Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

08/09/2026

Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace

Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che la guerra continua, e le potenze europee vogliono trovare il modo di farla continuare.

Dopo sette mesi di stallo (e dissanguamento ucraino), la Casa Bianca rilancia il dialogo tra Russia e Ucraina per definire una soluzione negoziata al conflitto. The Donald sta probabilmente cercando altre strade per glorificare il suo operato, dato che lo strangolamento di Cuba non ha dato finora i risultati sperati e l’aggressione all’Iran si è trasformata in una sconfitta strategica, con annesso rialzo dei prezzi dei carburanti anche negli States.

Il nodo economico rimane centrale nella diplomazia del tycoon. Sul tavolo del presidente russo, infatti, non sono finite soltanto le opzioni per la risoluzione delle ostilità, ma anche potenziali progetti di investimento congiunti di ampia portata tra Washington e Mosca. Il Cremlino, tuttavia, rifiuta tregue prolungate o vertici tripartiti con Stati Uniti e Ucraina, a meno che non servano per siglare un accordo definitivo, su cui l’intesa è ancora lontana.

Domenica, Kushner e Witkoff sono giunti a Kiev per la prima volta dall’inizio del secondo mandato Trump: per l’occasione, Putin aveva persino disposto una sospensione temporanea dei raid aerei sulla capitale ucraina per tre giorni. I due inviati hanno incontrato Zelensky e, successivamente, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito.

A Kiev le proposte statunitensi sono state accolte con un cauto ottimismo e giudicate da fonti governative più efficaci e attuabili rispetto al passato, riporta il Kyiv Independent. Tra i temi caldi del confronto hanno figurato la sicurezza delle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno e il sostegno economico e militare.

Zelensky ha dichiarato che si è parlato dell’autorizzazione per la produzione ucraina dei missili Patriot, rimasta in sospeso, senza però fare sostanziali passi in avanti. Allo stesso tempo, ha confermato il clima costruttivo delle discussioni, ribadendo come uno dei nodi più spinosi, quello delle cessioni territoriali, possa essere risolto solo tramite un incontro diretto con Putin.

Il presidente ucraino ha però respinto ogni illusione di una svolta immediata nel conflitto. La guerra continuerà almeno per tutto l’anno e probabilmente per l’inverno a venire. Del resto, in una nota della Casa Bianca inviata ad Afp e Axios dopo il confronto di Mosca si faceva riferimento a generici avanzamenti di cui si sarebbe dato conto nelle successive settimane: lo sguardo era già sul medio termine.

Al contrario, sul breve è la smania guerrafondaia a sostenere la giunta di Kiev. Da Londra e Parigi è arrivato il via libera per la produzione domestica del missile da crociera Storm Shadow, mentre la risposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alle accuse tedesche di aver orchestrato il fallito attentato dell’aeroporto di Lipsia-Halle è netta: per Mosca, “in linea di massima, è l’inizio di una vera guerra”.

L’escalation condotta dalle capitali europee prevede di integrare definitivamente l’Ucraina nel complesso militare-industriale del Vecchio Continente, così da renderla, oltre che laboratorio bellico sulla pelle degli ucraini, anche fabbrica e insieme destinatario della produzione di armi e armamenti europea. L’autorizzazione riguardante gli Storm Shadow va in questa direzione.

Allo stesso tempo, è evidente che né Kiev nei suoi alleati europei sanno più dove attingere per armare e finanziare l’Ucraina, che è sempre più allo sbando. L’unica strada è quella di usare gli asset finanziari russi congelati, ma per farlo bisogna trovare una soluzione legale che metta al riparo dallo sgretolamento di ogni fiducia nel sistema finanziario europeo.

Il problema è aggirare il blocco del Belgio, che detiene la maggior parte dei 210 miliardi di euro presso Euroclear, e teme giustamente i contenziosi che potrebbero ricadere sul paese. Una soluzione che viene sempre più paventata è quella di trasferire i soldi verso un nuovo depositario, con un’iniziativa di cui tutti i 27 membri della UE sarebbero corresponsabili.

Non ci sarebbe uno stato specifico su cui rifarsi, e il Belgio verrebbe così sollevato dalla paura delle ritorsioni. Ma i nodi legali e i possibili effetti economici rimangono inalterati. È il sintomo della corsa disperata alla guerra delle classi dirigenti europee, e anche la loro unica alternativa.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento