Nell’ambito del viaggio di Trump nei paesi del Golfo, condito da momenti pittoreschi, uno dei passaggi più rilevanti è stato l’incontro che il Presidente USA ha effettuato in Arabia Saudita, accompagnato del principe ereditaria Mohammed bin-Salman, con il leader di HTS Al-Golani, nelle vesti di Presidente ad interim della Siria. Si tratta del primo incontro ai massimi livelli fra USA e Siria da 25 anni.
“Ordinerò la cessazione delle sanzioni contro la Siria per darle una possibilità di grandezza”, ha dichiarato il capo della Casa Bianca, “è il loro momento di brillare. Le stiamo togliendo tutte. Buona fortuna Siria, mostraci qualcosa di molto speciale”.
Successivamente, sull’aereo presidenziale, il livello di esaltazione ha raggiunto l’apoteosi, toccando l’aspetto estetico e niente di meno che il passato di Al-Golani: “È un ragazzo giovane, attraente e tosto. Con un passato molto forte. Un combattente”.
Si ricorda che, quando la sua barba era un po’ più incolta e l’aspetto un po’ meno elegante, sulla testa del capo qaedista pendeva una taglia di 10 milioni di dollari, emessa dalla prima amministrazione Trump nel 2017.
Più lucida è stata la dichiarazione ufficiale rilasciata dagli organi della Casa Bianca, secondi i quali “il presidente ha chiesto alla Siria di rispettare diverse condizioni in cambio dell’allentamento delle sanzioni, tra cui l’obbligo per tutti i terroristi stranieri di lasciare la Siria, la deportazione dei terroristi palestinesi e l’aiuto agli Stati Uniti per impedire la rinascita dell’ISIS”.
Al di là degli aspetti stravaganti, la mossa di Trump appare come un segnale, da parte della sua amministrazione, di voler affidare la gestione del dossier siriano all’Arabia Saudita. È stata proprio la tutela garantita dall’Arabia Saudita al nuovo regime, dopo una riluttanza iniziale, a convincere Washington a parlare di cessazione delle sanzioni.
La Turchia e il Qatar, che avevano più di ogni altro sostenuto l’ascesa di HTS, non erano riusciti ad ottenere questo risultato da soli.
Inoltre, si tratta di un’ennesima presa di distanza, da parte di Trump, rispetto al regime sionista, che continua a non voler dialogare con le nuove autorità siriane e prosegue nella sua strategia espansionista ben oltre l’area del Golan, nonostante la leadership qaedista, per mostrarsi accondiscendente, abbia aperto addirittura all’adesione agli accordi di Abramo, offrendo in cambio la repressione delle organizzazioni della Resistenza Palestinese e la revoca di fatto dello status di rifugiati ai Palestinesi di Siria.
A seguito delle dichiarazioni d’intenti trumpiane, intanto, sono venute nei giorni scorsi quelle dell’Unione Europea, dello stesso tenore, per bocca della rappresentante per la politica estera Kaja Callas: “Oggi abbiamo preso la decisione di revocare le sanzioni economiche alla Siria. Vogliamo aiutare il popolo siriano a ricostruire una Siria nuova, inclusiva e pacifica. L’UE è sempre stata al fianco dei siriani negli ultimi 14 anni e continuerà a farlo”.
Ovviamente si tratta di passaggi da accogliere positivamente per il popolo siriano, al di là dei giudizi sul regime che governa il paese: 14 anni di guerra civile e di sanzioni draconiane, fra cui il Caesar Act, imposto dagli USA nel 2020, hanno determinato la discesa al sotto della soglia di povertà del 90% della popolazione e reso vano ogni tentativo di ricostruzione, in quanto ad essere colpiti sono stati anche paesi ed entità terze, rispetto all’Occidente, che volessero avere rapporti economici con la Siria.
Inoltre, gli emigrati sono impossibilitati ad inviare denaro e viveri in patria, così come è impossibile qualsiasi forma di crowfounding, essendo bloccato il sistema swift.
Da un punto di vista politico, però, occorre effettuare qualche riflessione in più: ottiene i suoi frutti il completo azzerbinamento, da parte della nuova leadership qaedista, ai diktat occidentali, in particolare per quanto riguarda la presa di distanza completa dall’Asse della Resistenza, la repressione della Resistenza Palestinese ed anche lo smantellamento del settore pubblico dell’economia, nel quale sono in corso licenziamenti di massa.
Questi ultimi sono tutti punti rispetto ai quali il precedente regime baathista aveva una linea notoriamente molto diversa, che è costata anni di guerra e sanzioni e, in ultima analisi, l’indebolimento interno propedeutico all’improvvisa caduta del dicembre 2024, nonostante i tentativi di trattativa intavolati negli ultimi tempi con la stessa Arabia Saudita. Le garanzie offerte da Assad, evidentemente, non erano quelle richieste.
Si tratta, quindi, di un segnale politico potenzialmente pericolosissimo, in quanto si intende trasmettere il messaggio che conviene allinearsi alle esigenze politiche imperialistiche, anziché percorrere la strada dell’indipendenza e dell’autodeterminazione. In tal caso si viene premiati anche se si è dei noti tagliagole, con un conclamato curriculum criminale e di contrapposizione all’Occidente stesso.
E chi se ne frega delle conseguenze future, quando questa tattica spregiudicata potrebbe portare gli attuali sottoposti a ribellarsi (di nuovo) ai loro padroni. Evidentemente i casi dell’Afghanistan, quando l’Occidente aiutò a spodestare un regime laico e progressista a beneficio di quello talebano, e la stessa emersione dell’ISIS, non ancora del tutto debellato, non hanno insegnato niente.
I primi destinatari di questi avvisi sono i libanesi, che da anni subiscono le conseguenze di una crisi economica devastante e gli effetti della guerra sionista portata contro Hezbollah. “Sbarazzatevi anche voi della Resistenza, disarmate Hezbollah e ne avrete dei benefici economici e materiali”.
È questo il messaggio ideale che si cerca di veicolare attraverso l’annuncio della fine delle sanzioni alla Siria. Peccato sia sostanzialmente falso, in quanto il nuovo Presidente della Repubblica ed il nuovo governo libanese, espressioni delle pressioni di USA e Arabia Saudita, non siano riusciti ad ottenere assolutamente nulla dal loro atteggiamento accondiscendente nei confronti di questi due paesi ed ostile nei confronti di Hezbollah e della Resistenza Palestinese: il regime sionista bombarda il paese a proprio piacimento e non è in vista nessun aiuto economico sostanziale e decisivo.
In ultima analisi, anche sulla Siria le promesse si configurano come vane, innanzitutto perché non è chiaro come, ed in che misura, l'abolizione delle sanzioni si tradurrà in fatti. In secondo luogo, perché gli USA stessi sono consapevoli che la situazione nel paese è tutt’altro che stabile.
In un tentativo di giustificare di fronte ai senatori repubblicani islamofobi la mossa di Trump di aprire ad un governo composto da qaedisti, infatti, il Segretario di Stato Marco Rubio si è lasciato andare anche lui a dichiarazioni clamorose.
“Le figure delle autorità di transizione non hanno superato la verifica dei precedenti con l’FBI. Se li coinvolgiamo, potrebbe funzionare, potrebbe non funzionare. Se non li coinvolgiamo, è garantito che non funzionerà” ha cominciato giustificandosi, per poi sganciare una bomba che mina radicalmente la credibilità di Al-Golani e soci: il nuovo governo siriano “date le sfide che sta affrontando, è forse a settimane, non mesi, da un potenziale collasso e da una guerra civile su vasta scala di proporzioni epiche, con la conseguente disgregazione del Paese”.
Del resto, gli attacchi alle minoranze, da parte delle milizie affiliate ad HTS, sono ancora in corso e assumono aspetti genocidari nei confronti degli alawiti, il problema dell’area autonoma del nord-est è ancora totalmente irrisolto, così come quello dell’area meridionale a predominanza drusa, su cui, come detto, incombe l’espansionismo sionista.
In definitiva, seppure l’annuncio di eliminare le sanzioni sulla Siria possa essere rivendicato come una vittoria da parte di Al-Golani ed il risultato della sua “rivoluzione” in politica estera ed economica, la sua posizione resta costantemente sulla graticola e lo stremato popolo siriano è ben lontano dal raggiungere condizioni di stabilità e materiali decenti. Che sicuramente non potranno essere raggiunte sotto un regime di stampo confessionale assoggettato all’imperialismo.
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01/03/2025
Trump aumenta la pressione su Teheran. L’Iran prova a resistere
Il Congresso degli Stati Uniti sta valutando una nuova legge bipartisan per rafforzare le sanzioni contro l’Iran, con l’obiettivo di intensificare le misure contro le entità straniere che facilitano il commercio di petrolio iraniano. Il provvedimento prevede nuove sanzioni secondarie rivolte a banche, istituti finanziari, fornitori di assicurazioni e altri operatori coinvolti nella lavorazione, esportazione e vendita del petrolio iraniano. Il Dipartimento di Stato sarà incaricato di creare una task force e un gruppo di contatto multilaterale per coordinare l’applicazione delle sanzioni con i paesi alleati. L’intento degli Stati Uniti è quello di colpire tutti gli attori della catena logistica del settore energetico iraniano.
Le minacce di sanzioni commerciali, dazi e tagli agli aiuti da parte degli Stati Uniti potrebbero avere un impatto significativo su molti paesi, sia alleati che avversari. Tuttavia, questi strumenti, già applicati a Teheran da anni, non sono riusciti a spingere l’amministrazione della Repubblica Islamica a rivedere la propria strategia politica e militare.
Le quasi 5.000 sanzioni internazionali imposte con una durata di assoluto record hanno messo in ginocchio l’economia iraniana, scatenando un’ondata di inflazione che ha eroso il potere d’acquisto della popolazione e spinto la classe media verso gravi difficoltà economiche. Nonostante ciò, Teheran non ha modificato sostanzialmente la propria linea strategica.
Per costringere Teheran a rivedere le sue scelte politiche e militari, l’amministrazione americana sembra avere davanti due opzioni: un’azione militare per distruggere gli impianti nucleari e i siti militari, oppure una stretta ulteriore sulle esportazioni di petrolio, principale fonte di reddito del regime. Senza il petrolio, la stabilità del governo diventerebbe estremamente precaria.
Un attacco alle strutture nucleari sotterranee iraniane potrebbe non essere risolutivo, rischiando di spingere Teheran a proseguire nello sviluppo delle sue armi nucleari e a provocare rappresaglie sotto forma di attacchi missilistici contro Israele, le forze statunitensi e gli alleati di Washington nella regione.
Donald Trump ha evocato anche la possibilità di “bombardare a più non posso” l’Iran, ossia lasciando intendere che, oltre agli obiettivi militari, anche le infrastrutture strategiche potrebbero essere obiettivi di una probabile azione militare. Tuttavia, la convenienza di un’operazione militare di tale portata è tutt’altro che chiara. Un conflitto prolungato destabilizzerebbe l’intera regione, con effetti imprevedibili sugli equilibri internazionali e ripercussioni sul commercio globale. Inoltre, il principale alleato di Washington nella regione, l’Arabia Saudita, ha bisogno di stabilità regionale per portare avanti il suo programma di diversificazione economica e ridurre la dipendenza dal petrolio.
Mentre la rischiosa opzione militare rimane per il momento congelata, sembra che Washington concentri i suoi sforzi nel cercare di soffocare ulteriormente l’economia iraniana, mirando a limitare le sue esportazioni petrolifere.
Trump ha sempre parlato di un possibile accordo con Teheran, ponendo come unica condizione il divieto per la Repubblica Islamica di possedere armi nucleari. Tuttavia, i politici iraniani ritengono che queste dichiarazioni siano state solo un bluff. Le sanzioni e la politica di massima pressione erano già state programmate e, infatti, sono state rese esecutive immediatamente dopo l’insediamento del presidente americano. Tale pressione continuerà a meno che Teheran non accetti pienamente le condizioni di Washington, che non riguardano solo lo smantellamento totale del programma nucleare e un forte ridimensionamento dell’industria missilistica, ma anche l’abbandono dei suoi alleati non statali nella regione e il controllo del suo rientro nel mercato energetico mondiale. Tutto ciò significherebbe per Teheran una resa completa che metterebbe a rischio la sua stessa sopravvivenza. Non ci vogliono i blasonati think tank per prevedere la risposta del potere della Repubblica Islamica.
Il vertice di Riad tra Stati Uniti e Russia ha suscitato una profonda preoccupazione tra i riformisti in Iran. Molti temono che l’Iran possa diventare una pedina di scambio in un potenziale accordo tra Mosca e Washington, con gli interessi di Teheran messi da parte a favore di accordi geopolitici più ampi.
La visita del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, a Teheran il 25 febbraio, una settimana dopo i primi colloqui di Riad, sembra aver avuto anche l’obiettivo di placare queste preoccupazioni.
Il quotidiano riformista Etemad ha suggerito che lo scopo del viaggio di Lavrov potrebbe essere stato quello di conoscere le posizioni di Teheran prima di un possibile incontro futuro tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Altri hanno ipotizzato che Lavrov avrebbe potuto portare un messaggio da Washington contenente proposte per ridurre le tensioni tra Iran e Stati Uniti e aprire la strada a un nuovo round di colloqui tra i due paesi.
Ciò che sembra rimanere certo è l’indisponibilità di Teheran a negoziare direttamente con gli Stati Uniti finché questi continueranno a esercitare la strategia della massima pressione, come ribadito dal ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi.
Comunque, per ridurre le esportazioni iraniane a meno del 10% dei livelli attuali, come auspicato dal Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, la principale sfida per gli Stati Uniti è rappresentata dal fatto che la Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano. La domanda rimane aperta: come può Washington fermare le vendite iraniane a Pechino?
Durante la presidenza di Joe Biden, si è tentato di sequestrare il petrolio iraniano durante il trasferimento marittimo, ma senza risultati concreti, a causa della complessità di tale operazione.
Il successo di Trump nel forzare l’Iran a firmare un accordo alle sue condizioni dipenderebbe in gran parte dalla sua capacità di spingere la Cina a interrompere le attuali importazioni di petrolio iraniano. Questo è un punto su cui concordano molti dei suoi consiglieri, think tank e organi di stampa americani.
Le minacce rinnovate da Trump potrebbero influenzare, almeno in parte, le vendite di petrolio dell’Iran alla Cina, poiché le aziende private cinesi potrebbero essere suscettibili alla pressione. Tuttavia, è difficile pensare che Pechino permetta agli Stati Uniti di influenzare la sua politica commerciale.
Fonte
Le minacce di sanzioni commerciali, dazi e tagli agli aiuti da parte degli Stati Uniti potrebbero avere un impatto significativo su molti paesi, sia alleati che avversari. Tuttavia, questi strumenti, già applicati a Teheran da anni, non sono riusciti a spingere l’amministrazione della Repubblica Islamica a rivedere la propria strategia politica e militare.
Le quasi 5.000 sanzioni internazionali imposte con una durata di assoluto record hanno messo in ginocchio l’economia iraniana, scatenando un’ondata di inflazione che ha eroso il potere d’acquisto della popolazione e spinto la classe media verso gravi difficoltà economiche. Nonostante ciò, Teheran non ha modificato sostanzialmente la propria linea strategica.
Per costringere Teheran a rivedere le sue scelte politiche e militari, l’amministrazione americana sembra avere davanti due opzioni: un’azione militare per distruggere gli impianti nucleari e i siti militari, oppure una stretta ulteriore sulle esportazioni di petrolio, principale fonte di reddito del regime. Senza il petrolio, la stabilità del governo diventerebbe estremamente precaria.
Un attacco alle strutture nucleari sotterranee iraniane potrebbe non essere risolutivo, rischiando di spingere Teheran a proseguire nello sviluppo delle sue armi nucleari e a provocare rappresaglie sotto forma di attacchi missilistici contro Israele, le forze statunitensi e gli alleati di Washington nella regione.
Donald Trump ha evocato anche la possibilità di “bombardare a più non posso” l’Iran, ossia lasciando intendere che, oltre agli obiettivi militari, anche le infrastrutture strategiche potrebbero essere obiettivi di una probabile azione militare. Tuttavia, la convenienza di un’operazione militare di tale portata è tutt’altro che chiara. Un conflitto prolungato destabilizzerebbe l’intera regione, con effetti imprevedibili sugli equilibri internazionali e ripercussioni sul commercio globale. Inoltre, il principale alleato di Washington nella regione, l’Arabia Saudita, ha bisogno di stabilità regionale per portare avanti il suo programma di diversificazione economica e ridurre la dipendenza dal petrolio.
Mentre la rischiosa opzione militare rimane per il momento congelata, sembra che Washington concentri i suoi sforzi nel cercare di soffocare ulteriormente l’economia iraniana, mirando a limitare le sue esportazioni petrolifere.
Trump ha sempre parlato di un possibile accordo con Teheran, ponendo come unica condizione il divieto per la Repubblica Islamica di possedere armi nucleari. Tuttavia, i politici iraniani ritengono che queste dichiarazioni siano state solo un bluff. Le sanzioni e la politica di massima pressione erano già state programmate e, infatti, sono state rese esecutive immediatamente dopo l’insediamento del presidente americano. Tale pressione continuerà a meno che Teheran non accetti pienamente le condizioni di Washington, che non riguardano solo lo smantellamento totale del programma nucleare e un forte ridimensionamento dell’industria missilistica, ma anche l’abbandono dei suoi alleati non statali nella regione e il controllo del suo rientro nel mercato energetico mondiale. Tutto ciò significherebbe per Teheran una resa completa che metterebbe a rischio la sua stessa sopravvivenza. Non ci vogliono i blasonati think tank per prevedere la risposta del potere della Repubblica Islamica.
Il vertice di Riad tra Stati Uniti e Russia ha suscitato una profonda preoccupazione tra i riformisti in Iran. Molti temono che l’Iran possa diventare una pedina di scambio in un potenziale accordo tra Mosca e Washington, con gli interessi di Teheran messi da parte a favore di accordi geopolitici più ampi.
La visita del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, a Teheran il 25 febbraio, una settimana dopo i primi colloqui di Riad, sembra aver avuto anche l’obiettivo di placare queste preoccupazioni.
Il quotidiano riformista Etemad ha suggerito che lo scopo del viaggio di Lavrov potrebbe essere stato quello di conoscere le posizioni di Teheran prima di un possibile incontro futuro tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Altri hanno ipotizzato che Lavrov avrebbe potuto portare un messaggio da Washington contenente proposte per ridurre le tensioni tra Iran e Stati Uniti e aprire la strada a un nuovo round di colloqui tra i due paesi.
Ciò che sembra rimanere certo è l’indisponibilità di Teheran a negoziare direttamente con gli Stati Uniti finché questi continueranno a esercitare la strategia della massima pressione, come ribadito dal ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi.
Comunque, per ridurre le esportazioni iraniane a meno del 10% dei livelli attuali, come auspicato dal Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, la principale sfida per gli Stati Uniti è rappresentata dal fatto che la Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano. La domanda rimane aperta: come può Washington fermare le vendite iraniane a Pechino?
Durante la presidenza di Joe Biden, si è tentato di sequestrare il petrolio iraniano durante il trasferimento marittimo, ma senza risultati concreti, a causa della complessità di tale operazione.
Il successo di Trump nel forzare l’Iran a firmare un accordo alle sue condizioni dipenderebbe in gran parte dalla sua capacità di spingere la Cina a interrompere le attuali importazioni di petrolio iraniano. Questo è un punto su cui concordano molti dei suoi consiglieri, think tank e organi di stampa americani.
Le minacce rinnovate da Trump potrebbero influenzare, almeno in parte, le vendite di petrolio dell’Iran alla Cina, poiché le aziende private cinesi potrebbero essere suscettibili alla pressione. Tuttavia, è difficile pensare che Pechino permetta agli Stati Uniti di influenzare la sua politica commerciale.
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08/01/2025
Siria - Il governo provvisorio coinvolge il Qatar e spinge per l’eliminazione delle sanzioni
Una delegazione del governo provvisorio siriano è arrivata ieri a Doha come parte di un tour regionale per discutere di questioni strategiche. Guidata dal ministro degli Esteri Assad Al-Shibani, la delegazione includeva il ministro della Difesa Marhaf Abu Qasra e il capo dell’intelligence generale Anas Khattab.
La delegazione ha incontrato il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, così come il ministro di Stato Mohammed Al Khulaifi.
Dopo l’incontro, Al-Shibani ha delineato i piani del governo per ricostruire la Siria, dare potere al suo popolo e creare un governo rappresentativo. Ha criticato l’impatto delle sanzioni economiche sulla popolazione siriana e ha esortato gli Stati Uniti a revocarle per accelerare gli sforzi di ripresa e ricostruzione.
