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31/12/2021

Capisaldi 2021

"Per gli 2021 gli auspici stanno a zero" e infatti l'unico vero ed autentico caposaldo dell'anno che si chiude è la grottesca, disastrosa, gestione della pandemia di Covid-19 alle nostre latitudini.

Era prevedibile che sarebbe andata a questo modo, ma consciamente nessuno riteneva possibile che la propria esistenza si trasformasse in un teatro dell'assurdo.

Merito della criminale scelta di convivere con il virus, che oltre a 137 mila morti, ci ha consegnato la completa desertificazione della nostra società, che si dibatte nel rifiuto dell'orrore scaturito dall'essere chiamata a confrontarsi con una crisi che è di civiltà.

La musica, più di tante altre forme artistiche popolari, questa crisi l'ha anticipata da tempo e in questi 12 mesi lo ha palesato in maniera inoppugnabile a più riprese. Quella più cristallina, è certamente legata alla "bolla" Maneskin, su cui altri si sono espressi in maniera impeccabile e a loro rimando.

Oltre questo, poco altro:

- un nuovo confronto con gli Slayer in cui Reign in Blood è apparso alle mie orecchie il capolavoro di cui ho sempre sentito parlare;

- i Type O Negative con Slow, Deep And Hard, uno degli ascolti più malati che la mia memoria ricordi;

- i Refused di The Shape Of Punk To Come, ascolto dell'anno insieme ai precedenti Type O Negative;

- i Bowery Electric di Lushlife un disco che pare l'istantanea dell'alienata malinconia che pervadeva il mondo occidentale pre-pandemico.

Per tutti i casi citati mi viene da parlare di ascolti rivolti allo ieri, mentre l'oggi appare criptico ai più e il domani imperscrutabile quasi a tutti.

In questi giochi di chiaro-scuri che sembrano volgere alla tenebra, è ironico che la luce sia giunta da John Carpenter con pellicole e relative colonne sonore come Essi vivono ed Il seme della follia.

Il cittadino si ribella (1974) di Enzo G. Castellari - Minirece

Culture e pratiche di sorveglianza. L’era degli oggetti smart presuppone un’umanità altrettanto smart?

di Gioacchino Toni

Telefoni e orologi smart, abiti e accessori smart, elettrodomestici e abitazioni smart, mezzi di locomozione e persino intere città smart; la realtà contemporanea pare attraversata da una generale promessa "smart" ma, viene da domandarsi, tale contesto di oggetti smart presuppone un’umanità altrettanto smart?

Le innovazioni digitali permettono di rendere gli oggetti interattivi in ogni loro aspetto, capaci di inviare e ricevere informazioni, di monitorare, di decidere e dare istruzioni. Di “Internet of things” (IoT) ha parlato per la prima volta Kevin Ashton attorno al cambio di millennio riferendosi all’idea di connettere macchine al web in modo tale da permettere scambi di informazioni tra macchine ed esseri umani. IoT sta indubbiamente trasformando le vite degli esseri umani, modificandone le abitudini e il modo di relazionarsi al mondo.

Un’utile e sintetica mappatura del fenomeno IoT in lingua italiana è offerta dal volume di Stefano Za, Internet of Things. Gli ecosistemi digitali nell’era degli oggetti interconnessi (Luiss University Press, 2021) uscito nel 2018 e giunto oggi a una seconda edizione aggiornata all’avvento del 5G, in cui l’autore traccia l’impatto degli “oggetti digitali” sulla vita degli esseri umani.

Visto che sin dal titolo viene fatto riferimento agli ecosistemi digitali, in apertura di volume l’autore tratteggia una definizione di essi. In generale con ecosistema si intende un insieme di componenti, viventi e non, in grado di influenzarsi vicendevolmente modificando l’ambiente in cui si trovano a operare formando così un unico sistema delineato. Nello specifico, un ecosistema digitale è costituito soprattutto, ma non solo, da “artefatti digitali”. Tale tipo di ecosistema «con le sue componenti e le loro interazioni, ha sia un’entità fisica (tradizionale/materiale) sia un’entità digitale (virtuale), racchiudendo le peculiarità di ciò che viene definito sistema cyber-fisico» (p. 11). Gli elementi smart costituiscono una componente importante di tali ecosistemi digitali e rientrano in quell’ambito di IoT in cui gli oggetti sono in grado di interagire tanto con altri oggetti o macchine quanto con esseri umani attraverso Internet.

Dopo aver ricostruito i passaggi storici dello sviluppo di Internet, Za si sofferma sulla nascita del fenomeno IoT: «una rete di oggetti interconnessi tra loro capaci di raccogliere e scambiare informazioni attraverso l’uso della rete, di Internet» (p. 33). IoT, sostiene lo studioso, assume un ruolo rilevante soprattutto grazie al suo intrecciarsi con il cloud computing, i big data e il machine learning.

Nel primo caso si ha a che fare con tecnologie che consentono di elaborare, archiviare e memorizzare dati attraverso risorse hardware e software distribuite in rete. Possono essere software utilizzati dall’utente finale (Software as a Service – SaaS), o che consentono di amministrare la configurazione e le funzionalità di una piattaforma (Platform as a Service – PaaS), oppure server virtuali ove è possibile installare software di sistema e applicativi (Infrasrtucture as a Service – IaaS). In tutti i casi il cloud computing consente di avere in dotazione risorse a capacità computazionale in maniera flessibile senza essere in possesso di particolari hardware potendovi ricorrere ovunque sia presente una connessione Internet.

Il machine learning ha invece a che fare con l’ambito dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi «dettano le regole su come leggere e interpretare i dati al fine di individuare la migliore soluzione a determinati problemi legati ai dati analizzati» (p. 44). Le applicazioni di machine learning strutturano modelli sulla base dello storico, dunque sono strettamente connesse ai big data e al cloud computing.

IoT rappresenta pertanto una rete di oggetti connessi a Internet capace di raccogliere e scambiare dati ricorrendo a tecnologie in cui è presente un circuito elettronico: dagli smartphone agli elettrodomestici, dai macchinari industriali agli impianti per la gestione automatizzata dei magazzini sino ai mezzi di trasporto.

Tutti questi oggetti […] raccolgono informazioni in maniera strutturata, le trasmettono in rete affinché siano memorizzate spesso in soluzioni cloud. Questi dati alimentano la crescita dei big data i quali vengono utilizzati da algoritmi sofisticati come quelli di machine learning per elaborare soluzioni via via sempre migliori e più specifiche (p. 45).

Venendo al 5G, lo studioso indica tra gli elementi che lo caratterizzano rispetto alle precedenti generazioni: un’inedita capacità di trasmissione; una netta diminuzione dei tempi di latenza; la possibilità di collegare contemporaneamente un elevato numero di dispositivi IoT.

Circa i principali settori di impiego IoT si possono distinguere due marco-aree: una attinente le persone (consumer segment) e una alle imprese (business segment). Nella prima rientra, ad esempio, l’ambito della domotica (dagli elettrodomestici smart agli smart home assistent), quello dei “dispositivi indossabili” (wearable devices, come gli smatwatch e gli smartglass), compresi i dispositivi sanitari indossabili e il settore della guida autonoma o assistita. All’area attinente le imprese appartengono, ad esempio, il monitoraggio del comportamento nell’acquisto in negozio e i sistemi di pagamento smart, le Smart Utilities & Energy, i sistemi di predizione dei guasti integrati nei macchinari industriali e nei mezzi di trasporto e la gestione della logistica. Altri settori che ricorrono a IoT sono quello delle smart cities e quello sanitario ospedaliero.

A partire dal 2011 si inizia a parlare di “Industria 4.0” – espressione introdotta dall’azienda tedesca Bosch – indicando una nuova modalità organizzativa della produzione contraddistinta dall’interconnessione di IoT, cloud computing, cognitive computing e big data. Dalla fusione tra il mondo reale/fisico degli impianti e quello virtuale/digitale dell’informazione scaturisce un sistema misto cyber-fisico finalizzato, ad esempio, a ridurre gli sprechi, a raccogliere informazioni dal processo lavorativo rielaborandole in tempo reale, anticipare errori e malfunzionamenti attraverso la virtualizzazione dell’azienda, sfruttare al massimo la creatività del lavoratore e incorporare le richieste del cliente nel corso del processo produttivo.

Nella parte conclusiva del volume vengono tratteggiati quelli che l’autore individua come i principali benefici e rischi introdotti da IoT. Gli smart device consentono inedite potenzialità di monitoraggio tanto del funzionamento del dispositivo quanto dell’ambiente esterno. I dispositivi IoT possono essere controllati da remoto dall’utente o da algoritmi incorporati o presenti su piattaforme. Implementate le fasi di monitoraggio e controllo, le aziende possono efficacemente ottimizzare le prestazioni del prodotto/dispositivo ricorrendo a dispositivi intelligenti che applicano algoritmi basati su analisi dei dati storici e attuali. «La capacità di monitoraggio, controllo e ottimizzazione, se combinate opportunamente, possono permettere di fare acquisire al dispositivo un certo livello di autonomia » (p. 81).

Tutti questi dispositivi sono però decisamente vulnerabili; nell’ambito della smart home basti pensare al celebre attacco dell’ottobre 2016 che ha utilizzato migliaia di smart object per mandare in tilt il sistema, oppure al caso tedesco che ha visto l’utilizzo di una bambola per carpire conversazioni private e dati sensibili all’interno della sfera domestica. Altri celebri casi di hackeraggio riguardano il blocco nel 2016 del riscaldamento di alcuni edifici di Lappeenranra in Finlandia e quello portato nel gennaio 2017 a un hotel austriaco che si è visto bloccare il sistema di controllo smart di porte e finestre.

Relativamente ai wearable device, come smartwatch e braccialetti per il fitness, occorre sottolineare come tali dispositivi siano progettati esplicitamente per rilevare informazioni sullo stato di salute, di forma fisica e di localizzazione dell’utente che li indossa. Si tratta evidentemente di dati sensibili che gli individui forniscono perdendone il controllo. Non manca la possibilità che vengano portati attacchi anche ai dispositivi IoT utilizzati in ambito ospedaliero: si pensi alla possibilità di indurre a malfunzionamenti le apparecchiature mediche.

Le stesse smart-tv si rivelano strumenti utili per accumulare informazioni circa le abitudini e le preferenze degli utenti che poi possono essere vendute ad agenzie pubblicitarie. Dalle informazioni diffuse da WikiLeaks, secondo The Guardian, la CIA sembrerebbe essere in grado di «prendere il controllo dei televisori connessi a Internet e ascoltare segretamente conversazioni in casa delle persone anche quando i dispositivi sembrano essere spenti» (p. 86). In realtà, ancora una volta, sono le grandi corporation a essere un passo avanti rispetto alle agenzie statali:

il recente utilizzo degli smart assistant (es. Alexa di Amazon), rende tutto molto più semplice. Questi dispositivi intelligenti sono collegati non solo con gli smart object presenti in casa ma anche con altre piattaforme su cui abbiamo un account e quindi informazioni personali, come ad esempio il calendario e le email. Questi assistenti intelligenti una volta attivati sono perennemente in ascolto e più ascoltano più imparano su di noi, sul nostro modo di parlare e sulle nostre abitudini, fornendoci di conseguenza soluzioni sempre più appropriate e corrette, supportandoci nella vita di tutti i giorni. In questo senso siamo noi ad autorizzare il tracciamento delle nostre attività, essendo un prerequisito per il corretto funzionamento dello smart assistant (p. 87).

Il livello di dipendenza dall’ecosistema digitale degli esseri umani sta indubbiamente aumentando sempre più. Se improvvisamente Internet, l’infrastruttura alla base dell’ecosistema digitale, smettesse di funzionare si avrebbe una disconnessione su vasta scala che negherebbe agli individui l’accesso a una miriade di informazioni su cui si basano le loro previsioni, decisioni e azioni. Un’ipotesi del genere è stata ovviamente contemplata dalla fiction distopica; lo stesso romanzo The Silence (2020) di Don De Lillo prospetta uno scenario in cui improvvisamente tutta la tecnologia digitale ammutolisce e tutti gli schermi diventano neri generando il panico tra la popolazione. Di certo un’improvvisa e duratura disconnessione digitale nell’era degli oggetti, delle merci intelligenti lascerebbe forse l’umanità a fare i conti con l’inettitudine accumulata un poco alla volta delegando acriticamente una fetta di intelligenza agli oggetti/merci.

