Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/01/2026

È scomparso Guido Salerno Aletta

Abbiamo appreso con vero sconcerto l’improvvisa scomparsa di Guido Salerno Aletta, analista economico da cui abbiamo appreso molto e ripreso diversi giudizi.

Non era ovviamente del “nostro giro”, ma certamente è stato uno dei pochi a ragionare in modo davvero indipendente e scientifico su molti dei passaggi più importanti degli ultimi trenta anni.

E siccome la scienza cerca sempre la verità – ossia la corrispondenza tra concetto elaborato dall’uomo e fenomeno reale – molte delle sue osservazioni si rivelavano in senso lato “rivoluzionarie”, a prescindere dalle testate con cui collaborava (MilanoFinanza, TeleBorsa, ecc).

Ex alto funzionario del Senato, della Ragioneria Generale e segretario generale del Ministero delle Comunicazioni, nonché vicesegretario generale di Palazzo Chigi, Salerno Aletta è stato un critico attento e implacabile delle politiche di austerità e del “cinismo contabile” tedesco, che ha contribuito enormemente alla compressione dei salari in tutto il continente e contemporaneamente a deindustrializzare tutta l’Europa e infine la stessa Germania.

Mancherà a noi e ai nostri lettori la sua lucidità e pacatezza.

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19/05/2025

Italia a marcia indietro

Un’analisi spietata del “modello economico” italiano ed europeo. Ma fatta su un giornale economico, non su un opuscolo “antagonista”. La miseria profonda del capitalismo nazionale emerge ormai senza alcun velo.

Non c’è molto da aggiungere, anche se crediamo che il risultato dei referendum sul jobs act – anche se non cambierebbero la situazione dei salari, nell’immediato – potrebbero diventare una spinta politica per rimuovere la “passività” dei lavoratori, che sembrano da anni tramortiti da una condizione di vita e reddituale ai limiti della sopravvivenza.

Buona lettura. E tenete d’occhio i corsivi...

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di Guido Salerno Aletta

Prima i numeri, che già da soli dicono tutto: perché questo è il risultato di mezzo secolo di polemiche sull’“alto costo del lavoro” in Italia, il problema che veniva sbandierato come la fonte di tutti i mali.

A valori concatenati con anno di riferimento il 2020, e quindi sterilizzando la dinamica dei prezzi [facendo comunque finta che l’inflazione reale, per i redditi bassi, sia davvero quella ufficiale registrata dall’Istat, ndr], la spesa per consumi finali delle famiglie italiane era stata nel 2007 di 1.111 miliardi di euro, un livello mai registrato successivamente. Diciassette anni dopo, nel 2024, è stata ancora di appena 1.085 miliardi, dunque inferiore del 2%.

La spesa per consumi finali delle P.A. è rimasta inchiodata per via della ultradecennale questione del debito insostenibile, passando da 364 miliardi del 2007 ai 363 miliardi di euro del 2024 [anche qui, probabilmente, lo scarto rispetto all’inflazione ufficiale è sensibilmente maggiore, ndr].

Gli investimenti fissi netti, quelli che si aggiungono al rimpiazzo degli esistenti, sono crollati: passando dai +99 miliardi del 2007 ad un valore negativo che è stato registrato continuamente dal 2012 al 2020. Il che significa che per otto anni di fila è stata ridotta la dotazione degli investimenti fissi esistenti per l’importo cumulato pazzesco di 185 miliardi.

Ancora nel 2023 e 2024, nonostante il contributo del PNRR, gli investimenti netti sono stati ancora inferiori a quelli del 2007, rispettivamente pari a 85 ed a 83 miliardi.

Le esportazioni di beni e servizi (fob) sono invece passate dai 492 miliardi del 2007 ai 605 miliardi del 2024, con un incremento di 113 miliardi, ovvero del 23% rispetto al dato iniziale.

Sono dunque referendum praticamente inutili, quelli che si svolgeranno ai primi di giugno con l’obiettivo ampiamente condivisibile di difendere i lavoratori sotto il profilo legale, eliminando da una parte le normative che a partire dal Jobs Act hanno ridotto le tutele reali nei confronti dei licenziamenti illegittimi, e dall’altra quelle che hanno reso via via sempre più semplici le assunzioni temporanee.

Anche se venissero approvati e conseguentemente abrogate le normative messe in discussione, i risultati concreti sarebbero pressoché nulli sia in termini di maggiore occupazione che di salari più elevati. La possibilità di aumentarli dipende dall’incremento della produttività del lavoro: cioè dal fatto di essere stati capaci di “produrre di più” per ogni ora lavorata.

Ma, in Italia, questa dinamica è stagnante per una ragione precisa: le imprese non investono per produrre di più, o per produrre merci o servizi di migliore qualità da vendere a prezzi superiori, il che consentirebbero loro un aumento dei margini di ricavo e di conseguenza un aumento dei salari. Per vendere, puntano sulla competitività, e l’unico fattore di costo su cui possono agire liberamente è il salario.

La ragione di questo disastro sta nel modello economico, profondamente sbagliato, che è stato adottato in Italia da diciassette anni a questa parte, a partire dalla Grande Crisi Finanziaria americana del 2008: la deflazione dei salari è divenuta il modello di riferimento di un Paese in cui mancano drammaticamente gli investimenti netti, quelli che accrescono o migliorano la quantità e la qualità del prodotto.

Le imprese italiane si limitano a rimpiazzare gli impianti ed i macchinari esistenti per rendere più efficiente la produzione, con una conseguenza pericolosissima: visto che la domanda interna è stagnante per via dei salari che non crescono, devono puntare tutto sulle esportazioni, e così la tenuta di interi comparti produttivi, dall’alimentare alla meccanica, dipende dalla domanda estera.

Con la crisi del modello tedesco e con la guerra dei dazi in corso, c’è ben poco da stare tranquilli. Con i costi elevati del credito bancario e dell’energia, c’è da tirare ancora la cintura.

Come se tutto questo non bastasse, l’attivo commerciale strutturale dell’Italia viene reinvestito in asset finanziari all’estero, con impieghi diretti o di portafoglio: per la prima volta nella Storia, siamo diventati creditori netti ed esportatori di capitali. Finanziamo dunque le economie dei nostri competitori.

Ecco perché l’Italia non cresce, anzi si è profondamente impoverita da diciassette anni a questa parte.

Ecco perché i salari italiani sono bassi: più che merci e servizi, esportiamo lavoro a basso costo.

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14/05/2025

Il conflitto indo-pakistano si intreccia con la guerra dei dazi

Altro che “odio atavico”, come provano a metterla giù i media mainstream. Le tensioni tra Pakistan e India hanno solide ragioni fatte di interessi, “condite” con le spezie della rivalità religiosa e dell’indeterminatezza dei confini nel Kashmir.

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di Guido Salerno Aletta

Sullo sfondo c’è il problema del riequilibrio delle relazioni commerciali tra India e Stati Uniti, in cui l’attivo strutturale della prima è ragguagliabile per entità a quello dell’Italia

La tendenza al riposizionamento dell’India nei confronti degli Usa è stata dirompente per gli equilibri del sub-continente, precari da decenni per via degli interessi contrapposti rispetto a quelli del Pakistan e della Cina che competono a loro volta strumentalmente per il controllo del Kashmir, una regione che si trova al crocevia di questi tre Paesi.

Mentre il Pakistan ha la necessità di un ampio confine diretto con la Cina, rispetto a cui è fondamentale in vista di uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano al fine di superare un eventuale blocco navale dello Stretto di Malacca, così l’India cerca a tutti i costi di interrompere questo canale di traffico commerciale e rappresenta per gli Usa un’alternativa rispetto alla Cina come futura fabbrica del mondo, in grado com’è di coniugare il basso costo del lavoro con la capacità di padroneggiare a pieno le tecnologie informatiche.

L’incontro del 12 febbraio scorso a Washington tra il premier indiano Narendra Modi e il presidente Donald Trump, e la successiva visita di quattro giorni a New Delhi del vicepresidente JD Vance, iniziata il 22 aprile, per approfondire i temi di comune interesse commerciale e strategico, hanno suscitato la volontà di sabotare questo riavvicinamento che in prospettiva rafforzerebbe notevolmente l’India ai danni del Pakistan: non è dunque casuale la coincidenza delle date.

Gli attacchi terroristici

È stata portata a termine lo stesso 22 aprile l’operazione terroristica compiuta a Pahalgam, una località del Kashmir sotto amministrazione indiana e in cui agisce il Fronte della Resistenza, che fa parte del gruppo islamista Lashkar-e-Taiba: sono stati infatti uccisi a sangue freddo ben 26 uomini di religione induista, riconosciuti come tali nell’ambito di un più numeroso gruppo di turisti per non essere circoncisi e per non aver saputo recitare a memoria alcuni versetti del Corano. Un’azione studiata in ogni dettaglio per obbligare l’India a rispondere con durezza e far deflagrare nuovamente il conflitto con il Pakistan.

All’immediata reazione del governo Modi, che non ha creduto alle dichiarazioni di estraneità rese da Islamabad dando il via al bombardamento di supposte infrastrutture terroristiche in territorio pakistano e determinando 8 vittime e 35 feriti tra i civili, è seguito un confronto tra le due aviazioni militari nel corso del quale sarebbero stati abbattuti ben cinque caccia indiani: tre Rafale di fabbricazione francese e due vecchi velivoli russi, un Mig e un Sukhoi. Sarebbe stato tutto merito dei caccia forniti al Pakistan dalla Cina: un’umiliazione cocente per Delhi, che ha continuato il fuoco di artiglieria a Poonch nel Kashmir, e a Bahawalpur nel Punjab.

La reazione della comunità internazionale

Il conflitto ad alta intensità che si prospetta tra India e Pakistan viene considerato con viva apprensione dalla comunità internazionale. La preoccupazione delle cancellerie è stata corale: il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha ricordato l’«immediata e dura condanna espressa nei confronti dell’atto terroristico di Pahalgam e la necessità che le parti evitino l’escalation»; il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di essere «profondamente preoccupato per l’escalation del confronto militare», esortando «le parti a esercitare moderazione per evitare un ulteriore deterioramento» della situazione e ha detto di sperare che le tensioni possano «essere risolte con mezzi pacifici e diplomatici»; il ministro del Commercio britannico Jonathan Reynolds ha affermato che il suo governo «è pronto ed in grado di intervenire in ogni modo per favorire una de-escalation», mentre il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lin Jian ha confermato che il suo Paese «è pronto a lavorare con la comunità internazionale e continuiamo a svolgere un ruolo costruttivo nell’allentare le attuali tensioni».

Ancora più preoccupata è stata la reazione di Trump, che ha espresso la speranza che gli scontri si concludano rapidamente, sottolineando che si tratta di una questione che si trascina da numerosi decenni, se non da secoli: con questa precisazione ha voluto allontanare ogni sospetto circa la coincidenza tra l’azione terroristica e la visita del suo vice a Delhi.

Sullo sfondo c’è il problema del riequilibrio delle relazioni commerciali tra India e Stati Uniti, in cui l’attivo strutturale della prima è ragguagliabile per entità a quello dell’Italia, cifrandosi attorno ai 40 miliardi di dollari annui: un obiettivo statunitense che sarebbe particolarmente penalizzante per l’India se dovessero essere abbattute le barriere tariffarie eccezionalmente elevate che vengono praticate per proteggerne il mercato e che sono state duramente stigmatizzate da Trump.

