Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Incidente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Incidente. Mostra tutti i post

15/08/2026

Colleferro: l’esplosione alla KNDS riaccende l’allarme

Basta industrie belliche: alziamo i salari, abbassiamo le armi!

L’esplosione avvenuta oggi nello stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, ex Simmel Difesa, impone una riflessione seria e non più rinviabile sulla sicurezza dei lavoratori e delle popolazioni che vivono accanto agli impianti destinati alla produzione di armamenti e materiali esplosivi. In attesa che le autorità accertino dinamica, cause e conseguenze dell’incidente, come USB Lavoro Privato Frosinone esprimiamo la nostra vicinanza ai lavoratori e a tutte le persone coinvolte e riteniamo necessario porre una questione che riguarda l’intera Valle del Sacco; la sicurezza non può essere discussa soltanto dopo un’esplosione.

Da tempo assistiamo a una progressiva trasformazione del nostro territorio in un’area sempre più interessata da produzioni legate all’industria bellica: particolarmente preoccupante è il progetto relativo allo stabilimento ex Winchester di Anagni, in località La Macchia, destinato a nuove attività della KNDS e alla produzione di materiali ad alto rischio, tra cui la nitrogelatina.

L’esplosione di Colleferro rende ancora più urgente chiedere alle istituzioni: cosa accadrebbe se un incidente analogo si verificasse ad Anagni? Quali sono i piani di emergenza? Quali sono i tempi reali di intervento dei Vigili del Fuoco? Quali mezzi e quali squadre specialistiche sarebbero immediatamente disponibili? Quali conseguenze avrebbe un incidente grave sulla popolazione, sui lavoratori e sull’ambiente della Valle del Sacco?

Non bastano rassicurazioni generiche: quando si parla di impianti che producono o trattano materiali esplosivi, la sicurezza deve essere dimostrata con dati, procedure, risorse e piani di emergenza pubblici e verificabili.

La Valle del Sacco ha già pagato un prezzo altissimo in termini di inquinamento e di devastazione ambientale, non possiamo accettare che alla storica emergenza ambientale si aggiunga una nuova fonte di rischio industriale legata alla produzione di armi.

Come organizzazione sindacale, inoltre, non possiamo ignorare una contraddizione evidente: mentre ai lavoratori si continua a chiedere di accettare salari insufficienti, precarietà e peggioramento delle condizioni di vita, vengono alimentati investimenti e profitti nell’industria bellica ed è inammissibile che il profitto venga prima della sicurezza, della salute e della vita delle persone. Le armi producono profitti per pochi, ma il rischio, quando qualcosa va storto, ricade sui lavoratori e sulle comunità. I profitti sono loro, i morti sono nostri.

Per questo chiediamo alle istituzioni nazionali, regionali e locali di fermare la corsa alla militarizzazione industriale della Valle del Sacco e di aprire un confronto pubblico e trasparente sul futuro degli stabilimenti bellici presenti e previsti sul territorio.

Basta al ricatto dei posti di lavoro serve dare priorità al lavoro sicuro, dignitoso e ben retribuito, non alla produzione di strumenti di guerra.

Alziamo i salari, abbassiamo le armi.

Fonte

11/09/2025

L'“incidente polacco”, un Tonchino in salsa europea

A 24 ore di distanza, con qualche elemento concreto in più (le dichiarazioni e la propaganda le lasciamo agli arruolati), possiamo provare a sintetizzare l’analisi dell’“incidente polacco” – i droni, forse russi, che hanno sconfinato sul confine orientale di Varsavia – e ipotizzare cosa possa essere effettivamente accaduto.

Dal che, come sempre, discende un briciolo di valutazione politica.

Gli “elementi concreti” vengono forniti da fonti militari (alcune della Nato, altre bielorusse) e da analisti militari sperimentati, tipo Analisi Difesa per quanto riguarda l’Italia.

Partiamo dalle cose relativamente certe.

I droni erano di tipo “Gerbera”, che un sito molto “europeista-militarista” descrive così: “I droni Gerbera appartengono alla categoria degli UAV tattici, progettati per missioni di ricognizione, sorveglianza e potenzialmente anche attacco. Sebbene la documentazione ufficiale sia limitata, analisti militari occidentali hanno identificato questo modello come parte della nuova generazione di droni russi, sviluppata con l’obiettivo di contrastare le difese aeree convenzionali e di operare in scenari di conflitto ibrido.”

