Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Commercio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Commercio. Mostra tutti i post

14/10/2024

Il caos dell'“autonomia differenziata”. Il caso del commercio estero

Può risultare difficile spiegare in termini semplici perché la legge sulla cosiddetta “autonomia differenziata” è contemporaneamente la base legale per distruggere la sempre più precaria “unità del Paese” come sistema (economico, quindi anche sociale e politico) e una autentica idiozia sul piano macroeconomico.

Lasciamo intenzionalmente da parte gli aspetti più pubblicizzati da chiunque si opponga a quella legge (per la banale constatazione che ne abbiamo parlato cento volte anche noi, aderendo al movimento di opposizione sul tema: sanità, istruzione, servizi sociali, ecc.), e vediamo un aspetto meno popolare ma forse ancora più illuminante: il commercio estero.

Anche Milano Finanza, forse il miglior giornale economico del panorama italiano (pur se completamente interno al panorama del “pensiero unico” neoliberale), nei giorni scorsi ha pubblicato un’analisi impietosa di un provvedimento legislativo che sembra pensato per il suicidio delle stesse imprese che lo hanno preteso.

Il punto essenziale è che, nell’immediato, le “competenze sul commercio estero” – pretese intanto dalle regioni del Nord a guida leghista o comunque di centrodestra (Piemonte, Lombardia, Veneto, e persino la Liguria – sciolta con l’arresto e il patteggiamento del “governatore” Toti, e ora in piena campagna elettorale per il rinnovo, quindi tecnicamente obbligata all'“ordinaria amministrazione”) – comportano la gestione di grosse cifre, perché anche quella italiana, agganciata a quella tedesca ormai da decenni, è un’economia export oriented.

Comprensibile dunque che le menti particolarmente ristrette di amministratori regionali “miracolati” da una selezione elettorale ormai ridotta a televendita, o di “imprenditori” ansiosi di massimizzare il profitto individuale con qualche “mandrakata” (copyright di Gigi Proietti, of course) che non comporti investimenti o innovazione, abbiano sollecitato il passaggio di gestione dal ministero apposito alla palude regionale.

Non che la gestione ministeriale sia da considerare in sé “migliore”. Il personale politico che si è alternato alla sua guida va dal patetico al raccapricciante..... Ma sul piano astrattamente razionale appare molto più logico ed efficiente che il commercio estero di un piccolo Paese come l’Italia, caratterizzato da una produzione locale spesso di alta qualità ma dalle dimensioni ridotta (basti pensare all’alimentare, all’enologico, ecc.) sia tutelato nel suo insieme da un ente statale in grado di centralizzare le politiche commerciali. Garantendo così a tutte le imprese – indipendentemente dal territorio – l’accesso ai mercati esteri con l’accompagnamento di un “soggetto” (lo Stato italiano) dotato di una massa critica sufficiente, anche se non grandissima. Un soggetto, cioè, in grado di “pesare” almeno un po’ nella contrattazione politica internazionale sulle regole commerciali (ricordiamo le battaglie sui tanti prodotti “italian sound”, come il “parmesan”, ecc.).

Su questo piano la frammentazione regionale in 21 “soggettini” ininfluenti garantisce solo la certezza di restare fuori da qualsiasi contrattazione rilevante.

Peggio ancora. In che modo le Regioni potrebbero promuovere la “competitività” dei prodotti locali sul mercato internazionale? Essendo prive di qualsiasi strumento e peso politico, dovrebbero limitarsi a “campagne promozionali”, introiettando la “concorrenza” anche a livello regionale.

Ci è arrivato anche Antonio Tajani – non a caso ministro del commercio estero, quindi con buoni consulenti in materia e ovviamente geloso delle proprie “competenze” – che si è spinto fino ad ironizzare pesantemente sulle aspettative dei suoi colleghi “regionali”: «Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».

Per la natura delle medie imprese italiane questa “concorrenza” non potrebbe avvenire che sul prezzo, garantendo o promettendo sconti in cambio di determinati spazi sui mercati esteri. Uno sconto ovviamente più forte rispetto a quello spesso necessario nella concorrenza tra interi Paesi e Stati. Oppure a una richiesta di “sgravi” e “incentivi” fatta con soldi pubblici (regionali!), che o non ci sono o andranno trovati tagliando altre consistenti voci di spesa (la sanità, l’istruzione, ecc.).

Detto altrimenti: l'“autonomia differenziata”, in materia di commercio estero, porterà per forza di cose – la pressione dei “mercati” – a una caduta dei profitti, invece che allo sperato aumento. Ma anche a qualche sognato guadagno politico in più per gli amministratori regionali, che non pensano ancora alle conseguenze...

Non ci vuole un premio Nobel per capire che il rimpicciolimento delle prospettive e delle possibilità di azione, in un mercato mondiale sempre più dominato dai giganti e sottoposto da anni ad una frammentazione che non si vedeva dalla “Guerra fredda”, è una garanzia di rapido declino, una discesa agli inferi.

Invece di pretendere politiche industriali e commerciali all’altezza delle sfide, ci si accontenta di ritagliarsi degli “spazietti” dall’esistenza progressivamente più precaria. O, come scrive Guido Salerno Aletta su MF, “a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività”.

Davanti a una spinta gigantesca verso la centralizzazione e la concentrazione dei capitali, e conseguentemente delle politiche (sintetizzata in qualche misura dal “rapporto Draghi”, in chiave neoliberale), le piccole menti della piccola borghesia italiota non vedono altra soluzione che un “ognun per sé” localistico. Uno “io speriamo che me la cavo” il cui esito è scritto nelle stesse premesse.

*****

Ecco perché l’export italiano scatena l’appetito delle Regioni

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

Piatto ricco, mi ci ficco: visto che l’export dell’Italia continua a macinare record positivi nonostante le difficoltà della congiuntura globale, essendosi recentemente appaiato in termini di valore a quello del Giappone come quarto nella graduatoria mondiale, continua il tira-e-molla sulle competenze politiche e amministrative in materia di commercio con l’estero. Dopo la disputa interminabile per attribuirsele a livello ministeriale, ora è cominciata quella tra Stato e Regioni.

A luglio Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto hanno chiesto al governo di vedersi attribuiti maggiori poteri anche in materia di commercio con l’estero, attivando il procedimento necessario per ottenere le «forme e condizioni particolari di autonomia» previste dall’articolo 116 comma 3 della Costituzione, che prevede la firma di un’intesa tra Regione e Stato che va poi approvata per legge con il voto a maggioranza assoluta del Parlamento.

Questione di Costituzione

Tutto si inquadra quindi nel tormentatissimo processo di attuazione del comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, che fu modificato nel 2001 nell’ambito di una complessiva rivisitazione del Titolo V: dopo ben 23 anni lo scorso 26 giugno è stata finalmente approvata la legge n. 86 recante «Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario», ma è stata immediatamente attivata la richiesta di sottoporla a referendum abrogativo con la raccolta delle firme conclusa positivamente il 15 settembre scorso.

A questo punto, se la Cassazione convaliderà il raggiungimento del quorum delle 500 mila firme e la Corte Costituzionale dichiarerà ammissibile la richiesta referendaria, si andrà votare tra aprile e giugno 2025.

La richiesta delle Regioni ha già trovato un primo intoppo a livello governativo: il ministro Antonio Tajani ha infatti rappresentato perplessità per la sottrazione di competenze al suo dicastero, affermando: «Io sono responsabile dell’export e credo sia sbagliato affidare l’export a ogni Regione. Poi cosa facciamo, la guerra tra i vini piemontesi e quelli pugliesi?».

La classifica delle Regioni

La questione del commercio con l’estero va vista nella sua complessità, tenendo conto del peso assai rilevante che ha sull’economia di talune Regioni, come il Veneto e la Lombardia, che da anni invocano maggiore autonomia dallo Stato centrale, celebrando pure entrambe nel 2017 un referendum consultivo a tal fine: il Veneto, per esempio, nel 2022 ha esportato il 45% del suo prodotto, con un andamento che è rimasto sostanzialmente stazionario nel 2023 (-0,3%) per un valore di 82 miliardi (il 13,1% del totale dell’Italia); sempre nel 2023 l’export della Lombardia è stato invece di 164 miliardi (+0,8%), mentre il secondo trimestre di quest’anno ha segnato un impercettibile +0,1% rispetto a 12 mesi prima. Il Veneto ha avuto un andamento negativo: -1,8%.

Sorprendentemente, prendendo ancora come riferimento quest’ultimo indicatore, è stata la Sardegna ad aver messo a segno nel secondo trimestre l’andamento migliore dell’export: +31,3%. Nel Nord l’export della Liguria è andato malissimo col -33,6% e male è andato quello del Piemonte col -6,8%. Nel Mezzogiorno, le dicotomie sono evidenti, con la Calabria che ha segnato un ottimo +10,7% e la Campania un +8,1%, mentre per la Sicilia un brusco -5,3% e la Basilicata un drammatico -46,1%.

Al Nord come al Sud, l’andamento dell’export dipende dal grado di concentrazione nell’insediamento di specifiche produzioni: Unioncamere Lombardia ha rilevato che c’è una contrapposizione tra sei provincie con un andamento positivo e altrettante con un segno negativo: Lodi +17,6%, Monza e Brianza +9,9%, Sondrio +2,5%, Pavia +2,3%, Como +0,6%, Mantova +0,5%, Cremona -0,3%, Lecco -0,5%, Brescia -1,2%, Bergamo -1,6%, Milano -2,1% e Varese -4,8%.

Attenzione alla debolezza tedesca

Se dal punto di vista delle tipologie di prodotti esportati e dei mercati di destinazione c’è un allineamento tra i dati statistici nazionali e quelli regionali, soffrono maggiormente le Regioni in cui le imprese si erano più specializzate in determinati settori e nei Paesi che ora sono maggiormente in difficoltà: chi esporta semilavorati in Germania va male a prescindere dal fatto che produca in una Regione piuttosto che in un’altra.

Mentre la transumanza delle competenze da un ministero all’altro si è dimostrata sostanzialmente ininfluente rispetto alla dinamica delle esportazioni, le recenti rivendicazioni di maggiori poteri regionali in materia di commercio con l’estero costituiscono un pericoloso diversivo rispetto alla natura della sfida che oggi si presenta: a meno che non si vogliano creare distorsivi meccanismi di competizione interna, erogando contributi e sovvenzioni differenziati a seconda della localizzazione regionale delle imprese che esportano, l’indubbia necessità di riorientarsi verso mercati nuovi per l’export non può sostituire quella di delineare processi di innovazione produttiva e di internalizzazione di segmenti di attività.

Ad agosto l’Italia ha registrato per il 19° mese consecutivo un calo della produzione industriale (-3,2%). Il calo maggiore ha riguardato la produzione di mezzi di trasporto (-14,2%) e di macchinari e attrezzature (-11,6%). Anche le industrie tessile e siderurgica hanno accusato un colpo pesante (-10,8% e -10,1%). La Germania, di cui siamo subfornitori nella meccanica, prevede un altro anno di contrazione economica.

Bisogna dunque guardare molto avanti, in un contesto così complesso, con scelte estremamente difficili e sforzi enormi di politica industriale che devono riguardare l’intero apparato economico, quale che sia la Regione in cui le imprese sono insediate.

Fonte

16/07/2024

Monopoli big tech

di Gioacchino Toni

Cory Doctorow, Come distruggere il capitalismo della sorveglianza, traduzione del Gruppo Ippolita, Mimesis, Milano-Udine, 2024, pp. 156, € 16,00

«Il monitoraggio permette ai ricchi e ai potenti di capire chi sta pensando di costruire ghigliottine e quale macchina del fango possono adoperare per screditare questi progetti prima ancora che arrivino al deposito di legname». Così scrive Cory Doctorow nel suo nuovo libro ruotante attorno alla convinzione che buona parte del successo delle Big Tech derivi dal controllo monopolistico sulla comunicazione e sul commercio; monitorare efficacemente gli utenti/clienti e controllare fette importanti del panorama dell’informazione significa intuire prima dei concorrenti cosa e come gli individui siano propensi ad acquistare. «Il dominio, cioè il fatto di diventare un monopolista (e non i dati in sé) è il fattore decisivo che rende ogni tattica degna di essere perseguita, perché il dominio monopolistico priva il suo target-cliente di una via di fuga».

Secondo Doctorow, l’analisi del capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff tende a sovrastimare la capacità di persuasione delle tecniche a cui ricorre tale sistema; l’efficacia, comunque di breve durata, di tali tecniche sarebbe in realtà ben meno rilevante di quel che gli stessi colossi tecnologici millantano. «L’industria tecnologica è stata così brava a commercializzare i propri presunti superpoteri che è facile credere che sia in grado di commercializzare tutto il resto con un’acutezza simile, ma è un errore cedere alla loro propaganda». I colossi del digitale mentono anche sull’efficacia dei loro sistemi di persuasione basati sull’apprendimento automatico. Il prodotto delle grandi aziende è la persuasione e ciò riguarda anche la loro efficacia.

A indirizzare gli utenti, sostiene Doctorow, non sono tanto le strategie messe in atto dalle Big Tech ma il loro operare in regime di sostanziale monopolio. La forza di Facebook, ad esempio, non risiede tanto nella capacità di sfruttare i dati raccolti per sottoporre agli utenti pubblicità mirate ma piuttosto nella sua capacità di trattenere per lungo tempo gli utenti così da inondarli con un flusso di informazioni sponsorizzate talmente elevato che per forza contiene annunci rispondenti ai loro interessi. Un colosso come Amazon è divenuto predominante (ad esclusione dellaCina) nell’e-commerce perché ha letteralmente assorbito i grandi ed i piccoli rivali conquistando così un ruolo di indubbio monopolio, ed è proprio grazie al suo agire in stato di monopolio che può plasmare i mercati facendo scelte informate.

