelle, gli angeli cadono e il Re sta per congedarsi dalla sua corte. Eppure “Red” parla soprattutto del futuro: del metal più obliquo, del math-rock, del noise e del post-rock, ma anche di quel ragazzo di Aberdeen (Usa) che molti anni dopo lo avrebbe eletto tra i propri dischi di culto.

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11/05/2024

Storie di produttori: Steve Albini - "In Utero" (Nirvana)

Alla fine del 1992, l'uragano "Nevermind" aveva finalmente lasciato posto a un po' di stabilità in casa Nirvana. La band era riuscita a prendersi una pausa dagli impegni promozionali e a rifugiarsi nella confortevole tranquillità di una sala di registrazione, con l'obiettivo di iniziare a lavorare sul terzo attesissimo disco. Gli studios erano gli stessi dove qualche anno prima Jack Endino aveva prodotto "Bleach", solo che adesso si chiamavano Word Of Mouth e non più Reciprocal. Cobain voleva "registrare nuove idee su 8 tracce con Endino, portarle in uno studio a 24 tracce con Steve Albini e alla fine scegliere le versioni migliori".

La stanchezza era palpabile. Nelle due giornate del 25 e 26 ottobre (dedicate prevalentemente a incisioni strumentali) Endino fu colpito dalla strana tensione che c'era tra i membri: "L'atmosfera sembrava tesa. Poca comunicazione con me e poca tra di loro. Hanno passato quasi tutto il tempo a cercare il suono giusto di batteria, un suono che fosse 'alla Albini'. L'unica vera domanda che Kurt mi faceva era: 'Cosa ne pensi, dovremmo chiamare Albini a produrre il disco?'. Era evidente che la casa discografica faceva ogni pressione per avere un 'Nevermind 2', mentre la band era di tutt'altra opinione".

Albini era un vecchio pallino di Cobain, risalente ai tempi del tour di "Bleach" (era rimasto fulminato dal suono di "Surfer Rosa" dei Pixies e "Pod" delle Breeders).

"Stavamo guidando verso Madison nel 1990", ricorda Novoselic, "con in sottofondo qualcosa prodotto da Albini, mi sembra 'Surfer Rosa'. Kurt era seduto su un piccolo divano contro la porta sul retro quando all'improvviso alzò un dito e disse: 'Ecco come suonerà il nostro rullante!'. Sembrava un editto del re, promulgato da un divano invece che da un trono, ma come primo effetto fece esplodere una gomma del furgone".

Per Cobain, Steve era l'unica persona in grado di dare forma al nuovo episodio, la cui attitudine punk doveva essere decisamente superiore a "Nevermind".

I Nirvana uscirono dai Word Of Mouth senza specificare a Endino quando sarebbero tornati per incidere le parti vocali. Lasciarono lì i nastri, etichettati per l'occasione con la dicitura "S. Ritchie", che indicava sia uno scherzo (riferito al vero nome di Sid Vicious, John Simon Ritchie) sia un espediente per sviare l'attenzione di eventuali malintenzionati (i nastri restarono nelle mani di Endino fino al 1998, quando furono consegnati a Novoselic per iniziare i lavori sul box set "With The Lights Out", ndr).

Nel frattempo, le voci di un possibile coinvolgimento erano ovviamente arrivate anche allo stesso Albini, fino a quel momento per la verità mai contattato:
"La stampa lo aveva scritto così tante volte che facevo i conti con quella notizia su base giornaliera. Non me lo chiedeva solo la gente per strada, ma anche potenziali clienti, altre band, e la cosa aveva una ovvia influenza positiva sulla mia attività. Alla fine ho mandato una lettera ai giornali dicendo: 'Non sono mai stato contattato dai Nirvana e non ho mai avuto nessun contatto con voi prima di stampare questo comunicato'".

Dopo la pubblicazione della smentita, finalmente il management della band si decise ad avviare la pratica di ingaggio.

La fama di Steve era legata sia alla militanza in gruppi storici della scena noise e post-hardcore statunitense (Big Black, Rapeman) sia all'intransigenza con la quale gestiva i rapporti con il business discografico, ritenuto a suo dire colpevole della svendita di tutto ciò che il rock poteva avere di spontaneo. Era decisamente l'uomo giusto per Cobain, nonostante non avesse mai visto dal vivo i Nirvana: "Sapevo un sacco di cose sulla band, avevo ovviamente sentito il loro disco, ma non potevo dirmi davvero un loro fan. La cosa che mi ha fatto cambiare idea è stato vedere come lavoravano in studio".

Per chiarire gli aspetti della loro collaborazione, Albini inviò una famosa lettera di intenti ai Nirvana (resa pubblica soltanto in occasione del ventennale di "In Utero", nel 2013), i cui estratti più salienti erano:

"Credo che la miglior cosa che potreste fare arrivati a questo punto è esattamente ciò di cui stavamo parlando: tirare fuori un disco in un paio di giorni, con una produzione poco intrusiva ma di alta qualità, e nessuna interferenza di quelle teste dure ai piani alti. Se è questo ciò che avete in mente, mi piacerebbe un sacco farne parte. Se invece di questi tempi vi trovate a essere parecchio condizionati dalla casa discografica, di modo da sentirvi trattenuti e talvolta strattonati da un guinzaglio (e da cose come obbligarvi a rifare una canzone/un pezzo di essa/il modo in cui è stata prodotta, magari chiamando un tizio assunto da loro per addolcire un pezzo, trasformando il tutto in una stronzata remixata, o cose del genere), beh, state facendo una cazzata nella quale non voglio essere coinvolto
[...]

Per me la band viene al primo posto: la considero un'entità creativa che esprime sia la propria personalità sia il proprio stile, ma anche un'entità sociale di persone che vivono nel mondo per 24 ore ogni giorno. Non credo sia mio compito dirvi cosa fare o suggerirvi come suonare. Sono favorevole a dire la mia (se penso per esempio che la band stia facendo un ottimo lavoro oppure, al contrario, che stia sbagliando qualcosa - del resto è parte del mio compito), ma se una band decide che una certa cosa vada fatta, la eseguo. Adoro lasciare spazio alla casualità e al caos. Produrre un disco senza che si vedano le cuciture, dove ogni nota e sillaba è al proprio posto e ogni colpo di grancassa della batteria è identico, è veramente facile. Qualsiasi idiota con sufficiente pazienza e denaro può permettere che si compia un tale scempio. Preferisco lavorare a dischi in cui contano cose più importanti come l'originalità, la personalità e l'entusiasmo".
Durante i colloqui preliminari con Cobain e Grohl, Albini ne approfittò per chiedere se poteva trattare con loro direttamente ed evitare di fare i conti con la casa discografica. Tutti risposero positivamente, nonostante sapessero che alla Geffen un sacco di gente iniziava a storcere il naso.

Il disappunto dei discografici era però compensato dall'evidente vantaggio economico, poiché Albini aveva richiesto "miseri" 100.000 $ e si era rifiutato, come sempre, di pretendere parte delle royalties. Inoltre, le registrazioni sarebbero avvenute negli stessi studi dove Steve aveva registrato "Rid Of Me" di PJ Harvey, gli economici Pachyderm Studios, situati appena fuori dalla cittadina di Cannon Falls (una location piuttosto remota, in grado di ridurre al minimo le distrazioni esterne).

La band aveva prenotato i Pachyderm a nome "The Simon Ritchie Bluegrass Ensemble" ed era arrivata in Minnesota la seconda settimana di febbraio, non prima di aver spedito ad Albini il nastro con le registrazioni effettuate a gennaio in uno studio di Rio de Janeiro (a margine di in mini-tour di due spettacoli). Su quel nastro erano presenti diversi brani, tra cui la prima versione di "Heart-Shaped Box", già identificato come un potenziale singolo da Cobain.

"Era materiale che ho preferito da subito a 'Nevermind' – dice Albini – quel disco era troppo confinato nei suoi parametri. Ogni canzone aveva un inizio, una sezione centrale, una fine, e tutto era presentato in modo che si potesse ascoltare ogni blocco anche separatamente. Questo nuovo materiale, pur insistendo su composizioni tentacolari e caotiche, aveva dei momenti davvero potenti e dinamici. Sembrava proprio come se avessero fatto una pausa concettuale per comprendere chi volevano essere e soprattutto cosa volevano suonare".

Le registrazioni iniziarono il 13 febbraio 1993, rispettando quasi sempre un programma che prevedeva di lavorare da mezzogiorno a mezzanotte (con la sola pausa per la cena). "Eravamo isolati" confessa Novoselic "Non so come siamo sopravvissuti per due settimane in una casa in mezzo al nulla, stile gulag. Fuori c'era la neve, non potevamo andare da nessuna parte. Abbiamo solo lavorato".

Il primo giorno fu dedicato a "Scentless Apprentice" e "Milk It", due brani che consentirono ai Nirvana di guadagnare immediatamente la fiducia di Albini.

Sempre Novoselic: "Alcune di quelle tracce saltarono fuori in una sola take e questo impressionò parecchio Steve, costringendolo ad abbandonare la posa con le braccia conserte davanti al registratore per iniziare ad annuire con la testa in segno di approvazione".

Per Albini, "Milk It" e "Scentless Apprentice" erano i due brani che esemplificavano al meglio il grande passo in avanti della band, la grande rottura con il loro stile precedente e il chiaro tentativo di fare qualcosa per loro stessi.

Il 14 febbraio ci fu la prima prova generale di "Pennyroyal Tea" (canzone scritta, secondo quanto dichiarato da Cobain, "in circa trenta secondi", mentre per il testo "ci volle un po' più di mezz'ora"), completata poi il 16 insieme a "Heart-Shaped Box", mentre nei giorni successivi furono completate le tracce di base (quasi tutte in presa diretta) per l'intero album.

Earnie Bailey (il guitar tech della band) veniva tenuto costantemente aggiornato sui progressi in studio: "Grohl mi descrisse a un certo punto un'idea di Albini, consistente nell'appendere microfoni al soffitto e farli oscillare avanti e indietro sui piatti della batteria. Non credo che abbiano mai utilizzato quelle take, ma ne ero entusiasta, perché mi piaceva pensare che qualcosa di caotico rientrasse nella registrazione".

