Chi si rivede! C’era anche l’ex primo ministro britannico Tony Blair, da tempo instancabile nella sua seconda vita come consulente di governi e imprese nel mondo, alla riunione tenutasi ieri alla Casa Bianca alla presenza del presidente statunitense Donald Trump per decidere il piano americano per il futuro di Gaza.
Trump convoca anche Blair per parlare di Gaza
Nonostante tra Blair e il Medio Oriente i rapporti siano stati sempre – eufemisticamente – complicati e nonostante da primo ministro britannico il politico laburista abbia avuto un ruolo di primo piano nell’invasione dell’Iraq che contribuì a destabilizzare la regione – prima di un incarico sostanzialmente privo di concreti risultati come inviato del Quartetto per la stabilizzazione regionale – Trump ha voluto al tavolo anche il navigato ex inquilino di Downing Street.
A rivelarlo la BBC, sottolineando che il politico e top manager, fondatore del Tony Blair Institute for Global Change (Tbigc), è stato chiamato in causa a fianco di figure di punta dell’amministrazione, a partire dall’inviato speciale per il Medio Oriente di Trump, l’ex palazzinaro Steve Witkoff. Presente, secondo la CNN, anche Jared Kushner, genero di Trump (marito della figlia Ivanka) che non ricopre ruoli formali nell’amministrazione ma che assume un peso specifico diverso proprio in relazione alla presenza dell’ex primo ministro britannico.
L’asse Blair-Kushner
La riunione non aveva formale valore politico come meeting ufficiale dell’amministrazione, ma mirava a creare un framework per indicare cosa Washington potesse fare dal “giorno dopo”, Witkoff dixit, la fine del conflitto tra Israele e Hamas. I tasselli iniziano a comporsi: Trump, parlando con Benjamin Netanyahu, a febbraio aveva lasciato presagire l’idea di trasferire i gazawi e di costruire una “Riviera del Levante” nella Striscia per farla risorgere dopo il conflitto. La presenza di Blair e Kushner va intesa in questo senso soprattutto in virtù della capacità dei due di esercitare influenza su diverse capitali chiave del Medio Oriente, il cui ruolo dovrà essere valorizzato per la ricostruzione di Gaza.
Quello Blair-Kushner è un filo rosso sottile che porta fino a Trump. Sia il Tbigc che Affinity Partner, la società di private equity del genero di Trump fondata nel 2021, hanno importanti affari nel Golfo, per consulenza (Blair) e investimenti (Kushner).
Blair e Kushner possono, nell’ottica dell’amministrazione, rendere maggiormente digeribile al mondo arabo, in tensione con Israele per la strage di Gaza, un ruolo per la ricostruzione post-bellica e creare le prospettive perché la Palestina diventi non più una questione dirimente ma semplicemente un’appendice nel quadro del dialogo tra Tel Aviv e il Mondo arabo, riprendendo il percorso degli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Marocco, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti normalizzare i rapporti con Israele proprio con il ruolo decisivo di Kushner, allora consigliere di Trump per il Medio Oriente.
Gli affari sono affari
“Tale decisione è stata vista come un tradimento dai palestinesi e dai loro sostenitori, che da tempo contano su un fronte arabo unito per negare il riconoscimento fino alla creazione di uno Stato palestinese”, nota Middle East Eye, aggiungendo che “Blair è stato anche attivo nelle discussioni relative al piano di Trump per l’acquisizione di Gaza. A luglio, il Financial Times ha riportato che il Tony Blair Institute ha preso parte alle discussioni sulla trasformazione di Gaza in una riviera e sulla costruzione di una zona avanzata di manifattura”, proposta da Elon Musk.
Middle East Eye ricorda inoltre che l’istituto di Blair ha proposto per Gaza la costruzione di “un porto in acque profonde che collegherebbe Gaza al corridoio India-Medio Oriente-Europa, nonché progetti di isole artificiali al largo della costa. Non è chiaro quanto Blair stesso si sia consultato con Trump” prima della riunione di ieri, ma è indubbio che tra The Donald e l’ex primo ministro i rapporti non iniziano oggi.
Trump e Blair, un rapporto che viene da lontano
Nel marzo 2017, l’allora segretario di Stato di Trump Rex Tillerson offrì a Blair un ruolo di consigliere per la mediazione tra Israele e Palestina, proposta secondo il Times of Israel trasmessa al britannico dallo stesso Kushner prima di un incontro tra Blair e Benjamin Netanyahu. Michael Wolff in Fire and Fury: Inside the Trump White House, nel 2018, scrisse che Trump sarebbe stato avvisato da Blair circa tentativi dell’intelligence britannica di spiarlo durante la sua prima campagna elettorale, voce furiosamente smentita dall’ex primo ministro, che per Wolff avrebbe insistito per l’appoggio di The Donald a un ruolo di inviato internazionale in Medio Oriente.
Il triangolo Trump-Kushner-Blair si è infine ritrovato in una calda giornata di fine agosto a Washington, con al centro la futura “ingegneria geopolitica” della Striscia di Gaza. Un meeting simbolico dei tempi che corrono: palazzinari divenuti uomini di governo (Trump e Witkoff), finanzieri (Kushner) e vecchi politici divenuti consulenti per la gestione di un caos geopolitico che loro stessi hanno, con le loro scelte, contribuito a scatenare (Blair), seduti a tavolino per discutere i destini di uomini e popoli senza che nessun palestinese, men che meno di Gaza, sia stato chiamato a offrire la sua opinione in merito.
La realtà è che mentre a Washington si discuteva, a Gaza si continua a morire. E ci sono dubbi che le strategie partorite dal “triangolo” che guarda a un nuovo asse tra Occidente, Israele e mondo arabo possano cambiare nel breve periodo la situazione.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2025
02/07/2019
“Sbaglia chi pensa che la Palestina sia in vendita”
Nei giorni 25 e 26 giugno si è tenuto a Manama, capitale del Bahrein, un workshop voluto dall’amministrazione Trump, dal titolo “Pace nella prosperità economica”.
Chi godrebbe di pace e prosperità economica, secondo le proposte avanzate in questo workshop? I palestinesi dei Territori Occupati.
Le proposte avanzate sono state rigettate in toto, già prima della loro formulazione, da tutti i palestinesi, dalle leadership alle organizzazioni politiche, patriottiche ed islamiche, dalle associazioni sociali, dai sindacati, dai palestinesi della diaspora come dai palestinesi dei Territori Occupati, fino a quelli che risiedono nei Territori del ’48, all’interno della green line (i cosiddetti “palestinesi d’Israele”). Una mobilitazione così forte e unitaria dei palestinesi non si vedeva da tanto tempo.
Il rifiuto ufficiale e popolare palestinese nasce dal fatto che il piano, “l’affare” del secolo di Trump costituisce un grave pericolo per la causa palestinese, dal momento che mira alla sua liquidazione quale questione umanitaria e non politica.
Pertanto, la si prova a risolvere con aiuti economici, cancellando il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato sovrano con confini sicuri, il diritto all’autodeterminazione e, non da ultimo, il diritto al ritorno dei profughi, condannati a restare nei paesi arabi dove sono costretti a vivere da più di settanta anni. In cambio della loro “ospitalità”, questi paesi, Giordania e Libano, insieme all’Egitto in caso di cessione di una parte del Sinai, alla nuova Palestina, sarebbero ricompensati con alcuni miliardi di dollari. Cinquanta, per l’esattezza, da dividere tra loro, in dieci anni. Una somma che dovrebbe essere pagata dai paesi ricchi del golfo, parte come dono e parte come prestito. Ad essi verrebbe riconosciuta la permanente protezione Usa – Israele, dal supposto nemico comune, l’Iran.
Si prevede altresì un piano economico per lo sviluppo dei palestinesi, sotto la più lunga occupazione mai esistita su un popolo. Ma è davvero possibile avere uno sviluppo economico sotto occupazione?
Israele controlla tutto in Palestina: economia, confini, industria mercato, dazi, tutto passa per Israele e da esso deve essere approvato. La domanda, retorica, trova risposta nell’atteggiamento statunitense nei confronti della Palestina.
Se davvero l’amministrazione statunitense tenesse tanto al miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi perché tagliare i fondi destinati all’Anp, agli ospedale di Gerusalemme e all’UNRWA? Perché chiudere la sede di rappresentanza dell’Olp a Washington? E perché i palestinesi dovrebbero accettare la mediazione Usa per avere dai paesi arabi soldi che potrebbero chiedere dirittamente?
Pur rifiutando quel piano economico, ritenuto offensivo al punto che si fatica a commentarlo, entrare nei dettagli è purtroppo importante per cercare di capire di cosa si stia parlando.
Ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sarebbero destinati circa 28 miliardi di dollari, distribuiti in dieci anni, di cui 11 miliardi, poco meno della metà dell’intera somma, sono prestiti con interessi. Interessi pesantissimi, che si avvertirebbero a lungo termine e che determinerebbero comunque uno stallo dell’economia palestinese per molti anni.
In un ampio studio, “Area C e il futuro dell’economia palestinese”, preparato da esperti internazionali e reso noto nel luglio 2014 dalla Banca Mondiale, ufficialmente accreditata presso le potenze Occidentali, guidate dagli Stati Uniti, con questi ultimi come presidente del Consiglio di Amministrazione, la stessa Banca ha sottolineato che se l’Autorità palestinese avesse avuto a disposizione il controllo e lo sfruttamento di queste aree, come stipulato nell’accordo di transizione, l’economia palestinese avrebbe raggiunto un reddito annuo supplementare del valore di $ 2,2 miliardi (o l’equivalente del 23% del valore del prodotto interno lordo per il 2011).
Inoltre gli esperti hanno sottolineato come questa stima sia molto moderata e limitata ai rendimenti diretti, senza calcolare quelli indiretti. Come è ben noto, la Zona C copre oltre il 60% della Cisgiordania ed è la più importante fonte di crescita economica, dal momento che vi si trovano terreni agricoli e risorse idriche, foreste, aree di pascolo, minerali e altre risorse naturali.
Facendo riferimento al PIL stimato in 14,5 miliardi di dollari USA per il 2018, questa zona, da sola potrebbe raddoppiarlo in 10 anni o anche meno, senza alcun bisogno delle proposte di Kushner a Manama.
A quanto pare, questo mediatore immobiliare ed i suoi collaboratori, avrebbero stimato il valore della Zona C in 28 miliardi, quelli offerti appunto ai Palestinesi che, però, come appena scritto, sarebbero capaci di incassarne, autonomamente, 22 miliardi in dieci anni, se avessero il controllo dell’area, e altri 6 miliardi come parte del ri-calcolo del valore futuro della moneta, sempre nei prossimi dieci anni.
Nel Workshop in Bahrain, si è evitato di parlare di occupazione e di stato palestinese, ed i partecipanti in rappresentanza di alcuni governi arabi, seppur di basso profilo, hanno dato prova di obbedienza al volere del trio sionista che decide la politica americana in Medio Oriente. Kushner, genero di Trump, l’ambasciatore Friedman e l’inviato per il M.O, Greenblatt che vivono tutti nelle colonie costruite nei Territori Occupati palestinesi.
Il Workshop del Bahrain è stato un bel matrimonio d’affari senza sposa. Una sposa, la Palestina, assediata territorialmente, politicamente ed economicamente, ed indebolita dai “fratelli” governi arabi, che hanno partecipato, volenti o nolenti, al matrimonio. Una Palestina che rivendica diritti umani e rispetto della legalità internazionale che assai poco hanno a che vedere con i soldi con cui americani ed israeliani vorrebbero comprarla, fingendo di volerne favorire lo sviluppo economico.
Una causa politica che viene liquidata e trattata come un affare economico da arrivisti e sbruffoni senza scrupoli che continuano a sottovalutare la tenacia, la resistenza e la dignità del popolo palestinese, che non si è mai fermata da più di 100 anni.
Il futuro si presenta pieno di insidie, pressione, ricatti e minacce di annessione di gran parte della Cisgiordania da parte dell’occupante sionista con l’avvallo dell’amministrazione Trump. Cancellati l’Onu e le sue risoluzioni, il Consiglio di Sicurezza e le sue risoluzione, senza rispetto della legalità internazionale, il Medio Oriente sta per essere trascinato in una guerra non più solo regionale.
Il popolo palestinese unito è determinato a proseguire la sua lotta per la libertà, assieme ai popoli arabi ed agli uomini e donne liberi, amanti della pace nella giustizia, fino alla vittoria!
P.S.
Mi auguro che quest’articolo abbia la più ampia diffusione possibile, in modo che gli arabi e i palestinesi, e non solo loro, sappiano che Jared Kushner è considerato un ladro, fallito, bugiardo e stupido. Il signor Kushner ha affermato, di fronte al pubblico in Bahrain ed alla stampa americana, che per redigere il piano economico da lui esposto sono state impiegati 850 professori di economia.
Fonte
Chi godrebbe di pace e prosperità economica, secondo le proposte avanzate in questo workshop? I palestinesi dei Territori Occupati.
Le proposte avanzate sono state rigettate in toto, già prima della loro formulazione, da tutti i palestinesi, dalle leadership alle organizzazioni politiche, patriottiche ed islamiche, dalle associazioni sociali, dai sindacati, dai palestinesi della diaspora come dai palestinesi dei Territori Occupati, fino a quelli che risiedono nei Territori del ’48, all’interno della green line (i cosiddetti “palestinesi d’Israele”). Una mobilitazione così forte e unitaria dei palestinesi non si vedeva da tanto tempo.
Il rifiuto ufficiale e popolare palestinese nasce dal fatto che il piano, “l’affare” del secolo di Trump costituisce un grave pericolo per la causa palestinese, dal momento che mira alla sua liquidazione quale questione umanitaria e non politica.
Pertanto, la si prova a risolvere con aiuti economici, cancellando il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato sovrano con confini sicuri, il diritto all’autodeterminazione e, non da ultimo, il diritto al ritorno dei profughi, condannati a restare nei paesi arabi dove sono costretti a vivere da più di settanta anni. In cambio della loro “ospitalità”, questi paesi, Giordania e Libano, insieme all’Egitto in caso di cessione di una parte del Sinai, alla nuova Palestina, sarebbero ricompensati con alcuni miliardi di dollari. Cinquanta, per l’esattezza, da dividere tra loro, in dieci anni. Una somma che dovrebbe essere pagata dai paesi ricchi del golfo, parte come dono e parte come prestito. Ad essi verrebbe riconosciuta la permanente protezione Usa – Israele, dal supposto nemico comune, l’Iran.
Si prevede altresì un piano economico per lo sviluppo dei palestinesi, sotto la più lunga occupazione mai esistita su un popolo. Ma è davvero possibile avere uno sviluppo economico sotto occupazione?
Israele controlla tutto in Palestina: economia, confini, industria mercato, dazi, tutto passa per Israele e da esso deve essere approvato. La domanda, retorica, trova risposta nell’atteggiamento statunitense nei confronti della Palestina.
Se davvero l’amministrazione statunitense tenesse tanto al miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi perché tagliare i fondi destinati all’Anp, agli ospedale di Gerusalemme e all’UNRWA? Perché chiudere la sede di rappresentanza dell’Olp a Washington? E perché i palestinesi dovrebbero accettare la mediazione Usa per avere dai paesi arabi soldi che potrebbero chiedere dirittamente?
Pur rifiutando quel piano economico, ritenuto offensivo al punto che si fatica a commentarlo, entrare nei dettagli è purtroppo importante per cercare di capire di cosa si stia parlando.
Ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sarebbero destinati circa 28 miliardi di dollari, distribuiti in dieci anni, di cui 11 miliardi, poco meno della metà dell’intera somma, sono prestiti con interessi. Interessi pesantissimi, che si avvertirebbero a lungo termine e che determinerebbero comunque uno stallo dell’economia palestinese per molti anni.
In un ampio studio, “Area C e il futuro dell’economia palestinese”, preparato da esperti internazionali e reso noto nel luglio 2014 dalla Banca Mondiale, ufficialmente accreditata presso le potenze Occidentali, guidate dagli Stati Uniti, con questi ultimi come presidente del Consiglio di Amministrazione, la stessa Banca ha sottolineato che se l’Autorità palestinese avesse avuto a disposizione il controllo e lo sfruttamento di queste aree, come stipulato nell’accordo di transizione, l’economia palestinese avrebbe raggiunto un reddito annuo supplementare del valore di $ 2,2 miliardi (o l’equivalente del 23% del valore del prodotto interno lordo per il 2011).
Inoltre gli esperti hanno sottolineato come questa stima sia molto moderata e limitata ai rendimenti diretti, senza calcolare quelli indiretti. Come è ben noto, la Zona C copre oltre il 60% della Cisgiordania ed è la più importante fonte di crescita economica, dal momento che vi si trovano terreni agricoli e risorse idriche, foreste, aree di pascolo, minerali e altre risorse naturali.
Facendo riferimento al PIL stimato in 14,5 miliardi di dollari USA per il 2018, questa zona, da sola potrebbe raddoppiarlo in 10 anni o anche meno, senza alcun bisogno delle proposte di Kushner a Manama.
A quanto pare, questo mediatore immobiliare ed i suoi collaboratori, avrebbero stimato il valore della Zona C in 28 miliardi, quelli offerti appunto ai Palestinesi che, però, come appena scritto, sarebbero capaci di incassarne, autonomamente, 22 miliardi in dieci anni, se avessero il controllo dell’area, e altri 6 miliardi come parte del ri-calcolo del valore futuro della moneta, sempre nei prossimi dieci anni.
Nel Workshop in Bahrain, si è evitato di parlare di occupazione e di stato palestinese, ed i partecipanti in rappresentanza di alcuni governi arabi, seppur di basso profilo, hanno dato prova di obbedienza al volere del trio sionista che decide la politica americana in Medio Oriente. Kushner, genero di Trump, l’ambasciatore Friedman e l’inviato per il M.O, Greenblatt che vivono tutti nelle colonie costruite nei Territori Occupati palestinesi.
Il Workshop del Bahrain è stato un bel matrimonio d’affari senza sposa. Una sposa, la Palestina, assediata territorialmente, politicamente ed economicamente, ed indebolita dai “fratelli” governi arabi, che hanno partecipato, volenti o nolenti, al matrimonio. Una Palestina che rivendica diritti umani e rispetto della legalità internazionale che assai poco hanno a che vedere con i soldi con cui americani ed israeliani vorrebbero comprarla, fingendo di volerne favorire lo sviluppo economico.
Una causa politica che viene liquidata e trattata come un affare economico da arrivisti e sbruffoni senza scrupoli che continuano a sottovalutare la tenacia, la resistenza e la dignità del popolo palestinese, che non si è mai fermata da più di 100 anni.
Il futuro si presenta pieno di insidie, pressione, ricatti e minacce di annessione di gran parte della Cisgiordania da parte dell’occupante sionista con l’avvallo dell’amministrazione Trump. Cancellati l’Onu e le sue risoluzioni, il Consiglio di Sicurezza e le sue risoluzione, senza rispetto della legalità internazionale, il Medio Oriente sta per essere trascinato in una guerra non più solo regionale.
Il popolo palestinese unito è determinato a proseguire la sua lotta per la libertà, assieme ai popoli arabi ed agli uomini e donne liberi, amanti della pace nella giustizia, fino alla vittoria!
P.S.
Mi auguro che quest’articolo abbia la più ampia diffusione possibile, in modo che gli arabi e i palestinesi, e non solo loro, sappiano che Jared Kushner è considerato un ladro, fallito, bugiardo e stupido. Il signor Kushner ha affermato, di fronte al pubblico in Bahrain ed alla stampa americana, che per redigere il piano economico da lui esposto sono state impiegati 850 professori di economia.
Fonte
23/06/2019
Palestina: questa terra non è in vendita
La quasi secolare questione palestinese, sempre più imbrigliata nelle maglie dell’ingiustizia, ancora ieri ha visto la risposta sanguinaria di Israele a chi chiedeva, a mani nude, il rispetto della legge, ovvero della Risoluzione Onu 194 che da 71 anni è rivendicata e da 71 anni è disattesa senza che per questo Israele abbia mai avuto sanzioni.
Il piano Trump, cioè quello che il genero-consigliere Kushner, sionista convinto e dichiarato sostenitore dei coloni fuorilegge, ha definito “ottimo piano aziendale”, sta assumendo un alone da mappa misteriosa degna più di un romanzo di Stevenson che di un piano politico o, per meglio dire, da quel che se ne sa, economico. Notizie che appaiono e scompaiono. Ipotesi di presentazioni plurifase, inviti ancora in parte segreti ne fanno davvero una trama da “Isola del tesoro”.
Intanto, da quel che è emerso, risulta chiaro che il piano è inaccettabile da parte palestinese e su questo sono miracolosamente d’accordo tutte le leadership palestinesi, visto che questa sorta di nuovi agenti immobiliari americani “inviati da dio” cercherebbe di tacitare, comprandolo per denaro, un popolo che dopo oltre 71 anni seguita a resistere all’occupazione, ovvero alla colonizzazione da insediamento ormai addirittura rivendicata dall’occupante come chiaro obiettivo che viene fatto risalire a una volontà divina. Vista laicamente la questione è a dir poco grottesca ed è evidente a chiunque che si tratta semplicemente di un processo di annessione tendente a distruggere le rivendicazioni politiche e le peculiarità sociali, culturali e persino etniche del popolo palestinese.
Contro il piano Trump si stanno organizzando sit-in anche dai palestinesi della diaspora sulla parola d’ordine “La Palestina non è in vendita” e per questo anche la Grande marcia del ritorno che da 63 venerdì si tiene a Gaza lungo il confine dell’illegale assedio, aveva come ultima parola d’ordine “This land is not for sale”, questa terra non è in vendita.
La risposta ai manifestanti disarmati che chiedevano il rispetto della legalità internazionale l’hanno data ancora una volta droni e cecchini israeliani, e i feriti palestinesi, solo ieri, sono stati circa 80 che sono andati a sommarsi agli oltre 20.000 che Israele – mantenendo il distintivo di Stato democratico che nessuna istituzione internazionale ha l’onestà di togliergli – ha fatto in questi mesi. Senza dimenticare gli oltre 300 martiri, tra cui bambini, personale medico e giornalisti ben identificabili come tali il che si configura come crimine di guerra.
Non è ozioso ripetere che i ferimenti e le uccisioni di soccorritori sanitari e giornalisti, si configurano per la legge internazionale come crimini di guerra i quali sarebbero già bastanti, vista la loro reiterazione pluridecennale, a far cadere quel distintivo improprio di Stato democratico e a condannare Israele in nome della legalità internazionale. Ma si sa che Israele ha un manto protettivo che lo rende impermeabile al diritto internazionale e fino ad oggi l’unica cosa possibile, seppur di scarsa utilità, è stata quella di osservare e far conoscere. Il nostro compito si ferma qui.
Intanto, mentre Israele fa il bello e il cattivo tempo in tutta la Palestina e non solo, con l’Iran nel mirino in tandem col padrino Usa, in Bahrein tutto è pronto per il prossimo 25 giugno, data in cui andrà in scena, in forma di forum internazionale organizzato dagli USA, la pièce detta “pace economica”, quella che tutti i rappresentanti dei palestinesi rifiutano e per la quale ieri, a Roma, tutte le componenti rappresentative della diaspora in Italia si sono riunite nella sala della Stampa Estera ed hanno pubblicamente ed unanimemente rifiutato, senza distinzione tra fazioni politiche, il piano Kushner-Trump definito come “un tentativo di scambio commerciale tra i diritti storici dei palestinesi e qualche commerciante di passaggio” come affermato da Samir Al Qaryouti, il quale ritiene che la Palestina stia vivendo il “periodo più critico e pericoloso della sua esistenza” e che dietro i ricchi investimenti promessi c’è il tentativo di annientare quelle che sono “le fondamenta di questa causa, cioè il diritto dei profughi, il problema degli insediamenti e l’occupazione”.
A lui fa eco Mohammed Hannoun esponente di diverso orientamento politico ma perfettamente in linea circa il cosiddetto “accordo del secolo” denunciando, inoltre, “la complicità di alcuni governi arabi” e inviando un “appello a tutti i paesi arabi a boicottare questo forum perché è il momento di schierarsi apertamente con i diritti del popolo palestinese, la loro lotta e il rispetto dei diritti umani”.
La pièce della “pace economica”, comunque e a prescindere dal rifiuto dei palestinesi, sarebbe lo stesso andata in scena senza di loro e questo la dice lunga sulla totale mancanza di considerazione per il soggetto di cui si andrà a discutere, trasformandolo da soggetto di diritti irrinunciabili in oggetto nelle mani del potere economico dei padroni del mondo e dei loro alleati.
Il Primo ministro dell’ANP, Mohammed Shtayyeh, aveva già espresso da Ramallah il suo dissenso verso qualunque ipotesi che scavalcasse la questione politica e la fine dell’occupazione affermando “non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro” e il ministro dello Sviluppo Economico ha ripetutamente dichiarato che ogni palestinese che dovesse prendere parte al forum, o workshop come è stato definito nella sua ultima versione, sarà considerato “un collaboratore degli Usa e di Israele”.
Si sa, infatti, che nella logica bottegaia più che diplomatica, gli inviti all’incontro dal quale sono esclusi i rappresentanti della Palestina, sono andati anche ad uomini d’affari palestinesi immaginando che davanti al dio-denaro qualche singolo mercante possa rompere il fronte del no che va da Gaza a Ramallah ai campi profughi in Medio Oriente, alla diaspora in Occidente.
L’arroganza statunitense è tale che vengono promessi miliardi per comprarsi il consenso dopo aver tagliato centinaia di milioni già spettanti, che si è schiaffeggiata la Palestina cacciando la sua delegazione diplomatica da Washington, che si è negato l’ingresso negli USA ad Hanan Ashrawi, una delle figure più rappresentative dell’Olp, che si massacrano costantemente i palestinesi che chiedono i loro diritti e si assedia criminalmente la Striscia di Gaza, e dopo tutto questo, e anche altro, Kushner, il genero-consigliere difensore dei coloni fuorilegge ha la sfrontatezza e l’ipocrisia di dire che “Il popolo palestinese merita un futuro di dignità e l’opportunità di migliorare la propria vita (e) il progresso economico può essere raggiunto solo con una solida visione economica e solo qualora i problemi politici di base vengano risolti”. Quali sono secondo lui i problemi “politici di base” visto che i diritti irrinunciabili del popolo palestinese vengono trattati alla stregua di richieste impossibili e i cecchini assoldati ad hoc dallo Stato ebraico sparano a vista contro chi semplicemente ora gridare “rispettate la Risoluzione 194”?
Basta uno sguardo semplicemente onesto per capire che si è di fronte a una grande farsa, tanto assurda quanto offensiva per la dignità di un popolo che da quasi un secolo viene tormentato e che comunque resiste. A Kushner ha risposto il capo negoziatore dell’Anp, Saeb Erekat, affermando che quello posto in essere dagli Usa non è un negoziato ma un’imposizione e i palestinesi sono determinati a respingerla.
Questa terra non è in vendita, ripetono all’unisono i palestinesi e se qualche “uomo d’affari” deciderà di lasciarsi comprare non sarà questo a chiudere la partita, neanche se cercherà di ripararsi dietro la partecipazione, data al momento per certa, da parte del Segretario Onu il quale, in questo modo, riconfermerà nei fatti che non esiste un autorevole sede super partes per il rispetto dei diritti umani e metterà un altro chiodo sulla bara del Diritto internazionale.
Fonte
Il piano Trump, cioè quello che il genero-consigliere Kushner, sionista convinto e dichiarato sostenitore dei coloni fuorilegge, ha definito “ottimo piano aziendale”, sta assumendo un alone da mappa misteriosa degna più di un romanzo di Stevenson che di un piano politico o, per meglio dire, da quel che se ne sa, economico. Notizie che appaiono e scompaiono. Ipotesi di presentazioni plurifase, inviti ancora in parte segreti ne fanno davvero una trama da “Isola del tesoro”.
Intanto, da quel che è emerso, risulta chiaro che il piano è inaccettabile da parte palestinese e su questo sono miracolosamente d’accordo tutte le leadership palestinesi, visto che questa sorta di nuovi agenti immobiliari americani “inviati da dio” cercherebbe di tacitare, comprandolo per denaro, un popolo che dopo oltre 71 anni seguita a resistere all’occupazione, ovvero alla colonizzazione da insediamento ormai addirittura rivendicata dall’occupante come chiaro obiettivo che viene fatto risalire a una volontà divina. Vista laicamente la questione è a dir poco grottesca ed è evidente a chiunque che si tratta semplicemente di un processo di annessione tendente a distruggere le rivendicazioni politiche e le peculiarità sociali, culturali e persino etniche del popolo palestinese.
Contro il piano Trump si stanno organizzando sit-in anche dai palestinesi della diaspora sulla parola d’ordine “La Palestina non è in vendita” e per questo anche la Grande marcia del ritorno che da 63 venerdì si tiene a Gaza lungo il confine dell’illegale assedio, aveva come ultima parola d’ordine “This land is not for sale”, questa terra non è in vendita.
La risposta ai manifestanti disarmati che chiedevano il rispetto della legalità internazionale l’hanno data ancora una volta droni e cecchini israeliani, e i feriti palestinesi, solo ieri, sono stati circa 80 che sono andati a sommarsi agli oltre 20.000 che Israele – mantenendo il distintivo di Stato democratico che nessuna istituzione internazionale ha l’onestà di togliergli – ha fatto in questi mesi. Senza dimenticare gli oltre 300 martiri, tra cui bambini, personale medico e giornalisti ben identificabili come tali il che si configura come crimine di guerra.
Non è ozioso ripetere che i ferimenti e le uccisioni di soccorritori sanitari e giornalisti, si configurano per la legge internazionale come crimini di guerra i quali sarebbero già bastanti, vista la loro reiterazione pluridecennale, a far cadere quel distintivo improprio di Stato democratico e a condannare Israele in nome della legalità internazionale. Ma si sa che Israele ha un manto protettivo che lo rende impermeabile al diritto internazionale e fino ad oggi l’unica cosa possibile, seppur di scarsa utilità, è stata quella di osservare e far conoscere. Il nostro compito si ferma qui.
Intanto, mentre Israele fa il bello e il cattivo tempo in tutta la Palestina e non solo, con l’Iran nel mirino in tandem col padrino Usa, in Bahrein tutto è pronto per il prossimo 25 giugno, data in cui andrà in scena, in forma di forum internazionale organizzato dagli USA, la pièce detta “pace economica”, quella che tutti i rappresentanti dei palestinesi rifiutano e per la quale ieri, a Roma, tutte le componenti rappresentative della diaspora in Italia si sono riunite nella sala della Stampa Estera ed hanno pubblicamente ed unanimemente rifiutato, senza distinzione tra fazioni politiche, il piano Kushner-Trump definito come “un tentativo di scambio commerciale tra i diritti storici dei palestinesi e qualche commerciante di passaggio” come affermato da Samir Al Qaryouti, il quale ritiene che la Palestina stia vivendo il “periodo più critico e pericoloso della sua esistenza” e che dietro i ricchi investimenti promessi c’è il tentativo di annientare quelle che sono “le fondamenta di questa causa, cioè il diritto dei profughi, il problema degli insediamenti e l’occupazione”.
A lui fa eco Mohammed Hannoun esponente di diverso orientamento politico ma perfettamente in linea circa il cosiddetto “accordo del secolo” denunciando, inoltre, “la complicità di alcuni governi arabi” e inviando un “appello a tutti i paesi arabi a boicottare questo forum perché è il momento di schierarsi apertamente con i diritti del popolo palestinese, la loro lotta e il rispetto dei diritti umani”.
La pièce della “pace economica”, comunque e a prescindere dal rifiuto dei palestinesi, sarebbe lo stesso andata in scena senza di loro e questo la dice lunga sulla totale mancanza di considerazione per il soggetto di cui si andrà a discutere, trasformandolo da soggetto di diritti irrinunciabili in oggetto nelle mani del potere economico dei padroni del mondo e dei loro alleati.
Il Primo ministro dell’ANP, Mohammed Shtayyeh, aveva già espresso da Ramallah il suo dissenso verso qualunque ipotesi che scavalcasse la questione politica e la fine dell’occupazione affermando “non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro” e il ministro dello Sviluppo Economico ha ripetutamente dichiarato che ogni palestinese che dovesse prendere parte al forum, o workshop come è stato definito nella sua ultima versione, sarà considerato “un collaboratore degli Usa e di Israele”.
Si sa, infatti, che nella logica bottegaia più che diplomatica, gli inviti all’incontro dal quale sono esclusi i rappresentanti della Palestina, sono andati anche ad uomini d’affari palestinesi immaginando che davanti al dio-denaro qualche singolo mercante possa rompere il fronte del no che va da Gaza a Ramallah ai campi profughi in Medio Oriente, alla diaspora in Occidente.
L’arroganza statunitense è tale che vengono promessi miliardi per comprarsi il consenso dopo aver tagliato centinaia di milioni già spettanti, che si è schiaffeggiata la Palestina cacciando la sua delegazione diplomatica da Washington, che si è negato l’ingresso negli USA ad Hanan Ashrawi, una delle figure più rappresentative dell’Olp, che si massacrano costantemente i palestinesi che chiedono i loro diritti e si assedia criminalmente la Striscia di Gaza, e dopo tutto questo, e anche altro, Kushner, il genero-consigliere difensore dei coloni fuorilegge ha la sfrontatezza e l’ipocrisia di dire che “Il popolo palestinese merita un futuro di dignità e l’opportunità di migliorare la propria vita (e) il progresso economico può essere raggiunto solo con una solida visione economica e solo qualora i problemi politici di base vengano risolti”. Quali sono secondo lui i problemi “politici di base” visto che i diritti irrinunciabili del popolo palestinese vengono trattati alla stregua di richieste impossibili e i cecchini assoldati ad hoc dallo Stato ebraico sparano a vista contro chi semplicemente ora gridare “rispettate la Risoluzione 194”?
Basta uno sguardo semplicemente onesto per capire che si è di fronte a una grande farsa, tanto assurda quanto offensiva per la dignità di un popolo che da quasi un secolo viene tormentato e che comunque resiste. A Kushner ha risposto il capo negoziatore dell’Anp, Saeb Erekat, affermando che quello posto in essere dagli Usa non è un negoziato ma un’imposizione e i palestinesi sono determinati a respingerla.
Questa terra non è in vendita, ripetono all’unisono i palestinesi e se qualche “uomo d’affari” deciderà di lasciarsi comprare non sarà questo a chiudere la partita, neanche se cercherà di ripararsi dietro la partecipazione, data al momento per certa, da parte del Segretario Onu il quale, in questo modo, riconfermerà nei fatti che non esiste un autorevole sede super partes per il rispetto dei diritti umani e metterà un altro chiodo sulla bara del Diritto internazionale.
Fonte
La conferenza di Manama sulla vendita dei palestinesi
Se ci sono paesi arabi convinti che la loro partecipazione al vertice in Bahrain, alla fine di giugno, abbia come obiettivo il “fare la pace” e/o salvare il proprio regime dalla “rabbia degli americani”, e/o – ancora – che gli americani siano soddisfatti del loro comportamento, questi paesi delirano o mentono a sé stessi.
Perché lo scopo del lavoro del vertice in Bahrain è solo di determinare il prezzo della vendita della Palestina e dei palestinesi. Non importa quanti miliardi, perché sono solo dollari avvelenati. Che l’amministrazione americana estorce all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e alla comunità europea.
Il loro desiderio è di normalizzare e piegare il popolo palestinese, imporre collusioni agli stati vicini alla Palestina (in particolare la Giordania) e silenziare un crimine politico commesso sotto lo slogan “prosperità economica”. Una prosperità che era attesa da molti regimi fin dall’accordo di Camp David (tra Egitto e Israele), senza risultato: ciò che si è verificato è stato un accumulo di debiti, un aumento della dipendenza e un indebolimento di ogni singolo paese del mondo arabo nel suo complesso.
L’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, non è riuscita a costringere presidenti e re arabi, indipendentemente dalla posizione che essi avevano espresso “a porte chiuse”, a sostenere un qualsiasi passo o provvedimento di Israele – ad esempio l’annessione illegale di Gerusalemme e del Golan, o il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dell’entità sionista. Per questo il governo americano è ricorso al taglio dei finanziamenti ai palestinesi, mentre dall’altra parte hanno prorogato la carota (sostegno economico) verso i paesi arabi, a causa del fallimento delle loro politiche economiche e la loro dipendenza dalle istituzioni finanziarie mondiali.
L’idea di “pace economica” non è nuova: fu promossa dall’ex Segretario di Stato americano George Shultz, negli anni '80 del secolo scorso, come catalizzatore per attirare gli stati arabi adiacenti alla Palestina in colloqui di pace con Israele, e per vendere al popolo palestinese l’illusione che la sua situazione economica sarebbe migliorata: tali tentativi sono completamente falliti.
Ecco la differenza fondamentale tra la squadra che ai tempi ha avuto la più grande influenza politica americana, guidata allora da Dennis Ross, e il team dell’attuale presidente Trump, sponsorizzato da Jason Greenblatt e Jared Kushner. La prima squadra ha scoperto che era necessario presentare un progetto che riconoscesse in modo formale “le aspirazioni nazionali del popolo palestinese”. In cambio questo team richiese la concessione sostanziale sui diritti legittimi del popolo palestinese, in particolare il diritto al ritorno dei profughi, l’autodeterminazione e la libertà dal controllo del progetto sionista.
Negli anni ’90, le amministrazioni americane iniziarono a vendere l’illusione di un possibile entità palestinese, sotto il titolo di “Stato palestinese”.
Invece, l’attuale squadra di Trump, il team Greenblatt-Kushner, pensa che le condizioni politiche prospettate al popolo palestinese siano da accettare, in quanto a loro “estremamente favorevoli”.
“Non c’è spazio morale per privare un popolo dei propri diritti nel contesto della diffusione della prosperità commerciale di alcune élite”, le quali devono poter imporre le proprie condizioni. Dicono quindi in modo inequivocabile che non c’è alternativa per i palestinesi se non accettare le condizioni imposte loro, se vogliono migliorare le proprie condizioni di vita e rimanere sotto l’egemonia israeliana.
Greenblatt e Kushner parlano pubblicamente con questa arrogante logica con discorsi che rispecchiano con assoluta chiarezza la logica della colonizzazione, senza sconti o abbellimenti. L’ostilità di entrambi i team statunitensi (di allora e di oggi) verso le aspirazioni nazionali palestinesi è identica: mentre la prima voleva ridurre al minimo le aspirazioni nazionali palestinesi per garantire la continuità predominante di Israele, l’attuale vede la massa di popolazione palestinese come indesiderabile. Ritiene dunque che i palestinesi dovrebbero essere grati a Trump e Israele, e accettare le condizioni che questi pongono per sperare di migliorare la loro sopravvivenza.
Così la squadra di Trump non tiene conto dell’opinione o della posizione di qualsiasi leadership palestinese, ma sta cercando di trovare una realtà araba che possa trarre benefici dalla fine dei diritti palestinesi e faccia pressione sul popolo palestinese affinché si arrenda. Per questo motivo decide di vendere benessere ai paesi arabi in modo che i palestinesi rimangano soli. Questa squadra funziona senza maschere umanitarie e compassionevoli, e questo mette a nudo l’“accordo del secolo” e la falsa legittimità di ciò che era stato chiamato “decenni del processo di pace”.
Secondo la nostra opinione, non c’è spazio per qualsiasi regime arabo che cerchi di commerciare (o fare marketing) alla conferenza di Manama per la pace. Gli Stati Uniti vogliono un accordo finanziario in cui viene dichiarato che il mondo arabo abbandona qualsiasi rivendicazione, sia autentica o ipocrita, che sostenga i legittimi diritti nazionali del popolo palestinese, in cambio dell’illusione della prosperità economica.
Ciò che è importante è il proseguimento dell’Autorità e degli attori economici palestinesi nella loro posizione di boicottare la conferenza: soprattutto si ritiene necessario il sostegno della Giordania alla stessa Autorità, nell’accettare qualsiasi ruolo che l’amministrazione degli Stati Uniti ritengono opportuno.
L’attuazione del piano americano non può avere successo senza la partecipazione giordana perché nel futuro della Cisgiordania, dopo l’annessione di Israele, della maggior parte del suo territorio e della Valle del Giordano, non c’è spazio per un ruolo amministrativo giordano, se non l’accettazione di un’amministrazione di una qualche “sicurezza” per la popolazione palestinese. Questo, mette in pericolo il regime e la stabilità della Giordania, o semplicemente impone un’autorità diretta di sicurezza israeliana, senza un ruolo per l’Autorità palestinese in Cisgiordania. Ciò richiede la presenza di un avamposto giordano in Cisgiordania e un controllo sulla popolazione, e provocherà una rabbia senza precedenti tra la maggior parte dei giordani di varia origine.
Sembra che la posizione della Giordania non sia ancora chiara, ma la credibilità della lealtà di Re Abdullah II nel respingere l’accordo del secolo potrebbe, un giorno, tramontare: rapidamente aumenterebbe la “presa di sicurezza” che gli apparati del regime hanno usato per zittire l’opposizione, e affrontare ogni dubbio con la loro voce, soprattutto dopo aver cambiato il direttore di intelligence e alti ufficiali.
La versione ufficiale trapelata cerca di minare la stabilità del regime perché “Quello che è importante è la continuazione dell’Autorità palestinese e le attività economiche palestinesi e la loro posizione di boicottggio della conferenza. I servizi di sicurezza si rapportano con tutti con sospetto e non hanno dimostrato nulla di reale, tranne semplici insinuazioni, provenienti dall’estero, le quali non hanno voce in capitolo per quanto riguarda l’opposizione; ma hanno usato le informazioni per ricattare il regime, e il palazzo era in grado di tenere sotto controllo le voci più influenti”.
Gli sviluppi della situazione interna in Giordania e la posizione ufficiale del suo governo, sono tra i fattori più importanti, in quanto non prevedono possibilità di tensioni nel paese, o il desiderio di costruire un fronte interno per affrontare la pressione degli Stati Uniti: sembra che il palazzo avverta un costante pericolo nell’orientamento dell’opposizione e dell’Assemblea, e questo è un grande errore da parte loro.
È noto il fatto che collegare la conferenza di Manama con la speranza di inizio del periodo di prosperità economica ha rafforzato le voci isolazioniste degli uomini d’affari, sia nel Golfo che in Giordania, che chiedono la partecipazione alla conferenza di Manama con il pretesto di cercare l’interesse dei loro paesi e dei loro popoli.
Ci sono inoltre alcune voci sorprendenti provenienti dal Golfo, negli articoli sui media giordani, che abbracciano implicitamente il disimpegno della Giordania dalla causa palestinese, invitando a cogliere l’opportunità di far rivivere l’economia nazionale. Le voci fanno eco alle stesse dichiarazioni che trapelavano in Egitto alla vigilia degli Accordi di Camp David, necessarie per incoraggiare il capitale a impegnarsi in tutti gli aspetti degli insediamenti regionali sponsorizzati dagli Stati Uniti e per ingannare i segmenti poveri, soprattutto i lavoratori, della popolazione rispetto alle crisi economiche in Giordania, Palestina e altri paesi arabi.
L’Accordo di Oslo e il trattato giordano di Wadih Araba non hanno portato alcuna prosperità economica.
È importante ricordarlo, specialmente per le correnti isolazioniste che nascondono il fanatismo e il cieco nazionalismo (dello Stato o della regione) e che vedono i palestinesi e la loro causa solo come un peso politico ed economico: essi hanno trovato una possibilità di liberarsene approfittando della propaganda di Greenblatt-Kushner, che punta a normalizzare il rapporto con Israele, volendolo far considerare da un giorno all’altro un “paese amico”.
Dal punto di vista morale non c’è modo di privare un popolo dei propri diritti, se non nel contesto del marketing e della commercializzazione della prosperità di alcune élite: questa è la filosofia con cui viene venduto il diritto dei palestinesi a Manama.
Per quanto riguarda i regimi, che devono rispettare la posizione del rifiuto, non possono non schierarsi e tenere il bastone a metà.
La conferenza di Manama è l’inizio dell’alluvione nelle concessioni.
Ogni promessa di sostegno o investimento non è altro che un vincolo in una catena permanente per nazioni e i popoli.
Fonte
Perché lo scopo del lavoro del vertice in Bahrain è solo di determinare il prezzo della vendita della Palestina e dei palestinesi. Non importa quanti miliardi, perché sono solo dollari avvelenati. Che l’amministrazione americana estorce all’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e alla comunità europea.
Il loro desiderio è di normalizzare e piegare il popolo palestinese, imporre collusioni agli stati vicini alla Palestina (in particolare la Giordania) e silenziare un crimine politico commesso sotto lo slogan “prosperità economica”. Una prosperità che era attesa da molti regimi fin dall’accordo di Camp David (tra Egitto e Israele), senza risultato: ciò che si è verificato è stato un accumulo di debiti, un aumento della dipendenza e un indebolimento di ogni singolo paese del mondo arabo nel suo complesso.
L’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, non è riuscita a costringere presidenti e re arabi, indipendentemente dalla posizione che essi avevano espresso “a porte chiuse”, a sostenere un qualsiasi passo o provvedimento di Israele – ad esempio l’annessione illegale di Gerusalemme e del Golan, o il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dell’entità sionista. Per questo il governo americano è ricorso al taglio dei finanziamenti ai palestinesi, mentre dall’altra parte hanno prorogato la carota (sostegno economico) verso i paesi arabi, a causa del fallimento delle loro politiche economiche e la loro dipendenza dalle istituzioni finanziarie mondiali.
L’idea di “pace economica” non è nuova: fu promossa dall’ex Segretario di Stato americano George Shultz, negli anni '80 del secolo scorso, come catalizzatore per attirare gli stati arabi adiacenti alla Palestina in colloqui di pace con Israele, e per vendere al popolo palestinese l’illusione che la sua situazione economica sarebbe migliorata: tali tentativi sono completamente falliti.
Ecco la differenza fondamentale tra la squadra che ai tempi ha avuto la più grande influenza politica americana, guidata allora da Dennis Ross, e il team dell’attuale presidente Trump, sponsorizzato da Jason Greenblatt e Jared Kushner. La prima squadra ha scoperto che era necessario presentare un progetto che riconoscesse in modo formale “le aspirazioni nazionali del popolo palestinese”. In cambio questo team richiese la concessione sostanziale sui diritti legittimi del popolo palestinese, in particolare il diritto al ritorno dei profughi, l’autodeterminazione e la libertà dal controllo del progetto sionista.
Negli anni ’90, le amministrazioni americane iniziarono a vendere l’illusione di un possibile entità palestinese, sotto il titolo di “Stato palestinese”.
Invece, l’attuale squadra di Trump, il team Greenblatt-Kushner, pensa che le condizioni politiche prospettate al popolo palestinese siano da accettare, in quanto a loro “estremamente favorevoli”.
“Non c’è spazio morale per privare un popolo dei propri diritti nel contesto della diffusione della prosperità commerciale di alcune élite”, le quali devono poter imporre le proprie condizioni. Dicono quindi in modo inequivocabile che non c’è alternativa per i palestinesi se non accettare le condizioni imposte loro, se vogliono migliorare le proprie condizioni di vita e rimanere sotto l’egemonia israeliana.
Greenblatt e Kushner parlano pubblicamente con questa arrogante logica con discorsi che rispecchiano con assoluta chiarezza la logica della colonizzazione, senza sconti o abbellimenti. L’ostilità di entrambi i team statunitensi (di allora e di oggi) verso le aspirazioni nazionali palestinesi è identica: mentre la prima voleva ridurre al minimo le aspirazioni nazionali palestinesi per garantire la continuità predominante di Israele, l’attuale vede la massa di popolazione palestinese come indesiderabile. Ritiene dunque che i palestinesi dovrebbero essere grati a Trump e Israele, e accettare le condizioni che questi pongono per sperare di migliorare la loro sopravvivenza.
Così la squadra di Trump non tiene conto dell’opinione o della posizione di qualsiasi leadership palestinese, ma sta cercando di trovare una realtà araba che possa trarre benefici dalla fine dei diritti palestinesi e faccia pressione sul popolo palestinese affinché si arrenda. Per questo motivo decide di vendere benessere ai paesi arabi in modo che i palestinesi rimangano soli. Questa squadra funziona senza maschere umanitarie e compassionevoli, e questo mette a nudo l’“accordo del secolo” e la falsa legittimità di ciò che era stato chiamato “decenni del processo di pace”.
Secondo la nostra opinione, non c’è spazio per qualsiasi regime arabo che cerchi di commerciare (o fare marketing) alla conferenza di Manama per la pace. Gli Stati Uniti vogliono un accordo finanziario in cui viene dichiarato che il mondo arabo abbandona qualsiasi rivendicazione, sia autentica o ipocrita, che sostenga i legittimi diritti nazionali del popolo palestinese, in cambio dell’illusione della prosperità economica.
Ciò che è importante è il proseguimento dell’Autorità e degli attori economici palestinesi nella loro posizione di boicottare la conferenza: soprattutto si ritiene necessario il sostegno della Giordania alla stessa Autorità, nell’accettare qualsiasi ruolo che l’amministrazione degli Stati Uniti ritengono opportuno.
L’attuazione del piano americano non può avere successo senza la partecipazione giordana perché nel futuro della Cisgiordania, dopo l’annessione di Israele, della maggior parte del suo territorio e della Valle del Giordano, non c’è spazio per un ruolo amministrativo giordano, se non l’accettazione di un’amministrazione di una qualche “sicurezza” per la popolazione palestinese. Questo, mette in pericolo il regime e la stabilità della Giordania, o semplicemente impone un’autorità diretta di sicurezza israeliana, senza un ruolo per l’Autorità palestinese in Cisgiordania. Ciò richiede la presenza di un avamposto giordano in Cisgiordania e un controllo sulla popolazione, e provocherà una rabbia senza precedenti tra la maggior parte dei giordani di varia origine.
Sembra che la posizione della Giordania non sia ancora chiara, ma la credibilità della lealtà di Re Abdullah II nel respingere l’accordo del secolo potrebbe, un giorno, tramontare: rapidamente aumenterebbe la “presa di sicurezza” che gli apparati del regime hanno usato per zittire l’opposizione, e affrontare ogni dubbio con la loro voce, soprattutto dopo aver cambiato il direttore di intelligence e alti ufficiali.
La versione ufficiale trapelata cerca di minare la stabilità del regime perché “Quello che è importante è la continuazione dell’Autorità palestinese e le attività economiche palestinesi e la loro posizione di boicottggio della conferenza. I servizi di sicurezza si rapportano con tutti con sospetto e non hanno dimostrato nulla di reale, tranne semplici insinuazioni, provenienti dall’estero, le quali non hanno voce in capitolo per quanto riguarda l’opposizione; ma hanno usato le informazioni per ricattare il regime, e il palazzo era in grado di tenere sotto controllo le voci più influenti”.
Gli sviluppi della situazione interna in Giordania e la posizione ufficiale del suo governo, sono tra i fattori più importanti, in quanto non prevedono possibilità di tensioni nel paese, o il desiderio di costruire un fronte interno per affrontare la pressione degli Stati Uniti: sembra che il palazzo avverta un costante pericolo nell’orientamento dell’opposizione e dell’Assemblea, e questo è un grande errore da parte loro.
È noto il fatto che collegare la conferenza di Manama con la speranza di inizio del periodo di prosperità economica ha rafforzato le voci isolazioniste degli uomini d’affari, sia nel Golfo che in Giordania, che chiedono la partecipazione alla conferenza di Manama con il pretesto di cercare l’interesse dei loro paesi e dei loro popoli.
Ci sono inoltre alcune voci sorprendenti provenienti dal Golfo, negli articoli sui media giordani, che abbracciano implicitamente il disimpegno della Giordania dalla causa palestinese, invitando a cogliere l’opportunità di far rivivere l’economia nazionale. Le voci fanno eco alle stesse dichiarazioni che trapelavano in Egitto alla vigilia degli Accordi di Camp David, necessarie per incoraggiare il capitale a impegnarsi in tutti gli aspetti degli insediamenti regionali sponsorizzati dagli Stati Uniti e per ingannare i segmenti poveri, soprattutto i lavoratori, della popolazione rispetto alle crisi economiche in Giordania, Palestina e altri paesi arabi.