A permettere alle Big Tech di esercitare sorveglianza non è soltanto il loro essere tecnologiche ma anche – e soprattutto – il loro essere giganti. In un tale contesto, il tradizionale controllo dello Stato, sottolinea Doctorw, è però tutt’altro che un vecchio arnese del passato appartenente ad un’epoca ormai lontana in cui «il grande pericolo pubblico era quello di essere arrestati per dissidenza politica, e non di essere privati del proprio libero arbitrio grazie all’apprendimento automatico». Sorveglianza statale e sorveglianza privata sono in realtà molto più interfacciate. «Oggi l’unico modo veramente conveniente e concreto per condurre una sorveglianza di massa sulla scala praticata finora dagli Stati moderni – sia quelli “liberi” che quelli autocratici – è quello di subordinarli ai servizi commerciali».

Se gli Stati sono restii a limitare la potenza dei colossi tecnologici che operano attraverso la datificazione è anche perché hanno bisogno di essi. Non può esserci sorveglianza statale di massa senza che vi sia sorveglianza commerciale di massa. Le premesse di tutto ciò si danno in quella svolta neoliberista di fine anni Settanta del secolo scorso che, dietro a tanta retorica, ha posto le basi per aggirare le limitazioni ai monopoli. Ronald Reagan si è avvalso di personaggi come Robert Bork, ex procuratore generale da lui nominato alla Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Distretto di Washington. «I monopoli sono un ottimo modo per rendere i ricchi ancora più ricchi, consentendo loro di ricevere “rendite monopolistiche” (cioè maggiori profitti) e di controllare i legislatori, portando a un ambiente normativo più debole e più favorevole, con minori protezioni per i clienti, i fornitori, l’ambiente e i lavoratori».

Per dare un’idea di quanto siano aumentate le capacità di esercitare sorveglianza da parte statale, si pensi che mentre l’apparato della Stasi in Germania Est controllava in maniera capillare il Paese ricorrendo ad un informatore ogni sessanta persone, oggi la NSA (National Security Agency) ricorre a un agente per monitorare 10 mila cittadini a livello mondiale e ciò è stato reso possibile dalle Big Tech.

Il controllo di massa da parte dello Stato è possibile solo grazie al capitalismo della sorveglianza e ai suoi sistemi di targeting pubblicitario a bassissimo rendimento, che richiedono un’alimentazione costante di dati personali per dirsi redditizi a malapena. Il problema principale del capitalismo della sorveglianza è rappresentato dagli annunci pubblicitari fuori tema, mentre il problema principale della sorveglianza di massa è rappresentato dalle palesi violazioni dei diritti umani, che tendono al totalitarismo (p. 81).

Non è possibile operare una netta distinzione tra sorveglianza di Stato e capitalismo della sorveglianza visto che dipendono l’una dall’altro. In un sistema sostanziamene monopolista come l’attuale, i legislatori hanno dovuto assegnare alle Big Tech compiti onerosi simili a quelli di pertinenza di uno Stato: filtrare automaticamente gli interventi degli utenti per verificare eventuali violazioni di copyright, contenuti razzisti, sessisti, violenti, discriminatori ecc. Soltanto le grandi piattaforme hanno le risorse umane e tecnologhe necessarie per tentare, almeno formalmente, di far fronte a tali obblighi ed è anche per tale motivo che si adoperano per ostacolare l’interoperabilità concorrente che potrebbe vanificare le misure di controllo.

Senza la sfera di cristallo di Amazon, Google e tutti gli altri grandi appaltatori tecnologici, la polizia statunitense non sarebbe in grado di spiare le persone di colore, l’ICE non sarebbe capace di gestire la reclusione dei bambini al confine degli Stati Uniti, e i sistemi di welfare statali non potrebbero “ripulire” le loro liste travestendo la crudeltà da empirismo, sostenendo cioè che le persone povere e vulnerabili non sono idonee all’assistenza (p. 60).

La ritrosia degli Stati a intervenire per limitare la sorveglianza deriva, almeno in parte, dalla relazione simbiotica tra le Big Tech e lo Stato. «Non c’è sorveglianza statale di massa senza sorveglianza commerciale di massa. Il monopolio è la chiave del progetto di sorveglianza statale di massa».

Fonte

21/11/2023

Argentina contesa, tra Yuan e Dollaro

di Guido Salerno Aletta

Il nuovo presidente Javier Milei, definito anarcoliberista, ha sconfitto al ballottaggio il peronista Sergio Massa, in carica come Ministro dell'Economia. Nella campagna elettorale, il neo-eletto aveva battuto su due aspetti: da una parte, sullo smantellamento completo dello Stato sociale e sulla privatizzazione delle imprese pubbliche, carrozzoni che assorbono immense risorse senza riuscire a risolvere il problema della povertà diffusa, e dall'altra sulla eliminazione della Banca Centrale, colpevole della inflazione al 140% annuo per via della continua stampa di nuova moneta. Il Peso argentino va sostituito col dollaro.

Il paradosso dell'Argentina, che il peronismo non ha mai saputo risolvere, sta nel contrasto tra l'immensa ricchezza delle sue risorse naturali, minerarie, agricole e dell'allevamento, e la diffusa povertà della popolazione. Un contrasto che si acuisce per via di una legislazione sempre più invasiva: per finanziare il bilancio pubblico si impongono tasse sulle esportazioni, soprattutto quelle di cereali e di carne, rendendole così meno convenienti sui mercati internazionali, e si controllano in ogni modo gli acquisti di dollari per contrastare la costituzione di riserve di valuta all'estero.

Ci sono regole strettissime sui cambi, con i prezzi del dollaro che variano a seconda che questa valuta serva per finanziare le importazioni, che si debbano convertire in peso gli importi incassati in dollari con le esportazioni, oppure che si chiedano dollari per fini personali: in questo caso ci sono contingenti fissi, come tassi specifici per gli acquisti all'estero sulle piattaforme di e-commerce.

Inoltre, la gran parte dei capitali argentini sono detenuti in dollari e depositati in Uruguay, che è una sorta di "Svizzera": gli stessi prestiti pubblici contratti in dollari sono in larga parte finanziati dai capitali degli stessi argentini ma che sono detenuti all'estero. È questo un modo per proteggersi sia dalla inflazione del peso che dai default sul debito, visto l'alto grado di protezione giudiziaria che viene garantito ai prestiti internazionali.

Ed ancora, poiché le entrate fiscali non sono mai sufficienti per finanziare le spese pubbliche che crescono in continuazione per corrispondere alle esigenze della popolazione e soddisfare le promesse populiste dei peronisti, la Banca centrale finanzia direttamente il governo stampando la moneta occorrente per coprire il deficit: questa inflazione della moneta ne scoraggia la detenzione, e così chiunque abbia risparmi o una qualsiasi attività cerca rifugio nel dollaro. Anche questa continua domanda di dollari in cambio di peso contribuisce a svilire il valore di quest'ultimo.

C'è un ultimo aspetto: visto che il mercato dei cambi è da sempre una fonte di arricchimento, e visto che c'è tanta richiesta di dollari, anche attraverso questo meccanismo si drenano risorse dall'economia reale al settore finanziario.

In pratica, l'Argentina spolpa continuamente se stessa: chi può, si difende col dollaro.

Il commercio internazionale dell'Argentina, che ha sempre avuto come riferimento principale il Brasile, si è andato sviluppando verso la Cina a mano a mano che i dazi posti dall'Amministrazione Trump alle importazioni americane dalla Cina vedevano come ritorsione l'imposizione di dazi cinesi sulle importazioni dagli Stati Uniti. Così facendo, le importazioni in Cina di prodotti agricoli dagli Stati Uniti sono divenute artificiosamente più care, rendendo più convenienti quelle dall'Argentina e dal Brasile. Questo flusso crescente di esportazioni ha fatto sì che ormai la Cina sia il secondo partner commerciale dell'Argentina, dopo il Brasile.

Rimaneva un paradosso, sul piano valutario, visto che il commercio bilaterale tra Argentina e Cina continuava ad essere effettuato in dollari. A questo aspetto è stato posto rimedio, con un accordo di swap tra le due Banche centrali, quella del Popolo cinese e quella dell'Argentina: la prima riforniva di yuan la seconda, che a sua volta riforniva di peso la prima, ad un tasso di cambio e per un tempo prestabilito. Le due banche centrali, per il tramite dei rispettivi sistemi bancari, prestano la valuta estera di cui sono state rifornite ai rispettivi importatori che non devono più ricorrere ai dollari per pagare le merci: in questo modo, gli yuan ritornano in Cina ed i peso in Argentina. Alla fine del periodo convenuto per lo swap, se il commercio bilaterale è stato bilanciato, le valute scambiate sono già rientrate nei rispettivi Paesi; in caso contrario, le due Banche centrali regolano la sola differenza residuata, pagando gli interessi convenuti.

Non solo i rapporti commerciali tra Argentina e Cina sono stati "dedollarizzati", ma la stessa Argentina ha visto accolta la domanda di far parte del Gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) a partire dal prossimo 1° gennaio. Il Gruppo sarà così composto di 11 membri, visto che ai fondatori si sono aggiunti l'Argentina, l'Arabia Saudita, l'Egitto, gli Emirati Arabi, l'Etiopia e l'Iran.

Qui sta il nodo.

Da una parte l'Argentina ha perseguito la "dedollarizzazione" degli scambi commerciali con la Cina che è ormai il secondo partner, ed è pure entrata a far parte del Gruppo dei BRICS; dall'altra parte, il neo Presidente Milei ha sbandierato la completa "dollarizzazione" dell'Argentina, sostituendo il peso ed eliminando la Banca Centrale.

Milei viene conteso: mentre ha ricevuto congratulazioni calorosissime sia da Donald Trump che da Jair Bolsonaro, che nell'ambito delle rispettive Presidenze degli Usa e del Brasile sono stati entrambi assai severi verso la Cina, Pechino a sua volta ha ostentato tranquillità: "Siamo pronti a lavorare con Buenos Aires per portare avanti la nostra amicizia, rafforzare lo sviluppo e la rivitalizzazione dei nostri Paesi con una cooperazione vantaggiosa per tutti, e per promuovere lo sviluppo costante e a lungo termine delle relazioni Cina-Argentina".

Da ultra liberista quale si professa, Milei ha già dovuto dare prova di equilibrismo: mentre ha affermato che non è sua intenzione intrattenere rapporti con i "Paesi comunisti", sottintendendo con questo termine la Cina di Xi Jinping ed il Brasile di Ignazio Lula, allo stesso tempo ha confermato che i rapporti commerciali sono decisi autonomamente dai privati.

Milei sa bene che per le esportazioni argentine è impossibile trovare mercati di sbocco alternativi al Brasile ed alla Cina. Anche "dollarizzare" l'Argentina è un sogno ricorrente, sin dai tempi di Domingo Cavallo.

Fonte

15/05/2023

Accordo di libero scambio tra Ecuador e Cina

L’Ecuador e la Cina hanno firmato un accordo di libero scambio, approfondendo i legami tra il paese andino e la seconda economia più grande del mondo e frustrando l’opposizione degli Stati Uniti alla crescente influenza di Pechino nella regione.

Stando al Ministero dell’Economia di Quito, l’accordo dovrebbe aumentare le esportazioni non petrolifere dell’Ecuador nei prossimi 10 anni dai 3 ai 4 miliardi di dollari. Il trattato consentirà l’accesso preferenziale del 99% delle esportazioni dell’Ecuador verso la Cina, riguardando soprattutto prodotti agricoli e agroindustriali tra cui gamberetti, banane, fiori recisi, cacao e caffè.

La Cina è già il principale partner commerciale non petrolifero dell’Ecuador ed è diventata una fonte di finanziamento sempre più importante per il paese latinoamericano, nel quale ha finanziato numerose infrastrutture. Gli Stati Uniti sono invece il maggiore partner commerciale dell’Ecuador per quanto concerne gli scambi petroliferi.

Washington ha cercato di contrastare la crescente influenza di Pechino in America Latina, dove la Cina ha già firmato accordi di libero scambio con Perù, Cile e Costa Rica.

«Questa è un’opportunità per ampliare la cooperazione» ha affermato il ministro del commercio cinese Wang Wentao, apparso da Pechino in collegamento video. Ma l’accordo, che deve ancora essere ratificato dall’assemblea nazionale dell’Ecuador, rischia di incontrare forti resistenze nel paese. Il presidente Guillermo Lasso affronta il possibile impeachment da parte del congresso guidato dall’opposizione con l’accusa di appropriazione indebita. Con un processo previsto per la prossima settimana, il presidente potrebbe non essere più in carica quando l’accordo sarà discusso dal parlamento.

Paradossalmente Lasso è un conservatore filoamericano che ha cercato di approfondire i legami commerciali e di attirare maggiori investimento dagli Stati Uniti, ma il suo ambasciatore a Washington, Ivonne Baki, nel 2021 si era lamentato del fatto che l’amministrazione Biden non prestava sufficiente attenzione all’Ecuador e non capiva l’urgenza di aiutare il suo alleati in America Latina. Negli ultimi mesi, quindi, il suo governo ha cercato un aumento delle relazioni commerciali con Pechino, già molto consistenti. La Cina è diventata il partner finanziario più importante dell’Ecuador negli ultimi dieci anni, a partire dal mandato dell’ex presidente progressista Rafael Correa, che è stato in carica dal 2007 al 2017.