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La dialectica interrupta del Censis, la verità dell’irrazionalismo e l’immaginario

di Fabio Ciabatti

“La fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative soggettive insoddisfatte, pur essendo legittime in quanto alimentate dalle stesse promesse razionali”. Questa affermazione contenuta nell’ultimo rapporto del Censis sembra catapultarci direttamente nella dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno. E non è tutto. “L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale”, denuncia l’istituto di ricerca, utilizzando un’argomentazione dal vago profumo di materialismo storico per spiegare questo sinistro fenomeno: il rifiuto di scienza, medicina, innovazioni tecnologiche, che in passato hanno costruito il nostro benessere, “dipende dal fatto che siamo entrati nel ciclo dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Questo determina un circolo vizioso: bassa crescita economica, quindi ridotti ritorni in termini di gettito fiscale, conseguentemente l’innesco della spirale del debito pubblico, una diffusa insoddisfazione sociale e la ricusazione del paradigma razionale”.[1] Gli estimatori della scuola di Francoforte non devono però eccitarsi troppo. Se quella del Censis è dialettica si tratta senz’altro di una dialectica interrupta perché, semplificando al massimo, l’antitesi tra razionale e irrazionale non prospetta alcun tipo di sintesi, di superamento dei due termini della contraddizione.

L’irrazionalismo viene evocato solo come momento fallace per confermare la bontà del suo opposto, la razionalità dominante. Che le cose stiano effettivamente così lo possiamo intuire quando leggiamo che a fare da contraltare all’onda di irrazionalità c’è “una maggioranza ragionevole e saggia”. Un’ulteriore conferma viene dal fatto che l’irrazionalismo si esprimerebbe nell’opposizione alle politiche governative: “Le proposte razionali che indicano la strada per migliorare la situazione vengono delegittimate a priori per i loro supposti intendimenti, con l’accusa di favorire interessi segreti e inconfessabili. Il 29,7% degli italiani non crede che il razionalissimo PNRR cambierà il Paese, perché è condizionato da lobby che volgeranno tutto a proprio beneficio o perché la Pubblica Amministrazione non starà al passo, malgrado gli annunci, secondo il 44,3%”. Ma da quando constatare l’ovvio è diventato sintomo di irrazionalità? Forse da quando bisogna offrire in pasto all’opinione pubblica il mostro no vax quale capro espiatorio di tutti i nostri problemi? Queste cose ed altre contenute nel rapporto (p. es. mettere nello stesso calderone dell’irrazionalismo credere nel terrapiattismo e nello strapotere delle multinazionali) meriterebbero solo una sonora pernacchia se non fosse per il fatto che il Censis finisce per mettere in evidenza un tema molto importante: il significato dell’irrazionalismo nella nostra società.

Varrà allora la pena rivolgerci al già citato Adorno che questo tema lo ha trattato con la dovuta serietà, avvalendoci di un testo da poco pubblicato per la prima volta in italiano, Introduzione alla dialettica. [2] Tratto dalle sue lezioni del 1958, questo libro (come gli altri che raccolgono i suoi corsi universitari) ha il dono di una maggiore chiarezza rispetto ai testi concepiti dallo stesso filosofo per la pubblicazione. Partiamo dall’assunto adorniano per cui l’irrazionalismo ha “il suo momento di verità”. Esso, infatti, è il tentativo continuo di far risaltare nel pensiero ciò che nel processo progressivo dell’illuminismo va perduto rispetto all’esperienza del reale; ciò che è condannato dalla ragione dominatrice come debole, impotente, indegno di essere conservato nelle forme del pensiero. Le filosofie irrazionalistiche, in breve, cercano di parlare “a nome di ciò che è stato sacrificato dalla storia” [3] delle vittime del razionalismo. Il processo di razionalizzazione ha comportato, infatti, un progressivo irrigidimento del mondo in una oggettività estraniata rispetto agli uomini.

Adorno non è certo un nostalgico. Egli pensa che le filosofie irrazionalistiche siano in genere restauratrici o reazionarie. Ritiene però necessario comprendere il non contemporaneo e l’arretrato non come perturbazione del progresso ma come frutto del progresso stesso. Quest’ultimo, infatti, porta con sé lo spossessamento di gruppi che, per origine e per ideologia, appartengono alla società borghese e che, improvvisamente, perdono la base materiale della loro riproduzione e per questo cercano la salvezza nel passato. È questa una delle espressioni caratteristiche dell’irrazionalità della nostra società che indebolisce le motivazioni stesse dell’agire economico trascurando il soddisfacimento dei bisogni umani in nome della legge del profitto. Se il capitale dispiegasse completamente la sua razionalità, dunque, la società borghese stessa cesserebbe di essere tale. Da ciò nasce la necessità di “tenere in vita istituzioni irrazionali della più diversa specie” [4] sebbene esse rappresentino degli anacronismi rispetto a quella stessa razionalità.

Se il cammino dell’illuminismo è disseminato di vittime e di ingiustizie, questo non ci giustifica nel ricadere al di sotto di questo illuminismo creando delle “riserve naturali di irrazionalità” [5]. Le cicatrici che esso lascia dietro di sé “sono sempre anche quei momenti in cui l’illuminismo stesso si rivela un illuminismo ancora parziale, non abbastanza illuminato; e solo perseguendo coerentemente il suo principio sarà forse possibile guarire queste ferite” [6]. Secondo Adorno, dunque, ci si trova di fronte a “un’antinomia che deve essere presa molto sul serio: da un lato il pensiero si esaurisce nella ripetizione cieca di ciò che è ed è noto in ogni caso, cioè nel conformismo, e dall’altro lato il pensiero, sottraendosi al controllo, rischia di diventare effettivamente incontrollabile e di sfociare in un sistema delirante” [7].

Torniamo per un attimo al rapporto del Censis per notare che l’antinomia che esso sottolinea non è presa veramente sul serio. L’irrazionalismo viene colto nel suo aspetto delirante mentre il suo opposto, la ripetizione cieca di ciò che è noto, non è minimamente messo in discussione: cos’è infatti il “razionalissimo” PNRR se non la reiterazione amplificata della solita ricetta neoliberista per il tramite di una momentanea sospensione di alcuni vincoli previsti dalla stessa ricetta? Si permette un maggiore indebitamento degli stati europei affinché questi possano proseguire nella direzione di sempre maggiori liberalizzazioni e privatizzazioni. L’ideologia dominante non sembra cogliere il paradosso: per lasciare più spazio al mercato c’è bisogno di maggiore intervento dello stato. Il tutto viene interpretato come una parentesi che una volta chiusa riporterà lo sviluppo economico sulla sua traiettoria naturale. In realtà non si può affatto escludere che ci si troverà alla fine su una traiettoria diversa dalla precedente che potrebbe prevedere una qualche forma di mutualizzazione europea dei debiti dei singoli stati, un allentamento non solo episodico dei vincoli dei bilanci pubblici, un interventismo statale più significativo di quello auspicato da lor signori ecc. Ma il pensiero dominante deve negare questa possibilità perché altrimenti dovrebbe ammettere che la razionalità del cosiddetto mercato è in sé stessa contraddittoria.

Di fronte agli esiti anestetizzanti della dialectica interrupta del Censis, bisogna ripartire dalla tragica serietà della dialettica adorniana. Occorre innanzitutto ripartire dall’“esperienza della lacerazione” che secondo Adorno sta alla base del pensiero dialettico. Lacerazione è un’espressione carica di pathos che riverbera sul piano della sofferenza individuale l’antagonismo e la contraddittorietà che contraddistinguono il reale. Una sofferenza che può sfociare nel delirio quando l’individuo si trova ad affrontare un mondo ostile e misterioso e “pretende di decifrare il senso occulto della realtà” (come denuncia il Censis) andando a caccia di cospirazioni e inganni sistematici e diffusi. Per quanto delirante, la forma mentis complottista ha un elemento in comune con il pensiero dialettico: la diffidenza nei confronti della realtà così come ci appare immediatamente. Con la differenza che la dialettica non fa ricorso sistematico a trame cospirative come principio esplicativo, ma ci porta a comprendere che è la realtà stessa a produrre il suo velo generando continuamente fenomeni che occultano e contraddicono ciò che essa è effettivamente.

Se il delirio denuncia una mancanza di presa sulla realtà, questo deficit non ha solo un carattere teorico. Non si tratta soltanto di una mancata comprensione del mondo, ma anche dell’incapacità di affrontarlo, di opporsi all’oppressione e all’ingiustizia di cui è intriso attraverso un’adeguata prassi individuale e collettiva. Non a caso il concetto di dialettica proposto dal filosofo francofortese “non è un puro concetto teorico, ma in esso il momento della prassi è determinante” [8]. Non sarebbe infatti in alcun modo possibile pensare la natura dialettica dei rapporti materiali “senza il concetto della trasformazione del mondo con l’azione” [9]. La verità, secondo la dialettica adorniana, ha “sempre la sua drastica relazione ad una prassi possibile” in considerazione del fatto che essa si manifesta sempre attraverso una “figura temporale” [10] legata a una realtà storicamente determinata.

Insomma, se vogliamo affrontare fino in fondo il tema della montante ondata di irrazionalismo abbiamo bisogno di “evidenziare la discontinuità” [11]. Mostrare una frattura nel reale per poi cercare immediatamente di recuperare la coerenza e la compattezza del nostro oggetto di conoscenza significa porci il compito di pensare il reale come armonioso e positivo. Se prendiamo sul serio la critica del presente, invece, abbiamo bisogno di un pensiero che “si modella su una condizione negativa del mondo e la chiama per nome” [12]. Un pensiero che, non potendo trovare consolazione attraverso un’illusoria conciliazione, non può che essere alla costante ricerca di una connessione con una prassi possibile per trasformare il reale.

La domanda da porsi a questo punto è se per trovare questa connessione e venire a capo della questione dell’irrazionalismo sia sufficiente perseguire coerentemente il progetto dell’illuminismo assecondando senza riserve il disincanto di cui esso è portatore. Cercheremo di dare una risposta prendendo spunto da un testo di Stefania Consigliere, Favole del reincanto [13] già recensito su Carmilla (qui). È senz’altro vero, sostiene l’autrice, che il disincanto illuministico ha spazzato via precedenti sistemi di dominio “che facevano presa, in modo malevolo, sull’immaginario, sui sogni e sulle paure degli umani” [14]. Ma è altrettanto vero che il disincanto “è pharmakon: guarisce nella giusta dose, in dose eccessiva avvelena” [15]. Un’overdose di disincanto comporta “la rescissione degli attaccamenti che collegano gli umani al mondo, il collasso dell’individuo su se stesso” [16]. Una esito che, portato all’estremo, può bloccare ogni forma di prassi. La presenza di una qualche forma di legame che unisca gli esseri umani tra di loro e con il loro mondo, infatti, è la condizione minima affinché si possa realizzare un qualsiasi tipo di azione collettiva.

In realtà, prosegue l’autrice richiamando Marx, la modernità si presenta disincantata solo per lasciare il campo libero all’incanto proprio del mondo borghese: il fantasmagorico divenire mondo della merce. Con ciò il capitalismo diventa l’orizzonte unico della desiderabilità e ogni possibile mutamento viene catturato nel circuito del plusvalore. Se vogliamo cercare di evadere da questa prigione a cielo aperto, probabilmente non possiamo esimerci dall’andare oltre l’illuminismo avventurandoci nei territori pericolosi dell’immaginario. Ma di cosa parliamo quando ci riferiamo all’immaginario?
Se descriviamo ciascun mondo umano come un fascio di luce che illumina e tinge del proprio colore una regione particolare del reale, allora tra la zona in luce e quella buia non c’è una barriera, né una linea precisa di confine. Al di fuori del cono illuminato non c’è subito la tenebra più profonda, ma una fascia di penombra che progressivamente s’infittisce. Questa penombra è l’immaginario … È la zona dove si sviluppano i futuri, all’interfaccia fra ciò che già è e ciò che vorremmo far essere. Ed è la zona della discontinuità, dei resti, delle possibilità scartate, dei fantasmi e di tutto ciò che … è stato escluso o eliminato … È il luogo dove la storia lascia zavorre, dove s’incrociano e si scontrano le narrazioni collettive, i modi di dire, gli affetti … è il “mito-sogno” fatto di discontinuità e sopravvivenze che collega e informa di sé coloro che fanno parte di un collettivo, che ne permea i sogni, che si trasforma al mutare di quegli stessi soggetti e del loro mondo.[17]
Ma come, si dirà, i rivoluzionari si devono occupare dei bisogni materiali. Riti, sogni e viaggi nei territori dell’immaginario vanno lasciati ai fascisti. Di certo i fascisti ci sguazzano in questo mare spesso poco limpido, come testimonia anche la facilità con cui si sono appropriati dell’irrazionalismo no vax. Ciò nonostante abbandonare questo ambito è un grave errore perché comporta “la smobilitazione di intelligenza e sensibilità dal terreno più cruciale per qualsiasi forma di cambiamento” [18 ].

