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25/03/2026

Financial Times: L’approccio di Netanyahu è la ricetta per una guerra perpetua

La decisione di entrare in guerra con l’Iran è stata impopolare negli Stati Uniti. Ma in Israele, il conflitto gode di un sostegno schiacciante, con oltre l’80% dell’opinione pubblica favorevole all’attacco.

Nessuno si è impegnato più del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per dimostrare che l’Iran rappresenta una minaccia esistenziale per Israele. Il giorno dopo i primi raid aerei su Teheran, ha esclamato che l’attuale “coalizione di forze” – intendendo la partecipazione dei soli Stati Uniti – permette loro di raggiungere ciò per cui lui si batte da 40 anni.

Ma la verità è che la guerra tanto attesa tra Netanyahu e l’Iran non ha migliorato la sicurezza di Israele; al contrario, la mette a rischio nel lungo periodo.

Ci sono due ragioni principali per questo. In primo luogo, il forte sostegno bipartisan negli Stati Uniti è stato, per decenni, la maggiore garanzia della sicurezza di Israele. Tuttavia, le azioni del governo di Netanyahu, prima a Gaza e ora in Iran, stanno minando questo sostegno.

Il secondo motivo è che tutti gli indizi puntano a una guerra fallimentare con l’Iran. La vittoria “rapida e decisiva” di cui hanno parlato sia Trump che Netanyahu non si è concretizzata. Al contrario, la guerra si è intensificata in modi che né gli Stati Uniti né Israele avevano previsto, con l’Iran che ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz.

La prosecuzione della guerra rappresenta una minaccia diretta per i soldati e i civili israeliani, come dimostrato dai missili iraniani che hanno colpito in particolare una città nel sud di Israele lo scorso fine settimana [in realtà sia Arad che Dimona, centri della ricerca nucleare nel Negev, ndr]. Inoltre, metterà ulteriormente a dura prova la vitale alleanza israelo-americana.

I sostenitori di Netanyahu sostengono che l’Iran rappresentasse una minaccia esistenziale per Israele, lasciando al primo ministro nessuna altra scelta se non quella di ignorare altre questioni e agire. Tuttavia, alcuni dei principali osservatori israeliani degli affari iraniani mettono in dubbio l’idea che il programma nucleare della Repubblica islamica costituisse una minaccia imminente.

Danny Citrinovitch, ex capo della divisione di ricerca sull’Iran presso l’Agenzia di intelligence della difesa israeliana, ritiene che la precedente leadership iraniana, la maggior parte della quale è deceduta, fosse “cauta e calcolatrice”.

Secondo quanto riportato, durante i negoziati, è stata sottolineata la disponibilità dell’Iran a ridurre significativamente le proprie scorte di uranio arricchito, un componente chiave per lo sviluppo di armi nucleari. Un analista ha osservato che “i negoziatori americani sembravano incapaci di comprendere appieno le implicazioni tecniche e strategiche di tale offerta”.

Analisti come Citrinovic ritengono che la maggiore minaccia strategica a lungo termine per Israele non sia l’Iran, bensì la potenziale perdita del sostegno americano, da cui Israele dipende. Tale sostegno ha già iniziato a vacillare.

Il 27 febbraio, il giorno prima dell’inizio della guerra con l’Iran, un sondaggio – il primo da quando Gallup ha iniziato a porre questa domanda – ha mostrato che un numero maggiore di americani simpatizzava con i palestinesi rispetto agli israeliani. La brutale campagna israeliana a Gaza, successiva agli attacchi di Hamas dell’ottobre 2013 – che hanno causato la morte di decine di migliaia di civili palestinesi – ha contribuito a questo cambiamento nell’opinione pubblica.

Il candidato che tradizionalmente sostiene Israele incontrerà difficoltà nell’ottenere la nomination del Partito Democratico per le elezioni presidenziali del 2028. Gavin Newsom, il favorito, ha definito Israele uno “stato di apartheid”.

Storicamente, Netanyahu si è schierato principalmente con i Repubblicani. Tuttavia, il sentimento anti-israeliano, che si sta evolvendo in vero e proprio antisemitismo, si è diffuso ampiamente all’interno del movimento MAGA promosso da Trump. Questo sentimento è stato notevolmente esacerbato dalla guerra con l’Iran e dalle dimissioni di Joe Kent, il capo della lotta al terrorismo di Trump, che ha accusato Israele di aver trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.

“Se gli Stati Uniti dovessero essere trascinati in una guerra con l’Iran che costasse vite americane e danneggiasse l’economia, la reazione negativa contro Israele si intensificherebbe”.

In realtà, questa ricostruzione degli eventi è fin troppo indulgente nei confronti di Trump. È del tutto possibile che un presidente americano rifiuti la richiesta di guerra all’Iran avanzata da un primo ministro israeliano. Sia Barack Obama che Joe Biden lo hanno fatto. Ma Trump è caduto in una trappola. Una rapida vittoria sull’Iran avrebbe potuto preservare, o addirittura rafforzare, l’alleanza tra Stati Uniti e Israele. Ma se gli Stati Uniti fossero stati trascinati in un pantano che costasse vite americane e danneggiasse l’economia, la reazione contro Israele si sarebbe intensificata.

Di conseguenza, è del tutto prevedibile che sia il candidato democratico che quello repubblicano alle elezioni presidenziali del 2028 chiederanno una riduzione del sostegno a Israele. Questo rappresenterebbe un disastro strategico per gli israeliani, che da tempo dipendono fortemente dal supporto politico e militare americano.

Dall’attacco di Hamas contro Israele, gli Stati Uniti hanno fornito a Israele oltre 16 miliardi di dollari in aiuti militari diretti, tra cui bombe, munizioni e missili intercettori, fondamentali per respingere gli attacchi iraniani.

La formidabile macchina militare israeliana ha inoltre permesso a Netanyahu di promuovere un pericoloso mito, secondo il quale l’unico modo per raggiungere una sicurezza duratura sia attraverso la guerra.

Ma le vittorie militari che Netanyahu ha presentato all’opinione pubblica israeliana come “decisive” si sono rivelate non essere affatto tali.

Hamas rimane saldamente radicato a Gaza. L’assassinio dei leader di Hezbollah nel 2014 non ha eliminato la minaccia rappresentata dal gruppo militante libanese, e Israele è ora tornato a condurre una guerra su vasta scala in Libano. Dopo gli attacchi al programma nucleare iraniano dello scorso giugno, Netanyahu ha dichiarato una “vittoria storica” ​​che sarebbe durata “per generazioni”. Eppure, eccoci qui.

Netanyahu condanna costantemente coloro che hanno auspicato colloqui con l’Iran e i palestinesi, definendoli ingenui e ingannevoli. In realtà, i canali politici e diplomatici rappresentano l’unica strada percorribile a lungo termine per garantire la sicurezza di Israele.

L’approccio di Netanyahu è una ricetta per una guerra perpetua, soprattutto considerando il rapido calo del sostegno internazionale a Israele, compresi gli Stati Uniti. Questa è una ricetta per il disastro.

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14/07/2025

Aiuti a Gaza: militarizzati, esca per massacri, privatizzati per il profitto

Qualche giorno fa avevamo riportato la notizia dell’inchiesta del Financial Times che aveva scoperto come la pulizia etnica della Striscia di Gaza fosse diventata un business, in cui anche il think tank fondato da Tony Blair e che porta il suo nome era stato coinvolto. Ora il quotidiano britannico ha rilasciato ulteriori notizie, che dipingono un quadro ancora più fosco, se possibile.

A fare le valutazioni finanziarie della grande opera di ricollocamento forzato pensata dai sionisti era stata chiamata la società di consulenza statunitense Boston Consulting Group (BCG). Essa era stata coinvolta sia nella creazione della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), denunciata da più parti come uno strumento del genocidio, sia nel programma Aurora, cioè lo sfollamento dei gazawi.

La BCG si era difesa dalle accuse di essere stata complice di alcuni terribili crimini contro l’umanità dicendo che nel primo caso erano stati due soci a muoversi in autonomia, poi costretti a dimettersi; nel secondo caso invece ci si era resi conti in ritardo del portato dei servizi offerti. Come se da due anni non ci fossero notizie di massacri indiscriminati ogni giorno.

Ad ogni modo, ora arriva la pietra tombale sulla credibilità di queste affermazioni, e infatti per ora la BCG si è rifiutata di commentare. La società avrebbe infatti stipulato un contratto da un milione di dollari per un progetto, finanziato dal Qatar, che puntava a far arrivare beni a Gaza via mare, su chiatte che sarebbero dovute partire da Cipro.

A questa iniziativa la BCG avrebbe lavorato insieme alla compagnia privata Fogbow, che si occupa della distribuzione di aiuti umanitari ed è guidata da veterani delle forze armate statunitensi. Ex militari che si sono reinventati per fare profitto sulle guerre che conduce o indirettamente arma e finanzia il Pentagono in mezzo mondo.

Questa volta, la BCG non può accampare scuse. Le fonti interne che hanno parlato al Financial Times hanno infatti affermato: “il progetto è stato sottoposto al nostro rigoroso processo di supervisione interna, che include commissioni di revisione interne e valutazione in tempo reale”. Tutti erano ben consapevoli di quel che stavano facendo, ed è bene chiarire la gravità di quello di cui si parla.

Infatti, l’arrivo di beni via mare può sembrare una buona cosa, soprattutto considerato che la via marittima è tutt’oggi preclusa. Ma è proprio questo il punto: la BCG e la Fogbow stavano partecipando all’estromissione definitiva del sistema di aiuti umanitari gestito dalle Nazioni Unite in favore della privatizzazione della fame imposta come strumento di guerra a Gaza.

L’illegale assedio della Striscia è continuato anche di fronte al caso della nave della Freedom Flotilla che è stata fermata insieme a tutto il suo equipaggio, appena qualche settimana fa. In quel caso, gli aiuti erano accompagnati dalla richiesta di fine del regime di apartheid e di blocco condannato sotto tutti gli aspetti del diritto internazionale, non da una parcella da pagare.

Altro che ‘ordine basato su regole’. È il far west della legge del più forte. Se il rapporto stilato di recente da Francesca Albanese ha creato molto scalpore, con alcuni che l’hanno criticato perché elenca in sostanza qualsiasi tipo di rapporto economico con Israele, questo caso dimostra perché la relatrice speciale ONU è nel giusto.

Il genocidio è diventato un affare, e soprattutto ogni legame economico con l’entità sionista rappresenta un sostegno al regime di apartheid. Nel rispetto del diritto internazionale, tali rapporti andrebbero solo e soltanto recisi, per far sì che tale regime si indebolisca e venga abbattuto una volta per tutte.

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13/05/2025

“Stop a Israele”, lo chiede pure l’establishment neoliberista

Qualche giorno fa è circolata per qualche ora la notizia secondo cui Donald Trump sarebbe stato sul punto di riconoscere lo Stato di Palestina. È basta poco per verificare che era soltanto un’invenzione. Ma non una fake news in stile social. Non era vera, ma nemmeno completamente falsa. Una minaccia implicita, insomma, che segnalava un limite di sopportazione per le politiche di Israele ormai raggiunto da parte dello stesso establishment reazionario che oggi controlla gli Stati Uniti.