Al-Shibani ha evidenziato l’obiettivo della Siria di promuovere relazioni pacifiche e cooperative con i suoi vicini arabi e regionali, contrapponendo questa visione alle politiche del precedente regime. Ha inoltre elogiato il sostegno del Qatar al popolo siriano e ha sottolineato l’importanza di partnership incentrate sui servizi essenziali e sulla pace regionale.
Sebbene Al-Shibani non abbia divulgato accordi specifici, gli analisti ritengono che l’amministrazione stia facendo affidamento sul Qatar e sulla Turchia per influenzare gli Stati Uniti e l’UE al fine di allentare le sanzioni.
Washington ha recentemente esteso le sanzioni alla Siria fino al 2029, mentre i paesi dell’UE rimangono divisi. Alcuni stati europei hanno espresso la volontà di allentare le restrizioni, mentre altri sostengono che l’allentamento delle sanzioni dovrebbe essere legato alle riforme della governance, ai diritti delle minoranze e a libertà più ampie.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha affermato che è improbabile che le sanzioni contro il regime di Bashar al-Assad e i suoi funzionari vengano revocate. Tuttavia, ha osservato che le restrizioni che ostacolano gli aiuti umanitari potrebbero essere allentate.
Barrot ha sottolineato la necessità di riforme economiche per contrastare il crollo del PIL siriano, che si è ridotto a un quinto dei suoi livelli prebellici, e per impedire alle potenze straniere di sfruttare la caduta di Assad per destabilizzare ulteriormente il paese.
A livello interno, la “coalizione siriana” (di cui abbiamo riportato il comunicato), esclusa dal processo di transizione da Ahmed al-Sharaa ma accolta per la partecipazione individuale, ha avviato colloqui con le forze politiche locali, in particolare a Sweida, dove le fazioni resistono al disarmo e all’imposizione dell’autorità centrale.
Una delegazione, tra cui il capo della coalizione Hadi al-Bahra, il negoziatore Badr Jamous e il rappresentante del Consiglio curdo Ibrahim Bro, ha incontrato il leader druso Sheikh Hikmat al-Hijri per discutere di un meccanismo congiunto per la prossima conferenza nazionale sul futuro della Siria.
Fonte
La delegazione ha incontrato il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, così come il ministro di Stato Mohammed Al Khulaifi.
Dopo l’incontro, Al-Shibani ha delineato i piani del governo per ricostruire la Siria, dare potere al suo popolo e creare un governo rappresentativo. Ha criticato l’impatto delle sanzioni economiche sulla popolazione siriana e ha esortato gli Stati Uniti a revocarle per accelerare gli sforzi di ripresa e ricostruzione.
Al-Shibani ha evidenziato l’obiettivo della Siria di promuovere relazioni pacifiche e cooperative con i suoi vicini arabi e regionali, contrapponendo questa visione alle politiche del precedente regime. Ha inoltre elogiato il sostegno del Qatar al popolo siriano e ha sottolineato l’importanza di partnership incentrate sui servizi essenziali e sulla pace regionale.
Sebbene Al-Shibani non abbia divulgato accordi specifici, gli analisti ritengono che l’amministrazione stia facendo affidamento sul Qatar e sulla Turchia per influenzare gli Stati Uniti e l’UE al fine di allentare le sanzioni.
Washington ha recentemente esteso le sanzioni alla Siria fino al 2029, mentre i paesi dell’UE rimangono divisi. Alcuni stati europei hanno espresso la volontà di allentare le restrizioni, mentre altri sostengono che l’allentamento delle sanzioni dovrebbe essere legato alle riforme della governance, ai diritti delle minoranze e a libertà più ampie.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha affermato che è improbabile che le sanzioni contro il regime di Bashar al-Assad e i suoi funzionari vengano revocate. Tuttavia, ha osservato che le restrizioni che ostacolano gli aiuti umanitari potrebbero essere allentate.
Barrot ha sottolineato la necessità di riforme economiche per contrastare il crollo del PIL siriano, che si è ridotto a un quinto dei suoi livelli prebellici, e per impedire alle potenze straniere di sfruttare la caduta di Assad per destabilizzare ulteriormente il paese.
A livello interno, la “coalizione siriana” (di cui abbiamo riportato il comunicato), esclusa dal processo di transizione da Ahmed al-Sharaa ma accolta per la partecipazione individuale, ha avviato colloqui con le forze politiche locali, in particolare a Sweida, dove le fazioni resistono al disarmo e all’imposizione dell’autorità centrale.
Una delegazione, tra cui il capo della coalizione Hadi al-Bahra, il negoziatore Badr Jamous e il rappresentante del Consiglio curdo Ibrahim Bro, ha incontrato il leader druso Sheikh Hikmat al-Hijri per discutere di un meccanismo congiunto per la prossima conferenza nazionale sul futuro della Siria.
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18/11/2024
Trump e le sanzioni all’Iran, una lente per leggere il cambiamento geopolitico
Le nomine annunciate da Trump per la sua amministrazione (soprattutto Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale e Marco Rubio come Segretario di Stato) avevano subito dato conferma che il tycoon avrebbe continuato a tenere una linea dura rispetto all’Iran. E dunque il massimo sostegno a Israele come avamposto imperiale in Medio Oriente.
Ora il Financial Times ha diffuso la notizia, grazie a una “fonte della Sicurezza Nazionale”, che alcuni ordini esecutivi sono già pronti per essere firmati, non appena avvenuto l’insediamento alla Casa Bianca. Le misure sono pensate per “ripristinare una strategia di massima pressione per mandare in default l’Iran il prima possibile”.
Un tema sul piatto rimane la necessità di trovare un’intesa sul nucleare, dopo che Trump ha stracciato unilateralmente l’accordo siglato nel 2015, con soddisfazione dei sionisti. Alcuni funzionari israeliani e statunitensi, tra l’altro, hanno dichiarato che nell’attacco di ottobre Tel Aviv ha distrutto un centro di ricerca nucleare.
Teheran ha deciso di non commentare la notizia, mentre nelle ultime settimane si sono rincorse le analisi sui media statunitensi riguardo al fatto che la Repubblica islamica sia a poche settimane o mesi dal cominciare i test per un’arma atomica.
Intanto, il suo ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha affermato in un’intervista alla televisione di stato che esiste una possibilità di riaprire i negoziati, ma si tratta di “un’opportunità limitata”: ovviamente, in relazione alle azioni che intraprenderanno le potenze occidentali.
Su questo, la “massima pressione” che vorrebbe praticare Trump fa capire come la finestra accennata dagli iraniani sia da considerarsi forse impercorribile. A cominciare dall’implementazione di maggiori sanzioni sul petrolio, le cui esportazioni sono vitali per Teheran.
Il quadro economico e geopolitico non è però più quello del 2017, quando Trump arrivò per la prima volta nello Studio Ovale. All’epoca, oltre un terzo del greggio iraniano era diretto verso stretti alleati di Washington e solo il 26% in Cina, mentre oggi quest’ultima percentuale è salita al 91% (il resto è importato da Siria e Venezuela). Le eventuali sanzioni supplementari, insomma, avrebbero un effetto economico pari a zero.
Inoltre, le esportazioni sono più che triplicate negli ultimi quattro anni, passando da 400 mila barili al giorno nel 2020 a oltre 1,5 milioni nel 2024. Anche lasciando da parte i traffici clandestini, che sono di difficile tracciamento e quantificazione, la rivendita del prodotto iraniano attraverso mercati non sanzionati ha permesso di bypassare le sanzioni statunitensi.
Il quotidiano iraniano Hamihan, lo scorso 18 ottobre, ha inoltre riportato notizie che confermano la piena operatività del terminale per l’esportazione di Jask, attraverso il quale Teheran può evitare la strozzatura dello stretto di Hormuz. Il che conferma che la situazione è nettamente cambiata negli ultimi anni.
La minaccia di sanzioni non risulta più una leva potente come poteva esserlo una decina di anni fa. La situazione è “un po’ più complessa”, riprendendo le parole fatte pronunciare dall’interpretazione cinematografica di Andreotti, e sarebbe alquanto naive credere che basta rietichettare i barili per fregare gli Stati Uniti.
Mettiamo in fila un paio di questioni. A inizio ottobre la Energy Information Administration (EIA) ha pubblicato un report, seguito l’8 novembre da un altro documento redatto dal Congressional Research Service. Entrambi gli istituti statunitensi analizzano lo stato del quadro sanzionatorio nei confronti dell’Iran, e riportano le informazioni sopra accennate.
Ciò che si evince, però, è che c’è anche un altro tema che va sottolineato, tra l’altro più volte usato per attaccare Biden negli ultimi mesi anche da quel Ted Cruz che a breve avrà un ruolo nel governo Usa: è la stessa amministrazione stelle-e-strisce ad evitare una implementazione funzionale delle sanzioni a Teheran.
La motivazione sarebbe da ricercare nell’utilità indiretta delle esportazioni iraniane, grazie alle quali si è mantenuto basso il prezzo del petrolio sui mercati internazionali. Ma il dollaro forte e le stime della International Energy Agency (IEA), che a metà ottobre ha tagliato ancora le previsioni per la domanda del prossimo anno, potrebbero spingere a un atteggiamento più intransigente.
Ciò, però, significa anche colpire più duramente il Dragone, magari in forme indirette. In Cina, molti dei compratori del greggio iraniano sono raffinerie medio-piccole non possedute dallo stato, chiamate “teiere”. Date le dimensioni limitate delle operazioni che conducono, queste sfuggono più facilmente all’identificazione e ai radar del sistema finanziario statunitense.
Ciò non significa che non esistano modi per ridurre i traffici tra Teheran e Pechino. Un esperto del think tank Foundation for Defense of Democracies, con sede a Washington, ha evidenziato che il governo statunitense può impegnarsi di più nell’identificazione delle raffinerie cinesi, e può anche imporre nuove misure su altre navi, compagnie, azionisti.
Come ha detto Richard Nephew, professore alla Columbia University, esperto di sanzioni ed attualmente impiegato nell’amministrazione Biden, dipende però da “quanta pressione finanziaria si è disposti a esercitare sulle istituzioni finanziarie cinesi”. E anche in questo caso, c’è un sottile equilibrio che va tenuto presente, per non far precipitare situazioni ingestibili.
La relazione Iran-Cina si è sviluppata attraverso la costruzione di un sistema di commercio che utilizza largamente lo yuan per i pagamenti. E in sostanza questo si inserisce nella più ampia cornice macroeconomica che è resa possibile, e sempre più forte, dalla cooperazione instaurata tramite il circuito dei BRICS.
Ciò rende evidente il carattere oggettivamente antimperialista di questa organizzazione che, seppur priva di un collante ideologico comune, è uno dei principali vettori del contrasto al dominio del dollaro come strumento imperiale. Ma l’emergere di un nuovo ordine economico multipolare non è un affare lineare e privo di contraddizioni.
Per la Cina l’uso del petrolio iraniano è utile anche perché la Repubblica islamica lo ha sempre offerto a prezzi scontati, diversi dollari in meno rispetto al termine di riferimento del Brent, ad esempio. Ma l’escalation mediorientale alimentata da Israele ha spinto Teheran a rivedere parzialmente la sua politica in merito.
La preoccupazione per possibili attacchi ai siti petroliferi da parte di Tel Aviv ha spinto le autorità dell’Iran a ridurre le esportazioni e dunque ad alzare un po’ i prezzi, seppur ancora vantaggiosi. Ma ciò potrebbe spingere Pechino a guardare ancora di più alla Russia, che già nel 2023 è stato il maggior fornitore di petrolio dei cinesi.
Blindare ulteriormente le sanzioni potrebbe portare gli operatori del Dragone a reagire con la stessa preoccupazione che hanno mostrato per le sanzioni secondarie imposte a Mosca, e quindi a raffreddare il legame con l’Iran. O al contrario, potrebbe spingere Pechino a fare uno strappo in avanti e rafforzare la cornice garantita dai BRICS, come detto anche da Richard Nephew.
Quello che, per concludere, deve essere messo in evidenza, è che se si riduce la lettura della realtà a uno sguardo economicistico si finisce per perdere di vista il carattere determinante di un qualcosa che comunque incrocia il traffico di petrolio: la guerra in Medio Oriente. E così si perde il peso del cambio di fase che i sionisti stanno imponendo.
L’allargamento del conflitto operato da Israele a tutta la regione porta con sé la volontà di ridefinire i rapporti nell’area manu militari, dato che la resistenza palestinese ha fatto fallire la normalizzazione tentata prima del 7 ottobre 2023. La linea Trump non potrà che avallare questo impegno, vedendo nell’Iran un pericolo da abbattere in maniera prioritaria.
La catena che unisce le decisioni di Washington con quelle di Tel Aviv influenza tutto quel pezzo di mondo e lascia mano libera ai sionisti nel genocidio. Ma ha anche risvolti dirimenti per gli equilibri mondiali, di cui sanzioni e prezzi del petrolio sono un fenomeno che aiuta l’interpretazione.
L’attenzione, però, deve rimanere concentrata su quel che si muove sotto di essi, a partire dal multipolarismo e dal ritmo con cui si andranno sviluppando i BRICS+. Ne va dell’opportunità di cogliere un’alternativa al dimenarsi senza orizzonti nella crisi del capitalismo occidentale.
Fonte
Ora il Financial Times ha diffuso la notizia, grazie a una “fonte della Sicurezza Nazionale”, che alcuni ordini esecutivi sono già pronti per essere firmati, non appena avvenuto l’insediamento alla Casa Bianca. Le misure sono pensate per “ripristinare una strategia di massima pressione per mandare in default l’Iran il prima possibile”.
Un tema sul piatto rimane la necessità di trovare un’intesa sul nucleare, dopo che Trump ha stracciato unilateralmente l’accordo siglato nel 2015, con soddisfazione dei sionisti. Alcuni funzionari israeliani e statunitensi, tra l’altro, hanno dichiarato che nell’attacco di ottobre Tel Aviv ha distrutto un centro di ricerca nucleare.
Teheran ha deciso di non commentare la notizia, mentre nelle ultime settimane si sono rincorse le analisi sui media statunitensi riguardo al fatto che la Repubblica islamica sia a poche settimane o mesi dal cominciare i test per un’arma atomica.
Intanto, il suo ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha affermato in un’intervista alla televisione di stato che esiste una possibilità di riaprire i negoziati, ma si tratta di “un’opportunità limitata”: ovviamente, in relazione alle azioni che intraprenderanno le potenze occidentali.
Su questo, la “massima pressione” che vorrebbe praticare Trump fa capire come la finestra accennata dagli iraniani sia da considerarsi forse impercorribile. A cominciare dall’implementazione di maggiori sanzioni sul petrolio, le cui esportazioni sono vitali per Teheran.
Il quadro economico e geopolitico non è però più quello del 2017, quando Trump arrivò per la prima volta nello Studio Ovale. All’epoca, oltre un terzo del greggio iraniano era diretto verso stretti alleati di Washington e solo il 26% in Cina, mentre oggi quest’ultima percentuale è salita al 91% (il resto è importato da Siria e Venezuela). Le eventuali sanzioni supplementari, insomma, avrebbero un effetto economico pari a zero.
Inoltre, le esportazioni sono più che triplicate negli ultimi quattro anni, passando da 400 mila barili al giorno nel 2020 a oltre 1,5 milioni nel 2024. Anche lasciando da parte i traffici clandestini, che sono di difficile tracciamento e quantificazione, la rivendita del prodotto iraniano attraverso mercati non sanzionati ha permesso di bypassare le sanzioni statunitensi.
Il quotidiano iraniano Hamihan, lo scorso 18 ottobre, ha inoltre riportato notizie che confermano la piena operatività del terminale per l’esportazione di Jask, attraverso il quale Teheran può evitare la strozzatura dello stretto di Hormuz. Il che conferma che la situazione è nettamente cambiata negli ultimi anni.
La minaccia di sanzioni non risulta più una leva potente come poteva esserlo una decina di anni fa. La situazione è “un po’ più complessa”, riprendendo le parole fatte pronunciare dall’interpretazione cinematografica di Andreotti, e sarebbe alquanto naive credere che basta rietichettare i barili per fregare gli Stati Uniti.
Mettiamo in fila un paio di questioni. A inizio ottobre la Energy Information Administration (EIA) ha pubblicato un report, seguito l’8 novembre da un altro documento redatto dal Congressional Research Service. Entrambi gli istituti statunitensi analizzano lo stato del quadro sanzionatorio nei confronti dell’Iran, e riportano le informazioni sopra accennate.
Ciò che si evince, però, è che c’è anche un altro tema che va sottolineato, tra l’altro più volte usato per attaccare Biden negli ultimi mesi anche da quel Ted Cruz che a breve avrà un ruolo nel governo Usa: è la stessa amministrazione stelle-e-strisce ad evitare una implementazione funzionale delle sanzioni a Teheran.
La motivazione sarebbe da ricercare nell’utilità indiretta delle esportazioni iraniane, grazie alle quali si è mantenuto basso il prezzo del petrolio sui mercati internazionali. Ma il dollaro forte e le stime della International Energy Agency (IEA), che a metà ottobre ha tagliato ancora le previsioni per la domanda del prossimo anno, potrebbero spingere a un atteggiamento più intransigente.
Ciò, però, significa anche colpire più duramente il Dragone, magari in forme indirette. In Cina, molti dei compratori del greggio iraniano sono raffinerie medio-piccole non possedute dallo stato, chiamate “teiere”. Date le dimensioni limitate delle operazioni che conducono, queste sfuggono più facilmente all’identificazione e ai radar del sistema finanziario statunitense.
Ciò non significa che non esistano modi per ridurre i traffici tra Teheran e Pechino. Un esperto del think tank Foundation for Defense of Democracies, con sede a Washington, ha evidenziato che il governo statunitense può impegnarsi di più nell’identificazione delle raffinerie cinesi, e può anche imporre nuove misure su altre navi, compagnie, azionisti.
Come ha detto Richard Nephew, professore alla Columbia University, esperto di sanzioni ed attualmente impiegato nell’amministrazione Biden, dipende però da “quanta pressione finanziaria si è disposti a esercitare sulle istituzioni finanziarie cinesi”. E anche in questo caso, c’è un sottile equilibrio che va tenuto presente, per non far precipitare situazioni ingestibili.
La relazione Iran-Cina si è sviluppata attraverso la costruzione di un sistema di commercio che utilizza largamente lo yuan per i pagamenti. E in sostanza questo si inserisce nella più ampia cornice macroeconomica che è resa possibile, e sempre più forte, dalla cooperazione instaurata tramite il circuito dei BRICS.
Ciò rende evidente il carattere oggettivamente antimperialista di questa organizzazione che, seppur priva di un collante ideologico comune, è uno dei principali vettori del contrasto al dominio del dollaro come strumento imperiale. Ma l’emergere di un nuovo ordine economico multipolare non è un affare lineare e privo di contraddizioni.
Per la Cina l’uso del petrolio iraniano è utile anche perché la Repubblica islamica lo ha sempre offerto a prezzi scontati, diversi dollari in meno rispetto al termine di riferimento del Brent, ad esempio. Ma l’escalation mediorientale alimentata da Israele ha spinto Teheran a rivedere parzialmente la sua politica in merito.
La preoccupazione per possibili attacchi ai siti petroliferi da parte di Tel Aviv ha spinto le autorità dell’Iran a ridurre le esportazioni e dunque ad alzare un po’ i prezzi, seppur ancora vantaggiosi. Ma ciò potrebbe spingere Pechino a guardare ancora di più alla Russia, che già nel 2023 è stato il maggior fornitore di petrolio dei cinesi.
Blindare ulteriormente le sanzioni potrebbe portare gli operatori del Dragone a reagire con la stessa preoccupazione che hanno mostrato per le sanzioni secondarie imposte a Mosca, e quindi a raffreddare il legame con l’Iran. O al contrario, potrebbe spingere Pechino a fare uno strappo in avanti e rafforzare la cornice garantita dai BRICS, come detto anche da Richard Nephew.
Quello che, per concludere, deve essere messo in evidenza, è che se si riduce la lettura della realtà a uno sguardo economicistico si finisce per perdere di vista il carattere determinante di un qualcosa che comunque incrocia il traffico di petrolio: la guerra in Medio Oriente. E così si perde il peso del cambio di fase che i sionisti stanno imponendo.
L’allargamento del conflitto operato da Israele a tutta la regione porta con sé la volontà di ridefinire i rapporti nell’area manu militari, dato che la resistenza palestinese ha fatto fallire la normalizzazione tentata prima del 7 ottobre 2023. La linea Trump non potrà che avallare questo impegno, vedendo nell’Iran un pericolo da abbattere in maniera prioritaria.