Lasso in questi anni ha anche tentato di ottenere la firma di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti ma con scarsi risultati.

Fonte

28/04/2023

Argentina - Scambi con la Cina in yuan

Dopo il Brasile anche l’Argentina. Il processo di sganciamento dal dollaro per i pagamenti internazionali comincia decisamente a correre in America Latina.

A cominciare da questo mese l’Argentina userà l’equivalente di 1,04 miliardi di dollari in yuan per pagare le importazioni di beni strumentali dalla Cina. A confermarlo è stato il ministro dell’Economia, Sergio Massa, annunciando un’intesa che permetterà a Buenos Aires di contenere le perdite nelle riserve monetarie della Banca Centrale.

L’accordo – i cui dettagli sono stati illustrati insieme all’ambasciatore cinese in Argentina, Zou Xiaoli e al presidente della Banca centrale Miguel Pesce – è stato reso possibile dall’attivazione dell’ultimo segmento dello “swap” monetario che i due Paesi hanno firmato a novembre scorso.

Questo strumento ha permesso all’Argentina di disporre dell’equivalente di cinque miliardi di dollari in riserve monetarie, portando la partecipazione cinese al 48 per cento delle casse statali argentine.

Secondo il ministro Massa, “a seguito di un accordo con diverse aziende”, il governo ha riprogrammato lo strumento di pagamento per queste importazioni originarie della Cina, che “cessano di pesare sul deflusso” di dollari e “diventano parte del deflusso di yuan”.

“Questo migliora le prospettive delle riserve nette argentine. Ci dà più libertà e aggiunge capacità operativa da parte della Banca centrale argentina, in questi giorni in cui abbiamo dovuto prendere la decisione di intervenire contro coloro che, pensando che non avessimo capacità economica come Stato, speculavano e sovra-speculavano”, ha detto il ministro.

Di fronte al complesso contesto internazionale del 2022 per il sistema economico e finanziario globale, diversi Paesi hanno scelto di avviare un processo di “de-dollarizzazione” e di rafforzamento delle proprie valute nazionali o di altre alternative.

In America Latina, il Brasile ha preso l’iniziativa all’inizio di quest’anno, quando ha iniziato il percorso promuovendo l’uso dello yuan per le operazioni commerciali con i suoi principali partner, sfidando il dominio della valuta statunitense.

D’altra parte, Argentina e Brasile, che condividono e guidano il Mercato Comune del Sud (Mercosur), stanno attualmente discutendo la possibilità di creare una moneta comune, con l’obiettivo di “incrementare il commercio e l’integrazione nel mondo senza perdere” la loro “sovranità e libertà economica”.

Questo fenomeno globale ha preso slancio da quando i BRICS, che comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, hanno annunciato alla fine di marzo la creazione di un sistema economico alternativo a quello euroatlantico che comprende una valuta di riserva “fondamentalmente nuova”.

Fonte

07/04/2023

Pasqua alla cassa del supermercato


Italia cristiana? Ma dove? La “legge del Signore” finisce dove comincia quella del profitto.

Solidarietà ai lavoratori del commercio costretti a lavorare a Pasqua e ancora di più a quelli che rifiuteranno di farlo, aderendo allo sciopero indetto da USB.

Nelle feste dovrebbero lavorare solo i lavoratori addetti ai servizi essenziali per la vita delle persone. E dovrebbero ricevere tripla paga per questo. Tutti gli altri lavoratori dovrebbero stare a casa.

Alla faccia della “madre cristiana” Giorgia Meloni, fanatica della libertà d’impresa.

Nella foto: il supermercato Italmark in Piazza Vittoria a Brescia.

Fonte

10/08/2022

Gas e dintorni nel commercio mondiale


Al giorno d’oggi, c’è commercio e commercio. Quello delle armi fornite dai paesi occidentali all’Ucraina sembra alquanto fruttuoso, tanto che ne parlano addirittura anche canali americani: la CBS, per esempio. Secondo il canale Near Abroad, le spedizioni di armi provenienti dall’Ucraina, imbarcate in alcuni porti polacchi su navi per “aiuti umanitari” (di solito, non controllate) danno ottimi profitti ai mercanti di armi ucraini.

Per dire, un fucile automatico USA M4, a seconda delle diverse modificazioni, può costare dai 600 ai 1.200 dollari; ma, secondo Sputnik Arabic, viene spedito agli “Hussiti yemeniti” per 2.400 $ e pagato in criptovaluta. Le armi vengono stipate in bidoni per olio da auto: dieci M4 con duemila proiettili e 200 granate in ogni bidone. Un affare.

Esiste anche un altro commercio, dalle qualità e dalle prospettive ben diverse e di ben altra portata mondiale, per chi vuole intendere. È quello tra Russia e Cina che, secondo la Reuters, è cresciuto del 29% tra gennaio e luglio, raggiungendo i 97,7 miliardi di dollari e, da qui a fine anno, Mosca e Pechino prevedono di portare il volume a 200 miliardi.

Nel solo mese di luglio, gli scambi sono stati di circa 17 miliardi, con una crescita del 22% delle forniture cinesi alla Russia rispetto allo scorso anno. L’import dalla Russia in luglio è cresciuto del 49%, contro però il 56% di giugno e il 79,6% a maggio e ha comunque raggiunto i 61,4 miliardi $.

Mosca è il principale fornitore alla Cina di petrolio, gas, carbone e prodotti agricoli, anche se in luglio le forniture di petrolio sono state le più basse (21,3 milioni di barili) da febbraio. L’export di merci cinesi in Russia è cresciuto del 5,2% in sette mesi, raggiungendo i 36,2 miliardi.

Un altro tipo ancora di commercio, che chiama in gioco attori mondiali diversi, è quello che riguarda il gas naturale liquefatto, o GNL.

Secondo il Financial Times, per gli elevati prezzi venutisi a stabilire in Europa, le società commerciali preferiscono dirottare i tanker verso i paesi europei: anche pagando multe per la rescissione di contratti con paesi asiatici, riescono comunque a realizzare grossi profitti smerciando il gas in Europa.

In pratica: un effetto a spirale che si traduce in un sempre più brusco aumento di prezzo del gas, in vista anche del necessario riempimento dei depositi europei, al momento quasi tutti sotto il previsto 90%.

La crescente concorrenza dei paesi asiatici, scrive il FT, (Giappone e Corea del Sud sono il secondo e il terzo importatore mondiale) arriva in un momento in cui i paesi europei mirano a far incetta di GNL – fanno incetta di GNL yankee, per eseguire gli ordini di Washington, diciamo noi – trasportato via mare, in sostituzione del gas russo, pompato attraverso i gasdotti.

Rispetto al 2021, i prezzi in Europa sono già cresciuti di tre-cinque volte e, sempre rispetto al 2021, secondo l’Energy Information Administration, nei primi quattro mesi di quest’anno, gli USA hanno esportato il 74% del proprio GNL in Europa, rispetto al 34% dello scorso anno. Nel periodo gennaio-luglio, l’Europa ha importato 100 miliardi di mc di GNL americano, quasi quanto nell’intero 2021.

Indicativo della situazione, sembra quanto scrive Shipping Magazine, secondo cui, coi noli che crescono a ritmi sostenuti, «gli armatori continuano ad aumentare le dimensioni delle proprie flotte»; così che nel periodo gennaio-luglio, a livello mondiale, «sono state acquistate 1.155 navi usate», pari a una portata lorda di circa settantacinque milioni di tonnellate e «un valore di 24,8 miliardi di dollari». Del numero totale di vascelli, 388 sono petroliere e 54 sono navi gasiere.

La sua brava parte di lavoro sporco nella questione del gas la sta facendo, naturalmente, l’Ucraina, con il rifiuto di Naftogaz a trasportare il gas russo attraverso le tubature che passano per il territorio ora non controllato da Kiev: fatto che aggrava la già pesante situazione data dalla sensibile riduzione delle forniture attraverso il Nord Stream-1.

Già a inizi estate, la Germania aveva perso un’altra fonte atta a rimpiazzare il pompaggio attraverso il Nord Stream-1: è stato infatti il segmento polacco (33 miliardi mc annui) del gasdotto Jamal-Europa a subire le conseguenze delle contro-sanzioni russe alla polacca EuRoPol-GAZ.

Così che tanto Kiev quanto Varsavia, dichiara l’osservatore russo Boris Martsinkevič, contribuiscono in par misura a creare una situazione critica per l’Europa e in particolare per la Germania.

L’ambigua politica della Siemens nei confronti di Gazprom sulla questione delle sanzioni, nota Martsinkevič, «costringerà la Germania a riflettere sull’avvio del Nord Stream-2», una misura che «salverebbe la UE da gravi carenze di gas, durante i lavori di ripristino del Nord Stream-1».

Ecco poi un esempio diverso di commercio mondiale, questa volta in negativo, come risposta di Mosca all’atteggiamento occidentale nei confronti della Russia. Il 5 agosto, Vladimir Putin ha firmato un decreto – “Sull’applicazione di misure economiche speciali nelle sfere di finanza, combustibili ed energia” – in base a cui, fino al prossimo 31 dicembre, si vietano transazioni con azioni e quote di società strategiche russe per investitori da paesi ostili.

Un esempio concreto è dato dal divieto completo di transazioni con quote in “Sakhalin-1” e il campo petrolifero di Khar’jaginskij, nel circondario autonomo di Nenets.

Nell’annunciare che, nei prossimi giorni, verrà reso pubblico l’elenco completo delle società energetiche e finanziarie le cui transazioni sono vietate, Kommersant ricorda che nel 2021 Mosca aveva dichiarato “paesi ostili” USA e Rep. Ceca; dopo il 24 febbraio, nell’elenco sono entrati paesi UE e Ucraina e, dopo il 22 luglio, Grecia, Danimarca, Slovenia, Croazia e Slovacchia.

In vista della corsa alle urne del 25 settembre in Italia, quale tipo di commercio hanno da proporre le due destre, in competizione tra loro per aggiudicarsi l’invito a rendere gli omaggi al padrone di casa a Washington?

Fonte

09/12/2021

Sanzione di 1,1 miliardi ad Amazon per “abuso di posizione dominante”

L’Autorità Antitrust italiana ha emesso una sanzione di oltre 1,128 miliardi di euro ad Amazon per “abuso di posizione dominante”. L’Autority ha multato le società Amazon EU, Amazon Europe Core, Amazon Services Europe, Amazon Italia Services e Amazon Italia Logistica per violazione dell’art. 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea.

Secondo l’Autority la società Usa avrebbe favorito il proprio servizio di logistica (Fulfillment by Amazon) presso i venditori attivi sulla piattaforma Amazon.it, ai danni degli operatori concorrenti in tale mercato e per rafforzare la propria posizione dominante.

L’istruttoria ha accertato che si tratta di funzionalità della piattaforma Amazon.it cruciali per il successo dei venditori e per l’aumento delle loro vendite. Infine, ai venditori terzi che utilizzano la logistica del gruppo non viene applicato lo stringente sistema di misurazione delle performance cui Amazon sottopone i venditori che non la usano, e il cui mancato superamento può portare anche alla sospensione dell’account del venditore”, aggiungono dall’Antitrust.

In tal modo Amazon avrebbe quindi danneggiato gli operatori concorrenti di logistica per e-commerce, impedendo loro di proporsi ai venditori online come fornitori di servizi di qualità paragonabile a quella della logistica di Amazon. Tali condotte hanno così accresciuto il divario tra il potere di Amazon e quello della concorrenza anche nell’attività di consegna degli ordini e-commerce. Non solo. Per effetto dell’abuso, secondo l’autorità alla concorrenza, sono stati danneggiati anche i marketplace concorrenti: a causa del costo di duplicazione dei magazzini, i venditori che adottano la logistica di Amazon sono scoraggiati dall’offrire i propri prodotti su altre piattaforme online, perlomeno con la stessa ampiezza di gamma.

L’Autority Autitrust ha ritenuto tale strategia abusiva particolarmente grave e, anche in considerazione della sua durata, degli effetti già prodotti e delle dimensioni del gruppo, ha deciso di irrogare la suddetta sanzione di oltre un 1 miliardo di euro.

Infine, per ripristinare immediatamente le condizioni concorrenziali nei mercati rilevanti, ha imposto al gruppo guidato da Jeff Bezos misure comportamentali che saranno sottoposte al vaglio di un monitoring trustee. Amazon dovrà concedere ogni privilegio di vendita e di visibilità sulla propria piattaforma a tutti i venditori terzi che sappiano rispettare standard equi e non discriminatori di evasione dei propri ordini, in linea con il livello di servizio che Amazon intende garantire ai consumatori Prime. Amazon dovrà definire e pubblicare tali standard e, a far data da un anno dall’assunzione della decisione, astenersi dal negoziare con i vettori o con gli operatori di logistica concorrenti – per conto dei venditori – tariffe e altre condizioni contrattuali applicate per la logistica dei loro ordini su Amazon.it, al di fuori della sua piattaforma di logistica.

Fonte

22/10/2021

La Web Tax? Abbiamo scherzato. Ritirata l’imposta sulle multinazionali del Big Data

L’imposta sugli affari in Europa e in Italia dei giganti della rete ha già fatto marcia indietro. Infatti Italia, Austria, Francia, Spagna e Gran Bretagna si sono impegnate con gli Stati Uniti al ritiro dell’imposta unilaterale sui servizi digitali, la Digital services tax (Dst). In cambio verranno ritirati i dazi degli Usa su alcuni prodotti europei.