L’Accordo di Oslo e il trattato giordano di Wadih Araba non hanno portato alcuna prosperità economica.
È importante ricordarlo, specialmente per le correnti isolazioniste che nascondono il fanatismo e il cieco nazionalismo (dello Stato o della regione) e che vedono i palestinesi e la loro causa solo come un peso politico ed economico: essi hanno trovato una possibilità di liberarsene approfittando della propaganda di Greenblatt-Kushner, che punta a normalizzare il rapporto con Israele, volendolo far considerare da un giorno all’altro un “paese amico”.
Dal punto di vista morale non c’è modo di privare un popolo dei propri diritti, se non nel contesto del marketing e della commercializzazione della prosperità di alcune élite: questa è la filosofia con cui viene venduto il diritto dei palestinesi a Manama.
Per quanto riguarda i regimi, che devono rispettare la posizione del rifiuto, non possono non schierarsi e tenere il bastone a metà.
La conferenza di Manama è l’inizio dell’alluvione nelle concessioni.
Ogni promessa di sostegno o investimento non è altro che un vincolo in una catena permanente per nazioni e i popoli.
Fonte
16/04/2019
Medio Oriente - Trump, nessuna sovranità ai Palestinesi
di Michele Giorgio – il Manifesto
Non è stato ancora reso noto ma già genera reazioni contrarie il piano Trump, noto come “Accordo del secolo”, che esclude lo Stato di Palestina, prepara il terreno all’annessione a Israele della Cisgiordania promessa in campagna elettorale da Benyamin Netanyahu e offre ai palestinesi solo un po’ di finanziamenti e una blanda autonomia su qualche fazzoletto di terra. Poche ore dopo l’articolo con cui due giorni fa il Washington Post ha rivelato questi punti del piano Usa – che sarà annunciato tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate – 25 personalità europee, tra cui ex ministri degli esteri, ex primi ministri e due ex segretari generali della Nato, hanno scritto una lettera aperta all’Unione europea – pubblicata dal britannico Guardian – in cui chiedono di respingere il progetto di Trump e di sostenere la creazione di uno Stato palestinese. Tra i firmatari ci sono anche Massimo D’Alema e Franco Frattini.
La soluzione dei Due Stati alla quale si appellano le 25 personalità è morta da tempo ed è sepolta sotto la colata di cemento che ha dato vita in Cisgiordania a decine di migliaia di case, strade e infrastrutture per i coloni israeliani. Tuttavia la lettera è una piccola scossa all’Europa che dosa sempre con grande cautela le rare critiche che rivolge alle politiche israeliane volte a normalizzare l’occupazione dei territori palestinesi.
Stando alle rivelazioni del Washington Post, Jared Kushner, genero di Trump e teorico del piano Usa, ai palestinesi offrirà solo un pacchetto di investimenti e l’autonomia nelle città e nelle piccole aree della Cisgiordania già ora sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese. Gaza resterà isolata ma, se Hamas se ne starà buono, convinto dalle pressioni dei suoi sponsor (Qatar e Turchia), riceverà anch’essa finanziamenti. Tutto è ancora molto vago. L’unica certezza è che i palestinesi non avranno mai la sovranità e che Israele controllerà tutto il territorio.
A conti fatti l’“Accordo del secolo” è una edizione aggiornata degli accordi siglati circa 40 anni fa da Egitto e Israele a Camp David. Il premier israeliano Menachem Begin al tavolo delle trattative non andò oltre una limitata autonomia amministrativa per i palestinesi. «Crediamo di avere un piano equo, realistico e attuabile che consentirà alle persone di vivere una vita migliore – ha detto un funzionario della Casa Bianca al Washington Post – abbiamo avuto un approccio non convenzionale, basato sul fatto di non nascondersi dalla realtà e di dire la verità». Il nuovo «approccio» è solo l’applicazione di un antico teorema della destra israeliana (e non solo) secondo il quale i palestinesi non sono interessati alla libertà e alla sovranità ma sono pronti a svendere le loro rivendicazioni per un po’ di dollari e per qualche migliaia di posti di lavoro in più. Questa soluzione non sarà mai accettata dai palestinesi e neppure dai leader arabi più accomodanti. Ne sono consapevoli tutti tranne Trump, Kushner, Netanyahu e una buona parte delle forze politiche israeliane al potere.
Il piano Usa indirettamente appoggia il perpetuarsi del sistema di doppia giustizia che vige nella Cisgiordania occupata: una per i coloni israeliani e una per i palestinesi. Il centro per i diritti umani B’Tselem due giorni fa ha diffuso i risultati della sua inchiesta sull’uccisione, il 3 aprile, nei pressi di Hawara (Nablus) di Mohammad Abdel Fattah, un palestinese di 23 anni che aveva lanciato pietre contro l’auto guidata da un colono israeliano Yehoshua Sherman. Quest’ultimo, denuncia B’Tselem, ha sparato un colpo ferendo Abdel Fattah, poi si è avvicinato al palestinese che era a terra ferito e gli ha sparato ancora una volta. Un altro colono, un camionista, ha raggiunto Sherman ed ha esploso anche lui colpi contro Abdel Fattah. Secondo il centro per i diritti umani i soldati hanno disperso i passanti palestinesi, non hanno arrestato i coloni e hanno cancellato le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. L’Esercito nega e sostiene che il palestinese avrebbe anche tentato un attacco con un coltello.
Fonte
Non è stato ancora reso noto ma già genera reazioni contrarie il piano Trump, noto come “Accordo del secolo”, che esclude lo Stato di Palestina, prepara il terreno all’annessione a Israele della Cisgiordania promessa in campagna elettorale da Benyamin Netanyahu e offre ai palestinesi solo un po’ di finanziamenti e una blanda autonomia su qualche fazzoletto di terra. Poche ore dopo l’articolo con cui due giorni fa il Washington Post ha rivelato questi punti del piano Usa – che sarà annunciato tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate – 25 personalità europee, tra cui ex ministri degli esteri, ex primi ministri e due ex segretari generali della Nato, hanno scritto una lettera aperta all’Unione europea – pubblicata dal britannico Guardian – in cui chiedono di respingere il progetto di Trump e di sostenere la creazione di uno Stato palestinese. Tra i firmatari ci sono anche Massimo D’Alema e Franco Frattini.
La soluzione dei Due Stati alla quale si appellano le 25 personalità è morta da tempo ed è sepolta sotto la colata di cemento che ha dato vita in Cisgiordania a decine di migliaia di case, strade e infrastrutture per i coloni israeliani. Tuttavia la lettera è una piccola scossa all’Europa che dosa sempre con grande cautela le rare critiche che rivolge alle politiche israeliane volte a normalizzare l’occupazione dei territori palestinesi.
Stando alle rivelazioni del Washington Post, Jared Kushner, genero di Trump e teorico del piano Usa, ai palestinesi offrirà solo un pacchetto di investimenti e l’autonomia nelle città e nelle piccole aree della Cisgiordania già ora sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese. Gaza resterà isolata ma, se Hamas se ne starà buono, convinto dalle pressioni dei suoi sponsor (Qatar e Turchia), riceverà anch’essa finanziamenti. Tutto è ancora molto vago. L’unica certezza è che i palestinesi non avranno mai la sovranità e che Israele controllerà tutto il territorio.
A conti fatti l’“Accordo del secolo” è una edizione aggiornata degli accordi siglati circa 40 anni fa da Egitto e Israele a Camp David. Il premier israeliano Menachem Begin al tavolo delle trattative non andò oltre una limitata autonomia amministrativa per i palestinesi. «Crediamo di avere un piano equo, realistico e attuabile che consentirà alle persone di vivere una vita migliore – ha detto un funzionario della Casa Bianca al Washington Post – abbiamo avuto un approccio non convenzionale, basato sul fatto di non nascondersi dalla realtà e di dire la verità». Il nuovo «approccio» è solo l’applicazione di un antico teorema della destra israeliana (e non solo) secondo il quale i palestinesi non sono interessati alla libertà e alla sovranità ma sono pronti a svendere le loro rivendicazioni per un po’ di dollari e per qualche migliaia di posti di lavoro in più. Questa soluzione non sarà mai accettata dai palestinesi e neppure dai leader arabi più accomodanti. Ne sono consapevoli tutti tranne Trump, Kushner, Netanyahu e una buona parte delle forze politiche israeliane al potere.
Il piano Usa indirettamente appoggia il perpetuarsi del sistema di doppia giustizia che vige nella Cisgiordania occupata: una per i coloni israeliani e una per i palestinesi. Il centro per i diritti umani B’Tselem due giorni fa ha diffuso i risultati della sua inchiesta sull’uccisione, il 3 aprile, nei pressi di Hawara (Nablus) di Mohammad Abdel Fattah, un palestinese di 23 anni che aveva lanciato pietre contro l’auto guidata da un colono israeliano Yehoshua Sherman. Quest’ultimo, denuncia B’Tselem, ha sparato un colpo ferendo Abdel Fattah, poi si è avvicinato al palestinese che era a terra ferito e gli ha sparato ancora una volta. Un altro colono, un camionista, ha raggiunto Sherman ed ha esploso anche lui colpi contro Abdel Fattah. Secondo il centro per i diritti umani i soldati hanno disperso i passanti palestinesi, non hanno arrestato i coloni e hanno cancellato le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. L’Esercito nega e sostiene che il palestinese avrebbe anche tentato un attacco con un coltello.
Fonte
26/06/2018
Palestina - Il sostegno arabo al piano Trump
Sono quattro i paesi arabi che hanno confermato l’appoggio al
cosiddetto accordo del secolo, il piano di pace tra israeliani e
palestinesi su cui sta lavorando l’amministrazione Trump. A riportarlo è
la stampa israeliana che sottolinea come le capitali interessate non
abbiano intenzione di tenere in alcun conto la posizione favorevole o
meno della leadership palestinese di Ramallah.
Secondo il quotidiano filo-governativo Israel Hayom, che riportava ieri interviste a funzionari di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Giordania, i quattro paesi hanno garantito al genero di Trump, nonché suo consigliere sul Medio Oriente, Jared Kushner il sostegno al piano statunitense. In questi giorni Kushner, insieme a Jason Greenblatt, inviato Usa nella regione, è impegnato in un tour mediorientale che ha toccato i paesi sopra citati, oltre al Qatar e a Israele. Non si è recato in visita a Ramallah, al palazzo presidenziale, per incontrare il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas dopo il rifiuto di quest’ultimo legato al riconoscimento unilaterale da parte Usa di Gerusalemme come capitale di Israele, compiuto lo scorso 6 dicembre.
Una frattura visibile anche nelle aperte critiche mosse da Kushner alla leadership palestinese, durante un’intervista rilasciata domenica al quotidiano palestinese al-Quds (pare su consiglio dei leader arabi): “Il presidente Abbas dice di essere impegnato per la pace e non ho ragione di non credergli – ha detto Kushner – Tuttavia mi chiedo quanto Abbas abbia la capacità, o la volontà, di arrivare ad un accordo. Ha argomenti che non sono cambiati negli ultimi 25 anni. E nessun accordo di pace è stato siglato in questo periodo di tempo. Per fare un accordo entrambe le parti devono compiere un avanzamento e incontrarsi. Non sono certo che il presidente Abbas sia in grado di farlo”.
Torna, dunque, la nota narrativa israelo-statunitense: responsabili dello stallo sono i palestinesi, a cui si chiedono compromessi che Israele al contrario non è disposto minimamente a compiere. Gli “argomenti” che Kushner addebita a Ramallah a Tel Aviv diventano quelle “clausole” che nessun governo israeliano ha mai deciso di togliere dal tavolo a favore della pace: lo status di Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi, il controllo dei confini, lo smantellamento delle colonie.
Al genero di Trump ha risposto a stretto giro Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese, che ha ribadito la posizione assunta negli ultimi mesi, gli Stati Uniti non sono più considerabili mediatori nel (presunto) processo di pace: “L’intervista del signor Kushner chiarifica una volta di più che l’amministrazione statunitense del presidente Trump si è mossa dal piano del negoziato a quello delle imposizioni. Sono determinati a imporre una soluzione”, ha detto Erekat.
Il problema ricade sui palestinesi, schiacciati tra una leadership incapace e una comunità internazionale appiattita sulle posizioni israeliane. Da cui l’interesse, palese da tempo, di alcuni regimi arabi a normalizzare definitivamente i rapporti con lo Stato ebraico, a spese di diritti riconosciuti da numerose risoluzioni Onu. Significative le dichiarazioni del funzionario giordano raccolte da Israel Hayom: “I paesi arabi non saranno quelli che lanceranno una chiave inglese tra le ruote del processo di pace e questo continuo rifiuto di Abbas di lavorare con gli americani porterà a un piano di pace regionale senza di lui”.
Ovvia è la pressione sulla testa della leadership palestinese, costretta a scegliere tra un isolamento ancora peggiore dell’attuale e un piano di pace che non serve in alcun modo gli interessi e i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese. Ma paesi arabi e Stati Uniti dimenticano proprio questo elemento, il popolo palestinese, che non accetterà un’ulteriore sconfitta, un falso compromesso che nasconde la resa.