Per registrare le parti vocali, Cobain impiegò in tutto circa sei ore. La sua espressività era migliorata considerevolmente dai tempi di "Bleach" e, senza la necessità del double tracking (raddoppio delle incisioni di voce) o altri effetti utilizzati su "Nevermind", si poteva vedere meglio quello di cui Kurt era capace come vocalist (Albini ricorda in particolare la traccia vocale di "Milk It", notevole esempio del talento di Kurt nel trasmettere il suo disagio all'ascoltatore).

Come al solito, la maggior parte dei testi dell'album fu rivista fino a poco prima di entrare in sala, convulsamente annotata su un quaderno che Cobain portava sempre con sé.

Il mixaggio fu completato in soli cinque giorni (a un ritmo di lavoro di due o tre brani al giorno), nei quali non fu necessario niente di più che regolare i fader del mixer fino a raggiungere un equilibrio soddisfacente.

Le session finirono il 26 febbraio, festeggiate da una grande fumata collettiva di sigari. "Ha funzionato esattamente come qualsiasi sessione che faccio", dichiarò Albini. "La band arriva, tutti conoscono bene le loro parti, si montano le attrezzature, si crea, si suona, aggiungiamo un paio di cose, e alla fine si mette tutto insieme. È stato molto, molto semplice". Albini sostiene inoltre di avere instaurato un buon rapporto con i membri della band: "Avevano un approccio apertamente burlone sulle cose. Mi è piaciuto molto e ho apprezzato la loro compagnia. Kurt era più introverso all'inizio, ma penso che fosse solo perché non mi conosceva e non aveva alcun motivo per fidarsi di me. Non ho provato a scendere a qualsiasi tipo di livello intimo con lui, in segno di rispetto per la pressione che già subiva ogni giorno dalle persone che tentavano di avvicinarlo. Ho deciso che gli avrei permesso la distanza che voleva. Era ovvio che quello che stava succedendo nella sua testa era importante per lui esattamente quanto quello che stava succedendo tra lui e le altre persone".

Fino a quel momento, tutto era andato come era stato pianificato fin dall'inizio. Ma la strada per la pubblicazione di "In Utero" era ancora lunga.

Nelle due settimane successive (tempo nel quale fu deciso l'ordine dei brani sul disco) Albini non sentì più nessuno. Poi, il silenzio fu rotto da una telefonata di un giornalista del Chicago Tribune, Greg Kot, che sosteneva di avere appena parlato con Gary Gersh (A&R della Geffen), secondo il quale questo disco non era pronto per essere distribuito e che sarebbe stato necessario rifare il mixaggio da capo. Albini si accorse velocemente che la notizia era già di dominio pubblico: "Sembrava che tutti quelli che incrociavo fossero già a conoscenza del problema e si fossero già fatti un'opinione. La maggior parte di loro aveva consigli per me, e la maggior parte di loro aveva consigli anche per i Nirvana, e nessuno di questi consigli era davvero intelligente perché tutti sentenziavano da una posizione di ignoranza. Da un certo punto di vista, anch'io ero in una posizione di ignoranza, perché non ero lì quando la band aveva avuto discussioni con la casa discografica. Tutto quello che sapevo è che, quando abbiamo finito il disco, la band era contenta".

Le dichiarazioni di Gersh (fermamente convinto che il disco potesse suonare molto meglio di così) iniziarono a mettere in discussione anche le certezze di Cobain e soci, che cominciarono a chiedersi se il tempo dedicato ai brani in sede di mixaggio fosse stato sufficiente. Decisero di far ascoltare il disco agli amici più intimi (come Bailey) per ricavarne possibili feedback. Il materiale fu messo alla prova su diversi tipi di impianto domestico e di automobile, e alla fine fu decretato che i problemi principali erano il suono del basso e il mix vocale.

Cobain chiamò finalmente Albini per condividere le sue preoccupazioni, così come Novoselic. "Kurt mi chiese di rifare alcuni mix", ricorda Albini. "Ho detto, 'Va bene, di quali canzoni stiamo parlando?' Kurt partì da un paio di dettagli ma concluse dicendo che volevano rifare tutto. Krist pensava che il basso fosse poco definito e Kurt che in alcuni brani la voce non veniva fuori abbastanza, ma erano tutte sottigliezze. Questo è stato più che sufficiente per convincermi del clima di paura che avevano respirato. Avevano fatto un grande disco, ma la casa discografica e tutte le altre arpie nella loro vita erano riuscite a convincerli che avevano qualcosa di cui dover dubitare".

Kurt più di ogni altro cercava di articolare la sua posizione, perché era a disagio con i responsabili della Geffen. Voleva recuperare la loro fiducia e sbattere sul loro tavolo un nuovo prodotto dicendo che si trattava di preoccupazioni ormai prive di significato, ma Albini non era disponibile a contrattare sull'operazione: "Se fossimo tornati in studio per rifare il mix, avrebbe finito per essere un'altra situazione stile 'Nevermind', dove a un certo punto il disco fu tolto dalle loro mani" ("Nevermind" era stato originariamente mixato dal suo produttore, Butch Vig, ma dopo l'ascolto delle prime sei canzoni la casa discografica suggerì di utilizzare un nuovo "paio d'orecchie". La scelta cadde su Andy Wallace, che aveva precedentemente lavorato con gli Slayer, il cui lavoro sul disco suscitò però reazioni decisamente contrastanti da parte della band, ndr).

Ancora Albini: "Ho chiamato Kurt e gli ho detto 'Senti, se volete rifare il lavoro con un altro, avete la mia benedizione. Ma, a proposito delle sottigliezze di cui stiamo parlando, non è possibile cambiare nessuna di esse senza modificare sostanzialmente il modo in cui il materiale musicale viene presentato'. Sapevo che, se fosse stato modificato in quel momento, un parte della grandezza del disco sarebbe evaporata. E io non volevo aver niente a che fare con quella decisione".

I giornali iniziarono a titolare che, per evitare un disastro commerciale, il nuovo album sarebbe stato mixato nuovamente da Andy Wallace, che fu in effetti ricontattato. Questo in parte confermò sia che la band non aveva poi così tante obiezioni sul risultato sonoro di "Nevermind", sia che, per chiudere la questione con la Geffen, era ora disposta a percorrere strade più facili.

Wallace però aveva l'agenda piena e la band dovette rivolgersi a Scott Litt (meglio conosciuto per il suo lavoro con i Rem), anche se alla fine le tracce remixate furono soltanto due, "Heart-Shaped Box" e "All Apologies". Litt portò tutti ai Bad Animals studios di Seattle, dove Cobain registrò una parte aggiuntiva di chitarra acustica e alcuni cori su "Heart-Shaped Box". L'effetto tremolo durante l'assolo di chitarra fu rimosso e il disco fu poi passato al veterano del mastering Bob Ludwig (già al lavoro su "Nevermind").

Sebbene apparentemente minime, le modifiche sul materiale non convinsero mai Albini. Nel 1996 rilasciò un'intervista dove dichiarò che il materiale fu sottoposto a restringimento della gamma dinamica, riduzione dell'ampiezza stereo ed eccessiva enfatizzazione delle frequenze medie. Tutte scelte che per le sue orecchie andavano nella direzione di voler ammorbidire il suono e renderlo vagamente appetibile per la programmazione radiofonica (chiunque voglia farsi un'opinione personale e avventurarsi nel confronto tecnico può trovare facilmente in rete la versione di "In Utero" mixata da Albini).

Ancora oggi, questa dichiarazione assume l'aria di una piccola ripicca personale in una vicenda che lo fece quasi a pezzi: "Nei due anni successivi alla realizzazione di quel disco, ho dovuto accettare qualsiasi tipo di cliente per tirare avanti. Tutte le band più piccole con cui avevo lavorato precedentemente erano ora terrorizzate dal mio coinvolgimento con un nome così popolare come i Nirvana, e tutte le band più grandi erano terrorizzate dalla battaglia politica che la Geffen aveva condotto contro di me. Il giorno in cui 'In Utero' raggiunse il numero 1 nelle classifiche di Billboard mi erano rimasti 50 centesimi sul conto corrente".

Albini aveva sempre pensato che la situazione dei Nirvana fosse poco invidiabile, ma era sicuro che avessero fatto un grande disco: "Ero entusiasta di essere una parte di esso. Ero orgoglioso di aver lavorato con quelle persone, li ho sempre rispettati per tutto quello che hanno dovuto subire. 'In Utero' ora è nelle case di tutti ed è il disco che esprime davvero quello che i Nirvana volevano fare".

Fonte

07/04/2024

Kurt Cobain - Trent'anni senza l'angelo dannato del grunge

di Claudio Fabretti

Trent’anni senza l’angelo dannato del grunge. Il 5 aprile del 1994, quel colpo di fucile non spense solo la vita di Kurt Cobain, ma anche i sogni di un’intera generazione. Quella cresciuta indossando camicie di flanella e abbeverandosi ai ritornelli amari dei Nirvana. Come quello di “Smells Like Teen Spirit”, l’inno dei ragazzi apatici della Generazione X, come è stata raccontata nel libro-cult di Douglas Coupland. Una generazione che faceva del disagio e dell’inquietudine la sua bandiera, proprio come lo stesso Cobain. Lacerato dai traumi di un’infanzia tormentata e incapace di gestire l’enorme successo che ne aveva fatto una star da copertina, un’immagine da t-shirt, il cantante dei Nirvana si congedava dal mondo, entrando così in quel sinistro “Club 27” delle vite bruciate del rock, in compagnia di Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin (dopo di lui, toccherà ad Amy Winehouse).

Il grunge era musica di rivolta, di dolore e rabbia. Il ritorno alla furia iconoclasta del rock, in un periodo di confusione e smarrimento. Un ciclone che si era abbattuto sulla placida Seattle, ma che, dopo la sbornia iniziale, avrebbe lasciato una lunga scia di morti precoci: quelle di Andrew Wood, leader dei Mother Love Bone, considerato il fondatore del movimento, di Layne Staley, il cantante degli Alice in Chains, di Scott Weiland, voce degli Stone Temple Pilots, di Mike Starr, bassista degli Alice in Chains, e infine di Chris Cornell, indimenticato cantante dei Soundgarden, suicidatosi nel 2017.

Cobain resta comunque l’icona più potente, quella che sintetizza un percorso collettivo. Merito del suo carisma, ma anche di una manciata di canzoni storiche che hanno infiammato il decennio 90, sdoganando la musica indipendente in vetta alle classifiche. Un ruolo forse troppo importante per un fragile ragazzo di 27 anni, già provato dall’“amore tossico” (in tutti i sensi) con la moglie Courtney Love, rampante leader delle Hole. “È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”, fu il suo tragico epitaffio, ispirato a un celebre verso di Neil Young. Con lui andò in fumo il sogno di un’epoca intera.