Da parte nostra aggiungiamo che rivolgendoci all’immaginario ci muoviamo lungo una traiettoria differente, ma non necessariamente contraddittoria, rispetto a quella indicata da Adorno. Attraverso il concetto di negazione determinata il filosofo francofortese può conservare all’interno del suo pensiero le tracce di una spinta utopica senza rinunciare a una critica immanente, cioè senza fare riferimento a criteri etici esterni e metastorici. Anche il portato utopico dell’immaginario è sempre frutto di un rapporto, per quanto problematico, con i parametri storicamente determinati che definiscono la conoscibilità e la praticabilità di uno specifico mondo. Non esiste un immaginario universale popolato di archetipi ancestrali custoditi nell’inconscio di ogni essere umano, perché ciascun mondo ha le sue particolari modalità per entrare in contatto con questa zona smarginata e incerta del reale. Potremmo dunque suggerire l’ipotesi che l’immaginario rappresenti una sorta di negazione debolmente determinata dell’esistente laddove la debolezza consiste nel fatto che esso non ci conduce verso un unico mondo possibile che scaturisce dalla spinta al superamento delle negatività del presente, ma ci prospetta una incerta molteplicità di mondi possibili potenzialmente in grado di superare le contraddizioni della nostra realtà attingendo a un multiforme repertorio di risorse mentali marginalizzate dalla razionalità dominante.

Chiamando in causa l’immaginario, dunque, scopriamo che frammenti di questi possibili mondi alternativi sono già presenti. Certamente esistono in una forma magmatica e, di conseguenza, possono essere utilizzati anche in senso regressivo. Il disincanto illuministico rimane dunque necessario per distinguere “ciarlatani e mestatori da chi cerca nell’immaginario una possibilità di fare mondo in circostanze incerte” [19], tenendo conto delle conquiste materiali e ideali della modernità. Rimane il fatto che senza avventurarci sul terreno scivoloso dell’immaginario corriamo il rischio di rimanere vittime del cupo pessimismo adorniano che non riesce a trovare agganci positivi per immaginare processi di autoapprendimento collettivi in grado di superare le macerie del presente. D’altra parte, inoltrandoci in questo territorio dai contorni sfuggenti è facile incrociare sul nostro cammino una schiera di funesti imbonitori. Un rischio che non può essere evitato. “Salvezza e dannazione si manifestano insieme quando il mondo vacilla” [20].

Note:

1) Censis, 55º rapporto sulla situazione sociale del Paese 2021, Franco Angeli, 2021. La presentazione e i capitoli del Rapporto sono disponibili sul sito internet del Cenis.

2) Theodor W. Adorno, Introduzione alla dialettica, ETS, Pisa 2020.

3) Ivi, p. 47.

4) Ivi, p. 144.

5) Ivi, p. 183.

6) Ivi, pp. 183-184.

7) Ivi, p. 158.

8) Ivi, p. 90.

9) Ivi, p. 91.

10) Ivi, P. 41.

11) Ivi, p. 146.

12) Ivi, p. 77.

13) Stefania Consigliere, Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, DeriveApprodi, Roma 2020.

14) Ivi, p. 37.

15) Ivi, p. 140.

16) Ivi, p. 43.

17) Ivi, p. 131-132.

18) Ivi, p. 78.

19) Ivi, p. 143.

20) Ivi, p. 150.

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Draghi affossa l’estensione del congedo di paternità

Da alcuni mesi gli organi di stampa e diversi esponenti del governo Draghi, tra cui la stessa Ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti (Italia Viva), lo davano per cosa fatta: la durata del congedo di paternità obbligatorio, ossia i giorni pagati concessi ai neopadri per stare a casa entro i primi 5 mesi dalla nascita dei figli, sarebbe stata notevolmente estesa, passando dagli attuali 10 a 90 giorni.

Il congedo di paternità è una misura di welfare estremamente importante, in quanto consente alla coppia di dividersi in modo molto più equilibrato un carico di lavoro che può essere nei primi mesi estremamente elevato, evitando che esso ricada solamente sulle spalle della madre.

È noto come siano frequenti i casi di depressione o difficoltà psicologiche post-parto per le donne: fatto a cui contribuisce in modo decisivo una cultura che ancora fatica enormemente a uscire dallo schema mentale per cui la gestione del neonato sia, in fondo, roba loro.

Già i 10 giorni attualmente previsti rappresentano poco più di una misura simbolica: occorrerebbe invece, come alcuni paesi europei da questo punto di vista più avanzati già fanno, iniziare a ragionare in termini di gestione condivisa e bilanciata del lavoro di cura, prevedendo estesi monte-giorni di congedo destinati alla coppia e non distinti tra madre e padre.

Discorso che, naturalmente, andrebbe esteso alle coppie omosessuali cui invece, com’è noto, in questo Paese è ancora scandalosamente proibito il fatto stesso di poter avere figli.

Passando invece alla amara realtà del governo dei “migliori”, è invece accaduto che, in sordina, l’allungamento del congedo, che avrebbe richiesto uno stanziamento di 1,5 miliardi, sia stato bloccato dal governo: il nuovo “Family Act” lascia del tutto invariata la sua durata.

Del resto, è difficile rimanere sorpresi davanti a questo sviluppo, quando si considera che le imprese possono cavarsela abbastanza facilmente nel rimpiazzare un lavoratore per 10 giorni; molto più difficile, e dispendioso, se l’assenza si prolungasse a 90.

È solo un caso concreto che mostra praticamente l’antagonismo degli interessi di classe: il welfare, i diritti dei lavoratori, il superamento delle discriminazioni di genere sono in aperto contrasto con le esigenze di competitività delle imprese e di una Unione Europea la cui ristrutturazione produttiva, per tornare protagonista nella competizione globale, ha bisogno di comprimere al massimo tutti i diritti sociali.

Un caso concreto che mostra anche una volta di più, e al di là di ogni retorica, di quali interessi sia espressione il governo Draghi; e quanto urgente sia la necessità, per lavoratrici e lavoratori, per le classi popolari di questo Paese, di mettere in campo una proposta di radicale alternativa sociale.

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Le “fonti” del direttore de La Repubblica


Wikileaks Italian questa mattina ha pubblicato un tweet in cui rende noto un file estremamente significativo, anche se riferito al 2006. L’attuale direttore di Repubblica Maurizio Molinari, allora editorialista de La Stampa, acquisiva informazioni dalla società di intelligence privata statunitense Stratfor, ritenuta vicino alla CIA.

Stratfor così ama definirsi: “Stratfor Worldview sviluppa analisi complete, indipendenti e imparziali esaminando gli eventi globali attraverso la lente della geopolitica e della metodologia proprietaria di Stratfor. Ciò consente agli analisti di interpretare il significato degli eventi globali di oggi, eliminare il rumore, informare il processo decisionale e sviluppare una visione più accurata del futuro”.

Secondo la definizione de Il Sole 24 Ore in un articolo del 2012, Stratfor è “quella che alcuni chiamano l’altra Cia ovvero StratFor, azienda specializzata in intelligence e sicurezza dei privati, fondata dallo scrittore e politologo George Friedman, una corazzata di segreti, a fine dicembre violata dagli hacker di Anonymus”.

La stessa La Repubblica – quando il direttore non era ancora Molinari – scriveva il 27 febbraio 2012 che:
“È definita “the shadow Cia”. L’ ombra della Cia. È americana, si chiama Stratfor, è un’ azienda privata, che vende e compra informazioni destinate a clienti ricchi e potenti. Governi e multinazionali. Ora, per la prima volta, è possibile aprire uno squarcio nel mondo segreto di Stratfor. L’ Espresso, con un pool di media internazionali, ha avuto accesso a una serie di documenti esclusivi, anticipati da Repubblica. Sono i Global Intelligence Files: 5,3 milioni di email interne, documenti ottenuti da WikiLeaks e che l’organizzazione di Assange inizia oggi a pubblicare sul sito (wikileaks.org/gifiles). I file lasciano capire come gli analisti di Stratfor abbiano accesso a informazioni esclusive, come quelle sul materiale sequestrato nel covo di Bin Laden, sulle condizioni di salute di capi di Stato, su WikiLeaks e Julian Assange. Grazie a una rete di gole profonde disseminate per il pianeta. Dal Kazakhstan alla Moldavia, dalla Cina fino all’Italia di Berlusconi. Generali, politici, accademici, hacker, giornalisti, spie e diplomatici. Stratfor non sembra aver protetto le identità di molte fonti. L’ Espresso non rilascerà i file riguardanti le fonti”.
Molinari attualmente è il direttore de La Repubblica diventato il quotidiano più “embedded” e attivo nella nuova Guerra Fredda scatenata dagli Usa contro Russia e Cina.

Si parla spesso di frequentazioni strette di Molinari con gli apparati di intelligence israeliani. Ma quanto rivelato da Wikileaks conferma che il giro delle fonti che ispirano editoriali, articoli e commenti è ben circoscritto. Il direttore de La Repubblica adesso può confermare o smentire il documento pubblicato da Wikileaks. Probabilmente derubricherà Stratfor non come fronte di intelligence vicina alla Cia ma come fonte di informazioni riservate a pagamento. Qualcuno negli Usa la definisce come “L’Economist di una settimana dopo ma più costoso”, ma sembra più una operazione per sminuirne l’importanza che una smentita delle strette relazioni tra Stratfor e Cia.

I files di Wikileaks riservano continuamente più conferme che sorprese. Ed è proprio per questo che vorrebbero seppellire vivo – o liquidare – Julian Assange con il complice silenzio di molti mass media che sanno di avere più di qualche scheletro nell’armadio.

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Terremotati, senza casa, ma dovete pagare il mutuo…

La segreteria del Mef ha stralciato l’emendamento che prorogava lo stop al pagamento dei mutui sulle case terremotate.

In pratica, chi cinque anni fa si è ritrovato la propria abitazione distrutta dovrà tornare, ogni mese, a pagare alla propria banca una rata di debito contratto per quelle che ormai sono soltanto macerie. È l’ennesimo capitolo di una legge di bilancio che pare la storia di Robin Hood al contrario: togliere ai poveri per dare ai ricchi.

Passa così il principio che se la ricostruzione non è ancora cominciata, la colpa è solo tua che non ti sei dato una mossa. Ovviamente in questo modo si assolvono i governi nazionali e regionali che hanno fatto di tutto per complicare la vita a chi avrebbe pure voluto cominciare a rimettere in piedi casa sua ma è sempre stato rimpallato da un ufficio all’altro, da una pratica all’altra, da un geometra all’altro.

Ha ragione l’amichetto mio che paragona il Covid al post-sisma: stessa irresponsabilità istituzionale, stesso continuo scaricare ogni colpa sul comportamento dei singoli.

È una figura retorica solo fino a un certo punto: l’azienda sanitaria regionale è come l’ufficio per la ricostruzione, trovare un’impresa edile è difficile come trovare un tampone, la caccia al furbetto dell’aperitivo è come quella a chi si è costruito una baracca di legno nel giardino della casa distrutta. E così via.

I migliori auguri di un buon 2022 dal cratere, dove la zona rossa dura da cinque anni.