Intanto è arrivato a Gerusalemme il principe William nella prima visita ufficiale di un membro della casata Windsor tra Israele e Territori Occupati. Oggi inizierà il suo tour, non affatto scontato per un discendente di coloro che avallarono con la dichiarazione Balfour e poi permisero – armi in pugno – al movimento sionista di fondare uno Stato ebraico in terra palestinese. Tanto da far storcere la bocca ai vertici israeliani: oltre a Gerusalemme e al premier Netanyahu, visiterà Ramallah e incontrerà la leadership palestinese.
Nella città santa visiterà il Museo dell’Olocausto ma anche la Città Vecchia e il Monte degli Olivi, a Gerusalemme est; alloggerà al King David Hotel, usato negli anni del Mandato britannico come quartier generale delle autorità di Londra e teatro nel 1946 di un attentato terroristico da parte delle milizie paramilitari sioniste (oltre 90 le vittime).
Fonte
Secondo il quotidiano filo-governativo Israel Hayom, che riportava ieri interviste a funzionari di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Giordania, i quattro paesi hanno garantito al genero di Trump, nonché suo consigliere sul Medio Oriente, Jared Kushner il sostegno al piano statunitense. In questi giorni Kushner, insieme a Jason Greenblatt, inviato Usa nella regione, è impegnato in un tour mediorientale che ha toccato i paesi sopra citati, oltre al Qatar e a Israele. Non si è recato in visita a Ramallah, al palazzo presidenziale, per incontrare il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas dopo il rifiuto di quest’ultimo legato al riconoscimento unilaterale da parte Usa di Gerusalemme come capitale di Israele, compiuto lo scorso 6 dicembre.
Una frattura visibile anche nelle aperte critiche mosse da Kushner alla leadership palestinese, durante un’intervista rilasciata domenica al quotidiano palestinese al-Quds (pare su consiglio dei leader arabi): “Il presidente Abbas dice di essere impegnato per la pace e non ho ragione di non credergli – ha detto Kushner – Tuttavia mi chiedo quanto Abbas abbia la capacità, o la volontà, di arrivare ad un accordo. Ha argomenti che non sono cambiati negli ultimi 25 anni. E nessun accordo di pace è stato siglato in questo periodo di tempo. Per fare un accordo entrambe le parti devono compiere un avanzamento e incontrarsi. Non sono certo che il presidente Abbas sia in grado di farlo”.
Torna, dunque, la nota narrativa israelo-statunitense: responsabili dello stallo sono i palestinesi, a cui si chiedono compromessi che Israele al contrario non è disposto minimamente a compiere. Gli “argomenti” che Kushner addebita a Ramallah a Tel Aviv diventano quelle “clausole” che nessun governo israeliano ha mai deciso di togliere dal tavolo a favore della pace: lo status di Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi, il controllo dei confini, lo smantellamento delle colonie.
Al genero di Trump ha risposto a stretto giro Saeb Erekat, capo negoziatore palestinese, che ha ribadito la posizione assunta negli ultimi mesi, gli Stati Uniti non sono più considerabili mediatori nel (presunto) processo di pace: “L’intervista del signor Kushner chiarifica una volta di più che l’amministrazione statunitense del presidente Trump si è mossa dal piano del negoziato a quello delle imposizioni. Sono determinati a imporre una soluzione”, ha detto Erekat.
Il problema ricade sui palestinesi, schiacciati tra una leadership incapace e una comunità internazionale appiattita sulle posizioni israeliane. Da cui l’interesse, palese da tempo, di alcuni regimi arabi a normalizzare definitivamente i rapporti con lo Stato ebraico, a spese di diritti riconosciuti da numerose risoluzioni Onu. Significative le dichiarazioni del funzionario giordano raccolte da Israel Hayom: “I paesi arabi non saranno quelli che lanceranno una chiave inglese tra le ruote del processo di pace e questo continuo rifiuto di Abbas di lavorare con gli americani porterà a un piano di pace regionale senza di lui”.
Ovvia è la pressione sulla testa della leadership palestinese, costretta a scegliere tra un isolamento ancora peggiore dell’attuale e un piano di pace che non serve in alcun modo gli interessi e i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese. Ma paesi arabi e Stati Uniti dimenticano proprio questo elemento, il popolo palestinese, che non accetterà un’ulteriore sconfitta, un falso compromesso che nasconde la resa.
Intanto è arrivato a Gerusalemme il principe William nella prima visita ufficiale di un membro della casata Windsor tra Israele e Territori Occupati. Oggi inizierà il suo tour, non affatto scontato per un discendente di coloro che avallarono con la dichiarazione Balfour e poi permisero – armi in pugno – al movimento sionista di fondare uno Stato ebraico in terra palestinese. Tanto da far storcere la bocca ai vertici israeliani: oltre a Gerusalemme e al premier Netanyahu, visiterà Ramallah e incontrerà la leadership palestinese.
Nella città santa visiterà il Museo dell’Olocausto ma anche la Città Vecchia e il Monte degli Olivi, a Gerusalemme est; alloggerà al King David Hotel, usato negli anni del Mandato britannico come quartier generale delle autorità di Londra e teatro nel 1946 di un attentato terroristico da parte delle milizie paramilitari sioniste (oltre 90 le vittime).
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09/01/2018
Jared Kushner ha ricevuto 30 milioni di dollari da un’azienda israeliana
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico
Kushner avrebbe ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump in qualità di consigliere
Il genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti, Jared Kushner, ha stretto un accordo segreto con la ditta israeliana Menora Mivtachim da cui la sua società immobiliare ha ricevuto 30 milioni di dollari, secondo quanto ha rivelato un nuovo rapporto del New York Times.
Kushner, che ha appoggiato la decisione di Trump di dichiarare Gerusalemme come capitale di Israele, ha ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump nel 2017.
“La famiglia di Kushner ha ricevuto almeno quattro prestiti dalla più grande banca israeliana, la Banca Hapoalim, che è soggetta ad indagini del Dipartimento di Giustizia sulle accuse secondo cui avrebbe aiutato i ricchi americani a sottrarsi al pagamento delle tasse”, ha riportato il New York Times.
Definendo Kushner “il peggiore e più opprimente signore dei bassifondi”, il giornalista dell’Intercept Glenn Greenwald ha twittato: “Ti senti a tuo agio nel far beneficiare Jared Kushner di enormi somme di finanziamenti israeliani nello stesso momento in cui controlla la politica estera degli Stati Uniti su Israele?”.
“L’accordo, che non è stato reso pubblico, ha pompato un nuovo significativo capitale in 10 complessi di appartamenti del Maryland controllati dalla società del signor Kushner”, ha osservato il New York Times. “Mentre il signor Kushner ha venduto parti della sua attività da quando ha iniziato a lavorare alla Casa Bianca lo scorso anno, ma possiede ancora partecipazioni nella maggior parte dell’impero di famiglia – compresi i condomini di Baltimora e dintorni”.
Nel dicembre 2017, un’indagine di Newsweek ha rivelato che Kushner ha omesso di menzionare i suoi rapporti finanziari con l’Office of Government Ethics e di essere stato co-direttore della Charles and Seryl Kushner Foundation dal 2006 al 2015. Questo gruppo è ritenuto responsabile di aver finanziato insediamenti ritenuti illegali secondo la legge internazionale.
Christine Taylor, portavoce della Kushner Companies, ha dichiarato al The New York Times che la società di Kushner ha partner in tutto il mondo, ma “non fa affari con governi o governi stranieri e non è preclusa dal fare affari con nessuna compagnia straniera semplicemente perché Jared sta lavorando per il governo”.
Robert Weissman, il presidente di Public Citizen, un gruppo etico governativo senza scopo di lucro, ha sottolineato le lacune nelle leggi che aiutano Kushner a farla franca con simili azioni.
“Le leggi sull’etica sono state create da persone che non hanno avuto la lungimiranza di immaginare un Donald Trump o un Jared Kushner”, ha detto Weissman al New York Times.
da teleSUR
Fonte
Kushner avrebbe ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump in qualità di consigliere
Il genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti, Jared Kushner, ha stretto un accordo segreto con la ditta israeliana Menora Mivtachim da cui la sua società immobiliare ha ricevuto 30 milioni di dollari, secondo quanto ha rivelato un nuovo rapporto del New York Times.
Kushner, che ha appoggiato la decisione di Trump di dichiarare Gerusalemme come capitale di Israele, ha ricevuto i soldi poco prima del suo primo viaggio in Israele con Trump nel 2017.
“La famiglia di Kushner ha ricevuto almeno quattro prestiti dalla più grande banca israeliana, la Banca Hapoalim, che è soggetta ad indagini del Dipartimento di Giustizia sulle accuse secondo cui avrebbe aiutato i ricchi americani a sottrarsi al pagamento delle tasse”, ha riportato il New York Times.
Definendo Kushner “il peggiore e più opprimente signore dei bassifondi”, il giornalista dell’Intercept Glenn Greenwald ha twittato: “Ti senti a tuo agio nel far beneficiare Jared Kushner di enormi somme di finanziamenti israeliani nello stesso momento in cui controlla la politica estera degli Stati Uniti su Israele?”.
“L’accordo, che non è stato reso pubblico, ha pompato un nuovo significativo capitale in 10 complessi di appartamenti del Maryland controllati dalla società del signor Kushner”, ha osservato il New York Times. “Mentre il signor Kushner ha venduto parti della sua attività da quando ha iniziato a lavorare alla Casa Bianca lo scorso anno, ma possiede ancora partecipazioni nella maggior parte dell’impero di famiglia – compresi i condomini di Baltimora e dintorni”.
Nel dicembre 2017, un’indagine di Newsweek ha rivelato che Kushner ha omesso di menzionare i suoi rapporti finanziari con l’Office of Government Ethics e di essere stato co-direttore della Charles and Seryl Kushner Foundation dal 2006 al 2015. Questo gruppo è ritenuto responsabile di aver finanziato insediamenti ritenuti illegali secondo la legge internazionale.
Christine Taylor, portavoce della Kushner Companies, ha dichiarato al The New York Times che la società di Kushner ha partner in tutto il mondo, ma “non fa affari con governi o governi stranieri e non è preclusa dal fare affari con nessuna compagnia straniera semplicemente perché Jared sta lavorando per il governo”.
Robert Weissman, il presidente di Public Citizen, un gruppo etico governativo senza scopo di lucro, ha sottolineato le lacune nelle leggi che aiutano Kushner a farla franca con simili azioni.
“Le leggi sull’etica sono state create da persone che non hanno avuto la lungimiranza di immaginare un Donald Trump o un Jared Kushner”, ha detto Weissman al New York Times.
da teleSUR
Fonte
25/07/2017
“Russiagate”, il Congresso sfida Trump
di Michele Paris
Mentre il consigliere/genero del presidente Trump, Jared Kushner, è apparso per la prima volta lunedì di fronte a una delle due commissioni del Congresso incaricate di indagare sui presunti legami tra l’amministrazione repubblicana e la Russia, lo scontro interno alla classe politica americana ha fatto segnare un altro aggravamento in seguito all’accordo bipartisan sull’approvazione di nuove sanzioni contro Mosca di cui la Casa Bianca avrebbe fatto volentieri a meno.
Il pacchetto che contiene ulteriori misure punitive nei confronti di entità russe era stato approvato quasi all’unanimità nel mese di giugno dal Senato di Washington. Alla Camera si era però arenato, ufficialmente per questioni tecniche ma in realtà a causa delle perplessità di alcuni deputati repubblicani poco inclini a votare una misura che avrebbe potuto mettere in imbarazzo l’amministrazione Trump.
L’appartenenza al partito non ha comunque impedito la ormai molto probabile risoluzione del percorso parlamentare delle nuove sanzioni. Anzi, come previsto, la legge è stata scritta in modo da rappresentare precisamente una sfida alla Casa Bianca sulla questione del cosiddetto “Russiagate”.
Nel pacchetto di sanzioni, che dovrebbe approdare in aula alla Camera dei Rappresentanti già martedì, sono incluse misure punitive anche contro l’Iran e, al contrario della versione iniziale licenziata dal Senato, la Corea del Nord. Ciò mette decisamente alle strette Trump, il cui eventuale veto finirebbe per bloccare sanzioni contro Teheran e Pyongyang che egli stesso aveva richiesto e auspicato.
Non solo, il ricorso al veto presidenziale risulterebbe virtualmente inutile, visto che i leader del Congresso hanno assicurato che esiste una larga maggioranza in grado di annullarlo, e ad ogni modo non farebbe che accentuare il conflitto in corso tra i poteri dello stato.
Ancora peggio per la Casa Bianca, la legge impedisce di fatto al presidente di agire in maniera autonoma nell’applicazione delle sanzioni. Se Trump, cioè, giudicasse necessario un allentamento delle misure contro Mosca dovrebbe sottoporre una proposta al Congresso, senza la cui approvazione non potrebbero essere apportati cambiamenti allo status quo.