Qualcosa sta insomma maturando intorno alla studio ovale, e si lasciano correre voci ostili a Netanyahu che prima sarebbero state impensabili. E si moltiplicano gli editoriali “d’area” che pongono esplicitamente in questione la possibilità per gli Usa di continuare a supportare un governo israeliano che si muove senza tenere in alcun conto gli interessi dell’America.

Anche il fatto che Trump abbia stavolta saltato la tappa israeliana durante il suo ormai prossimo viaggio in Medio Oriente appare insolito, ma coerente con l’insofferenza per un alleato “problematico” e non obbediente.

La conferma indiretta è arrivata addirittura da un fondo di Thomas Friedman sul New York Times, dal titolo esplicito (“Questo governo israeliano non è nostro alleato”) e dal contenuto anche più forte. Ve lo riproponiamo per intero, qui di seguito, ma ci sembra utile evidenziarne un paio di passaggi.

“Questo governo israeliano sta agendo in modi che minacciano gli interessi fondamentali americani nella regione. Netanyahu non è nostro amico”.

“È il primo governo nella storia di Israele che non dà priorità alla pace con altri vicini arabi, né ai benefici che una maggiore sicurezza e convivenza porterebbero. La sua priorità è annettere la Cisgiordania, espellere i palestinesi da Gaza e ricostruire gli insediamenti israeliani.
L’idea che Israele abbia un governo che non agisce più come alleato dell’America, e che non dovrebbe essere considerato tale, è una pillola amara e scioccante da ingoiare per gli amici di Israele a Washington – ma devono ingoiarla.”


“Netanyahu ha messo i suoi interessi personali al di sopra di quelli di Israele e dell’America”.

“È la ricetta per una ribellione permanente – un Vietnam sul Mediterraneo”.

“Possiamo continuare a ignorare il numero di palestinesi uccisi nella Striscia – oltre 52.000, tra cui circa 18.000 bambini; a mettere in dubbio l’affidabilità dei numeri; a impiegare tutti i meccanismi di repressione, negazione, indifferenza, distanziamento, normalizzazione e giustificazione. Nulla di tutto questo cambierà l’amara verità: Israele li ha uccisi. È stata la nostra mano a farlo. Non dobbiamo chiudere gli occhi. Dobbiamo svegliarci e urlare a squarciagola: Fermate la guerra.”

Si potrebbe pensare che l’autore sia uno dei tanti intellettuali liberal che storcono soltanto ora il naso davanti all’evidenza del genocidio in corso (pur senza mai chiamarlo col suo nome), ma è un errore. È un neocon ultrasionista, appena appena più “politically correct” nello stile di scrittura.

La sua critica a Israele è dal punto di vista degli interessi Usa, non “morale”. Ed è anche una critica preoccupata per il futuro stesso di quello stato canaglia che, continuando su questa linea, non potrà che portarlo alla guerra civile interna e allo scontro continuo con i vicini paesi arabi. Isolato dal resto del mondo e quindi destinato all’implosione.

In pratica, è un normale reazionario yankee che ricorda a Netanyahu (rivolgendosi direttamente a Trump) che va bene recitare la parte del “cane pazzo” (come teorizzava a suo tempo Mosè Dayan), ma non bisogna mai credere di poterlo fare davvero e troppo a lungo.

Il secondo articolo che vi proponiamo è del Financial Times – la bibbia del neoliberismo anglosassone – ed è rimarchevole il fatto che sia stato firmato dall’intero Comitato editoriale.

Israele va fermato ora. Lo chiede persino il nucleo centrale dell’imperialismo occidentale.

*****

Questo governo israeliano non è nostro alleato

di Thomas Friedman – dal New York Times

Caro Presidente Trump,

sono poche le iniziative da lei intraprese dopo l’insediamento con cui mi trovo d’accordo, a parte quelle relative al Medio Oriente. Il suo viaggio la prossima settimana e i suoi incontri con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar – e l’assenza di piani di incontro con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – mi suggeriscono che sta iniziando a riconoscere una verità fondamentale: questo governo israeliano sta agendo in modi che minacciano gli interessi fondamentali americani nella regione. Netanyahu non è nostro amico.

Eppure, credeva di poterla fare sua vittima. Per questo ammiro come lei gli abbia fatto capire, attraverso i suoi negoziati indipendenti con Hamas, Iran e gli Houthi, che non aveva alcuna leva su di lei – che non sarebbe stata sua vittima.

Questo chiaramente lo ha fatto precipitare nel panico. Non ho dubbi che il popolo israeliano, nel complesso, continui a considerarsi un alleato fedele del popolo americano, e viceversa. Ma questo governo israeliano ultranazionalista e messianico non è un alleato dell’America.

È il primo governo nella storia di Israele che non dà priorità alla pace con altri vicini arabi, né ai benefici che una maggiore sicurezza e convivenza porterebbero. La sua priorità è annettere la Cisgiordania, espellere i palestinesi da Gaza e ricostruire gli insediamenti israeliani.

L’idea che Israele abbia un governo che non agisce più come alleato dell’America, e che non dovrebbe essere considerato tale, è una pillola amara e scioccante da ingoiare per gli amici di Israele a Washington – ma devono ingoiarla.

Perché il governo Netanyahu, perseguendo la sua agenda estremista, sta minando i nostri interessi.

A suo merito, non ha permesso a Netanyahu di bypassarla come ha fatto con altri presidenti americani. È anche essenziale difendere l’architettura di sicurezza americana costruita dai suoi predecessori nella regione. L’attuale struttura dell’alleanza tra Stati Uniti, paesi arabi e Israele fu stabilita da Richard Nixon e Henry Kissinger dopo la guerra del 1973, con l’obiettivo di escludere la Russia e rendere l’America la potenza globale dominante nella regione, un processo che da allora ha servito i nostri interessi geopolitici ed economici.

La diplomazia di Nixon e Kissinger portò agli accordi di disimpegno del 1974 tra Israele, Siria ed Egitto. Questi accordi gettarono le basi per gli Accordi di Camp David, che aprirono la strada agli Accordi di Oslo. Il risultato fu una regione dominata dall’America, dai suoi alleati arabi e da Israele.

Ma questa intera struttura si basava in gran parte su un impegno USA-Israele per una “soluzione a due Stati” – un impegno che lei stesso cercò di rafforzare nel suo primo mandato con il suo piano per uno Stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania accanto a Israele – a condizione che i palestinesi riconoscessero Israele e accettassero che il loro Stato sarebbe stato smilitarizzato.

Eppure, questo governo Netanyahu ha dato priorità all’annessione della Cisgiordania quando è salito al potere alla fine del 2022 – molto prima della brutale invasione di Hamas del 7 ottobre 2023 – piuttosto che all’architettura di sicurezza e pace americana per la regione.

Per quasi un anno, l’amministrazione Biden ha supplicato Netanyahu di fare una cosa per l’America e Israele: accettare di aprire un dialogo con l’Autorità Palestinese su una soluzione a due Stati un giorno, con un governo riformato – in cambio della normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele.

Questo avrebbe aperto la strada al Congresso per approvare un trattato di sicurezza USA-Arabia Saudita per controbilanciare l’Iran e contrastare la Cina.

Netanyahu si è rifiutato, perché gli estremisti ebrei nel suo governo hanno detto che se lo avesse fatto, avrebbero fatto cadere il suo governo – e con Netanyahu sotto processo per molteplici accuse di corruzione, non poteva rinunciare alla protezione di essere primo ministro per prolungare il processo ed evitare una possibile condanna.

Quindi, Netanyahu ha messo i suoi interessi personali al di sopra di quelli di Israele e dell’America. La normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, la più importante potenza islamica – basata su uno sforzo per una soluzione a due Stati con i palestinesi moderati – avrebbe aperto l’intero mondo musulmano a turisti, investitori e innovatori israeliani, ridotto le tensioni tra ebrei e musulmani nel mondo e consolidato i vantaggi americani in Medio Oriente stabiliti da Nixon e Kissinger per un altro decennio o più.

Dopo che Netanyahu ha persuaso tutti per due anni, sono emerse notizie secondo cui americani e sauditi avevano deciso di abbandonare la partecipazione di Israele all’accordo – una vera perdita per gli israeliani e il popolo ebraico. Reuters ha riportato giovedì che “gli Stati Uniti non chiedono più all’Arabia Saudita di normalizzare i rapporti con Israele come condizione per progredire nei colloqui di cooperazione nucleare civile”.

E ora le cose potrebbero peggiorare. Netanyahu si prepara a ri-invadere Gaza con un piano per deportare la popolazione palestinese.

In un angolo stretto, tra il Mar Mediterraneo da un lato e il confine egiziano dall’altro, mentre avanza rapidamente e ampiamente nell’annessione de facto della Cisgiordania, Israele (e specialmente il suo nuovo capo di stato maggiore, Eyal Zamir) incorrerà in ulteriori accuse di crimini di guerra, da cui Bibi si aspetta che la sua amministrazione [di Trump, ndr] lo protegga.

Non ho alcuna simpatia per Hamas. Credo sia un’organizzazione malata che ha gravemente danneggiato la causa palestinese. Ha una grave responsabilità nella tragedia umanitaria a Gaza oggi. La leadership di Hamas avrebbe dovuto rilasciare gli ostaggi e lasciare Gaza da tempo, rimuovendo ogni pretesto a Israele per riprendere a combattere.

Ma il piano di Netanyahu per riconquistare Gaza non mira a creare un’alternativa moderata ad Hamas, guidata dall’Autorità Palestinese, ma a un’occupazione militare israeliana permanente, il cui obiettivo non dichiarato è spingere tutti i palestinesi ad andarsene.

È la ricetta per una ribellione permanente – un Vietnam sul Mediterraneo.

A una conferenza il 5 maggio sponsorizzata dal giornale sionista religioso Besheva, Bezalel Smotrich, il ministro delle finanze di estrema destra israeliano, ha parlato come se non gli importasse: “Stiamo occupando Gaza per restare. Non ci saranno più entrate e uscite”. La popolazione locale sarà costretta in meno di un quarto della Striscia di Gaza.

Come ha notato l’esperto militare di Haaretz Amos Harel: “Poiché l’esercito cercherà di minimizzare le vittime, gli analisti si aspettano che userà una forza estremamente aggressiva, che causerà danni significativi alle rimanenti infrastrutture civili di Gaza. Lo spostamento dei residenti in campi umanitari, unito alla carenza di cibo e medicine, potrebbe portare a ulteriori morti di massa tra i civili... e più comandanti e ufficiali israeliani potrebbero affrontare azioni legali personali”.

In realtà, se attuata, questa strategia non solo potrebbe portare a più accuse di crimini di guerra contro Israele, ma minaccerebbe anche la stabilità di Giordania ed Egitto. Questi due pilastri dell’alleanza americana in Medio Oriente temono che Netanyahu cerchi di spostare i palestinesi da Gaza e Cisgiordania nei loro paesi, il che senza dubbio alimenterebbe instabilità che tracimerebbe i loro confini anche se i palestinesi non lo facessero.

Questo ci danneggia in altri modi. Come mi ha detto Hans Weksel, ex consigliere politico senior del Comando Centrale degli Stati Uniti: “Più le cose sembrano senza speranza per le aspirazioni palestinesi, meno c’è volontà nella regione di espandere l’integrazione di sicurezza USA-arabo-israeliana, che avrebbe fornito vantaggi a lungo termine sull’Iran e la Cina – senza richiedere risorse militari americane comparabili nella regione per sostenerla”.

In Medio Oriente, lei ha alcuni buoni istinti indipendenti, signor Presidente. Segua quelli. Altrimenti, deve prepararsi a questa urgente realtà: i suoi nipoti ebrei saranno la prima generazione di bambini ebrei a crescere in un mondo in cui lo Stato ebraico è considerato uno Stato paria.

La lascio con le parole di un editoriale di Haaretz del 7 maggio: “Martedì, l’aviazione israeliana ha ucciso nove bambini, tra i 3 e i 14 anni… L’IDF ha dichiarato che l’obiettivo era un ‘centro di comando e controllo di Hamas’, e che ‘sono stati presi provvedimenti per ridurre il rischio per i civili non coinvolti’…

Possiamo continuare a ignorare il numero di palestinesi uccisi nella Striscia – oltre 52.000, tra cui circa 18.000 bambini; a mettere in dubbio l’affidabilità dei numeri; a impiegare tutti i meccanismi di repressione, negazione, indifferenza, distanziamento, normalizzazione e giustificazione.

Nulla di tutto questo cambierà l’amara verità: Israele li ha uccisi. È stata la nostra mano a farlo. Non dobbiamo chiudere gli occhi. Dobbiamo svegliarci e urlare a squarciagola: Fermate la guerra”.


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Il vergognoso silenzio dell’Occidente su Gaza

Il Comitato editoriale – dal Financial Times

Dopo 19 mesi di conflitto che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi e scatenato accuse di crimini di guerra contro Israele, Benjamin Netanyahu si prepara ancora una volta a intensificare l’offensiva israeliana a Gaza. L’ultimo piano prevede l’occupazione totale del territorio palestinese e costringerebbe i gazawi in aree sempre più ridotte della striscia devastata.

Ciò comporterebbe bombardamenti più intensi e l’avanzata delle forze israeliane per conquistare e controllare il territorio, distruggendo i pochi edifici rimasti a Gaza. Sarebbe un disastro per i 2,2 milioni di abitanti di Gaza che hanno già sofferto indicibili privazioni. Ogni nuova offensiva rafforza il sospetto che l’obiettivo finale della coalizione di estrema destra di Netanyahu sia rendere Gaza inabitabile e cacciare i palestinesi dalla loro terra.

Da due mesi, Israele blocca tutti gli aiuti umanitari nella striscia. I tassi di malnutrizione infantile aumentano, i pochi ospedali funzionanti sono a corto di medicine e gli avvertimenti su carestie e malattie si fanno sempre più allarmanti. Eppure, gli Stati Uniti e i paesi europei, che definiscono Israele un alleato “con valori condivisi”, non hanno quasi mai condannato queste azioni. Dovrebbero vergognarsi del loro silenzio e smettere di permettere a Netanyahu di agire impunemente.

In brevi dichiarazioni domenica, Donald Trump ha riconosciuto che i gazawi “muoiono di fame” e ha suggerito che Washington avrebbe aiutato a far arrivare cibo nella striscia. Ma finora, il presidente americano ha solo incoraggiato Netanyahu. Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo di porre fine alla guerra a Gaza dopo che il suo team ha mediato un cessate il fuoco tra Israele e Hamas a gennaio.

In base all’accordo, Hamas avrebbe liberato gli ostaggi in fasi, mentre Israele avrebbe dovuto ritirarsi da Gaza e le parti avrebbero negoziato una tregua permanente. Ma a poche settimane dall’entrata in vigore della tregua, Trump ha annunciato un piano insensato per svuotare Gaza dai palestinesi e farne un territorio sotto controllo americano.

A marzo, Israele ha fatto crollare il cessate il fuoco, cercando di modificare i termini dell’accordo con l’appoggio di Washington. Da allora, alti funzionari israeliani hanno affermato di stare attuando il piano di Trump per trasferire i palestinesi fuori da Gaza. Lunedì, il ministro delle finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha dichiarato: “Finalmente occuperemo la Striscia di Gaza”.

Netanyahu insiste che un’offensiva ampliata sia necessaria per distruggere Hamas e liberare i 59 ostaggi rimasti. In realtà, il primo ministro non ha mai presentato un piano chiaro dall’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas uccise 1.200 persone scatenando la guerra. Ripete invece il suo mantra massimalista di “vittoria totale”, cercando di placare i suoi alleati estremisti per garantire la sopravvivenza della sua coalizione di governo.

Ma anche Israele sta pagando un prezzo per le sue azioni: l’offensiva ampliata metterebbe a rischio la vita degli ostaggi, danneggerebbe ulteriormente l’immagine già compromessa di Israele e approfondirebbe le divisioni interne.

Israele ha fatto sapere che l’operazione ampliata non inizierà prima della visita di Trump nel Golfo la prossima settimana, lasciando una “finestra” a Hamas per liberare gli ostaggi in cambio di una tregua temporanea.

I leader arabi sono furiosi per l’incessante ricerca del conflitto da parte di Netanyahu, ma accoglieranno Trump con cerimonie sfarzose, promettendo investimenti miliardari e accordi sulle armi.

Trump attribuirà la colpa ad Hamas parlando ai suoi ospiti del Golfo: l’attacco omicida del 7 ottobre è stato il detonatore dell’offensiva israeliana.

Gli Stati del Golfo concordano che la morsa continua di Hamas su Gaza prolunghi la guerra. Ma devono opporsi a Trump e convincerlo a esercitare pressioni su Netanyahu per fermare le uccisioni, porre fine all’assedio e tornare ai negoziati.

Il caos globale scatenato da Trump ha già distolto l’attenzione dalla catastrofe di Gaza. Ma più a lungo questa situazione continua, più chi tace o ha paura di parlare ne diventa complice.

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08/08/2023

Guerra e sanzioni alla Russia sono già costate 100 miliardi di euro alle aziende europee

Le maggiori aziende europee hanno subito perdite dirette per almeno 100 miliardi di euro a causa delle sanzioni imposte a Mosca e degli effetti della guerra in Ucraina.

Lo afferma una analisi pubblicata dal Financial Times. Un’indagine condotta su 600 relazioni annuali e bilanci 2023 di gruppi europei mostra che 176 società hanno registrato svalutazioni di attività, oneri legati al cambio e altre spese una tantum a seguito della vendita, chiusura o riduzione di attività in Russia.

Il dato aggregato, specifica l’analisi dell’FT, non comprende gli impatti macroeconomici indiretti della guerra, come l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime.

I costi più pesanti delle sanzioni si concentrano in pochi settori esposti. Quelli che hanno subito le maggiori svalutazioni e oneri sono i gruppi petroliferi e del gas, dove solo tre società – BP, Shell e TotalEnergies – hanno registrato oneri complessivi per 40,6 miliardi di euro.

Le perdite sono state di gran lunga compensate dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, che ha aiutato questi gruppi a registrare profitti complessivi di circa 95 miliardi di euro (104 miliardi di dollari) lo scorso anno.

I servizi di pubblica utilità hanno subito un colpo diretto di 14,7 miliardi di euro, mentre le società industriali, comprese le case automobilistiche, hanno subito perdite per 13,6 miliardi di euro.

Le società finanziarie, tra cui banche, assicurazioni e società di investimento, hanno registrato 17,5 miliardi di euro di svalutazioni e altri oneri.

Le azioni delle società dell’industria militare, al contrario, sono migliorate a causa dal conflitto.

Dall’indagine risulta anche che più del 50% delle 1.871 società di proprietà europea presenti in Russia prima della guerra, sono ancora operative nel Paese nonostante le sanzioni.

Fonte

17/12/2021

Prima il Financial Times, ora l’Economist, blindano Draghi al comando

Il Financial Times del 7 dicembre scorso ha scritto in prima pagina che “la prospettiva che Mario Draghi si dimetta da primo ministro italiano per assumere il ruolo di presidente minaccia di far piombare il paese nella instabilità politica proprio mentre il governo intraprende ambiziose riforme strutturali e un piano di ripresa dal coronavirus sostenuto da quasi 200 miliardi di euro di fondi UE“.

L’analisi del Financial Times ricorda che Draghi era già considerato un possibile successore di Mattarella, ma la sua chiamata alla guida del governo ha reso “più complicata una possibile transizione” perché se è vero che le elezioni anticipate non sarebbero necessariamente l’esito dell’elezione di Draghi al Quirinale, è vero che “funzionari e analisti ritengono che senza Draghi, è improbabile che il governo sopravviva nella sua forma attuale“.

La preoccupazione del giornale dei poteri forti finanziari rileva che l’anno che arriva ha davanti importanti scogli che potrebbero far litigare i partiti, a cominciare dalla riforma fiscale, senza dimenticare la riforma del mercato del lavoro e delle pensioni, e secondo un ministro “Draghi è l’unico che può tenere a freno questa situazione“. Intanto, comunque, il lavoro del Governo è volto a mettere in sicurezza il PNRR anche in caso di cambiamenti nell’esecutivo.

Adesso è il turno del The Economist, che ha eletto l’Italia “paese dell’anno nel 2021” e che ricorda di aver spesso criticato i leader del nostro Paese, a partire da Silvio Berlusconi: “A causa della debolezza dei suoi governanti, gli italiani nel 2019 erano più poveri rispetto al 2000. Ma quest’anno l’Italia è cambiata“.

Secondo il settimanale di punta del neoliberismo mondiale, con l’ex presidente della Bce a capo del governo, l’Italia “si è dotata di un Presidente del consiglio competente e rispettato a livello internazionale. Per una volta – osserva l’Economistla maggioranza dei politici ha messo da parte le differenze per sostenere un profondo programma di riforme”, vanta un tasso di vaccinazione tra i più alti d’Europa “e la sua economia corre più di Francia e Germania“.

Ora Draghi “vorrebbe fare il presidente e potrebbe venire rimpiazzato da un primo ministro meno competente. Ma è impossibile negare” – conclude il settimanale – “che oggi l’Italia sia in un posto migliore rispetto a dicembre del 2020 e per questo è il nostro Paese dell’anno”.

Che due corazzate del pensiero ultraliberista come Financial Times e The Economist si sbilancino con questi peana per Draghi, dimostrando che il capitale multinazionale europeo ha “finalmente” assunto la gestione diretta degli affari pubblici, dovrebbe dirla lunga sul soggetto cui è stato messo in mano il nostro paese.

Se il diavolo ti lusinga le domande diventano d’obbligo. E anche le contromisure da prendere.

Fonte

13/08/2021

“Draghi deve restare al potere”. Lo chiede il Financial Times

L’imprimatur alla prosecuzione del mandato governativo di Mario Draghi è arrivato dal principale giornale della finanza mondiale: il Financial Times.

In un lungo servizio di Ben Hall, si indica come nel quadro di incertezza europea dovuta alle prossime elezioni in Germania e Francia, l’insediamento e l’esecutivo di Draghi rappresentino oggi un punto di stabilità decisivo nell’Unione Europea.

Grazie a Mario Draghi, secondo il Financial Times, l’Italia “ha un governo che funziona”. Il maggiore merito del premier, ex presidente della Bce, è stato quello di mettere a tacere le difficoltà legate alla “litigiosità” dei partiti politici italiani, i quali non hanno potuto fare altro che garantire il loro sostegno al governo. Un primo effetto è che “i leader aziendali, gli investitori stranieri e i partner della Ue ne sono rimasti entusiasti”. Tanto che adesso il governo italiano “è un modello di stabilità” e “per la prima volta da decenni, l’Italia non è più vista come sinonimo di mal funzionamento della politica”.

Le incognite, diversamente che in Germania e in Francia, si spostano al 2023 ma, auspica e prevede il Financial Times, il presidente Mattarella dovrebbe essere convinto a rimanere in carica un altro anno, per dare modo a Draghi di completare il suo programma di controriforme strutturali. “In un mondo ideale, Mattarella verrebbe convinto a rimanere per un altro anno” in quanto “Draghi ha bisogno di più tempo per cambiare l’Italia”, aggiunge il quotidiano britannico.

Anche sul piano della governance, il Financial Times, forzando un po’ la realtà, sottolinea come nell’introduzione del green pass per l’accesso ai luoghi pubblici al chiuso, a differenza di quanto avvenuto in Francia, in Italia questo sia stato approvato dal governo senza provocare proteste di piazza o un malcontento eccessivo tra la popolazione. In realtà le cose non sono andate proprio così, ma per il FT è così che dovevano andare e andavano mostrate.

“L’idea del divino demiurgo che cambia le cose in Europa l’abbiamo già sperimentata con Monti e non andò benissimo e non andrebbe ripetuta” ha commentato l’economista Emiliano Brancaccio, “in realtà Draghi, diversamente da quanto scrive il Financial Times, potrebbe essere ricordato come colui che ha aperto il potere dell’establishment alle destre italiane”.

E se dovessimo aggiungere altro, occorre rammentare che Draghi porta enormi responsabilità nello smantellamento del welfare, dell’industria e delle reti di servizi strategici pubblici italiani fin dal 1992 con l’ondata di svendite, chiusure e privatizzazioni. Venti anni dopo, con la lettera della Bce nel 2011, impose l’assalto al sistema previdenziale pubblico e ai diritti del lavoro come “condizione di governo” ed infine, dopo dieci anni e come Presidente del Consiglio, sta completando l’opera nel quadro di una operazione di consenso bipartisan che comincia ad odorare fortemente di autoritarismo. Insomma una onorata carriera al servizio dei peggiori interessi materiali dei grandi gruppi capitalisti. La sua permanenza al governo non è una opportunità per il paese, è una jattura.

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14/02/2021

La politica di Draghi: liberismo schumpeteriano più che espansione keynesiana

Pubblichiamo la versione italiana dell’articolo “Draghi’s Policy will be Schumpeterian Laissez-Faire rather then Keynesian Expansion” pubblicato dal Financial Times il 12 febbraio 2021.

La nuova avventura di Mario Draghi alla guida del governo italiano è stata presentata come un appello al miglior “tecnocrate” per gestire in modo ottimale la “enorme” somma di denaro che deriverà dal Recovery Plan europeo. In questa lieta narrativa tecno-keynesiana, tuttavia, qualcosa potrebbe non funzionare. Nella storia recente dell’Italia, l’avvento dei “tecnocrati” ha sempre coinciso con un’esigenza opposta: indebolire le forze parlamentari per aumentare l’autonomia del governo nella gestione delle poche risorse disponibili nel mezzo di gravi crisi economiche. Fu così durante la crisi valutaria del 1992 con i governi Amato-Ciampi, e anche con la crisi dell’eurozona del 2011 con la premiership di Mario Monti. Il caso di Draghi sarà diverso? Abbiamo dei dubbi. Se esaminiamo i 209 miliardi di euro che il Recovery Plan stanzierà all’Italia per i prossimi sei anni, 127 sono prestiti che prevedono solo un risparmio sullo spread tra tassi di interesse nazionali ed europei: anche con previsioni pessimistiche sui tassi italiani, non più di 4 miliardi all’anno. Per quanto riguarda i restanti 82 miliardi di euro di risorse a fondo perduto, l’importo netto dipenderà dal contributo dell’Italia al bilancio europeo. Considerato che un accordo su rilevanti imposte pan-europee appare improbabile, i paesi membri dovranno contribuire come di consueto in relazione al PIL nazionale, il che implica che l’Italia dovrebbe pagare non meno di 40 miliardi. La sovvenzione europea netta è quindi di soli 42 miliardi, o 7 miliardi all’anno. Infine, se si considera che nella prossima sessione l’Italia contribuirà alla parte restante del bilancio UE per circa 20 miliardi, il trasferimento netto totale scende a meno di 4 miliardi all’anno. In definitiva, l’Italia riceverà quindi molto meno di 10 miliardi all’anno dall’Europa per i prossimi sei anni: una somma molto modesta se paragonata a una crisi che ha distrutto oltre 160 miliardi di PIL solo lo scorso anno, molto più delle passate recessioni. Non è un caso che nel suo recente rapporto per il G30 Draghi abbia esortato i governi a sostenere la “distruzione creatrice” del libero mercato: non certo Keynes, ma una versione “laissez-faire” di Schumpeter. Se lo sforzo di ripresa dell’Ue non aumenterà, la politica di Draghi potrebbe rivelarsi non troppo diversa dall’austerità dei “tecnocrati” che lo hanno preceduto.

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24/09/2020

Italia - Covid-19: non va affatto tutto bene


Sono saliti di 1.640 unità i nuovi casi di coronavirus nelle ultime 24 ore. Martedì erano stati 1.392. A renderlo noto è il ministero della Salute.

Rispetto a martedì sono stati registrati altri 20 morti, che portano il totale a 35.758. In terapia intensiva sono ricoverati 244 pazienti, con un incremento di 5 unità. Ancora in crescita i ricoveri, anche se in misura più contenuta rispetto a ieri: quelli in regime ordinario salgono di 54 unità (ieri 129) e sono 2.658.

A trainare la crescita dei contagi è stata la Campania, con 248 casi giornalieri, seguita da Lombardia (+196), Lazio (+195) e Veneto (+150). Nessuna regione è a zero contagi nelle ultime 24 ore.

I pazienti in isolamento domiciliare sono 43.212, 566 in più di martedì.


“Nell’ultima settimana – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – risale l’aumento dei nuovi casi, in conseguenza dell’incremento sia dei casi testati sia del rapporto positivi/casi testati. Si conferma inoltre la crescita costante dei pazienti ospedalizzati con sintomi e di quelli in terapia intensiva”.

Nell’ambito di una circolazione endemica del virus, l’aumento dei focolai determina la progressiva crescita dei nuovi casi settimanali. Infatti, dai 1.408 nuovi casi della settimana 15-21 luglio siamo passati ai 10.907 di quella 16-22 settembre, con un incremento del rapporto positivi/casi testati dallo 0,8% al 2,8%, seppure con ampie variabilità regionali: dall’1,1% della Basilicata al 6,5% della Liguria.

Le dinamiche del contagio hanno generato il progressivo aumento dei casi attualmente positivi che da fine luglio sono quasi quadruplicati, da 12.482 a 45.489, anche se distribuiti in maniera molto diversa tra le Regioni.

Le autorità politiche e sanitarie italiane intanto incassano il plauso del Financial Times sulla gestione della pandemia. "Le dure lezioni (imparate) dall’Italia aiutano a tenere a bada la seconda ondata”, scrive il Financial Times, in un articolo di analisi in cui elogia la gestione in Italia della pandemia in questa fase, che appare come un “modello positivo” laddove, all’opposto, nei primi mesi dei contagi aveva rappresentato “un esempio cupo” della crisi.

Secondo il Financial Times, che cita le autorità sanitarie ma anche uno studio dell’Imperial College of London, in Italia c’è un maggior rispetto che in altri Paesi delle misure prudenziali anti contagio, in particolare sul distanziamento sociale e l’uso della mascherina.

Infine c’è l’apprezzamento su come sono condotti i test: invece di limitarsi a fare tamponi di massa, in Italia ci si è concentrati sul tracciare il più possibile e testare coloro che sono stati in contatto con persone risultate positive. E mentre in Spagna il 13% dei test dà risultato positivo, in Italia i positivi sono il 2% circa, dice il Financial Times, a indicare che il virus è meno diffuso.

Ma questo, aggiungiamo noi, non vuol dire che le cose vadano bene come sarebbe necessario. E adesso con scuole aperte e autobus pieni come pollai, le misure precauzionali rischiano di andare a farsi benedire. Il lockdown è stato pesante, ma i risultati li ha prodotti. Adesso davvero si pensa che mascherine e saluti a gomitate siano una barriera adeguata contro un virus che dimostra ancora tutta la sua pericolosità?

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21/09/2020

Come cambia il trasporto mondiale delle merci

La globalizzazione ha fatto sì che il commercio mondiale avvenisse prevalentemente via nave – il 90% delle merci scambiate – e tramite container. In questa “scatola di metallo” viaggia più della metà delle merci imbarcate, il cui volume è aumentato, per tonnellaggio, di 18 volte negli ultimi 40 anni circa.

Le navi che li trasportano (circa 5 mila) sono divenute sempre più mastodontiche, con le compagnie di navigazione – sempre più esposte finanziariamente – che hanno ordinato ai cantieri bastimenti sempre più grandi, in un gioco al massacro tra vari competitor.

Il circolo vizioso dominante nel settore ha intrecciato una elevata esposizione finanziaria tra banche e shipping, il “gigantismo navale”, noleggi al ribasso (al limite delle spese di esercizio), sfruttamento intensivo della forza lavoro marittima e portuale.

Il container è stato il vettore per il ridimensionamento della mano d’opera sulle banchine insieme all’automazione nelle operazioni di movimentazione portuale ed ha trasformato il milione e seicentomila lavoratori marittimi in veri e propri “forzati del mare”.

La gestione della pandemia si è trasformata in un lucroso affare per i big del settore, in cui vige un regime oligopolistico dominato da tre alleanze che dettano le regole – alla faccia del libero mercato – mentre almeno 250 mila marinai rimangono tuttora “bloccati” sulle navi su cui prestavano servizio, o impossibilitati a tornare in aereo, visti i tagli ai voli, non potendo ancora fare ritorno alle proprie case.

Nonostante il commercio si sia notevolmente ridotto, impattando molto più della crisi del 2007-8, le compagnie marittime – nonostante la posizione finanziaria “scoperta” – stanno aumentando i propri guadagni. Sopperiscono al trasporto aereo, praticamente fermo, che era il tradizionale vettore per la distribuzione del commercio online, in forte aumento.

Aumentano i noli a danno degli spedizionieri e, incidendo sul costo finale dei prodotti, approfittano del basso costo del carburante grazie all’attuale prezzo del petrolio (irrisorio). In generale mettono sotto stress tutta la catena logistica ed ottimizzano la rendita di posizione, sfruttando lo strapotere di cui hanno goduto in questi anni, grazie al laissez-faire degli Stati e delle Organizzazioni Internazionali sugli altri soggetti economici e sulla forza lavoro del settore, così come sul consumatore finale.

Alle multinazionali del mare è stato concesso di tutto anche in Italia: spazi pubblici in concessione per lunghi periodi senza alcuna seria contropartita di investimenti ed occupazione; fare carta straccia delle residuali garanzie di una forza lavoro sempre più precaria, flessibile e senza più standard minimi accettabili per operare in sicurezza, che vive ormai una condizione livellata verso il basso ed allineata a tutti gli altri segmenti della logistica; spacciare per prioritari lavori ciclopici nei porti (dragaggi per aumentare i fondali, ampliamento delle banchine, mezzi di scarico e carico idonei, ecc.).