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Aria di privatizzazione: salta il tetto ai superstipendi degli alti burocrati

“Burocrazia. Il mezzo più razionale che si conosca per esercitare un controllo imperativo sugli esseri umani.” Max Weber.
Max Weber. Economia e società (Wirtschaft und Gesellschaft), 1922 (postumo)

A marzo, l’accordo tra il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta (il demolition man della P.A.) e CGIL, CISL e UIL sulla Pubblica Amministrazione che punta dritto all’aziendalizzazione del servizio pubblico ed alla mera colpevolizzazione del dipendenti pubblici italiani, i meno pagati d’Europa.

Ad ottobre, il flop del “Concorso Coesione per l’assunzione di 2.800 tecnici specializzati nelle amministrazioni del Mezzogiorno” (precari), il primo a seguire la formula demenziale del ministro della Pubblica Amministrazione.

A novembre l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del “disegno di legge sulla concorrenza e il mercato”, all’interno del quale viene prevista un’ulteriore spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici locali, stabilendo che esternalizzazione e/o affidamento ai privati siano l’ordinarietà (mentre la gestione diretta dei servizi da parte dei Comuni deve essere “adeguatamente motivata“).

Nello stesso disegno di legge si alleggeriscono i controlli sulle imprese “per favorire la ripresa“, ovvero, si dispone la trasformazione delle ispezioni a sorpresa, temute dalle aziende, in vere e proprie visite di cortesia.

Una vergogna assoluta, nel paese dei record per lavoro nero, morti e infortuni sul lavoro, evasione contributiva e fiscale.

A dicembre la pre-intesa sul nuovo contratto dei dipendenti delle funzioni centrali firmata da governo e dai soliti CGIL, CISL e UIL, che prevede “rientri massivi in presenza” dei lavoratori (la variante omicron era stata segnalata all’OMS dal Sudafrica già nel novembre 2021) ed aumenti irrisori (50 euro netti mensili medi a regime), a fronte di un poderoso balzo in avanti del costo della vita per nucleo familiare previsto nel 2022 fino 1.200 euro a famiglia (dati Nomisma).

Ed ecco il provvedimento che chiarisce, definitivamente, il disegno autoritario del governo di Mario Draghi che mira a realizzare l’asservimento totale agli interessi dei privati della Pubblica Amministrazione italiana: in arrivo aumenti dei già mostruosamente alti stipendi per i massimi dirigenti della Pubblica Amministrazione (quelli di nomina politica che prendono ordini direttamente dai ministri), con lo sblocco del “tetto” di 240mila euro.

Lo stabilisce una norma inserita in extremis dal governo nella legge di bilancio, votata al Senato, che nelle prossime ore verrà approvata in maniera definitiva alla Camera.

Con sentenza n. 124 del 26 maggio 2017, la Corte Costituzionale aveva riconosciuto la legittimità del limite imposto dalla “legge di stabilità” per il 2014, secondo il quale non poteva essere superato il tetto dei 240.000 euro (anche con il cumulo della pensione derivante da gestioni pubbliche) affermando che ”non è precluso al Legislatore dettare un limite massimo alle retribuzioni e al cumulo tra retribuzioni e pensioni nel settore pubblico, a condizione che la scelta, volta a bilanciare i diversi valori coinvolti, non sia manifestamente irragionevole”.

Ma quando si tratta di multinazionali, ricchi e grandi burocrati, non contano più né le sentenze della Corte Costituzionale, né i principi cardini della UE.

Si dà il caso, infatti, che il tetto alle retribuzioni dei manager di Stato e direttori generali salti proprio mentre al livello dell’Unione Europea vengono reintrodotte le condizionalità proprie del MES, che vanno, così, a sommarsi a quelle del PNRR ed ai vincoli ferrei del Fiscal Compact.

Ovvero, fine della “ricreazione” pandemica e ritorno ai dettami draconiani della più feroce austherity. Si, ma solo su lavoratori e pensionati.

D’altronde si sa, l’Unione Europea è una enorme orwelliana fattoria degli animali: tutti sono uguali, ma c’è chi è più uguale degli altri.

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Se 240.000 euro vi sembran pochi

Nelle pieghe della legge di bilancio, sotto le quali scopriremo un poco alla volta regali e favori sfacciati assieme ad altre ingiustizie, il governo Draghi ha inserito una norma a favore degli alti dirigenti delle amministrazioni e delle aziende pubbliche.

I loro emolumenti erano stati bloccati a 240.000 euro all’anno e i manager pubblici soffrivano di questa discriminazione rispetto a quelli privati, che più licenziano più guadagnano. Di fronte al grido di dolore di questa categoria oppressa di fronte al carovita, Draghi non è stato insensibile e ha tolto il tetto alla retribuzione.

Ora i manager pubblici potranno guadagnare più di 20.000 euro al mese. Nello stesso tempo coloro che 20.000 euro, o anche meno, li prendono in un anno vedranno i loro salari sprofondare.

È la spirito di classe di Mario Draghi, lo stesso in base al quale egli, andato in pensione a 59 anni, ci manda gli operai a 67. Ed è la politica reale, oltre le chiacchiere, del #governodeipeggiori.

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Bosch licenzia a Bari. 620 lavoratori a rischio

La multinazionale tedesca Bosch ha fatto sapere che ha intenzione di procedere con il licenziamento di 620 lavoratori dello stabilimento di Bari.

La Bosch produce componenti per automobili ed ha deciso di tagliare migliaia di posti di lavoro, in Italia ma anche in Germania. Il sindacato IG Metall ha affermato che sarebbero circa 3.000 i lavoratori che potrebbero essere licenziati negli stabilimenti di Monaco e Arnstadt.

Alla fine degli anni ’90, la Bosch aveva rilevato a Bari l’impianto della Allied Signal che produceva apparati frenanti per auto. Erano gli anni dello shopping industriale da parte di aziende tedesche in Puglia, spesso usufruendo di congrui finanziamenti pubblici all’investimento da parte di multinazionali straniere.

“Si è svolto ieri l’incontro con il management italiano di Bosch per il sito di Bari. Lo stabilimento pugliese, la cui produzione è concentrata maggiormente su componentistica per motori diesel, è l’unico in Italia a soffrire una crisi accentuata dalla pandemia e dalla mancanza delle forniture che ha fatto crollare ulteriormente il mercato dell’auto in Europa – annunciava la Fiom a novembre tramite una nota stampa. “Le azioni messe in campo fino ad oggi con la diversificazione dei prodotti e l’arrivo di alcune produzioni da altri stabilimenti, per effetto della contrattazione per la solidarietà tra siti, non bastano a scongiurare il rischio di centinaia di esuberi”.

Ma non è la prima volta che la Bosch minaccia i licenziamenti nell’impianto pugliese. Appena quattro anni fa, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, scriveva che “L’azienda – dopo il tavolo convocato a Roma – ha ritirato la proposta di licenziamenti e si è impegnata a non ridurre l’orario di lavoro e a non derogare al contratto nazionale di lavoro. Saranno così salvaguardate sia l’occupazione e predisposte le condizioni per prospettive future”.

Quattro anni dopo la Bosch torna invece alla carica decidendo di licenziare 620 lavoratori dello stabilimento di Bari.

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Sui licenziamenti alla Bosch qui di seguito un comunicato di Giuliano Granato portavoce nazionale di Potere al Popolo:

BOSCH ANNUNCIA 620 LICENZIAMENTI A BARI!

È questo ciò che succede in un Paese che non ha una politica industriale: le multinazionali vengono, prendono soldi pubblici (molto spesso), poi quando decidono che è ora vanno via, lasciando il deserto.

E i politici piagnucolano.

Ma si fermano a quello, a qualche supplica, alle sceneggiate dello sbattere i pugni sul tavolo.

Perché poi quando si tratta di fare leggi mica ascoltano i lavoratori; assecondano, piuttosto, i desideri delle grandi imprese, come nel caso dell’emendamento governativo sulle delocalizzazioni che serve alle multinazionali e non ai dipendenti.

La verità è che senza politica industriale non si va da nessuna parte.

E politica industriale non sono i 115 miliardi dati alle imprese come incentivi e sconti fiscali alle imprese dall’inizio della pandemia.

Quelli sono regali. Ai più ricchi.

Mentre licenziano lavoratori e lavoratrici e saccheggiano il tessuto produttivo del nostro Paese.

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30/12/2021

Cure (1997) di Kiyoshi Kurosawa - Minirece

Il governo nel pallone: abolisce di fatto la quarantena

Diciamola in modo semplice: i governi occidentali, compreso quello italiano, di fronte al moltiplicarsi incontrollabile dei contagi scelgono di diminuire i periodi di quarantena in caso di contatto con portatori accertati del Covid, in qualsiasi variante si presenti.

Lo fanno – e lo dicono apertamente – per impedire che il contagio generalizzato della popolazione porti al sostanziale blocco dell’economia. Visto che, come sta accadendo in molti settori, la necessità di mettersi in isolamento impedisce a un numero crescente di persone di andare a lavorare.

Per di più, un incapace cronico messo a guidare la pubblica amministrazione pretende che i dipendenti pubblici in smart working – quindi a minore rischio di esposizione e di contagio attivo – tornino immediatamente al lavoro “in presenza”. Evidentemente il virus gli piace...

Il ministro dell’istruzione, appoggiato dal super presidente del consiglio, esclude che alla scadenza delle vacanze natalizie gli studenti possano evitare di ammassarsi nuovamente dentro edifici scolastici che dopo due anni non hanno ricevuto alcuna manutenzione adattativa al Covid.

Questo nonostante i dati riferiscano che ormai il contagio passa soprattutto attraverso le fasce giovanili semi-risparmiate dalla prima variante originale (“Wuhan”).

Qualsiasi virologo o epidemiologo, da due anni a questa parte, ci spiega che per impedire i contagi – e lo sviluppo delle “varianti” – bisogna fare l’esatto opposto. Ma il Pil è sacro e molti scienziati fanno poi come il prof. Mindy in Don’t look up: si adeguano, ammorbidiscono, “conciliano”, trovano compromessi.

Quel che è venuto fuori da un Consiglio dei ministri particolarmente complicato, dopo uno scontro altrettanto duro con e dentro il Cts, è un elenco di misure che più cervellotiche non si può. Vediamole:
“Nuove misure in merito all’estensione del Green Pass Rafforzato (che si può ottenere con il completamento del ciclo vaccinale e la guarigione) e le quarantene per i vaccinati.

Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza, si amplia l’uso del Green Pass Rafforzato alle seguenti attività:

- alberghi e strutture ricettive;

- feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose;

- sagre e fiere;

- centri congressi;

- servizi di ristorazione all’aperto;

- impianti di risalita con finalità turistico-commerciale anche se ubicati in comprensori sciistici;

- piscine, centri natatori, sport di squadra e centri benessere anche all’aperto;

- centri culturali, centri sociali e ricreativi per le attività all’aperto.

Inoltre il Green Pass Rafforzato è necessario per l’accesso e l’utilizzo dei mezzi di trasporto compreso il trasporto pubblico locale o regionale.”
Ognuno di voi può agevolmente trovare altre decine di occasioni altrettanto favorevoli per la circolazione del virus – a cominciare dai luoghi di lavoro – che non sono menzionate.

Ma non è neanche questo l’aspetto più eclatante. La gestione delle quarantene, infatti, sfida contemporaneamente le leggi della logica, quelle della comunicazione e – ovviamente – quelle della salute pubblica.
“Il decreto prevede che la quarantena precauzionale non si applica a coloro che hanno avuto contatti stretti con soggetti confermati positivi al COVID-19 nei 120 giorni dal completamento del ciclo vaccinale primario o dalla guarigione nonché dopo la somministrazione della dose di richiamo.

Fino al decimo giorno successivo all’ultima esposizione al caso, ai suddetti soggetti è fatto obbligo di indossare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo FFP2 e di effettuare – solo qualora sintomatici – un test antigenico rapido o molecolare al quinto giorno successivo all’ultima esposizione al caso.