L’Italia e gli altri quattro paesi europei hanno definito ieri i termini dell’accordo transitorio per il passaggio dalle attuali web tax verso la nuova proposta fiscale avanzata dall’Ocse che permetterà di tassare i giganti del digitale attraverso principi condivisi.

L’accordo su questo argomento era stato già raggiunto lo scorso ottobre impegnando 136 paesi sulla riforma delle fisco internazionale relativi ai grandi monopoli del web, da attuare entro il 2023.

Le attuali web tax resteranno in vigore fino a quando sarà operativo il primo pilastro della riforma fiscale dell’Ocse sulla tassazione dei giganti digitali. Ma per non strappare lacrime alle multinazionali del web, i paesi aderenti hanno stabilito che sarà loro offerto un credito fiscale per rimborsare l’ammontare della tassa raccolta in eccesso se l’accordo Ocse dovesse essere implementato prima.

In cambio, gli USA hanno accettato di abbandonare i dazi di ritorsione che avevano emanato, e poi temporaneamente sospeso, contro Italia, Austria, Francia, Spagna e Regno Unito. A fine marzo gli Stati Uniti avevano minacciato dazi del 25% sui prodotti della moda Made in Italy per un ammontare di 140 milioni di dollari.

Gli USA avrebbero preferito che l’abrogazione delle Web Tax europee fosse immediata a partire dall’8 ottobre 2021, data in cui è stato raggiunto l’accordo politico rispetto al Primo Pilastro della riforma fiscale dell’Ocse. Tuttavia, l’accordo raggiunto prevede che “tutti paesi che hanno adottato Misure Unilaterali prima dell’8 ottobre 2021, non sono tenuti ad abrogare le proprie Misure Unilaterali fino all’effettiva applicazione del Primo Pilastro”.

È quindi stabilito un rimborso “nella misura in cui le imposte maturate” nei cinque paesi europei in relazione alle Web Tax prima dell’effettiva applicazione del Primo Pilastro, eccedono l’importo dovuto ai sensi del Primo Pilastro nel primo anno intero di attuazione. L’eccedenza sarà quindi detratta “dalla porzione di imposta sul reddito delle società dovuta ai sensi del Primo Pilastro rispettivamente in questi paesi”.

Sulla base di questi presupposti l’Italia non dovrebbe restituire grosse somme alle multinazionali digitali, visto gli scarsi risultati della web tax nel nostro paese. In totale, 49 società digitali straniere hanno versato in Italia solo 233 milioni di euro nel 2021, ben al di sotto le aspettative di 700 milioni dell’imposta del 3% sul fatturato sui servizi digitali offerti dalle multinazionali del settore in Italia.

Amazon, in Italia ha versato poco più di 10,4 milioni di euro di imposte, mentre Google 11,5. L’imposta è dovuta da tutte le imprese, anche non residenti, con ricavi globali di almeno 750 milioni di euro, e con almeno 5,5 milioni di euro di fatturato derivanti da determinate attività digitali in Italia. Il versamento dell’imposta è avvenuto il 17 maggio scorso in relazione ai servizi del 2020.

Fonte

23/08/2021

Il Covid blocca le filiere produttive. Volkswagen,Toyota, Stellantis tagliano produzione. Container fermi in Cina

Anche la tedesca Volkswagen, dopo Toyota e Stellantis, ha deciso di tagliare la produzione dell’impianto di Wolfsburg, il principale del gruppo. La motivazione è la medesima che sta colpendo le forniture di molti impianti dell’automotive, ossia la carenza di chip semiconduttori.

Un portavoce della Volkswagen ha sottolineato come “l’attuale situazione critica nella fornitura di semiconduttori continua a colpire in modo significativo la produzione di auto per tutti i costruttori“.

Venerdì era stata la Toyota ad annunciare che a settembre ridurrà del 40% la produzione globale con uno stop in 14 fabbriche. Anche Stellantis (di cui fa parte la ex Fca/Fiat) subirà dei fermi produttivi per una settimana nello stabilimento di Rennes-La Janais e per almeno tre giorni in quello di Sochaux.

Il settore automotive da tempo è alle prese con serie di difficoltà dopo che la ripresa della domanda ha messo in crisi le catene d’approvvigionamento a inizio 2021, mentre l’epidemia di Covid-19 in Asia ha influenzato la produzione di chip e le attività presso i porti commerciali.

Sui porti la situazione in Cina si va facendo pesante e le compagnie di navigazione stanno deviando le navi dal terminal container più trafficato della Cina – quello di Meidong – che è stato costretto a chiudere dopo l’emergere di un solo caso di coronavirus.

Il terminal container di Meidong, nella parte orientale di Ningbo, ha sospeso le operazioni mercoledì dopo che è stato rilevato un caso di COVID-19, mentre anche la vicina Shanghai ha registrato la peggiore congestione di traffico da almeno tre anni.

Venerdì 37 navi erano in attesa di fare scalo a Ningbo e 26 navi in ​​coda per Shanghai, leggermente in calo rispetto alle 39 e 29 rispettivamente di giovedì, secondo i dati di Refinitiv, citati dall’agenzia Reuters.

Il blocco del terminal di Meidong ha provocato inceppamenti nel mercato globale delle spedizioni e diverse interruzioni nella catena di approvvigionamento causate dalla recrudescenza di Covid-19, da eventi climatici estremi, talvolta dalle complicazioni dovute alle sanzioni europee e Usa e da carenza di manodopera.

“La compagnia negozierà attivamente con l’armatore... e dirotterà ragionevolmente le navi che faranno scalo a Meidong verso altre aree portuali“, ha dichiarato giovedì la società proprietaria di Meidong, Ningbo Zhoushan Port Co Ltd.

La principale linea di container al mondo, Maersk, ha dichiarato in una nota che alcune delle sue navi che faranno scalo a Meidong saranno dirottate verso altri terminal a Ningbo, mentre una nave che serve una rotta Asia-Sud America salterà l’attracco a Ningbo la prossima settimana.

Secondo la società portuale di Ningbo Zhoushan, le operazioni negli altri suoi terminal stanno funzionando normalmente, ma accetterà solo prenotazioni per container destinati all’esportazione entro due giorni prima dell’arrivo delle navi per limitare il numero di persone nei porti e smaltire gli arretrati.

Insomma, se le classi dominanti pensavano di poter rientrare rapidamente dall’emergenza Covid grazie alle vaccinazioni, la realtà sta rivelando come le normalità sia ancora al di là da venire.

L’intera struttura produttiva costruita in questi decenni sulla base delle filiere mondiali di produzioni (e i bassi o bassissimi salari) sta entrando in crisi.

Fonte

02/02/2021

C’è chi cresce e c’è chi crepa. Eugenetica economica e sociale in atto

Circolano informazioni contrastanti ma non sorprendenti sul piano economico e sociale. Da un lato cresce positivamente l’indice della produzione manifatturiera nell’Eurozona (ed anche in Italia). Dall’altro chiudono centinaia di attività commerciali e della ristorazione. Infine crescono esponenzialmente i disoccupati e chi perde il lavoro.

Come leggere, mettendole insieme, queste informazioni? Volendo fare una sintesi potremmo dire che il sistema economico dominante, basato sulla supremazia del mercato e quindi della concorrenza e della competitività, sta operando una selezione brutale e fisiologica.

Nella crisi le attività economiche più piccole e deboli soccombono, quelle più forti sopravvivono ed anzi crescono. Ma se la selezione appare connaturata al sistema, le dimensioni dei processi – per la loro sincronia con una pandemia/sindemia – somigliano sempre di più all’eugenetica che alle conseguenze di un ciclo economico sfortunato.

Andiamo per ordine. Secondo quanto rilevato dall’indice Ihs Markit nel settore manifatturiero, nel mese di gennaio, prosegue la ripresa in tutti i paesi dell’Eurozona, ad eccezione della Spagna che si porta sotto quota 50 punti, la soglia di delimitazione tra espansione e contrazione del ciclo. È positivo anche il dato italiano, con l’indice Pmi che sale ai massimi da marzo del 2020 (inizio dei periodi di lockdown).

La crescita dell’economia manifatturiera della zona euro, spiega Ihs Markit, “è rimasta resiliente all’inizio del 2021, con il settore in espansione per il settimo mese consecutivo e di nuovo a un ritmo marcato“.

L’indice Pmi registra 54,8, in lieve calo rispetto a 55,2 di dicembre e poco diverso rispetto alla precedente lettura flash (54,7), ma il dato di gennaio è il più alto dagli ultimi due anni e mezzo.

Secondo Ihs Markit, “il miglioramento delle condizioni operative visto presso i produttori di beni di consumo è stato marginale in mezzo a un calo dei nuovi ordini. Al contrario, marcati tassi di espansione hanno continuato ad essere registrati sia nel settore dei beni intermedi sia in quelli di investimento”.

In Italia l’indice Pmi manifatturiero sale a 55,1 punti a gennaio dai 52,8 di dicembre e oltre le stime che prevedevano un calo a 52,4 punti.

“La carenza di materiale e i maggiori costi del trasporto – afferma Lewis Cooper, capo economista di Ihs Markit – hanno spinto il tasso di inflazione dei prezzi di acquisto al livello massimo in quasi quattro anni, anche se, grazie in parte al forte aumento della domanda, le aziende sono state in grado di alleviare la pressione sui margini aumentando i prezzi medi di vendita. A gennaio, le aziende manifatturiere sono rimaste ottimiste sull’aumento della produzione dell’anno prossimo, e senza ombra di dubbio a inizio 2021 il settore manifatturiero è rimasto in buona forma, riprendendosi sempre più nonostante le restrizioni da ‘zona rossa’ in alcune parti della nazione”.

Insomma sono dati che stridono con le eterne lamentele dei piagnoni – e paraculi – di Confindustria.

Eppure secondo l’Istat, a dicembre gli occupati sono diminuiti di 101.000 unità: 99.000 sono donne e appena 2.000 sono uomini. Nei dodici mesi del 2020, il saldo negativo è stato di ben 444.000 unità ed è composto da 312.000 donne e 132.000 uomini che hanno perso il lavoro, mentre il tasso di disoccupazione è salito al 9,0% (+0,2 punti) a dicembre.

La diminuzione dell’occupazione (-0,4% rispetto a novembre) coinvolge, oltre alle donne, i lavoratori dipendenti e autonomi e caratterizza tutte le classi d’età, con l’unica eccezione degli ultracinquantenni che vanno in controtendenza.

Ed è ancora in vigore il blocco dei licenziamenti, figuriamoci quando anche questo scudo verrà eliminato.

Infine, secondo l’Ufficio Studi della Confcommercio, l’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi ha spinto alla chiusura oltre 390.000 imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato nel 2020, fenomeno non compensato dalle 85.000 nuove aperture.

Pertanto la riduzione del tessuto economico nei settori considerati ammonterebbe a quasi 305.000 imprese (-11,3%), di queste, 240.000 esclusivamente a causa della pandemia e delle misure anti-pandemiche.

Se si prova a leggere l’insieme di queste informazioni, spesso fornite in modo scollegato tra loro, si intuisce che il sistema economico dominante – quello appunto fondato sulla c.d mano invisibile del mercato e su leggi conseguenti a questa – ha utilizzato la recessione prima e la crisi pandemica poi, per operare una brutale selezione nel mondo delle imprese.

Ha cioè colpito in profondità quella polverizzazione produttiva che viene ritenuta – sì – caratteristica del “modello italiano”, ma anche un intralcio ad una modernizzazione capitalistica che allinei l’Italia agli altri paesi forti europei; dove, ad esempio, il lavoro autonomo presenta numeri alti, ma molto più limitati che nel nostro paese, e le attività economiche sono molto più concentrate (dal manifatturiero alla distribuzione).

Insomma i gruppi capitalistici più grandi stanno cogliendo l’occasione per fare selezione e cercare di sincronizzarsi a livello più alto dell’integrazione possibile, oggi quello europeo. Chi non regge il passo... muore, sia economicamente sia fisicamente.

Esattamente come ha detto il presidente della Confindustria di Macerata e non solo, svelando involontariamente (?) quello che pensano effettivamente i prenditori oggi al comando del sistema economico nel nostro paese.

Fonte

28/11/2020

Frau Merkel si era illusa. L’industria tedesca rimane legata alla Cina

di Michelangelo Cocco

È toccato a Liu He – principale consigliere economico di Xi Jinping nonché uno dei leader del Partito comunista cinese con maggiore consuetudine con l’establishment statunitense – lanciare al presidente eletto Joe Biden e all’Europa un segnale di apertura agli scambi e agli investimenti internazionali, dopo che i primi giudizi arrivati dall’estero sul prossimo Piano quinquennale (2021-2025) di Pechino lo avevano bollato come “autarchico”.

Il vicepremier Liu ha chiarito che puntare – come prevede il nuovo Piano – sulla cosiddetta “innovazione autoctona” (zìzhŭ chuàngxīn) non implica che la Cina si isolerà dal resto del mondo. «È impossibile fare tutto da soli e rinunciare alla divisione internazionale del lavoro – ha rilevato Liu in un articolo pubblicato l’altro ieri dal “Quotidiano del popolo” –. La Cina continuerà a perseguire una maggiore e più profonda apaertura economica nel quadro della sua nuova strategia economica».

Ovvero la cosiddetta “doppia circolazione” destinata a favorire nei prossimi anni produzione, circolazione e consumi interni, riducendo la dipendenza sia dall’export (una tendenza in corso da anni, se si considera che, nel 2019, l’interscambio commerciale con l’estero equivaleva al 32% del prodotto interno lordo cinese, esattamente la metà del picco del 64% raggiunto nel 2006) sia, soprattutto, dall’importazione di “componenti chiave” che i colossi hi-tech cinesi tuttora acquistano dalle multinazionali straniere.