Sono diventate un potere economico che, per il ruolo rivestito, il potere politico non è in grado di scalfire, ma che può solo assecondare. Ciò a cui stiamo assistendo è una crisi sistemica della governance nel settore mondiale delle merci, in cui emergono con evidenza le vulnerabilità strutturate.

Le quali sembrano poter riconfigurare il settore in maniera differente dagli scenari ipotizzati dagli operatori in precedenza: navi più piccole, tragitti più brevi, rotte in parte diverse ma senza che coloro che ne hanno fin qui tratto profitto – un giro d’affari di 180 miliardi di dollaro all’anno – siano intenzionati a mollare la presa, probabilmente privatizzando ancora di più i profitti e socializzando le perdite.

Non è dato sapere se siamo vicini al “punto di rottura”, in cui saranno di nuovo i lavoratori a dire l’ultima parola, gli unici a poter determinare un piano che non sia la subordinazione totale alle multinazionali del mare. È certo però che i mantra “ideologici” del settore stanno evaporando, così come la “globalizzazione” che abbiamo conosciuto. E si sta trasformando la catena logistica, ma non più di tanto la “catena del valore” ad essa collegata.

Per questo abbiamo tradotto la seguente inchiesta del Financial Times sul settore: “Coronavirus e globalizzazione. La sorprendente resilienza dell’industria della navigazione” che delinea un quadro esaustivo del settore.

Buona lettura.

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Durante una cerimonia ad aprile, tenendo una piccola ascia in una mano guantata di bianco, la first lady della Corea del Sud, Kim Jung-Sook, ha tagliato le funi che ormeggiavano la HMM Algeciras e ha varato ufficialmente la più grande nave portacontainer del mondo.

La nave, alta come una torre, la prima di una dozzina ordinata dalla compagnia di navigazione HMM, ha le dimensioni di quattro campi da calcio. Se caricati su un treno, i 23.964 container da 20 piedi che può trasportare si estenderebbero per quasi 145 chilometri.

Eppure, nonostante tutto lo sfarzo mostrato al cantiere navale Daewoo quel giorno, il tempismo non avrebbe potuto essere meno propizio. I lockdown globali avevano ormai strangolato l’attività economica negli Stati Uniti e in Europa, che sono i maggiori mercati per le esportazioni asiatiche di prodotti manifatturieri.

Di conseguenza c’è stato un forte calo del traffico di container marittimi, milioni dei quali attraversano gli oceani supportando le catene di approvvigionamento globali e trasportando di tutto, dall’elettronica all’abbigliamento ai rottami metallici alla frutta fresca.

A maggio, quasi il 12% dell’intera flotta globale era inattiva, secondo i dati di Clarksons Research. Decine di migliaia di marinai sono rimasti bloccati in mare.

“Lo shock della domanda è stato ancora più forte che durante la crisi finanziaria globale”, afferma Morten Bo Christiansen, a capo della direzione strategica della danese AP Moller-Maersk, la più grande compagnia di spedizioni di container del mondo. “In ogni modo è stato senza precedenti”.

In un simile contesto, il settore del trasporto di container da 180 miliardi di dollari l’anno avrebbe potuto trovarsi in una condizione pericolosa, soprattutto dato il suo recente record di deboli profitti e sovraccapacità. Eppure, sei mesi dopo che la pandemia ha portato il caos nell’economia globale, molte delle linee di container hanno superato la crisi sorprendentemente bene.

Riducendo i servizi per prevenire la sovraproduzione, finora non solo si sono protetti da un assalto finanziario, ma molti stanno facendo più soldi di prima.

“I vettori hanno imparato una lezione preziosa quest’anno“, afferma Lars Jensen, amministratore delegato di SeaIntelligence Consulting. “A meno che qualcosa non vada orribilmente storto negli ultimi mesi, usciranno dal 2020 con un risultato finanziario decisamente migliore rispetto allo scorso anno, nonostante il lockdown“.

Data la sua posizione al centro dell’economia globale, la performance dell’industria del trasporto di container risuona ben oltre il settore. Alcuni economisti sono arrivati ​​al punto di ipotizzare che Covid-19 potrebbe persino significare la fine dell’era d’oro della globalizzazione, un periodo di cui i container sono stati sia il simbolo che lo strumento. Ci sono anche molti problemi a breve termine ancora da affrontare, compresi i lavoratori marittimi tutt'ora impossibilitati a tornare a casa.

Ma finora l’industria ha dimostrato una notevole capacità di recupero. L’aumento dell’e-commerce gli ha dato una spinta. Si sta anche studiando l’opportunità di viaggi più brevi all’interno delle regioni su navi di dimensioni più piccole e più agili di quelle come HMM Algeciras – un’indicazione che il modello della globalizzazione potrebbe cambiare piuttosto che ritirarsi.

Roberto Giannetta, capo della Hong Kong Liner Shipping Association, afferma che mentre l’ambiente marittimo “cambia rapidamente”, il commercio globale “si è adattato molto rapidamente”.

Capacità ridotta, prezzi più alti

L’invenzione della moderna spedizione di container, negli anni ’50, ha rivoluzionato il commercio internazionale. A quei tempi, i carichi sfusi trasportati in casse di legno, barili e sacchi di dimensioni diverse venivano movimentati da eserciti di portuali. Riducendo la necessità di manodopera e il rischio di furto e danneggiamento, la modesta scatola di metallo ha ridotto i costi e i tempi per lo spostamento delle merci attraverso gli oceani.

Ha scatenato un’enorme espansione del commercio durante la seconda metà del 20esimo secolo. I volumi di container marittimi sono aumentati quasi ogni anno negli ultimi quattro decenni, da circa 100 milioni di tonnellate nel 1980 a 1,8 miliardi di tonnellate nel 2017, secondo le Nazioni Unite. Fino ad ora, l’unica contrazione si  verificata a seguito della crisi finanziaria del 2008-2009.

“Hai difficoltà a trovare un settore che abbia creato collettivamente tanto valore quanto la spedizione di container, perché è lì che si muovono tutti i prodotti di valore“, afferma John McCown, un veterano del settore dei trasporti e fondatore di Blue Alpha Capital, una società di consulenza. “Eppure, per molte ragioni, resta poco prezioso per l’industria stessa. È stato cronicamente sottoperformante, nonostante una crescita incredibile“.

La concorrenza brutale ha reso elusiva una redditività sostenuta e dignitosa. Il settore comprende una flotta di circa 5.000 navi. Dopo il crollo finanziario globale, i vettori hanno continuato a ordinare navi sempre più grandi mentre inseguivano economie di scala, culminando in guerre sui prezzi che hanno eroso i guadagni. Un rapporto McKinsey nel 2018 ha stimato che negli ultimi 20 anni l’industria del trasporto di container ha distrutto 100 miliardi di dollari di valore per gli azionisti.

Il pendolo ora sta oscillando dall’altra parte. Nonostante i timori iniziali sull’impatto del Covid-19, le tariffe di trasporto applicate dai vettori – un barometro chiave dello stato di salute del mercato – hanno ampiamente resistito.

L’indice composito dello Shanghai Containerized Freight Index, un punto di riferimento per i prezzi del mercato spot, ha recentemente raggiunto il massimo da otto anni ed è aumentato di oltre la metà da aprile, il suo punto più basso quest’anno. Ciò è stato determinato da un aumento delle “toccate” tra Shanghai e le coste degli Stati Uniti, nonché sulle rotte verso l’Europa.

Il consolidamento del settore ha portato a tassi più elevati. Dopo il fallimento della coreana Hanjin Shipping, nel 2017, il primo grande crollo nel settore da 30 anni a questa parte, il numero di vettori si è ridotto. Le navi di linea dominanti oggi operano nell’ambito di tre principali “alleanze”, i cui membri condividono lo spazio a bordo e raggruppano le navi in base ai servizi.

“Insieme, queste tre alleanze controllano circa l’85% della capacità sulle rotte commerciali transpacifiche e quasi tutte sulle rotte commerciali dell’Estremo Oriente [verso] l’Europa, con un comportamento molto più razionale [di prima]”, afferma David Kerstens, analista di investimenti presso Jefferies.

Dall’inizio della pandemia, le compagnie di linea hanno parcheggiato parte delle navi, inviato navi per viaggi più lunghi e annullato centinaia di partenze, il che ha ridotto la capacità disponibile.

Questa scelta ha dato i suoi frutti. La divisione oceanica di Maersk ha registrato un aumento del 26% (1,36 miliardi di dollari) su base annua degli utili del secondo trimestre, ante interessi, tasse, deprezzamento e ammortamento, nonostante un calo del 16% dei volumi. Ciò grazie alla gestione della capacità della rete, delle tariffe di trasporto più elevate e costi del carburante inferiori, a seguito del crollo dei prezzi del petrolio.

L’EBITDA del secondo trimestre del rivale tedesco Hapag-Lloyd è cresciuto di sei mesi su un anno, mentre HMM – che ha una storia recente fatta di salvataggi statali – ha registrato nel trimestre un utile operativo per la prima volta in circa cinque anni.

Se l’attuale forza del mercato persiste, Sea Intelligence Consulting prevede un profitto totale del settore compreso tra $ 12 e $ 15 miliardi nel 2020, un sostanziale miglioramento rispetto ai $ 5,9 miliardi dello scorso anno.

Il rovescio della medaglia è che i clienti interessati a spostare le merci – gli “spedizionieri” – devono pagare di più. Anche se alcune partenze annullate sono state ripristinate, ci sono lamentele riguardo alle difficoltà di ottenere spazio a bordo di navi e navi di linea che addebitano premi per evitare che il carico venga “trasferito” su navi successive.

“È meglio di come è stato nel bel mezzo della pandemia, ma non è ancora eccezionale“, afferma Philip Edge, amministratore delegato della Edge Worldwide Logistics del Regno Unito. “Le tariffe per la spedizione di merci veramente urgenti [dall’Asia all’Europa], sono il doppio di quanto paghi normalmente. È un incubo. Al momento devi prenotare da quattro a sei settimane in anticipo.”

Mentre i critici affermano che le alleanze del settore distorcono la concorrenza, i dirigenti affermano che si ignorano le tensioni finanziarie che le aziende devono affrontare.

“Questo settore non ha recuperato il costo del capitale negli ultimi 10-12 anni, in nessun anno”, afferma Rolf Habben Jansen, amministratore delegato di Hapag-Lloyd, [quindi] "probabilmente perché le tariffe sono state tradizionalmente troppo basse“.

Disordini sindacali

Anche se le linee di container possono continuare a mantenere la disciplina di fornitura che supporta tassi più elevati, potrebbero comunque essere impattate da fattori umani e politici al di fuori del loro controllo.

Quando a gennaio si è imbarcato su una nave portacontainer per lavorare come terzo ufficiale, Martin Li si aspettava di essere in mare solo per quattro mesi. Ma dopo che la pandemia ha impedito agli equipaggi di poter sbarcare, il marinaio, sulla trentina, si è ritrovato bloccato sulla nave, viaggiando ripetutamente tra il Canada e l’Europa senza alcuna idea di quando sarebbe tornato a casa. “Stavamo solo andando avanti e indietro“, dice. “L’operazione non si è mai fermata.”