Alla memoria di Kurt Cobain è dedicato questo approfondimento sull’album più celebre e amato dei Nirvana, “Nevermind” (1991).

“Nevermind” – Quando la Generazione X si specchiò nel Seattle-sound

Tutte le nevrosi di una generazione condensate in un disco solo. Tutta la rabbia del mondo rappresa in una sequenza di riff e melodie al cardiopalmo. Se non fosse un ottimo album, “Nevermind” sarebbe da ricordare anche solo come il perfetto manifesto di un’epopea musicale, oltre che la testimonianza definitiva di uno dei suoi interpreti più amati e sfortunati al contempo. Emblematico fin dal titolo (“Non importa”: svalutazione di tutti i valori) resterà la pietra angolare del grunge tutto.
Ma come fu possibile che tre outsider della provincia americana, con un background tecnico non certo ragguardevole, riuscissero ad assurgere a star mondiali, trasformando la remota Seattle nel centro dell’impero rock degli anni Novanta? Il merito, oltre che dell’indubbio talento di Cobain e soci, è di una di quelle magiche alchimie che nella storia del rock hanno partorito, quasi dal nulla, intere scene o nuovi generi musicali.

Liberazione grunge

Non sono stati i Nirvana, a inventare il grunge, anche se col tempo ne sono diventati gli alfieri più apprezzati e popolari. La scena musicale originatasi negli anni Ottanta nello Stato di Washington, in particolare a Seattle, e giunta al successo mondiale nei primi anni Novanta, era nata in realtà come evoluzione di altri generi già ben presenti nel rock, come hardcore e post-punk, specie quello californiano di inizio anni Ottanta (Adolescents, Mission of Burma, Flipper, X, Bad Religion, Dead Kennedys). Smussando alcune asperità di quei suoni, incorporando melodie e ritornelli pop, con un approccio quasi più nostalgico che avanguardista, il Seattle sound faceva risorgere il vecchio punk in forma non più rivoluzionaria, ma apatica e desolata, con una rassegnazione di fondo che si sostituiva alla furia dissacrante di Johnny Rotten e compagni. Anche nel look. All’armamentario aggressivo di giubbotti di pelle, borchie e creste dell’era del “no future”, subentrava infatti uno sdrucito guardaroba casual, fatto di camicie di flanella, maglioni sbrindellati, t-shirt e jeans strappati. Una scelta in linea con uno spirito pauperistico che rifiutava ogni manifestazione di sfarzo, legandosi idealmente all’origine sotterranea, suburbana e periferica del movimento.

In comune con Sex Pistols e compagni, restava proprio l'approccio anti-establishment, unito a un’indole rabbiosa e iconoclasta, condita da una spiccata predilezione per i suoni distorti, sporchi e rumorosi. La forma-canzone tradizionale veniva così aggiornata in forma desolata, trasandata e violenta, in quella che è passata alla storia come la formula “rumore-ritornello-rumore”.

Il termine grunge deriva proprio dall'aggettivo grungy, espressione gergale in voga dagli anni Sessanta a indicare qualcosa di sporco e sudicio. Fu Mark Arm, poi cantante di Green River e Mudhoney, a introdurlo per la prima volta nella scena musicale del luogo. A metà anni Ottanta, Bruce Pavitt della Sub Pop Records si servì del termine per promuovere proprio l'Ep “Dry As A Bone” (1987) dei Green River, che possono quindi essere annoverati tra i pionieri del genere, insieme ai Mudhoney (guidati sempre da Arm) e ai Melvins (gruppo cui s’ispirò proprio il giovane Kurt Cobain). Col tempo il termine inizierà a essere adottato dai media per descrivere un'intera galassia di band gravitanti attorno a Seattle, anche molto diverse tra loro, sia per ispirazione musicale che per attitudine.

Alla fine degli anni Ottanta, l’inquieto Kurt Cobain, nato in una famiglia di origini irlandesi e ancora segnato dal doloroso divorzio dei genitori, lavora come roadie per vari gruppi, tra cui i Melvins e i Bam Bam di Tina Bell, figura seminale della scena di Seattle. Nel 1987, con Krist Novoselic, forma The Stiff Woodies, con Aaron Burckhard alla batteria. Dopo vari cambi di nome, la band opta per quello che resterà nella storia: “Nirvana significa liberazione dal dolore, dalla sofferenza e dal mondo esterno e questo si avvicina al mio concetto di punk”, spiegherà il leader, ancora in preda a quell'entusiastico fervore giovanile che presto l'avrebbe abbandonato. Perché non ci sarà mai, per lui, la liberazione dal dolore e il Nirvana sarà solo un prolungato ed effimero momento di successo, prima della tragica resa dei conti con se stesso.

Dopo la pubblicazione del singolo “Love Buzz” (1988), i Nirvana si esibiscono nei locali di Aberdeen, Seattle e Olympia, distinguendosi per la rabbia delle esibizioni e per la distruzioni delle chitarre come atto performativo e provocatorio. Un anno dopo, con il batterista Chad Channing, giunto dopo una serie di cambi, registrano il primo album sotto le insegne della Sub Pop: “Bleach”, titolo ispirato da una campagna anti-Aids che invitava i tossicodipendenti a pulire gli aghi con la candeggina. Per realizzarlo basterà il risicato budget di appena 600 dollari, anticipati dal chitarrista Jason Everman, il quale poi, in realtà, offrirà un contributo musicale minimo al disco. I tre sono poco più che ventenni e in realtà nessuno di loro è di Seattle: Cobain è nato ad Aberdeen (Washington), Novoselic e Channing sono californiani. Ma le loro canzoni, insieme a quelle di Pearl Jam e Soundgarden, trasformeranno questa piccola città del Nord-Ovest degli States in una fabbrica di successi miliardari.

Cobain si rivela subito l'anima del gruppo. I suoi testi enigmatici, spesso assemblati con la tecnica burroughsiana del cut-up, e il suo stile compositivo agrodolce, in bilico tra John Lennon e Sid Vicious, impreziosiscono pezzi come “About A Girl”, ballata melodica che preannuncia l'esistenzialismo e la vena desolata del suo approccio (con una già chiara attitudine pop, destinata a emergere nei lavori successivi), come l'autobiografica “School” e l'incendiaria “Blew”, già più vicine a territori grunge. Difficile non intravedere le sembianze dello stesso Cobain nel ragazzo anti-sociale di “Negative Creep”, mentre la tesa “Paper Cuts” è l'omaggio ai "padrini" Melvins.

Questi brani, insieme alla cover degli Shockin Blue “Love Buzz”, fissano subito i parametri del suono dei Nirvana. Un sound grezzo e spigoloso, che mescola il blues-rock sporco di Rolling Stones e Stooges con la potenza dell'hard-rock (dai Led Zeppelin agli Aerosmith) e con il fervore hardcore di Husker Du, Pixies e Melvins.

Ancorché acerbo e immaturo, “Bleach” risulta un lavoro di cruciale rilevanza per gli anni a venire. Pur nel loro convulso e un po' confuso rifarsi ai modelli del passato, i Nirvana contribuiscono a edificare una nuova tipologia di rock, che rispolvera a pieno titolo la forma-canzone tradizionale, puntando sull'essenzialità degli anni 60-70, a scapito di tutti gli artifici del decennio 80, dai synth (praticamente messi al bando) a tutte le forme di effettistica sulle chitarre.

Spirito adolescenziale

 La gestazione del difficult second album richiederà 17 mesi. Sarà complessa e travagliata, ma alla fine ogni tessera del mosaico andrà miracolosamente al suo posto. Alla batteria, dopo una serie di avvicendamenti (Dale Crover dei Melvins, Dan Peters dei Mudhoney) entra in pianta stabile Dave Grohl, già nel gruppo punk hardcore Scream. “In un paio di minuti capimmo che era il batterista giusto per noi”, racconterà Novoselic. Grazie all'intercessione della carismatica Kim Gordon, bassista dei Sonic Youth, e ai consigli della manager Susan Silver, i Nirvana compiono il grande salto, passando dall'etichetta indipendente Sub Pop a una major, la Geffen, costola del gruppo Interscope-Geffen-A&M a sua volta posseduto dall'Universal Music Group. Non un fatto così insolito, all’epoca, anche per una band in tutto e per tutto “alternativa”. Le grandi industrie discografiche, infatti, stavano fiutando le potenzialità commerciali del movimento grunge, come testimoniavano i precedenti di formazioni di Seattle quali Soundgarden e Alice in Chains, già sotto contratto rispettivamente con A&M e Columbia. “Il disco cruciale fu l'esordio degli Alice In Chains (“Facelift”, 1990) – spiegherà Arm - fece capire che c'era aria nuova, che si stava creando un'alternativa. I Nirvana si trovarono nel mezzo di tutto ciò e giocarono bene le loro carte, favoriti da una personalità iconica come quella di Kurt Cobain”.

Pur in pieno fervore creativo, tuttavia, il Cobain che entra ai Sound City Studios di Van Nuys (California) nel maggio-giugno 1991 per registrare “Nevermind” deve già fare i conti con quei demoni che in seguito ne divoreranno l’esistenza. Nella sua biografia del leader dei Nirvana datata 2001, “Heavier Than Heaven”, lo scrittore Charles R. Cross rivelerà che molte delle canzoni scritte per “Nevermind” riguardavano la problematica relazione sentimentale del cantante con Tobi Vail, la sua ragazza dell'epoca, batterista del gruppo riot grrrl Bikini Kill. Quando il loro rapporto finì, Cobain iniziò a scrivere e disegnare scenari pieni di violenza, molti dei quali rispecchiavano il suo odio per sé stesso e per gli altri. “Nei quattro mesi seguenti alla fine della loro relazione, Kurt scrisse una mezza dozzina delle sue canzoni più memorabili, tutte riguardanti Tobi Vail”, racconterà Cross. Ad esempio, “Drain You”, che inizia con la strofa: “One baby to another said I'm lucky to have met you”, frase che una volta la Vail aveva detto a Cobain, e continua con: “It is now my duty to completely drain you”, riferendosi al potere che la ragazza esercitava su di lui nelle dinamiche del loro rapporto.

Ma il dolore, in “Nevermind”, si trasforma miracolosamente in canzoni accattivanti, in grado di catturare il grande pubblico del nuovo decennio, affamato di rock dopo la sbornia elettropop degli anni 80. Non più grezze e spigolose come quelle dell’esordio, seppur ugualmente potenti, le tracce di “Nevermind” risentono della mano sapiente di Butch Vig, preferito a Jack Endino, il produttore del debutto. Ai membri del gruppo era particolarmente piaciuto il lavoro svolto con i Killdozer dal futuro deus ex machina dei Garbage: “Vogliamo che il nostro disco suoni pesante come il loro album”, gli fanno sapere, ribadendo con forza la loro scelta di affidarsi al guru indie dei celebri Smart Studios, al punto da preferirlo a nomi importanti come Scott Litt, David Briggs e Don Dixon. Il budget, stavolta, è di 65.000 dollari. Impossibile stabilire quanti in più ne frutterà il prodotto finale. Quel che è certo è che bastò a Vig per affinare il loro sound, accentuandone i contrasti e rifinendone gli arrangiamenti, laddove Endino – anche a causa dei limiti di budget – non aveva fatto altro che riprodurlo così come si manifestava in formato live.

Come in ogni bestseller che si rispetti, anche in "Nevermind" non manca il singolo trainante. Solo che in questo caso si tratta anche di una delle canzoni più iconiche e rappresentative dell’intero decennio. Non lo immaginavano certo, i Nirvana, quando strimpellavano i primi accordi di “Smells Like Teen Spirit”, anzi. Quando Cobain presenta il primo abbozzo del brano agli altri membri della band, ci sono soltanto il riff principale e la melodia vocale del ritornello, che Novoselic liquida rapidamente come "ridicola". Per tutta risposta, Cobain fa suonare al gruppo il riff per un'ora e mezzo. Una lunga session in cui Novoselic decide di rallentare il ritmo, iniziando a suonare la strofa mentre Dave Grohl lo accompagna con la batteria. Non a caso, il brano risulterà l'unico del disco ad accreditare tutti e tre i membri del gruppo come autori. Ma è possibile che anche Cobain non prendesse così sul serio “Smells Like Teen Spirit”. Altro che inno generazionale: quel titolo era il frutto di una notte di sbornie in compagnia della sua amica Kathleen Hanna, cantante delle Bikini Kill, che gli aveva imbrattato il muro di casa con la scritta a spray "Kurt smells like teen spirit" ("Kurt profuma di Teen Spirit"). Una frase scherzosa, riferita a un deodorante per adolescenti molto in voga all'epoca, il Teen Spirit, utilizzato anche dalla sua ragazza Tobi Vail. Non è dato sapere fino in fondo se Cobain avesse colto l’ironia dell’allusione, fatto sta che quel titolo gli sembrava perfetto per suggellare la lunga discussione avuta con Kathleen su anarchia e punk-rock. Secondo il critico Simon Reynolds, il brano sfrutta proprio l’ambiguità di senso di questo “spirito adolescenziale” che, da un lato rappresenta la voglia di ribellione giovanile, ma dall’altro è proprio quello che viene “imbottigliato” e venduto dal mercato per alimentare soltanto sé stesso. Ed è proprio da questa dicotomia che nasceranno tutte le paranoie e le frustrazioni del Cobain più adulto.

Quel che è certo è che nessuno intuiva come da quel semplice riff e da quel buffo titolo, rimbalzato da una notte di bagordi, potesse scaturire l’inno della Generazione X, quella che, stando al libro-cult di Douglas Coupland, faceva del disagio, dell’apatia e dell’inquietudine la sua bandiera, proprio come lo stesso Cobain. È altrettanto indiscutibile, però, che la canzone possieda un’energia primigenia e irresistibile. Quasi un urlo collettivo, disperato e trascinante, che nessuno potrà mai ignorare. Bastano quei quattro accordi appiccicosi, quelle chitarre ruggenti, quel lamento scorticato di parole nonsense, sorretto dalle rullate poderose di Grohl, e il gioco è fatto.

I Nirvana se ne rendono conto quando la eseguono dal vivo per la prima volta all’Ok Hotel di Seattle, il 17 aprile 1991: un’esplosione collettiva che manda in visibilio i presenti. Così Cobain e compagni scelgono proprio “Smells Like Teen Spirit” come prima traccia da suonare davanti a Butch Vig al momento di registrare il disco. Anche il produttore ne è entusiasta, suggerisce solo di sovraincidere la chitarra al momento del ritornello e per vincere le resistenze di un restio Cobain, gli ricorda che anche il suo idolo John Lennon era solito doppiare le sue parti vocali: “Sovraincidendo voci e chitarre, il suono sarebbe stato più potente”, garantisce l’uomo alla console.

Cobain diceva di averla composta cercando di fare una canzone dei Pixies, ma “Smells Like Teen Spirit” rappresenta in tutto e per tutto il manifesto del Nirvana-sound. Assai meno banale di quanto si possa pensare, con quel lancinante assolo di chitarra che rimarca la linea melodica del canto e quella peculiare struttura, nella quale i ritornelli anticipano le strofe (e non viceversa). E con un testo – all’apparenza una specie di mantra nonsense – che contiene però un nucleo amarissimo: "With the lights out it's less dangerous/ Here we are now, entertain us/ I feel stupid and contagious/ Here we are now, entertain us/ A mulatto/ An albino/ A mosquito/ My Libido”. Cobain pare quasi irridere il concetto stesso di rivolta giovanile, rivelando in quel “mi sento stupido e contagioso” tutto il disagio di chi iniziava a percepirsi come parte integrante di un ingranaggio che detestava, quello del music business (“Ora siamo qui, intratteneteci”) che lo avrebbe progressivamente fatto sentire sempre più “scisso” e inadeguato, fino a quel tragico epilogo del 5 aprile del 1994. Anche il fortunato videoclip diretto da Samuel Bayer, che irromperà in heavy rotation su Mtv e tutti i canali video-musicali, ribadirà l’idea di una parodia della rivolta giovanile che tramuta la rabbia adolescenziale nella consapevolezza di una diversità insuperabile.

Sarà proprio quel singolo-manifesto, scelto come traccia d’apertura, il propellente per l’esplosione del secondo album dei Nirvana nelle classifiche mondiali. Con gran sorpresa degli stessi vertici della Geffen, che non crederanno ai loro occhi l'11 gennaio 1992 quando “Nevermind” spodesterà “Dangerous” di Michael Jackson dalla vetta della Billboard 200. Un brano talmente iconico da divenire quasi indigesto allo stesso Cobain, che spesso lo escluderà dalle scalette live. Nulla potrà però fermarne l’avanzata nella storia del rock, suggellata dalla quinta posizione nella classifica delle migliori canzoni di sempre della rivista Rolling Stone. Tra le innumerevoli cover, va segnata senz’altro quella in versione languida e sensuale dell’ispiratissima Tori Amos dell’anno 1992.

I dolori del giovane Kurt

Un disco che inizia come un uragano, dunque, “Nevermind”. Ma il resto della storia non è meno avvincente di quel travolgente incipit. Un saggio di adrenalinico artigianato rock, reso immortale dall’ugola rauca e tremolante di Cobain. A partire da quella “In Bloom” che avrebbe dovuto essere il primo singolo tratto dal disco e ne diventò invece il quarto. Un power-pop immediato e orecchiabile, che parte su un giro di basso depresso, con le parole desolate di Cobain ("Sell the kids for food/ weather changes moods/ Spring is here again/ reproductive glands"). E poi l'assolo fulminante e il refrain melodico che si conficca nella mente, con un nuovo urlo primordiale di diretta derivazione garage-rock, nel solco di Iggy Pop & The Stooges. Si sarebbe dovuta intitolare “Knows Not What It Means”, come ripete ossessivamente Cobain alla fine del ritornello, e ha un significato tuttora incerto: può essere interpretata come un attacco ai maschilisti, a chi abusa degli altri, ma anche come una presa in giro dei fan casuali, che cantano in coro i ritornelli senza sapere di cosa parlino. E a giocare su questo rapporto contraddittorio con i fan è anche il suggestivo videoclip in bianco e nero in cui la band, inizialmente ingessata nei panni di un pop-group anni 60, finisce con lo scatenarsi devastando il palco e strappandosi i vestiti di dosso nello sconcerto generale.

Sul versante più adrenalinico, non mancano altri cavalli di battaglia. Come il quasi-hardcore di “Breed”, con il drumming forsennato di Grohl e un "wall of noise" (schitarrate, campionamenti, vocalizzi stratificati) a condurre un pogo irrefrenabile dal primo all’ultimo secondo. E come soprattutto l’incendiaria “Lithium”, la canzone che mise a dura prova le corde vocali di Cobain - costringendolo a uno stop nelle prime registrazioni - ma anche il batterista, per via di quel ritmo troppo accelerato che Vig propose a Grohl di correggere attraverso l’uso del click (un metronomo che aiuta a tenere il tempo) in cuffia. A far da contrappunto alla carica dirompente del sound e all'apparentemente scanzonato “Yeah, yeah” del ritornello, è un testo drammatico, che narra la storia di un ragazzo depresso per la morte della compagna, che si rifugia nella religione per non abbandonarsi al suicidio (con più di uno spunto autobiografico ispirato a Cobain dalla rottura con Tobi Vail).
Trasudano furore e rabbia anche episodi del disco, come “Drain You”, tra dissonanze alla Sonic Youth e riferimenti autobiografici alla solita Tobi; “Territorial Pissings”, che inizia parodiando una canzone hippie degli anni 60 (“Get Together”) per poi esplodere in un altro terrificante urlo; il power-pop di “Lounge Act” con un Novoselic in stato di grazia; l’assalto punk di “Stay Away” con Grohl in cattedra e un verso definitivo come “Rather be dead than cool” (“Preferirei essere morto piuttosto che figo”) che in fondo riassume in cinque parole l’essenza dell’intero movimento grunge.

Ma il dolore non è solo rabbia. A ricordarcelo è “Come As You Are”, ballata malinconica e depressa, con quel giro di basso di Novoselic diventato ormai leggenda e la chitarra in flanger che reitera una melodia pericolosamente simile a quella di “Eighties” dei Killing Joke (ma la temuta causa da parte di Jaz Coleman e compagni non arriverà mai). La mania di Cobain di accordare gli strumenti mezzo tono sotto la scala normale trova qui un senso logico, facendo suonare il brano straniante come non mai, mentre il verso “I don’t have a gun”, che voleva esprimere soltanto intenzioni pacifiche, assumerà un ben più triste significato dopo il suicidio di Cobain.