La Cina – ha proseguito Liu – continuerà a fornire opportunità per le compagnie internazionali e a importare materie prime e risorse che utilizzerà per dar luogo a nuovi «vantaggi competitivi» a livello internazionale.

“Dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, il mercato globale si è contratto, e l’economia globale è caduta in un persistente declino – ha scritto Liu –. Nei maggiori paesi occidentali hanno prevalso il populismo e l’aumento del protezionismo. La Cina deve incrementare la circolazione interna per rafforzare l’autonomia e la sostenibilità dello sviluppo economico».

Nell’attesa di capire quanto protezionismo ci sarà nella politica economica di Biden e come (nella “Nuova era” di Xi Jinping) intenda davvero impostare il suo rapporto con Pechino l’Europa, che – mettendo a nudo le sue difficoltà nell’elaborazione di una strategia coerente – ha definito «partner, concorrente e rivale sistemico» la Cina, quest’ultima spera di poter presto contare sulla appena siglata Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) – il maggiore accordo di libero scambio del pianeta che coinvolge dieci paesi dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) oltre a Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda – e sta considerando di entrare anche nel Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp).

Entrambi gli accordi configurano gigantesche aree di libero scambio nel Pacifico dalle quali, finora, gli Stati Uniti si sono tenuti fuori.

Aree di libero scambio che (assieme all’appello della cancelliera tedesca Angela Mekel a dar vita a catene del valore europee e alla necessità degli Usa di riportare investimenti e lavoro negli States) prefigurano nel medio periodo un accorciamento delle catene di distribuzione (che da globali diventerebbero regionali), con una quantità più ridotta di componenti importate, un minor numero di paesi coinvolti, più vicini ai mercati di destinazione finale del prodotto.

D’altro canto, il dinamismo e le potenzialità di ulteriore sviluppo della Cina, il suo mercato di 1,4 miliardi di consumatori e le prospettive aperte dalle nuove aree di libero scambio nel Pacifico spingono le compagnie occidentali a restare in Cina, dove continueranno a reclamare più spazi e parità di trattamento rispetto alle aziende locali.

Il sondaggio annuale della Camera di commercio americana a Shanghai condotto nel settembre scorso ha rilevato che il 92% delle aziende affiliate non aveva alcuna intenzione di lasciare il gigante asiatico, nonostante le politiche di Trump.

Mentre le grandi corporation teutoniche – incuranti dell’invito di Merkel a diversificare gli investimenti tedeschi in Asia (disinvestendo dunque dalla Cina) – continuano a scommettere proprio su quest’ultima.

Attualmente metà dell’export della Germania (un’economia totalmente dipendente dalle esportazioni) nel continente asiatico è diretto verso la Cina. Daimler ha annunciato “a sorpresa” che produrrà assieme alla cinese Geely i motori per i suoi nuovi veicoli ibridi. Mentre Volkswagen – che nel terzo trimestre è tornata a macinare utili grazie alla domanda nel gigante asiatico – ha in programma investimenti per 15 miliardi di euro tra il 2020 e il 2024 per fabbricare auto elettriche in Cina.

Il gigante della robotica industriale tedesca Han Automation è pronta a investire decine di miliardi di dollari per l’apertura di impianti in Cina nei prossimi tre anni, per aumentare le vendite in Cina dal 10% al 25%. Stessa strategia per il produttore teutonico di sensori per auto Olaf Kiesewetter.

Per stilare un elenco completo delle compagnie tedesche che negli ultimi mesi hanno annunciato grossi investimenti in Cina servirebbero pagine e pagine...

Inoltre, nei primi nove mesi del 2020 le esportazioni tedesche in Cina hanno superato quelle verso la Francia e, entro la fine dell’anno, potrebbero superare anche quelle negli Stati Uniti, rendendo la Cina il primo Paese destinatario dell’export di Berlino.

Stefan Mair – una delle menti che elaborò il documento della BDI (la Confindustria tedesca) che quasi due anni fa invitò la politica tedesca a disinvestire dalla Cina, si è rimangiato le sue stesse parole: «In termini economici, la Cina è diventata ancora più importante per la Germania rispetto all’inizio del 2020 – ha dichiarato alla Reuters –. È impossibile ignorare la Cina, perché il suo mercato e le sue opportunità di crescita sono semplicemente troppo grandi».

Insomma la crisi pandemica, dalla quale l’economia cinese sta uscendo rafforzata così come – una decina d’anni fa – uscì rafforzata da quella finanziaria globale, contrariamente ai proclami di frau Merkel, ha rimandato il momento in cui verrà reciso il cordone ombelicale che lega la grande industria tedesca a mamma Cina.

Fonte

18/11/2020

RCEP: la rivoluzione di Pechino

La firma nel fine settimana del più importante trattato di libero scambio del pianeta rappresenta potenzialmente un successo cruciale della Cina nel confronto con gli Stati Uniti per imporre la propria influenza nel continente asiatico. L’accordo commerciale noto come “Regional Comprehensive Economic Partnership” (RCEP) è il risultato di quasi dieci anni di trattative che hanno visto proprio Pechino come protagonista principale. A risultare determinante per mandare in porto il trattato sono state in primo luogo le fallimentari decisioni in ambito commerciale e strategico di Washington sotto la guida dell’amministrazione Trump, tanto che a far parte del nuovo spazio creato dal RCEP saranno anche alcuni storici alleati americani in Estremo Oriente.

Il nuovo trattato copre virtualmente quasi un terzo della popolazione e del PIL globale e include tutti e dieci i paesi dell’ASEAN, ovvero l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam), più Cina, Australia, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda. Per la prima volta, tre delle prime quattro economie asiatiche – Cina, Giappone, Corea del Sud – faranno parte di uno stesso accordo di libero scambio. Questa realtà, a cui va aggiunta la partecipazione dell’Australia, evidenzia la tendenza all’integrazione economica e commerciale tra i partner degli USA in Asia e la Cina, nonostante le pressioni e le manovre americane per impedire questo processo.

Fuori dall’accordo resta per il momento l’India, a cui è stato però riservato un percorso per una possibile futura adesione. Il governo di estrema destra del primo ministro, Narendra Modi, ha ritenuto penalizzanti le condizioni del RCEP per gli agricoltori indiani, esposti al rischio di un’invasione di prodotti di altri paesi, come la Nuova Zelanda. Inoltre, Delhi temeva un’esplosione del deficit già enorme della bilancia commerciale con la Cina. Soprattutto, a pesare sulle posizioni indiane è stata la scelta strategica di questo paese, sempre più nell’orbita degli Stati Uniti, ratificata recentemente dalla piena partecipazione al cosiddetto “Quad”, cioè la partnership militare con USA, Australia e Giappone, e una serie di trattati ancora in ambito militare sottoscritti con Washington.

L’India potrebbe essere comunque il paese asiatico che avrà probabilmente più da perdere dall’esclusione dal RCEP. L’ex diplomatico indiano e commentatore, M. K. Bhadrakumar, ha sottolineato dal suo blog Indian Punchline come questo paese rischi di non avere una parte attiva nella definizione delle nuove rotte commerciale plasmate dal trattato e, oltretutto, la decisione di Delhi potrebbe “aiutare involontariamente l’arci-nemico cinese a diventare il motore principale della crescita nella regione asiatica e del Pacifico”.

L’importanza per la Cina del RCEP risiede anche nel fatto che il trattato, una volta ratificato, promette di contrastare il cosiddetto processo di “decoupling” promosso dagli Stati Uniti, cioè lo stravolgimento delle linee di approvvigionamento internazionale a svantaggio di Pechino, sotto l’impulso dei dazi e delle sanzioni imposte da Trump, e che dovrebbero convergere in particolare verso alcuni dei paesi ASEAN.

In sostanza, in parallelo ai progetti della “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI), la Cina dovrebbe vedere confermata e rafforzata la propria posizione di fulcro della crescita economica e dei commerci in Asia orientale e in Oceania, anche se la tendenza suggellata domenica a margine della riunione virtuale della stessa ASEAN ospitata dal Vietnam rischia di far aumentare ancora di più le tensioni con gli Stati Uniti. Il successo del RCEP è ad ogni modo il riflesso del tracollo della Partnership Trans Pacifica (TPP), il maxi-trattato di libero scambio negoziato dall’amministrazione Obama e liquidato da Trump il primo giorno del suo mandato alla Casa Bianca.

Il TPP era lo strumento in ambito commerciale che la fazione anti-isolazionista della classe dirigente americana intendeva utilizzare per imporre i propri interessi in Asia e limitare l’espansione dell’influenza cinese. Con l’emergere degli impulsi ultra-nazionalisti in seguito all’elezione di Trump nel 2016, la strada scelta per ottenere lo stesso obiettivo era però cambiata, diventando quella del confronto diretto e, in particolare, dei dazi. Nel TPP molti paesi asiatici avevano investito parecchio capitale politico, a cominciare dal Giappone, e alcuni di essi hanno alla fine deciso non solo di aderire all’iniziativa cinese, ma anche di dar vita a un nuovo ridimensionato trattato sulle rovine di quello promosso e poi abbandonato da Washington (“Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership” o CPTPP).

Quello che differenzia il RCEP dal TPP è la capacità del primo e, quindi, della Cina di creare consenso attorno a una serie di condizioni meno gravose e vincolanti per i paesi membri. Se il RCEP abbraccerà una quantità leggermente inferiore di scambi, è anche vero che da esso saranno escluse alcune clausole controverse del TPP, soprattutto alla luce della molteplicità dei sistemi politici e sociali dei partecipanti. Ad esempio, il RCEP non chiede il rispetto di determinati standard ambientali o del mercato del lavoro. In questo modo, inoltre, il quadro regionale che emergerà dal RCEP renderà più ostica la competizione per il business americano.

In termini di PIL dei paesi membri, il RCEP avrà un peso maggiore sia del trattato succeduto al NAFTA in Nordamerica sia della stessa Unione Europea. Circa il 90% delle tariffe doganali attualmente previste negli scambi tra i firmatari del RCEP dovrebbe sparire entro i prossimi venti anni. Regole comuni per il commercio elettronico e, in parte, per la proprietà intellettuale saranno allo stesso modo fissate. Alcune previsioni che riguardano le economie più forti del gruppo danno l’idea dell’importanza del nuovo trattato. L’86% dell’export industriale giapponese verso la Cina e il 92% di quello diretto verso la Corea del Sud beneficerà della cancellazione dei dazi esistenti. Attualmente, la percentuale di merci nipponiche con queste destinazioni che godono dell’assenza di tariffe doganali è rispettivamente dell’8% e del 19%.

Secondo un’analisi della testata on-line Asia Times, il trattato dovrebbe anche contribuire alla risoluzione di conflitti commerciali “politicizzati”, come quello che mette di fronte Cina e Australia. I due paesi hanno da tempo fortissimi legami economici e commerciali, ma i rapporti diplomatici sono molto tesi a causa delle pressioni americani su Canberra e delle divisioni tra la classe dirigente australiana attorno agli orientamenti strategici del paese. Con il probabile ulteriore impulso agli scambi bilaterali derivante dal RCEP, è possibile che gli sforzi degli USA per costringere gli alleati come l’Australia a scegliere tra Washington e Pechino vengano frustrati.

Per Asia Times, una volta acquisiti i vantaggi del nuovo trattato, le iniziative degli Stati Uniti per ostacolare l’espansione cinese, se portate alle estreme conseguenze, comporterebbero un vero e proprio “sabotaggio dell’economia dell’area Asia-Pacifico”. Per quanto importante resti la partnership strategica e militare tra gli USA e i loro alleati, le ragioni economiche diventeranno così a mano a mano sempre più forti. Già oggi, d’altronde, il 41% degli scambi commerciali del Giappone avviene con Cina, Corea del Sud e blocco ASEAN, mentre solo il 15% con gli USA.

Significativo è anche il cambiamento di rotta cinese riguardo l’apertura del proprio mercato in relazione alla partecipazione a trattati di libero scambio multilaterali, cosa insolita per Pechino fino al recente passato. Anche in questo caso, l’evoluzione che si sta osservando è da ricondurre in parte all’offensiva americana, che ha reso necessaria l’apertura agli altri paesi, soprattutto asiatici, per evitare l’isolamento internazionale.

Resta da vedere come la prossima amministrazione americana risponderà ai processi culminati nel RCEP. Il presidente-eletto Joe Biden la scorsa primavera aveva reso noto il proprio pensiero in proposito in un articolo pubblicato dalla rivista Foreign Affairs. In esso, l’allora candidato democratico alla Casa Bianca aveva prospettato un ritorno degli Stati Uniti al multilateralismo in ambito commerciale, a suo dire un’inversione di rotta necessaria rispetto alla condotta di Trump per evitare che a “scrivere le regole che governeranno il commercio globale” sia la Cina invece che gli USA.

Biden, però, riaffermava anche la necessità di fissare regole riguardanti il rispetto dell’ambiente e i diritti del lavoro, due aspetti cioè che il RCEP non ha tenuto in considerazione, facilitandone l’implementazione. L’insistenza su questi temi rischia di far saltare sul nascere qualsiasi velleità dell’amministrazione democratica entrante, anche se più della presunta difesa dei diritti dei lavoratori asiatici a rendere poco attraente la proposta di Washington è più in generale il tentativo di imporre gli interessi strategici e del capitalismo americano ai potenziali partner commerciali.