Il problema dei dazi

In mancanza dell’accordo su cui gli Usa premono con impazienza, non solo le esportazioni indiane sarebbero colpite dai dazi compensativi del 27% che sono stati sospesi per tre mesi, ma sarebbero fortemente penalizzate dalla tariffa del 100% anche le produzioni cinematografiche e televisive che minacciano Hollywood.

E se le conseguenze dei dazi compensativi sui prezzi dei farmaci generici sarebbero insostenibili per il consumatore americano e imporrebbero di converso una delocalizzazione delle produzioni dall’India, lo stesso accadrebbe per i prodotti siderurgici e le componenti automobilistiche: i dazi reciproci allo 0% che sono stati appena proposti per queste tre componenti commerciali da Delhi non sarebbero di nessuna utilità per Washington che punta infatti a pattuire la fornitura a pareggio di prodotti petroliferi e di armamenti.

Se quest’ultima è un’eventualità fortemente temuta dal Pakistan, l’amministrazione Usa vede come fumo negli occhi un suo coinvolgimento diretto in un conflitto regionale: su questo conta il terrorismo per soffiare sul fuoco e lasciare Modi sulla graticola del riequilibrio commerciale voluto da Trump.

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29/04/2025

Fabbriche chiuse e scaffali vuoti, così finirà la guerra dei dazi

di Guido Salerno Aletta

Paura e patriottismo scoraggeranno e animeranno i cittadini, tanto i cinesi che gli americani, mentre Pechino risponde con gelidi silenzi e decisioni mirate agli annunci concitati e ai subitanei ripensamenti dei vertici di Washington.

Attorno a questi fattori si sta combattendo la guerra commerciale difensiva nei confronti della Cina che è stata dichiarata personalmente dal presidente americano Donald Trump, su cui si gioca la credibilità delle leadership di entrambi i Paesi: perché è innanzitutto sulla compattezza delle rispettive opinioni pubbliche che si misurerà il consenso popolare e la stabilità politica che sono necessari per vincere questo confronto che punta più sull’orgoglio collettivo che sull’enorme posta economica in gioco, il riequilibrio della produzione tra le due sponde del Pacifico.

Controllare l’opinione pubblica

La misurazione costante delle ricerche effettuate su internet e degli orientamenti prevalenti sui social media sarà essenziale per comprendere le preoccupazioni e gli stati d’animo prevalenti tra i cittadini: controllare l’opinione pubblica sarà fondamentale, come ai tempi dell’emergenza sanitaria per l’epidemia del Covid-19.

Non è casuale, quindi, che Trump abbia dichiarato il 2 aprile, la data dell’annuncio dei dazi compensativi generalizzati che sono imposti sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), come il «Giorno della Liberazione» degli Usa dai soprusi dei Paesi con cui commercia perennemente in passivo.

I continui ripensamenti e poi l’abbassamento dei toni stanno caratterizzando l’atteggiamento statunitense: dopo lo shock dell’annuncio in diretta televisiva mondiale dei dazi compensativi, commisurati all’avanzo commerciale di ciascun Paese, è seguita la sospensione per tre mesi della loro applicazione prevedendo solo la tariffa minima del 10%; subito dopo è stato deciso il raddoppio per ritorsione della misura compensativa prevista nei confronti delle merci cinesi, che ha portato i dazi al 145%; e quindi l’esenzione dei prodotti elettronici e di alta tecnologia che sono indispensabili per il funzionamento dell’economia statunitense.

La marcia indietro

Una marcia indietro che ne ha messo a nudo la debolezza, cui sono seguite dichiarazioni sostanzialmente concilianti verso la Cina da parte del segretario al Tesoro Scott Bessent: più che l’inizio di una de-escalation è il timore di aver compiuto un passo falso avendo dichiarato un vero e proprio embargo nei confronti del principale partner commerciale.

Mentre si diffondono allarmanti le notizie sul blocco delle spedizioni in partenza dai porti cinesi, con un 30% di caduta dei traffici, la politica cinese ha deciso di rispondere con una duplice azione: evitare l’accerchiamento politico da parte americana e rispondere ai dazi con misure sistemiche.

Da una parte, mentre il presidente Xi Jinping, che non ha mai risposto personalmente agli annunci di Trump, si è immediatamente recato in visita ufficiale nei Paesi dell’area, per rinsaldare i rapporti politici ed economici con Vietnam, Malesia e Cambogia, la diplomazia ha lanciato appelli contro il bullismo americano minacciando ritorsioni nei confronti dei Paesi che si coalizzeranno con gli Usa contro la Cina.

Il campo di battaglia

In secondo luogo, il 4 aprile è stato aggiornato l’elenco dei minerali di cui è controllata l’esportazione dalla Cina, aggiungendone altri che sono fondamentali per l’industria come la costruzione dei magneti, ed è stata annunciata la rinuncia alla consegna dei Boeing 737 Max che erano già stati ordinati, essendo divenuti eccessivamente onerosi per via del dazio del 125% che grava sulle importazioni di merci dagli Stati Uniti. Finito il tempo degli annunci, il campo di battaglia si sposterà sul terreno dell’economia reale, sulle fabbriche ferme, sugli scaffali vuoti e sui prezzi in aumento.

«Bastarono i frigoriferi vuoti a far collassare l’URSS», affermò un giorno senza alcuna ironia Pino Rauti, rammentando che la penuria di cibo era stata un’arma più devastante degli eserciti dell’Asse. Saranno anche stavolta i cittadini, i protagonisti della guerra commerciale in corso: quelli americani impotenti davanti ai prezzi più che raddoppiati, e quelli cinesi licenziati per il venir meno delle commesse americane. Inorgoglirli di tutto ciò, sarà davvero difficile.

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14/04/2025

La guerra al comunismo cinese con altri mezzi

Sul fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di risolvere i propri problemi (economici e di “presa egemonica” sul mondo) andando alla guerra contro la Cina, ci sono pochi dubbi. Che oltre alle motivazioni di mero interesse finanziario-commerciale stiano giocando anche ragioni di tipo ideologico-politico-strategico, invece, si parla piuttosto poco.

Questa acuta analisi del sempre attento Guido Salerno Aletta, peraltro pubblicata su una testata non sospettabile di filo-comunismo come Milano Finanza, consente di affrontare la fase che stiamo vivendo con qualche informazione in più.

Buona lettura.

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L’obiettivo di Trump è abbattere il Partito comunista cinese

di Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Shock and awe, colpire e terrorizzare imponendo in via generalizzata dazi mostruosi sulle importazioni americane, salvo poi sospenderli temporaneamente con l’obiettivo di dividere il fronte degli interlocutori in vista delle trattative per il riequilibrio del saldo commerciale Usa, ma isolando completamente la Cina.

Nei confronti di Pechino, l’obiettivo di Donald Trump, con i dazi che aumentano di giorno in giorno, è quello di provocarne il collasso produttivo e soprattutto quello politico: non solo le merci già ordinate dai committenti americani non devono più partire dai porti cinesi, perché nessuno sa prevedere quale sarà la misura dei dazi che verranno applicati al momento dello sdoganamento all’arrivo negli Usa, ma si deve bloccare il sistema di produzione e a ritroso l’intera catena degli approvvigionamenti.

Il precedente del crac di Lehman

Occorre creare a tavolino la stessa situazione drammatica che occorse nel 2008 a seguito del fallimento di Lehman Brothers, che determinò il blocco temporaneo del commercio mondiale e che indusse il governo cinese ad adottare misure di assoluta emergenza per compensare le mancate esportazioni con maggiori consumi interni straordinari attivando il duplice volano dell’edilizia residenziale e delle infrastrutture pubbliche.

Misure che hanno creato danni enormi e pericoli gravissimi per la stabilità del sistema cinese: da una parte si scatenò la speculazione finanziaria e dall’altra si crearono le condizioni per forme estese di corruzione politica.

L’intreccio che si era determinato tra l’arbitrio pressoché assoluto nell’individuazione delle aree in cui edificare e il rilascio delle licenze di costruzione, la pianificazione delle opere pubbliche e la scelta degli appaltatori, il controllo a livello locale del credito attraverso i canali ufficiali e gli intrighi dello shadow banking, aveva sconvolto i meccanismi di controllo politico centralizzato: veri e propri sistemi di contro-potere e di criminalità organizzata avevano preso il controllo di intere province.

D’altra parte, il sogno americano è sempre stato quello di portare al collasso il sistema comunista cinese, inizialmente scommettendo sull’incapacità di dominare la crescita convulsa dell’economia che sarebbe derivata dall’apertura dei mercati internazionali. Ora, con la girandola dei dazi, si scommette di provocarne il coma.

C’è un altro aspetto sistemico che va considerato nel processo di riequilibrio deciso da Trump: gli Usa non sono infatti soltanto il compratore globale di ultima istanza, che assorbe il surplus produttivo di una serie sterminata di Paesi che contano sul suo mercato per tenere in piedi il proprio sistema economico e sociale, ma anche il più grande debitore verso il resto del mondo, con titoli federali per 8.526 miliardi di dollari detenuti a gennaio scorso da non residenti. Tutto si tiene, soprattutto per merito degli elevati tassi di interesse che vengono corrisposti a dispetto della Tripla A.

Il problema del debito pubblico

Non solo il Giappone e la Cina, che sono i due principali detentori del debito pubblico americano, con 1.079 e 761 miliardi di dollari, sono stati colpiti da dazi corrispettivi elevatissimi, arrivati al 145% per le merci cinesi e fissati in via corrispettiva al 24% per quelle giapponesi, ma c’è anche Taiwan che dovrebbe subire dazi del 32% e che ha titoli federali per 290 miliardi di dollari.

Lo stesso vale per la Corea del Sud con dazi al 25% e titoli per 122 miliardi di dollari. Tutti hanno in mano uno strumento di pesante condizionamento: non rinnovare i titoli alla scadenza, se non vendendoli anzitempo, minerebbe lo status di invulnerabilità del debito statunitense. Cina e Giappone li stanno già smobilitando da tempo.

La reazione dei mercati finanziari ai dazi americani è stata immediata: la vendita di titoli del Tesoro americano ne ha fatto schizzare in alto i rendimenti, rientrati dopo l’annuncio della sospensione generalizzata dei dazi compensativi. Sarebbe, questa dei tassi, una tortura lenta, incessante e altrettanto feroce: la goccia cinese che porta i debitori allo sfinimento.

I mercati mostrano di seguire logiche ferree: a fronte della prospettiva di una riduzione dei tassi ufficiali da parte della Fed per via del rallentamento dell’inflazione e della messa sotto controllo del debito federale statunitense, che avevano portato il rendimento dei Treasury a 10 anni a scendere dal 4,37% del 27 marzo scorso al 3,87% del 4 aprile, l’annuncio dei dazi da parte di Trump ha fatto schizzare in alto i rendimenti al 4,47% del 9 aprile scorso.

La messa in stand-by dei dazi ha subito ridotto la tensione, ma c’è già chi pretende un più elevato rendimento per i propri capitali nella prospettiva di una più elevata inflazione determinata dai dazi e di più elevate incertezze sistemiche.

D’altra parte, è già successo nell’ultimo trimestre dello scorso anno, con i rendimenti dei Treasury a 10 anni che sono aumentati dal 3,98% di fine settembre al 4,76% dei primi di gennaio 2025, nonostante la Fed avesse ripetutamente ridotto i tassi ufficiali, passando dal 5,5% del luglio fino al 4,5% di metà dicembre: i mercati erano andati per conto loro, avendo rilevato un aumento esponenziale del debito federale, passato dai 35.465 miliardi di dollari di fine settembre ai 36.219 miliardi di fine dicembre, con un incremento di ben 754 miliardi in quel solo trimestre, rispetto ai 34 mila miliardi tondi di fine 2023.