La catena che unisce le decisioni di Washington con quelle di Tel Aviv influenza tutto quel pezzo di mondo e lascia mano libera ai sionisti nel genocidio. Ma ha anche risvolti dirimenti per gli equilibri mondiali, di cui sanzioni e prezzi del petrolio sono un fenomeno che aiuta l’interpretazione.
L’attenzione, però, deve rimanere concentrata su quel che si muove sotto di essi, a partire dal multipolarismo e dal ritmo con cui si andranno sviluppando i BRICS+. Ne va dell’opportunità di cogliere un’alternativa al dimenarsi senza orizzonti nella crisi del capitalismo occidentale.
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05/11/2024
Presidenziali USA - Cosa cambierà il voto per la Russia?
Nonostante Donald Trump si sia vantato, negli ultimi giorni di campagna elettorale, di avere avuto una politica dura nei confronti di Mosca durante la sua presidenza, buona parte dell’opinione pubblica russa spera in una vittoria dell’ex presidente repubblicano.
Un piano di pace con l’Ucraina potrebbe in effetti essere più probabile con Trump alla Casa Bianca ma rimane il dubbio sulla fine delle sanzioni, obiettivo di primo piano per Vladimir Putin.
Ne abbiamo parlato con Francesco Dall’Aglio, studioso ed esperto di Europa orientale.
Fonte
Un piano di pace con l’Ucraina potrebbe in effetti essere più probabile con Trump alla Casa Bianca ma rimane il dubbio sulla fine delle sanzioni, obiettivo di primo piano per Vladimir Putin.
Ne abbiamo parlato con Francesco Dall’Aglio, studioso ed esperto di Europa orientale.
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05/07/2024
Iran, un voto conflittuale
Alla fine avranno ragione quei giovani che, interrogati sul ballottaggio presidenziale fra Pezeshkian e Jalili, ribadiscono l’astensione, proprio come al primo turno, perché la vera alternativa manca. Un’alternativa che non riguarda la prossimità o lontananza dal clero dei due candidati, fra i quali il gradimento dell’unico turbante in corsa, Mostafa Pourmohammadi, è rivolto al riformista. Un sostegno che nei conteggi del preliminare vale poco, duecentomila voti se pure questi si riversassero su Pezeshkian. Di maggior peso, nel distacco che il 28 giugno è risultato di circa un milione di schede a favore del candidato d’origine azera (come Khamenei), risulterebbero le preferenze raccolte da Ghalibaf e che lui stesso ha invitato a rilanciare su Jalili. Orientamenti di elettori attivi.
Eppure nella consultazione di domani la partecipazione, scesa al 40%, la più bassa nella storia elettorale della Repubblica Islamica, potrà diminuire ulteriormente se appunto il ‘fascino’ che qualche commentatore ha riservato a Pezeshkian per la sua apertura alle donne senza velo e alla ripresa delle trattative sul nucleare, non convoglierà verso i seggi gli incerti.
Sicuramente mancherà la partecipazione del movimento “Donna, vita, libertà”, certamente andrà alle urne lo zoccolo duro del conservatorismo clericale e laico, ciascuno arroccato nei propri santuari di potere che sono le bonyad, gli enti di beneficenza che controllano un terzo dell’economia del Paese. Una nota dolentissima l’economia, che i contendenti cercano di rivitalizzare con formule opposte: riaprendo il dialogo con l’Occidente, soprattutto sul nucleare interno, Pezeshkian, per limitare il nodo scorsoio delle sanzioni. Cercando vie nuove Jalili, che, contrario a qualsiasi compromesso sul programma di arricchimento dell’uranio, rilancia la così definita “economia della resistenza”, avviata da tempo con gli scambi con la Cina, ribaditi ultimamente dalla mediazione saudita. Proprio così.
I tempi cambiano, già durante la presidenza di Raisi l’adesione iraniana alla Shangai Cooperation Organization ha tamponato i vuoti di mercanzia e di capitali che il boicottaggio del blocco euro-americano produce da decenni. Però diversi studiosi fanno notare come le aperture asiatiche non abbiano prodotto effetti concreti sull’economia. Magari i banchi dei bazari non risultano sprovvisti di mercanzia, non tanto quella interna ma quella derivante dai commerci internazionali, come pure non lo sono del tutto i magazzini di certe industrie. Quel che si vede poco sono gli investimenti. E nei duetti televisivi delle ultime ore che cercano di far presa sull’elettorato comunque deciso a non disertare, giungono le punzecchiate provocatorie: “Il nostro Paese vende il greggio alla Cina, ma con enormi sconti e soprattutto in cambio di beni, non di valuta estera”.
È Pezeshkian che fa le pulci all’avversario, sapendo bene di non poter proporre molte alternative. Quei contratti parzialmente capestro, evitano alla gestione domestica di tracollare. Lui, qualora venisse eletto, ha fatto sapere di investire Ali Tayebnia del ruolo di ministro dell’Economia. Si tratta d’un elemento prestigioso, accademico, che ha ricoperto quel ruolo dal 2013 al 2017 sotto Rohani, avviando un contenimento dell’inflazione. Altro momento. Le aperture occidentali dell’epoca finirono azzerate da Trump che, da presidente, volle il disimpegno dalla trattativa sul nucleare e più tardi fece aprire il fuoco su un uomo simbolo per la nazione: il generale Soleimani, centrato da un drone.
Così conteranno ben poco le promesse di sgravi fiscali con cui Pezeshkian ha costellato il primo e secondo turno della campagna elettorale. L’aria che si respira, anche per espressa volontà dello storico nemico israeliano, offre a Jalili, ai principialisti, agli stessi possibili alleati del partito dei Pasdaran argomenti che raccolgono l’attenzione di chi vota e inesorabilmente anche di chi ha deciso d’astenersi.
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Eppure nella consultazione di domani la partecipazione, scesa al 40%, la più bassa nella storia elettorale della Repubblica Islamica, potrà diminuire ulteriormente se appunto il ‘fascino’ che qualche commentatore ha riservato a Pezeshkian per la sua apertura alle donne senza velo e alla ripresa delle trattative sul nucleare, non convoglierà verso i seggi gli incerti.
Sicuramente mancherà la partecipazione del movimento “Donna, vita, libertà”, certamente andrà alle urne lo zoccolo duro del conservatorismo clericale e laico, ciascuno arroccato nei propri santuari di potere che sono le bonyad, gli enti di beneficenza che controllano un terzo dell’economia del Paese. Una nota dolentissima l’economia, che i contendenti cercano di rivitalizzare con formule opposte: riaprendo il dialogo con l’Occidente, soprattutto sul nucleare interno, Pezeshkian, per limitare il nodo scorsoio delle sanzioni. Cercando vie nuove Jalili, che, contrario a qualsiasi compromesso sul programma di arricchimento dell’uranio, rilancia la così definita “economia della resistenza”, avviata da tempo con gli scambi con la Cina, ribaditi ultimamente dalla mediazione saudita. Proprio così.
I tempi cambiano, già durante la presidenza di Raisi l’adesione iraniana alla Shangai Cooperation Organization ha tamponato i vuoti di mercanzia e di capitali che il boicottaggio del blocco euro-americano produce da decenni. Però diversi studiosi fanno notare come le aperture asiatiche non abbiano prodotto effetti concreti sull’economia. Magari i banchi dei bazari non risultano sprovvisti di mercanzia, non tanto quella interna ma quella derivante dai commerci internazionali, come pure non lo sono del tutto i magazzini di certe industrie. Quel che si vede poco sono gli investimenti. E nei duetti televisivi delle ultime ore che cercano di far presa sull’elettorato comunque deciso a non disertare, giungono le punzecchiate provocatorie: “Il nostro Paese vende il greggio alla Cina, ma con enormi sconti e soprattutto in cambio di beni, non di valuta estera”.
È Pezeshkian che fa le pulci all’avversario, sapendo bene di non poter proporre molte alternative. Quei contratti parzialmente capestro, evitano alla gestione domestica di tracollare. Lui, qualora venisse eletto, ha fatto sapere di investire Ali Tayebnia del ruolo di ministro dell’Economia. Si tratta d’un elemento prestigioso, accademico, che ha ricoperto quel ruolo dal 2013 al 2017 sotto Rohani, avviando un contenimento dell’inflazione. Altro momento. Le aperture occidentali dell’epoca finirono azzerate da Trump che, da presidente, volle il disimpegno dalla trattativa sul nucleare e più tardi fece aprire il fuoco su un uomo simbolo per la nazione: il generale Soleimani, centrato da un drone.
Così conteranno ben poco le promesse di sgravi fiscali con cui Pezeshkian ha costellato il primo e secondo turno della campagna elettorale. L’aria che si respira, anche per espressa volontà dello storico nemico israeliano, offre a Jalili, ai principialisti, agli stessi possibili alleati del partito dei Pasdaran argomenti che raccolgono l’attenzione di chi vota e inesorabilmente anche di chi ha deciso d’astenersi.
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09/05/2024
Guerra in Ucraina. Le misure improvvisate dell’Occidente non cambiano i rapporti di forza
In una intervista a “Repubblica” il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, lamenta che: “Abbiamo visto un aumento dell’attività russa in Europa con intelligence impegnate in attività maligne, i russi sono stati in grado di prendere il controllo di alcuni nuovi villaggi e continuano a spingere lungo le linee del fronte”.
A suo avviso le truppe russe continuano ad avanzare “in parte perché gli alleati della Nato non sono stati in grado di consegnare ciò che abbiamo promesso all’Ucraina. Gli Stati Uniti hanno impiegato sei mesi a concordare un nuovo pacchetto di aiuti e gli alleati europei hanno consegnato una quantità di munizioni lontana da quella promessa. Ora è importante che effettivamente le cose cambino, non solo con i 60 miliardi di dollari in più dagli Usa ma anche con la produzione bellica. Che sta aumentando in tutta Europa, dal Regno Unito alla Norvegia e nell’Ue. L’importante – aggiunge Stoltemberg – è che tutto questo si trasformi rapidamente in consegne sul campo all’Ucraina”.
Ma l’escalation militarista che investe ormai l’Occidente collettivo non sembra incidere sui rapporti di forza sul campo nel conflitto tra Ucraina e Nato contro la Russia.
“La Russia farà di tutto per evitare un conflitto globale ma non permetterà a nessuno di minacciarla, le sue forze strategiche sono sempre pronte“ ha detto il presidente russo Putin, parlando dalla Piazza Rossa a Mosca in occasione della parata militare per il Giorno della Vittoria, in cui ogni anno il Paese celebra la vittoria contro i nazisti durante la Seconda guerra mondiale.
Nella Ue è stato intanto raggiunto un “accordo di principio” sull’uso degli extraprofitti dei beni russi congelati dalle sanzioni da utilizzare per fornire aiuti militari a Kiev. I rappresentanti dei 27 paesi dell’Unione Europea hanno raggiunto una intesa sul tema decisamente spinoso dell’utilizzo a favore dell’Ucraina degli interessi maturati sui 210 miliardi di euro di fondi russi congelati nell’Unione.
Il testo, secondo fonti di Bruxelles, necessita ancora di qualche limatura. Ma in linea di principio è previsto che i 2,5/3 miliardi di profitti annuali siano destinati per il 90% al Fondo europeo per la pace per l’acquisto di armi da destinare all’Ucraina. Il restante 10% dovrebbe invece essere trasferito allo Strumento di assistenza finanziaria appena istituito per Kiev.
Si tratta però di un provvedimento di dubbia legalità contro il quale si prevedono ricorsi e contestazioni in sede internazionale, soprattutto perchè crea incertezza sulle garanzie dei fondi investiti in Europa da parte di molti paesi extraeuropei. Come contromisura la Russia sta nazionalizzando le aziende straniere presenti sul proprio territorio, come la tedesca Bosch e l’italiana Ariston.
Sul campo intanto il ministero della Difesa di Mosca ha fatto sapere che le forze armate russe hanno conquistato altri due villaggi: Novokalinovo nella regione di Donetsk e Kislovka in quella di Kharkiv, mentre l’Ucraina a corto di soldati, sta ricorrendo anche all’arruolamento di detenuti. Secondo quanto riferito dal Kyev Indipendent, il Parlamento ucraino ha approvato un disegno di legge in questo senso, escludendo alcune categorie, come i condannati per omicidio, stupro, pedofilia e funzionari corrotti.
Zelenski appare sempre più preoccupato sia dalle notizie dal fronte che dall’aria che tira sul suo futuro. È giunto alla scadenza del suo mandato presidenziale e più di qualche fonte lascia trapelare che il suo credito di fiducia all’interno e all’esterno del Paese sembra in via di esaurimento.
Dal canto suo, il SBU (servizi segreti ucraini) afferma di aver sventato un complotto della Russia per assassinare Zelensky, arrestando due colonnelli dell’esercito ucraino e non due ufficiali russi come erroneamente diffuso dai mass media occidentali.
Il Servizio di sicurezza di Kyev il 7 maggio aveva dichiarato di aver scoperto una rete di agenti del Servizio di sicurezza federale russo (FSB) che stavano preparando l’assassinio del presidente Volodymyr Zelensky e di altri funzionari di alto rango in Ucraina.
Secondo quanto riferito dal Kyev Indipendent, due colonnelli dell’Amministrazione per la sicurezza dello Stato (UDO) dell’Ucraina sono stati accusati di aver fatto trapelare informazioni classificate alla Russia e sono stati arrestati. Il Cremlino ha affermato di non avere commenti sulle affermazioni ucraine secondo cui Kiev avrebbe catturato agenti russi accusati di preparare l’uccisione del presidente ucraino Zelenski, sottolineando che si tratta di informazioni non accurate.
Fonte
A suo avviso le truppe russe continuano ad avanzare “in parte perché gli alleati della Nato non sono stati in grado di consegnare ciò che abbiamo promesso all’Ucraina. Gli Stati Uniti hanno impiegato sei mesi a concordare un nuovo pacchetto di aiuti e gli alleati europei hanno consegnato una quantità di munizioni lontana da quella promessa. Ora è importante che effettivamente le cose cambino, non solo con i 60 miliardi di dollari in più dagli Usa ma anche con la produzione bellica. Che sta aumentando in tutta Europa, dal Regno Unito alla Norvegia e nell’Ue. L’importante – aggiunge Stoltemberg – è che tutto questo si trasformi rapidamente in consegne sul campo all’Ucraina”.
Ma l’escalation militarista che investe ormai l’Occidente collettivo non sembra incidere sui rapporti di forza sul campo nel conflitto tra Ucraina e Nato contro la Russia.
“La Russia farà di tutto per evitare un conflitto globale ma non permetterà a nessuno di minacciarla, le sue forze strategiche sono sempre pronte“ ha detto il presidente russo Putin, parlando dalla Piazza Rossa a Mosca in occasione della parata militare per il Giorno della Vittoria, in cui ogni anno il Paese celebra la vittoria contro i nazisti durante la Seconda guerra mondiale.
Nella Ue è stato intanto raggiunto un “accordo di principio” sull’uso degli extraprofitti dei beni russi congelati dalle sanzioni da utilizzare per fornire aiuti militari a Kiev. I rappresentanti dei 27 paesi dell’Unione Europea hanno raggiunto una intesa sul tema decisamente spinoso dell’utilizzo a favore dell’Ucraina degli interessi maturati sui 210 miliardi di euro di fondi russi congelati nell’Unione.
Il testo, secondo fonti di Bruxelles, necessita ancora di qualche limatura. Ma in linea di principio è previsto che i 2,5/3 miliardi di profitti annuali siano destinati per il 90% al Fondo europeo per la pace per l’acquisto di armi da destinare all’Ucraina. Il restante 10% dovrebbe invece essere trasferito allo Strumento di assistenza finanziaria appena istituito per Kiev.
Si tratta però di un provvedimento di dubbia legalità contro il quale si prevedono ricorsi e contestazioni in sede internazionale, soprattutto perchè crea incertezza sulle garanzie dei fondi investiti in Europa da parte di molti paesi extraeuropei. Come contromisura la Russia sta nazionalizzando le aziende straniere presenti sul proprio territorio, come la tedesca Bosch e l’italiana Ariston.
Sul campo intanto il ministero della Difesa di Mosca ha fatto sapere che le forze armate russe hanno conquistato altri due villaggi: Novokalinovo nella regione di Donetsk e Kislovka in quella di Kharkiv, mentre l’Ucraina a corto di soldati, sta ricorrendo anche all’arruolamento di detenuti. Secondo quanto riferito dal Kyev Indipendent, il Parlamento ucraino ha approvato un disegno di legge in questo senso, escludendo alcune categorie, come i condannati per omicidio, stupro, pedofilia e funzionari corrotti.
Zelenski appare sempre più preoccupato sia dalle notizie dal fronte che dall’aria che tira sul suo futuro. È giunto alla scadenza del suo mandato presidenziale e più di qualche fonte lascia trapelare che il suo credito di fiducia all’interno e all’esterno del Paese sembra in via di esaurimento.
Dal canto suo, il SBU (servizi segreti ucraini) afferma di aver sventato un complotto della Russia per assassinare Zelensky, arrestando due colonnelli dell’esercito ucraino e non due ufficiali russi come erroneamente diffuso dai mass media occidentali.
Il Servizio di sicurezza di Kyev il 7 maggio aveva dichiarato di aver scoperto una rete di agenti del Servizio di sicurezza federale russo (FSB) che stavano preparando l’assassinio del presidente Volodymyr Zelensky e di altri funzionari di alto rango in Ucraina.
Secondo quanto riferito dal Kyev Indipendent, due colonnelli dell’Amministrazione per la sicurezza dello Stato (UDO) dell’Ucraina sono stati accusati di aver fatto trapelare informazioni classificate alla Russia e sono stati arrestati. Il Cremlino ha affermato di non avere commenti sulle affermazioni ucraine secondo cui Kiev avrebbe catturato agenti russi accusati di preparare l’uccisione del presidente ucraino Zelenski, sottolineando che si tratta di informazioni non accurate.
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30/04/2024
Sanzioni di ritorno. L’Italia ora piange con la Russia
Viene insegnato già nei primi rudimenti di fisica – e anche nella scuola “della strada” – che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Dal febbraio 2024 – e su alcuni prodotti dal 2014 – l’Italia come altri stati dell’Unione Europea ha adottato pesanti sanzioni contro la Russia.
Dopo circa due anni la Russia ha deciso di rispondere nazionalizzando alcune delle aziende straniere presenti sul proprio territorio dei paesi che hanno adottato sanzioni. Tra questi c’è anche l’Italia che, come noto, è impegnata economicamente e militarmente contro la Russia nel teatro della guerra in Ucraina.
Come noto, queste sanzioni hanno danneggiato relazioni economiche consolidate, incluse molte aziende italiane che ai “tempi della cuccagna” (dopo la dissoluzione dell’URSS e negli anni del capitalismo selvaggio, ndr) avevano rilevato aziende russe – spesso a due soldi – o avevano impiantato stabilimenti sul territorio russo.
Lunedì il segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, “ha espresso il forte disappunto del Governo italiano” all’ambasciatore russo Alexey Paramonov, convocato al ministero degli Esteri in relazione al trasferimento in amministrazione temporanea di Ariston Thermo Rus – società appartenente al Gruppo Ariston – ad una impresa del gruppo Gazprom.
Un decreto analogo ha colpito anche un’azienda tedesca e la lista dei procedimenti potrebbe continuare.
Come quello che casca dal pero, adesso l’Italia scopre che se dai un pugno a qualcuno quello potrebbe anche restituirlo, a meno che il suprematismo occidentale sia veramente convinto di poter menare sempre le mani senza mai subirne le inevitabili conseguenze.
“In linea con i partner europei, ed in particolare con la Germania – ha fatto sapere la Farnesina – l’Italia chiede alla Federazione Russa di ritirare le misure adottate contro legittime attività economiche di imprese straniere nel Paese“.
E con le sanzioni contro le legittime attività economiche russe in territorio italiano (per non dire degli altri asset russi in Occidente, di cui ci si vorrebbe appropriare per finanziare a gratis l’Ucraina) che si fa, i finti tonti?
In una nota l’ambasciata russa ha fatto sapere che “sono state fornite spiegazioni esaurienti sulla legalità e fondatezza delle decisioni prese riguardo a un’azienda che, de jure, è olandese [a causa del trasferimento della sede legale per pagare meno tasse, ndr].
È stato sottolineato che queste misure, nel rispetto del relativo quadro giuridico, sono state adottate in risposta alle azioni ostili e contrarie al diritto internazionale intraprese dagli Stati Uniti d’America e dagli altri Stati esteri che si sono uniti a loro, volte a privare illegalmente la Russia, le sue entità giuridiche e varie persone fisiche del diritto di proprietà e a limitare tale diritto su beni situati nel territorio di tali Stati”.