Gli scenari per la Casa Bianca sembrano essere dunque sempre più cupi, come confermano le prese di posizione pubbliche nei giorni scorsi di alcuni leader repubblicani, evidentemente intenzionati ad avvertire il presidente a non insistere sulla strategia russa perseguita finora.
Lo sblocco dell’impasse sul pacchetto di sanzioni ha così messo in imbarazzo una Casa Bianca già in pieno caos. Dall’amministrazione sono giunti segnali contraddittori nel fine settimana, anche se si è intravista una certa disponibilità a prendere atto della situazione e ad accettare di malavoglia l’iniziativa del Congresso.
La vice-capo ufficio stampa della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, aveva prima affermato alla ABC che Trump era in sostanza d’accordo con l’ultima versione del pacchetto di sanzioni, mentre in seguito il nuovo numero uno delle comunicazioni del presidente, Anthony Scaramucci, era apparso più cauto, avvertendo che una decisione in merito non era stata ancora presa.
La più che probabile approvazione definitiva delle nuove sanzioni contro la Russia sarà quindi prevedibilmente un’altra arma che gli oppositori di Trump utilizzeranno per aumentare le pressioni sulla sua amministrazione, così da convincerlo a cambiare rotta sugli indirizzi strategici americani.
Lo
stesso accadrà quasi certamente anche dopo le testimonianze di questa
settimana di Jared Kushner, sentito lunedì a porte chiuse dalla
commissione Servizi Segreti del Senato e atteso invece martedì da
un’audizione pubblica di fronte a quella della Camera.
Soprattutto, il tono delle risposte di Kushner alle domande di deputati e senatori sui suoi legami con la Russia potrebbe alimentare la caccia alle streghe in atto. Il Washington Post aveva pubblicato già nella mattinata di lunedì il contenuto delle dichiarazioni predisposte dallo stesso consigliere di Trump in preparazione alle due audizioni. In esse, Kushner mostrava appunto di voler continuare a negare contatti “impropri” o qualsiasi collusione con esponenti del governo di Mosca.
A poco più di sei mesi dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, il governo americano sta precipitando in una crisi quasi senza precedenti su una questione alimentata ad arte da una parte della classe dirigente e dai media ufficiali, nonostante non vi siano prove concrete delle “collusioni” con la Russia per orientare le elezioni e la politica estera degli Stati Uniti.
Un’ulteriore idea del livello di scontro interno al governo USA ha contribuito a darla nel fine settimana l’intervento in un forum dell’Aspen Institute di due uomini fino a pochi mesi fa ai vertici dell’intelligence americana. L’ex direttore della CIA, John Brennan, e l’ex direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), James Clapper, hanno di fatto invitato all’insubordinazione gli esponenti del governo incaricati di mettere in atto le decisioni del presidente Trump.
Il riferimento è andato in particolare al possibile licenziamento da parte di Trump del “consigliere speciale” dell’FBI, l’ex direttore Robert Mueller, impegnato a guidare l’indagine del “Russiagate”. Se ciò dovesse accadere, ha spiegato Brennan, si dovrebbe resistere a un ordine che risulterebbe “contrario ai valori di questo paese”, così che non solo il Congresso ma anche i funzionari governativi sarebbero chiamati a opporsi clamorosamente a una decisione che risulta peraltro tra le prerogative del presidente.
La disponibilità di una parte della classe politica e dell’apparato militare e dell’intelligence USA a violare le stesse norme democratiche consolidate dà a sufficienza la misura dell’importanza delle questioni che sono alla base del violento scontro che sta attraversando le istituzioni americane.
Per coloro che combattono contro l’amministrazione Trump, continuare a tenere alta la pressione sulla Russia è infatti una componente cruciale di un disegno strategico volto a frenare il declino dell’influenza degli Stati Uniti a livello globale.
Per quanto riguarda le sanzioni contro Mosca, l’iniziativa del Congresso rischia comunque di peggiorare non solo lo scontro interno agli USA ma anche con gli alleati europei. Con una tempestività che dimostra ancora una volta le crescenti tensioni intercontinentali, Bruxelles ha subito messo in guardia Washington dall’adottare misure punitive contro la Russia che non siano coordinate a livello di G7. Anzi, una dichiarazione della Commissione Europea ha addirittura prospettato ritorsioni se Trump dovesse firmare la legge in fase di approvazione al Congresso.
La
durissima presa di posizione europea è dovuta soprattutto al contenuto
delle ultime sanzioni anti-russe che, se implementate, metterebbero a
rischio gli investimenti e la partecipazione a progetti nel settore
energetico con Mosca di molte compagnie europee. Questo aspetto chiave
non era stato toccato dalle precedenti sanzioni, decise dagli USA contro
la Russia in collaborazione con l’Europa, mentre ora viene
unilateralmente minacciato dall’azione del Congresso americano.
Un’azione, quella proveniente da Washington, che rischia perciò di distruggere quello che resta dell’apparente unità d’intenti con gli alleati europei nel penalizzare la Russia dopo l’esplosione della crisi in Ucraina, aggiungendo un nuovo fattore destabilizzante alle sempre più precarie relazioni transatlantiche nell’era Trump.
Fonte
Mentre il consigliere/genero del presidente Trump, Jared Kushner, è apparso per la prima volta lunedì di fronte a una delle due commissioni del Congresso incaricate di indagare sui presunti legami tra l’amministrazione repubblicana e la Russia, lo scontro interno alla classe politica americana ha fatto segnare un altro aggravamento in seguito all’accordo bipartisan sull’approvazione di nuove sanzioni contro Mosca di cui la Casa Bianca avrebbe fatto volentieri a meno.
Il pacchetto che contiene ulteriori misure punitive nei confronti di entità russe era stato approvato quasi all’unanimità nel mese di giugno dal Senato di Washington. Alla Camera si era però arenato, ufficialmente per questioni tecniche ma in realtà a causa delle perplessità di alcuni deputati repubblicani poco inclini a votare una misura che avrebbe potuto mettere in imbarazzo l’amministrazione Trump.
L’appartenenza al partito non ha comunque impedito la ormai molto probabile risoluzione del percorso parlamentare delle nuove sanzioni. Anzi, come previsto, la legge è stata scritta in modo da rappresentare precisamente una sfida alla Casa Bianca sulla questione del cosiddetto “Russiagate”.
Nel pacchetto di sanzioni, che dovrebbe approdare in aula alla Camera dei Rappresentanti già martedì, sono incluse misure punitive anche contro l’Iran e, al contrario della versione iniziale licenziata dal Senato, la Corea del Nord. Ciò mette decisamente alle strette Trump, il cui eventuale veto finirebbe per bloccare sanzioni contro Teheran e Pyongyang che egli stesso aveva richiesto e auspicato.
Non solo, il ricorso al veto presidenziale risulterebbe virtualmente inutile, visto che i leader del Congresso hanno assicurato che esiste una larga maggioranza in grado di annullarlo, e ad ogni modo non farebbe che accentuare il conflitto in corso tra i poteri dello stato.
Ancora peggio per la Casa Bianca, la legge impedisce di fatto al presidente di agire in maniera autonoma nell’applicazione delle sanzioni. Se Trump, cioè, giudicasse necessario un allentamento delle misure contro Mosca dovrebbe sottoporre una proposta al Congresso, senza la cui approvazione non potrebbero essere apportati cambiamenti allo status quo.
Gli scenari per la Casa Bianca sembrano essere dunque sempre più cupi, come confermano le prese di posizione pubbliche nei giorni scorsi di alcuni leader repubblicani, evidentemente intenzionati ad avvertire il presidente a non insistere sulla strategia russa perseguita finora.
Lo sblocco dell’impasse sul pacchetto di sanzioni ha così messo in imbarazzo una Casa Bianca già in pieno caos. Dall’amministrazione sono giunti segnali contraddittori nel fine settimana, anche se si è intravista una certa disponibilità a prendere atto della situazione e ad accettare di malavoglia l’iniziativa del Congresso.
La vice-capo ufficio stampa della Casa Bianca, Sarah Huckabee Sanders, aveva prima affermato alla ABC che Trump era in sostanza d’accordo con l’ultima versione del pacchetto di sanzioni, mentre in seguito il nuovo numero uno delle comunicazioni del presidente, Anthony Scaramucci, era apparso più cauto, avvertendo che una decisione in merito non era stata ancora presa.
La più che probabile approvazione definitiva delle nuove sanzioni contro la Russia sarà quindi prevedibilmente un’altra arma che gli oppositori di Trump utilizzeranno per aumentare le pressioni sulla sua amministrazione, così da convincerlo a cambiare rotta sugli indirizzi strategici americani.
Soprattutto, il tono delle risposte di Kushner alle domande di deputati e senatori sui suoi legami con la Russia potrebbe alimentare la caccia alle streghe in atto. Il Washington Post aveva pubblicato già nella mattinata di lunedì il contenuto delle dichiarazioni predisposte dallo stesso consigliere di Trump in preparazione alle due audizioni. In esse, Kushner mostrava appunto di voler continuare a negare contatti “impropri” o qualsiasi collusione con esponenti del governo di Mosca.
A poco più di sei mesi dall’ingresso di Trump alla Casa Bianca, il governo americano sta precipitando in una crisi quasi senza precedenti su una questione alimentata ad arte da una parte della classe dirigente e dai media ufficiali, nonostante non vi siano prove concrete delle “collusioni” con la Russia per orientare le elezioni e la politica estera degli Stati Uniti.
Un’ulteriore idea del livello di scontro interno al governo USA ha contribuito a darla nel fine settimana l’intervento in un forum dell’Aspen Institute di due uomini fino a pochi mesi fa ai vertici dell’intelligence americana. L’ex direttore della CIA, John Brennan, e l’ex direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), James Clapper, hanno di fatto invitato all’insubordinazione gli esponenti del governo incaricati di mettere in atto le decisioni del presidente Trump.
Il riferimento è andato in particolare al possibile licenziamento da parte di Trump del “consigliere speciale” dell’FBI, l’ex direttore Robert Mueller, impegnato a guidare l’indagine del “Russiagate”. Se ciò dovesse accadere, ha spiegato Brennan, si dovrebbe resistere a un ordine che risulterebbe “contrario ai valori di questo paese”, così che non solo il Congresso ma anche i funzionari governativi sarebbero chiamati a opporsi clamorosamente a una decisione che risulta peraltro tra le prerogative del presidente.
La disponibilità di una parte della classe politica e dell’apparato militare e dell’intelligence USA a violare le stesse norme democratiche consolidate dà a sufficienza la misura dell’importanza delle questioni che sono alla base del violento scontro che sta attraversando le istituzioni americane.
Per coloro che combattono contro l’amministrazione Trump, continuare a tenere alta la pressione sulla Russia è infatti una componente cruciale di un disegno strategico volto a frenare il declino dell’influenza degli Stati Uniti a livello globale.
Per quanto riguarda le sanzioni contro Mosca, l’iniziativa del Congresso rischia comunque di peggiorare non solo lo scontro interno agli USA ma anche con gli alleati europei. Con una tempestività che dimostra ancora una volta le crescenti tensioni intercontinentali, Bruxelles ha subito messo in guardia Washington dall’adottare misure punitive contro la Russia che non siano coordinate a livello di G7. Anzi, una dichiarazione della Commissione Europea ha addirittura prospettato ritorsioni se Trump dovesse firmare la legge in fase di approvazione al Congresso.
Un’azione, quella proveniente da Washington, che rischia perciò di distruggere quello che resta dell’apparente unità d’intenti con gli alleati europei nel penalizzare la Russia dopo l’esplosione della crisi in Ucraina, aggiungendo un nuovo fattore destabilizzante alle sempre più precarie relazioni transatlantiche nell’era Trump.
Fonte
11/01/2017
Trump e la Casa Bianca, affari di famiglia
di Michele Paris
Mentre i leader della maggioranza Repubblicana al Senato americano hanno iniziato martedì le audizioni per la ratifica delle nomine dei membri della nuova amministrazione Trump, il presidente eletto ha assegnato l’incarico di consigliere “senior” per la Casa Bianca al 36enne Jared Kushner, suo genero. La scelta del giovane costruttore miliardario sposato con la figlia di Trump, Ivanka, conferma l’intenzione del neo-presidente di gestire il potere come una sorta di affare di famiglia, mentre sul fronte della politica estera prospetta un chiaro riavvicinamento degli Stati Uniti a Israele dopo le frizioni tra i due alleati durante l’amministrazione Obama.
Il primo aspetto da considerare nella nomina di Kushner è la dubbia legalità della decisione di Trump. Dal 1967, in conseguenza della nomina di Robert Kennedy a ministro della Giustizia da parte del fratello presidente, negli USA è in vigore una legge “anti-nepotismo” che vieta agli inquilini della Casa Bianca di assegnare incarichi a parenti all’interno di “agenzie” su cui essi hanno autorità. Tra i gradi di parentela previsti rientra anche quello di genero.
Fonti vicine a Trump hanno fatto sapere che quest’ultimo chiederà un parere sulla legittimità della nomina all’ufficio legale del dipartimento di Giustizia, noto peraltro per l’attitudine non esattamente inflessibile nei confronti dei presidenti. Per aggirare la norma, Trump intende puntare sull’ambiguità della definizione di “agenzia” prevista dalla legge, a suo dire non applicabile alla Casa Bianca, e sul fatto che Kushner avrà ufficialmente un ruolo “informale”, per il quale non percepirà nemmeno un compenso.