Il dilemma della Federal Reserve

Le banche centrali, prima di tutte la Fed, saranno schiacciate tra la necessità di abbassare i tassi per sostenere le rispettive economie che tendono al rallentamento e l’esigenza di elevarli per contrastare l’aumento dei prezzi determinato dalla introduzione dei dazi.

In queste condizioni, un inevitabile intervento di emergenza della Fed che comprasse titoli federali per plafonare i tassi immettendo nuova liquidità, non farebbe altro che alimentare l’inflazione e ridurre la fiducia nel dollaro. I colpi di scena non mancheranno, ma a rimetterci saranno in tanti.

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24/03/2025

La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania

di Guido Salerno Aletta

Per l’Ucraina non c’è niente da inventarsi, basta replicare la sceneggiatura del Vietnam: dalle partite di ping-pong che riaprirono il dialogo con i cinesi ai tempi di Mao Zedong agli incontri di hockey su ghiaccio ora programmati con i russi di Vladimir Putin, la politica americana sta girando il sequel della grande svolta diplomatica suggerita da Henry Kissinger all’allora presidente Richard Nixon.

Donald Trump sta riproponendo il durissimo processo politico che portó alla fine del conflitto in Vietnam, combattuto in nome di libertà e democrazia a difesa del Sud aggredito dai comunisti del Nord armati dalla Cina.

La via della diplomazia

Anche il presidente ucraino Volodymir Zelensky è rappresentato oggi come un eroe, ricevuto con ogni onore in Occidente, da Londra a Bruxelles: tutto come era stato per Ngô Dinh Diem, il presidente sudvietnamita soprannominato il «Churchill dell’Asia sud-orientale» per l’impegno a difesa dei valori dell’Occidente. Fece una brutta fine, abbandonato da chi tanto lo aveva sostenuto.

I colloqui tra Trump e Vladimir Putin ripropongono il copione kissingeriano con cui l’America propose alla Cina una «porta aperta» sul mondo intero, quella che trent’anni più tardi, nel 2001, le garantí con la presidenza Clinton l’ingresso nel Wto a condizioni di favore: era l’URSS allora il competitor degli Usa, che li aveva surclassati nella corsa allo spazio mentre tesseva ovunque relazioni politiche e militari. D’altra parte oggi è la Cina, e non la Russia, che sfida gli Usa per il ruolo di grande potenza.

Un continuo mutare delle relazioni politiche

Gli Usa abbandonano la strategia di Zbigniew Brezninsky, il consigliere per la sicurezza subentrato ai tempi della presidenza di Jimmy Carter: è stato lui il teorico della destabilizzazione dell’Heartland asiatico e di tutte le altre aree in cui gli Usa non riuscivano a imporsi. Questa è stata la stella polare della politica estera americana a partire dal 1978: un continuum che si è snodato tra l’abbandono dello Scià di Persia Reza Pahalevi e il dissimulato sostegno al rientro a Teheran dell’Ayatollah Khomeini.

Una strategia perseguita col sostegno dato ai Talebani in Afganistan affinché trasformassero l’invasione sovietica in un Vietnam, con le due guerre del Golfo combattute dai Bush e con le Primavere Arabe sostenute da Barack Obama, fino al conflitto in Ucraina che prende le mosse dalla progressiva estensione della Nato, processo che era stato dichiarato inaccettabile da Putin sin dalla Conferenza di Monaco del 2007.

D’altra parte, anche Ronald Reagan non fece altro che perseguire la destabilizzazione dell’URSS, provocandone il collasso: la caduta del Muro di Berlino era stata la sua scommessa e fu il suo trionfo.

La strategia degli Stati Uniti

Ma l’Occidente oggi è profondamente diviso: si marca profonda come mai, oggi, la distanza tra la strategia nei confronti della Russia che viene perseguita da Trump rispetto a quella del premier britannico Keir Starmer. Non solo gli Usa vivono in una dimensione continentale, e coltivano con Trump la prospettiva che fu già di James Monroe di controllarlo tutta emancipando le ex-colonie europee, ma ora tornano a operare come una sorta di pendolo che oscilla dalla Cina alla Russia per evitarne un’ulteriore, pericolosa saldatura.

La Gran Bretagna invece non riesce a superare la sindrome dell’isolamento che la colloca alla periferia dell’Europa obbligandola a intervenire per evitare l'altrettanto pericolosa saldatura tra Germania e Russia che si era palesata durante il lungo cancellierato di Angela Merkel e che si era addirittura estesa alla Cina, la quale aveva superato gli Usa come primo partner commerciale tedesco.

La reazione della Gran Bretagna

Si torna alle radici profonde della Brexit: il premier David Cameron aveva ragione quando si opponeva alle prepotenze della Germania, visto che mentre la City aveva assorbito senza fare un lamento le enormi perdite sui prestiti erogati all’Irlanda, la Germania aveva fatto fuoco e fiamme per sostenere il proprio sistema bancario dopo il default di quello spagnolo e della Grecia intera.

Mancando l’unanimità dell’Unione per via dell’opposizione di Londra, Berlino impose comunque la sottoscrizione di Trattati paralleli per irrigidire le regole di bilancio col Fiscal Compact e per istituire l’Esm, il Fondo Salva-Stati che in realtà serve tuttora a proteggere l’euro dal collasso e dunque a blindare la cassaforte di Berlino.

Davvero troppo per Londra, che si è vendicata di questi soprusi puntando tutto sulla Polonia come antemurale storicamente ostile alla Russia e usando il cuneo dell’Ucraina per dichiararla nemico esistenziale dell’Europa. Tutto per perseguire l’obiettivo di sempre: azzoppare la Germania. Un esito, quest’ultimo, che stavolta non dispiace neppure a Trump: più che tardivo, il riallineamento strategico-militare e fiscale del cancelliere in pectore Friedrich Merz è dunque del tutto inutile, visto che all’asse franco-tedesco è subentrata una nuova entente cordiale, levatrice del nuovo ombrello nucleare che proteggerà l’Europa.

Sta tutta qui la solitudine in cui si trovano le leadership europee: incapaci in più di trent’anni di creare uno strumento di sicurezza collettivo nei confronti della Russia, si sono cullate nella bambagia della Nato e si sono fatte dominare dagli interessi della Germania, unico Paese che si è fatto straricco con l’euro a discapito di tutti gli altri.

Questa Storia non si cancella. E soprattutto non se ne inventa una nuova da un giorno all’altro.

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23/02/2025

La Germania va alle elezioni senza il gas russo: e peserà sul voto

di Guido Salerno Aletta

In Germania si va a votare anticipatamente, dopo tre anni di gravi difficoltà: il vento è cambiato, e le spira violentemente contro da quando il presidente russo Vladimir Putin annunciò, il 24 febbraio 2022, l’invasione della Ucraina: tutte le ragioni strategiche del suo venticinquennale successo economico e finanziario a livello europeo e globale sono venute meno.

Tutto si sta ritorcendo: sotto il profilo economico, Berlino non ha più il gas russo, in passato abbondante e a buon prezzo; la sua industria automobilistica è devastata dalla transizione verso l’elettrico mentre i comparti della metallurgia, della chimica e della meccanica soffrono per gli alti costi energetici; sotto il profilo prospettico, mentre il presidente Donald Trump vuole il riequilibrio dei conti commerciali, la Cina attraversa una fase di crescita meno dinamica e dunque importa meno dalla Germania ed è invece pronta a invadere il mercato europeo per riversarvi le minori esportazioni verso gli Usa dovute ai dazi.

L’Unione Europea è una nave senza nocchiero: annaspa, sforna in continuazione documenti che invocano interventi straordinari di spesa per centinaia di miliardi l’anno. Denari che soprattutto la Germania ha accumulato, ma che assai furbescamente ha impiegato all’estero.

Un modello in piena crisi

Per arricchire solo sé stessa, in un quarto di secolo la Germania ha devastato il resto dell’Europa che è stata costretta a seguirla nel modello ordoliberista, basato sul mercantilismo sfrenato, sulla deflazione salariale e sull’azzeramento del debito pubblico.

Ma i vantaggi per i produttori tedeschi derivanti dai tassi di interesse vantaggiosissimi, cui corrispondevano compensi irrisori sui depositi bancari e sugli impieghi obbligazionari in Germania, hanno spostato verso l’estero i proventi accumulati con il commercio internazionale: gli investimenti finanziari sono stati indirizzati prevalentemente all’estero, penalizzando il settore produttivo tedesco, rimasto fermo alla manifattura tradizionale.

Niente grandi investimenti privati né pubblici, tanto meno innovazione: la Germania si è ingrassata, ma soprattutto sclerotizzata.

Numeri alla mano, la Germania guidata con polso di ferro e nessuno scrupolo dalla cancelliera Angela Merkel per sedici anni filati, al potere ininterrottamente dal 22 novembre 2005 all’8 dicembre 2021, ha ottenuto successi tanto clamorosi quanto ora irripetibili.

Nel 2001, anno di entrata in circolazione dell’euro, la Germania era il secondo debitore mondiale per investimenti di portafoglio con 1.163 miliardi di dollari di esposizione, preceduta solo dagli Usa che ne avevano per 3.106 miliardi; nel 2023, la Germania è scomparsa dall’elenco dei dieci principali debitori, mentre gli Usa hanno raggiunto la stratosferica cifra di 23.623 miliardi di dollari, moltiplicando addirittura per oltre sette volte lo stock precedente.

Molti tedeschi sono rimasti al palo

Tutta l’impostazione teutonica delle normative europee ha messo sotto torchio la crescita interna sostenuta dai bilanci pubblici: il divieto di aiuti di Stato alle imprese; il divieto di aiuti agli Stati da parte delle Banche centrali; il divieto di disavanzi pubblici superiori al 3% del pil e poi addirittura il pareggio strutturale imposto con il Fiscal Compact, insieme all’obbligo di ridurre di 1/20 l’anno l’eccesso di debito rispetto al 60% del pil.

Il mercantilismo, la crescita sostenuta solo dalla domanda estera basata sulla competitività salariale, ha devastato la domanda interna europea.

Anche qui la Germania ha fatto da apripista con le riforme Hartz: i settori economici protetti dalla concorrenza internazionale dovevano dare l’esempio, con gli oltre 4 milioni di lavoratori impiegati con i minijob, quasi il 10% degli occupati totali, col limite di dieci ore di lavoro settimanale remunerate ognuna al minimo di 12,82 euro, per complessivi 566 euro di retribuzione annua. È così che la Germania ha ‘rieducato’ i suoi lavoratori.

La Germania si è avidamente arricchita, ma non solo a spese degli altri partner, con la Francia azzoppata, l’Italia stremata e la Spagna che si salva ancora solo perché i suoi rifornimenti energetici non sono mai dipesi dal gas russo: c’è una gran parte dell’elettorato tedesco fortemente insoddisfatto, non solo perché di tutta questa opulenza ha visto poco e niente, ma soprattutto perché si rende conto che il futuro è quanto mai fosco.

Domenica, alle elezioni, la Germania farà ancora una volta i conti col suo passato e soprattutto si interrogherà sul futuro: nulla di ciò che è stato ci sarà ancora.

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29/10/2024

Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale

L’avanzata e soprattutto l’allargamento dei paesi Brics sono un problema ormai molto consistente per la propaganda che deve vendere la storica “superiorità occidentale”. Soprattutto sul piano economico.