A rilassare l’ascoltatore dai muri di suono precedenti è anche “Polly”, che però fin dai primi versi svela la sua anima torbida e straziata: la protagonista è infatti la quattordicenne rapita dopo un concerto punk dal pedofilo Gerald Arthur Friend, il quale la violentò e torturò per due giorni, fino a quando la ragazzina riuscì fuggire e il criminale venne arrestato. Un fatto di cronaca che Cobain decide di raccontare dal punto di vista del carnefice, scatenando polemiche e accuse assortite. I Nirvana si dovranno perfino difendere in tribunale, sostenendo che “Polly” (originariamente “Hitchhiker”, poi “Cracker”) era solo un brano di denuncia contro la violenza. Scarna e acustica fin dal principio, diverrà uno dei momenti centrali della storica esibizione della band agli Mtv Unplugged newyorkesi del 1994, con un approccio quasi da crooning che Cobain ribadirà poi esplicitamente nello struggente omaggio al bluesman Leadbelly di “Where Did You Sleep Last Night?”.

In questo filone acustico s’insinua anche il bisbiglio desolato di “Something In The Way”, in cui Cobain narra i giorni che ha passato sotto il ponte di Young Street, nei pressi del fiume Wishkah ad Aberdeen, cacciato di casa e in preda a uno sconforto inimmaginabile: “Underneath the bridge/ The tarp has sprung a leak/ And the animals I've trapped/ Have all become my pets/ And I'm living off of grass/ And the drippings from the ceiling/ But it's ok to eat fish/ Cause they haven't any feelings/ Something in the way” (“Al di sotto del ponte/ Il pesce ha mollato una pisciata/ E gli animali che ho catturato/ Sono diventati tutti miei animali domestici/ E non continuo a vivere d'erba/ E lo sgocciolio dal cielo/ Va bene mangiare pesce/ Perché loro non hanno sentimenti/ Qualcosa nella strada”). Anche se Novoselic avrà modo di mettere in dubbio la veridicità di quegli eventi, sottolineando che “Kurt aveva voluto un po’ esagerare”, resta l’indubbio fascino di questa scarna ballata acustica, che vede la collaborazione di Kirk Canning al violoncello e troverà anch’essa la sua sublimazione nella versione contenuta nell’album “Mtv Unplugged In New York” del 1994.

Dopo 10 minuti di silenzio, chiude il sipario la ghost-track. Una registrazione di chitarre dilaniate e annientate in studio, con distorsioni tremende e urla selvagge: “Endless, Nameless”. Rabbia allo stato puro.

Si chiude così “Nevermind”, l’album reso immortale anche dall’iconica foto di copertina di Kirk Weddle, che ritrae un bambino di 4 mesi (Spencer Elden), nudo in una piscina di Pasadena (California), mentre sembra inseguire una banconota da un dollaro appesa a un amo (elementi aggiunti in post-produzione). I genitori del piccolo ricevettero un compenso di 150/200 dollari. Il gruppo regalò poi al ragazzo il disco di platino dell'album in segno di riconoscenza. Nel 2006 Elden racconterà a Nme di essere felice di aver fatto parte dell'album e di essersi tatuato la scritta “Nevermind”, mentre due anni dopo si offrirà per rifare la foto dell'album, questa volta in bermuda, nella stessa piscina di allora. Peccato che, in occasione del trentesimo anniversario della pubblicazione dell'album, proprio quando verrà dato alle stampe un box celebrativo, Elden cambierà idea intentando una surreale causa da 150mila dollari di danni contro le persone coinvolte nella realizzazione della copertina, per via del suo presunto “contenuto pedopornografico” e dello “sfruttamento sessuale” della sua immagine. In tribunale, per ora, ha avuto torto, ma Elden non sembra deciso a fermarsi, in questa imprevedibile quanto sconcertante coda giudiziaria.

Martire del rock

“Abbiamo avuto più fortuna perché scriviamo canzoni orecchiabili e la gente le ricorda”, raccontava con ironia Kurt Cobain al suo biografo Michael Azerrad. Eppure, con “Nevermind” il biondo angelo dannato di Seattle pensava di essersi spinto troppo in là. Non l’aveva convinto la scelta del discografico Gary Gersh di affidarsi ad Andy Wallace (già produttore per gli Slayer) in fase di missaggio, per accentuare dinamica e profondità del sound, smussandone qualche angolo. In generale, Cobain si dichiarerà insoddisfatto del suono "troppo pulito" dell'album, arrivando anche a dire di "sentirsi imbarazzato" dalla produzione di Vig, più simile (secondo lui) a quella di un disco dei Mötley Crüe che a quella di un disco punk-rock. Ma proprio quell’equilibrio contribuirà alla magia di “Nevermind”. Un disco insieme dissonante e radiofonico, capace di mescolare con le giuste proporzioni furore e melodia, asprezza del suono e nitidezza degli arrangiamenti. Del resto, a rendere unici i Nirvana resterà proprio l’abilità nel saper associare al sarcasmo nichilista del punk un talento melodico sconosciuto a gran parte delle formazioni della galassia Seattle. E poi c’è quel suono della chitarra di Cobain che, secondo la rivista Guitar World, aveva “stabilito il tono di tutta la musica rock degli anni Novanta”.

Pubblicato negli Stati Uniti il 24 settembre 1991, “Nevermind” venderà oltre 30 milioni di copie (contro le 30mila dell'esordio) diventando uno dei maggiori successi discografici del decennio, ma senza alienare ai Nirvana le simpatie delle frange più oltranziste del loro pubblico. Cobain e compagni avranno modo comunque di ritrovare le radici grezze e sudice degli esordi nel successivo “In Utero” chiamando in cabina di regia Steve Albini, il profeta del suono duro e puro: sarà il loro vero – e agghiacciante - testamento musicale. “I Hate Myself And I Want To Die”, voleva intitolarlo Kurt, che aveva già deciso di farla finita.

Non sarà sufficiente neanche l’endorsement di Bob Dylan, che lo proclamerà “portavoce di una generazione”. Cobain non aveva mai nascosto il disagio per quello che era diventato: “Prima suonare era un’avventura, adesso è un circo che mi annoia”, aveva raccontato agli amici. Incapace di gestire l’enorme successo che ne aveva fatto una star da copertina, un’immagine da t-shirt, sfibrato dalle droghe e dalla relazione altrettanto “tossica” con la moglie Courtney Love, il cantante dei Nirvana si congederà dal mondo con un colpo di fucile, nella sua casa sul lago Washington, a Seattle, il 5 aprile del 1994, andandosi ad aggiungere a quel sinistro “Club 27” delle vite bruciate del rock, in compagnia di Jimi Hendrix, Jim Morrison, Janis Joplin (dopo di lui, toccherà ad Amy Winehouse). Da angelo maledetto a martire del rock: una parabola non certo inedita, ma che trafisse il cuore a una generazione. Una fine terribile e per molti addirittura inaccettabile. Al punto da provocare anche una sequela di improbabili teorie complottiste, tutte prontamente confutate dall’autopsia.

Abbattutosi come un ciclone sulla placida Seattle, dopo la sbornia iniziale, il grunge lascerà una lunga scia di altre morti precoci, come quelle di Andrew Wood, leader dei Mother Love Bone, tra i fondatori del movimento, di Layne Staley, vocalist degli Alice in Chains, di Scott Weiland, voce degli Stone Temple Pilots, di Mike Starr, bassista degli Alice in Chains, e infine di Chris Cornell, indimenticato cantante dei Soundgarden. Resta comunque la certezza che Kurt Cobain abbia incarnato il vero eroe di Seattle, in grado da solo di trainare un’intera scena musicale. “Senza di lui il grunge non avrebbe avuto nemmeno un decimo dell’immensa popolarità conquistata tra il 1992 e il 1995 – sottolinea Eddy Cilia nella sua Guida – Orbo del musicista che l’aveva reso popolare e handicappato dai suoi evidenti limiti espressivi, il grunge ha progressivamente lasciato il centro della ribalta”. Dove nuovi fenomeni e nuove griffe di marketing musicale erano già pronti a contendersi la scena.

“It’s better to burn out than to fade away“, “è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”, fu il tragico epitaffio di Cobain, ispirato a un celebre verso di Neil Young (da “Hey Hey, My My”). Con lui andò in fumo il sogno di un’epoca intera.

(Tratto dal volume "1991" della collana editoriale "The Past")

Fonte

06/05/2014

24/09/91 - 24/09/11: NEVERMIND


24 settembre 1991, l'etichetta americana Geffen Records pubblica Nevermind dei Nirvana, una delle pietra miliari della storia della musica rock, un disco che ha segnato un decennio, gli anni '90, ed almeno un paio di generazioni di musicisti e non, scuotendone l'immaginario fin dalla celebre copertina, con un neonato (Spencer Elden all'età di 4 mesi fotografato in una piscina della California) che galleggia sott'acqua davanti ad una banconota da un dollaro attaccata ad un amo. In occasione del ventennale dall'uscita Senza Soste vuole omaggiare e ricordare Nevermind con uno speciale articolo (che rimarrà aperto ed aggiornabile con ulteriori contributi) composto da vari interventi di ragazzi e ragazze livornesi, musicisti e semplici appassionati, ai quali abbiamo chiesto liberi contributi: dalla recensione al ricordo personale. La risposta è stata ottima e per questo ringraziamo tutti e tutte per aver accettato con entusiasmo e partecipazione il nostro invito. Perchè la memoria è sempre un ingranaggio collettivo, anche quando si tratta “solo” di musica. (red.)


Premessa: Nevermind è senza dubbio l'album più importante degli anni '90. Ed è anche uno dei più bei dischi del periodo (periodo che arriva fino a oggi). Probabilmente non il più bello (credo che per quello occorra andare in Irlanda, stesso periodo: non gli U2, ovvio.), ma quello che più di ogni altro ha modificato sia il mondo della musica mainstream che il modo di viverla di generazioni. Più di tutti gli altri dischi degli stessi Nirvana (che sono migliori, per irruenza, complessità è inevitabile disperazione), più dei lavori delle altre band di Seattle del periodo. Dischi e band che possono anche piacere di più e che, molte volte, sono formalmente migliori. Ma questa è una questione per esteti che leggono la musica solo come arte e non come storia.