Infine, si prevede che la cessazione della quarantena o dell’auto-sorveglianza sopradescritta consegua all’esito negativo di un test antigenico rapido o molecolare, effettuato anche presso centri privati; in tale ultimo caso la trasmissione all’Asl del referto a esito negativo, con modalità anche elettroniche, determina la cessazione di quarantena o del periodo di auto-sorveglianza.”
Vedete un po’ voi se è possibile lasciare una materia del genere al caso (alla freddezza e responsabilità dei singoli, magari pressati da datori di lavoro che non vogliono perdere neanche una frazione di prodotto, necessità o menefreghismo vari, ecc.).

Tanto più che vengono considerati “buoni” per uscire dalla quarantena i test antigenici rapidi – diventati nel frattempo quasi introvabili, come anche quelli molecolari – che sono valutati “inaffidabili” per la verifica certa, o no, del contagio.

Di fatto, e come sempre, si cerca di andare avanti addebitando gli insuccessi inevitabili di una strategia demenziale ad una minoranza altrettanto demenziale che rifiuta il vaccino in nome delle teorie più strane, oltre che per paura.

I “no vax” sono da questo punto di vista utilissimi, e nessuno si cura di far notare che con l’obbligatorietà vaccinale verrebbe a crollare anche questo diversivo del governo.

Si è tentati di descrivere questo esecutivo come un branco di sciamannati qualsiasi, ma sappiamo bene che questa sciatteria e confusione sono il risultato di scelte sciagurate fatte nel corso degli ultimi due anni. E che ora vengono non solo confermate, ma addirittura aggravate.

Frutto maturo, insomma, di una strategia suicida: “convivere con il virus”.

Abbiamo spesso contrapposto a questa emerita cazzata la strategia molto diversa adottata dalla Cina, ma anche da altri paesi, non necessariamente socialisti (o diversamente socialisti): isolare i focolai al primo manifestarsi, testare tutta la popolazione in quella determinata area, individuazione e tracciamento dei contagiati, isolamento reale – non “fiduciario” – fino a guarigione. Poi, una volta prodotti i vaccini, anche vaccinazione di massa.

All’inizio si poteva fare anche qui, e con i primi focolai era anche stato fatto (Codogno, Vò Euganeo, ecc). Ma immediatamente si alzarono i vampiri di Confindustria, preoccupati di perdere qualche briciola di profitto per qualche mese; impedirono perciò la dichiarazione di “zona rossa” per Bergamo e la Val Seriana, condannando a morte un numero ancora imprecisato di persone in quella zona e permettendo così al virus di dilagare in tutta Italia.

Non che gli altri paesi occidentali abbiano fatto qualcosa di diverso. Ognuno ha proseguito con il suo personale “io speriamo che me la cavo”, rassegnandosi ad adottare misure di contenimento solo quando gli ospedali arrivavano al limite dell’esplosione.

Oggi le strategie iniziali non sono più possibili. Il virus è ovunque, e muta continuamente. Anche il fatto che la “variante omicron” sia dipinta come “più contagiosa, ma meno letale” – pur in assenza, per il momento, di studi che lo confermino con qualche precisione – viene utilizzato per “allentare” ancora di più le misure di sicurezza.

A conti fatti, per quanto spannometrici (in assenza, ripetiamo, di studi definitivi), se il numero dei contagi si moltiplica per cinque – come detto da autorevoli virologi, per quanto “morbidi” con i rispettivi governi – anche quei “pochi morti in percentuale” che questa variante provoca sono da moltiplicare per cinque.

Insomma, alla fine, in numeri assoluti – che sono quelli che contano – ospedalizzati e morti saranno più o meno gli stessi: una marea.

Persino l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, che certo non brilla per rigore scientifico, ha dichiarato che la riduzione del periodo di quarantena decisa in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, è “un compromesso” tra il controllo dei contagi e la necessità di far andare avanti le economie.

Se il virus fosse un nemico “ragionevole”, sarebbe anche una scelta logica. Purtroppo non ragiona; si replica all’infinito, finché può. Bisogna combatterlo, non “conviverci”. Altrimenti non ne usciremo mai.

Questo è quel che accade dove “la politica” – con o senza “i migliori” – è un cameriere al servizio delle imprese private, in cui dunque sono le loro esigenze immediate a determinare scelte altrettanto di breve respiro, che producono catene di problemi che si aggrovigliano nel tempo e diventano irrisolvibili con criteri “normali”.

Inutile far notare che dove è invece la politica – e la ricerca scientifica – a dettare l’agenda e le strategia, non stranamente l’economia va molto meglio, nonostante la pandemia, i lockdown e le eccezionali misure di prevenzione adottate anche in casi numericamente minimi.

Un esempio di questi giorni. A Xi’an, a dicembre, sono stati registrati 330 casi di contagio. Per questo i 13 milioni di abitanti della città sono stati messi in lockdown, chiusi in casa, con un esercito di volontari che porta loro da mangiare e un esercito di medici-infermieri che fa il tampone a tutti.

Con questo metodo, adottato ormai da due anni, si isolano rapidamente i pochi casi, si curano a seconda della gravità in ospedale o a casa, e in meno di un mese quella città torna in genere alla piena – e vera – normalità.

Un metodo che funziona dal punto di vista della salute pubblica (solo 5.000 morti in due anni, in una popolazione di 1,4 miliardi di persone).

Ma che funziona anche dal punto di vista dell’economia: la crescita cinese ha rallentato nel 2020, anno peggiore per Pechino, ma non è in nessun momento diventata recessione (due trimestri consecutivi negativi). E la ripresa è stata molto forte, molto più anche di quella “miracolosa” fatta segnare – ma solo per quest’anno – dall’Italia (+6,8%).

Ma che strano... se la popolazione è in salute si produce di più e meglio...

Qualcuno lo spieghi a Confindustria e Draghi. E a tutti i neoliberisti che appestano questo mondo.

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AMLO “seppellisce” lo scrittore Vargas Llosa. Parole come pietre

Riportiamo un interessante servizio dell’Agenzia Nova sulle dichiarazioni con cui il presidente del Messico Andrés Manuel Lopez Obrador (Amlo) ha praticamente messo una lapide sul sovrastimatissimo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, nato progressista e invecchiato reazionario. Era ora che su questo personaggio si pronunciassero parole come pietre e queste non potevano che venire dall’America Latina in cambiamento.

*****

Il presidente del Messico, Andrés Manuel Lopez Obrador, ha detto di aver guardato con “piacere” la “decadenza” intellettuale del peruviano Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura, simbolo del “conservatorismo” in America latina.

“Mi ha fatto piacere ascoltare, osservare, constatare la decadenza di Vargas Llosa”, ha detto Lopez Obrador segnalando che l’autore viene invitato ovunque credendo che “sia lo stesso” di sempre.

Commentando un intervento tenuto presso un convegno organizzato dalla Fondazione internazionale per la libertà (Florida), il presidente ha detto che lo scrittore “non dice più nulla, se non luoghi comuni”.

Quello pronunciato da Vargas Llosa sull’America latina è un discorso “di sconfitta, senza alternative. Non fa altro che lamentarsi perché l’America latina è stata presa dalla sinistra”, ha detto “Amlo” nel corso della tradizionale conferenza stampa quotidiana.

“E ancora non si erano chiuse le urne in Cile”, con la vittoria del giovane candidato della sinistra, Gabriel Boric, ha aggiunto “Amlo”.

Lopez Obrador, la cui vittoria alle presidenziali del 2018 veniva descritta da Vargas Llosa come un “suicidio democratico”, ha detto di essersi imbattuto nel discorso del premio Nobel “poco prima di addormentarsi. Quando Beatriz (la moglie) se n’è accorta mi ha chiesto come potessi sentirlo”, invitandolo a spegnere la tv. “No aspetta”, ha detto Lopez Obrador rimarcando il piacere di aver sentito il discorso fino in fondo: “Dopo ho dormito benissimo”.

Pur ritenendolo interprete di un conservatorismo in cui non si riconosce, il presidente messicano ricorda che il peruviano aveva “un tempo immaginazione, talento, era propositivo e dava speranze”.

Alle ultime presidenziali del Perù, lo scrittore aveva appoggiato la candidatura di Kejko Fujkimori, figlia dell’ex presidente Alberto, da lui avversato con forza, perché ritenuta meno “pericolosa” del vincitore, Pedro Castillo. Aveva fatto inoltre rumore il deciso sostegno fornito all’ultraconservatore José Antonio Kast alle presidenziali del Cile.

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Dalla pandemia non avete imparato niente. Il governo degli impostori

Ormai è evidente che il governo, che non ha potenziato affatto il sistema sanitario esistente, non riesce a fare fronte alla prevedibile quarta ondata di Covid.

La vergognosa logica di dover “convivere con il virus”, come se nulla fosse accaduto in questi ventidue mesi, e quindi dichiarare periodicamente che “siamo tornati alla normalità”, sta rivelando come le classi dirigenti e la classe dominante nulla hanno appreso dalla dolorosa lezione della pandemia.

Si trastullano con i dati sul Pil e una ripresa economica che però – guidata dai consueti criteri liberisti – rischia di accentuare ancora di più le disuguaglianze sociali appena gratti un po’ sotto la superficie dei provvedimenti adottati e di quelli in programma.

Il vulnus più doloroso resta quello della sanità. Nonostante le falle messe in evidenza in questi mesi, il governo ha preferito investire solo sulla campagna vaccinale e nulla sul ripristino della sanità territoriale.

Di fronte alla diffusione dei contagi siamo tornati alla situazione dello scorso anno, in cui l’assistenza sanitaria domiciliare è inesistente e gli ospedali fanno barriera per evitare di implodere a causa dei migliaia di ricoveri, sia per Covid sia per le patologie di sempre. Il problema era ed è rimasto quello.

Lo smantellamento della sanità territoriale e di ogni strutture intermedia tra il domicilio e il pronto soccorso già riversava su ospedali al collasso la “normalità”. Inevitabile che un’emergenza pandemica fiaccasse a colpi di maglio strutture già in serissime difficoltà.

Il governo Draghi – perché occorre riconoscere che persino Conte, in qualche modo, aveva provato a fare qualcosa di diverso – si è mosso in totale continuità con la visione neoliberista dei servizi pubblici, rimuovendo ogni serio e congruo investimento sulla sanità per dotarla di risorse che andassero anche oltre l’emergenza pandemica.

Al contrario ha investito solo sulla campagna vaccinale smantellando invece quella già debole sul tracciamento (i tamponi).

I risultati sono adesso sotto gli occhi di tutti. Da molte regioni – e con la ricca Lombardia di nuovo a fare “malacronaca” – arrivano notizie sul collasso del sistema dei tamponi.

La super ondata di casi Covid sta infatti mettendo in ginocchio il sistema di tracciamento. In molte ASL, per i test prescritti dal proprio medico curante, c’è l’attesa (minimo di un’ora) davanti al computer per cercare di afferrare una prenotazione e poi altrettanto in coda al drive in o ai centri.

La corsa al test molecolare, da parte di chi presenta dei sintomi riconducibili al virus, di chi ha avuto un contatto stretto con un positivo nei giorni precedenti, o anche solo da chi sta cercando di passare queste feste prendendo tutte le precauzioni per evitare di infettare amici e parenti, non accenna a fermarsi e proseguirà fino a quando i contagi giornalieri non inizieranno a scendere.

Inoltre le restrizioni per i non vaccinati hanno aumentato da settimane la domanda di tamponi per potersi recare al lavoro.

“La situazione dei tamponi è ingestibile, davanti alle farmacie ci sono lunghe code“ denuncia il presidente dell’Ordine dei medici Roberto Carlo Rossi. “Questo malfunzionamento non solo crea grandi difficoltà ai medici, di tempo e di risorse, ma li rende anche colpevoli di fronte ai pazienti, aumentando il contenzioso con loro“. Se n’è avuta prova all’ospedale San Carlo di Milano in questi giorni.

A chi fa i tamponi perché non vaccinato in questi giorni si sono aggiunti coloro che devono prendere treni o aerei, chi ha voluto essere prudente in vista delle feste in famiglia anche se vaccinato e poi chi è venuto a contatto con un positivo.

Poi il governo pretende il super greenpass con tampone molecolare, mentre i medici dello Spallanzani mandano a dire che il “molecolare va fatto solo se si devono prendere decisioni cliniche per persone ad alto rischio“.