Quanti si aspettano una rottura netta con l’isolazionismo e l’unilateralismo di Trump nei prossimi quattro anni rischiano in ogni caso di rimanere delusi. La Nikkei Asian Review ha ricordato che, se pure il RCEP potrebbe riaccendere il dibattito in America sull’opportunità degli accordi di libero scambio, le differenze nel concreto potrebbero essere minime anche con Biden alla presidenza. Nella piattaforma programmatica presentata in campagna elettorale, il candidato democratico aveva infatti promesso che gli USA “non negozieranno nessun nuovo trattato prima di avere investito sul fronte domestico nella competitività americana”.

Queste parole differiscono di poco o nulla dalla retorica trumpiana dell’America First e Biden per molti versi ha affermato egli stesso la priorità della produzione industriale americana, evidenziando un approccio protezionista che dimostra come queste tendenze emerse durante l’amministrazione Trump rispondano a condizioni oggettive piuttosto che alle inclinazioni del presidente uscente.

La firma del RCEP è stata dunque accolta da molti come un successo del multilateralismo in un frangente storico segnato dall’avanzata del protezionismo e, nella più ottimistica delle ipotesi per i paesi che vi partecipano, come l’elemento che definirà i possibili equilibri economici e commerciali post-Covid, verosimilmente favorevoli all’Asia. Se tutto ciò è possibile, soprattutto alla luce del declino della posizione internazionale degli Stati Uniti, in queste tesi c’è forse un ottimismo eccessivo.

Le tensioni e le forze che hanno creato gli scenari di crisi di questi anni non spariranno dall’oggi al domani con l’entrata in vigore del nuovo trattato di libero scambio. Il RCEP, a ben vedere, potrebbe anzi contribuire a un processo allarmante, come dimostra la storia del ventesimo secolo, vale a dire la creazione di blocchi contrapposti in ambito commerciale, con il consolidamento delle rispettive posizioni che rischia di alimentare lo scontro piuttosto che stemperarlo, soprattutto se gli Stati Uniti saranno esclusi dalle dinamiche in atto in un’area del pianeta cruciale per la competizione strategica, economica e militare con la Cina.

Fonte

Il Secolo dell’Asia

Domenica 15 novembre è stato firmato in Vietnam l’accordo di libero scambio più importante della storia mondiale.

Per il Regional Comprehensive Economic Parternship sono i numeri a parlare. I 15 paesi asiatici che l’hanno sottoscritto costituiscono un terzo circa della popolazione globale e producono poco meno di un terzo del PIL mondiale.

Tra questi vi sono tre “pezzi da novanta” del capitalismo avanzato: Cina, Giappone e Corea del Sud. Tre Paesi che tra l’altro, in maniera parzialmente differente, hanno affrontato relativamente con successo la pandemia e che ora stanno conoscendo una significativa ripresa economica, a differenza dell’Occidente.

Il Financial Times riporta le previsioni di due economisti esperti in commercio internazionale – Peter Petri e Michael Plummer – secondo i quali l’accordo porterà ad un incremento dello 0,2% del PIL dei paesi firmatari, ed una quota aggiuntiva dell’economia mondiale di 186 miliardi.

L’accordo – che potrebbe già partire il prossimo anno – è il frutto di 8 anni di trattative, con 49 incontri negoziali e 19 meeting ministeriali, comprende 10 Paesi dell’Asean e 5 non-Asean, e dovrà essere ratificato per essere valido da 6 Paesi dell’Associazione dei Paesi del Sud Est Asiatico e da 3 che non ne fanno parte.

L’India era uscita improvvisamente dai negoziati il 4 novembre dell’anno scorso, principalmente per due ordini di motivi.

Il primo di natura “protezionistica” rispetto ad alcuni settori chiave della sua economia (anche se l’agricoltura ed una parte dei servizi sono in parte esclusi dal RCEP), soffrendo già di un significativo deficit commerciale nei confronti della Cina, da cui importa merci per parecchi miliardi in più di quanto ne esporti.

Il secondo di natura geopolitica, visto il suo avvicinamento all’amministrazione statunitense in funzione anti-cinese all’interno della cornice strategica dell’Indo-Pacifico.

I 15 Paesi lasciano però la porta aperta all’India, che non è detto non rientri in un secondo tempo.

Il RCEP è la cornice di rapporti multilaterali che potrebbe fare da incubatrice di relazioni bilaterali e trilaterali importanti.

La Cina, che ai tempi non fu l’artefice di questo accordo, ne diventa ora uno dei perni, vista la maggiore possibilità per la Repubblica Popolare di operare investimenti regionali e, dall’altro, la possibilità di maggiore accesso al mercato cinese da parte dei paesi firmatari.

In generale si va verso un mercato integrato a livello regionale, e allo stesso tempo esportazioni più competitive nel resto del mondo per i Paesi che lo compongono, come riporta Channel Asia.

Sébastien Jean, direttore del Centro Studi CEPII, ha giustamente affermato a «Le Monde»: “commercialmente questo accordo dovrà facilitare molto il funzionamento delle catena del valore della zona”.

Questo aspetto è centrale in un momento in cui, si stanno ridisegnando le filiere produttive ed il commercio mondiale, con una maggiore de-connessione tra Cina ed USA, e la riconfigurazione delle rotte commerciali del traffico marittimo secondo linee diverse da quelle sviluppate durante la globalizzazione neo-liberista a guida USA.

Kentaro Iwamoto su Asia Nikkei mette in luce alcuni tratti significativi dell’accordo.

“È la prima volta” – scrive Iwamoto – “che la Cina entra in un trattato di libero scambio non bilaterale”.

Inoltre “l’Asia sembra prendere la guida nel dare forma alla nuova architettura del commercio globale”.

Cioè a dare forma a quello che sarà il mondo post-pandemico, aggiungiamo noi.

L’eliminazione delle tariffe – uno dei cardini dell’accordo, insieme ai servizi e all’e-commerce – cambierà in parte i rapporti tra Giappone e Cina, per esempio, visto che erano sottoposte a dazi l’86% delle merci nipponiche in direzione della Repubblica Popolare.

Un vantaggio notevole per l’industria giapponese in generale, ed in particolare per il comparto delle forniture automobilistiche; ed una maggiore integrazione produttiva che sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata dall’ex premier nipponico Abe, recentemente uscito di scena.

Per altri attori, come le Filippine, le cui esportazioni sono dirette già per oltre il 50% verso questa regione, è un vantaggio notevole.

Per tornare alla Cina, le parole del vice-ministro al commercio Qian Keming sono significative: “continueremo a ridurre la lista negativa che sbarra l’accesso agli investimenti stranieri”.

Due sono le destinazioni principali prefigurate per questi investimenti: i settori high tech che sono il perno della strategia cinese, cristallizzate nelle linee guida del nuovo Piano Quinquennale (2020-25), ed i progetti di sviluppo delle regioni centrali ed occidentali del Paese.

Da un lato, quindi, settori in grado di far compiere il salto di qualità tecnologica alla Repubblica Popolare; dall’altra le regioni “più arretrate”, per promuovere uno sviluppo più equilibrato ed una maggiore coesione cinese all’interno di un processo di integrazione regionale.

È chiaro – come riporta Asia Nikkei – che quest’accordo potrebbe essere foriero di ulteriori sviluppi, come un possibile accordo di libero scambio tra Cina ed UE, od un più stretto accordo “a tre” tra Cina, Giappone e Corea del Sud.

Bisogna ricordare che proprio in questo contesto la valuta cinese, che sta sperimentando la sua versione digitale, potrebbe giocare un ruolo ed utilizzare quest’area come base di partenza per una propria affermazione come moneta internazionale di scambio.

Il Financial Times mette in evidenza due punti del RCEP: da un lato l’importanza delle “rules of origin”, che permetteranno ad un singolo componente prodotto in un Paese della regione di entrare nella filiera produttiva dei firmatari con un solo pezzo di carta, come afferma un operatore economico, senza che sia necessaria nessuna certificazione aggiuntiva una volta assemblato in un altro prodotto.

Il secondo punto – al pari dell’Asia Nikkei – è il rapporto che si instaura tra Cina, Giappone e Corea del Sud.

Ma è la cifra geopolitica che quest’accordo di integrazione economica ha per gli ulteriori sviluppi delle relazioni internazionali quella che il quotidiano britannico coglie meglio: “ciò significa che né l’UE né gli USA, le tradizionali super-potenze mondiali, avranno voce in capitolo quando l’Asia Porrà le sue regole commerciali”.

Un nuovo benchmark, quindi.

Qui sta il punto, come ha giustamente affermato Sébastien Jean, direttore del Centro Studi CEPII, a Le Monde: “pone una vera crisi strategica agli Stati Uniti”.

L’amministrazione Obama aveva infatti sottoscritto nel febbraio 2016 una delle architravi di quello che doveva essere il Pivot to USA – il TPP (Trans-Pacific Partnership) – da cui Trump uscì meno di un anno dopo, nel gennaio 2017, e che venne poi firmato comunque da 11 Paesi nel 2018; 7 dei quali hanno firmato poi domenica il Regional Comprehensive Economic Parternship.

Come ha chiosato il New York Times: “ad alcuni esperti del commercio, questo nuovo accordo mostra che il resto del mondo non aspetterà gli Stati Uniti”.

Ed il mondo non aspetta né gli Stati Uniti, né l’Unione Europea, che dovranno moltiplicare gli sforzi per uscire dall’emergenza pandemica in una situazione economica catastrofica e con un corpo sociale indebolito, senza uno straccio di strategia che non sia il “”convivere con il virus”.

Che nessuno aspetti USA e UE viene confermato anche dall’incontro dei Brics.

Questo martedì è iniziato il 12simo incontro tra Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa, che ha tre assi: la risposta al Covid-19, la facilitazione della ripresa economica ed il miglioramento della “governance” economica.

Uno degli strumenti di intervento economico dei BRICS è la New Development Bank, creata nel 2015, con sede a Shangai, che era inizialmente destinata al finanziamento dei progetti infrastrutturali e di sviluppo, ma che a marzo di quest’anno ha allargato il suo raggio al sostegno dei Paesi che lo compongono, colpiti dal Covid, per affrontare meglio la situazione pandemica.

Un segno di duttilità, contrariamente ai rigidissimi trattati infra-europei, che pochi osservatori hanno colto.

Sono stati erogati prestiti a Cina, India, Sud Africa e, a luglio, al Brasile, anche con l’emissione in due tranches di bond, a giugno e a settembre, per un totale di 3 miliardi di dollari.

Le modalità di concessione dei prestiti li ha resi più celeri (un mese per essere approvati) e la mole si è ampliata fino a 10 miliardi di dollari.

Una azione alternativa allo strozzinaggio del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, o ai meccanismi suicidi della UE.

60 aziende dei Brics hanno esposto i propri prodotti al China International Import Expo, giunto alla terza edizione e che ha come fine principale sviluppare l’import ed i consumi interni. Si è conclusa con un volume d’affari maggiore rispetto all'anno precedente: più 2,1%, con contratti firmati per più di 70 miliardi di dollari.

Un abisso rispetto ai valori in picchiata del commercio occidentale.

Un altro segnale importante di come il baricentro dello sviluppo mondiale si è spostato ad oriente e che solo una pessima informazione non ci permette di capire.

Fonte

16/11/2020

L’Asia si accorda e volta le spalle agli Usa

Le cose cambiano molto velocemente, nel mondo. Ma chi sta ripiegato sulle beghe da cortile – soprattutto in Italia – non se ne accorge neppure.

La pandemia continua a correre, nonostante gli annunci sull’arrivo dei vaccini (i tempi variano con le aspettative commerciali o elettorali), e di sicuro il mondo che ci troveremo davanti, alla fine, non sarà lo stesso di prima.

La frase è stata pronunciata molte volte, non sempre – o quasi mai – accompagnata da una descrizione seria su che cosa sarà cambiato tra l’inizio (gennaio 2020) e la fine (ben che vada, l’autunno del 2021).

E allora proviamo a mettere sul piatto una cosa certa: il peso economico degli Usa sarà molto minore, e così anche la loro capacità egemonica nel commercio mondiale.

Non è un auspicio, ma un fatto. Ieri notte quindici economie dell’Asia-Pacifico hanno formato il più grande patto di libero scambio del mondo. Rappresentano il 30% della popolazione e dell’economia globale. 2,2 milliardi di produttori e consumatori, perché è ormai alle spalle il tempo dell’Asia – e in primo luogo la Cina – come continente di produttori a basso salario e scarsi consumi. E nel gruppo non ci sono gli Stati Uniti...

Il perno del nuovo accordo – Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) – è naturalmente la Cina, stavolta strettamente collegata a Giappone e Corea del Sud, i due storici alleati locali dell’imperialismo Usa. Ma nel gruppo ci sono altri ex pilastri dell’egemonia statunitense, come Australia e Nuova Zelanda.

L’India non ha firmato per timore di veder crescere, nel breve termine, il deficit commerciale con Pechino. Ma molti segnali indicano che l’ingresso nel Rcep sarà questione di pochi anni, pandemia permettendo (o forse facilitando...).

Anche il luogo della firma mostra il sorriso beffardo dell’ironia della Storia: Hanoi, Vietnam del Nord, la più grande e significativa sconfitta statunitense del ‘900.

Per calcolare meglio il disastro economico-diplomatico, Trump aveva distrutto anche il Trans-Pacific Partnership (TPP), sottoscritto a suo tempo da Barack Obama, disegnato sul progetto esattamente opposto (confinare la Cina ai margini del “grande gioco” del Pacifico).

Di fatto, quella che (ancora per poco, forse) resta l’economia più grande del mondo è fuori da entrambe le intese commerciali che tengono insieme la regione in più rapida crescita della terra.