Il signor Li alla fine è tornato a Hong Kong in agosto. Ma si ritiene che 250.000 persone siano ancora abbandonate in situazioni simili. Le autorità di alcuni paesi hanno impedito lo sbarco dei marittimi per motivi di rischio di infezione. Un altro ostacolo è il fermo delle compagnie aeree internazionali su cui molti fanno affidamento per tornare a casa dopo i viaggi. La maggior parte dei marittimi stimati nel mondo a 1,65 milioni proviene da paesi come Cina, Filippine, Indonesia, Russia, Ucraina e India.

Quella che era già una crisi umanitaria per chi lavorava a bordo delle navi portacontainer comincia ora ad avere implicazioni per le merci che transitano. Secondo l’Organizzazione marittima internazionale, circa il 90% di tutto il commercio è trasportato via mare – più della metà su navi portacontainer. I sindacati affermano che la stanchezza e lo stress emotivo tra il personale aumentano il rischio di errori a bordo.

Avvertendo il potenziale rischio per le catene di approvvigionamento, Fidelity International, un asset manager, ha invitato aziende e governi ad affrontare il problema.

“Sembra che siano diventati un esercito di persone dimenticate“, dice Guy Platten, segretario generale della Camera di spedizione internazionale. “Questo alla fine influenzerà le catene di approvvigionamento.”

Il signor Platten sottolinea i “primi segni” di questa situazione in Australia, dove gli equipaggi si sono rifiutati di lavorare e le navi sono state sequestrate dal governo per aver violato le leggi sul lavoro. “Quello che vedi in Australia... questa è solo la punta dell’iceberg“, dice. “Questo è quello che potrebbe accadere in tutto il mondo“.

Commercio regionalizzato

Il progresso inarrestabile della globalizzazione ha generato navi sempre più grandi per soddisfare una domanda di beni apparentemente inesauribile da parte dei consumatori.

Ma se HMM Algeciras simboleggia l’apice della logistica transoceanica, alcune compagnie di linea stanno ora scommettendo che il commercio futuro potrebbe essere più adatto a navi che non sono così grandi e vantano una maggiore flessibilità e velocità.

Nel 2014, Zim, una compagnia di navigazione israeliana, ha cancellato la sua rotta dalla Cina alla costa occidentale degli Stati Uniti perché non poteva competere con i grandi vettori. Ma sulla scia della pandemia ha lanciato un nuovo “servizio accelerato” che trasporta le merci più velocemente, spostando le merci dai magazzini di Shenzhen al porto di Los Angeles in due settimane: approvvigionando un mondo che in gran parte sta a casa.

“Abbiamo individuato una necessità“, afferma Nissim Yochai, vicepresidente esecutivo di Zim per il commercio transpacifico. “Questa esigenza è cresciuta a causa del virus”.

L’accelerazione nell’e-commerce sta influenzando la spedizione di container. Gli articoli ordinati online dai consumatori occidentali a fornitori asiatici vengono in genere trasportati nel ventre degli aerei, un metodo molto più veloce che via mare. Ma la messa a terra della maggior parte della flotta aerea globale significa che è stato necessario spedire più articoli.

Un altro fattore contro navi sempre più grandi è che il traffico di container sulle rotte intra regionali dovrebbe crescere più rapidamente rispetto alle tre principali rotte est-ovest – transpacifica, transatlantica e Asia-Europa – che insieme rappresentano circa i due quinti di tutto traffico container.

Arriva quando molte aziende rivalutano le loro catene di approvvigionamento dopo che il coronavirus ha esposto le vulnerabilità nel modo in cui le merci sono prodotte e distribuite. Uno studio del Global McKinsey Institute ha rilevato che le aziende potrebbero trasferire un quarto del loro approvvigionamento di prodotti globali in nuovi paesi nei prossimi cinque anni.

Paesi come Vietnam, Cambogia, Laos e Bangladesh stavano già costruendo forti settori manifatturieri, un riflesso di manodopera a basso costo e aziende che cercavano di evitare i dazi statunitensi sui beni cinesi. L’aumento dei livelli di reddito dovrebbe significare che queste nazioni avranno un maggiore appetito per i prodotti manifatturieri.

“La regione intra-asiatica sembra essere il mercato che attira sempre più attenzione da parte delle compagnie di navigazione“, afferma Antonella Teodoro, analista di MDS Transmodal.

Significherà più navi che si fermeranno nei porti del continente e viaggeranno per distanze più brevi, invece di caricare completamente in Cina e salpare per l’ovest. I porti regionali più piccoli spesso non dispongono di infrastrutture adeguate per le navi più grandi, mentre anche sulle rotte principali potrebbero esserci rendimenti di dimensioni inferiori.

“Abbiamo più o meno raggiunto il limite [sulle dimensioni della nave]”, afferma Jensen di SeaIntelligence.

Mentre l’elettronica di consumo più piccola significa che TV e computer occupano già meno spazio, la composizione delle merci all’interno dei container potrebbe evolversi ulteriormente.

Un’area che dovrebbe rivelarsi fertile è il carico deperibile, che si prevede abbia sofferto meno dell’impatto del Covid-19 rispetto ai prodotti manifatturieri, secondo la società di consulenza per la ricerca marittima Drewry. Si prevede un’espansione media annua del 3,7% fino al 2024 nei container refrigerati, o “reefers”, rispetto al 2,2% per il carico secco.

“Frutta fresca, carne – tutto ciò che necessita di cure speciali a bordo del viaggio – questo è l’uovo d’oro di qualsiasi compagnia di linea“, afferma Peter Sand, economista dell’associazione marittima internazionale Bimco, “dove le tariffe di trasporto sono elevate”.

A Hong Kong, Giannetta afferma che la pandemia significa che “sarà necessario prendere in considerazione diverse catene di approvvigionamento per evitare le interruzioni complete che abbiamo visto durante le prime fasi di Covid-19“.

Suggerisce che queste tendenze si vedano già attraverso la “produzione regionalizzata” e gli “acquisti online“.

“Quando è iniziata la pandemia, non sono riuscito a trovare i miei prodotti preferiti di pasta di marca italiana“, dice. “Poi ho iniziato a vedere le confezioni di pasta in arrivo [sul mercato] che erano in cinese, che non sapevo nemmeno leggere”.

Ora, aggiunge Giannetta, può acquistare di nuovo la pasta spedita dall’Italia, ma deve ordinarla online.

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25/05/2020

Cosa c’è dietro gli strilli sul “pericolo cinese”

Nel giorno in cui la Cina denuncia il “clima da guerra fredda” creato dagli Usa nei rapporti reciproci, uno degli editorialisti di punta del Financial Times – Wolfgang Munchau – chiarisce, forse involontariamente, il substrato del conflitto che oppone anche l’Unione Europea a Pechino.

Non c’entra naturalmente nulla l’ideologia, e Munchau se ne dispiace (“La repressione di Pechino a Hong Kong e il ruolo del governo cinese nel reprimere il libero flusso di informazioni su Covid-19 sembrano aver avuto un ben piccolo effetto sull’opinione pubblica in Europa”), mentre contano moltissimo gli investimenti che la Cina offre a un Vecchio Continente stremato da un decennio di austerità mercantilista (bassi salari e freno a mano tirato sulla spesa degli Stati per favorire le esportazioni).

Tutto si gioca infatti sul potere attrattivo che hanno le proposte di business di lungo periodo, fondate o meno sull’approccio “win-win” oppure sulle più classiche acquisizioni, in un contesto asfissiato dai “rigoristi”.

I quali poi, a cominciare dai tedeschi, si erano silenziosamente messi in pole position rispetto ai rapporti commerciali con Pechino. Insomma, predicavano austerità e “patriottismo euro-atlantico” nel mentre siglavano accordi “nazionalistici” con la Cina.

Il problema è venuto fuori non solo in seguito alle pressioni di Trump sulla questione del 5G e di Huawei, ma soprattutto quando l’Italia ha firmato (primo Paese europeo a farlo) il memorandum preliminare per l’adesione al progetto della Via della Seta.

La successiva offerta cinese di investimenti sul porto di Trieste ha convinto gli “europeisti” che ben presto buona parte del loro “parco giochi” (i Paesi dell’Est) avrebbe cominciato a subire lo stesso fascino. Di qui la decisione di “proteggere” alcuni settori considerati strategici, anche a costo di autorizzare ingressi dello Stato (tedesco, naturalmente) nell’azionariato di alcune aziende.

Proprio mentre la stessa operazione restava vietata a qualsiasi partner continentale. Italia in primo luogo.

Poi è arrivata la pandemia a rompere gli schemi, a rendere impossibile il ricatto stretto sul rispetto del “patto di stabilità”, annessi e connessi... A questo punto non si può più fare semplicemente appello a “regole” oscure per tutti i non addetti ai lavori (il mezzo miliardo di cittadini europei, di fatto) e si è costretti a nominare “i nemici”, mettere in chiaro le ragioni per cui si fanno o non si fanno accordi o alleanze, ecc.

Leggendo attentamente, viene fuori che tipo di “comunità” sia stata costruita in Europa. Niente a che vedere con la pretesa “casa comune”, molto da spartire con le risse tra spacciatori per il controllo del territorio...

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La Cina gioca i paesi dell’UE l’uno contro l’altro

L’inclinazione dell’Italia verso l’euroscetticismo in piena regola minaccia la stabilità del blocco

Wolfgang Münchau

Come sapremo se l’Europa avrà successo o fallirà? La discussione nell’UE in questo momento si concentra fortemente sulla macroeconomia. Ma sospetto che il test finale sarà la capacità dell’UE di sviluppare una posizione comune sulla Cina.

I due temi sono collegati. La Cina ha dimostrato una notevole abilità nel contrastare gli Stati membri dell’UE, ad esempio nella corsa allo sviluppo di reti mobili 5G. Ma questo è solo l’inizio. La Cina è sulla buona strada per emergere come il potere esterno più influente per l’UE.

La China Belt and Road Initiative, un progetto di investimenti infrastrutturali a lungo termine che attraversa il continente eurasiatico, è al centro della strategia industriale globale della Cina. I governi dell’UE lo comprendono bene.

La proposta franco-tedesca per il fondo di risanamento del coronavirus da 500 miliardi di euro include una domanda specifica per una politica industriale che protegga l’Europa dagli investimenti di paesi terzi in settori strategici.

Tuttavia, una tale strategia creerebbe problemi per l’Italia, il probabile principale beneficiario dei futuri investimenti cinesi in Europa.

L’Italia è diventata firmataria ufficiale del piano per la Belt and Road a marzo 2019, l’unico grande paese dell’UE a farlo. I successivi leader italiani hanno alimentato strette relazioni bilaterali con le loro controparti cinesi.

Tra i paesi dell’UE esistenti, l’Italia ha anche attirato la seconda più grande quota di investimenti esteri diretti cinesi dal 2000. La Germania è stata la destinazione preferita dalla Cina per gli investimenti interni nell’UE in quel periodo, dopo il Regno Unito.

Ma il governo tedesco ha iniziato a imporre restrizioni sulle acquisizioni rendendo possibile per lo Stato l’assunzione di quote nelle società high-tech che vuole proteggere. Ciò è stato innescato dall’acquisizione cinese nel 2016 del principale gruppo tedesco di robotica, Kuka.