Non solo. L’aumento dei contagi costringe decine di migliaia di persone alla quarantena in casa, ma siamo di nuovo a “tachipirina e vigile attesa”, nonostante i vaccini stiano contenendo i numeri dei decessi e dei ricoveri in terapia intensiva.

Le ambulanze – poche – arrivano solo se i parametri del malato sono oltre il limite dell’ossigenazione. Visite o terapie a domicilio non sono previste (do you remember le famose “Usca”? ndr) e l’accettazione negli ospedali diventa caotica, soprattutto in quelli dove non sono previsti i “percorsi Covid”.

I soli centri che si sono riempiti di medici e infermieri sono quelli vaccinali, ma sulle ambulanze, nei pronto soccorso e nelle corsie si sta ancora come prima del Covid, spesso con contratti a tempo che vengono revocati appena il governo e il Cts dichiarano che siamo “tornati alla normalità”, ben sapendo o ignorando che stiamo facendo i conti con un virus di cui le cose che non si conoscono sono ancora più di quelle che si conoscono.

Si è andati a tentoni per più un anno ed era forse in parte inevitabile, ma non aver voluto apprendere nulla dall’esperienza pandemica ormai sta diventando criminale.

Affrontare una pandemia avendo in mente solo il PIL non è più accettabile. Questo non è il “governo dei migliori”, ma un governo di impostori.

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Il gas russo a basso costo è pronto. I paesi europei adesso devono decidere che fare

La Russia ha annunciato che il suo gas a basso costo è pronto ad essere trasferito, attraverso il Gasdotto North Strem 2, ai paesi europei, sempre se costoro vorranno acquistarlo.

L’amministratore della compagnia energetica russa Gazprom, Alexei Miller, ha annunciato mercoledì che il gasdotto Nord Stream 2 è stato riempito di gas e il gasdotto è pronto per il funzionamento.

“Ora sia la prima che la seconda conduttura del gasdotto sono alla pressione di esercizio e sono completamente pronte per il funzionamento”, ha detto Miller.

L’amministratore di Gazprom ha ricordato che Nord Stream 2 ha la capacità di trasportare 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno ed è il gasdotto sottomarino più lungo del mondo con 1.234 chilometri.

“Ora, data la difficile situazione dei nostri partner stranieri, la Russia ha l’opportunità di aumentare le esportazioni di gas”, ha detto Miller, aggiungendo che la nuova rotta “aiuterà a risolvere la questione della stabilizzazione dei prezzi sul mercato europeo”.

Il presidente russo Putin nei giorni scorsi aveva sottolineato che il lancio del gasdotto porterà ad una riduzione dei prezzi del gas in Europa, compresa l’Ucraina. Tuttavia, ha detto che i grandi volumi aggiuntivi potrebbero essere forniti all’Occidente non appena le autorità europee approveranno il lancio di Nord Stream 2. “Non appena loro (i partner europei, ndr) prenderanno la decisione sull’inizio dei lavori, ulteriori grandi volumi di gas russo inizieranno immediatamente ad arrivare in Europa”.

Il nuovo ministro degli esteri tedesco, Annalena Baerbock, però ha affermato che questo mese il Nord Stream 2 “non può ancora essere approvato perché non soddisfa i requisiti della legislazione energetica europea, e le questioni di sicurezza sono ancora sul tavolo”.

Ora i paesi europei devono solo decidere se continuare a subire le imposizioni anti-russe degli USA e, quindi, comprare il gas da altri paesi a prezzi più elevati scaricandone poi i costi sui cittadini o, invece, acquistare il gas russo a basso costo andando verso la riduzione delle bollette e dei prezzi a favore di aziende e famiglie.

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L’Occidente sta perdendo la lotta di classe

Iniziò tutto nel 1973, quando Agnelli disse: “Profitti zero”. La lotta di classe operaia era incontrollabile, l’onda lunga dell’”autunno caldo” ancora viva.

La Trilaterale passò all’offensiva, iniziando dal Cile. L’asset inflation prendeva piede contro il profitto industriale perduto. Le delocalizzazioni facevano il resto.

Con il Piano Werner prima, e poi Thatcher e Reagan poi, la lotta ai salariati raggiunse il suo apice. Lotta contro il salario diretto e il salario globale di classe, smantellamento del Welfare, criminalizzazione del dissenso, carcere, eroina e torture per chi non si adeguava.

Negli anni '90 pensavano di aver raggiunto lo scopo, con le delocalizzazioni in Cina. Pensavano: questi saranno i nostri nuovi schiavi e da noi aumenteremo la disoccupazione per colpire il salario, fino a farlo diventare da fame.

Nel 2008 il giocattolo su ruppe, ma l’Occidente continuò imperterrito nella stessa onda contro la classe lavoratrice, nel mentre la Cina passava al mercato interno e al plusvalore relativo con la Legge sul Lavoro.

Obiettivo cinese: raggiungere risultati di produttività totale dei fattori produttivi vicini o eguali all’Occidente, con fortissime spese per istruzione e ricerca, oltre che investimenti infrastrutturali (le marxiane “condizioni generale della produzione”).

La pandemia ha fatto il resto, l’Occidente si ritrova senza componenti fondamentali per la produzione.

Ieri la Cina ha pubblicato un Libro Bianco in base al quale limiterà le esportazioni di diversi beni industriali, per soddisfare l’enorme mercato interno.

Mercato interno invece distrutto in 50 anni in Occidente, che ora si trova, specie in Europa, senza salari, senza beni industriali, senza mercato interno.

La lotta alla classe lavoratrice condotta in questi decenni mostra il suo lato paradossale: il capitale ha distrutto la sua base, appunto il salario, e non gli rimane che l'asset inflation.

Carta, e non altro.

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A conferma della opposta dinamica esistente tra decisione politica e “attività di impresa” – in Cina e nell’Occidente neoliberista – due notizie di questi giorni possono aiutare a comprendere meglio.

A) I “mercati finanziari” internazionali da diversi mesi sono in attesa del fallimento di Evergrande, la seconda azienda di sviluppo immobiliare in Cina. La speranza esplicita è che questo possibile default rappresenti la “Lehman cinese”, un colpo equivalente a quello del 2008 sull’’economia mondiale, ma concentrato soprattutto nel sistema di Pechino.

Grande sorpresa ha perciò registrato l’annuncio da parte della società “moribonda” di aver riattivato il 92% dei propri progetti (all’inizio di settembre, momento più acuto della sua crisi, si era fermato il 50% dei cantieri).

Il ministro per la Casa e lo Sviluppo urbano-rurale, Wang Menghui, ha confermato l’impegno di Pechino “per una stabilizzazione dei prezzi e del mercato. Il tutto, però, senza utilizzare la politica abitativa come strumento di stimolo a breve termine.”

Il contrario di quanto avviene dalle nostre parti, detto in altri termini. Un giornale economico italiano sintetizza così la differenza: “niente superbonus, da quelle parti”.

B) Molto più importante è la decisione del governo di riunificare tre delle più importanti aziende del comparto delle terre rare del Paese, creando di fatto una powerhouse statale del settore che si tramuterà nel principale produttore al mondo di risorse strategiche.

China Minmetals Rare Earth Co. si è unita a Chinalco Rare Earth and Metals Co. e Ganzhou Rare Earth Group, assumendo la nuova denominazione di China Rare Earth Group e dando vita a un conglomerato in grado di controllare il 70% dell’intera produzione cinese di terre rare. Si tratta dei 17 minerali decisivi per la cosiddetta industria 2.0, fondamentali per gli ambiti produttivi più diversi, dai prodotti di elettronica alle auto elettriche fino alle turbine eoliche.

L’obiettivo del governo cinese è consolidare un’industria di punta, ma soprattutto impedire gli scostamenti furiosi dei prezzi dovuti alle “oscillazioni del mercato”, altamente speculative oppure dovute a improvvisi aumenti della domanda.

Uno dei dirigenti del neo gigante delle terre rare è stato ancora più esplicito: “Non possiamo lasciare che le forze di mercato determinino quanto dovrebbero costare le terre rare, questo alla luce della loro importanza strategica. Dobbiamo mantenere le valutazioni stabili, cosi che gli utilizzatori finali possano controllare i costi e muoversi lungo la catena di valore”.

Sintetizzando: un possibile elemento di crisi (Evergrande) viene per il momento neutralizzato senza che lo Stato debba farsi carico dei debiti di una società privata e senza neanche “distorcere” la politica economica seguita dal governo. E un comparto strategico di prima grandezza, centrale per le nuove tecnologie, viene di fatto nazionalizzato sottraendolo alle dinamiche speculative “dei mercati”.

È la differenza tra una linea di sviluppo decisa politicamente, che obbliga le imprese private a rispettare determinati obiettivi e standard, e un regime in cui prevale l’interesse individuale delle imprese private, cui gli Stati – come qui da noi – debbono fare i ponti d’oro altrimenti se ne vanno da un’altra parte.

Ed è anche, non per caso, la differenza tra prevalenza dell’economia reale e dominio della finanza.

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Draghi sbugiardato


Nella conferenza stampa di fine anno, di fronte ad una platea di giornalisti in modalità Fantozzi davanti al capufficio, Mario Draghi ha detto una bugia netta, calzata e vestita. Egli ha infatti affermato: “I principali beneficiari della riforma fiscale sono i pensionati ed i lavoratori a reddito medio basso”.

FALSO.

L’Ufficio bilancio della Camera ha dimostrato che della cosiddetta riforma si avvantaggeranno maggiormente i redditi medio alti. Infatti un operaio riceverà da essa mediamente 162 euro all’anno, un suo dirigente 368 in media, in alcuni casi fino a oltre 700.

L’esatto contrario di ciò che ha annunciato il Presidente del Consiglio. E questo, è bene ricordarlo, di fronte ad un aggravio del costo della vita stimato mediamente in 1600 euro all’anno a famiglia. La riforma di Draghi dà pochi soldi a tutti e meno ancora a chi ne ha più bisogno e lavora e fatica di più.

Sapevamo che il PD gli operai li ignora, che Renzi li odia e che Salvini li imbroglia.

Ora sappiamo anche che Draghi dice su di loro colossali e sfacciate bugie, che finora passa lisce solo per lo smodato servilismo del sistema politico e mediatico nei suoi confronti.

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29/12/2021

È stata la mano di Dio - 2021 - di Paolo Sorrentino

BNL ci prova: niente sciopero per chi è in smart working!

Avete presente il meraviglioso palazzo di BNL sito presso la stazione Tiburtina a Roma? È il luogo dove si consuma la brutta storia che vi racconto oggi.

Focalizzatelo nella vostra mente perché è davvero un simbolo del peggior modello capitalistico si possa immaginare: costruito anche con i soldi delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno nel tempo dovuto rinunciare a importanti istituti retributivi, scintillante e brillante fuori, tutto specchi e meraviglia all’esterno, plumbeo e deprimente all’interno.

Dopo trent’anni le lavoratrici e i lavoratori scioperano per difendere i propri diritti, assaliti da scelte scellerate che pongono la persona e la sua dignità nella più periferica delle marginalità.

Pensate che sulla facciata del palazzo si legge: “insieme siamo più forti“. A caratteri cubitali. E nello stesso momento il top management della banca lavora per cedere quasi mille persone, un decimo della propria forza lavoro, ad altri soggetti.

L’obiettivo è quello di “efficientare” liberandosi degli esseri umani che animano la comunità aziendale. Squallida ipocrisia.

Che le nuove modalità di lavoro potessero avere un impatto dirompente sulla capacità delle persone di affermarsi politicamente, nell’azienda e fuori di essa come classe lavoratrice, lo avevamo ampiamente previsto.

La denuncia non è stata ovviamente ascoltata e anzi si è sollevato, soprattutto dalla sinistra radical “politicamente corretta”, un muro di scialbe accuse sconclusionate: ogni qualvolta provi ad avanzare critiche alla narrazione mainstream in materia di lavoro diventi luddista, antistorico, antiquato, desueto, ideologico (nell’accezione negativa del termine) e ovviamente qualunquista, populista e violento.

Eppure quanto accade in BNL ha del surreale: il 27 dicembre le lavoratrici e i lavoratori hanno aderito in massa ad uno sciopero indetto dai sindacati contro un piano industriale lacrime e sangue. Il management spinge sul taglio dei costi del personale nonostante la banca abbia i conti in ordine.