L’ingresso, un anno fa, di altri quattro paesi (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti), ha portato quell’area a rappresentare il 35% del Pil e quasi la metà della popolazione mondiali, mentre il G7 (Usa, Giappone, Gran Bretagna, Canada, Italia, Francia e Germania) è sceso ormai al 30% del Pil, con appena un sedicesimo della popolazione. Particolari decisivi: la quota del Pil “occidentale” continua a scendere velocemente e l’età media nei Brics (e nei candidati) è molto bassa, mentre l’area G7 sente il morso del calo demografico, con popolazioni che invecchiano e fisiologicamente escono dalla produzione (nonostante il costante aumento dell’età pensionabile).

Anche il fatto di controllare il 42% della produzione di petrolio chiarisce l’importanza di questo insieme, forte nella produzione industriale e nelle materie prime. Soprattutto tenendo presente che alcuni paesi già oggi sulla porta dell’organizzazione potranno solo aumentare di molto queste caratteristiche: a cominciare da Arabia Saudita, Malesia, Algeria, Venezuela, Indonesia, Cuba.

Detto in estrema sintesi, economie sovradimensionate dalle attività finanziarie, con una popolazione in calo, contro economie “fisiche” che possono contare su una massa di giovani che – una volta migliorate le condizioni per il loro protagonismo in tutti gli ambiti del lavoro (istruzione, formazione, sviluppo industriale, ecc.) – non potranno che moltiplicare la distanza che già ora separa i Brics dall’“Occidente collettivo”.

Questa situazione è nota a tutti gli analisti ed anche ai semplici propagandisti di complemento che abitano nelle redazioni. Si possono distinguere facilmente questi ultimi perché ogni volta che aprono bocca o scrivono un pezzo cercano di convincervi che il problema in realtà non esiste, se non come “preoccupazione” per le aspirazioni “egemoniche” dei paesi più grandi e forti, come Russia e Cina (e Iran). Agitando davanti ai vostri occhi lo straccio rozzo dell’“asse del male”.

Oppure provando a ridicolizzare quelle ambizioni – in primo luogo lo svincolo del proprio commercio globale dall’ostacolo chiamato dollaro (e dal sistema di pagamenti Swift, controllato dagli Stati Uniti) – con la creazione di un’altra moneta e di un altro sistema di pagamenti.

Un esempio classico sono i molti “Rambini” che descrivono i Brics come un “insieme di mattoni” (giocando sulla parola inglese “bric”) ma “senza cemento”. Instabile e non resistente, insomma, che basta una buona spallata per far cadere.

Bambinate, certo, ma che possono confondere chi non ha tempo e infarinatura economica per farsi un giudizio da solo.

Ma fortunatamente ci sono anche analisti seri, che magari hanno la fortuna di lavorare o collaborare con giornali che hanno il compito di “informare gli investitori”, non un pubblico generico (l’“opinione pubblica manipolata” nella sua accezione orwelliana). E che dunque devono dire la verità per permettere a chi ha soldi da mettere sui mercati di avere notizie valide, altrimenti la funzione di quel giornale salta.

Sul recente vertice dei Brics a Kazan, e sui risultati raggiunti (“nulli” per i propagandisti meno attrezzati) il giornale economico MilanoFinanza ci ha offerto un lucidissimo contributo di Guido Salerno Aletta, che evidenzia come il processo di costruzione di una moneta comune e di un sistema di pagamenti alternativo abbia questa volta fatto un passo avanti forse decisivo.

Dopo di che bisogna sapere – e capire – che la “moneta unica” dei Brics non sarà e non può essere un equivalente dell’euro, con tutte le sue costrizioni invalidanti che hanno azzoppato la crescita europea. Né potrà ovviamente essere un equivalente del dollaro, ovvero di una “moneta imperiale” che obbliga ogni attività economica a passare per la sua mediazione e a lasciare, nel passaggio, una fettina di plusvalore prodotto altrove; ma soprattutto a subire le ondate di “finanziamento facile” e quelle opposte di “rientro veloce dal debito” che hanno incatenato per decenni una valanga di paesi alle decisioni del Fmi (di Washington, di fatto).

Sarà invece una sorta di “unità di conto”, con meccanismi completamente diversi e tali da proteggere anche i paesi meno forti dall’emergere di un “imperatore valutario”. Potendo contare peraltro su un “sistema dei pagamenti” diverso dall’americano Swift, che fin qui era servito a dare efficacia concreta alle “sanzioni” unilaterali decise da Washington.

Ma vi lasciamo volentieri al testo di Salerno Aletta, certamente più preciso...

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Perché i Brics vogliono una moneta di riserva internazionale

Guido Salerno Aletta – MilanoFinanza

Via libera all’uso delle valute nazionali nelle transazioni tra i Paesi Brics+, che saranno effettuate attraverso i rispettivi sistemi bancari su una piattaforma autonoma rispetto allo Swift: è questo il passo operativo e decisivo che emerge dalle conclusioni del summit tenuto a Kazak sotto la presidenza della Russia nel nuovo formato a nove Paesi, nel lungo e complesso cammino verso l’obiettivo ambiziosissimo di sottrarsi all’egemonia del dollaro.

Dettagli del summit

Sfrondando i documenti finali del vertice dalle consuete affermazioni di principio che si ripetono invariabilmente altisonanti insieme agli impegni confermati per il futuro, il punto decisivo viene dettagliato ai paragrafi 5.1 e 12 del Joint Statement dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali, che utilizza una gergalità tecnica indistinguibile rispetto a quella utilizzata nei documenti elaborati dell’analogo organismo del G7.

Questa forma di mimesi linguistica punta a due obiettivi: dimostrare che il sistema messo a punto parte dalla perfetta conoscenza teorica e tecnica del sistema occidentale oggi diffuso dappertutto a livello globale; sottolineare che è più vantaggioso sia dal punto di vista economico che delle libertà che garantisce.

Il documento parte dal riconoscimento del vantaggio derivante dall’uso di strumenti di pagamento transfrontalieri a basso costo, più rapidi e più efficienti di quelli attuali, trasparenti, sicuri e inclusivi, basati sul principio di minimizzazione delle barriere e di un accesso non discriminatorio: quest’ultima è una chiara risposta a favore della Russia e dell’Iran, che hanno subito pesanti limitazioni attraverso sanzioni sempre più severe per quanto riguarda l’accesso ai sistemi internazionali di pagamento.

Un assetto monetario multilaterale

C’è un secondo aspetto del documento, ancor più significativo rispetto alla stessa indipendenza della nuova piattaforma dal punto di vista tecnologico e politico, in quanto definisce la prospettiva davvero multilaterale del nuovo assetto monetario, in quanto evita il prefigurarsi di una nuova egemonia in via di fatto: si accoglie con favore l’uso delle valute locali nel commercio internazionale e nelle transazioni finanziarie tra i Brics e i loro partner commerciali, e si incoraggia il rafforzamento delle reti bancarie dei paesi Brics consentendo regolamenti nelle valute locali in linea con la Bcbpi (Brics Cross-Border Payments Initiative).

Quest’ultima affermazione ci riporta indietro nel tempo, al regolamento in oro degli sbilanci valutari, un onere che incombeva alle banche centrali che dovevano pagare con le proprie riserve e ridurre la circolazione della corrispondente moneta ritirata dal Paese creditore: un rimedio insufficiente, assunto a posteriori.

Rischi legati al debito

Abbandonata la base aurea, il pagamento viene ora effettuato o acquistando preliminarmente sul mercato la valuta del venditore o quella di riserva internazionale; in alternativa, si contrae un credito così denominato: mentre acquisti massicci di monete straniere indeboliscono di continuo il cambio rendendo più costose le importazioni, nel secondo caso il problema viene spostato in avanti nel tempo sul piano della affidabilità finanziaria del singolo debitore o dell’intero Paese nel caso di debito pubblico.

Quando la prospettiva del default dei debitori privati diviene sistemica, viene affrontata liberandosi velocemente dei bond da loro emessi che perdono conseguentemente di valore ed innescano una crisi di borsa; il pericolo di default del debito sovrano viene invece affrontato con la svalutazione e con le politiche restrittive della domanda di importazioni e di sostegno alle esportazioni.

Ebbene, sono queste le tipologie di squilibri dei conti con l’estero che vengono affrontate sia dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che dalle diverse istituzioni regionali come la Latin American Reserve Fund (Flar), l’Arab Monetary Fund (Amf), l’Esm (European Stability Mechanism), e dallo stesso Contingent Reserve Arrangement (Cra) stipulato dai cinque Paesi fondatori dei Brics, ma che non è mai stato operativo.

Commercio tra i Paesi Brics

Nei rapporti commerciali intrattenuti tra i diversi Paesi Brics e verso terzi gli squilibri sono spesso cospicui e talora strutturali: ad esempio, commerciando nelle rispettive valute, la Russia e l’India si trovano la prima ad accumulare continuamente rupie che non sa come utilizzare e la seconda a doversi continuamente indebitare in rubli.

Se, dunque, il debito emesso nella propria valuta espone lo straniero che lo detiene al rischio di una svalutazione, e quello emesso nella valuta del creditore rappresenta un vincolo assai rilevante, il ricorso al finanziamento in dollari inchioda chi lo contrae alle dinamiche della politica monetaria di Washington, con repentini rialzi dei tassi di interesse e del rapporto di cambio che più di una volta hanno creato immense difficoltà ai Paesi indebitati, in particolare quelli sudamericani.

Il Brasile ne sa qualcosa, di questo tsunami della valuta americana che prima inonda l’economia di credito e poi si ritira con altrettanta devastante violenza.

La nuova valuta «R5»

L’obiettivo di commerciare e indebitarsi in una moneta di riserva internazionale che sia scevra da questi pericoli di egemonia, rappresenta l’ambizione dei Brics: se la Russia teme il sopravvento dello yuan, neppure l’India accetterebbe mai di replicare con Pechino le relazioni valutarie e finanziarie che le vennero imposte da Londra ai tempi in cui era la Perla dell’Impero.

E se, nell’ambito dei Brics, l’adozione di una moneta unica come l’euro non è minimamente ipotizzabile, sembra assai più plausibile che venga presa in considerazione una prospettiva analoga a Hard Ecu che venne abbandonata per il concorso di una triplice concomitanza di interessi: l’ambizione sfrenata della Germania di imporre la propria costituzione monetaria al resto del Continente; l’illusione della Francia di eliminare così dalla scena monetaria il marco che spadroneggiava sui tassi; la assoluta indisponibilità del Regno Unito ad abbandonare la sterlina, per rimanere davvero sovrana.

La valuta dei Brics di cui da tanto tempo si parla, e di cui Putin ha mostrato a Kazak una maquette, prenderebbe il nome «R5» dalle iniziali delle valute nazionali dei Paesi fondatori (Reais, Rublo, Rupia, Renminbi e Rand) e circolerebbe in parallelo alle valute esistenti ma solo in forma digitale. Sarebbe una moneta internazionale finalmente partecipata, non egemonizzata da nessun Paese: né adespota, né straniera.

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14/10/2024

Il caos dell'“autonomia differenziata”. Il caso del commercio estero

Può risultare difficile spiegare in termini semplici perché la legge sulla cosiddetta “autonomia differenziata” è contemporaneamente la base legale per distruggere la sempre più precaria “unità del Paese” come sistema (economico, quindi anche sociale e politico) e una autentica idiozia sul piano macroeconomico.