“Non si può non considerare che la retorica e il tono sempre più aggressivi e irresponsabili dei leader occidentali e delle loro compagini non possono che essere interpretati come deliberata intenzione di minacciare in modalità continuativa la sicurezza della Federazione Russa, quella nazionale, economica, energetica e di ogni altro tipo”, fa sapere ancora.
L’Ambasciatore della Federazione Russa inoltre “ha ricordato agli interlocutori che Mosca ha sempre attribuito particolare importanza alle proficue e reciprocamente vantaggiose relazioni commerciali ed economiche con l’Italia. La responsabilità per le conseguenze negative del loro deterioramento ricade interamente sulle autorità italiane che hanno sacrificato i reali interessi nazionali della Repubblica per partecipare a sterili e pericolose avventure geopolitiche anti-russe”.
Il ministro degli Esteri Tajani dichiara di essere in contatto sin dal primo momento con l’azienda italiana e si riserva di approfondire le conseguenze della decisione russa insieme ai partner G7 e UE e di valutare una risposta appropriata. In linea con i partner europei, ed in particolare con la Germania, l’Italia chiede alla Federazione Russa di ritirare le misure adottate contro legittime attività economiche di imprese straniere nel Paese.
Appunto, fanno i finti tonti ma “i tempi della cuccagna” sembrano proprio finiti.
Fonte
Dopo circa due anni la Russia ha deciso di rispondere nazionalizzando alcune delle aziende straniere presenti sul proprio territorio dei paesi che hanno adottato sanzioni. Tra questi c’è anche l’Italia che, come noto, è impegnata economicamente e militarmente contro la Russia nel teatro della guerra in Ucraina.
Come noto, queste sanzioni hanno danneggiato relazioni economiche consolidate, incluse molte aziende italiane che ai “tempi della cuccagna” (dopo la dissoluzione dell’URSS e negli anni del capitalismo selvaggio, ndr) avevano rilevato aziende russe – spesso a due soldi – o avevano impiantato stabilimenti sul territorio russo.
Lunedì il segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia, “ha espresso il forte disappunto del Governo italiano” all’ambasciatore russo Alexey Paramonov, convocato al ministero degli Esteri in relazione al trasferimento in amministrazione temporanea di Ariston Thermo Rus – società appartenente al Gruppo Ariston – ad una impresa del gruppo Gazprom.
Un decreto analogo ha colpito anche un’azienda tedesca e la lista dei procedimenti potrebbe continuare.
Come quello che casca dal pero, adesso l’Italia scopre che se dai un pugno a qualcuno quello potrebbe anche restituirlo, a meno che il suprematismo occidentale sia veramente convinto di poter menare sempre le mani senza mai subirne le inevitabili conseguenze.
“In linea con i partner europei, ed in particolare con la Germania – ha fatto sapere la Farnesina – l’Italia chiede alla Federazione Russa di ritirare le misure adottate contro legittime attività economiche di imprese straniere nel Paese“.
E con le sanzioni contro le legittime attività economiche russe in territorio italiano (per non dire degli altri asset russi in Occidente, di cui ci si vorrebbe appropriare per finanziare a gratis l’Ucraina) che si fa, i finti tonti?
In una nota l’ambasciata russa ha fatto sapere che “sono state fornite spiegazioni esaurienti sulla legalità e fondatezza delle decisioni prese riguardo a un’azienda che, de jure, è olandese [a causa del trasferimento della sede legale per pagare meno tasse, ndr].
È stato sottolineato che queste misure, nel rispetto del relativo quadro giuridico, sono state adottate in risposta alle azioni ostili e contrarie al diritto internazionale intraprese dagli Stati Uniti d’America e dagli altri Stati esteri che si sono uniti a loro, volte a privare illegalmente la Russia, le sue entità giuridiche e varie persone fisiche del diritto di proprietà e a limitare tale diritto su beni situati nel territorio di tali Stati”.
“Non si può non considerare che la retorica e il tono sempre più aggressivi e irresponsabili dei leader occidentali e delle loro compagini non possono che essere interpretati come deliberata intenzione di minacciare in modalità continuativa la sicurezza della Federazione Russa, quella nazionale, economica, energetica e di ogni altro tipo”, fa sapere ancora.
L’Ambasciatore della Federazione Russa inoltre “ha ricordato agli interlocutori che Mosca ha sempre attribuito particolare importanza alle proficue e reciprocamente vantaggiose relazioni commerciali ed economiche con l’Italia. La responsabilità per le conseguenze negative del loro deterioramento ricade interamente sulle autorità italiane che hanno sacrificato i reali interessi nazionali della Repubblica per partecipare a sterili e pericolose avventure geopolitiche anti-russe”.
Il ministro degli Esteri Tajani dichiara di essere in contatto sin dal primo momento con l’azienda italiana e si riserva di approfondire le conseguenze della decisione russa insieme ai partner G7 e UE e di valutare una risposta appropriata. In linea con i partner europei, ed in particolare con la Germania, l’Italia chiede alla Federazione Russa di ritirare le misure adottate contro legittime attività economiche di imprese straniere nel Paese.
Appunto, fanno i finti tonti ma “i tempi della cuccagna” sembrano proprio finiti.
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22/03/2024
Borrell straparla, la Cina (e non solo) si cautela
Quando parla Josep Borrell, “ministro degli esteri” dell’Unione Europea, è bene stare a sentire attentamente. Perché a dispetto del suo ruolo, che lo vincolerebbe ad un linguaggio diplomatico accorto, spara spesso senza “veli retorici” quali sono gli obiettivi o valutazioni dell’establishment euro-atlantico.
Sua era stata anche quell’altra perla – “noi viviamo in un giardino, fuori c’è la giungla” – che ha mostrato la patente di suprematismo bianco, occidentale e neoliberista a tutto il pianeta.
La sortita dell’altroieri è stata forse ideologicamente meno illuminante, ma sul piano concreto – ossia economico e finanziario – sembra invece più decisiva.
«Basta con i “ma”. Metto sul tavolo una proposta concreta e gli Stati dovranno dire se sono d’accordo oppure no» per usare i 3 miliardi di euro l’anno generati dagli extraprofitti straordinari dei beni russi congelati dalle sanzioni imposte a Mosca per l’aggressione all’Ucraina. «L’idea è quella di utilizzare la maggior parte di queste entrate per fornire a Kiev le attrezzature militari di cui ha bisogno per difendersi».
L’idea sembra un pelo meno estrema del sequestro puro e semplice dei beni russi, “limitandosi” a rapinare gli interessi maturati anno dopo anno. Anche la cifra finale – 3 miliardi – è considerevolmente minore.
Ma il problema sta nella violazione di qualsiasi regola internazionale e, quasi paradossalmente, nella messa in discussione della “proprietà privata” da parte dei campioni del liberismo più sfrenato.
A consigliare prudenza su questa ‘svolta disinvolta’ sono stati in molti, dal premio Nobel per l’economia Shiller alla stessa Bce, in base ad una constatazione quasi elementare (ma evidentemente troppo profonda per Borrell, che pure è stato avvertito da tanti: «alcuni membri si sono mostrati preoccupati per la base giuridica, per la conformità con il diritto internazionale, per le conseguenze sui mercati finanziari»).
Se ti appropri dei beni russi in Occidente (in Europa, in questo caso) tutti gli altri soggetti nelle stesse condizioni (a partire dai paesi petroliferi) salteranno sulla sedia.
E, soprattutto, cominceranno a ritirare i propri soldi dalle banche europee o a (s)vendere i propri asset. Non è accaduto in modo evidente quando la Gran Bretagna si è appropriata dell’oro venezuelano depositato da tempo immemorabile nella piazza londinese, ma chiaramente la Russia è un soggetto più “pesante”. Se viene espropriata lei, nessun altro può più sentire i propri averi al sicuro.
Questo pericolo aveva velocemente convinto Biden a lasciar perdere, per ora, mentre al soldato Borrell nessuno ha ancora bussato sulla spalla per sussurrare “ma che cxxxo dici?”...
Sta di fatto che, intanto, sui mercati finanziari sono cominciate le grandi manovre dei grandissimi investitori “sovrani” (gli Stati) che muovono migliaia di miliardi.
Il giornale cinese Global Times, per esempio, registra in tono decisamente sobrio il fatto che “Le partecipazioni cinesi del debito del Tesoro degli Stati Uniti sono scese a 797,7 miliardi di dollari a gennaio, ponendo fine all’aumento degli ultimi due mesi”.
Senza neanche dover sottolineare che le minacce di sequestro dei fondi russi sono iniziate proprio con l’invasione dell’Ucraina (febbraio 2022), il giornale sottolinea che “Dall’aprile 2022, le partecipazioni cinesi nel debito del Tesoro statunitense sono sempre rimaste al di sotto di 1 trilione di dollari”.
Non è difficile trarre l’equazione: se i nostri asset possono essere sequestrati in base ad una scelta politica da parte del governo (Usa o europeo non importa) allora è bene ridurre questi depositi o altro.
Poi questa decisione può comportare una “fuga precipitosa” oppure una diluizione progressiva, tale da non creare troppe turbolenze sui mercati (che si ripercuoterebbero inevitabilmente anche sull’economia cinese). Ma la direzione di marcia – perdurando discorsi dissennati come quello di Borrell – è presa.
Del resto, “Gli analisti hanno osservato che nel medio-lungo termine, la volontà dei detentori di capitali esteri di investire in titoli del Tesoro USA continuerà a divergere.
Da un lato, alcuni capitali privati stanno scommettendo sui profitti derivanti dalle partecipazioni nel debito statunitense a causa dei tagli dei tassi di interesse della Fed di quest’anno.
D’altra parte, le banche centrali d’oltremare continuano a promuovere costantemente la diversificazione delle loro riserve valutarie.
Un numero sempre maggiore di persone sta prendendo in considerazione l’allocazione dell’oro come alternativa al debito del Tesoro degli Stati Uniti a causa dell’inflazione, dei rischi geopolitici e di una maggiore diversificazione del sistema di valuta di riserva globale”.
Quel “numero sempre maggiore di persone“, com’è noto, è fatto di Stati in ascesa, con interessi sempre più divergenti da quelli statunitensi ed europei. Che non ci pensano neanche a farsi rapinare ancora da un imperialismo occidentale in crisi (anche) di nervi.
Insomma: volete giocare con le vostre regole e cambiarle quando vi fa comodo? Fatelo con i soldi vostri, please.
Fonte
Sua era stata anche quell’altra perla – “noi viviamo in un giardino, fuori c’è la giungla” – che ha mostrato la patente di suprematismo bianco, occidentale e neoliberista a tutto il pianeta.
La sortita dell’altroieri è stata forse ideologicamente meno illuminante, ma sul piano concreto – ossia economico e finanziario – sembra invece più decisiva.
«Basta con i “ma”. Metto sul tavolo una proposta concreta e gli Stati dovranno dire se sono d’accordo oppure no» per usare i 3 miliardi di euro l’anno generati dagli extraprofitti straordinari dei beni russi congelati dalle sanzioni imposte a Mosca per l’aggressione all’Ucraina. «L’idea è quella di utilizzare la maggior parte di queste entrate per fornire a Kiev le attrezzature militari di cui ha bisogno per difendersi».
L’idea sembra un pelo meno estrema del sequestro puro e semplice dei beni russi, “limitandosi” a rapinare gli interessi maturati anno dopo anno. Anche la cifra finale – 3 miliardi – è considerevolmente minore.
Ma il problema sta nella violazione di qualsiasi regola internazionale e, quasi paradossalmente, nella messa in discussione della “proprietà privata” da parte dei campioni del liberismo più sfrenato.
A consigliare prudenza su questa ‘svolta disinvolta’ sono stati in molti, dal premio Nobel per l’economia Shiller alla stessa Bce, in base ad una constatazione quasi elementare (ma evidentemente troppo profonda per Borrell, che pure è stato avvertito da tanti: «alcuni membri si sono mostrati preoccupati per la base giuridica, per la conformità con il diritto internazionale, per le conseguenze sui mercati finanziari»).
Se ti appropri dei beni russi in Occidente (in Europa, in questo caso) tutti gli altri soggetti nelle stesse condizioni (a partire dai paesi petroliferi) salteranno sulla sedia.
E, soprattutto, cominceranno a ritirare i propri soldi dalle banche europee o a (s)vendere i propri asset. Non è accaduto in modo evidente quando la Gran Bretagna si è appropriata dell’oro venezuelano depositato da tempo immemorabile nella piazza londinese, ma chiaramente la Russia è un soggetto più “pesante”. Se viene espropriata lei, nessun altro può più sentire i propri averi al sicuro.
Questo pericolo aveva velocemente convinto Biden a lasciar perdere, per ora, mentre al soldato Borrell nessuno ha ancora bussato sulla spalla per sussurrare “ma che cxxxo dici?”...
Sta di fatto che, intanto, sui mercati finanziari sono cominciate le grandi manovre dei grandissimi investitori “sovrani” (gli Stati) che muovono migliaia di miliardi.
Il giornale cinese Global Times, per esempio, registra in tono decisamente sobrio il fatto che “Le partecipazioni cinesi del debito del Tesoro degli Stati Uniti sono scese a 797,7 miliardi di dollari a gennaio, ponendo fine all’aumento degli ultimi due mesi”.
Senza neanche dover sottolineare che le minacce di sequestro dei fondi russi sono iniziate proprio con l’invasione dell’Ucraina (febbraio 2022), il giornale sottolinea che “Dall’aprile 2022, le partecipazioni cinesi nel debito del Tesoro statunitense sono sempre rimaste al di sotto di 1 trilione di dollari”.
Non è difficile trarre l’equazione: se i nostri asset possono essere sequestrati in base ad una scelta politica da parte del governo (Usa o europeo non importa) allora è bene ridurre questi depositi o altro.
Poi questa decisione può comportare una “fuga precipitosa” oppure una diluizione progressiva, tale da non creare troppe turbolenze sui mercati (che si ripercuoterebbero inevitabilmente anche sull’economia cinese). Ma la direzione di marcia – perdurando discorsi dissennati come quello di Borrell – è presa.
Del resto, “Gli analisti hanno osservato che nel medio-lungo termine, la volontà dei detentori di capitali esteri di investire in titoli del Tesoro USA continuerà a divergere.
Da un lato, alcuni capitali privati stanno scommettendo sui profitti derivanti dalle partecipazioni nel debito statunitense a causa dei tagli dei tassi di interesse della Fed di quest’anno.
D’altra parte, le banche centrali d’oltremare continuano a promuovere costantemente la diversificazione delle loro riserve valutarie.
Un numero sempre maggiore di persone sta prendendo in considerazione l’allocazione dell’oro come alternativa al debito del Tesoro degli Stati Uniti a causa dell’inflazione, dei rischi geopolitici e di una maggiore diversificazione del sistema di valuta di riserva globale”.
Quel “numero sempre maggiore di persone“, com’è noto, è fatto di Stati in ascesa, con interessi sempre più divergenti da quelli statunitensi ed europei. Che non ci pensano neanche a farsi rapinare ancora da un imperialismo occidentale in crisi (anche) di nervi.
Insomma: volete giocare con le vostre regole e cambiarle quando vi fa comodo? Fatelo con i soldi vostri, please.
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25/02/2024
L’Europa ha aumentato le importazioni di gas russo. Il flop delle sanzioni
Il quotidiano economico tedesco Handesblatt rileva come, nonostante le sanzioni, le importazioni di gas russo in Europa siano aumentate. Le Monde registra, invece, come le sanzioni in un mondo non più dominato dalle potenze occidentali abbiano perso la loro efficacia. E l’Unione Europea, convertitasi “nell’imperialismo della virtù” si trascina nella bassa crescita economica.
Handesblatt scrive in un articolo di due giorni fa che “L’esercito ucraino non solo soffre per la lentezza delle consegne di armi ma anche perchè le sanzioni contro la Russia sono tiepide. L’esempio migliore sono le importazioni ancora elevate di gas russo da parte dell’UE, che non sono state affatto sanzionate. Il Cremlino genera così profitti che può mettere a frutto per il suo bottino di guerra”.
Secondo la Commissione europea, l’anno scorso l’UE ha ricevuto quasi il 15% delle sue importazioni di gas dalla Russia. Si tratta di un livello significativamente inferiore rispetto a prima della guerra in Ucraina, quando la Russia forniva circa la metà del fabbisogno di gas dell’Europa.
Ma, secondo i dati dell’Istituto per l’Economia e l’Analisi finanziaria dell’energia (IEEFA) mentre il calo è dovuto principalmente al sabotaggio di gasdotti chiave come il Nordstream 1, l’anno scorso la Russia è stata ancora il terzo esportatore di gas naturale liquefatto spedito via nave.
Inoltre l’Austria, l’Ungheria e la Slovacchia continuano a utilizzare il gas russo da gasdotto su larga scala.
A differenza del petrolio russo, i membri dell’UE non hanno infatti vietato l’importazione di gas dalla Russia a causa dell’elevata dipendenza di alcuni paesi nelle loro forniture energetiche. In Austria per esempio siamo al 98%.
“La mancanza di un divieto sulle importazioni di gas ha fatto sì che alcuni paesi dell’UE stiano ora importando più gas naturale liquefatto dalla Russia rispetto a prima dell’inizio della guerra” scrive Handesblatt.
Secondo i dati dell’IEEFA, l’anno scorso la Spagna ha raddoppiato le sue importazioni rispetto al 2021, mentre il Belgio le ha addirittura triplicate. Anche la Francia è uno dei maggiori importatori. L‘80% delle importazioni di gas naturale liquefatto della Russia è andato solo a questi tre paesi l’anno scorso.
In termini di volume, la Spagna è al primo posto: l’anno scorso il Paese ha acquistato 6,7 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto dalla Russia. A differenza della Germania, la Spagna non è mai stata dipendente dal gas russo. Prima della guerra in Ucraina, questo rappresentava appena il 9% delle importazioni totali di gas, oggi la quota è il doppio.
Teresa Ribera, la ministra spagnola per la Transizione ecologica, ha scritto agli importatori spagnoli chiedendo loro di smettere di acquistare gas dalla Russia. Le aziende, invece, fanno riferimento a contratti di fornitura a lungo termine che dovrebbero rispettare. Senza un divieto europeo di importazione, dovrebbero pagare sanzioni contrattuali.
Il gruppo francese Total Energies che ha una partecipazione del 20% nel progetto Yamal LNG in Siberia e collabora con il produttore russo di GNL Novatek, la pensa allo stesso modo.
Come azienda, Total Energies è contrattualmente legata alla produzione di GNL della joint venture Yamal in Russia. Il CEO di Total Energies Patrick Pouyanné ha dichiarato ad Handelsblatt alcuni mesi fa che: “Legalmente, non abbiamo modo di uscire senza pagare decine di miliardi di euro di sanzioni ai russi. I russi continuerebbero a ricevere denaro senza fornire gas. Sarebbe assurdo!”
Gli Stati dell’UE fino a oggi non hanno proceduto nelle sanzioni in questo settore, anche per evitare che i prezzi dell’energia per i cittadini europei aumentassero ulteriormente.
“L’Europa non ha più bisogno di gas dalla Russia”, ha affermato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica presso l’IEEFA.
Da un lato, l’anno scorso la domanda in Europa è diminuita di circa il 20%, in parte a causa della maggiore efficienza, della rapida conversione alle pompe di calore e dell’aumento dell’uso di energie rinnovabili. D’altra parte, i membri dell’UE hanno diversificato le loro fonti di approvvigionamento e ora acquistano più gas naturale liquefatto da altri paesi, in particolare dagli Stati Uniti. Con un dettaglio: il gas statunitense costa molto di più di quello russo.
Nonostante le sanzioni occidentali, l’economia russa sta mostrando una notevole resilienza. Nel suo ultimo Economic Outlook pubblicato il 30 gennaio, il Fondo monetario internazionale ha alzato le sue previsioni di crescita per la Russia al 2,6% nel 2024, più del doppio di quelle fissate nell’ottobre 2023 (1,1%). Una revisione al rialzo che solleva interrogativi sull’efficacia delle sanzioni.
“Mosca ha aumentato la sua spesa di 30 miliardi di dollari (27,74 miliardi di euro) nel 2023, senza allargare pericolosamente il suo deficit di bilancio grazie ai proventi petroliferi, nonostante sia sotto sanzioni occidentali. Ma gli effetti di queste ultime sono limitati in un’economia globale che non è più dominata dalle sole potenze occidentali” ammette venerdì il quotidiano francese Le Monde.
E neanche dal fronte della guerra in Ucraina arrivano le notizie che vorrebbero da Bruxelles: anche il piano militare si sta rivelando un flop sia per Kiev che per la Nato.
Fonte
Handesblatt scrive in un articolo di due giorni fa che “L’esercito ucraino non solo soffre per la lentezza delle consegne di armi ma anche perchè le sanzioni contro la Russia sono tiepide. L’esempio migliore sono le importazioni ancora elevate di gas russo da parte dell’UE, che non sono state affatto sanzionate. Il Cremlino genera così profitti che può mettere a frutto per il suo bottino di guerra”.