È inquietante osservare come le ultime riorganizzazioni aziendali abbiano sempre comportato innumerevoli sacrifici per le persone che prestano la propria opera in azienda. Nessun altra idea di sviluppo anima la mente di un management cupo, grigio, perfettamente rappresentativo del modello capitalistico affermatosi nel paese. Un modello che dobbiamo osteggiare, combattere in ogni sede.

Ebbene lo sciopero del 27 ha rassegnato un enorme successo: la rete delle filiali è stata quasi interamente chiusa e gli uffici amministrativi di BNL erano deserti. Eppure la banca ha pubblicato i dati di adesione allo sciopero che farebbero registrare un modesto 30% circa. Il dato è semplicemente inverosimile.

Ne ho parlato personalmente col Segretario Nazionale di Unisin (il primo sindacato in BNL in quanto a rappresentatività), Tommaso Vigliotti, e mi ha colpito quanto mi è stato riferito: “l’azienda gioca con i numeri relativi all’adesione: abbiamo il ragionevole sospetto che lavoratrici e lavoratori in sciopero non siano stati conteggiati in quanto formalmente in smart working. Un gioco utile a falsare i dati sulla protesta e a far apparire i lavoratori più deboli, oltre che il sindacato isolato“.

Ovviamente alle lavoratrici e ai lavoratori di BNL va la solidarietà di tutte le forze sane dei mondo del lavoro e l’invito a tenere duro, soprattutto alle donne e agli uomini di cui BNL vuole disfarsi con le cessioni di ramo che ha in mente, ma momenti di questa gravità impongono una riflessione profonda, olistica e di sistema.

Cosa è il progresso? La nostra “modernità” lo incarna? Che uso dobbiamo fare della tecnologia? Essa è neutra o risponde allo scopo che decidiamo di perseguire? Quali modelli di lavoro sono possibili e quale quello più giusto e costituzionalmente orientato?

Non lasceremo per strada nessuno di questi interrogativi. La lotta continua.

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Nave militare italiana e missione europea nello Stretto di Hormuz

La Marina Militare in un nota ha fatto sapere che il 22 dicembre la fregata militare Martinengo ha fatto rientro nella base navale di Taranto dopo oltre 4 mesi di missione all’estero.

La nota segnala che la fregata italiana ha partecipato all’operazione a guida europea Atalante nata nell’ambito della European Union Naval Force for Somalia, ufficialmente impegnata nel contrasto del fenomeno della pirateria nelle acque del Mar Rosso, Golfo di Aden e del bacino somalo.

Ma la fregata Martinengo ha preso soprattutto parte, in quota alla Marina Militare Italiana, anche all’operazione Agenor, nata anch’essa nell’ambito di una iniziativa militare-navale europea denominata European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz.

Se andiamo a guardare i dettagli – che sono sempre decisivi – possiamo verificare come la missione in realtà più importante fosse quella nello strategico Stretto di Hormuz piuttosto che la “lotta alla pirateria”.

È la stessa Marina Militare infatti a precisare che dal 1° ottobre e per tutto il mese di novembre, l’Unità ha assicurato invece la sua presenza nelle acque del Golfo Persico e del Golfo di Oman.

Qui ha operato nel dispositivo aeronavale assegnato all’operazione Agenor nell’ambito dell’iniziativa multinazionale europea EMASOH, lanciata dalla Francia nel gennaio 2020 e supportata, oltre che dall’Italia, anche da Belgio, Danimarca, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo e Norvegia.

L’operazione multinazionale prevede l’impiego di un dispositivo aeronavale in grado di svolgere una “efficace e credibile” attività di presenza, sorveglianza e sicurezza del traffico mercantile in transito nella Stretto di Hormuz, un’area caratterizzata da interessi vitali per l’economia nazionale e dei paesi europei.

In tale ottica, la partecipazione della fregata Martinengo alle due operazioni pone in primo piano l’importanza di operare in un contesto multinazionale attraverso l’impiego coordinato di assetti, anche diversi, che siano in grado di assicurare il controllo di aree marittime di interesse nell’ambito di quello che tutti i centri di comando strategico – italiani ed europei – definiscono ormai come il “Mediterraneo Allargato”.

Un’area che va molto oltre i confini del Mediterraneo vero e proprio spingendosi nel Golfo Persico, lì dove si va facendo sempre più tesa la contrapposizione con l’Iran e la tensione sul traffico commerciale petrolifero.

Siamo dunque alle missioni navali-militari europei nei teatri di crisi di quella che l’Unione Europea ha definito come “la sua area di influenza”.

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Fuga radioattiva dalla centrale nucleare di Tricastin

Filtrano oggi anche in Italia le prime notizie relative ad una fuga di acque contaminate da trizio, avvenuta alla centrale nucleare di Tricastin verso metà dicembre.

La società Électricité de France ha infatti segnalato il 15 dicembre all’Autorità per la Sicurezza Nucleare francese la “rilevazione di trizio nell’acqua sotterranea contenuta nella cinta geotecnica situata sotto la centrale”.

Questa segnalazione ha portato alla rivelazione, tre giorni dopo, di un’alta radioattività in quelle acque (28.900 Bq/l); il livello si attesta oggi a 11.000 Bq/l e le autorità stimano rimarrà alta per qualche mese, quando una quantità già di 10 volte inferiore impone l’intervento dell’ASN.

Queste acque sarebbero quindi per ora trattenute da unta cinta di cemento di 12 metri di profondità e 60 cm di spessore, motivo per cui l’ASN ritiene la situazione sia “sotto controllo”.

I continui stop-and-go che in questi mesi hanno caratterizzato il nucleare francese (con lo spegnimento di 4 reattori per manutenzione, ed un ammontare di ben 12 malfunzionamenti in 2 anni nella sola centrale di Tricastin) fanno riflettere innanzitutto sulla scelta del Paese di prolungare il periodo di operatività delle proprie centrali, la maggior parte delle quali sono state costruite ormai più di 40 anni fa.

D’altra parte, dopo aver per decenni contato sulla ‘stabilità’ di questa fonte e perorato la causa nuclearista in tutta Europa, non è stato facile essere messi davanti alla miopia di certe scelte politiche.

Innanzitutto il fatto che il ricorso al nucleare ha impedito lo sviluppo di alternative energetiche che supplissero alla mancanza di elettricità nel momento in cui i reattori si sarebbero dovuti smantellare; il fatto che questo smantellamento possa rivelarsi (più della costruzione) un pozzo senza fondo di risorse e causa di emissioni di gas serra ed inquinamento per tutto il territorio circostante; il fatto che non c’è una soluzione definitiva per lo stoccaggio dei residui di fissione che resteranno per migliaia di anni radioattivi.

Nel momento in cui il ‘modello energetico francese’ torna a far sognare i politici in Italia ed i vertici europei, bisogna capire che la risposta al tracollo ambientale verso cui andiamo incontro non è il nucleare, ma è frenare gli appetiti insaziabili di un modo di produzione che ci ha condotti fino a questo punto e che spinge sempre più forte verso una competizione in cui l’Unione Europea vuole primeggiare anche sul piano energetico.

La risposta non arriverà da dentro questo sistema, ma dalla sua rottura.

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Come Netflix e la finanza hanno cambiato il cinema

«I film non mi interessano», diceva il personaggio interpretato da Lindsay Lohan protagonista di The Canyons di Paul Schrader: un film che non a caso iniziava con una sequela di sale cinematografiche abbandonate, vuote e in rovina. Le immagini – sosteneva Schrader implicitamente in quel film – oggi non vivono più nei cinema, ma tra gli smartphone, nei social network, nel variegato mondo della riproduzione visiva del digitale. E basterebbe provare a chiedere a un ventenne di oggi quale sia la sua esperienza delle sale cinematografiche per verificare come la realtà sia ormai universalmente questa: per la maggior parte delle persone il cinema è un’esperienza saltuaria, che viene fatta massimo due o tre volte all’anno, magari per vedere il nuovo film della Marvel o il sequel (o spin-off) di Guerre Stellari. L’esperienza delle immagini in movimento viene ormai fatta per la stragrande maggioranza dei casi individualmente o comunque in uno spazio privato, attraverso uno dei molti servizi di video on demand in streaming, come YouTube o Netflix.

A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento quasi naturale, dovuto a trasformazioni tecnologiche astratte e inevitabili, come le connessioni internet a banda larga e la diffusione degli smartphone. E invece c’è dietro una storia tutta politica – come sempre avviene nelle trasformazioni tecnologiche – che ha avuto un momento di accelerazione negli ultimi anni quando una delle tante aziende dot-com della Silicon Valley è riuscita a conquistare sempre più larghe fette di mercato e ha finito per ristrutturare completamente tutta la filiera della distribuzione audio-visiva.
In realtà non tutto è iniziato con Netflix. La sua premessa necessaria è stata la trasformazione del mercato cinematografico dall’immagine analogica supportata da pellicole in 35mm all’immagine digitale.
Le trasformazioni tecnologiche non sempre avvengono in modo indipendente e poi vengono sfruttate a fini capitalistici: più spesso vengono pensate e progettate direttamente per risolvere alcuni problemi dell’accumulazione capitalistica. E il problema degli studios di Hollywood negli anni Novanta era che la rete di distribuzione dei film in pellicola nelle sale cinematografiche (soprattutto americane) era diventato troppo oneroso: questo perché la vita dei film si andava accorciando sempre di più e c’era bisogno di cambiare l’offerta in modo sempre più rapido e efficiente. Film che venivano stampati in 3-4mila copie, diventavano per lo più inutili dopo un mese di passaggi in sala. Anzi, ormai il grosso dei guadagni dipendeva quasi soltanto dalle proiezioni del primo weekend.

Bisognava passare dalle grandi e pesanti “pizze” di bobine in 35mm, costose da trasportare e da smaltire, a dei semplici file digitali (Digital Cinema Package), da proiettare in modo per altro molto più agile da proiettori per immagini digitali. Per riuscire a trasformare tutte le multisale degli Stati Uniti (e poi del mondo) in sale di proiezioni digitale – scaricando i costi sugli esercenti naturalmente – bisognava inventarsi qualcosa: fu così che vennero lanciati i film in 3D (in realtà un tentativo di ringiovanimento di una vecchia tecnologia già usata negli anni Cinquanta e Ottanta). Avatar di James Cameron fu proprio questo: un cavallo di Troia – come l’ha definito David Bordwell – per ristrutturare il ciclo della distribuzione facendo adattare gli esercenti a quello che da lì in poi divenne un nuovo standard dell’immagine.
Una volta fissato lo standard nell’immagine digitale, era solo questione di tempo perché i film venissero portati dalle sale alle case, e dalla visione collettiva a quella individuale.
Il risparmio dei costi sarebbe servito a includere un’enorme fetta di persone che al cinema ormai non andava più. Netflix nacque infatti nel 1997 come un’impresa di noleggio di DVD per corrispondenza (una tecnologia che in futuro ricorderemo come un periodo di transizione verso lo streaming on-line). Nel libro autobiografico e agiografico dove si racconta la storia del fondatore di Netflix, la leggenda vuole – in realtà tutte le leggende della Silicon Valley non sono altro che la reiterazione della solita storia – che a partire da un garage e muniti solo di una grande idea, Reed Hastings e Marc Randolph siano riusciti in pochissimo tempo a cambiare il mondo e liberare gli spettatori televisivi dalla dittatura del palinsesto e della pubblicità. Il 23 maggio 2002, Netflix è già molto più che un’idea: viene quotata al Nasdaq come società di e-commerce, con azioni che valgono poco più di un dollaro e una capitalizzazione di 300 milioni di dollari. Meno di vent’anni dopo la sua capitalizzazione è di 215 miliardi di dollari e gli utenti paganti 190 milioni in tutto il mondo (a esclusione della Cina) con un valore medio delle sue azioni si aggira attorno ai 500 dollari. Ma che cosa è successo nel frattempo per permettere un successo tanto clamoroso?