Lasciamo intenzionalmente da parte gli aspetti più pubblicizzati da chiunque si opponga a quella legge (per la banale constatazione che ne abbiamo parlato cento volte anche noi, aderendo al movimento di opposizione sul tema: sanità, istruzione, servizi sociali, ecc.), e vediamo un aspetto meno popolare ma forse ancora più illuminante: il commercio estero.

Anche Milano Finanza, forse il miglior giornale economico del panorama italiano (pur se completamente interno al panorama del “pensiero unico” neoliberale), nei giorni scorsi ha pubblicato un’analisi impietosa di un provvedimento legislativo che sembra pensato per il suicidio delle stesse imprese che lo hanno preteso.

Il punto essenziale è che, nell’immediato, le “competenze sul commercio estero” – pretese intanto dalle regioni del Nord a guida leghista o comunque di centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, e persino la Liguria – sciolta con l’arresto e il patteggiamento del “governatore” Toti, e ora in piena campagna elettorale per il rinnovo, quindi tecnicamente obbligata all'“ordinaria amministrazione”) – comportano la gestione di grosse cifre, perché anche quella italiana, agganciata a quella tedesca ormai da decenni, è un’economia export oriented.

Comprensibile dunque che le menti particolarmente ristrette di amministratori regionali “miracolati” da una selezione elettorale ormai ridotta a televendita, o di “imprenditori” ansiosi di massimizzare il profitto individuale con qualche “mandrakata” (copyright di Gigi Proietti, of course) che non comporti investimenti o innovazione, abbiano sollecitato il passaggio di gestione dal ministero apposito alla palude regionale.

Non che la gestione ministeriale sia da considerare in sé “migliore”. Il personale politico che si è alternato alla sua guida va dal patetico al raccapricciante..... Ma sul piano astrattamente razionale appare molto più logico ed efficiente che il commercio estero di un piccolo Paese come l’Italia, caratterizzato da una produzione locale spesso di alta qualità ma dalle dimensioni ridotta (basti pensare all’alimentare, all’enologico, ecc.) sia tutelato nel suo insieme da un ente statale in grado di centralizzare le politiche commerciali. Garantendo così a tutte le imprese – indipendentemente dal territorio – l’accesso ai mercati esteri con l’accompagnamento di un “soggetto” (lo Stato italiano) dotato di una massa critica sufficiente, anche se non grandissima. Un soggetto, cioè, in grado di “pesare” almeno un po’ nella contrattazione politica internazionale sulle regole commerciali (ricordiamo le battaglie sui tanti prodotti “italian sound”, come il “parmesan”, ecc.).

Su questo piano la frammentazione regionale in 21 “soggettini” ininfluenti garantisce solo la certezza di restare fuori da qualsiasi contrattazione rilevante.

Peggio ancora. In che modo le Regioni potrebbero promuovere la “competitività” dei prodotti locali sul mercato internazionale? Essendo prive di qualsiasi strumento e peso politico, dovrebbero limitarsi a “campagne promozionali”, introiettando la “concorrenza” anche a livello regionale.

Ci è arrivato anche Antonio Tajani – non a caso ministro del commercio estero, quindi con buoni consulenti in materia e ovviamente geloso delle proprie “competenze” – che si è spinto fino ad ironizzare pesantemente sulle aspettative dei suoi colleghi “regionali”: «Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».

Per la natura delle medie imprese italiane questa “concorrenza” non potrebbe avvenire che sul prezzo, garantendo o promettendo sconti in cambio di determinati spazi sui mercati esteri. Uno sconto ovviamente più forte rispetto a quello spesso necessario nella concorrenza tra interi Paesi e Stati. Oppure a una richiesta di “sgravi” e “incentivi” fatta con soldi pubblici (regionali!), che o non ci sono o andranno trovati tagliando altre consistenti voci di spesa (la sanità, l’istruzione, ecc.).

Detto altrimenti: l'“autonomia differenziata”, in materia di commercio estero, porterà per forza di cose – la pressione dei “mercati” – a una caduta dei profitti, invece che allo sperato aumento. Ma anche a qualche sognato guadagno politico in più per gli amministratori regionali, che non pensano ancora alle conseguenze...

Non ci vuole un premio Nobel per capire che il rimpicciolimento delle prospettive e delle possibilità di azione, in un mercato mondiale sempre più dominato dai giganti e sottoposto da anni ad una frammentazione che non si vedeva dalla “Guerra fredda”, è una garanzia di rapido declino, una discesa agli inferi.

Invece di pretendere politiche industriali e commerciali all’altezza delle sfide, ci si accontenta di ritagliarsi degli “spazietti” dall’esistenza progressivamente più precaria. O, come scrive Guido Salerno Aletta su MF, “a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività”.

Davanti a una spinta gigantesca verso la centralizzazione e la concentrazione dei capitali, e conseguentemente delle politiche (sintetizzata in qualche misura dal “rapporto Draghi”, in chiave neoliberale), le piccole menti della piccola borghesia italiota non vedono altra soluzione che un “ognun per sé” localistico. Uno “io speriamo che me la cavo” il cui esito è scritto nelle stesse premesse.

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Ecco perché l’export italiano scatena l’appetito delle Regioni

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Piatto ricco, mi ci ficco: visto che l’export dell’Italia continua a macinare record positivi nonostante le difficoltà della congiuntura globale, essendosi recentemente appaiato in termini di valore a quello del Giappone come quarto nella graduatoria mondiale, continua il tira-e-molla sulle competenze politiche e amministrative in materia di commercio con l’estero. Dopo la disputa interminabile per attribuirsele a livello ministeriale, ora è cominciata quella tra Stato e Regioni.

A luglio Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto hanno chiesto al governo di vedersi attribuiti maggiori poteri anche in materia di commercio con l’estero, attivando il procedimento necessario per ottenere le «forme e condizioni particolari di autonomia» previste dall’articolo 116 comma 3 della Costituzione, che prevede la firma di un’intesa tra Regione e Stato che va poi approvata per legge con il voto a maggioranza assoluta del Parlamento.

Questione di Costituzione

Tutto si inquadra quindi nel tormentatissimo processo di attuazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, che fu modificato nel 2001 nell’ambito di una complessiva rivisitazione del Titolo V: dopo ben 23 anni lo scorso 26 giugno è stata finalmente approvata la legge n. 86 recante «Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario», ma è stata immediatamente attivata la richiesta di sottoporla a referendum abrogativo con la raccolta delle firme conclusa positivamente il 15 settembre scorso.

A questo punto, se la Cassazione convaliderà il raggiungimento del quorum delle 500 mila firme e la Corte Costituzionale dichiarerà ammissibile la richiesta referendaria, si andrà votare tra aprile e giugno 2025.

La richiesta delle Regioni ha già trovato un primo intoppo a livello governativo: il ministro Antonio Tajani ha infatti rappresentato perplessità per la sottrazione di competenze al suo dicastero, affermando: «Io sono responsabile dell’export e credo sia sbagliato affidare l’export a ogni Regione. Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».

La classifica delle Regioni

La questione del commercio con l’estero va vista nella sua complessità, tenendo conto del peso assai rilevante che ha sull’economia di talune Regioni, come il Veneto e la Lombardia, che da anni invocano maggiore autonomia dallo Stato centrale, celebrando pure entrambe nel 2017 un referendum consultivo a tal fine: il Veneto, per esempio, nel 2022 ha esportato il 45% del suo prodotto, con un andamento che è rimasto sostanzialmente stazionario nel 2023 (-0,3%) per un valore di 82 miliardi (il 13,1% del totale dell’Italia); sempre nel 2023 l’export della Lombardia è stato invece di 164 miliardi (+0,8%), mentre il secondo trimestre di quest’anno ha segnato un impercettibile +0,1% rispetto a 12 mesi prima. Il Veneto ha avuto un andamento negativo: -1,8%.

Sorprendentemente, prendendo ancora come riferimento quest’ultimo indicatore, è stata la Sardegna ad aver messo a segno nel secondo trimestre l’andamento migliore dell’export: +31,3%. Nel Nord l’export della Liguria è andato malissimo col -33,6% e male è andato quello del Piemonte col -6,8%. Nel Mezzogiorno, le dicotomie sono evidenti, con la Calabria che ha segnato un ottimo +10,7% e la Campania un +8,1%, mentre per la Sicilia un brusco -5,3% e la Basilicata un drammatico -46,1%.

Al Nord come al Sud, l’andamento dell’export dipende dal grado di concentrazione nell’insediamento di specifiche produzioni: Unioncamere Lombardia ha rilevato che c’è una contrapposizione tra sei provincie con un andamento positivo e altrettante con un segno negativo: Lodi +17,6%, Monza e Brianza +9,9%, Sondrio +2,5%, Pavia +2,3%, Como +0,6%, Mantova +0,5%, Cremona -0,3%, Lecco -0,5%, Brescia -1,2%, Bergamo -1,6%, Milano -2,1% e Varese -4,8%.

Attenzione alla debolezza tedesca

Se dal punto di vista delle tipologie di prodotti esportati e dei mercati di destinazione c’è un allineamento tra i dati statistici nazionali e quelli regionali, soffrono maggiormente le Regioni in cui le imprese si erano più specializzate in determinati settori e nei Paesi che ora sono maggiormente in difficoltà: chi esporta semilavorati in Germania va male a prescindere dal fatto che produca in una Regione piuttosto che in un’altra.

Mentre la transumanza delle competenze da un ministero all’altro si è dimostrata sostanzialmente ininfluente rispetto alla dinamica delle esportazioni, le recenti rivendicazioni di maggiori poteri regionali in materia di commercio con l’estero costituiscono un pericoloso diversivo rispetto alla natura della sfida che oggi si presenta: a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività.

Ad agosto l’Italia ha registrato per il 19° mese consecutivo un calo della produzione industriale (-3,2%). Il calo maggiore ha riguardato la produzione di mezzi di trasporto (-14,2%) e di macchinari e attrezzature (-11,6%). Anche le industrie tessile e siderurgica hanno accusato un colpo pesante (-10,8% e -10,1%). La Germania, di cui siamo subfornitori nella meccanica, prevede un altro anno di contrazione economica.

Bisogna dunque guardare molto avanti, in un contesto così complesso, con scelte estremamente difficili e sforzi enormi di politica industriale che devono riguardare l’intero apparato economico, quale che sia la Regione in cui le imprese sono insediate.

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16/02/2024

Se la biodiversità richiede meno agricoltura, l’Italia l’ha già massacrata

di Guido Salerno Aletta

La morsa economica in cui vivono gli agricoltori fa davvero paura, stretti come sono tra costi incomprimibili e ricavi non trattabili: non solo si fanno una concorrenza spietata tra di loro, ma tanto nei costi di produzione quanto nei ricavi delle vendite hanno a che fare con imprese multinazionali o con grossisti che operano in regime di oligopolio, colludendo.

In Italia, poi, da quarant’anni a questa parte, dal censimento del 1982, la superficie agricola totale si è ridotta di ben 59 mila Kmq, una superficie più che doppia rispetto a quella dell’intera Sicilia che non arriva a 26 mila Kmq. Questi sono i dati rilevati dall’Istat, che nel 2020 ha effettuato il 7° censimento agricolo. Inoltre, il numero delle aziende agricole censite nel 2020 si era ridotto, sempre rispetto al 1982, del 63,8%, il che significa che sono scomparse quasi due aziende agricole su tre. La velocità di riduzione è stata più accentuata negli ultimi vent’anni: nel 2020, infatti, il numero di aziende agricole è stato di 1,1 milioni, più che dimezzato ai 2,4 milioni censito nel 2000.