Purtroppo per me e per molti altri della mia generazione la prima volta con Nevermind non fu il massimo. Il periodo delle medie è troppo presto per essere sconvolti dal male di vivere e dall'inadeguatezza: si vogliono, allo stesso tempo, sicurezza e stordimento, ricerca del futuro e una posizione nel piccolo mondo che ci circonda. Non è possibile capire che la posizione che ci spetta è niente: la vita è una merda, poi muori.
A quei tempi, insieme coi miei compagni, eravamo in avanscoperta nel mondo della musica, alla ricerca di quello che potesse essere il nostro gruppo preferito: era necessario per sopravvivere. Dopo vaghi tentativi con gli U2 (saputelli anche a 12 anni), gli Aerosmith (la droga era un'idea che non ci sfiorava ancora), gli onnipresenti Queen (l'ambiguità e il gioco delle parti erano incomprensibili per dei ragazzini), la scelta era ricaduta sui tamarrissimi Guns'n'Roses, esteticamente potenti e musicalmente facili e tamarri. Senza compromessi ma, allo stesso tempo rassicuranti. E' evidente che, con quelle scelte, l'avvento in heavy rotation del video di Smell Like Teen Spirit passò quantomeno in secondo piano. Ovviamente non si rimase indifferenti: il video era angosciante e (ma lo capimmo dopo) perfetto, l'impatto musicale devastante e la voce di Cobain quella di chi ti sta raccontando tutto il male del crescere. Ma noi non stavamo ancora crescendo e, quindi, passammo oltre.
Anche in seguito Nevermind rimase in disparte: quando presi coscienza della musica e di cosa significava erano altre le scelte da poter fare: c'era chi ti sputava in faccia la rabbia e rispondeva alla disperazione metropolitana in maniera chiara e semplice (Unsane, Therapy?, Helmet) o chi rispondeva al male di vivere (che ci nasceva dentro per questioni d'età) con nichilismo wagneriano (il black metal di Mayhem, Dartkthrone).
Solo ad un certo punto sono stato (siamo, perché Nevermind è il disco che ha segnato tutti quelli che oggi hanno intorno ai 30 anni: non credo che i più grandi l'abbiano trovato così sconvolgente, avendo vissuto in prima persona tutti i movimenti musicali più importanti di sempre) in grado di capire quel disco e di innamorarmici in maniera sconsiderata. Solo quando ho capito che raccontava di noi, della vita nella periferia del tutto, e che l'unica risposta era urlare la rabbia che uno ha dentro. Senza speranza, perché quella viene dopo, quando si acquista la consapevolezza dell'esistere nel mondo e si trova la propria posizione. Anche per questo Cobain, con estrema coerenza, ci ha lasciato prima di trovarla. Ed è sempre per questo che continua ad influenzare orde di ragazzini che si sentono lui.
Questo è un fenomeno potentissimo: in questi 20 anni sono usciti dischi meravigliosi, ed è possibile, in un attimo, scoprire i 100 anni precedenti, pieni di cose incredibili. Ma niente influenza e sconvolge come Nevermind e i Nirvana. E' per l'empatia immediata che si crea con chi ha perso e che, comunque, ti fa nascer il germe del voler lottare, nonostante tutto.

death with violence / excitement right here

Luis Vega (1981)


Era una mattina come tante altre indaffarato davanti al computer a seguir navi in giro per i mari di tutto il mondo, quando su Skype mi arriva un messaggio del mio amico Paolo che mi chiede se mi andasse di scrivere qualcosa visto che di lì a qualche giorno sarebbe stato il ventennale dell’uscita di Nevermind. Subito ma dico subito un brivido mi assale dai piedi sino la testa e scuote quella parte di mente che sembrava addormentata, come se appartenuta a qualcun'altro... ed invece no erano proprio i miei ricordi, miei e di tanta altra gente che in quei giorni del lontano 1991 si stavano preparando ad un cambiamento, una rivoluzione.

In verità la rivoluzione era nell’aria perchè i Nirvana non erano nati il giorno prima e neanche a Seattle si stava con le mani in mano anzi in quella città vi era un movimento di musica underground e molto settoriale che aveva portato noi ragazzi di Livorno ad abbracciare una certa filosofia di vita che ci faceva vivere ogni giorno come se fossimo parte di una citta succursale di Seattle, eravamo anche noi immaginari membri della SUB POP.
La SUB POP era un etichetta di Seattle che annoverava tra i suoi gruppi nomi come Melvins, Mudhoney, SeaWeed, TAD e molti altri, fu anche produttrice del primo album dei Nirvana, Bleach (1989), poi passati alla Geffen records. Al di sopra di tutti per noi c’erano i Sonic Youth i padri del Grunge, ricordo le trasferte per andare avedere i loro concerti, ci portavamo sempre una chitarra con noi e prima del loro concerto buttati sotto l’ombra di un qualche albero anche noi facevamo la nostra parte quasi a dire ragazzi se oggi non avete voglia suoniamo noi al posto vostro, tant'è che un giorno uno di noi riuscì a passare la sicurezza e presentarsi davanti a Truston More con la chitarra. 

Nevermind è considerato da molti critici come l’ago della bilancia tra quello che poteva essere un rimasuglio di punk inizio anni '90 e l’inizio di una nuova era musicale, il Grunge è quello lì appartenuto a Seattle and bands e fatto conoscere al mondo dopo il '91: a venti anni di distanza siamo adesso in grado di dire si, Nevermind cambiò il modo di fare musica. Dopo l’uscita dell’album i Nirvana vennero consacrati al mondo dei media, alla vita da vere rockstar insomma finirono per diventare I Nirvana che tutti bene o male conosciamo. Ebbero quel successo tale in grado di schiacciare il loro frontman, un ragazzo di periferia che neanche poteva immaginare l’impatto che avrebbe avuto su milioni di giovani.
Venti lunghi anni sono passati da quel giorno, ma loro i Nirvana sono sempre lì lo dimostra il fatto che ancora oggi adolescenti girano con maglie dei Nirvana e la radio continua a passare la loro musica. I Nirvana non moriranno mai e adesso penso proprio che mi metterò su le cuffie e via con “Smell like teen spirit” fino a spaccarmi i timpani. Grazie Paolo.

Marco Braccini (1977)


24/09/91: data emblematica per tutti coloro che hanno un minimo a cuore la musica contemporanea. Si contemporanea perché nella scala delle epopee socio/cultural/musicali, questa è l’unica continuità dopo Elvis, i Beatles, la west-coast americana 60-70, il british rock e il punk. Ci sono album che segnano un’epoca come Sgt. Pepper dei Beatles negli anni 60 per esempio, che, al di là dei gusti musicali ti fanno riflettere e capire la differenza tra un ottimo album e un capolavoro; lo capisci quando ti rendi conto dell’impatto del disco sulla gente. Non è un discorso di vendite (Velvet Underground docet) o di nome importante ma di scossa socio-culturale, un disco che ti fa pensare e che ti sconvolge per il messaggio cosi nitido nonostante la possibile incomprensione gergale, linguistica, la smania martellante e graffiante del messaggio musicale.

Nel ' 91 ero un diciannovenne non troppo amante del genere, ma consapevole che quella data avrebbe contribuito al proseguo della storia che conta. E’ questo quello che sorprende un qualsiasi diciannovenne americano, europeo o asiatico che sia, non è musica che ascolti tutti i giorni ma riesce a scuoterti e a farti pensare, è questo un grande album anzi un masterpiece come dicono i più dotti. “Nevermind” dei Nirvana è l’album-manifesto di una generazione. L’inno al grunge, come qualcuno dice, lo stendardo della Seattle invasion, il sequel moderno del punk come altri dicono, il disagio giovanile americano, l’urlo “no future” per la cultura dozzinale, superficiale e lavorativa stelle e strisce. Registrato negli assolati studi californiani Sound City, distribuiti dalla Geffen Records (etichetta dei Sonic Youth tra gli altri), secondo album in studio per Kurt Cobain, Chris Novoselic e il giovane batterista David Grohl schizzò subito alla vetta delle charts superando nelle vendite anche Dangerous di un certo Michael Jackson. L’album fu accolto con ovazione da parte del popolo grunge ma non solo, lo spiega il fatto che vendette qualcosa come più di 25 milioni di copie.

La voce graffiante e dolce del fragile Kurt, il martello compressore di Chris, la foga e la patta impressionante di Dave fanno si che Nevermind suoni come un disco dal vivo anche se album registrato in studio; pezzi ormai divenuti classici come Smells Like Teen Spirit, Lithium, Polly, Come As You Are fanno da cornice alla carriera dei Nirvana di allora e del futuro, lasciando marcato e indelebile il messaggio del disagio dell’epoca con la morte di Kurt nel ‘94.

Andrea “Ciro” Ferraro (1972)


Io sinceramente non sono stata una fan accanita del trio di Seattle, ma sicuramente adesso se guardo al passato non posso che dire di averli amati e di riconoscerli comunque come pilastri della mia cultura musicale e di quella della mia generazione. Non potendomi definire un esperta di musica non mi voglio lanciare in una disquisizione sul grunge degli anni novanta quanto stimolare una riflessione su cosa i Nirvana sono stati per la mia generazione attraverso la mia esperienza e sui motivi che a mio avviso ne hanno determinato un così prorompente successo nonostante la loro (prematura?) scomparsa.

La forza dei Nirvana, o almeno la loro forza ai miei occhi, non era quella musicale, non stava nelle note, ma nella rabbia e nella disperazione della voce e della figura di Kurt Cobain, di questo giovane che nonostante fosse all'apice del suo successo, nonostante una bellezza abbagliante si sentiva un ultimo, un disadattato, e lo urlava al mondo in maniera disarmante. Per la prima volta qualcuno portava sulla scena musicale internazionale il dolore e la noia di vivere, tipica della adolescenza che stavo vivendo, ma anche sintomo di una generazione, quella degli anni novanta, che si trovava a vivere un mondo in cambiamento che andava sempre più verso la massificazione e la globalizzazione, la precarietà lavorativa dovuta alla recessione economica e si trovava sprofondata in una condizione di apatia e di pessimismo per un futuro che già gli avevano rubato.