Un altro fattore che sta suscitando accese discussioni sulla scelta di Kushner ha a che fare con il macroscopico conflitto tra l’incarico che andrà a ricoprire e gli interessi economico-finanziari della sua famiglia. Questo aspetto è d’altra parte ancora più marcato per lo stesso Trump, impegnato proprio questa settimana nella presentazione di un piano che dovrebbe teoricamente impedire il sovrapporsi di interessi pubblici e privati durante il suo mandato.
Kushner ha da parte sua promesso di liberarsi di alcuni investimenti e di vendere le quote di alcune società che detiene, anche se in buona parte saranno semplicemente trasferite ai suoi famigliari. Al di là del fatto che gli affari siano gestiti direttamente da Kushner o dai membri della sua famiglia, gli interessi del prossimo consigliere del presidente potrebbero incrociarsi con le decisioni che il suo superiore sarà chiamato a prendere, soprattutto sulle questioni di politica estera.
Ad esempio, il New York Times ha rivelato come Kushner stia trattando con un gruppo assicurativo cinese un progetto di sviluppo di un edificio commerciale di sua proprietà sulla Quinta Strada a Manhattan. La compagnia cinese – Anbang Insurance Group – è detenuta per almeno il 40% da aziende di proprietà statale e, secondo il Financial Times, può contare su una vasta rete di contatti negli ambienti di potere a Pechino. Non solo, Kushner possiede quote di società finanziarie e tecnologiche nelle quali hanno investito anche miliardari russi e cinesi.
Quali saranno esattamente i compiti di Jared Kushner alla Casa Bianca non è ancora del tutto chiaro, anche se gli ambiti in cui dovrebbe operare includono il Medio Oriente e Israele, i rapporti con il business privato e la rinegoziazione dei trattati di libero scambio.
Svariati
media americani hanno sottolineato anche come la sua presenza a fianco
di Trump potrebbe avere un “effetto calmante” sul carattere impulsivo
del prossimo presidente. Alla Casa Bianca, Kushner ricoprirà dunque un
ruolo di spicco, avendo con ogni probabilità maggiore accesso a Trump
degli altri tre membri principali dello staff presidenziale: lo stratega
capo con inclinazioni neo-fasciste Stephen Bannon, il capo di gabinetto
Reince Preibus e Kellyanne Conway, già responsabile della campagna
elettorale di Trump.
L’ascesa di Jared Kushner è ad ogni modo insolita, visto che i suoi interessi fino a pochi mesi fa non avevano a che fare direttamente con la politica. Oltretutto, lui e la sua famiglia avevano frequentemente sostenuto e finanziato politici Democratici. Il padre, Charles Kushner, ha donato complessivamente più di un milione di dollari a favore delle campagne dei Democratici, tra cui 90 mila dollari a quella per il Senato di Hillary Clinton nel 2000. Jared ha dato invece personalmente 60 mila dollari ai comitati elettorali Democratici e 11 mila dollari alla stessa ex first lady.
Forbes ha scritto martedì che l’ex presidente Bill Clinton fu compensato con ben 125 mila dollari per un discorso tenuto nell’ottobre del 2001 alla sede delle Kushner Companies a Florham Park, nel New Jersey.
Il denaro del padre ha anche favorito la sua carriera scolastica in università prestigiose. 2,5 milioni di dollari donati a Harvard nel 1998 anticiparono di poco l’ammissione al college nel Massachusetts di uno studente con voti mediocri. In seguito, Jared sarebbe entrato alla facoltà di diritto della New York University, anche in questo caso dopo una donazione del padre pari a 3 milioni di dollari.
Comunque, nel corso della campagna elettorale, Kushner ha progressivamente assunto un ruolo di primo piano, intervenendo spesso in decisioni cruciali per il destino politico del suocero. A lui vengono attribuiti il licenziamento del vulcanico capo della campagna, Corey Lewandoswki, durante le primarie Repubblicane e il sollevamento del governatore del New Jersey, Chris Christie, dall’incarico di responsabile del processo di transizione alla Casa Bianca.
Su Christie sembra anche che Kushner abbia messo il proprio veto per la candidatura alla vice-presidenza, dal momento che il governatore aveva rappresentato l’accusa nel processo che alcuni anni prima si era risolto con la condanna al carcere del padre per evasione fiscale.
Nelle settimane seguite all’elezione di Trump, il genero del presidente eletto avrebbe inoltre tenuto contatti con leader di paesi stranieri, così come si è incontrato recentemente con i vertici Repubblicani al Congresso per gettare le basi dell’agenda politica del prossimo futuro. Per la stampa USA, infine, Kushner avrebbe consigliato il suocero su alcune importanti nomine, tra cui quella del presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, a direttore del Consiglio Economico Nazionale.
L’incarico di consigliere di Jared Kushner potrebbe dispiegarsi a tutto campo, ma è forse nei rapporti con Israele che i suoi precedenti e la sua predisposizione minacciano di produrre gli effetti più preoccupanti. Ebreo ortodosso, Kushner ha già avuto una chiara influenza sulle attitudini di Trump verso il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente.
I
toni iniziali moderatamente critici del presidente eletto nei confronti
di Israele si erano infatti attenuati in maniera precoce durante la
campagna elettorale, secondo molti proprio sotto l’influenza del genero.
I legami di quest’ultimo con Israele sono d’altra parte ben
documentati. La potente lobby sionista American Israel Public Affairs Committee
(AIPAC) elenca Jared Kushner e il padre tra i propri “benefattori”,
coloro cioè che hanno donato almeno 36 mila dollari all’organizzazione
di estrema destra che ha tradizionalmente una forte influenza sulla
politica USA.
La Reuters ha scritto recentemente che i genitori di Kushner un paio di anni fa hanno donato 20 milioni di dollari per la costruzione di un campus universitario medico a Gerusalemme che ora porta il loro nome. Il quotidiano israeliano Haaretz nel mese di dicembre aveva poi rivelato come la famiglia Kushner avesse elargito decine di migliaia di dollari a “organizzazioni e istituzioni” con sede presso insediamenti illegali in Cisgiordania.
I rapporti con la destra israeliana sono tali da avere spinto questa settimana il quotidiano conservatore Yedioth Ahronot a descrivere Jared Kushner come la migliore “polizza assicurativa” dello stato ebraico e delle sue politiche almeno per i prossimi quattro anni.
Fonte
Mentre i leader della maggioranza Repubblicana al Senato americano hanno iniziato martedì le audizioni per la ratifica delle nomine dei membri della nuova amministrazione Trump, il presidente eletto ha assegnato l’incarico di consigliere “senior” per la Casa Bianca al 36enne Jared Kushner, suo genero. La scelta del giovane costruttore miliardario sposato con la figlia di Trump, Ivanka, conferma l’intenzione del neo-presidente di gestire il potere come una sorta di affare di famiglia, mentre sul fronte della politica estera prospetta un chiaro riavvicinamento degli Stati Uniti a Israele dopo le frizioni tra i due alleati durante l’amministrazione Obama.
Il primo aspetto da considerare nella nomina di Kushner è la dubbia legalità della decisione di Trump. Dal 1967, in conseguenza della nomina di Robert Kennedy a ministro della Giustizia da parte del fratello presidente, negli USA è in vigore una legge “anti-nepotismo” che vieta agli inquilini della Casa Bianca di assegnare incarichi a parenti all’interno di “agenzie” su cui essi hanno autorità. Tra i gradi di parentela previsti rientra anche quello di genero.
Fonti vicine a Trump hanno fatto sapere che quest’ultimo chiederà un parere sulla legittimità della nomina all’ufficio legale del dipartimento di Giustizia, noto peraltro per l’attitudine non esattamente inflessibile nei confronti dei presidenti. Per aggirare la norma, Trump intende puntare sull’ambiguità della definizione di “agenzia” prevista dalla legge, a suo dire non applicabile alla Casa Bianca, e sul fatto che Kushner avrà ufficialmente un ruolo “informale”, per il quale non percepirà nemmeno un compenso.
Un altro fattore che sta suscitando accese discussioni sulla scelta di Kushner ha a che fare con il macroscopico conflitto tra l’incarico che andrà a ricoprire e gli interessi economico-finanziari della sua famiglia. Questo aspetto è d’altra parte ancora più marcato per lo stesso Trump, impegnato proprio questa settimana nella presentazione di un piano che dovrebbe teoricamente impedire il sovrapporsi di interessi pubblici e privati durante il suo mandato.
Kushner ha da parte sua promesso di liberarsi di alcuni investimenti e di vendere le quote di alcune società che detiene, anche se in buona parte saranno semplicemente trasferite ai suoi famigliari. Al di là del fatto che gli affari siano gestiti direttamente da Kushner o dai membri della sua famiglia, gli interessi del prossimo consigliere del presidente potrebbero incrociarsi con le decisioni che il suo superiore sarà chiamato a prendere, soprattutto sulle questioni di politica estera.
Ad esempio, il New York Times ha rivelato come Kushner stia trattando con un gruppo assicurativo cinese un progetto di sviluppo di un edificio commerciale di sua proprietà sulla Quinta Strada a Manhattan. La compagnia cinese – Anbang Insurance Group – è detenuta per almeno il 40% da aziende di proprietà statale e, secondo il Financial Times, può contare su una vasta rete di contatti negli ambienti di potere a Pechino. Non solo, Kushner possiede quote di società finanziarie e tecnologiche nelle quali hanno investito anche miliardari russi e cinesi.
Quali saranno esattamente i compiti di Jared Kushner alla Casa Bianca non è ancora del tutto chiaro, anche se gli ambiti in cui dovrebbe operare includono il Medio Oriente e Israele, i rapporti con il business privato e la rinegoziazione dei trattati di libero scambio.
L’ascesa di Jared Kushner è ad ogni modo insolita, visto che i suoi interessi fino a pochi mesi fa non avevano a che fare direttamente con la politica. Oltretutto, lui e la sua famiglia avevano frequentemente sostenuto e finanziato politici Democratici. Il padre, Charles Kushner, ha donato complessivamente più di un milione di dollari a favore delle campagne dei Democratici, tra cui 90 mila dollari a quella per il Senato di Hillary Clinton nel 2000. Jared ha dato invece personalmente 60 mila dollari ai comitati elettorali Democratici e 11 mila dollari alla stessa ex first lady.
Forbes ha scritto martedì che l’ex presidente Bill Clinton fu compensato con ben 125 mila dollari per un discorso tenuto nell’ottobre del 2001 alla sede delle Kushner Companies a Florham Park, nel New Jersey.
Il denaro del padre ha anche favorito la sua carriera scolastica in università prestigiose. 2,5 milioni di dollari donati a Harvard nel 1998 anticiparono di poco l’ammissione al college nel Massachusetts di uno studente con voti mediocri. In seguito, Jared sarebbe entrato alla facoltà di diritto della New York University, anche in questo caso dopo una donazione del padre pari a 3 milioni di dollari.
Comunque, nel corso della campagna elettorale, Kushner ha progressivamente assunto un ruolo di primo piano, intervenendo spesso in decisioni cruciali per il destino politico del suocero. A lui vengono attribuiti il licenziamento del vulcanico capo della campagna, Corey Lewandoswki, durante le primarie Repubblicane e il sollevamento del governatore del New Jersey, Chris Christie, dall’incarico di responsabile del processo di transizione alla Casa Bianca.
Su Christie sembra anche che Kushner abbia messo il proprio veto per la candidatura alla vice-presidenza, dal momento che il governatore aveva rappresentato l’accusa nel processo che alcuni anni prima si era risolto con la condanna al carcere del padre per evasione fiscale.
Nelle settimane seguite all’elezione di Trump, il genero del presidente eletto avrebbe inoltre tenuto contatti con leader di paesi stranieri, così come si è incontrato recentemente con i vertici Repubblicani al Congresso per gettare le basi dell’agenda politica del prossimo futuro. Per la stampa USA, infine, Kushner avrebbe consigliato il suocero su alcune importanti nomine, tra cui quella del presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, a direttore del Consiglio Economico Nazionale.
L’incarico di consigliere di Jared Kushner potrebbe dispiegarsi a tutto campo, ma è forse nei rapporti con Israele che i suoi precedenti e la sua predisposizione minacciano di produrre gli effetti più preoccupanti. Ebreo ortodosso, Kushner ha già avuto una chiara influenza sulle attitudini di Trump verso il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente.
La Reuters ha scritto recentemente che i genitori di Kushner un paio di anni fa hanno donato 20 milioni di dollari per la costruzione di un campus universitario medico a Gerusalemme che ora porta il loro nome. Il quotidiano israeliano Haaretz nel mese di dicembre aveva poi rivelato come la famiglia Kushner avesse elargito decine di migliaia di dollari a “organizzazioni e istituzioni” con sede presso insediamenti illegali in Cisgiordania.
I rapporti con la destra israeliana sono tali da avere spinto questa settimana il quotidiano conservatore Yedioth Ahronot a descrivere Jared Kushner come la migliore “polizza assicurativa” dello stato ebraico e delle sue politiche almeno per i prossimi quattro anni.
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