Anche il numero delle persone che lavorano in agricoltura si è drasticamente ridotto, di un milione tondo di unità in appena un decennio, passando dai 3,8 milioni del 2010 ai 2,8 milioni del 2020.

La polverizzazione della produzione agricola italiana è rimasta ancora fortissima: è una economia di sopravvivenza, visto che, sempre nel 2020, il numero delle aziende agricole gestito nella forma di azienda individuale o familiare è stato pari al 93,5% del totale delle aziende censite, coltivando il 72,7% del totale della superficie agricola utilizzata (SAU).

E ancora, le aziende che nel 2020 avevano a disposizione fino a 3 ettari di terra erano ben 579 mila, pari al 51% del totale di 1 milione e 133 mila di aziende censite.

Come se non bastasse, anche la Commissione europea ha dovuto confermare la situazione di enorme povertà di chi lavora nel settore agricolo: il reddito familiare di una famiglia contadina (farm family) è ancora enormemente più basso rispetto agli stipendi degli impiegati dell’intera economia della EU-27: nel 2005 arrivava appena al 30,6% ed ancora nel 2020 era ancora della metà, con il 49,1%. Il più confortante 64% che è stato registrato nel 2022 è un dato troppo influenzato dai violenti fenomeni inflazionistici verificatisi di recente

https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/income-support/income-support-explained_it#whyfarmersneedsupport

https://agriculture.ec.europa.eu/common-agricultural-policy/cap-overview/cap-glance_it

Nonostante questa amara constatazione e la conferma della necessità di provvedere ad integrare il reddito di chi lavora in agricoltura mediante pagamenti diretti, il mantra ambientalista ha scaricato sull’agricoltura l’intero peso della biodiversità.

Gli obiettivi della nuova PAC, la Politica Agricola Comune, che è entrata in vigore dal 1° gennaio del 2023, prevedono infatti di:
- ripristinare, conservare e migliorare la biodiversità nelle aziende agricole;
- preservare e mantenere le caratteristiche del paesaggio;
- conservare e valorizzare le diverse risorse genetiche;
- facilitare l’ampia gamma di servizi ecosistemici resi possibili dalla biodiversità.

In termini concreti, entro il 2030, si deve:
- espandere la rete “Natura 2000” in modo che il 30% del territorio dell’UE sia protetto;
- collocare almeno il 10% della superficie agricola in elementi paesaggistici a elevata diversità;
- destinare almeno il 25% dei terreni agricoli all’agricoltura biologica;
- ridurre la perdita di nutrienti da fertilizzanti di almeno il 50% e ridurre il rischio e l’uso di pesticidi chimici del 50%.

C’è un primo punto di assoluta criticità: i produttori di concimi, di pesticidi e di sementi continueranno a praticare i prezzi che credono e non avranno nessun vincolo da rispettare, né alcun obiettivo stringente in termini di investimenti in ricerca e sviluppo ai fini di migliorare la qualità dell’ambiente e la biodiversità.

In secondo luogo, neppure gli operatori dei mercati all’ingrosso e la grande distribuzione organizzata sono stati chiamati a garantire giusti margini di compenso agli agricoltori, che spesso vendono sottocosto pur di rientrare in qualche modo nelle spese già sostenute. Solo la vendita diretta al pubblico da parte degli agricoltori consente loro di avere maggiori margini di guadagno: ma di questo, non si parla.

C’è un terzo aspetto, ancora più importante. Per quanto riguarda l’Italia, i Censimenti hanno rilevato che in quarant’anni la superficie agricola totale si è ridotta di un terzo: è una enorme quantità di terra, pari come abbiamo visto a oltre due volte la superficie della Sicilia, che solo in parte è stata utilizzata a fini edilizi. Nella terra abbandonata dall’agricoltura, certamente la meno fertile da coltivare, la natura e quindi la biodiversità hanno certamente ripreso il sopravvento, insieme al degrado del territorio: ma anche di questo non si discute.

Si scarica tutto sugli agricoltori: sono loro i veri forzati della terra, illusi di poter decidere del futuro solo perché padroni di appena un fazzoletto di terra.

Fonte

18/01/2024

Biodiversità come mito, biotecnologie come business

di Guido Salerno Aletta

La schizofrenia non è una malattia, a Bruxelles, ma una ben sperimentata tecnica di governo: basta dare ragione a tutte le proposte più estreme, dagli ecologisti che chiedono il ritorno alla Natura incontaminata alle Multinazionali che continuano a dettare legge con le loro tecnologie in campo agricolo e nella alimentazione sintetica, per vantarsi di essere sempre all'avanguardia.

La prospettiva è di trasformare l'Europa in una sorta di Zoo.

Accanto all'obiettivo della "rinaturalizzazione" del territorio, creando delle vere e proprie isole in cui la Natura tornerà ad essere incontaminata, con le specie naturali libere di riprodursi e la biodiversità ad essere la regola, si pongono limiti sempre più stringenti all'agricoltura, giustificati dalla necessità di combattere l'abuso dei concimi chimici che bruciano il terreno, i diserbanti asserviti alle singole varietà coltivate, i pesticidi che da una parte contrastano gli insetti e gli organismi patogeni e dall'altra annientano gli agenti impollinatori, come le api. Nel settore dell'allevamento, si impongono giuste regole sul benessere animale, con il divieto di gabbie anguste e di metodi strazianti per l'abbattimento dei capi.

Il problema, in fondo, è uno solo: il passaggio che si è avuto dall'agricoltura tradizionale, quella condotta dai piccoli proprietari terrieri, a quella intensiva su base industriale in cui gli ettari ed i capi allevati si contano a migliaia. La maggiore produttività di quest'ultimo sistema ha spinto i piccoli agricoltori ed allevatori ad entrare in concorrenza spietata con le imprese di grandi dimensioni, adottando metodi di sfruttamento ancora più feroci nella coltivazione della terra e di alimentazione degli animali: solo così possono cercare di sopravvivere.

Le conseguenze in campo agricolo sono state devastanti: le tantissime varietà tradizionali sono state abbandonate a favore delle poche sementi sempre più produttive, messe a disposizione dalle multinazionali insieme ai necessari concimi chimici ed ai diserbanti. La Grande Distribuzione Organizzata, che domina il mercato alimentare, ha fatto anch'essa la sua parte: ha bisogno di standard qualitativi elevati, e soprattutto di varietà di frutta e di verdura che non marciscano velocemente tra il momento della raccolta e quello della vendita nei supermercati. A ritroso, questo ha reso necessario abbandonare le tante varietà agricole tradizionali, meno produttive e meno resistenti.

Questi sono i fattori che hanno ridotto la biodiversità in campo agricolo e nell'allevamento, creando un sistema ecologicamente non sostenibile ed economicamente penalizzante per i piccoli operatori. I margini di profitto si sono spostati a favore delle Multinazionali e della Grande Distribuzione.

Qui sta il paradosso di Bruxelles: per contrastare l'innegabile degrado dei terreni dal punto pedologico, l'inquinamento delle acque sotterranee e la riduzione delle varietà coltivate ed allevate, propone di ridurre le aree destinate ad uso agricolo. In pratica, si passa dai Parchi e dalle Riserve naturali alle Aree di Rinaturalizzazione.

La conseguenza di questa decisione è aberrante: voler ridurre il territorio da destinare all'agricoltura, per restituirlo alla Natura incontaminata, significa dover sfruttare maggiormente quello che rimane. Invece di favorire il ritorno all'agricoltura sostenibile e all'allevamento brado, si aumenta il differenziale naturalistico tra le aree protette e le aree coltivate.

Ed è paradossale il capovolgimento della logica secondo cui "Chi inquina, paga!": al consumatore, le carni o le uova da allevamento e da agricoltura biologica devono costare di meno, e non di più, rispetto a quelle che provengono da una filiera produttiva che abusa di mangimi industriali, di concimi chimici, di diserbanti e di pesticidi di ogni sorta.

Non è un caso, a questo punto, che la Food and Drug Administration statunitense abbia già dato la sua autorizzazione alla commercializzazione della carne di pollo prodotta in laboratorio: dopo gli OGM in agricoltura, le Multinazionali puntano a spiantare l'allevamento tradizionale con la carne sintetica. Gli ecologisti sarebbero pure d'accordo: non ci sono solo le deiezioni degli animali che inquinano, ma c'è pure la CO2 che emettono a danneggiare l'ambiente!

In fondo, perché mai le Multinazionali delle biotecnologie si dovrebbero opporre alla strategia di "Rinaturalizzazione" del territorio? È questa scelta, solo apparentemente ecologica, che renderà invece necessarie tecniche produttive sempre più industrializzate ed artificiali mentre danneggia quelle agricole e di allevamento a basso impatto ambientale e che salvaguardano la vera biodiversità in campo alimentare.

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09/01/2024

Auf Wiedersehen!

In Germania, in queste ore, file di trattori bloccano strade e autostrade un po’ come ai tempi dei leghisti “Cobas del latte” (uno dei tanti casi di appropriazione indebita di sigle di sinistra da parte della destra).

Sono gli agricoltori tedeschi che stanno protestando contro i cambiamenti delle politiche agricole del governo, in particolare contro l’eliminazione di una serie di sussidi, tra i quali gli sconti per il gasolio agricolo.

Apprendiamo così, nell’occasione, che i sussidi vietati – o sotto minaccia di sanzioni – in tutti i paesi UE in Germania sono stati allegramente concessi per decenni.

Un po’ come la storia delle banche, per cui è stato imposto il bail in (salvataggio a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti) nel caso di paesi deboli (ricordiamo Cipro, ma anche in Italia), mentre Berlino metteva le landesbanken regionali al riparo dell’azione della Bce e procedeva a salvare Deutsche Bank dal fallimento (esposizione sui derivati Usa).

Ora l’agricoltura viene scossa dal combinato disposto di almeno tre processi voluti dall’Unione Europea e dunque dallo stesso governo tedesco: le politiche ambientali, che penalizzano ovviamente i combustibili fossili (i trattori elettrici sono di là dal venire progettati, se pure sarà possibile); la riduzione degli “aiuti di stato”, su cui Berlino tuona quando riguardano altri; la concorrenza dei paesi dell’Est, ormai quasi completamente integrati nelle filiere tedesche.

L’impoverimento drastico del “ceto medio” (nelle sue componenti inferiori) che aveva già riguardato i lavoratori salariati – vessati con il blocco salariale, le leggi Hartz IV, i mini-job, la precarietà a vita – ora investe anche gli “agricoltori diretti”, ossia gli imprenditori di basso livello e scarsi capitali.

Il “modello tedesco” imposto a tutta Europa con l’austerità ora si va rompendo su diversi piani, ma non è per nulla chiaro dove possa trovare spazi di crescita alternativi.

Il “mercantilismo” e la moneta unica hanno dato un grande vantaggio strategico all’economia di Berlino, ma la guerra alle porte, la fine del gas a buon mercato dalla Russia, la necessità-imposizione di aumentare la spesa militare, stanno rompendo i meccanismi “virtuosi” (a vantaggio della Germania) dell’attuale assetto continentale.

Questa fulminante analisi di Guido Salerno Aletta per TeleBorsa getta una luce sinistra sul futuro a breve. Non solo per Berlino, ovviamente...

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Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Alla Germania, sono tanti anni che dell’Europa non interessa più niente: dalla crisi del 2010 in poi, non è più il mercato di riferimento su cui guadagna di più con le esportazioni.

Anzi, ci perde!