Molti dei punti del nuovo trattato non sono ancora noti nei dettagli. Si sa però che comprende 20 capitoli che vanno dal commercio di beni, investimenti e commercio elettronico alla proprietà intellettuale e agli appalti pubblici.

Ma il ministero delle finanze cinese ha tenuto a sottolineare che “lo spirito” è all’esatto opposto della “guerra dei dazi” promossa stupidamente da Donald Trump. «Per la prima volta, Cina e Giappone hanno raggiunto un accordo bilaterale di riduzione delle tariffe, raggiungendo una svolta storica».

Come notano tutti gli analisti internazionali, anche con la vittoria di Biden gli Usa non potranno “contrattaccare”, o almeno “controproporre”, in tempi brevi. Perché la disastrosa gestione della pandemia occuperà per forza di cose gran parte delle energie intellettuali, politiche ed economiche della nuova amministrazione.

Se questa, almeno, riuscirà a risolvere in modo accettabile la diversità di prospettive tra il centro dell’establishment (facile indovinare accordi sotterranei con i repubblicani “moderati”…) e la sinistra “socialista”. La quale ha un’agenda decisamente “radicale” per le abitudini statunitensi (qui in Europa sarebbe normale programma socialdemocratico, neanche troppo spinto), e difficilmente potrà accettare l’emarginazione e restare in silenzio.

That’s all, folks! È già un altro mondo, rispetto al 2019...

*****

La “triste” reazione dei mercati alla nuova situazione:

La produzione industriale della Cina batte le previsioni, il Giappone nel terzo trimestre fa un balzo record del Pil dopo il crollo più grande dell’economia mai registrato dal dopoguerra a oggi, Pechino firma un accordo commerciale di libero scambio con altri 14 paesi dell’area Asia Pacifico, le speranze sull’arrivo del vaccino si stanno materializzando, le borse asiatiche corrono.

La produzione cinese è cresciuta più velocemente del previsto in ottobre (+6.9% anno su anno), i consumi sono in forte ripresa, segnano un +4.3% anno su anno, gli investimenti immobiliari sono a +12.7% rispetto a un anno fa, il ritmo di crescita più elevato dal luglio del 2018, la ripresa economica secondo l’Ufficio nazionale di statistica di Pechino è destinata a accelerare ancora nell’ultimo trimestre.

Il Giappone, la terza economia del mondo, esce dalla fase negativa innescata dalla crisi del Covid, il balzo del Pil nel trimestre è del 5%, il tasso annualizzato di crescita è pari al 21,4% (le previsioni davano una crescita del 18.9%), il maggior incremento degli ultimi 40 anni, il primo segno positivo negli ultimi quattro trimestri in rosso. Il rimbalzo di Tokyo è stato trainato da un’impennata record del 4,7% dei consumi privati (spesa per auto, tempo libero e ristoranti).

Fonte

06/11/2020

Brancaccio - Biden? Nei commerci sarà un sovranista trumpiano

RAI radio uno – Eresie – 6 novembre 2020 – Per gli opinionisti che vanno per la maggiore, il “trumpismo” è stato solo un accidente della Storia, una fugace meteora che taglia l’oscurità ma poi si estingue. Purtroppo però le cose non stanno in questi termini. Basti pensare allo slogan trumpiano “America first” e alle connesse misure protezioniste in campo commerciale. Alcune di queste misure furono introdotte già sotto Obama, e Biden si muoverà sulla stessa lunghezza d’onda. Il motivo è che sull’economia americana incombe il problema dell’elevato debito verso l’estero, un minaccioso indice di “declino” che condiziona la politica commerciale ben al di là degli inquilini che si avvicendano alla Casa Bianca. Più di quanto vorrà ammettere, nei commerci Biden sarà costretto a fare il “sovranista trumpiano”. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.



Fonte

31/10/2020

Gli USA? Stanno ancora in piedi grazie alla Cina

Pompeo può parlare quanto vuole e incontrare Premier e Ministri degli Esteri di tutto il mondo per dirgli di boicottare la Cina. Sta di fatto che in economia, e in politica, parlano i numeri e questi dicono che la Cina sta sostenendo fortemente l’economia degli Stati Uniti, così come della Germania, indirettamente la rete di subfornitura italiana ad essa collegata, e lo stesso nostro Paese.

La campagna mediatica mondiale contro Pechino non la scalfisce, vedono avanti. La loro saggezza, e anche la loro pazienza, in confronto alle fibrillazioni occidentali, sembra davvero infinita.

Ora, facciamo parlare i numeri.

E a darli non è Sputnik o China Daily, ma l’americanissima Bloomberg, che il 27 ottobre ha pubblicato un articolo in cui afferma che a settembre c’è stato un import cinese di merci americane record, 10 miliardi.

Gli acquisti di beni energetici sono aumentati a settembre del 75%, con import record di petrolio. Il valore dei prodotti agricoli è aumentato del 60%, mentre l’import della soia, cuore nevralgico degli Stati agricoli americani, è aumentato del 600%.

Sono aumentati enormemente anche gli acquisti di auto e cotone, ma Bloomberg fa sapere che le spedizioni, e le prenotazioni di merci americane, a settembre, che arriveranno a ottobre o novembre, sono da record.

Ricordiamo che a settembre l’import totale di merci dal mondo è aumentato del 14%, i dati delle merci americane ci dicono che gli Usa in Cina stanno enormemente sovraperfomando rispetto a rivali commerciali storici come la Germania.

La strategia di Trump di reindustrializzazione degli Usa attraverso pressioni per un fair trade trova riscontro, dopo due anni burrascosi, in Cina (anche se esportano soprattutto prodotti agricoli, come un paese del terzo mondo...), che riconoscono la legittimità delle sue richieste. Forse in Cina non vedono di buon occhio un democratico, magari burattino dei guerrafondai alla Hillary Clinton, alla Casa Bianca.

Preferiscono un ruvido uomo d’affari. Cosa combina all’interno del proprio paese non è affar loro, ma sono pronti a sfruttarne le debolezze.

Certo, Trump strepita contro il “virus cinese” nella campagna elettorale, ma loro non ne fanno un dramma, sono solo parole. Sotto sotto si va avanti con gli accordi.

Perché loro possono e noi no? Perché non siamo un Paese sovrano e la classe dirigente, da decenni, è espressione di quella che altrove – in America Latina, per esempio – viene chiamata borghesia compradora. Letteralmente in vendita, subordinata oltre ogni limite, che assume le istanze delle potenze estere come espressione della propria politica (vedi Di Maio...).

Trump dimostra che la politica è tutt’altro, e gli affari internazionali non c’entrano niente con le sparate propagandistiche.

Forse, se non crolla, dopo il 4 novembre farà una telefonata a Xi Jinping e Putin...

Fonte

21/09/2020

Come cambia il trasporto mondiale delle merci

La globalizzazione ha fatto sì che il commercio mondiale avvenisse prevalentemente via nave – il 90% delle merci scambiate – e tramite container. In questa “scatola di metallo” viaggia più della metà delle merci imbarcate, il cui volume è aumentato, per tonnellaggio, di 18 volte negli ultimi 40 anni circa.

Le navi che li trasportano (circa 5 mila) sono divenute sempre più mastodontiche, con le compagnie di navigazione – sempre più esposte finanziariamente – che hanno ordinato ai cantieri bastimenti sempre più grandi, in un gioco al massacro tra vari competitor.

Il circolo vizioso dominante nel settore ha intrecciato una elevata esposizione finanziaria tra banche e shipping, il “gigantismo navale”, noleggi al ribasso (al limite delle spese di esercizio), sfruttamento intensivo della forza lavoro marittima e portuale.

Il container è stato il vettore per il ridimensionamento della mano d’opera sulle banchine insieme all’automazione nelle operazioni di movimentazione portuale ed ha trasformato il milione e seicentomila lavoratori marittimi in veri e propri “forzati del mare”.

La gestione della pandemia si è trasformata in un lucroso affare per i big del settore, in cui vige un regime oligopolistico dominato da tre alleanze che dettano le regole – alla faccia del libero mercato – mentre almeno 250 mila marinai rimangono tuttora “bloccati” sulle navi su cui prestavano servizio, o impossibilitati a tornare in aereo, visti i tagli ai voli, non potendo ancora fare ritorno alle proprie case.

Nonostante il commercio si sia notevolmente ridotto, impattando molto più della crisi del 2007-8, le compagnie marittime – nonostante la posizione finanziaria “scoperta” – stanno aumentando i propri guadagni. Sopperiscono al trasporto aereo, praticamente fermo, che era il tradizionale vettore per la distribuzione del commercio online, in forte aumento.

Aumentano i noli a danno degli spedizionieri e, incidendo sul costo finale dei prodotti, approfittano del basso costo del carburante grazie all’attuale prezzo del petrolio (irrisorio). In generale mettono sotto stress tutta la catena logistica ed ottimizzano la rendita di posizione, sfruttando lo strapotere di cui hanno goduto in questi anni, grazie al laissez-faire degli Stati e delle Organizzazioni Internazionali sugli altri soggetti economici e sulla forza lavoro del settore, così come sul consumatore finale.

Alle multinazionali del mare è stato concesso di tutto anche in Italia: spazi pubblici in concessione per lunghi periodi senza alcuna seria contropartita di investimenti ed occupazione; fare carta straccia delle residuali garanzie di una forza lavoro sempre più precaria, flessibile e senza più standard minimi accettabili per operare in sicurezza, che vive ormai una condizione livellata verso il basso ed allineata a tutti gli altri segmenti della logistica; spacciare per prioritari lavori ciclopici nei porti (dragaggi per aumentare i fondali, ampliamento delle banchine, mezzi di scarico e carico idonei, ecc.).

Sono diventate un potere economico che, per il ruolo rivestito, il potere politico non è in grado di scalfire, ma che può solo assecondare. Ciò a cui stiamo assistendo è una crisi sistemica della governance nel settore mondiale delle merci, in cui emergono con evidenza le vulnerabilità strutturate.

Le quali sembrano poter riconfigurare il settore in maniera differente dagli scenari ipotizzati dagli operatori in precedenza: navi più piccole, tragitti più brevi, rotte in parte diverse ma senza che coloro che ne hanno fin qui tratto profitto – un giro d’affari di 180 miliardi di dollaro all’anno – siano intenzionati a mollare la presa, probabilmente privatizzando ancora di più i profitti e socializzando le perdite.

Non è dato sapere se siamo vicini al “punto di rottura”, in cui saranno di nuovo i lavoratori a dire l’ultima parola, gli unici a poter determinare un piano che non sia la subordinazione totale alle multinazionali del mare. È certo però che i mantra “ideologici” del settore stanno evaporando, così come la “globalizzazione” che abbiamo conosciuto. E si sta trasformando la catena logistica, ma non più di tanto la “catena del valore” ad essa collegata.

Per questo abbiamo tradotto la seguente inchiesta del Financial Times sul settore: “Coronavirus e globalizzazione. La sorprendente resilienza dell’industria della navigazione” che delinea un quadro esaustivo del settore.

Buona lettura.

*****

Durante una cerimonia ad aprile, tenendo una piccola ascia in una mano guantata di bianco, la first lady della Corea del Sud, Kim Jung-Sook, ha tagliato le funi che ormeggiavano la HMM Algeciras e ha varato ufficialmente la più grande nave portacontainer del mondo.

La nave, alta come una torre, la prima di una dozzina ordinata dalla compagnia di navigazione HMM, ha le dimensioni di quattro campi da calcio. Se caricati su un treno, i 23.964 container da 20 piedi che può trasportare si estenderebbero per quasi 145 chilometri.

Eppure, nonostante tutto lo sfarzo mostrato al cantiere navale Daewoo quel giorno, il tempismo non avrebbe potuto essere meno propizio. I lockdown globali avevano ormai strangolato l’attività economica negli Stati Uniti e in Europa, che sono i maggiori mercati per le esportazioni asiatiche di prodotti manifatturieri.

Di conseguenza c’è stato un forte calo del traffico di container marittimi, milioni dei quali attraversano gli oceani supportando le catene di approvvigionamento globali e trasportando di tutto, dall’elettronica all’abbigliamento ai rottami metallici alla frutta fresca.

A maggio, quasi il 12% dell’intera flotta globale era inattiva, secondo i dati di Clarksons Research. Decine di migliaia di marinai sono rimasti bloccati in mare.

“Lo shock della domanda è stato ancora più forte che durante la crisi finanziaria globale”, afferma Morten Bo Christiansen, a capo della direzione strategica della danese AP Moller-Maersk, la più grande compagnia di spedizioni di container del mondo. “In ogni modo è stato senza precedenti”.

In un simile contesto, il settore del trasporto di container da 180 miliardi di dollari l’anno avrebbe potuto trovarsi in una condizione pericolosa, soprattutto dato il suo recente record di deboli profitti e sovraccapacità. Eppure, sei mesi dopo che la pandemia ha portato il caos nell’economia globale, molte delle linee di container hanno superato la crisi sorprendentemente bene.

Riducendo i servizi per prevenire la sovraproduzione, finora non solo si sono protetti da un assalto finanziario, ma molti stanno facendo più soldi di prima.

“I vettori hanno imparato una lezione preziosa quest’anno“, afferma Lars Jensen, amministratore delegato di SeaIntelligence Consulting. “A meno che qualcosa non vada orribilmente storto negli ultimi mesi, usciranno dal 2020 con un risultato finanziario decisamente migliore rispetto allo scorso anno, nonostante il lockdown“.