In pratica sono droni senza carica esplosiva (anche se in qualche misura potrebbero portarla), utili sia per acquisire informazioni sulla disposizione del nemico, sia come “esca” per attirare i missili anti-missile delle difese avversarie.

I droni dell’altra notte erano certamente “disarmati”, come si vede dalle foto scattate a quelli caduti nei campi (non ci sono “buche” causate da esplosioni) o anche dai danni provocati dall’unico caduto su una casa di campagna.

Secondo elemento certo. L’allarme ai militari polacchi è stato dato da quelli bielorussi – stretti alleati di Mosca, notoriamente – per tramite del capo di stato maggiore, Pavel Muraveiko. Che subito dopo ha emesso un comunicato in cui spiega: “Durante gli scontri aerei fra Russia e Ucraina nella notte, le forze per la difesa aerea Bielorussia intercettano costantemente droni che hanno perso la loro traiettoria in seguito all’impatto con strumenti elettronici. Alcuni di questi droni sono stati distrutti dalla difesa aerea del nostro Paese nel nostro spazio aereo”.

Il governo di Varsavia ha confermato che la Bielorussia aveva informato la Polonia circa l’avvicinamento di droni. E, da parte sua, “la Polonia ha notificato alla Bielorussia l’avvicinamento di droni non identificati dal territorio ucraino”.

Bielorussia e Ucraina, in sintesi, si sono coordinate fin dall’inizio per affrontare il problema rappresentato da droni – sia russi che ucraini – finiti “fuori rotta” per l’intervento delle contromisure elettroniche (attivate dalle due parti per contrastare gli “oggetti volanti” nemici).

Prima osservazione: se gli alleati di Mosca avvertono un paese Nato che sono in volo dei droni fuori controllo, dovrebbe essere difficile definire questo sconfinamento un “atto intenzionale”. Ma andiamo avanti.

Terza cosa certa. La Polonia ha bloccato il traffico aereo e chiuso gli aeroporti più vicini alla zona interessata – il che è ovviamente doveroso, di fronte ad un allarme di questo genere – ma prima dell’alba li aveva già riaperti. Segno che la situazione è tornata rapidamente sotto controllo e senza ulteriori pericoli.

Stabiliti gli elementi certi, anche gli analisti militari più seri avanzano in genere tre ipotesi.

1) Una provocazione russa per “testare” le reazioni della Nato e/o della UE. Ma è resa poco credibile dalla politica che Mosca sta praticando da tempo nei confronti di “Europa” e Stati Uniti, tesa sostanzialmente ad evitare l’escalation (militari occidentali in Ucraina, Kiev nella Nato, ecc.) e quindi il confronto militare diretto con una potenza certamente più “impegnativa” della sola Ucraina, benché supportata e armata dalla Nato.

2) Un incidente provocato dall’uso di “contromisure elettroniche” nel bel mezzo di un traffico di droni di entrambe le parti in conflitto, che ha portato diversi velivoli al di fuori dei rispettivi confini.

3) Un’operazione “false flag” coordinata tra Kiev e Varsavia (l’ala “europeista”, soprattutto, rappresentata dal primo ministro Donald Tusk, contrapposta a quella nazionalista del presidente Karol Nawrocki) “per innalzare la tensione con Mosca e sensibilizzare gli alleati NATO meno sensibili agli appelli alla mobilitazione contro la minaccia Russia”.

Diciamo che la seconda e la terza sembrano più credibili, anche perché in fondo non si escludono a vicenda. Può essere benissimo che un vero “incidente casuale” sia sfruttato per innalzare la tensione. Così come la storia è piena di “incidenti del Tonchino” (o “boccette con l’antrace”) preparati ad arte per giustificare un intervento militare.

Guardando le reazioni sia europee che statunitensi si può forse arrivare ad individuare l’ipotesi più realistica.

Il primo ministro polacco, Tusk, ha definito l’incidente una “provocazione su larga scala” e ha attivato l’articolo 4 del trattato NATO, in base al quale i membri dell’alleanza possono richiedere consultazioni con i propri alleati “ogni qualvolta, a giudizio di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una qualsiasi delle Parti siano minacciate”.

Il fatto che non si sia appellato all’art. 5 – quello che prevede il sostegno “anche militare” degli alleati – dimostra che si cerca, sì, di “alzare la tensione”, ma non fino al punto da rischiare di trasformarla subito in conflitto aperto. Specie se non si sa cosa faranno gli Stati Uniti... 