Secondo la Commissione europea, l’anno scorso l’UE ha ricevuto quasi il 15% delle sue importazioni di gas dalla Russia. Si tratta di un livello significativamente inferiore rispetto a prima della guerra in Ucraina, quando la Russia forniva circa la metà del fabbisogno di gas dell’Europa.
Ma, secondo i dati dell’Istituto per l’Economia e l’Analisi finanziaria dell’energia (IEEFA) mentre il calo è dovuto principalmente al sabotaggio di gasdotti chiave come il Nordstream 1, l’anno scorso la Russia è stata ancora il terzo esportatore di gas naturale liquefatto spedito via nave.
Inoltre l’Austria, l’Ungheria e la Slovacchia continuano a utilizzare il gas russo da gasdotto su larga scala.
A differenza del petrolio russo, i membri dell’UE non hanno infatti vietato l’importazione di gas dalla Russia a causa dell’elevata dipendenza di alcuni paesi nelle loro forniture energetiche. In Austria per esempio siamo al 98%.
“La mancanza di un divieto sulle importazioni di gas ha fatto sì che alcuni paesi dell’UE stiano ora importando più gas naturale liquefatto dalla Russia rispetto a prima dell’inizio della guerra” scrive Handesblatt.
Secondo i dati dell’IEEFA, l’anno scorso la Spagna ha raddoppiato le sue importazioni rispetto al 2021, mentre il Belgio le ha addirittura triplicate. Anche la Francia è uno dei maggiori importatori. L‘80% delle importazioni di gas naturale liquefatto della Russia è andato solo a questi tre paesi l’anno scorso.
In termini di volume, la Spagna è al primo posto: l’anno scorso il Paese ha acquistato 6,7 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto dalla Russia. A differenza della Germania, la Spagna non è mai stata dipendente dal gas russo. Prima della guerra in Ucraina, questo rappresentava appena il 9% delle importazioni totali di gas, oggi la quota è il doppio.
Teresa Ribera, la ministra spagnola per la Transizione ecologica, ha scritto agli importatori spagnoli chiedendo loro di smettere di acquistare gas dalla Russia. Le aziende, invece, fanno riferimento a contratti di fornitura a lungo termine che dovrebbero rispettare. Senza un divieto europeo di importazione, dovrebbero pagare sanzioni contrattuali.
Il gruppo francese Total Energies che ha una partecipazione del 20% nel progetto Yamal LNG in Siberia e collabora con il produttore russo di GNL Novatek, la pensa allo stesso modo.
Come azienda, Total Energies è contrattualmente legata alla produzione di GNL della joint venture Yamal in Russia. Il CEO di Total Energies Patrick Pouyanné ha dichiarato ad Handelsblatt alcuni mesi fa che: “Legalmente, non abbiamo modo di uscire senza pagare decine di miliardi di euro di sanzioni ai russi. I russi continuerebbero a ricevere denaro senza fornire gas. Sarebbe assurdo!”
Gli Stati dell’UE fino a oggi non hanno proceduto nelle sanzioni in questo settore, anche per evitare che i prezzi dell’energia per i cittadini europei aumentassero ulteriormente.
“L’Europa non ha più bisogno di gas dalla Russia”, ha affermato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica presso l’IEEFA.
Da un lato, l’anno scorso la domanda in Europa è diminuita di circa il 20%, in parte a causa della maggiore efficienza, della rapida conversione alle pompe di calore e dell’aumento dell’uso di energie rinnovabili. D’altra parte, i membri dell’UE hanno diversificato le loro fonti di approvvigionamento e ora acquistano più gas naturale liquefatto da altri paesi, in particolare dagli Stati Uniti. Con un dettaglio: il gas statunitense costa molto di più di quello russo.
Nonostante le sanzioni occidentali, l’economia russa sta mostrando una notevole resilienza. Nel suo ultimo Economic Outlook pubblicato il 30 gennaio, il Fondo monetario internazionale ha alzato le sue previsioni di crescita per la Russia al 2,6% nel 2024, più del doppio di quelle fissate nell’ottobre 2023 (1,1%). Una revisione al rialzo che solleva interrogativi sull’efficacia delle sanzioni.
“Mosca ha aumentato la sua spesa di 30 miliardi di dollari (27,74 miliardi di euro) nel 2023, senza allargare pericolosamente il suo deficit di bilancio grazie ai proventi petroliferi, nonostante sia sotto sanzioni occidentali. Ma gli effetti di queste ultime sono limitati in un’economia globale che non è più dominata dalle sole potenze occidentali” ammette venerdì il quotidiano francese Le Monde.
E neanche dal fronte della guerra in Ucraina arrivano le notizie che vorrebbero da Bruxelles: anche il piano militare si sta rivelando un flop sia per Kiev che per la Nato.
Fonte
17/02/2024
L’Unione Europea gioca a fare la dura ma ne paga le conseguenze
L’economia castiga le alzate di cresta dell’Unione Europea. Le previsioni intermedie d’inverno della Commissione europea indicano infatti una debolezza economica nell’Unione Europea per il 2024 e confermano per il 2023 una revisione al ribasso della crescita sia nell’UE sia nella zona euro, che dovrebbe attestarsi allo 0,5% rispetto allo 0,6% indicato nelle previsioni d’autunno.
La crescita è prevista al ribasso anche nel 2024: sarà infatti rispettivamente dello 0,9% (rispetto all’1,3%) nell’UE e dello 0,8% (rispetto all’1,2%) nella zona euro. Al momento, per il 2025 si prevede un aumento dell’attività economica dell’1,7% nell’UE e dell’1,5% nella zona euro. Ma sono queste sono solo previsioni.
Il deficit di ossigeno nella Ue si registra nonostante l‘inflazione sia diminuita più rapidamente rispetto a quanto indicato nelle previsioni d’autunno. Si prevede infatti un calo dell’inflazione IAPC (indice armonizzato dei prezzi al consumo), che passerà dal 6,3% del 2023 al 3,0% nel 2024 e al 2,5% nel 2025. Nella zona euro l’inflazione dovrebbe passare così dal 5,4% del 2023 al 2,7% nel 2024 e al 2,2% nel 2025.
Secondo la Commissione europea, nel 2023 la crescita è stata frenata dall’erosione del potere di acquisto delle famiglie (ovvero dai salari troppo bassi), da una forte stretta monetaria, dal ritiro parziale del sostegno di bilancio e dalla riduzione della domanda estera. Benché sia stata evitata una recessione tecnica nella seconda metà dello scorso anno, nel primo trimestre del 2024 le prospettive per l’economia dell’UE restano deboli.
“Una graduale accelerazione dell’attività economica è comunque prevista nel corso dell’anno. In un contesto di calo dell’inflazione si prevede che la crescita reale dei salari e la resilienza del mercato del lavoro favoriranno un aumento dei consumi”, scrivono a Bruxelles.
“Il ritmo della crescita è previsto stabile a partire dalla seconda metà del 2024 e fino al termine del 2025 con un calo dell’inflazione più rapido rispetto alle attese”. Il processo di riduzione dell’inflazione più rapido di quanto indicato nelle previsioni di autunno viene spiegato dalla Commissione europea con la riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche e con l’indebolimento della dinamica economica.
Le tensioni internazionali pesano significativamente
Nel breve termine, secondo la Commissione, si prevede che l’eliminazione delle misure di sostegno energetico negli Stati membri e l’aumento dei costi di trasporto a seguito delle turbolenze nel Mar Rosso eserciteranno una certa pressione al rialzo sui prezzi, senza tuttavia compromettere il percorso di riduzione dell’inflazione.
Si stima che alla fine del periodo oggetto delle previsioni l’inflazione complessiva nella zona euro si attesterà leggermente al di sopra dell’obiettivo fissato dalla BCE, mentre nell’UE risulterà marginalmente superiore.
Le previsioni sono tuttavia caratterizzate da un certo livello di incertezza a causa del protrarsi delle tensioni geopolitiche e dei rischi di un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente. Ci si aspetta che l’aumento dei costi di trasporto dovuto alle turbolenze nel Mar Rosso avrà un impatto solo marginale sull’inflazione. È vero, tuttavia, che ulteriori turbolenze potrebbero causare nuove strozzature dell’approvvigionamento, riducendo la produzione e facendo lievitare i prezzi.
Dall’analisi della Commissione europea manca completamente ogni riferimento alle conseguenze dell’interruzione delle forniture di gas dalla Russia (decisive per l’economia tedesca e non solo, ndr) e delle sanzioni adottate contro economie importanti come Russia, Cina, Iran.
Se la Ue decide di rompere accordi commerciali consolidati e mostrare i muscoli in giro per il mondo è conseguenza che gli sbocchi economici delle economie europee si siano andati riducendo e che aver puntato solo sugli Usa si stia rivelando un boomerang, visto che gli Stati Uniti sono molti concentrati sulla “propria” economia.
A livello interno, secondo la Commissione europea i rischi per le proiezioni di riferimento sulla crescita e l’inflazione dipendono dall’andamento (superiore o inferiore alle previsioni) dei consumi, della crescita dei salari e dei margini di profitto oltre che dal persistere di tassi di interesse elevati.
Altre minacce sono costituite inoltre dai rischi per il clima e dagli eventi atmosferici estremi. Salari congelati, alti tassi di interesse e malessere diffuso tra gli agricoltori non fanno presagire nulla di buono.
Le prossime previsioni della Commissione europea saranno quelle economiche di primavera 2024, la cui pubblicazione è prevista nel mese di maggio.
Fonte
La crescita è prevista al ribasso anche nel 2024: sarà infatti rispettivamente dello 0,9% (rispetto all’1,3%) nell’UE e dello 0,8% (rispetto all’1,2%) nella zona euro. Al momento, per il 2025 si prevede un aumento dell’attività economica dell’1,7% nell’UE e dell’1,5% nella zona euro. Ma sono queste sono solo previsioni.
Il deficit di ossigeno nella Ue si registra nonostante l‘inflazione sia diminuita più rapidamente rispetto a quanto indicato nelle previsioni d’autunno. Si prevede infatti un calo dell’inflazione IAPC (indice armonizzato dei prezzi al consumo), che passerà dal 6,3% del 2023 al 3,0% nel 2024 e al 2,5% nel 2025. Nella zona euro l’inflazione dovrebbe passare così dal 5,4% del 2023 al 2,7% nel 2024 e al 2,2% nel 2025.
Secondo la Commissione europea, nel 2023 la crescita è stata frenata dall’erosione del potere di acquisto delle famiglie (ovvero dai salari troppo bassi), da una forte stretta monetaria, dal ritiro parziale del sostegno di bilancio e dalla riduzione della domanda estera. Benché sia stata evitata una recessione tecnica nella seconda metà dello scorso anno, nel primo trimestre del 2024 le prospettive per l’economia dell’UE restano deboli.
“Una graduale accelerazione dell’attività economica è comunque prevista nel corso dell’anno. In un contesto di calo dell’inflazione si prevede che la crescita reale dei salari e la resilienza del mercato del lavoro favoriranno un aumento dei consumi”, scrivono a Bruxelles.
“Il ritmo della crescita è previsto stabile a partire dalla seconda metà del 2024 e fino al termine del 2025 con un calo dell’inflazione più rapido rispetto alle attese”. Il processo di riduzione dell’inflazione più rapido di quanto indicato nelle previsioni di autunno viene spiegato dalla Commissione europea con la riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche e con l’indebolimento della dinamica economica.
Le tensioni internazionali pesano significativamente
Nel breve termine, secondo la Commissione, si prevede che l’eliminazione delle misure di sostegno energetico negli Stati membri e l’aumento dei costi di trasporto a seguito delle turbolenze nel Mar Rosso eserciteranno una certa pressione al rialzo sui prezzi, senza tuttavia compromettere il percorso di riduzione dell’inflazione.
Si stima che alla fine del periodo oggetto delle previsioni l’inflazione complessiva nella zona euro si attesterà leggermente al di sopra dell’obiettivo fissato dalla BCE, mentre nell’UE risulterà marginalmente superiore.
Le previsioni sono tuttavia caratterizzate da un certo livello di incertezza a causa del protrarsi delle tensioni geopolitiche e dei rischi di un ulteriore allargamento del conflitto in Medio Oriente. Ci si aspetta che l’aumento dei costi di trasporto dovuto alle turbolenze nel Mar Rosso avrà un impatto solo marginale sull’inflazione. È vero, tuttavia, che ulteriori turbolenze potrebbero causare nuove strozzature dell’approvvigionamento, riducendo la produzione e facendo lievitare i prezzi.
Dall’analisi della Commissione europea manca completamente ogni riferimento alle conseguenze dell’interruzione delle forniture di gas dalla Russia (decisive per l’economia tedesca e non solo, ndr) e delle sanzioni adottate contro economie importanti come Russia, Cina, Iran.
Se la Ue decide di rompere accordi commerciali consolidati e mostrare i muscoli in giro per il mondo è conseguenza che gli sbocchi economici delle economie europee si siano andati riducendo e che aver puntato solo sugli Usa si stia rivelando un boomerang, visto che gli Stati Uniti sono molti concentrati sulla “propria” economia.
A livello interno, secondo la Commissione europea i rischi per le proiezioni di riferimento sulla crescita e l’inflazione dipendono dall’andamento (superiore o inferiore alle previsioni) dei consumi, della crescita dei salari e dei margini di profitto oltre che dal persistere di tassi di interesse elevati.
Altre minacce sono costituite inoltre dai rischi per il clima e dagli eventi atmosferici estremi. Salari congelati, alti tassi di interesse e malessere diffuso tra gli agricoltori non fanno presagire nulla di buono.
Le prossime previsioni della Commissione europea saranno quelle economiche di primavera 2024, la cui pubblicazione è prevista nel mese di maggio.
Fonte
11/02/2024
La giungla contro il giardino. A proposito di “La guerra capitalista”
1) Mi sembra doveroso partire dalla preoccupata constatazione di Papa Bergoglio, espressa il 10.3.2023 in occasione del decimo anniversario del suo pontificato, che «in poco più di cent’anni ci sono state tre guerre mondali: 1914-1918, 1939-1945, e la nostra; che è anch’essa una guerra mondiale. È cominciata a pezzetti ma adesso nessuno può dire che non è mondiale. Le grandi potenze vi sono tutte invischiate. Il campo di battaglia è l’Ucraina, ma lì lottano tutti».
E bravo il nostro Papa nel riconoscere che la guerra russo-ucraina non è affatto “locale”, come quelle precedenti in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria o Libia, bensì planetaria!
Però bisognerebbe sforzarsi di indicare anche in maniera esplicita quali sono le effettive parti in lotta, che solo superficialmente sono la Russia e l’Ucraina. Infatti, tutti sappiamo che dietro l’Ucraina c’è la NATO a guida americana con l’Unione Europea al traino e che la Russia di Putin, nell’immaginario occidentale, altro non è se non la prosecuzione di quella Unione Sovietica che aveva dato del filo da torcere agli Stati Uniti lungo tutto il periodo della c.d. “guerra fredda”.
Per questo il conflitto in corso è “mondiale”, potendosi anche considerare come quel “finale caldo di partita” che finora era stato scansato per la minaccia di Mutua Distruzione Atomica Assicurata, ma che adesso potrebbe anche non essere più evitabile.
Proprio per questo gli Stati Uniti ci vanno dentro con mano leggera senza inviare “scarponi sul terreno” (come hanno fatto in Vietnam, Afghanistan e Iraq) e senza applicare la “no fly zone” (come nel caso della Serbia e della Libia) per il pericolo che Putin finisca per utilizzare (come ha minacciato), se aggredito sul territorio nazionale, anche armi atomiche “tattiche”, dove però non si sa bene dove il “tattico” finisca.
Così Biden, che ha riportato a casa i soldati americani dall’Afghanistan, non sembra avere nessuna voglia di passare alla storia come il presidente che ha fatto entrare gli USA nella Terza guerra mondiale, ben consapevole (come ha detto in televisione il 10 febbraio 2022) che «se russi e americani iniziano a spararsi addosso, quella è una guerra mondiale» (cit. in “Limes“, 2022, n. 2).
Comunque anch’io mi ero accontentato di una simile interpretazione delle forze in campo in chiave, per così dire, “geopolitica”, finché non ho avuto modo di leggere il libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista (Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2022) che mi ha costretto ad adottare una diversa linea d’interpretazione che qui non posso far altro che riportare (con qualche aggiunta in più, mi auguro).
Considero infatti questo libro meritevole della più grande attenzione, anche se lo ritengo malfatto perché “assemblato” con scritti e interviste già pubblicati ed incollati insieme e non invece “pensato” dall’inizio alla fine, così che gli argomenti si rincorrono e si ripetono pure ed un tema decisivo come quello delle sanzioni economiche sì trova inaspettatamente relegato in appendice!
Purtuttavia in interventi successivi gli autori hanno precisato la loro interpretazione come se progressivamente avessero preso consapevolezza della importanza della loro tesi sulle forze effettive che spingono alla guerra in corso.
2) Il ragionamento di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli procede secondo linee rigorosamente en marxiste, dato che «oggi, più che in passato, il capitale si trova costretto ad interrogarsi su sé stesso, sulla sua potenza e sulla sua stessa fragilità riproduttiva e così cade nella tentazione di riflettersi nell’impietoso specchio analitico marxiano».
In particolare, viene riesumato il grande tema della “centralizzazione del capitale“ che, a differenza della “concentrazione“ che si verifica quando si reinvestono i profitti dentro l’impresa, si presenta quando un capitale più grosso ingloba (Marx parla più esattamente di «esproprio») un capitale più piccolo.
I motori di questa centralizzazione sono per Marx la «lotta della concorrenza che vede prevalere i capitali più grossi» ed il sistema del credito che consente ai capitali che vi hanno accesso di presentarsi sul mercato con una “potenza di fuoco” superiore a quella dei capitali ai quali, per varie ragioni, il credito è lesinato, se non addirittura negato, così che il credito finisce per operare come «un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali» (per questo la politica monetaria del banchiere centrale è decisiva per il suo andamento, come poi si dirà).
Di questa centralizzazione dei capitali nel libro si tenta addirittura una quantificazione empirica con la tecnica del network control sulla quale non mi pronuncio ma di cui raccolgo il risultato: che ormai nel mondo non ci sono che “oligarchi” se l’80% dei ricavi operativi delle società transnazionali è nelle mani (ma meglio sarebbe dire: nelle tasche) di «appena 737 azionisti a livello mondiale» (p. 107) e sebbene siano gli oligarchi russi a godere della peggior fama, ce ne sono anche cinesi, arabi, inglesi e americani, così che «se noi parliamo tanto di oligarchi vicini al Cremlino, tecnicamente parlando il capitalismo americano è il più oligarchico di tutti».
Al proposito consiglio di leggere Giga-capitalisti di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2022) dove si narrano le “fortune”, come è proprio il caso di dire, di quattro oligarchi come Bill Gates, Jeff Bezos, Elon Musk e Mark Zuckerberg, che però oligarchi non si possono dire solo perché sono “made in USA“!
Comunque, la tesi più importante del libro, che è anche la più politicamente intrigante, sta nel fatto che, come detto nella introduzione, se dopo la fine della guerra fredda il mondo si era ritrovato miracolosamente “tutto uno” come era stato all’inizio del XX secolo, ed a guida esclusivamente americana (da cui quell’Impero immaginato da Hardt e Negri nel 2001), lo sviluppo successivo della globalizzazione dei mercati e dei capitali lo ha riportato a trovarsi nuovamente “due” dove «da un lato c’è il vecchio blocco imperialista definibile “dei debitori”, a guida americana e anglosassone e con l’Europa al traino impegnati a difendere una infiacchita egemonia con tutti i mezzi possibili..., mentre dall’altro c’è un emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che, coinvolge russi e vari asiatici e registra una indubbia fase di ascesa» (p. 11).
Come si siano formati questi due “blocchi imperialisti” del debito e del credito nel libro non è detto, ma è facile dimostrarlo: è stata la conseguenza avvelenata dello straordinario sviluppo dello scambio internazionale di merci dovuta, ben più che alla scomparsa dell’URSS nel 1991, all’ingresso della Cina, che pure era rimasta “comunista”, nella Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO) nel 2001, che ne ha esaltato la capacità di esportazione di manufatti prodotti in massa e a costi stracciati in patria.
Vigenti le regole del libero scambio gli Stati Uniti sono stati letteralmente inondati dalle importazioni “made in China”, finendo per ritrovarsi con un disavanzo commerciale che hanno saldato nella loro moneta (il dollaro, che è il denaro universale perché accettato da tutti), che però la Cina non ha trattenuto presso di sé in forma liquida, ma ha restituito agli USA in cambio dei loro titoli di credito, sia pubblici che privati, perché fruttavano dividendi e interessi.