Valeria (1978)


Nevermind dette una scossa alla scena musicale, molto ruvido nelle sonorità potente semplice nella struttura delle canzoni ma efficace. Oltre l'aspetto musicale che è una questione puramente personale se piace o meno, ebbe comunque il merito di aprire una finestra sulla scena alternative facendone aumentare la sua popolarità. I demeriti sono quelli della creazione dello stereotipo rocksatr depressa dannata e drogata che focalizzava l'attenzione sull'antieroe Kurt Cobain, creata ad arte dai manager per aumentare l'attenzione mediatica e quindi le vendite a mio giudizio, mentre metteva in secondo piano l'aspetto musicale della band stessa.

Roberto (1976)


“Io devo assolutamente imparare a suonare la chitarra”. Queste furono le mie parole, all’età di tredici anni, dopo aver ascoltato appena trenta secondi di “Come As You Are” nella versione Unplugged. Fu una folgorazione, un innamoramento totale, un po’ come la visione della luce che si narra negli scritti biblici. Ricordo quel giorno come fosse ora e lo custodisco nel cuore come uno scrigno: una mattina di scuola, in terza media, la mia “carissima” compagna di banco mi fece ascoltare questo gruppo di cui già avevo sentito parlare ma che assolutamente non conoscevo. Il pomeriggio stesso andai in un negozio di dischi e mi comprai la musicassetta dell’Unplugged in New York e, nel giro di una settimana, avevo tutti i dischi originali. Ecco, da quel giorno, la mia vita non è più stata la stessa. Se adesso suono, mi occupo di musica, vivo di musica ed ho “costruito” la mia personalità e un certo tipo di pensiero lo devo sicuramente a Cobain e soci. Gran parte della mia adolescenza l’ho trascorsa ad ascoltare ed onorare in modo religioso i loro album, imparando le canzoni, i testi e gli accordi e divenendo, con un effetto di immediata catarsi, il mio punto di riferimento per gli anni a venire.

“Nevermind” non è mai stato il mio album preferito dei Nirvana. E’ sicuramente quello che più mi ha fatto sognare e sentire vicino al turbolento e angoscioso spirito di Kurt Cobain, forse per la maniera in cui è stato concepito, forse per la sua malinconia e lungimiranza, forse per la sua perfetta unione di punk e melodie pop. Chissà, l’unica cosa di cui sono certo è che “Nevermind” è un disco immortale, che contiene canzoni bellissime (una su tutte “On A Plain”, probabilmente il mio brano preferito della band ma anche “Drain You”), che a distanza di anni ti emozionano e ti rapiscono l’anima, più “invecchiano” e più ti accorgi di quanto siano degli incredibili capolavori. Probabilmente è uno dei pochi album della “History of Rock’n’Roll” che ancora vende decine di migliaia di copie all’anno, che ancora affascina i giovani che per la prima volta si affacciano alla musica, quella vera, col cuore, fatta di una semplicità disarmante. Quando, anche oggi, mi capita di ascoltare i Nirvana difficilmente metto su “Nevermind”; gli preferisco di gran lunga “In Utero” o “Bleach”, se proprio voglio sentirmi giovane in eterno. Ma, per questo storico ventennale, credo che renderò di nuovo grazie, lode e gloria a questa band che con tre accordi e liriche straordinarie ha rivoluzionato la mia vita e quella di milioni di altri ragazzi.

Grazie Kurt, grazie Chris, grazie Dave. Ancora una volta possiamo fermare il mondo, per 42 minuti e 38 secondi.

Gabriele Centelli (1988)


È strano... pochi minuti prima di mezzanotte e scopro che è il ventennale di Nevermind, proprio all'ultimo. È strano perché anche vent'anni fa Nevermind l'ho scoperto all'ultimo, quando era già uscito da un bel pò e già il mondo spasimava per il nuovo album dei Nirvana.
Il ricordo che mi salta subito alla mente è abbastanza egoistico: quello delle pogate devastanti che partivano e che andavo a cercare appena le casse sparavano le pennate stoppate dell'inizio di smell like teen spirit, gli anni della mitica cava (…più o meno… non mi ricordo bene).

Sarò onesto, ho letto i commenti già inseriti e… devo dire che sul momento io non vivevo quell’evento già come il mito che è diventato dopo la morte di Cobain. Per quello che mi ricordo in quei mesi la maggior parte della gente lo viveva più come un album molto potente ma non così alto. Non so se era perché io ancora non lo conoscevo, ma mi sembra che anche il termine o definizione di “grunge” non fosse così presente. Dal mio punto di vista, era un album che vivevo per me. Era una concessione, era una via legittimata e comunemente accettata per poter urlare. Erano le canzoni che mi permettevano di avere un senso di reale libertà nelle discoteche rock. In quei momenti, nel buio tra i giochi di luce e la gente, potevo finalmente sentirmi sparito. In mezzo alla gente se io ci fossi stato o no… non sarebbe cambiato niente, nessuno avrebbe notato la differenza. Solo in quella sensazione di non esistere sentivo la sconfinata libertà di poter fare qualsiasi cosa… perché nessuno avrebbe notato la differenza. Ecco, questo è quello che mi richiama alla mente Nevermind. Ed è un grande e bellissimo ricordo. Ripensandoci adesso gli sono grato perché dopo è successo veramente di rado.
Io quindi non ho vissuto subito questo album in maniera così epocale, anche perché ero preso dell’inconsapevole prosperità musicale di quegli anni. Era una continua scoperta di gruppi belli esagerati, comunque potenti e impetuosi, in alcuni casi anche con molta più tecnica (sono gli anni anche dell’hard blues dei Marshall a manetta!!).

Da un punto di vista di popolarità Nevermind ha sicuramente rappresentato una della punte più alte dell’iceberg “anni ‘90”. Io mi sono velocemente immerso in quell’iceberg, fatto di Temple of the dog, Soundgarden, Pearl Jam, Alice in Chains, Blind Melon e molti altri gruppi… un’esplosione musicale che oggi mi verrebbe da paragonare agli anni ’70. Un’esplosione musicale che oggi mi manca molto. Negli ultimi anni ho ripensato spesso a Nevermind: spero che ne arrivi presto un altro che mi faccia scoprire un nuovo iceberg.

Alessio Franchini (1976)


Quando uscì Nevermind per me i Nirvana non furono una vera e propria sorpresa. "Bleach" aveva già girato parecchio sul mio piatto e la buona qualità del gruppo  traspariva dai solchi di un disco un pò acerbo ma  zeppo di idee e fortemente caratterizzato da uno voce spezzata e che raccontava il disagio giovanile senza distacco e con passione. Mai però avrei pensato che Cobain ed i suoi potessero raggiungere un successo così immenso e che da loro potesse nascere la moda che più ha caratterizzato gli anni '90, ovvero la cultura grunge.
In ogni caso non appena vidi il video di "Smells Like Teen Spirit" capii che il momento era quello giusto. La canzone era perfetta ed il video - girato da Samuel Bayer - funzionava a dovere per degli adolescenti sballottati in un mondo svuotato di ogni speranza. La messa in scena era adeguata alla nuova visione di un college rock che pur essendo legato al passato staccava con l'allegria che lo stesso solitamente esprimeva.
Anche il secondo "estratto" da Nevermind, "Come As You Are", poteva vantare un video di spessore oltre che un ritornello orecchiabile e che virava verso sonorità post-punk. Bisogna pero' sottolineare che il riff portante del pezzo è un vero plagio da "Eighties" dei Killing Joke - i quali rinunciarono  dopo il suicidio di Cobain ad ogni risarcimento - e che in tutta la canzone l'ombra del grande gruppo di Coleman è pesante. Ciò non toglie comunque troppa qualità ad un pezzo significativo e con un testo davvero notevole.
"In bloom" usci' come terzo singolo quando ormai il gruppo aveva sfondato a livello planetario. Notevole qui il videoclip che mostrava una falsa esibizione televisiva dei Nirvana ambientata in un fittizio show tv in bianco e nero - in stile Beatles periodo ragazzine urlanti.
"Lithium" fu l'ultimo singolo estrapolato da Nevermind ed anche in questo caso fu accompagnato da un video ben fatto e che mostrava la forza che la band esprimeva sul palco.
Insomma al netto di ogni speculazione e di ogni critica - ammetto di aver sempre avuto poca simpatia per i fan in genere e quelli dei Nirvana mi sono sembrati ancora più "chiusi"  così da farmi mal sopportare anche i Nirvana stessi - il gruppo di Cobain è stato l'ultimo che ha dato lustro al classico concetto del rock - basso, chitarra, batteria - e con NEVERMIND ha lasciato un testamento davvero ottimo, che seppur debitore dei classici - dall'hard-rock seventies passando per la wave attraverso il punk e spruzzando il tutto con l'indie-pop - a vent'anni di distanza dalla sua uscita riesce ad essere alla fine di ogni discorso anch'esso un classico.

Federico (1973)


Un disco che è stato trasformato anche in un'emblema di una generazione. "Nevermind" non è soltanto quel fenomeno commerciale che ha fatto esplodere la scena del rock alternativo. Per molti di noi, oramai svezzati dai Living Colour e Jane's Addiction (assieme a molti altri), fu una specie di manifesto emotivo, una sorta di catapulta in cui la nostra alterità, che mimava quella dei nostri coetanei statunitensi, veniva lanciata verso l'alto. Forse troppo in alto. Entro poco tempo ci sentimmo scippati di una sorta di esclusività che fino a poco prima ci illudevamo di detenere. Vedevamo i nostri gruppi preferiti "brutalizzati" dai giornalacci finto-specializzati che solo l'anno prima ignoravano l'esistenza di una città come Seattle. Ma tant'è, a farne le spese non fummo sicuramente noi ma proprio l'icona di quello che venne battezzato come Grunge, Kurt Cobain.

Dopo tutti questi anni possiamo serenamente constatare quanto i Nirvana fossero molto sopravvalutati dal punto di vista musicale, ma sicuramente l'impatto che ebbero sull'immaginario adolescenziale del periodo fu notevole. Attraverso una grande dote cantautoriale, Cobain sapeva condensare le proprie influenze musicali, che andavano dai Pixies fino a i Beatles passando dai Wipers e dai Killing Joke, in brevi canzoni a loro modo perfette, in bilico tra l'orecchiabilità pop e l'irruenza punk.
Oggi, a venti anni esatti dall'uscita di "Nevermind", la Geffen decide di ristampare l'album in diverse edizioni deluxe. Pur facendo emergere materiale interessante e qualche piccola gemma, l'operazione risulta palesemente commerciale e la casa discografica non manca di utilizzare anche biechi mezzucci per attirare l'attenzione su di se, come la pubblicazione dei mix effettuati da Butch Vig e pubblicizzati come meno puliti e commerciali di quelli che conosciamo tutti (se mai vi capitasse l'occasione di fare un ascolto comparato vi renderete conto che forse le cose non stanno esattamente così), come se l'album si possa finalmente apprezzare così come lo voleva Cobain, cosa che non sembra affatto vera. Ad ogni modo "Nevermind" sembra reggere la prova del tempo. Buon riascolto. 