Significativa, di riflesso, la reazione di quell’asino in mezzo ai suoni messo a fare il segretario generale della Nato, l’olandese Rutte (quello che a Washington chiamava Trump “paparino”!): è in corso una “valutazione completa”, ma che questa incursione sia stata “intenzionale o meno, è assolutamente irresponsabile e pericolosa. Il mio messaggio a Putin è chiaro: porre fine alla guerra in Ucraina (...) smettere di violare il nostro spazio aereo e sapere che siamo vigili e difenderemo ogni centimetro del territorio NATO”.

Della serie: non abbiamo ancora deciso come classificare l’incidente, non giuriamo che sia “intenzionale” (quindi siamo pronti a scaricare la tensione sulla sola Varsavia, se ha “esagerato”), ma comunque mandiamo “un fermo avvertimento” a Putin. Chiacchiere e distintivo, insomma, ma nessuna dichiarazione di guerra... 

Ancora più significativa l’unica dichiarazione di Trump sull’incidente: “perché la Russia viola lo spazio aereo polacco con i droni? Eccoci qui!” I commentatori “europeisti” l’hanno giudicata “ambigua” o “criptica”, ma sicuramente è densa di dubbi su come siano andate veramente le cose.

È sicuro infatti che sia i paesi baltici (rappresentati nella Commissione europea da zucche vuote pronte alla guerra, come Kaja Kallas o Kubilus) e la Polonia premono da tempo per andare allo scontro diretto con Mosca, ma hanno bisogno del totale impegno statunitense e dell’intera “Europa” per non essere rapidamente schiacciati. Da questo punto di vista Biden offriva maggiori garanzie ai guerrafondai...

A questa gente serve un “incidente del Tonchino” per “stimolare” Trump ad abbandonare qualsiasi velleità “trattativista” con Mosca, ed anche a eliminare dubbi e distinguo all’interno dell’Unione Europea.

Il precedente del sbotaggio al gasdotto North Stream (distrutto da agenti ucraini, supportati dai servizi di Varsavia, poi individuati dalla magistratura tedesca), oltre ad episodi minori, sta lì a certificare che il futuro del Pianeta – in questo angolo di Mondo – è in mano a nanerottoli ringhiosi disposti a tutto pur di realizzare i propri deliri di grandezza. Come Netanyahu e soci, insomma...

Fonte

03/05/2022

“L’incidente” di Mian Channu tra India e Pakistan. Il controllo sulle armi nucleari diventa decisivo

Il mondo ha rischiato un altro cigno nero e questa volta sul terreno delicatissimo e inquietante dell’uso delle armi nucleari. Mai come in queste settimane si è tornati a parlare di armamenti nucleari e del loro possibile – e devastante – utilizzo.

La newsletter Affari Internazionali riporta che il 9 marzo scorso l’India, a causa di quello che le autorità liquidato come un “malfunzionamento tecnico”, ha lanciato accidentalmente un missile supersonico, caduto vicino a Mian Channu nel Punjab, nel distretto di Khanewal, in Pakistan.

Inutile dire che l’incidente ha allarmato il Pakistan (e non solo) sollevando serie preoccupazioni per il controllo dei missili nucleari e per un aumento del rischio di errori o incidenti che potrebbero portare a ad un attacco nucleare.

Occorre rammentare che India e Pakistan hanno una lunga storia di scontri militari, controversie territoriali e continua espansione dei rispettivi arsenali nucleari.

Nel maggio 1998, entrambi i paesi hanno effettuato test sulle armi nucleari (la Francia faceva altrettanto nel Pacifico, ndr) e negli anni le relazioni tra India e Pakistan si sono visibilmente deteriorati. Entrambi i paesi fanno affidamento sulla loro deterrenza nucleare, evitando così un conflitto su vasta scala.

È accaduto così che il 9 marzo, l’esercito pakistano ha riferito che un missile supersonico indiano (non armato) ha violato il suo spazio aereo nel Punjab. Il missile indiano ha viaggiato a un’altitudine di 12.200 metri e ha volato per 124 km nello spazio aereo pakistano prima di schiantarsi a Mian Channu, a circa 500 km da Islamabad.