È stato così che alla fine gli Stati Uniti sono diventati, oltre che importatori netti di merci, anche debitori di capitali, mentre la Cina, che esportava merci, è diventata creditrice di capitali.
Né il fenomeno è rimasto confinato ai manufatti, perché anche materie prime come il gas e il petrolio sono oggetto di commercio internazionale, così che pure i paesi arabi e la Russia sono diventati esportatori netti, soprattutto verso la neonata Unione Europea che è priva di fonti energetiche, e con quel loro avanzo commerciale hanno acquistato titoli di credito privati e pubblici in euro o in dollari, diventando pure a loro volta creditori di capitali.
È quasi un teorema: i paesi che sono esportatori al netto di merci finiscono per essere creditori, mentre quelli che importano al netto si riducono a debitori.
Una tabella in fondo al volume (ma perché solo a p. 233 e appena prima dei “Ringraziamenti“?) elenca le singole posizioni finanziarie nazionali sull’estero per l’anno 2021, da cui risulta che sono a debito gli Stati Uniti per l’iperbolica cifra di 18.124 miliardi di dollari, con al seguito Gran Bretagna, Australia, Messico e Brasile, mentre a credito ci stanno Cina, Giappone, Canada, Arabia Saudita e Russia.
L’Unione Europea come tale non c’è, non avendo una posizione finanziaria unica sull’estero, ma da altra fonte (A. Iero, Usa vs. Russia (e Cina): debito di guerra o guerra del debito?, “Econopoly“, 6 giugno 2022) apprendo che la Germania è a credito insieme a Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia e (nel suo piccolo) l’Italia, mentre a debito ci sono Francia, Spagna, Irlanda, Grecia, Polonia e Portogallo. E con questo le squadre in campo sono riconosciute.
3) La competizione tra questi due capitalismi del credito e del debito è determinata anche, come s’è accennato, dalle decisioni monetarie delle banche centrali, della Federal Reserve soprattutto a cui gli altri banchieri centrali non possono, prima o poi, che adeguarsi.
E la FED si affida per le decisioni da prendere sul tasso d’interesse ad una formula algebrica “oggettiva” (che è detta “regola di Taylor” dal nome dell’economista che per primo l’ha formulata nel 1993) che collega il tasso d’interesse nominale alla variazione del livello dei prezzi (inflation gap) per il tramite del rapporto del reddito effettivo su quello potenziale (output gap).
Al di là del tecnicismo ne segue che in caso d’inflazione la FED deve alzare il tasso d’interesse ed abbassarlo invece in caso di deflazione. Ma tutto questo non era già noto? Certo che sì, solo che adesso lo decide un algoritmo e non la volontà politica, pur sempre soggettiva, del banchiere centrale di turno.
Peccato però che questa fenomenale “regola di Taylor” non operi soltanto sui prezzi. Se infatti nel caso d’inflazione l’aumento del tasso d’interesse riduce gli investimenti a venire perché li rende più costosi, e quindi comprime l’occupazione, i salari, i consumi ed infine la domanda effettiva così che i prezzi calano, quello stesso aumento del tasso d’interesse fa però diminuire anche il valore attuale dei capitali già investiti che, per una semplice formula di matematica finanziaria, si determina sulla base dai loro rendimenti futuri scontati per il tasso d’interesse corrente così che, se quest’ultimo aumenta, il loro valore al presente diminuisce (a meno che non si prevedano aumenti dei rendimenti che restano comunque futuri e incerti).
È questa la maggior critica che proprio Brancaccio, insieme a Giuseppe Fontana, ha mosso alla “regola di Taylor” opponendole invece un “principio di solvibilità” in un saggio importante (Solvency rule versus Taylor Rule, in “Cambridge Journal of Economics“, 2013) che non ha ricevuto adeguata attenzione.
Ma proviamo a spiegarci: alla verifica dei fatti la “regola di Taylor” più che sui prezzi a venire agisce sulla solidità finanziaria (possiamo chiamarla “resilienza”?) dei capitali in essere, mettendo in difficoltà quelli che in prospettiva avranno peggiori rendimenti ed indebolendoli fino al punto del fallimento oppure di essere “scalabili” da parte di capitali più forti.
Ecco perché il banchiere centrale con la sua manovra sul tasso d’interesse si ritrova a «governare la solvibilità che regola la conflittualità tra i capitali e con essa il ritmo della centralizzazione» (p. 87), che altro non è se non la conseguenza dell’«inesorabile conflitto interno alla classe capitalista tra i capitali a rischio d’insolvenza e acquisizione che lottano per la sopravvivenza e i capitali forti e solvibili che dalla centralizzazione trovano sempre maggior forza e potere» (p. 79-80).
Ma c’è anche di peggio perché «questa lettura innovativa del ruolo della banche centrali si applica non solo ai capitali che costituiscono le banche e le imprese private, ma pure agli Stati nazionali e ai movimenti di capitale internazionali, (così) che il banchiere centrale finisce per operare anche come “regolatore” di un conflitto tra Stati sovrani» (p. 87) facendo così trapassare la geopolitica, che oggi va tanto di moda, in geoeconomia che invece non va ancora di moda.
Ma la Federal Reserve è consapevole di tutto questo? Sembrerebbe di sì se dopo la grande crisi del 2009-2010, e per diversi anni, ha fatto l’interesse del capitale “a debito” americano adottando una politica monetaria più che accomodante spinta fino all’estremo di un tasso d’interesse prossimo allo zero pur di alleggerire il suo rischio di insolvenza, e, ciò nonostante, le proteste dei risparmiatori, sia nazionali che esteri, che non si vedevano remunerare a sufficienza i loro investimenti.
Una simile manovra monetaria è però alla lunga controproducente perché “surriscalda” i prezzi, e quando questi si sono palesemente innalzati, ha ripreso piede la “regola di Taylor” ed il tasso d’interesse è stato aumentato a partire dal 2016 (vedi T. Iero, Banche centrali, tassi di interesse e inflazione, “Maggio filosofico”, marzo 2023), facendo precipitare i capitali “a debito” lungo la china dell’insolvenza, dei fallimenti e dei salvataggi da parte di qualche “cavaliere bianco” nazionale oppure straniero che, alla maniera di avvoltoi, non vedono l’ora di poter banchettare con la carcassa delle loro prede.
A difendere i propri capitali “a debito” che altro restava agli Stati Uniti se non riesumare quel vecchio e discusso strumento di difesa commerciale che sono i dazi all’importazione delle merci altrui?
Così a Davos nel 2017 è stato curioso vedere il presidente americano Trump proclamarsi protezionista a tutto campo, mentre il comunista presidente cinese Xi si ergeva a paladino del libero scambio, con uno sconvolgete scambio di ruoli!
Però il maggior pericolo per una solvibilità indebolita dall’aumento del tasso d’interesse, più che dalle merci sta nei movimenti di capitale rispetto ai quali i dazi non sono sufficienti. Ed ecco che ad essi si sono dovuti aggiungere le sanzioni e gli embarghi che impediscono i movimenti di denaro e addirittura di persone tra le nazioni che si considerano “indesiderate”.
Le sanzioni sono un severo provvedimento di guerra commerciale («guerra di banditi» secondo Carl Schmitt, rispetto alla «guerra di eroi» sui campi di battaglia) utilizzato per punire le violazioni alle norme economiche imposte da uno Stato ad un altro per piegarlo alla propria volontà e da tempo gli Stati Uniti le hanno applicate ai danni dei cosiddetti “Stati canaglia”, come la Corea del Nord, Cuba, il Venezuela, l’Iran e dal 2014 anche la Russia, e abusandone al punto (366 volte dal 1950 al 2019) che ormai ci sono data-base in rete ed anche un manuale di istruzione Threat and Imposition of Economic Sanctions (TIES) Data 4.0 del giugno 2013 per poterle riconoscere tutte (cfr. p. 201).
Ma nemmeno questo è bastato se il meccanismo sanzionatorio è stato esteso anche ai paesi terzi che intendessero commerciare con quelli “sanzionati” da Washington, giusta la nuova regola introdotta da Janet Yellen – segretario al Tesoro americano ma già presidente della Federal Reserve – del friend-shoring, che sta ad indicare che gli USA intenderanno fare affari soltanto con i «paesi fidati», che sono quelli «in sintonia con la nostra geopolitica»; e «sia chiaro che la coalizione serrata dei paesi sanzionatori non sarà indifferente alle azioni che minano le sanzioni che abbiano messo in atto» (p. 209) – come ha provato sulla propria pelle la Germania quando si è vista sabotare (quali che ne siano stati gli effettivi esecutori) due gasdotti Nord Stream che la rendevano “energeticamente” troppo dipendente dalla Russia “canaglia”.
4) È su questo scenario economico internazionale già intaccato dal «protezionismo dei debitori occidentali» (p. 12) che è precipitata l’aggressione militare russa all’Ucraina nel 2022.
Ma come interpretarla? Per gli autori del libro niente affatto come «una guerra per l’autodeterminazione di una regione o per la sovranità di una nazione, né per la denazificazione di un territorio o per la libertà di un popolo aggredito» (p. 11), ma piuttosto come «il simbolico compimento di una fase cominciata molto tempo addietro di de-globalizzazione già manifesta e di preparazione della guerra imperialista in senso stretto, una guerra che vede contrapposte non banalmente l’Ucraina e la Russia, ma più in generale i blocchi di Stati ruotanti intorno alle economie statunitense e cinese, rispettivamente debitrice e creditrice del mondo» (p. 200-201).
Si tratterebbe insomma di una guerra sintomatica di movimenti finanziari profondi che sarebbe «esplosa non semplicemente per conquistare territorio ma per stabilire le regole imperiali del futuro» (p. 12), e cioè per «la sopravvivenza o la cancellazione delle regole del circuito militar-monetario internazionale fino ad oggi continuamente scritte e riscritte a piacimento dai soli Stati Uniti e dai lori alleati e subite da tutti gli altri» (p. 154) e dalle potenziali conseguenze imprevedibili, proprio come fu la Serbia per la Grande Guerra o la Polonia per la Seconda guerra mondiale.
Ovviamente qui non si tratta di parteggiare per l’uno o l’altro dei due combattenti ed al proposito gli autori sono perentori: «assegnare all’imperialismo degli Stati Uniti e dei loro alleati il ruolo di baluardo delle libertà civili e politiche sta diventando semplicemente grottesco, così come cercare nella ferocia capitalistica della oligarchia russa tracce residue del grande assalto al cielo dell’Ottobre rosso è qualcosa di persino più inverecondo» (p. 14).
Qui si tratta di riconoscere le forze economiche impersonali che muovono alla “guerra capitalista” e provare a disinnescarle (vedi l’appello di Emiliano Brancaccio con Robert Skidelsky e altri, Le condizioni economiche della pace pubblicato dal “Financial Times” che si può leggere in italiano su “Econopoly“, 17.2.2023).
Restando io comunque consapevole, dopo Galilei, che le cose non sono mai come appaiono, che l’impressione di realtà può essere ingannevole e che il Sole non gira attorno alla Terra bensì viceversa.
Fonte
E bravo il nostro Papa nel riconoscere che la guerra russo-ucraina non è affatto “locale”, come quelle precedenti in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria o Libia, bensì planetaria!
Però bisognerebbe sforzarsi di indicare anche in maniera esplicita quali sono le effettive parti in lotta, che solo superficialmente sono la Russia e l’Ucraina. Infatti, tutti sappiamo che dietro l’Ucraina c’è la NATO a guida americana con l’Unione Europea al traino e che la Russia di Putin, nell’immaginario occidentale, altro non è se non la prosecuzione di quella Unione Sovietica che aveva dato del filo da torcere agli Stati Uniti lungo tutto il periodo della c.d. “guerra fredda”.
Per questo il conflitto in corso è “mondiale”, potendosi anche considerare come quel “finale caldo di partita” che finora era stato scansato per la minaccia di Mutua Distruzione Atomica Assicurata, ma che adesso potrebbe anche non essere più evitabile.
Proprio per questo gli Stati Uniti ci vanno dentro con mano leggera senza inviare “scarponi sul terreno” (come hanno fatto in Vietnam, Afghanistan e Iraq) e senza applicare la “no fly zone” (come nel caso della Serbia e della Libia) per il pericolo che Putin finisca per utilizzare (come ha minacciato), se aggredito sul territorio nazionale, anche armi atomiche “tattiche”, dove però non si sa bene dove il “tattico” finisca.
Così Biden, che ha riportato a casa i soldati americani dall’Afghanistan, non sembra avere nessuna voglia di passare alla storia come il presidente che ha fatto entrare gli USA nella Terza guerra mondiale, ben consapevole (come ha detto in televisione il 10 febbraio 2022) che «se russi e americani iniziano a spararsi addosso, quella è una guerra mondiale» (cit. in “Limes“, 2022, n. 2).
Comunque anch’io mi ero accontentato di una simile interpretazione delle forze in campo in chiave, per così dire, “geopolitica”, finché non ho avuto modo di leggere il libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista (Mimesis Edizioni, Milano-Udine, 2022) che mi ha costretto ad adottare una diversa linea d’interpretazione che qui non posso far altro che riportare (con qualche aggiunta in più, mi auguro).
Considero infatti questo libro meritevole della più grande attenzione, anche se lo ritengo malfatto perché “assemblato” con scritti e interviste già pubblicati ed incollati insieme e non invece “pensato” dall’inizio alla fine, così che gli argomenti si rincorrono e si ripetono pure ed un tema decisivo come quello delle sanzioni economiche sì trova inaspettatamente relegato in appendice!
Purtuttavia in interventi successivi gli autori hanno precisato la loro interpretazione come se progressivamente avessero preso consapevolezza della importanza della loro tesi sulle forze effettive che spingono alla guerra in corso.
2) Il ragionamento di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli procede secondo linee rigorosamente en marxiste, dato che «oggi, più che in passato, il capitale si trova costretto ad interrogarsi su sé stesso, sulla sua potenza e sulla sua stessa fragilità riproduttiva e così cade nella tentazione di riflettersi nell’impietoso specchio analitico marxiano».
In particolare, viene riesumato il grande tema della “centralizzazione del capitale“ che, a differenza della “concentrazione“ che si verifica quando si reinvestono i profitti dentro l’impresa, si presenta quando un capitale più grosso ingloba (Marx parla più esattamente di «esproprio») un capitale più piccolo.
I motori di questa centralizzazione sono per Marx la «lotta della concorrenza che vede prevalere i capitali più grossi» ed il sistema del credito che consente ai capitali che vi hanno accesso di presentarsi sul mercato con una “potenza di fuoco” superiore a quella dei capitali ai quali, per varie ragioni, il credito è lesinato, se non addirittura negato, così che il credito finisce per operare come «un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali» (per questo la politica monetaria del banchiere centrale è decisiva per il suo andamento, come poi si dirà).
Di questa centralizzazione dei capitali nel libro si tenta addirittura una quantificazione empirica con la tecnica del network control sulla quale non mi pronuncio ma di cui raccolgo il risultato: che ormai nel mondo non ci sono che “oligarchi” se l’80% dei ricavi operativi delle società transnazionali è nelle mani (ma meglio sarebbe dire: nelle tasche) di «appena 737 azionisti a livello mondiale» (p. 107) e sebbene siano gli oligarchi russi a godere della peggior fama, ce ne sono anche cinesi, arabi, inglesi e americani, così che «se noi parliamo tanto di oligarchi vicini al Cremlino, tecnicamente parlando il capitalismo americano è il più oligarchico di tutti».
Al proposito consiglio di leggere Giga-capitalisti di Riccardo Staglianò (Einaudi, 2022) dove si narrano le “fortune”, come è proprio il caso di dire, di quattro oligarchi come Bill Gates, Jeff Bezos, Elon Musk e Mark Zuckerberg, che però oligarchi non si possono dire solo perché sono “made in USA“!
Comunque, la tesi più importante del libro, che è anche la più politicamente intrigante, sta nel fatto che, come detto nella introduzione, se dopo la fine della guerra fredda il mondo si era ritrovato miracolosamente “tutto uno” come era stato all’inizio del XX secolo, ed a guida esclusivamente americana (da cui quell’Impero immaginato da Hardt e Negri nel 2001), lo sviluppo successivo della globalizzazione dei mercati e dei capitali lo ha riportato a trovarsi nuovamente “due” dove «da un lato c’è il vecchio blocco imperialista definibile “dei debitori”, a guida americana e anglosassone e con l’Europa al traino impegnati a difendere una infiacchita egemonia con tutti i mezzi possibili..., mentre dall’altro c’è un emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che, coinvolge russi e vari asiatici e registra una indubbia fase di ascesa» (p. 11).
Come si siano formati questi due “blocchi imperialisti” del debito e del credito nel libro non è detto, ma è facile dimostrarlo: è stata la conseguenza avvelenata dello straordinario sviluppo dello scambio internazionale di merci dovuta, ben più che alla scomparsa dell’URSS nel 1991, all’ingresso della Cina, che pure era rimasta “comunista”, nella Organizzazione Internazionale del Commercio (WTO) nel 2001, che ne ha esaltato la capacità di esportazione di manufatti prodotti in massa e a costi stracciati in patria.
Vigenti le regole del libero scambio gli Stati Uniti sono stati letteralmente inondati dalle importazioni “made in China”, finendo per ritrovarsi con un disavanzo commerciale che hanno saldato nella loro moneta (il dollaro, che è il denaro universale perché accettato da tutti), che però la Cina non ha trattenuto presso di sé in forma liquida, ma ha restituito agli USA in cambio dei loro titoli di credito, sia pubblici che privati, perché fruttavano dividendi e interessi.
È stato così che alla fine gli Stati Uniti sono diventati, oltre che importatori netti di merci, anche debitori di capitali, mentre la Cina, che esportava merci, è diventata creditrice di capitali.
Né il fenomeno è rimasto confinato ai manufatti, perché anche materie prime come il gas e il petrolio sono oggetto di commercio internazionale, così che pure i paesi arabi e la Russia sono diventati esportatori netti, soprattutto verso la neonata Unione Europea che è priva di fonti energetiche, e con quel loro avanzo commerciale hanno acquistato titoli di credito privati e pubblici in euro o in dollari, diventando pure a loro volta creditori di capitali.
È quasi un teorema: i paesi che sono esportatori al netto di merci finiscono per essere creditori, mentre quelli che importano al netto si riducono a debitori.
Una tabella in fondo al volume (ma perché solo a p. 233 e appena prima dei “Ringraziamenti“?) elenca le singole posizioni finanziarie nazionali sull’estero per l’anno 2021, da cui risulta che sono a debito gli Stati Uniti per l’iperbolica cifra di 18.124 miliardi di dollari, con al seguito Gran Bretagna, Australia, Messico e Brasile, mentre a credito ci stanno Cina, Giappone, Canada, Arabia Saudita e Russia.
L’Unione Europea come tale non c’è, non avendo una posizione finanziaria unica sull’estero, ma da altra fonte (A. Iero, Usa vs. Russia (e Cina): debito di guerra o guerra del debito?, “Econopoly“, 6 giugno 2022) apprendo che la Germania è a credito insieme a Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia e (nel suo piccolo) l’Italia, mentre a debito ci sono Francia, Spagna, Irlanda, Grecia, Polonia e Portogallo. E con questo le squadre in campo sono riconosciute.
3) La competizione tra questi due capitalismi del credito e del debito è determinata anche, come s’è accennato, dalle decisioni monetarie delle banche centrali, della Federal Reserve soprattutto a cui gli altri banchieri centrali non possono, prima o poi, che adeguarsi.
E la FED si affida per le decisioni da prendere sul tasso d’interesse ad una formula algebrica “oggettiva” (che è detta “regola di Taylor” dal nome dell’economista che per primo l’ha formulata nel 1993) che collega il tasso d’interesse nominale alla variazione del livello dei prezzi (inflation gap) per il tramite del rapporto del reddito effettivo su quello potenziale (output gap).
Al di là del tecnicismo ne segue che in caso d’inflazione la FED deve alzare il tasso d’interesse ed abbassarlo invece in caso di deflazione. Ma tutto questo non era già noto? Certo che sì, solo che adesso lo decide un algoritmo e non la volontà politica, pur sempre soggettiva, del banchiere centrale di turno.
Peccato però che questa fenomenale “regola di Taylor” non operi soltanto sui prezzi. Se infatti nel caso d’inflazione l’aumento del tasso d’interesse riduce gli investimenti a venire perché li rende più costosi, e quindi comprime l’occupazione, i salari, i consumi ed infine la domanda effettiva così che i prezzi calano, quello stesso aumento del tasso d’interesse fa però diminuire anche il valore attuale dei capitali già investiti che, per una semplice formula di matematica finanziaria, si determina sulla base dai loro rendimenti futuri scontati per il tasso d’interesse corrente così che, se quest’ultimo aumenta, il loro valore al presente diminuisce (a meno che non si prevedano aumenti dei rendimenti che restano comunque futuri e incerti).