L’unione europea a 28 è un Continente imbolsito da decenni di politiche fiscali estenuanti, al cui interno si manifestano distorsioni profondissime determinate dall’euro, una “moneta debole” per l’economia tedesca, che la sfrutta per accumulare risorse immense.

Sono già tre anni che la Germania accusa un saldo negativo per merci nelle relazioni infra-UE: -11 miliardi di euro nel 2020, -14 miliardi nel 2021 e -38 miliardi nel 2022. Nel 2007, alla vigilia della Grande Crisi Finanziaria Americana, questo saldo era stato invece attivo per la somma record di 101 miliardi di euro.

Da lì in avanti, questa cifra si è andata costantemente riducendo, soprattutto a partire dal 2012 quando era già crollata a soli 19 miliardi di euro, fino ad arrivare al passivo nel 2020: è chiaro che per la Germania l’Unione Europea non è più la gallina dalle uova d’oro che era stata dal 1992 al 2008.

La feroce stretta fiscale introdotta con il Fiscal Compact nel 2012, dopo due decenni di follie finanziarie e bancarie compiute sotto la copertura dell’euro, ha trasformato l’Europa in una sorta di cimitero dello sviluppo.

Tanto per essere chiari: mentre nel decennio che intercorre tra il 2002 ed il 2012 la Germania ha accumulato un saldo attivo per merci infra-UE per ben 683 miliardi di euro, nel decennio che intercorre tra il 2012 ed il 2022 il saldo attivo accumulato è crollato ad appena 55 miliardi di euro.

La storia è completamente diversa se si considera invece il saldo estero complessivo della Germania, infra-UE ed extra-UE, che vede invece anche in questi ultimi tre anni un attivo: pari a 184 miliardi di euro nel 2020, a 181 miliardi nel 2021 ed a 90 miliardi nel 2022.

Questo dato è di una importanza straordinaria.

Bisogna chiedersi infatti come mai in questi tre anni, 2020, 2021 e 2022, la Germania abbia contemporaneamente accumulato un saldo “passivo” solo nei confronti degli altri Paesi dell’Unione europea, il totale infra-UE è stato pari a -63 miliardi di euro, mentre il saldo è stato “attivo” per una cifra sbalorditiva considerando tutte le transazioni commerciali: infra-UE ed extra-UE pari a 455 miliardi.

Eliminando il passivo infra-UE, il saldo attivo extra-UE della Germania è stato infatti di 518 miliardi di euro.

Due considerazioni: mentre le merci tedesche non hanno più mercato in Europa, un Continente imbalsamato nelle sue contraddizioni, le stesse merci hanno continuato ad essere vendute benone nel resto del mondo per merito di un euro “debole”.

La debolezza dell’Unione europea, che si riflette sul cambio della moneta unica, è stata utile alla Germania per conquistare i mercati extra-UE.

Nessuno sa bene, ora, che cosa succederà alla competitività della produzione industriale della Germania, e dell’intera Europa, non avendo più il vantaggio del gas russo a buon mercato.

Ma è certo che un euro debole, per la Germania, è stato ed è un grande vantaggio: più il resto dell’Europa annaspa, e meglio è. L’Unione deve solo galleggiare, basta che non imploda.

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01/01/2024

L’Unione Europea perde la bussola e i fondatori

Tempo di bilanci, o quantomeno di riassunti ragionati. Il passaggio di anno consente di tracciare righe e ricordare quel che si è sottovalutato nel flusso degli avvenimenti in apparenza tutti della stessa importanza. Se poi questo crinale coincide con la scomparsa contemporanea dei due uomini che hanno dato all’Unione Europea la forma attuale, allora la necessità di disegnare un quadro diventa irresistibile.

Il riassunto fatto da Guido Salerno Aletta su TeleBorsa è assolutamente magistrale, quasi una lezione divulgativa sulla profondissima differenza tra le intenzioni (o le dichiarazioni di intenti) e la realtà effettiva, fuori da ogni abbellimento propagandistico.

È una lezione che dovrebbero studiare tutti coloro che, sentendosi “di sinistra”, hanno a lungo confuso il dominio sovranazionale del capitale finanziario con una anticipazione quasi benigna dell'“internazionalismo proletario”. Un po’ come confondere la “globalizzazione” con l’era dell’imperialismo “buono”.

Quelli che, insomma, hanno abboccato senza riflettere alla propaganda che divideva il campo delle opinioni politiche in “europeisti” versus “sovranisti”, quasi che la sovranità – il potere di decidere cosa fare in un determinato territorio – fosse scomparsa con il nuovo millennio o, appunto, la globalizzazione.

E dire che Marx ha speso una vita a spiegare che dietro le parole più suadenti si nasconde sempre uno scontro fra interessi e dunque fra classi sociali... E che, perciò, non si ha mai a che fare con “sistemi astratti” riassunti in concetti fashion (il sovranismo, l’europeismo, la democrazia, ecc), ma sempre con qualcuno che sfrutta regole e i rapporti di forza per massimizzare il proprio potere misurandolo in profitti.

La costruzione dell’Unione Europea ha avuto bisogno di una overdose di propaganda “buonista” perché ha mosso i passi decisivi nel momento in cui (anni ’80) il movimento operaio in Europa aveva ancora una sua forza rilevante, benché già declinante.

Ha avuto insomma bisogno di essere presentata come un “compromesso storico” tra conservatorismo liberal-cristiano e socialdemocrazia, a partire da un “modello sociale europeo” strappato a forza di lotte epocali e ad un prezzo sanguinoso.

Bisognava il più possibile nascondere il fatto brutale che la UE veniva disegnata come un mercato e stabilendo le regole neoliberiste (Reagan e Thatcher avevano già stravinto la lotta ideologica), che imponevano libertà totale per le imprese, basso o nullo potere negoziale per i lavoratori (il “consociativismo” regalava alle burocrazie sindacali una parvenza di ruolo politico in cambio della subordinazione salariale e normativa), divieto assoluto di intervento nell’economia per gli Stati.

Anche un deficiente avrebbe capito – senza il velo della propaganda – che quella costruzione era un colpo definitivo alle aspirazioni del mondo del lavoro, parallelo fra l’altro alla caduta dell’immaginario socialista sempre più flebilmente incarnato dall’ultima Unione Sovietica.

L’ipotesi affermata era quella di un mercato che avrebbe ridotto le disparità tra economie nazionali e classi sociali. La realtà effettiva, specie oggi, dimostra che quella costruzione ha favorito l’aumento esponenziale delle disparità tra paesi e classi sociali.

I forti e ricchi sono diventati più ricchi, i più deboli sono oggi debolissimi e totalmente dipendenti. E questa realtà non c’è propaganda che riesca più a nasconderla.

Peggio ancora. La “crescita” economica di tutto il Vecchio Continente è di fatto bloccata da decenni proprio “grazie” a regole inventate per favorire i creditori (il capitale finanziario) e senza alcun rapporto con il funzionamento reale della stessa economia capitalistica.

Ma la qualità infima dell’attuale classe politica continentale – selezionata in base ai criteri dominanti nella UE – rende praticamente impossibile sia mantenere salda questa costruzione, sia “correggerla” in modi efficaci.

Condannata perciò a camminare sul posto, oscillando tra sospensione delle regole nei momenti di crisi acuta e loro incrudimento quando il peggio sembra passato.

Tempesta perfetta, con la guerra alle porte...

Buona lettura.

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31/12/2023

Da Delors a Schäuble, utopia europea e distopia

di Guido Salerno Aletta

Quando ci lasciano gli uomini che sono stati protagonisti delle rispettive epoche, da una parte Jacques Delors che fu Presidente della Commissione europea per ben tre mandati, dal 1985 al 1995.

Delors fu un vero visionario, che non solo sognò, ma seppe realizzare sotto la propria guida un'Europa politica e non solo economica, passando dal Mercato Comune al Mercato Unico; unificando i precedenti Trattati, Ceca, Cee ed Euratom in un Atto unico europeo; procedendo all'abbattimento delle frontiere ed alla libera circolazione delle persone con gli accordi di Schengen; e soprattutto dando vita al Trattato di Maastricht, che istituì l'Unione europea con regole che andavano molto al di là del divieto di concorrenza sleale tra le economie dei Paesi aderenti, imponendo il divieto di dazi e tariffe ovvero di distorsivi aiuti di Stato alle imprese nazionali.

Il passaggio fondamentale fu la definizione delle regole dell'Europa monetaria, che poggia su tre pilastri:

- la creazione del Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) che ha al suo vertice la Bce, con il divieto di finanziare gli Stati in ogni forma, anche mediante anticipazioni di tesoreria;

- la fissazione di regole di convergenza tra i bilanci pubblici, con il divieto di superare il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil e quello del 60% nel rapporto debito/Pil;

- la previsione della istituzione della Moneta unica europea, l'euro, che fu decisa nell'anno 2000 ed entrò in circolazione l'anno successivo.

Questa Architettura avrebbe dovuto assicurare ai cittadini europei condizioni di uguaglianza, di libertà politica ed economica, in un contesto di regole inderogabili che avrebbero assicurato la convergenza tra situazioni di partenza assai diverse attraverso gli strumenti perequativi del bilancio europeo. Avendo assunto che l'IVA ed i dazi alle frontiere esterne, gli unici ammissibili, fossero Risorse Proprie dell'Unione, era possibile procedere ad aggiustamenti nelle risorse fiscali nazionali, visto che gli Stati più prosperi sarebbero divenuti “contributori netti” al bilancio europeo mentre altri sarebbero stati “beneficiari netti” di trasferimenti mirati alla crescita, soprattutto attraverso il Fondo Sociale Europeo ed il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale.

Pur senza culminare nella ambizione di trasformare l'Unione europea in uno Stato federale, si riteneva di aver creato i presupposti concreti per la creazione di un'area di cooperazione molto coesa ed efficiente.

Se questo era il Sogno, concretizzato in una disciplina normativa estremamente precisa ed articolata, la Realtà fu assai diversa, in un processo economico e finanziario estremamente complesso e tumultuoso che si snoda in tre fasi: la prima va dal 1992 al 2001; la seconda dal 2001, anno in cui iniziò a circolare l'euro, al 2010 anno segnato dalle profonde tensioni nella periferia dell'Eurozona, innescata dalle crisi di Irlanda e Grecia, seguite da quelle del Portogallo e dell'Italia.

Una catastrofe economica, finanziaria e sociale si era abbattuta sull'Unione europea, a valle della Grande Crisi Finanziaria Americana del 2008: gli squilibri strutturali, commerciali e finanziari si erano moltiplicati. I saldi commerciali tra gli Stati europei non tendevano al pareggio ma a divaricarsi, con alcuni Paesi che vendevano sempre di più ad altri che si dovevano indebitare per farlo, e con le banche dei “Paesi venditori”, principalmente la Germania, che incassava lauti interessi indebitando le economie dei “Paesi compratori”. La delocalizzazione produttiva verso i Paesi dell'Est aveva particolarmente indebolito i Paesi come l'Italia, a favore dei nuovi entranti che venivano finanziati dall'Unione europea per industrializzarsi: come contributore netto, l'Italia finanziava la distruzione del suo apparato produttivo.

Mentre erano state messe pesanti “catene” agli Stati, per evitare che si indebitassero, i capitali erano stati lasciati liberi senza controllo: colmavano con prestiti di ogni genere gli squilibri commerciali e finanziari, accrescendo senza sosta l'ammontare dei debiti e degli interessi da pagare. Fino allo scoppio della crisi: il sistema era insostenibile, tra arricchimenti finanziari enormi da una parte ed impoverimenti finanziari insostenibili dall'altra.