Dovrebbe trattarsi di un missile BrahMos, un missile supersonico da attacco al suolo con capacità nucleare, con una portata di 300-500 km, che lo rende in grado di raggiungere Islamabad dal nord dell’India.

Secondo Affari Internazionali “In larga misura, la politica nucleare indiana è motivata da minacce regionali in relazione all’obiettivo a lungo termine dell’India di stabilire un deterrente credibile contro la Cina. Pertanto, l’India ha fatto grandi passi avanti nello sviluppo di un programma di missili balistici a lungo raggio, più per scoraggiare Pechino che Islamabad”.

Uno scenario di relazioni tra tre potenze asiatiche – India, Cina, Pakistan, che per Affari Internazionali “crea una complessa geometria nucleare in Asia, in cui gli sviluppi volti a fornire stabilità hanno spesso avuto l’effetto opposto”, scrive la newsletter.

“Con l’uscita degli Stati Uniti e della Nato dall’Afghanistan, l’evoluzione di un sistema di quasi-alleanza che contrappone l’India e gli Stati Uniti contro il Pakistan e la Cina, e una nuova corsa agli armamenti regionale che potrebbe intensificarsi al livello nucleare, la rivalità India-Pakistan acquisisce una sempre più grande importanza nel contesto della sicurezza sia regionale che globale”.

Alle molte domande sulla pericolosità degli arsenali nucleari esistenti e di quelli potenziali, vorremmo aggiungerne solo un’altra: perché dell’incidente di Mian Channu in Italia non si è saputo nulla tranne che tra gli “addetti ai lavori”?

Oltre che a raccontarci con che cosa ha fatto merenda Zelenski, le redazioni estere di Tg e giornali di cosa si occupano?

Fonte

29/12/2021

Fuga radioattiva dalla centrale nucleare di Tricastin

Filtrano oggi anche in Italia le prime notizie relative ad una fuga di acque contaminate da trizio, avvenuta alla centrale nucleare di Tricastin verso metà dicembre.

La società Électricité de France ha infatti segnalato il 15 dicembre all’Autorità per la Sicurezza Nucleare francese la “rilevazione di trizio nell’acqua sotterranea contenuta nella cinta geotecnica situata sotto la centrale”.

Questa segnalazione ha portato alla rivelazione, tre giorni dopo, di un’alta radioattività in quelle acque (28.900 Bq/l); il livello si attesta oggi a 11.000 Bq/l e le autorità stimano rimarrà alta per qualche mese, quando una quantità già di 10 volte inferiore impone l’intervento dell’ASN.

Queste acque sarebbero quindi per ora trattenute da unta cinta di cemento di 12 metri di profondità e 60 cm di spessore, motivo per cui l’ASN ritiene la situazione sia “sotto controllo”.

I continui stop-and-go che in questi mesi hanno caratterizzato il nucleare francese (con lo spegnimento di 4 reattori per manutenzione, ed un ammontare di ben 12 malfunzionamenti in 2 anni nella sola centrale di Tricastin) fanno riflettere innanzitutto sulla scelta del Paese di prolungare il periodo di operatività delle proprie centrali, la maggior parte delle quali sono state costruite ormai più di 40 anni fa.

D’altra parte, dopo aver per decenni contato sulla ‘stabilità’ di questa fonte e perorato la causa nuclearista in tutta Europa, non è stato facile essere messi davanti alla miopia di certe scelte politiche.

Innanzitutto il fatto che il ricorso al nucleare ha impedito lo sviluppo di alternative energetiche che supplissero alla mancanza di elettricità nel momento in cui i reattori si sarebbero dovuti smantellare; il fatto che questo smantellamento possa rivelarsi (più della costruzione) un pozzo senza fondo di risorse e causa di emissioni di gas serra ed inquinamento per tutto il territorio circostante; il fatto che non c’è una soluzione definitiva per lo stoccaggio dei residui di fissione che resteranno per migliaia di anni radioattivi.

Nel momento in cui il ‘modello energetico francese’ torna a far sognare i politici in Italia ed i vertici europei, bisogna capire che la risposta al tracollo ambientale verso cui andiamo incontro non è il nucleare, ma è frenare gli appetiti insaziabili di un modo di produzione che ci ha condotti fino a questo punto e che spinge sempre più forte verso una competizione in cui l’Unione Europea vuole primeggiare anche sul piano energetico.

La risposta non arriverà da dentro questo sistema, ma dalla sua rottura.

Fonte