È questa la maggior critica che proprio Brancaccio, insieme a Giuseppe Fontana, ha mosso alla “regola di Taylor” opponendole invece un “principio di solvibilità” in un saggio importante (Solvency rule versus Taylor Rule, in “Cambridge Journal of Economics“, 2013) che non ha ricevuto adeguata attenzione.
Ma proviamo a spiegarci: alla verifica dei fatti la “regola di Taylor” più che sui prezzi a venire agisce sulla solidità finanziaria (possiamo chiamarla “resilienza”?) dei capitali in essere, mettendo in difficoltà quelli che in prospettiva avranno peggiori rendimenti ed indebolendoli fino al punto del fallimento oppure di essere “scalabili” da parte di capitali più forti.
Ecco perché il banchiere centrale con la sua manovra sul tasso d’interesse si ritrova a «governare la solvibilità che regola la conflittualità tra i capitali e con essa il ritmo della centralizzazione» (p. 87), che altro non è se non la conseguenza dell’«inesorabile conflitto interno alla classe capitalista tra i capitali a rischio d’insolvenza e acquisizione che lottano per la sopravvivenza e i capitali forti e solvibili che dalla centralizzazione trovano sempre maggior forza e potere» (p. 79-80).
Ma c’è anche di peggio perché «questa lettura innovativa del ruolo della banche centrali si applica non solo ai capitali che costituiscono le banche e le imprese private, ma pure agli Stati nazionali e ai movimenti di capitale internazionali, (così) che il banchiere centrale finisce per operare anche come “regolatore” di un conflitto tra Stati sovrani» (p. 87) facendo così trapassare la geopolitica, che oggi va tanto di moda, in geoeconomia che invece non va ancora di moda.
Ma la Federal Reserve è consapevole di tutto questo? Sembrerebbe di sì se dopo la grande crisi del 2009-2010, e per diversi anni, ha fatto l’interesse del capitale “a debito” americano adottando una politica monetaria più che accomodante spinta fino all’estremo di un tasso d’interesse prossimo allo zero pur di alleggerire il suo rischio di insolvenza, e, ciò nonostante, le proteste dei risparmiatori, sia nazionali che esteri, che non si vedevano remunerare a sufficienza i loro investimenti.
Una simile manovra monetaria è però alla lunga controproducente perché “surriscalda” i prezzi, e quando questi si sono palesemente innalzati, ha ripreso piede la “regola di Taylor” ed il tasso d’interesse è stato aumentato a partire dal 2016 (vedi T. Iero, Banche centrali, tassi di interesse e inflazione, “Maggio filosofico”, marzo 2023), facendo precipitare i capitali “a debito” lungo la china dell’insolvenza, dei fallimenti e dei salvataggi da parte di qualche “cavaliere bianco” nazionale oppure straniero che, alla maniera di avvoltoi, non vedono l’ora di poter banchettare con la carcassa delle loro prede.
A difendere i propri capitali “a debito” che altro restava agli Stati Uniti se non riesumare quel vecchio e discusso strumento di difesa commerciale che sono i dazi all’importazione delle merci altrui?
Così a Davos nel 2017 è stato curioso vedere il presidente americano Trump proclamarsi protezionista a tutto campo, mentre il comunista presidente cinese Xi si ergeva a paladino del libero scambio, con uno sconvolgete scambio di ruoli!
Però il maggior pericolo per una solvibilità indebolita dall’aumento del tasso d’interesse, più che dalle merci sta nei movimenti di capitale rispetto ai quali i dazi non sono sufficienti. Ed ecco che ad essi si sono dovuti aggiungere le sanzioni e gli embarghi che impediscono i movimenti di denaro e addirittura di persone tra le nazioni che si considerano “indesiderate”.
Le sanzioni sono un severo provvedimento di guerra commerciale («guerra di banditi» secondo Carl Schmitt, rispetto alla «guerra di eroi» sui campi di battaglia) utilizzato per punire le violazioni alle norme economiche imposte da uno Stato ad un altro per piegarlo alla propria volontà e da tempo gli Stati Uniti le hanno applicate ai danni dei cosiddetti “Stati canaglia”, come la Corea del Nord, Cuba, il Venezuela, l’Iran e dal 2014 anche la Russia, e abusandone al punto (366 volte dal 1950 al 2019) che ormai ci sono data-base in rete ed anche un manuale di istruzione Threat and Imposition of Economic Sanctions (TIES) Data 4.0 del giugno 2013 per poterle riconoscere tutte (cfr. p. 201).
Ma nemmeno questo è bastato se il meccanismo sanzionatorio è stato esteso anche ai paesi terzi che intendessero commerciare con quelli “sanzionati” da Washington, giusta la nuova regola introdotta da Janet Yellen – segretario al Tesoro americano ma già presidente della Federal Reserve – del friend-shoring, che sta ad indicare che gli USA intenderanno fare affari soltanto con i «paesi fidati», che sono quelli «in sintonia con la nostra geopolitica»; e «sia chiaro che la coalizione serrata dei paesi sanzionatori non sarà indifferente alle azioni che minano le sanzioni che abbiano messo in atto» (p. 209) – come ha provato sulla propria pelle la Germania quando si è vista sabotare (quali che ne siano stati gli effettivi esecutori) due gasdotti Nord Stream che la rendevano “energeticamente” troppo dipendente dalla Russia “canaglia”.
4) È su questo scenario economico internazionale già intaccato dal «protezionismo dei debitori occidentali» (p. 12) che è precipitata l’aggressione militare russa all’Ucraina nel 2022.
Ma come interpretarla? Per gli autori del libro niente affatto come «una guerra per l’autodeterminazione di una regione o per la sovranità di una nazione, né per la denazificazione di un territorio o per la libertà di un popolo aggredito» (p. 11), ma piuttosto come «il simbolico compimento di una fase cominciata molto tempo addietro di de-globalizzazione già manifesta e di preparazione della guerra imperialista in senso stretto, una guerra che vede contrapposte non banalmente l’Ucraina e la Russia, ma più in generale i blocchi di Stati ruotanti intorno alle economie statunitense e cinese, rispettivamente debitrice e creditrice del mondo» (p. 200-201).
Si tratterebbe insomma di una guerra sintomatica di movimenti finanziari profondi che sarebbe «esplosa non semplicemente per conquistare territorio ma per stabilire le regole imperiali del futuro» (p. 12), e cioè per «la sopravvivenza o la cancellazione delle regole del circuito militar-monetario internazionale fino ad oggi continuamente scritte e riscritte a piacimento dai soli Stati Uniti e dai lori alleati e subite da tutti gli altri» (p. 154) e dalle potenziali conseguenze imprevedibili, proprio come fu la Serbia per la Grande Guerra o la Polonia per la Seconda guerra mondiale.
Ovviamente qui non si tratta di parteggiare per l’uno o l’altro dei due combattenti ed al proposito gli autori sono perentori: «assegnare all’imperialismo degli Stati Uniti e dei loro alleati il ruolo di baluardo delle libertà civili e politiche sta diventando semplicemente grottesco, così come cercare nella ferocia capitalistica della oligarchia russa tracce residue del grande assalto al cielo dell’Ottobre rosso è qualcosa di persino più inverecondo» (p. 14).
Qui si tratta di riconoscere le forze economiche impersonali che muovono alla “guerra capitalista” e provare a disinnescarle (vedi l’appello di Emiliano Brancaccio con Robert Skidelsky e altri, Le condizioni economiche della pace pubblicato dal “Financial Times” che si può leggere in italiano su “Econopoly“, 17.2.2023).
Restando io comunque consapevole, dopo Galilei, che le cose non sono mai come appaiono, che l’impressione di realtà può essere ingannevole e che il Sole non gira attorno alla Terra bensì viceversa.
Fonte
19/10/2023
Swift, lo specchio deformante della crisi USA
Tutti catturati dalle guerre in corso, converrà non perdere d’occhio i sommovimenti economici (finanziari e monetari) che in genere spingono le dinamiche belliche più delle retoriche patriottarde.
Da anni andiamo registrando – non solo noi, ma i principali analisti del pianeta – una diminuita centralità del dollaro nelle transazioni internazionali, compensata da un aumento del peso dell’euro e dall’ingresso dello yuan cinese, seppure con percentuali ancora minime.
Merito, o colpa, non solo della centralità strategica statunitense, ma anche del monopolio della piattaforma Swift riguardo ai pagamenti internazionali. Piattaforma controllata dagli Usa e quindi con la “vocazione” a privilegiare il biglietto verde.
Tanto più che, come si ripete ormai a mesi alterni, tutte le “sanzioni” unilateralmente decise dagli Usa e dai camerieri della UE – nei confronti della Russia, del Venezuela, dell’Iran e di a-chi-tocca-tocca – sono applicabili davvero solo attraverso questa piattaforma.
Ora, ci spiega Guido Salerno Aletta su TeleBorsa, utilizzando i dati forniti da Bloomberg, sulla piattaforma Swift le transazioni in euro sono improvvisamente crollate, mentre quasi tutto lo spazio perso è stato “riconquistato” dal dollaro.
Possibile che nessuno avesse capito nulla e abbia(mo) tutti preso lucciole per lanterne sulla diminuita centralità del dollaro?
L’analisi dei dati conferma, invece di smentire, questa crisi del biglietto verde. Che appare “relativamente più forte” (rispetto all’euro) solo perché lo Swift non è più l’unica piattaforma per le transazioni internazionali.
E, come dialettica vuole, il sorgere di piattaforme alternative è stato stimolato proprio dall’eccesso di prepotenza della Casa Bianca e dei suoi camerieri.
In altri termini, chi non poteva più effettuare le sue transazioni su Swift ha cominciato a farlo su altre piattaforme (una cinese, l’altra russa), costruite per tempo quando è iniziato ad esser chiaro che non conveniva più giocare con regole e carte “americane”. E che commerciare in dollari, tra paesi dotati di proprie monete, era un concedere agli Usa un vantaggio competitivo immeritato.
A rimetterci, nell’immediato, è naturalmente il “vaso di coccio”, ossia la “superpotenza erbivora” chiamata Unione Europea (e la sua moneta), improvvisamente privata – causa guerra e relative sanzioni – di una parte consistente dei propri partner non occidentali.
Almeno ufficialmente, certo. Sappiamo bene che, per esempio, gas e petrolio russi arrivano lo stesso in Europa sotto altre bandiere. Così come una quota rilevante di esportazioni continentali viaggiano in direzione contraria, verso il “pianeta Brics”.
Ma, appunto, le relative transazioni internazionali non possono più avvenire tramite lo Swift, ma devono utilizzare quelle altre piattaforme, diventando “invisibili” all’occhio del ‘Washington consensus’.
Ne risulta che “è lo Swift che non rispecchia più l’universo”.
Ma chi, come la presidenza Biden, come ogni altra “regina cattiva”, in quello specchio continua a vedere la conferma della propria “superiorità” non può che prendere – lei sì – lucciole per lanterne. Ossia decisioni sbagliate che aumentano i terremoti che vanno sconvolgendo il mondo che credeva di aver “globalizzato”, ossia asservito.
Le guerre non cadono dal cielo. Ma arrivano sempre sui piedi di chi le provoca.
Da anni andiamo registrando – non solo noi, ma i principali analisti del pianeta – una diminuita centralità del dollaro nelle transazioni internazionali, compensata da un aumento del peso dell’euro e dall’ingresso dello yuan cinese, seppure con percentuali ancora minime.
Merito, o colpa, non solo della centralità strategica statunitense, ma anche del monopolio della piattaforma Swift riguardo ai pagamenti internazionali. Piattaforma controllata dagli Usa e quindi con la “vocazione” a privilegiare il biglietto verde.
Tanto più che, come si ripete ormai a mesi alterni, tutte le “sanzioni” unilateralmente decise dagli Usa e dai camerieri della UE – nei confronti della Russia, del Venezuela, dell’Iran e di a-chi-tocca-tocca – sono applicabili davvero solo attraverso questa piattaforma.
Ora, ci spiega Guido Salerno Aletta su TeleBorsa, utilizzando i dati forniti da Bloomberg, sulla piattaforma Swift le transazioni in euro sono improvvisamente crollate, mentre quasi tutto lo spazio perso è stato “riconquistato” dal dollaro.
Possibile che nessuno avesse capito nulla e abbia(mo) tutti preso lucciole per lanterne sulla diminuita centralità del dollaro?
L’analisi dei dati conferma, invece di smentire, questa crisi del biglietto verde. Che appare “relativamente più forte” (rispetto all’euro) solo perché lo Swift non è più l’unica piattaforma per le transazioni internazionali.
E, come dialettica vuole, il sorgere di piattaforme alternative è stato stimolato proprio dall’eccesso di prepotenza della Casa Bianca e dei suoi camerieri.
In altri termini, chi non poteva più effettuare le sue transazioni su Swift ha cominciato a farlo su altre piattaforme (una cinese, l’altra russa), costruite per tempo quando è iniziato ad esser chiaro che non conveniva più giocare con regole e carte “americane”. E che commerciare in dollari, tra paesi dotati di proprie monete, era un concedere agli Usa un vantaggio competitivo immeritato.
A rimetterci, nell’immediato, è naturalmente il “vaso di coccio”, ossia la “superpotenza erbivora” chiamata Unione Europea (e la sua moneta), improvvisamente privata – causa guerra e relative sanzioni – di una parte consistente dei propri partner non occidentali.
Almeno ufficialmente, certo. Sappiamo bene che, per esempio, gas e petrolio russi arrivano lo stesso in Europa sotto altre bandiere. Così come una quota rilevante di esportazioni continentali viaggiano in direzione contraria, verso il “pianeta Brics”.
Ma, appunto, le relative transazioni internazionali non possono più avvenire tramite lo Swift, ma devono utilizzare quelle altre piattaforme, diventando “invisibili” all’occhio del ‘Washington consensus’.
Ne risulta che “è lo Swift che non rispecchia più l’universo”.
Ma chi, come la presidenza Biden, come ogni altra “regina cattiva”, in quello specchio continua a vedere la conferma della propria “superiorità” non può che prendere – lei sì – lucciole per lanterne. Ossia decisioni sbagliate che aumentano i terremoti che vanno sconvolgendo il mondo che credeva di aver “globalizzato”, ossia asservito.
Le guerre non cadono dal cielo. Ma arrivano sempre sui piedi di chi le provoca.
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De-eurizzazione e Ri-dollarizzazione o New platforming?
De-eurizzazione e Ri-dollarizzazione o New platforming?
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
Hanno destato grande sorpresa i dati relativi all’andamento delle transazioni internazionali sulla piattaforma SWIFT, la più utilizzata in assoluto: l’utilizzo dell’euro sta letteralmente crollando a favore del dollaro.
Mentre nel maggio del 2021 questo rapporto era stato addirittura favorevole alla moneta unica europea, con il 39% della quota delle transazioni effettuate in euro rispetto al 38,3% effettuate in dollari, da allora il rapporto si è andato invertendo, per precipitare nel luglio scorso: appena il 24,4% delle transazioni era denominata in euro, rispetto al 46,5% denominate in dollari.
Il grafico diffuso in un articolo pubblicato da Bloomberg mostra una accelerazione improvvisa a partire dal precedente mese di giugno, quando le quote delle transazioni in euro erano ancora del 31,2% rispetto al 42% del dollaro: in un solo mese le transazioni in euro sono diminuite sul totale del 6,8%.
Se si prendono come base le transazioni rilevate a gennaio 2023, quando la quota di quelle effettuate in euro rappresentava ancora il 37,9% del totale, la riduzione è stata del 13,5%: il fenomeno è stato interpretato come una sorta di de-eurizzazione da una parte e di re-dollarizzazione dall’altra.
Sarebbe in corso una sorta di abbandono della moneta unica europea a favore di un ritorno alla dominanza assoluta del dollaro: il processo di progressiva ed inarrestabile de-dollarizzazione negli scambi commerciali internazionali non solo si sarebbe arrestato, ma addirittura invertito.
Le quote delle transazioni in yuan, sempre registrate sulla piattaforma Swift, per quanto raddoppiate, rimangono assolutamente irrisorie: a luglio scorso ammontavano al 3% del totale rispetto allo 0,03% del 2010. Non è certo lo yuan ad erodere sullo Swift la quota dell’euro.
Su Scenari Economici è stato rilevato che a danno dell’euro avrebbero giocato le minori transazioni commerciali con la Russia, derivanti dalle sanzioni che sono state rese molto più severe rispetto a quelle già irrogate dopo l'annessione della Crimea: le importazioni di gas, che venivano pagate in euro, sono state praticamente azzerate.
Eurostat conferma questo dato: nel periodo gennaio-agosto 2023, le importazioni dell’Unione europea dalla Russia sono ammontate ad appena 36,1 miliardi di euro mentre erano state di 154,1 miliardi di euro nel corrispondente periodo del 2022, con una riduzione del 76,6%.
C’è da dire, al riguardo, che il totale delle importazioni della Ue da Paesi extra Ue nel periodo gennaio-agosto 2023, fa riferimento ad un periodo di tempo che comprende anche le rilevazioni delle transazioni commerciali effettuate su Swift che arrivano al mese di luglio di quest’anno.
Il totale di queste importazioni della Ue è passato dai 1.968 miliardi di euro del periodo gennaio-agosto 2022 ai 1.701 miliardi del corrispondente periodo di quest’anno, con una riduzione di 267 miliardi di euro. In particolare, quelle di prodotti energetici, che è ragionevole ritenere siano state pagate in dollari e non più in euro come quelle che in precedenza erano provenienti dalla Russia, si sono ridotte da 542 miliardi a 371 miliardi di euro (-31,5%).
Sembra quindi che la maggior quota di transazioni in dollari registrata di recente su Swift rispetto a quelle in euro non dovrebbe dipendere dall’andamento delle importazioni europee, e soprattutto di quelle per prodotti energetici, pagate in dollari, che sono drasticamente diminuite.
C’è una altra ipotesi da prendere in considerazione per giustificare gli andamenti di ri-dollarizzazione e di de-eurizzazione delle transazioni rilevate sullo Swift: il processo di deplatforming, di abbandono di questa tradizionale piattaforma da parte dei Paesi BRICS.
In pratica, se questi Paesi avessero già cominciato ad usare massicciamente le nuove piattaforme di transazione commerciale internazionale in alternativa allo Swift per regolare le loro transazioni commerciali bilaterali, si spiegherebbero sia il maggior peso del dollaro sia il minor peso dell’euro: se fosse stato abbandonato dai BRICS, è lo Swift che non rispecchia più l’universo.
Il divieto di utilizzare la piattaforma Swift, che è stato comminato come sanzione prima nei confronti dell’Iran e poi della Russia, ha accelerato il processo di creazione e l’utilizzo di due piattaforme alternative:
- CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), gestito dalla People’s Bank of China e basato sulla valuta cinese, che è usato da circa 1.300 banche, soprattutto in Africa, Giappone e Russia;
- SPFS (System for Transfer of Financial Messages) un sistema russo usato, prevalentemente sul mercato interno, cui aderiscono 400 banche russe e altre straniere di Armenia, Bielorussia, Germania, Kazakistan, Kirghizistan e Svizzera.
In pratica, i BRICS diventerebbero progressivamente autonomi: non solo per quanto riguarda le transazioni bancarie internazionali con piattaforme alternative allo Swift, ma anche per la regolazione delle transazioni valutarie mediante sistemi di swap tra le rispettive Banche centrali che si scambierebbero vicendevolmente dotazioni di moneta da usare per il commercio.
In Argentina, un apposito Accordo di swap tra il Banco National e la Banca del Popolo cinese, consente al primo di avere la disponibilità di yuan da cedere alle proprie banche per finanziare le importazioni di merci dalla Cina, così come consente alla seconda di avere a disposizione peso da cedere alle proprie banche per finanziare le importazioni di merci dall’Argentina.
In pratica, non solo non si ricorrerà al dollaro come valuta per regolare le rispettive transazioni, ma non ci si dovrà neppure indebitare in dollari per finanziarle. Alla fine del periodo biennale, se le importazioni dei due Paesi saranno state bilanciate, gli yuan saranno ritornati in Cina ed i peso saranno tornati in Argentina.
Una eventuale differenza, nel caso di un commercio non perfettamente bilanciato, sarà regolata tra le due Banche centrali alle condizioni già predeterminate.
Questa sarebbe la spiegazione: se i BRICS abbandonano la piattaforma Swift per usare quelle alternative per gestire le loro transazioni bilaterali ed anche i Paesi europei iniziano ad usarle per gestire i loro rapporti commerciali con i BRICS, ne deriva l’effetto di de-eurizzazione e di re-dollarizzazione delle transazioni rilevato sullo Swift.