Senz’altro la tempistica dell’inaugurazione del servizio in streaming on-line nel 2007 – lo stesso anno in cui viene lanciato sul mercato l’iPhone – è più che fortunata. E l’idea di trasmettere una serie di “premium TV” nel 2013 con House of Cards, su una piattaforma che all’epoca costava meno della metà di quello che facevano pagare HBO o Showtime, ha sbaragliato i concorrenti.
Netflix ha avuto anche un impatto culturale rivoluzionario visto che è stata la prima a lanciare una serie TV tutta intera, senza aspettare che le puntate venissero trasmesse settimana per settimana, inventando quello che poi verrà definito il “binge-watching”. E tuttavia nulla di tutto questo riesce a spiegare fino in fondo il suo successo.
Come riporta “Variety” alla fine di marzo 2020 Netflix aveva un debito di quasi 15 miliari di dollari: 2,2 di essi erano appena stati sottoscritti l’autunno precedente. Ma quello che colpisce è la sproporzione del budget per gli investimenti che garantiscono una crescita sempre più accentuata: nel 2016 Netflix spendeva 5 miliardi di dollari all’anno per le proprie produzioni. Nel 2018 erano già diventati 12, nel 2019 15, nel 2020 17: nonostante ricavi da più di 20 miliardi ma con un utile netto che non ha mai superato i 2 miliardi negli ultimi anni, Netflix sembra essere un’azienda dalla crescita inarrestabile ma che dipende sempre di più da un indebitamento elefantiaco. In molti si sono iniziati a chiedere se la crescita di questo gigante dai piedi d’argilla fosse davvero sostenibile.

Nel 2019 Aswath Damodaran, professore di finanza alla Stern School of Business della New York University, sosteneva sul “Financial Times” che Netflix «per un decennio, ha investito sempre più soldi in nuove produzioni per attirare utenti e aumentare la capitalizzazione di mercato. E per ora ha funzionato. La domanda è: come è possibile scendere da questo tapis roulant? A un certo punto, spendere il 75% di ogni dollaro in contenuti non sarà sostenibile. Il prossimo anno sarà la grande sfida».

L’anno dopo però c’è stato un evento che nessuno poteva immaginare: la pandemia Covid-19. E mezzo mondo è stato costretto a passare molto più tempo a casa di quanto non facesse di solito: Netflix ha quindi avuto un boom di abbonamenti che nemmeno nelle sue più rosee previsioni era concepibile, conquistando nei primi tre mesi dell’anno oltre 15 milioni di nuovi abbonati, per la maggior parte dall’Europa e dall’Asia.
Tuttavia, qualche domanda su questo modello di crescita è lecito farsela. Netflix, come le altre piattaforme globali, ha la caratteristica di esasperare alcuni tratti fondamentali dell’impresa finanziarizzata, così come l’abbiamo conosciuta nella fase ascendente del money manager capitalism, dalla General Motors nel settore manifatturiero, alla General Electric nel comparto delle utilities, passando per le multinazionali della logistica. Il modello di business di Netflix può essere approssimato in pochi passaggi.
La piattaforma di intrattenimento condivide con le più tradizionali imprese manifatturiere, il fatto che l’enorme crescita è stata resa possibile, innanzitutto, da un accesso al credito senza precedenti. L’elevato indebitamento, come si è visto, è la precondizione necessaria per avviare le proprie produzioni autonome e rinnovare continuamente la propria offerta. La raccolta di ingenti quantità di dati dagli utenti, unita all’uso di algoritmi di apprendimento automatico, consentono di analizzare le preferenze e isolare oltre duemila “cluster di gusto”, in modo che l’offerta possa rivolgersi a nicchie di mercato abbastanza precise. L’analisi dei Big Data ha ovviamente la funzione principale di orientare le produzioni di contenuti, adattandosi just in time alle richieste del mercato. Una volta che uno spettacolo è pronto per la consegna, un reparto dell’azienda si occuperà di capire come deve arrivare il nuovo contenuto agli abbonati, perfezionando l’algoritmo che seleziona i 40-50 titoli che appaiono sulla schermata iniziale di Netflix, oppure stabilendo diverse campagne di lancio con trailer differenziati secondo i cluster di destinatari. Sul lato delle entrate, il circuito non si chiude con gli abbonamenti.

Perché nonostante l’aumento degli utenti il cash-flow è strutturalmente negativo (tranne il flusso di cassa trimestrale di quest’anno, dopo oltre sei anni dalla prima volta), nel conto economico i ricavi da vendite non superano quasi mai i costi di produzione. Ciò che chiude il circuito economico-finanziario sono piuttosto le enormi plus-valenze registrate a Wall Street, che tamponano lo squilibrio “reale”, mettendo al riparo l’azienda dalla tendenza cronica all’insolvenza e facendo del profitto una grandezza (quasi) indistinguibile dalla rendita.

Sullo sfondo della fortuna di Netflix c’è la svolta espansiva della politica monetaria delle principali banche centrali, dopo la crisi finanziaria del 2007. Ha inizio la lunga fase del Central Bank-Led Capitalism. Arriva sui mercati finanziari un’enorme quantità di moneta, il rendimento dei titoli pubblici inizia a calare, gli operatori finanziari ricercano spasmodicamente rendimenti più alti, aumentando gli acquisti dei titoli delle Big Tech.
Nel pieno dello shock economico della prima ondata di pandemia, a partire dalla fine di marzo, il valore dello S&P 500 esplode, trainato dalle aziende tecnologiche che oramai corrispondono al 20% del valore dell’indice, dopo che la FED aveva annunciato un programma di acquisti delle azioni corporate, alimentando ciò che l’”Economist” ha soprannominato il dangerous gap, ovvero il divario tra Wall Street e Main Street.
Da quando è quotata in borsa nel 2002, il prezzo delle azioni dell’azienda è aumentato di ben cinquecento volte, collocandosi ampiamente nella top ten delle neo-quotate degli ultimi diciotto anni. Non mancano osservatori che nell’ultimo periodo hanno ipotizzato una nuova bolla speculativa delle dot-com ai tempi del platform capitalism. Altri, invece, a partire dal 9 novembre, dopo l’annuncio del vaccino da parte della Pfizer, hanno scommesso su una possibile rotazione dei mercati, con un ri-orientamento dei flussi finanziari verso altri settori, attendendosi un relativo ridimensionamento progressivo della cosiddetta stay at home economy.

Comunque vadano le cose, non cambia di certo il nocciolo della questione. Netflix nel 2019 contava circa 8.600 addetti diretti (quasi il doppio del numero registrato nel 2016), ognuno genera in media 2,6 milioni di dollari di entrate annuali (nove volte di più rispetto ai dipendenti Disney). Il salario orario base dei dipendenti (Administrative assistant, Editor, Audio Engineer, Technician, Reserach analyst etc.) in media è pari a circa 30$, a cui si aggiungano i bonus in base ai risultati raggiunti (con importi non trascurabili, soprattutto per le professionalità più alte). La società californiana è al comando di una catena globale di sub-fornitura molto articolata (le ultime stime parlano di oltre 2.200 sub-fornitori di primo livello) e dispersa geograficamente (in Italia, ad esempio, a parte le produzioni che vengono realizzate direttamente nel paese, diversi contractor lavorano tra Roma e Milano per le post-produzioni di serie realizzate altrove o risultano sub-fornitori di secondo livello di società di post-produzione di altri paesi europei a cui Netflix affida il doppiaggio, sottotitolazione, mixaggio ecc.).

È inutile dire che nei gradini più bassi della catena la pressione sui salari è ancora più intensa. Basti pensare che il comparto degli animatori e delle altre maestranze tecniche impegnate nella serie Bojack Horseman si è dovuta organizzare sindacalmente, per strappare un accordo migliorativo con l’azienda di Los Gatos. Si tratta di dati che confermano quanto sia abnorme il tasso di sfruttamento nelle Tech Giants, la conseguenza della mobilitazione di una enorme quantità di lavoro vivo (potenziale) gratuitamente reso dagli utenti.
L’altra faccia di come l’affermazione del capitalismo delle piattaforme riduca ancor di più gli “effetti di percolamento” dalla finanza all’economia reale.
Netflix, al pari degli altri giganti del web, è un “ecosistema coordinato” che massimizza a vantaggio della proprietà le relazioni di mercato tra gli utenti, i fornitori e gli investitori finanziari, ma è anche una “macchina economico-finanziaria” intrinsecamente crisis prone come si è visto, che per svilupparsi ha bisogno di acquisire sempre nuovi abbonati (vincendo la competizione con gli altri competitor, come Apple, Amazon, Disney ecc.), alimentando nel contempo quella tendenza interna alla “concentrazione” monopolistica, che contraddistingue questa nuova forma di innovazione tecnologica.

Le conseguenze di questo fenomeno sono state e saranno devastanti per tutto il settore dell’audiovisivo. Oggi è diventato ormai normale spendere 9.90$ al mese per vedere decine di film e serie Tv per diversi device di un’intera famiglia. È evidente che un business model come quello delle Premium Cable Tv di una volta, come HBO e Showtime (che infatti si sono affrettati ad aprire a loro volta dei servizi in streaming on-demand a prezzi stracciati) sia totalmente insostenibile. Così come è insostenibile per una sala cinematografica poter pensare di entrare in competizione con un servizio che ormai riesce ad attrarre anche registi da premio Oscar (Roma di Cuarón) o grandi autori (Scorsese) così come serie Tv da blockbuster come Stranger Things o fenomeni trash dall’alto potenziale virali sui social network come Tiger King.
Netflix, come per altro è avvenuto anche per altre piattaforme come Amazon, dovrebbe essere analizzata non soltanto per la sua organizzazione aziendale interna o per le sue strategie di crescita e investimento, ma come un dispositivo di ristrutturazione di un intero settore, come è quello dell’audiovisivo.
Così come Amazon è stata capace di evitare di ripartire i dividendi ai propri azionisti per anni per riuscire ad avere capitali sufficienti per implementare strategie di crescita e acquisizione sempre più aggressive (come nel caso di Amazon Prime, uno dei grandi “salti di scala” nella storia di quell’azienda) così Netflix è stata capace di trasformare le abitudini di centinaia di milioni di persone e di rivoluzionare per sempre il loro modo di consumare contenuti audiovisivi. L’enorme capitale finanziario mobilitato da quest’azienda è stato in grado – come spesso è avvenuto nella storia del capitalismo – di ristrutturare completamente un settore industriale.

In questo senso Netflix è riuscita anche a diventare uno dei grandi player in quella che è una delle più centrali battaglie economiche di questi anni: quella dell’economia dell’attenzione (e che si stanno combattendo in modo sempre più aggressiva sia nel mercato dei capitali che in quello delle strategie aziendali Facebook, Google, Apple, ecc.). Quasi duecento milioni di persone passano ore della propria settimana consumando contenuti audiovisivi sul sito di Netflix. È interessante infatti notare come Netflix non abbia mai acconsentito a divulgare i dati sugli ascolti dei propri prodotti: fenomeno bizzarro dato che decenni di ricerca sugli studi audiovisivi hanno sempre considerato come un dato empirico fondamentale il numero di spettatori che un film riusciva ad accaparrarsi.
Oggi noi non sappiamo più quanti sono stati gli spettatori di The Irishman o di Mank. Molti si sono chiesti che cosa Netflix volesse nascondere e perché non volesse rendere pubblici questi dati. Con buona pace dei dipartimenti universitari di studi sul cinema forse la risposta è molto più semplice di quello che sembra.
Netflix non è un’azienda di contenuti audiovisivi – e infatti non è un caso che venga quotata in borsa nel Nasdaq. Netflix è un’azienda che usa il cinema e le serie Tv come esca: la vera posta in palio sono i comportamenti, le abitudini e i gusti dei quasi 200 milioni di persone che passano ore della propria giornata a interagire con quel sito.

Il vero oggetto insomma, è l’uso economico-finanziario dei dati: la vera materia prima che il capitalismo delle piattaforme utilizza per ristrutturare il capitale della sfera della circolazione e rendere sempre più fluida e senza frizioni la realizzazione di valore. Non dobbiamo fare l’errore di guardare il dito (i film) e non la Luna (le strategie di accumulazione capitalistiche). Netflix è solo una delle tante maschere dietro cui si sta trasformando il capitalismo contemporaneo tutto. Purtroppo, non solo al cinema.

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