Aldo De Sanctis (1974)


“Dal primo all’ultimo ascolto.”
Nevermind è il disco più importante. Potrei dire “per tutti” o “di tutti” ma mi limito a dire “per me”.

Mi capita di pensare in maniera semplicistica che la magia arrivi in un luogo e decida che le cose debbano andare in una certa maniera. Chiaramente non credo che ci sia di mezzo soltanto il caso o la fortuna, ma una serie di fatti che si sono incontrati e incastrati nel momento giusto e al posto giusto. Non sempre però è così facile far collimare le giuste vibrazioni. Basta leggere una qualsiasi  biografia sui Nirvana per capire quanto poco sarebbe bastato per far svanire tutto in una bolla di sapone.
Dalla prima bozza di registrazione col produttore Butch Vig ed il vecchio batterista Chad Channing, all’annullamento delle sessioni per la totale perdita di voce di Kurt e quindi spostate a data da destinarsi. Questa pausa, apparentemente negativa se non distruttiva per quanto concerne l’esito del progetto in realtà consentì alle cose di andare al proprio posto. Trovare un’etichetta di maggior prestigio e con più risorse interessata al progetto, terminare la scrittura di un numero maggiore di canzoni e soprattutto il cambio di batterista. Dave Grohl, tanto giovane, quanto tempestoso, preciso e martellante nella sua maniera di suonare. Per me. Senza mezze parole,  l’elemento che ha fatto quadrare il cerchio, probabilmente il personaggio più importante ai fini di Nevermind.
Lo ascolto ancora spesso e mi capita di provare, a distanza di anni, le solite emozioni nei soliti punti; sulla rullata introduttiva di Territorial Pissing, o sul passaggio di tom-timpano che introduce il ritornello di Breed, o l’esigenza di alzare il volume per entrare dentro a Something in the way, roba che se ci penso mi fa venire i brividi, adesso.
Poi capita di pensare che un uomo come Kurt Cobain, che tutto era fuorché un chitarrista tecnico, riesca a fare un solo di chitarra, nella sua lingua selvaggia e spartana che ti lascia di stucco, e questa cosa, la capisco adesso e non allora. Sono dovuto crescere. Ai tempi pensavo banalmente che la scarsa tecnica di Kurt fosse solo un punto a sfavore. Ero piccolo. Ascoltatevi il solo di In bloom. Oppure uno come Krist Novoselic, un bassista sicuramente limitato, ma in questo disco così coinvolgente e sempre puntuale nei propri “giri”.
Caratterizzato tecnicamente da un sound pieno e grintoso, Nevermind rimane nella storia dei Nirvana il disco tutto sommato più pop, dalle sonorità più accattivanti. Impossibile rimanere fermi di fronte all’efficacia dei pattern ritmici di Krist e Dave o alle chitarre debordanti di Kurt. Per non parlare delle parti vocali, la schiettezza, la semplicità, che erroneamente fa scivolare il giudizio sul termine “cura maniacale”, o almeno questo è quello che viene da pensare quando non riesci ad immaginarti una parola detta ed espressa in una maniera anche solo un poco differente rispetto a come è stata eseguita.

Non c’è troppo da girarci intorno. È un album che mi ha preso e portato sotto l’aspetto mentale da un’altra parte, alla tenera età di 13-14 anni. Sotto un punta di vista, più fisico e concreto, invece ha preso un basso, una tracolla e me li ha incollati addosso. Capii che esisteva una fetta di musica nuova per le mie acerbe orecchie. Un qualcosa che valeva la pena di essere provato sulla propria pelle e che forse potevo essere in grado di riprodurre io stesso o almeno di avvicinarmici. Col tempo ho in realtà capito che quella musica mi sembrava nuova perché lo era a prescindere dall’esperienza di un ascoltatore. E che mi coinvolgeva sotto l’aspetto della semplicità del messaggio e quella – apparente – dell’esecuzione marginale. E questo alla fine è ciò che fa la differenza.
Nevermind è paragonabile a quei fenomeni di massa che si verificano una volta ogni 25-30 anni cui la folla di persone segue spontaneamente un punto, un luogo, un’atmosfera, come se non ci fosse alternativa, come le api intorno al miele, aumentando sempre più di numero senza poter dire di no.

“Non so come, non so perché. Ma è successo ed eravamo in tre. Nevermind è senza dubbio la cosa migliore che sia riuscito a fare nella mia vita.” Krist Novoselic

Daniele Catalucci (1979)


Scrivere di una pietra miliare dell'arte non è mai facile. Parlare di Nevermind lo è ancora meno. Perché è un disco che la mia generazione ha vissuto da dentro. Ci siamo passati attraverso, abbiamo vissuto l'ennesima morte del rock e adesso siamo qui, figli di Nevermind. Quelli della mia età hanno tutti ricordi legati a "Smells Like Teen Spirit" o "Come as You Are", alle Converse rotte e alle camice di flanella. E' come chiedere ai nostri padri se si ricordano il momento nel quale uscì "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", dei Beatles. Alcuni lo hanno scoperto subito, altri più tardi, ma tutti lo conoscono e sanno esattamente dove è nella linea temporale: 1967.
E tutti noi sappiamo cosa è stato il 1991 e tutti gli anni seguenti.
Dire cosa scatenò in me Nevermind è puro gossip. Ma spesso ci dimentichiamo l'importanza incredibile che ha avuto questo disco. In molti dicono "Cazzo, gran disco, ma per me non è il migliore dei Nirvana". E forse è vero, non è quello più "reale", non è come "Bleach" o qualche perla di "Incesticide" dove esce tutta l'anima dei Nirvana. Ma Nevermind è stato il primo disco Grunge (termine spesso abusato, nonostante il significato poco chiaro) a tendere la mano al cosiddetto mainstream. Da quel punto, da quel momento, tutto è cambiato. Gruppi come Pearl Jam, Soundgarden e tanti altri emuli del genere riuscirono a portare la propria musica in ogni parte del mondo, partendo da piccole cittadine dove quelle note, probabilmente, sarebbero rimaste in piccoli scantinati adibiti a sala prove.
Qualcuno storceva il naso, accusava i gruppi di essersi venduti al sistema; un sistema, quello musicale, dove il pop ormai la faceva da padrone. Ma senza Nevermind, in quei primi anni '90, dove la connessione globale di Internet era ancora un miraggio, tante splendide melodie e canzoni forse non le avremmo neanche sentite.
Ma un'altra cosa credo sia fondamentale. Nevermind è legato in modo inossidabile a quattro nomi: oltre ai tre Nirvana (Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl) troviamo un tale Butch Vig, il produttore artistico del disco. Vig ha inventato il suono del disco, ha dato forma e ordine alla confusione del Grunge, ha trovato il modo di rendere la musica cosiddetta "alternativa", convenzionale. Ma in tutto questo processo è riuscito a mantenere il disagio e il rifiuto di una generazione per ciò che stava intorno. Le chitarre di Kurt sono perfette, graffianti ma mai invadenti; la batteria è riportata con l'esatta potenza che Dave Grohl riusciva a produrre su quei fusti; il basso è l'ossatura perfetta dei brani; e la voce di Kurt è ripresa perfettamente nei suoi sbalzi d'umore: dai toni quasi impercettibili di alcuni brani a parti vocali "di gola" che racchiudono tutta la rabbia di alcuni testi. Nevermind è stato il miglior disco degli anni '90. Riascoltatelo.
Ma prima prendete in mano "Wasting Light", ultimo lavoro dei Foo Fighters, gruppo dell'ex batterista dei Nirvana. Vi piace? Adesso potete guardare di chi è la produzione artistica… non credo sia un caso.

Alberto Abi Battocchi (1981)


Comprai Nevermind dei Nirvana pochi giorni dopo che uscì in Italia, in pratica quando arrivò a Livorno. Avevo consumato Bleach, ero in piena adorazione della Sub Pop, la mitica etichetta americana che dette per prima la voce al movimento grunge partendo da Seattle. Era la fine settembre del 1991, avevo 20 anni ero convinto di aver comprato un gran disco di rock, punk, sporco e minimale ma avevo l'incredibile privilegio di essere inconsapevole che di lì a poco questo disco avrebbe scosso il music business come pochi altri nella storia. Tutte le tracce mi colpirono e l'appuntamento del 20 novembre 1991 a Baricella (BO), dove i Nirvana si sarebbe esibiti, era diventato una priorità assoluta. Partii da Livorno a bordo della mia Fiat Ritmo nera insieme a mio fratello e altri 3 amici, senza biglietto e con gli zaini pieni di birre e panini. Spersi nella nebbia padana rangiungemmo il locale (Kryptonite), acquistammo i biglietti ed entrammo. 200 persone, forse 250 ma non di più, un locale carino e già traboccante di umidità e fumo di sigaretta.
Fu alquanto facile incontrare Kurt Cobain e gli altri 2 del gruppo, lui era seduto che si rollava una cicca di Drum noi ci sedemmo accanto a lui e parlammo per una buona ventina di minuti. I Nirvana dovevano fare 5 date ma ne fecero solo 3 per colpa dello sciopero dei benzinai, questa fu la prima cosa che ci bisbigliò questo ragazzo teneramente triste, timido e con quel pizzico di pessimismo che si tramutò in gioia e aggressività non appena salì sul palco, come a voler dire "questo è il mio posto!". Suonarono 1 ora e mezzo, di quel che mi ricordo, il concerto fu all'altezza e noi andammo via contenti e soddisfatti.
Un anno dopo, prima di partire per un mio concerto, mia madre mi telefonò e mi disse che quel Kurt, del gruppo che piace a me, si era ucciso. Ci avrò ripensato cento volte, quella testa china mentre era seduto sul divanetto strideva troppo con quella furia sul palco. Era fuori dalla vita Kurt chissà da quanto, ma quel che ha fatto è lì, inestimabile e immortale. 

Massimiliano Morandi (1971)


Livorno, 23-24-25 e 30 settembre 2011

Fonte

Forse un po' tardi, ma l'importante è esserci arrivati.