Data la sua posizione al centro dell’economia globale, la performance dell’industria del trasporto di container risuona ben oltre il settore. Alcuni economisti sono arrivati ​​al punto di ipotizzare che Covid-19 potrebbe persino significare la fine dell’era d’oro della globalizzazione, un periodo di cui i container sono stati sia il simbolo che lo strumento. Ci sono anche molti problemi a breve termine ancora da affrontare, compresi i lavoratori marittimi tutt'ora impossibilitati a tornare a casa.

Ma finora l’industria ha dimostrato una notevole capacità di recupero. L’aumento dell’e-commerce gli ha dato una spinta. Si sta anche studiando l’opportunità di viaggi più brevi all’interno delle regioni su navi di dimensioni più piccole e più agili di quelle come HMM Algeciras – un’indicazione che il modello della globalizzazione potrebbe cambiare piuttosto che ritirarsi.

Roberto Giannetta, capo della Hong Kong Liner Shipping Association, afferma che mentre l’ambiente marittimo “cambia rapidamente”, il commercio globale “si è adattato molto rapidamente”.

Capacità ridotta, prezzi più alti

L’invenzione della moderna spedizione di container, negli anni ’50, ha rivoluzionato il commercio internazionale. A quei tempi, i carichi sfusi trasportati in casse di legno, barili e sacchi di dimensioni diverse venivano movimentati da eserciti di portuali. Riducendo la necessità di manodopera e il rischio di furto e danneggiamento, la modesta scatola di metallo ha ridotto i costi e i tempi per lo spostamento delle merci attraverso gli oceani.

Ha scatenato un’enorme espansione del commercio durante la seconda metà del 20esimo secolo. I volumi di container marittimi sono aumentati quasi ogni anno negli ultimi quattro decenni, da circa 100 milioni di tonnellate nel 1980 a 1,8 miliardi di tonnellate nel 2017, secondo le Nazioni Unite. Fino ad ora, l’unica contrazione si  verificata a seguito della crisi finanziaria del 2008-2009.

“Hai difficoltà a trovare un settore che abbia creato collettivamente tanto valore quanto la spedizione di container, perché è lì che si muovono tutti i prodotti di valore“, afferma John McCown, un veterano del settore dei trasporti e fondatore di Blue Alpha Capital, una società di consulenza. “Eppure, per molte ragioni, resta poco prezioso per l’industria stessa. È stato cronicamente sottoperformante, nonostante una crescita incredibile“.

La concorrenza brutale ha reso elusiva una redditività sostenuta e dignitosa. Il settore comprende una flotta di circa 5.000 navi. Dopo il crollo finanziario globale, i vettori hanno continuato a ordinare navi sempre più grandi mentre inseguivano economie di scala, culminando in guerre sui prezzi che hanno eroso i guadagni. Un rapporto McKinsey nel 2018 ha stimato che negli ultimi 20 anni l’industria del trasporto di container ha distrutto 100 miliardi di dollari di valore per gli azionisti.

Il pendolo ora sta oscillando dall’altra parte. Nonostante i timori iniziali sull’impatto del Covid-19, le tariffe di trasporto applicate dai vettori – un barometro chiave dello stato di salute del mercato – hanno ampiamente resistito.

L’indice composito dello Shanghai Containerized Freight Index, un punto di riferimento per i prezzi del mercato spot, ha recentemente raggiunto il massimo da otto anni ed è aumentato di oltre la metà da aprile, il suo punto più basso quest’anno. Ciò è stato determinato da un aumento delle “toccate” tra Shanghai e le coste degli Stati Uniti, nonché sulle rotte verso l’Europa.

Il consolidamento del settore ha portato a tassi più elevati. Dopo il fallimento della coreana Hanjin Shipping, nel 2017, il primo grande crollo nel settore da 30 anni a questa parte, il numero di vettori si è ridotto. Le navi di linea dominanti oggi operano nell’ambito di tre principali “alleanze”, i cui membri condividono lo spazio a bordo e raggruppano le navi in base ai servizi.

“Insieme, queste tre alleanze controllano circa l’85% della capacità sulle rotte commerciali transpacifiche e quasi tutte sulle rotte commerciali dell’Estremo Oriente [verso] l’Europa, con un comportamento molto più razionale [di prima]”, afferma David Kerstens, analista di investimenti presso Jefferies.

Dall’inizio della pandemia, le compagnie di linea hanno parcheggiato parte delle navi, inviato navi per viaggi più lunghi e annullato centinaia di partenze, il che ha ridotto la capacità disponibile.

Questa scelta ha dato i suoi frutti. La divisione oceanica di Maersk ha registrato un aumento del 26% (1,36 miliardi di dollari) su base annua degli utili del secondo trimestre, ante interessi, tasse, deprezzamento e ammortamento, nonostante un calo del 16% dei volumi. Ciò grazie alla gestione della capacità della rete, delle tariffe di trasporto più elevate e costi del carburante inferiori, a seguito del crollo dei prezzi del petrolio.

L’EBITDA del secondo trimestre del rivale tedesco Hapag-Lloyd è cresciuto di sei mesi su un anno, mentre HMM – che ha una storia recente fatta di salvataggi statali – ha registrato nel trimestre un utile operativo per la prima volta in circa cinque anni.

Se l’attuale forza del mercato persiste, Sea Intelligence Consulting prevede un profitto totale del settore compreso tra $ 12 e $ 15 miliardi nel 2020, un sostanziale miglioramento rispetto ai $ 5,9 miliardi dello scorso anno.

Il rovescio della medaglia è che i clienti interessati a spostare le merci – gli “spedizionieri” – devono pagare di più. Anche se alcune partenze annullate sono state ripristinate, ci sono lamentele riguardo alle difficoltà di ottenere spazio a bordo di navi e navi di linea che addebitano premi per evitare che il carico venga “trasferito” su navi successive.

“È meglio di come è stato nel bel mezzo della pandemia, ma non è ancora eccezionale“, afferma Philip Edge, amministratore delegato della Edge Worldwide Logistics del Regno Unito. “Le tariffe per la spedizione di merci veramente urgenti [dall’Asia all’Europa], sono il doppio di quanto paghi normalmente. È un incubo. Al momento devi prenotare da quattro a sei settimane in anticipo.”

Mentre i critici affermano che le alleanze del settore distorcono la concorrenza, i dirigenti affermano che si ignorano le tensioni finanziarie che le aziende devono affrontare.

“Questo settore non ha recuperato il costo del capitale negli ultimi 10-12 anni, in nessun anno”, afferma Rolf Habben Jansen, amministratore delegato di Hapag-Lloyd, [quindi] "probabilmente perché le tariffe sono state tradizionalmente troppo basse“.

Disordini sindacali

Anche se le linee di container possono continuare a mantenere la disciplina di fornitura che supporta tassi più elevati, potrebbero comunque essere impattate da fattori umani e politici al di fuori del loro controllo.

Quando a gennaio si è imbarcato su una nave portacontainer per lavorare come terzo ufficiale, Martin Li si aspettava di essere in mare solo per quattro mesi. Ma dopo che la pandemia ha impedito agli equipaggi di poter sbarcare, il marinaio, sulla trentina, si è ritrovato bloccato sulla nave, viaggiando ripetutamente tra il Canada e l’Europa senza alcuna idea di quando sarebbe tornato a casa. “Stavamo solo andando avanti e indietro“, dice. “L’operazione non si è mai fermata.”

Il signor Li alla fine è tornato a Hong Kong in agosto. Ma si ritiene che 250.000 persone siano ancora abbandonate in situazioni simili. Le autorità di alcuni paesi hanno impedito lo sbarco dei marittimi per motivi di rischio di infezione. Un altro ostacolo è il fermo delle compagnie aeree internazionali su cui molti fanno affidamento per tornare a casa dopo i viaggi. La maggior parte dei marittimi stimati nel mondo a 1,65 milioni proviene da paesi come Cina, Filippine, Indonesia, Russia, Ucraina e India.

Quella che era già una crisi umanitaria per chi lavorava a bordo delle navi portacontainer comincia ora ad avere implicazioni per le merci che transitano. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale, circa il 90% di tutto il commercio è trasportato via mare – più della metà su navi portacontainer. I sindacati affermano che la stanchezza e lo stress emotivo tra il personale aumentano il rischio di errori a bordo.

Avvertendo il potenziale rischio per le catene di approvvigionamento, Fidelity International, un asset manager, ha invitato aziende e governi ad affrontare il problema.

“Sembra che siano diventati un esercito di persone dimenticate“, dice Guy Platten, segretario generale della Camera di spedizione internazionale. “Questo alla fine influenzerà le catene di approvvigionamento.”

Il signor Platten sottolinea i “primi segni” di questa situazione in Australia, dove gli equipaggi si sono rifiutati di lavorare e le navi sono state sequestrate dal governo per aver violato le leggi sul lavoro. “Quello che vedi in Australia... questa è solo la punta dell’iceberg“, dice. “Questo è quello che potrebbe accadere in tutto il mondo“.

Commercio regionalizzato

Il progresso inarrestabile della globalizzazione ha generato navi sempre più grandi per soddisfare una domanda di beni apparentemente inesauribile da parte dei consumatori.

Ma se HMM Algeciras simboleggia l’apice della logistica transoceanica, alcune compagnie di linea stanno ora scommettendo che il commercio futuro potrebbe essere più adatto a navi che non sono così grandi e vantano una maggiore flessibilità e velocità.

Nel 2014, Zim, una compagnia di navigazione israeliana, ha cancellato la sua rotta dalla Cina alla costa occidentale degli Stati Uniti perché non poteva competere con i grandi vettori. Ma sulla scia della pandemia ha lanciato un nuovo “servizio accelerato” che trasporta le merci più velocemente, spostando le merci dai magazzini di Shenzhen al porto di Los Angeles in due settimane: approvvigionando un mondo che in gran parte sta a casa.

“Abbiamo individuato una necessità“, afferma Nissim Yochai, vicepresidente esecutivo di Zim per il commercio transpacifico. “Questa esigenza è cresciuta a causa del virus”.

L’accelerazione nell’e-commerce sta influenzando la spedizione di container. Gli articoli ordinati online dai consumatori occidentali a fornitori asiatici vengono in genere trasportati nel ventre degli aerei, un metodo molto più veloce che via mare. Ma la messa a terra della maggior parte della flotta aerea globale significa che è stato necessario spedire più articoli.

Un altro fattore contro navi sempre più grandi è che il traffico di container sulle rotte intra regionali dovrebbe crescere più rapidamente rispetto alle tre principali rotte est-ovest – transpacifica, transatlantica e Asia-Europa – che insieme rappresentano circa i due quinti di tutto traffico container.

Arriva quando molte aziende rivalutano le loro catene di approvvigionamento dopo che il coronavirus ha esposto le vulnerabilità nel modo in cui le merci sono prodotte e distribuite. Uno studio del Global McKinsey Institute ha rilevato che le aziende potrebbero trasferire un quarto del loro approvvigionamento di prodotti globali in nuovi paesi nei prossimi cinque anni.

Paesi come Vietnam, Cambogia, Laos e Bangladesh stavano già costruendo forti settori manifatturieri, un riflesso di manodopera a basso costo e aziende che cercavano di evitare i dazi statunitensi sui beni cinesi. L’aumento dei livelli di reddito dovrebbe significare che queste nazioni avranno un maggiore appetito per i prodotti manifatturieri.

“La regione intra-asiatica sembra essere il mercato che attira sempre più attenzione da parte delle compagnie di navigazione“, afferma Antonella Teodoro, analista di MDS Transmodal.

Significherà più navi che si fermeranno nei porti del continente e viaggeranno per distanze più brevi, invece di caricare completamente in Cina e salpare per l’ovest. I porti regionali più piccoli spesso non dispongono di infrastrutture adeguate per le navi più grandi, mentre anche sulle rotte principali potrebbero esserci rendimenti di dimensioni inferiori.

“Abbiamo più o meno raggiunto il limite [sulle dimensioni della nave]”, afferma Jensen di SeaIntelligence.

Mentre l’elettronica di consumo più piccola significa che TV e computer occupano già meno spazio, la composizione delle merci all’interno dei container potrebbe evolversi ulteriormente.

Un’area che dovrebbe rivelarsi fertile è il carico deperibile, che si prevede abbia sofferto meno dell’impatto del Covid-19 rispetto ai prodotti manifatturieri, secondo la società di consulenza per la ricerca marittima Drewry. Si prevede un’espansione media annua del 3,7% fino al 2024 nei container refrigerati, o “reefers”, rispetto al 2,2% per il carico secco.

“Frutta fresca, carne – tutto ciò che necessita di cure speciali a bordo del viaggio – questo è l’uovo d’oro di qualsiasi compagnia di linea“, afferma Peter Sand, economista dell’associazione marittima internazionale Bimco, “dove le tariffe di trasporto sono elevate”.

A Hong Kong, Giannetta afferma che la pandemia significa che “sarà necessario prendere in considerazione diverse catene di approvvigionamento per evitare le interruzioni complete che abbiamo visto durante le prime fasi di Covid-19“.

Suggerisce che queste tendenze si vedano già attraverso la “produzione regionalizzata” e gli “acquisti online“.

“Quando è iniziata la pandemia, non sono riuscito a trovare i miei prodotti preferiti di pasta di marca italiana“, dice. “Poi ho iniziato a vedere le confezioni di pasta in arrivo [sul mercato] che erano in cinese, che non sapevo nemmeno leggere”.

Ora, aggiunge Giannetta, può acquistare di nuovo la pasta spedita dall’Italia, ma deve ordinarla online.

Fonte