Le case automobilistiche tedesche stavano ancora sviluppando motori diesel quando la Cina ha investito strategicamente in batterie per auto elettriche. I tedeschi possono avere una reputazione per investimenti a lungo termine, ma la Cina gioca in una campionato diverso.

L’Italia è ben posizionata per beneficiare della paura franco-tedesca della fuga di cervelli tecnologici. L’Italia aveva perso affari con la Cina durante i primi anni del millennio, ma in questi giorni ha più da guadagnare che da temere da quel paese.

Tuttavia, ciò dipende in modo critico dal fatto che il governo italiano corteggi attivamente la Cina o che sia in linea con le politiche di Francia e Germania. Pechino ha promesso investimenti nel porto di Trieste sulla costa adriatica italiana, ma questo non è un affare.

L’Italia è in competizione con località alternative in Croazia e Slovenia. Trieste ebbe il suo apogeo durante l’impero asburgico. Un effetto indiretto della Belt and Road sarà di spostare il centro di gravità politica dell’Europa verso est.

Nel frattempo, un sondaggio italiano vede la Cina come il paese straniero più amichevole, seguito dalla Russia. La Germania è considerata la potenza straniera meno amica, seguita dalla Francia. Un altro sondaggio afferma che il 44% degli italiani preferisce rimanere nell’UE contro il 42% che vuole andarsene. Due anni fa, quella relazione era del 65% contro il 26% a favore della permanenza.

Forse è stata la mancanza di solidarietà dell’UE con l’Italia nella prima fase della crisi di Covid-19 che ha portato allo scoperto l’euroscetticismo latente. Ad ogni modo, queste sono cifre profondamente allarmanti. Vent’anni di appartenenza alla zona euro hanno portato gli italiani a un punto in cui considerano la Cina come il loro partner strategico più importante.

Questo è assurdo su tanti livelli, ma è anche un sorprendente fallimento dell’UE nel lasciare che questo potesse accadere. L’UE spera che il recovery fund possa fare qualcosa per affrontare la tendenza italiana verso l’euroscetticismo in piena regola.

Alcuni hanno celebrato il “momento hamiltoniano” in Europa quando il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno presentato il loro accordo per il recovery fund.

Un calcolo retroattivo dell’effetto fiscale netto per l’Italia dirà che è improbabile che superi l’1,5% del prodotto interno lordo, nel migliore scenario. Non sono sicuro che basterà a convincere l’Italia a smettere di rompere i ranghi europei nei rapporti con la Cina.

Anche in Germania, la reputazione della Cina sta aumentando. Un recente sondaggio ha rilevato che il numero di tedeschi che cercano relazioni più strette con la Cina è del 36%, contro il 37% che favorisce gli Stati Uniti. Questo divario era molto più ampio.

Tra i giovani tedeschi, la Cina sopravanza gli Stati Uniti con un ampio margine. La repressione di Pechino a Hong Kong e il ruolo del governo cinese nel reprimere il libero flusso di informazioni su Covid-19 sembrano aver avuto un ben piccolo effetto sull’opinione pubblica in Europa.

Il rischio per l’UE non è la totale disintegrazione, ma una progressiva perdita di coesione. Il danno arrecato al blocco attraverso la Brexit non sarà nulla in confronto al danno che l’Italia e altri paesi potrebbero scatenare aprendosi alla Cina.

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14/04/2020

Cina - Pianificazione politica della potenza economica

Abbiamo tradotto l'articolo seguente pubblicato il 7 aprile dal Financial Times, a firma Tom Mitchel: “Perché la fusione della compagnia petrolifera statale cinese sembra un passo insolito”.

Questo contributo tratta della fusione – avvenuta il dicembre scorso – sotto la regia statale delle tre principali aziende di condotte di idrocarburi (CNPC, Sinopec e Cnooc) in una unica azienda “monopolistica”, la China Oil & Gas Piping Network Corporation. Come recita il sottotitolo, le tre aziende: «sono costrette a cedere le preziose condotte che costituiscono la spina dorsale dei rispettivi monopoli», escludendo “soggetti terzi” di capitale privato da questa industria strategica.

Si tratta di un altro passo decisivo verso la creazione di aziende di stato “uniche” in settori strategici dell’economia sotto la vigile regia del Partito Comunista. Quasi “una bestemmia” per l’Autore, che lamenta come l’economia di mercato ed i soggetti privati continuano ad essere “esclusi” nonostante le promesse – era il 2013 e sembra un secolo fa – di Xi Jinping.

Non è facile trovare una descrizione migliore del processo di transizione del socialismo cinese se non utilizzando i suoi detrattori.

Lasciamo parlare Mitchell:

«Nella migliore delle ipotesi, lo Stato-partito prende le risorse da alcune aziende a proprietà statale e le ridistribuisce ad altre aziende di stato. Ma gli interessi del settore privato non devono pretendere alcun ruolo significativo nel processo, perché in Cina lo Stato-partito non rinuncia a nulla, mai e poi mai».

L’articolo cita due altri esempi simili di aziende “concorrenti” cinesi fusesi o “riorganizzatesi” grazie alla pianificazione politica del Partito Comunista e diventate “campioni nazionali” in grado di sbaragliare la concorrenza internazionale; come nel caso della CNR e CSR Corp, che hanno dato vita a CRRC e o come il caso di COSCO e China Shipping, che si sono organizzate dando vita a 4 monopoli in grado di essere competitor di alto livello.

Soffermiamoci un attimo sulla CRRC.

L’azienda di costruzione ferroviaria CRRC è stata creata nel giugno 2015, ed è diventata la più grande azienda di materiale rotabile al mondo, secondo la formula “uno più uno equivale a più di due”. La CRRC ha sviluppato da subito una ineguagliabile capacità di proiezione sul mercato mondiale, concretizzata nell’aumento delle proprie vendite all’estero dall’8% nel 2016 al 25% nel 2017, secondo il principio del “zou chu qu”.

Questo campione nazionale è al centro della strategia di espansione economica attorno al proprio asse, sviluppando investimenti diretti che si risolvono in nuovi siti produttivi e centri di ricerca all’estero, che si “integrano” nelle singole economie secondo la filosofia economica del “Rongjinqu”.

Espansione ed integrazione, quindi.

Malesia, India, Turchia e Sud Africa sono gli Stati in cui CRRC ha aperto impianti produttivi o ha avviato centri di ricerca, in collaborazione con un università in tutto il mondo, comprese quelle europee (UK, Germania, Repubblica ceca).

Si è trovata “in mezzo” alla guerra commerciale sino-americana, dopo avere vinto contratti per forniture di vetture per le metropolitane a Boston, Chicago e Los Angeles ed avere aperto impianti produttivi negli States, dove i centri di ricerca collaboravano con varie università.

Ma i successi all’estero di CRRC si basano su un primato nazionale dovuto allo sviluppo delle tratte ferroviaria ad alta velocità che stanno innervando la Cina, la cui principale protagonista è un'altra azienda totalmente posseduta dallo Stato, la China Railway.

Come ha affermato il segretario della Commissione Nazionale dello Sviluppo e delle Riforme, He Lifeng, durante il Congresso del Partito gli anni scorsi: “Anticipiamo che apriremo una nuova linea ad alta velocità ogni anno”. L’investimento in infrastrutture è stato uno dei leitmotiv dello sviluppo cinese – insieme all’incremento dei consumi interni – dopo la crisi del 2007-8, superata dalla Repubblica Popolare con slancio ben superiore rispetto alle economie occidentali.

La China Railway impiega ogni anno l’80% del capitale nella costruzione di ferrovie ed il 15-20% nell’acquisto di vetture ferroviarie, costruite dalla CRRC.

Una regia politica che pianifica l’economia, investimenti nell’economia reale (rotaie e ferrovie in questo caso), una strategia di proiezione all’estero con investimenti “ad alto valore aggiunto” e non tese a creare filiere produttive “a basso valore aggiunto” sembrano gli ingredienti di questo successo, insieme ad una “management” che costruisce le proprie carriere sulla competenza ed i risultati.

L’enigma della crescita cinese “di lungo periodo” sembra avere radici antiche.

Tutto il contrario dei castelli di carta dell’economia finanziaria e la produzione seriale di politici mediocri, schiavi del “Partito del PIL” e dei “prenditori” nostrani.

Buona Lettura

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Nella Cina di Xi Jinping, ciascuna “riforma” di ogni azienda di proprietà statale che ridimensiona un potente campione nazionale a favore del settore privato o degli interessi dei consumatori è sembrata a lungo un sogno irraggiungibile.

Sotto la gestione del presidente cinese negli ultimi sette anni, le riforme della SOE si sono concentrate invece sul prendere due o più società statali massive e metterle insieme per formare un’entità ancora più massiccia.

In un classico esempio, i due maggiori produttori di vagoni ferroviari della Cina – ciascuno un gigante internazionale indipendente dall’altro, con enormi economie di scala – si sono battuti per anni a vicenda nei commerci nazionali e d’oltremare, offrendo prezzi che potevano solo lasciare meravigliati i loro colleghi oltre oceano. Quindi China CNR e CSR Corp, che erano state originariamente messe in competizione l’una con l’altra proprio per fornire maggiore concorrenza nel mercato, si sono fuse nel 2014 per creare CRRC.

Allo stesso modo, un anno dopo, le due maggiori compagnie di trasporto cinesi sono state riorganizzate per creare quattro mini-monopoli che comprendono la spedizione di container, il trasporto di energia, la finanza marittima e i porti.

All’ombra di tali giganti c’era poco spazio per la sopravvivenza delle società del settore privato, figuriamoci per prosperare, in aree chiave dell’economia industriale cinese. Al signor Xi, a quanto pare, non poteva importare di meno.

Il primo importante progetto economico del partito comunista cinese dell’era Xi, pubblicato alla fine del 2013, aveva promesso di assegnare alle forze di mercato un “ruolo decisivo” nell’assegnazione delle risorse, proteggendo contemporaneamente il “ruolo guida del settore di proprietà statale”.

Questa contraddizione non poteva durare all’infinito. Il signor Xi non poteva averli entrambi e la sua amministrazione ha presto dimostrato una chiara preferenza per le “più grandi, migliori e più forti” SOE (State Owned Enterprise – cioè aziende di proprietà Statale) rispetto all’instaurazione di una maggiore concorrenza basata sul mercato nella seconda più grande economia mondiale.

In questo contesto, la costituzione della China Oil & Gas Piping Network Corporation a dicembre meritava più attenzione di quella che ha ricevuto. Ma poi la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, Mark 1, stava arrivando al culmine e dopo che la pandemia di coronavirus era scoppiata nella Cina centrale, chi sarebbe stato così interessato alla creazione di una oscura SOE con un ingombrante acronimo?

Ma con la creazione di COGPC, il governo cinese sta facendo qualcosa di insolito. Sta costringendo tre potenti compagnie petrolifere statali, CNPC, Sinopec e Cnooc, a consegnare i preziosi oleodotti che formano la spina dorsale dei rispettivi monopoli. La CNPC è la più grande delle tre e controllava oltre i tre quarti della rete di condutture della Cina prima della creazione di COGPC.