Fonte
18/09/2023
Il declino del petrodollaro
di Domenico Moro
L’egemonia degli Usa a livello geopolitico si basa in parte sul fatto che la loro valuta, il dollaro, è moneta di riserva internazionale. Le banche centrali di tutto il mondo, specie quelle estremo orientali e delle petromonarchie arabe, detengono una grande quantità di dollari come riserva da utilizzare in caso di bisogno. In particolare, vengono acquistati dollari sotto forma di titoli di Stato statunitensi, permettendo così agli Usa di indebitarsi a loro piacimento. Un pilastro dell’egemonia del dollaro è il legame con il petrolio, la più importante delle materie prime, che viene venduto in dollari, da cui il termine di petrodollaro. Questo legame, però, recentemente è stato messo in crisi dalle sanzioni che gli Usa hanno messo in atto specialmente contro la Russia in occasione della guerra in Ucraina.
Ma andiamo con ordine e vediamo l’origine del petrodollaro. Nel 1971 il presidente statunitense Nixon aveva sganciato il dollaro dall’oro: i paesi che esportavano negli Usa non avrebbero più avuto la possibilità di essere pagati in oro, convertendo i dollari nel minerale prezioso. Nel 1973, sempre Nixon aveva stabilito un accordo con il re dell’Arabia Saudita, Faisal bin Abdulaziz Al Saud, per sostenere con il petrolio il dollaro, ormai sganciato dall’oro. L’Arabia Saudita si impegnava a vendere il proprio petrolio in dollari, in cambio gli Usa si impegnavano a difendere la sicurezza del regno, rifornendolo di armi e garantendo appoggio militare in caso di necessità.
Dopo cinquant’anni questo accordo sembra essere stato messo in crisi dall’avvento di un nuovo multipolarismo. Le sanzioni hanno giocato un ruolo importante, perché il dollaro è una moneta fiat, cioè basata sulla fiducia, in questo caso sulla fiducia che gli altri Paesi e le loro banche centrali ripongono nel governo degli Usa. È proprio questa fiducia che recentemente è stata incrinata. Infatti, gli Usa hanno espulso la Russia dal sistema di pagamenti internazionale Swift e soprattutto bloccato in Europa e Usa la metà (circa 300 miliardi di dollari) delle riserve internazionali della banca centrale russa. Questo ha messo sull’avviso tutte le banche centrali dei Paesi che hanno riserve in dollari in Europa e Usa, dato che l’azione sanzionatoria statunitense dimostra che queste riserve sono tutt’altro che sicure e che sono soggette agli umori politici del governo degli Stati Uniti.
Quindi, numerosi Paesi non hanno più molto interesse a che il dollaro sia valuta di scambio internazionale. Di conseguenza il dollaro non domina più incontrastato gli scambi internazionali di petrolio, che sempre di più avvengono in valute diverse dal dollaro. Secondo JP Morgan, già ora un quinto di tutte le transazioni di petrolio mondiali avviene in altre valute. Questa quota dovrebbe allargarsi con l’ingresso di tre forti produttori di petrolio, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran, nella cerchia dei Brics, il club delle economie emergenti che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.
Questi tre Paesi entreranno, a partire dal 1° gennaio 2024, insieme ad Argentina, Egitto ed Etiopia, nei Brics, che a questo punto raccoglieranno una parte importante dei maggiori esportatori e importatori mondiali di petrolio, che sono accomunati dal desiderio, per diverse ragioni, di ridimensionare il ruolo del dollaro e delle istituzioni economiche internazionali che ne sostengono il ruolo di moneta egemone. I Brics hanno anche una banca, la Nuova banca di sviluppo, presieduta da Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile, che punta a sostenere le economie emergenti con aiuti in valute differenti dal dollaro. In questo modo molti Paesi periferici vengono sottratti all’influenza di istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che sono controllate dagli Usa e dai Paesi del G7, l’altro club internazionale che, oltre agli Usa, riunisce Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada e che si pone in competizione con i Brics.
Intanto, il ruolo del dollaro viene ridimensionato anche nei mercati finanziari collegati al petrolio. Qui l’influenza del dollaro nell’andamento dei prezzi del barile di petrolio sta venendo meno. In particolare viene meno quella correlazione inversa per la quale quando il dollaro si rafforzava il prezzo del petrolio calava. Sempre più spesso capita che il prezzo del petrolio salga nel mentre il dollaro si apprezza nei confronti di altre valute, penalizzando così doppiamente i paesi importatori di petrolio come l’Italia. Secondo JP Morgan, tra il 2005 e il 2013 un aumento dell’1% del dollaro provocava un ribasso del 3% del prezzo internazionale del petrolio. Invece, tra 2014 e 2022 provocava una discesa di appena lo 0,2%. La ragione di questo cambiamento, sempre secondo JP Morgan, sta nelle prime sanzioni statunitensi elevate contro la Russia nel 2014, in occasione dell’annessione della Crimea, che hanno provocato l’aumento degli acquisti del petrolio russo in valute differenti dal dollaro.
Il divorzio tra dollaro e petrolio ha effetti collaterali sul debito pubblico Usa, dal momento che spesso i petrodollari sono stati riciclati in titoli di Stato statunitensi, contribuendo a rafforzare lo status di valuta di riserva internazionale del biglietto verde. I Paesi petroliferi hanno ridotto gli acquisti di titoli di stato Usa anche in periodo di rialzo delle quotazioni del petrolio. In particolare l’Arabia Saudita l’anno scorso ha incassato dalle vendite di petrolio la cifra record di 326 miliardi di dollari, ma allo stesso tempo ha venduto titoli di Stato Usa, riducendone il valore in portafoglio ai minimi da sei anni (108,1 miliardi di dollari a giugno). Particolarmente significative sono state le parole pronunciate al forum di Davos dal ministro delle Finanze saudita, Mohammed Al-Jadaan, secondo cui l’Arabia Saudita: “non ha alcun problema a discutere come regolare gli accordi commerciali, in dollari statunitensi, in euro, o in riyal sauditi”[i]. Queste parole del ministro saudita mettono la pietra tombale sul petrodollaro. Intanto i rapporti dell’Arabia Saudita con la Cina e in parte con la Russia si fanno sempre più stretti. A dimostrarlo è anche il ruolo di mediazione svolto dalla Cina nel recente avvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran, che da lungo tempo erano rivali nell’area del Golfo persico e che ora sono entrati entrambi nei Brics.
Tra i Paesi che si stanno muovendo per attenuare l’isolamento economico della Russia ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti e l’India che è divenuta uno dei maggiori importatori di petrolio russo, pagato anche in rupie e dirham emiratini. L’Iraq, altro importante produttore di petrolio, ha annunciato che accetterà pagamenti in yuan renminbi dalla Cina. Quest’ultima, intanto, a marzo per la prima volta nella storia ha effettuato più transazioni commerciali internazionali con la propria valuta che con il dollaro. Sempre a marzo la Cina ha comprato per la prima volta in yuan gas liquefatto da una compagnia francese, TotalEnergies, attraverso la Borsa petrolifera e del gas naturale di Shangai, dove, fra l’altro, si negoziano future sul petrolio denominati in valuta cinese. Proprio la borsa di Shangai è uno degli strumenti utilizzati dalla Cina per incrinare il predominio del dollaro sui mercati finanziari e favorire l’ascesa dello yuan come valuta internazionale.
Per ora il dollaro è senza rivali come valuta di riserva anche se la sua quota nelle riserve delle banche centrali è calata dal 71% del 1999 al 59% del 2022, secondo il Fondo monetario internazionale. Ad ogni modo, la tendenza alla de-dollarizzazione non è mai stata così forte come ora. A dimostrarlo è anche l’accumulo di riserve in oro da parte delle banche centrali a ritmi che non si vedevano dal 1950. Se il petrodollaro continua il suo declino, come sembra dall’analisi del mercato del petrolio, la de-dollarizzazione prosegue e con essa il declino del dollaro come valuta di riserva mondiale, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti. Soprattutto per la gestione del loro doppio debito, quello pubblico e quello commerciale, che di fatto gli permette di vivere al di sopra delle proprie possibilità a spese del resto del mondo.
Fonte
L’egemonia degli Usa a livello geopolitico si basa in parte sul fatto che la loro valuta, il dollaro, è moneta di riserva internazionale. Le banche centrali di tutto il mondo, specie quelle estremo orientali e delle petromonarchie arabe, detengono una grande quantità di dollari come riserva da utilizzare in caso di bisogno. In particolare, vengono acquistati dollari sotto forma di titoli di Stato statunitensi, permettendo così agli Usa di indebitarsi a loro piacimento. Un pilastro dell’egemonia del dollaro è il legame con il petrolio, la più importante delle materie prime, che viene venduto in dollari, da cui il termine di petrodollaro. Questo legame, però, recentemente è stato messo in crisi dalle sanzioni che gli Usa hanno messo in atto specialmente contro la Russia in occasione della guerra in Ucraina.
Ma andiamo con ordine e vediamo l’origine del petrodollaro. Nel 1971 il presidente statunitense Nixon aveva sganciato il dollaro dall’oro: i paesi che esportavano negli Usa non avrebbero più avuto la possibilità di essere pagati in oro, convertendo i dollari nel minerale prezioso. Nel 1973, sempre Nixon aveva stabilito un accordo con il re dell’Arabia Saudita, Faisal bin Abdulaziz Al Saud, per sostenere con il petrolio il dollaro, ormai sganciato dall’oro. L’Arabia Saudita si impegnava a vendere il proprio petrolio in dollari, in cambio gli Usa si impegnavano a difendere la sicurezza del regno, rifornendolo di armi e garantendo appoggio militare in caso di necessità.
Dopo cinquant’anni questo accordo sembra essere stato messo in crisi dall’avvento di un nuovo multipolarismo. Le sanzioni hanno giocato un ruolo importante, perché il dollaro è una moneta fiat, cioè basata sulla fiducia, in questo caso sulla fiducia che gli altri Paesi e le loro banche centrali ripongono nel governo degli Usa. È proprio questa fiducia che recentemente è stata incrinata. Infatti, gli Usa hanno espulso la Russia dal sistema di pagamenti internazionale Swift e soprattutto bloccato in Europa e Usa la metà (circa 300 miliardi di dollari) delle riserve internazionali della banca centrale russa. Questo ha messo sull’avviso tutte le banche centrali dei Paesi che hanno riserve in dollari in Europa e Usa, dato che l’azione sanzionatoria statunitense dimostra che queste riserve sono tutt’altro che sicure e che sono soggette agli umori politici del governo degli Stati Uniti.
Quindi, numerosi Paesi non hanno più molto interesse a che il dollaro sia valuta di scambio internazionale. Di conseguenza il dollaro non domina più incontrastato gli scambi internazionali di petrolio, che sempre di più avvengono in valute diverse dal dollaro. Secondo JP Morgan, già ora un quinto di tutte le transazioni di petrolio mondiali avviene in altre valute. Questa quota dovrebbe allargarsi con l’ingresso di tre forti produttori di petrolio, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran, nella cerchia dei Brics, il club delle economie emergenti che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.
Questi tre Paesi entreranno, a partire dal 1° gennaio 2024, insieme ad Argentina, Egitto ed Etiopia, nei Brics, che a questo punto raccoglieranno una parte importante dei maggiori esportatori e importatori mondiali di petrolio, che sono accomunati dal desiderio, per diverse ragioni, di ridimensionare il ruolo del dollaro e delle istituzioni economiche internazionali che ne sostengono il ruolo di moneta egemone. I Brics hanno anche una banca, la Nuova banca di sviluppo, presieduta da Dilma Rousseff, ex presidente del Brasile, che punta a sostenere le economie emergenti con aiuti in valute differenti dal dollaro. In questo modo molti Paesi periferici vengono sottratti all’influenza di istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, che sono controllate dagli Usa e dai Paesi del G7, l’altro club internazionale che, oltre agli Usa, riunisce Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canada e che si pone in competizione con i Brics.
Intanto, il ruolo del dollaro viene ridimensionato anche nei mercati finanziari collegati al petrolio. Qui l’influenza del dollaro nell’andamento dei prezzi del barile di petrolio sta venendo meno. In particolare viene meno quella correlazione inversa per la quale quando il dollaro si rafforzava il prezzo del petrolio calava. Sempre più spesso capita che il prezzo del petrolio salga nel mentre il dollaro si apprezza nei confronti di altre valute, penalizzando così doppiamente i paesi importatori di petrolio come l’Italia. Secondo JP Morgan, tra il 2005 e il 2013 un aumento dell’1% del dollaro provocava un ribasso del 3% del prezzo internazionale del petrolio. Invece, tra 2014 e 2022 provocava una discesa di appena lo 0,2%. La ragione di questo cambiamento, sempre secondo JP Morgan, sta nelle prime sanzioni statunitensi elevate contro la Russia nel 2014, in occasione dell’annessione della Crimea, che hanno provocato l’aumento degli acquisti del petrolio russo in valute differenti dal dollaro.
Il divorzio tra dollaro e petrolio ha effetti collaterali sul debito pubblico Usa, dal momento che spesso i petrodollari sono stati riciclati in titoli di Stato statunitensi, contribuendo a rafforzare lo status di valuta di riserva internazionale del biglietto verde. I Paesi petroliferi hanno ridotto gli acquisti di titoli di stato Usa anche in periodo di rialzo delle quotazioni del petrolio. In particolare l’Arabia Saudita l’anno scorso ha incassato dalle vendite di petrolio la cifra record di 326 miliardi di dollari, ma allo stesso tempo ha venduto titoli di Stato Usa, riducendone il valore in portafoglio ai minimi da sei anni (108,1 miliardi di dollari a giugno). Particolarmente significative sono state le parole pronunciate al forum di Davos dal ministro delle Finanze saudita, Mohammed Al-Jadaan, secondo cui l’Arabia Saudita: “non ha alcun problema a discutere come regolare gli accordi commerciali, in dollari statunitensi, in euro, o in riyal sauditi”[i]. Queste parole del ministro saudita mettono la pietra tombale sul petrodollaro. Intanto i rapporti dell’Arabia Saudita con la Cina e in parte con la Russia si fanno sempre più stretti. A dimostrarlo è anche il ruolo di mediazione svolto dalla Cina nel recente avvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran, che da lungo tempo erano rivali nell’area del Golfo persico e che ora sono entrati entrambi nei Brics.
Tra i Paesi che si stanno muovendo per attenuare l’isolamento economico della Russia ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti e l’India che è divenuta uno dei maggiori importatori di petrolio russo, pagato anche in rupie e dirham emiratini. L’Iraq, altro importante produttore di petrolio, ha annunciato che accetterà pagamenti in yuan renminbi dalla Cina. Quest’ultima, intanto, a marzo per la prima volta nella storia ha effettuato più transazioni commerciali internazionali con la propria valuta che con il dollaro. Sempre a marzo la Cina ha comprato per la prima volta in yuan gas liquefatto da una compagnia francese, TotalEnergies, attraverso la Borsa petrolifera e del gas naturale di Shangai, dove, fra l’altro, si negoziano future sul petrolio denominati in valuta cinese. Proprio la borsa di Shangai è uno degli strumenti utilizzati dalla Cina per incrinare il predominio del dollaro sui mercati finanziari e favorire l’ascesa dello yuan come valuta internazionale.
Per ora il dollaro è senza rivali come valuta di riserva anche se la sua quota nelle riserve delle banche centrali è calata dal 71% del 1999 al 59% del 2022, secondo il Fondo monetario internazionale. Ad ogni modo, la tendenza alla de-dollarizzazione non è mai stata così forte come ora. A dimostrarlo è anche l’accumulo di riserve in oro da parte delle banche centrali a ritmi che non si vedevano dal 1950. Se il petrodollaro continua il suo declino, come sembra dall’analisi del mercato del petrolio, la de-dollarizzazione prosegue e con essa il declino del dollaro come valuta di riserva mondiale, con conseguenze disastrose per gli Stati Uniti. Soprattutto per la gestione del loro doppio debito, quello pubblico e quello commerciale, che di fatto gli permette di vivere al di sopra delle proprie possibilità a spese del resto del mondo.
Fonte
18/08/2023
Gas naturale - La Russia è ancora il terzo fornitore europeo, l'Algeria il secondo
Esistono le notizie date come cortine fumogene ed esiste la situazione reale. Nonostante gli attentati ai gasdotti o gli innumerevoli pacchetti di sanzioni comminati dall’Unione Europea alla Russia, questa è ancora il terzo fornitore di gas per l’economia europea. Ed è preceduta da un altro paese non sempre bendisposto verso gli europei come l’Algeria, salita al secondo posto.
Al primo c’è la Norvegia, paese membro della Nato
Secondo la ben informata Agenzia Nova, questo è quanto emerso dai dati più recenti pubblicati il 13 agosto, su X (ex piattaforma Twitter), da Wael Hamed Abdel-Moati, esperto dell’industria del gas presso l’Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio (Oapec).
Abdel-Moati ha pubblicato una mappa dei flussi di importazione di gas tramite gasdotti verso i Paesi dell’Unione Europea, basata sugli ordini di acquisto registrati fino a domenica 13 agosto 2023. Questi ordini coprono esclusivamente il gas esportato attraverso i gasdotti, mentre le spedizioni di gas naturale liquefatto non sono incluse.
Secondo la stessa mappa, la Norvegia si è posizionata al primo posto con un flusso massimo di 252,9 milioni di metri cubi al giorno, seguita dall’Algeria al secondo posto con una portata giornaliera di 92 milioni di metri cubi.
Nella classifica la Russia si è posizionata al terzo posto con una portata giornaliera di 82 milioni di metri cubi, segnando uno dei valori più elevati dall’inizio dell’anno.
L’Azerbaigian si colloca al quarto posto con un flusso di 21 milioni di metri cubi al giorno, un dato inferiore rispetto ai suoi livelli consueti, come rilevato dall’esperto Wael Hamed Abdel-Moati. Per quanto riguarda la quinta posizione, la Libia contribuisce con una portata giornaliera di gas pari a 5,3 milioni di metri cubi.
In merito al volume totale di gas che scorre verso i Paesi dell’Unione Europea, la cifra si attesta a 453 milioni di metri cubi al giorno, come evidenziato dall'esperto dell’Oapec (165 miliardi di metri cubi all’anno).
L’accordo appena siglato dall’Unione Europea con l’Amministrazione Biden prevede un aumento delle importazioni di gas naturale dagli Stati Uniti fino ad arrivare ad un import di 50 miliardi di metri cubi entro il 2030. Fatevi due conti su quanto le sanzioni alla Russia abbiano danneggiato l’approvvigionamento energetico della UE.
Fonte
Al primo c’è la Norvegia, paese membro della Nato
Secondo la ben informata Agenzia Nova, questo è quanto emerso dai dati più recenti pubblicati il 13 agosto, su X (ex piattaforma Twitter), da Wael Hamed Abdel-Moati, esperto dell’industria del gas presso l’Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio (Oapec).
Abdel-Moati ha pubblicato una mappa dei flussi di importazione di gas tramite gasdotti verso i Paesi dell’Unione Europea, basata sugli ordini di acquisto registrati fino a domenica 13 agosto 2023. Questi ordini coprono esclusivamente il gas esportato attraverso i gasdotti, mentre le spedizioni di gas naturale liquefatto non sono incluse.
Secondo la stessa mappa, la Norvegia si è posizionata al primo posto con un flusso massimo di 252,9 milioni di metri cubi al giorno, seguita dall’Algeria al secondo posto con una portata giornaliera di 92 milioni di metri cubi.
Nella classifica la Russia si è posizionata al terzo posto con una portata giornaliera di 82 milioni di metri cubi, segnando uno dei valori più elevati dall’inizio dell’anno.
L’Azerbaigian si colloca al quarto posto con un flusso di 21 milioni di metri cubi al giorno, un dato inferiore rispetto ai suoi livelli consueti, come rilevato dall’esperto Wael Hamed Abdel-Moati. Per quanto riguarda la quinta posizione, la Libia contribuisce con una portata giornaliera di gas pari a 5,3 milioni di metri cubi.
In merito al volume totale di gas che scorre verso i Paesi dell’Unione Europea, la cifra si attesta a 453 milioni di metri cubi al giorno, come evidenziato dall'esperto dell’Oapec (165 miliardi di metri cubi all’anno).
L’accordo appena siglato dall’Unione Europea con l’Amministrazione Biden prevede un aumento delle importazioni di gas naturale dagli Stati Uniti fino ad arrivare ad un import di 50 miliardi di metri cubi entro il 2030. Fatevi due conti su quanto le sanzioni alla Russia abbiano danneggiato l’approvvigionamento energetico della UE.
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