Il Sogno di Jacques Delors si era trasformato in un Incubo.

Alla crisi profondissima del biennio 2010-2011, si pose rimedio con una stretta feroce: invece di imporre il riequilibrio nei rapporti commerciali e finanziari tra gli Stati, una regola che avrebbe chiuso la strada all'arricchimento continuo di cui aveva beneficiato la Germania attraverso l'euro che non consentiva più svalutazioni di aggiustamento, fu il Ministro delle Finanze dell'epoca, Wolfang Schäuble, a contribuire in modo determinante alla definizione delle nuove regole di rigore assoluto da imporre agli Stati, con il pareggio strutturale dei bilanci imposto modificando le Costituzioni degli Stati e verificato dalla Commissione europea attraverso il Fiscal Compact, un Trattato parallelo a quello europeo, che imponeva la riduzione di un ventesimo l'anno dell'eccedenza di debito rispetto all'obiettivo del 60%.

Nelle riunioni dell'Ecofin, Schäuble fu inflessibile con i debitori, in primo luogo con la Grecia: la Germania, che aveva già perduto molti capitali investendo in titoli americani travolti dalla crisi del 2008, non si sarebbe certo fatta beffare dai creditori europei. Avrebbero dovuto pagare tutto, fino all'ultimo euro, i loro debiti: gli strumenti di sostegno, dall'EFSM con la Troika composta dalla Commissione Europea, dalla Bce e dal Fmi, fino al MES, erano condizionati alla adozione di profonde riforme ma soprattutto alla cessione di ogni tipo di asset in mano agli Stati, dai porti alle ferrovie, alle autostrade.

L'austerità sfrenata fu imposta all'intero Continente, determinando l'abbattimento dei ritmi di crescita e profonde ristrutturazioni fiscali e sociali: con le misure di austerità imposte in Italia dal governo Monti nel 2012, non solo cademmo in una recessione ancora più profonda da quella determinata dalla crisi americana del 2008, ma fu distrutta strutturalmente la domanda interna ed imposta la deflazione salariale per favorire le esportazioni. Un riequilibrio pagato a prezzo durissimo.

Per oltre un decennio, l'intera Europa si è impoverita sull'altare del rigore fiscale, dotata com'è di una moneta unica, l'euro, che non consente aggiustamenti valutari mentre i mercati continuano a lucrare sugli squilibri commerciali e finanziari fino al collasso.

Questa è la distopia cui ci ha condotto la visione del rigore ad ogni costo incarnata da Schäuble.

La politica accomodante della Bce, con i Qe, ha cercato di evitare la deflazione dei prezzi, che avrebbe avvitato i debiti nell'insolvenza collettiva. La manica fiscale extra-larga durante il biennio pandemico 2020-2021 ha creato una ulteriore bolla di debiti pubblici: un altro delirio, da cui sarà ancora più difficile uscire.

Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita, appena varato, prevede una lunga fase transitoria, fino al 2028, prima di azzannare definitivamente il tema della riduzione dei debiti pubblici: ci sono le elezioni europee nel 2024, quelle francesi nel 2027 e quelle italiane nel 2028.

Nel frattempo in Europa si trattiene il fiato, sperando in bene: una nuova crisi, finanziaria, energetica o geopolitica per via della guerra in corso in Ucraina ed il conflitto in Palestina, sarebbe esiziale.

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29/12/2023

Wolfgang Schäuble, il Faust dell’euro

Questo non è un necrologio tenero, bisogna dire. Anche nel caso di Wolgang Schäuble attualizzare il parce sepulto sarebbe stato un insulto all’intelligenza. Degli uomini e dei popoli così duramente colpiti dalle sue paturnie, certo imposte con luciferina fermezza, dall’alto della straripante rendita di posizione tedesca in Europa.

Ma certo altrettanto criminali. Non solo negli esiti – alla fin fine terribili per la stessa potenza che ne aveva tratto i maggiori benefici, la Germania – ma anche sulla capacità dei cervelli di analizzare con serena lucidità i fatti e le teorie economiche che avevano reso credibile un rovesciamento totale del rapporto causa-effetto.

La straordinaria crescita del debito pubblico dei paesi europei più deboli considerata prova del loro amore per l’irresponsabilità contabile, invece che prezzo pagato alle politiche scriteriate delle banche private tedesche e francesi che ne avevano finanziato la crescita senza badare agli squilibri macroeconomici che la moneta unica a quel punto nascondeva.

Era lo stesso gioco criminale che proprio Schäuble, insieme a Kohl, aveva condotto contro l’ex DDR nel processo di riunificazione, l’Anschluss che ancora oggi spinge la povertà e la nazificazione nei lander orientali.

Un gioco possibile grazie a una banca centrale – come giustamente ricordato nell’articolo che vi proponiamo – che ha come unico obiettivo, per statuto, il contenimento dell’inflazione (e non anche un occhio all’occupazione, come è per la Federal Reserve USA ed altre banche centrali).

Una Bce costruita in quel modo proprio da Schäuble ed altri complici, tra cui quel Jacques Delors scomparso a poche ore di distanza da lui.

E non sembra un caso che solo l’interruzione di quel modo di funzionare – compreso il divieto di comprare i titoli del debito pubblico degli Stati in difficoltà – sia stata la mossa decisiva da fare per impedire che l’euro esplodesse trascinando a fondo tutta l’Europa.

Non perché l’autore della mossa – Mario Draghi – fosse migliore o diverso dai suoi pari. Lo scopo era in fondo solo quello di permettere che il gioco continuasse come prima della grande crisi del 2007-2010. Una mossa conservatrice, contro ogni cambiamento (peraltro impossibile, dentro il quadro di ferree regole europee costruite nei decenni).

Poi sono arrivati la pandemia e le guerre, a ricordare che nessuna regola può impedire al capitale di andare in crisi, ad intervalli quasi regolari. Che il segreto della sua vita, e della sua perpetua rinascita, è nella “spremitura” fino alla morte degli uomini e delle civiltà.

Sì, in effetti, la parabola di Schäuble sa molto di Faust...

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di Guido Salerno Aletta

Wolfgang Schäuble è stato un personaggio faustiano: si è illuso di aver consegnato l’anima alla virtù assoluta senza mai cedere alle lusinghe del debito pubblico, il demone che lusinga gli stolti.

Uno strumento che servirebbe ad accelerare la crescita economica ma che ottenebra la mente, richiedendo sempre nuovi finanziamenti in un vortice che ammanetta chi vi ricorre, e infine li schianta tra scadenze, rinnovi, e pagamenti di cedole sempre più alte.

L’arricchimento tedesco, iniziato con l’euro con una strepitosa accumulazione di attivi sull’estero, prevalentemente crediti, è stato determinato dagli squilibri commerciali e finanziari crescenti, altrettanto insostenibili se non peggiori dei debiti pubblici: senza i tassi di cambio che avrebbero immediatamente registrato le tensioni, in Europa la moneta unica aveva avvolto tutto in una sorta di nuvola sempre più cinerea, fino alla tempesta del 2010.

Gli attivi commerciali con la Grecia erano stati finanziati dalle banche tedesche e francesi, che si beavano degli alti tassi di interesse incassati, così come lo sbilancio della Spagna veniva compensato con enormi finanziamenti alle sue banche che li impiegavano speculando in campo immobiliare: né le famiglie greche, né quelle spagnole, avevano abbastanza risparmio per garantire l’enorme raccolta di credito dall’estero.

Fra il 2000 e il 2007 il pil della Grecia era cresciuto in termini reali del 32,4%, mentre il saldo della sua bilancia dei pagamenti correnti accumulava un disavanzo pari al 67% del pil e il debito dei privati passava dal 55,4% al 118,4% del pil.

In Spagna il pil era cresciuto del 28,9%, mentre la bilancia dei pagamenti segnava un passivo pari al 46% sul pil e l’indebitamento dei privati raddoppiava, passando da 122,3% del pil nel 2000 al 219,5% nel 2008.

Il pil dell’Italia era cresciuto solo del 7,3%: un’inezia, al confronto, determinata dalla politica fiscale costantemente restrittiva.

Per non parlare poi degli impieghi delle banche tedesche nelle cartolarizzazioni dei mutui subprime contratti dalle famiglie americane: anche qui, tutto era comprato a debito. Solo il ricorso agli aiuti di Stato, generosissimi, le salvò dal fallimento.

Intransigente sul debito

La virtù tedesca incarnata da Schäuble si fermava lì: alla limitazione del debito pubblico e alla ferrea gabbia posta con Maastricht che aveva funzionato benone.

Tutti gli altri rapporti commerciali e finanziari all’interno dell’area dell’euro, così come quelli tra Europa e Stati Uniti si divaricavano senza che si levasse mai la voce per fermare quella corsa a occhi chiusi verso il precipizio incombente.

Perché in fondo anche la Grande Crisi Finanziaria americana del 2008 si risolse in un nuovo rafforzamento del dollaro, accogliendo capitali in fuga da tutto il mondo, mentre l’euro barcollava sotto i colpi della speculazione che finalmente aveva trovato una preda adatta: senza una banca centrale capace di tutelare gli Stati in difficoltà, comprandone a vagoni il debito pubblico, immettendo liquidità illimitata e finanziando il Tesoro che a sua volta faceva incetta di troubled asset.

All’Ecofin Schäuble non ebbe mai dubbi e martellava i debitori, i greci innanzitutto, che dovevano rendere conto fino all’ultimo euro, senza pietà.

Perché anche i crediti vantati dai tedeschi in fondo erano diventati come la moneta stampata senza sosta, l’illusione di Faust che in fondo alla miniera, scavando e scavando ancora, l’oro da qualche parte ci doveva pure essere.

E mai, inorgogliendosi, ebbe il dubbio che gli euro che affluivano senza sosta dai Paesi periferici alla Germania, gonfiando a dismisura i conti delle banche tedesche, rappresentassero un debito verso i depositanti: al contrario, contabilmente, sosteneva che nell’ambito del Target 2 era la Bundesbank a essere divenuta creditrice delle altre Banche centrali, che avevano distrutto moneta al loro interno al momento del trasferimento della valuta, mentre la prima lo aveva creato dal nulla per dare corso alla transazione.

Quel denaro era tedesco!

A nulla serviva il ragionamento concreto, per cui erano le banche tedesche che comunque dovevano trovare un impiego sicuro a quei depositi, affidati loro.

La stretta fiscale e il quantitative easing

Anche il Fiscal Compact appartiene a quell’epoca: a partire dal 2012 determinò una feroce stretta fiscale che ha frenato la crescita europea, creando le condizioni per una devastante deflazione dei prezzi cui solo l’ardimento di Mario Draghi seppe opporsi con il Qe.

Anche in quel caso vi fu arroganza: non solo l’acquisto dei titoli di Stato doveva essere imputato prevalentemente al bilancio delle singole banche centrali affinché si accollassero il rischio di un default, ma la Bce doveva comprare anche i titoli tedeschi facendone precipitare i tassi di molto sotto lo zero.

Fu così che gli investitori, prevalentemente stranieri, hanno finanziato la Germania riducendone il debito dacché alla scadenza delle obbligazioni incassavano un capitale nominale inferiore a quello sottoscritto.

Non è solo la carta-moneta di Mefistofele a essere fasulla, ma anche i crediti inesigibili. Essere corrivi con i debitori perseguendo un arricchimento senza sosta; è questa la vera dannazione.

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