“L’istituzione della nuova società nazionale di gasdotti è un passo nella giusta direzione in termini di realizzazione degli obiettivi della Cina di aumentare la produzione e il consumo di gas naturale nazionale“, afferma Erica Downs, specialista in energia cinese presso il Center on Global Energy Policy della Columbia University.

“Se la nuova società di gasdotti si realizzerà secondo le linee di Pechino, la Cina dovrebbe vedere un aumento del numero di aziende coinvolte nell’esplorazione e nella produzione, più investitori e investimenti nella costruzione di nuovi gasdotti, stoccaggio e, a lungo termine, prezzi più bassi per gli utenti finali.“

“La mescolanza di risorse e persino alti dirigenti tra le varie società controllate dallo Stato tradisce alla fine il tallone d’Achille della riforma SOE in Cina – la sua natura circolare”

CNPC, Sinopec e Cnooc avevano svolto un pessimo lavoro costruendo la rete di oleodotti della Cina, che è lunga solo circa un settimo di quella degli Stati Uniti e raggiunge meno di un quarto della popolazione. Secondo le linee guida in vigore dal 2013, avrebbero dovuto consentire l’accesso di terzi alle loro reti. Ma come osserva Jenny Yang, analista dell’energia presso IHS Markit, “solo una manciata di merci [di terzi] è passata e praticamente non esiste [accesso di terze parti] alla rete di trasmissione“.

In teoria, l’istituzione di COGPC potrebbe rivelarsi tanto vantaggiosa quanto lo fu, all’inizio del secolo, lo sgretolamento del monopolio cinese delle telecomunicazioni in tre concorrenti per la rapida trasformazione di quell’industria.

Resta da vedere esattamente quali risorse infrastrutturali verranno cedute a COGPC. Come afferma Ms Downs, “è molto lunga da qui a lì... e le questioni chiave, come la misura in cui verrà applicato l’accesso di terzi, devono ancora avere una risposta”.

Secondo quanto riferito, il nuovo gruppo sarà detenuto per il 30% da CNPC, rendendolo il secondo maggiore azionista dopo l’autorità di controllo delle risorse dello stato cinese, sebbene la sua struttura proprietaria non sia ancora stata confermata. Il presidente del consiglio di amministrazione e il presidente di COGPC sono ex dirigenti della CNPC.

Questa confusione dei confini tra CNPC e COGPC è un fatto ordinario nel settore statale cinese. Il nuovo presidente della CNPC, Dai Houliang, era precedentemente presidente del suo presunto rivale, Sinopec.

Una tale mescolanza di risorse e persino alti dirigenti tra varie società controllate dallo stato tradiscono alla fine il tallone d’Achille della riforma SOE in Cina – la sua natura circolare.

Nella migliore delle ipotesi lo stato-partito prende le risorse da alcune SOE e le ridistribuisce ad altre SOE. Ma gli interessi del settore privato non devono ricoprire alcun ruolo significativo nel processo, perché in Cina lo stato-partito non rinuncia a nulla, mai e poi mai.

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31/03/2020

Draghi indica il futuro ma dribbla una domanda: 
chi pagherà questa crisi?

Tra le inettitudini di chi insiste nel considerarla una recessione passeggera e ritiene di poterla gestire con i consueti strumenti di politica economica, Mario Draghi ha avuto il merito sul Financial Times di sgombrare il campo dalle illusioni e di riconoscere la dimensione effettiva di questa crisi senza precedenti.

L’ex presidente della BCE dichiara che siamo “come in guerra”, e come è sempre accaduto durante e dopo le guerre la risposta di politica economica “dovrà consistere in un aumento significativo del debito pubblico”. A suo avviso, “la perdita di reddito sostenuta dal settore privato dovrà essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici”. Draghi aggiunge che dalle finanze pubbliche bisognerà tirar fuori anche il capitale di cui le banche avranno bisogno per coprire i debiti privati divenuti inesigibili: un modo discreto per chiarire che gli Stati potrebbero esser costretti a riacquisire una parte consistente delle banche, e non solo di quelle. Per queste ragioni, “livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”.

Persino alcuni tra i più arcigni nemici del debito pubblico oggi riconoscono che quella suggerita da Draghi è l’unica via in grado di scongiurare una depressione di lungo periodo. Nell’indicarla, tuttavia, l’ex presidente della BCE elude una questione cruciale: anche se si eviterà la deflazione da debiti e la connessa depressione, i costi di questa crisi saranno pesanti. Chi li pagherà? Su quali gruppi sociali ricadrà l’onere del tracollo in corso? Sostenere che il debito pubblico assorbirà l’impatto non è sufficiente. Prendendo spunto da un’altra recente proposta pubblicata sul Financial Times, è possibile approfondire la questione sotto quattro aspetti cruciali.

In primo luogo, affinché l’espansione del debito pubblico sia governabile non basta sperare, come fa Draghi, che i tassi d’interesse resteranno bassi “probabilmente” anche in futuro. Come ho sostenuto in una discussione con Olivier Blanchard, diversamente da quel che pensano gli economisti mainstream il tasso d’interesse è questione non di “probabilità” ma di politica: si tratta cioè di una variabile che va tenuta ai minimi livelli possibili con una politica di governo dei mercati che consiste nel blocco della speculazione, nel controllo dei movimenti di capitale e più in generale in quella che va sotto il nome di “repressione finanziaria”. Questo tipo di politica sposta l’onere della crisi sui rentiers e sui gamblers della finanza mentre salvaguarda le attività produttive, i beneficiari del welfare e i lavoratori.

In secondo luogo, l’uso delle risorse derivanti dall’espansione del debito pubblico non può basarsi su forme più o meno surrettizie di “helicopter money”. Oggi questa formula viene considerata una benefica eresia ma pochi ricordano che essa trae origine da un approccio alla teoria e alla politica monetaria di tipo conservatore, che era fondato sulla “neutralità degli effetti distributivi”: ossia erogazioni uguali per tutti, ricchi o poveri che fossero. Attuare questa politica, come si tenta di fare negli USA, è sbagliato. Piuttosto, combinate con una politica fiscale nuovamente progressiva, le risorse finanziarie derivanti dall’espansione del debito pubblico dovrebbero esser distribuite in modo selettivo, sostenendo in primo luogo i redditi dei gruppi sociali più svantaggiati e la solvibilità delle imprese situate al centro delle catene input-output.

In terzo luogo, al di là dei problemi di debito, di solvibilità e di domanda, non va dimenticato che questa è una crisi che investe anche il lato dell’offerta. Se le misure di distanziamento sociale dureranno a lungo, ci sarà un impatto inevitabile sull’efficienza complessiva dei sistemi economici, con una caduta della produttività del lavoro e degli altri input e un conseguente aumento dei costi di produzione e distribuzione. Questi maggiori oneri potranno ricadere sulle rendite, sui profitti oppure sui salari a seconda del tipo di politica adottata. Minori saranno i tassi d’interesse rispetto all’andamento dei redditi nominali, maggiore sarà la possibilità di alleggerire le attività produttive da carichi fiscali, e quindi maggiore sarà il carico sulle rendite piuttosto che sui profitti d’impresa e sui salari. In ogni caso, una politica di salvaguardia dei salari, delle pensioni e di tutte le forme di sussidio contro eventuali fiammate inflazionistiche si renderà necessaria per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori e dei soggetti sociali più deboli.

Infine, c’è il rischio che prolungati distanziamenti sociali diano anche luogo a problemi di “disorganizzazione” dei mercati, con strozzature nelle catene della produzione e difficoltà di approvvigionamento che potrebbero estendersi ben al di là del settore sanitario. Per contenere tali strozzature e impedire che diventino occasioni di speculazione, è necessario provvedere a una “riorganizzazione” dei mercati tramite moderne forme di pianificazione pubblica, ove e quando necessario anche con amministrazioni mirate delle catene produttive e dei prezzi.

Ovviamente, maggiore sarà il coordinamento internazionale, maggiore sarà l’efficacia delle misure anti-crisi. Tuttavia, come sappiamo, il coordinamento non si sta verificando, men che meno nell’Unione europea. Eppure gli eventi presto saranno soverchianti, e bisognerà agire comunque. Credo sia indicativo, in questo senso, che proprio Draghi nel suo articolo non abbia mai accennato all’Europa unita: lui che la salvò dal tracollo, con questo silenzio sembra suggerire che stavolta potremmo vederci costretti a farne a meno per salvare noi stessi.

L’espansione del debito pubblico è dunque l’unica prospettiva razionale, ma non basta. Occorre chiarire come saranno gestiti i costi di questa crisi inedita e tremenda. Un piano che sposti l’onere principale sui rentiers, contrasti ogni forma di speculazione e salvaguardi i lavoratori e i soggetti sociali più deboli potrebbe rivelarsi necessario per la rinascita non semplicemente economica, ma civile e democratica. Proprio come accade alla fine di una guerra, quando le forze illuminate della società escono vittoriose.

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30/03/2020

Brancaccio - Il capitale allo specchio

RAI Tre – PRESA DIRETTA – 28 marzo 2020 – Un piano “anti-virus” che propone l’immediato controllo dei mercati dei capitali viene pubblicato sul Financial Times, testata principe della finanza mondiale. E’ un segno di questa crisi, così pesante da indurre il capitale a guardarsi allo specchio e a interrogarsi sul rischio che l’instabilità dei mercati minacci la sua stessa riproduzione. Teresa Paoli intervista l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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26/03/2020

L’ombra di Draghi sui nani da giardino

La statura degli statisti si misura davvero solo nelle emergenze più drammatiche. Così come, spesso, l’essere momentaneamente liberi da incarichi tecnico-istituzionali permette di dire le cose come stanno, senza le inevitabili cautele dell’”opportunità”.

L’intervento di Mario Draghi sul Financial Times – rilevante per la firma e la testata – sembra arrivare da un altro pianeta rispetto al livello da suburra del “dibattito politico” italiano ed europeo. In attesa dell’esito del Consiglio dei primi ministri di oggi, infatti, la riunione dell’Eurogruppo ha anticipato una situazione di sconcertante ottusità davanti alla dimensione della crisi da coronavirus, con prese di posizione che apparivano inadeguate – per usare un eufemismo – anche “prima”. Ma che oggi sono semplicemente criminali.

Olanda e Germania guidano infatti il “fronte del Nord”, che è anche un “fronte del no” all’assunzione di responsabilità finanziarie collettive (esemplificata con la proposta di creare eurobond).

Ma la crisi è tale che ben nove paesi – Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Grecia, Belgio, Lussemburgo e Francia – hanno firmato una lettera che chiede l’istituzione di titoli di debito garantiti da tutti i membri, superando così di fatto i differenziali (gli spread) che penalizzano fortemente alcuni e premiano altri. Non è un'”area euromediterranea”, ma ne disegna i confini con una certa approssimazione...

La notizia sta nella presenza della Francia tra i firmatari, che segna una delle prime incrinature serie nell’”asse franco-tedesco” che ha di fatto governato l’Unione Europea fin qui.

Se si allargherà o meno, questa crepa, dipenderà da tempi ed evoluzione della pandemia e della crisi economica di proporzioni bibliche che è iniziata da poco più di mese (da quando, cioè, Stati e mercati hanno cominciato a prendere sul serio un problema che speravano confinato in Oriente).

Draghi usa proprio la metafora della guerra – sfruttata dalle mezze figure per chiamare “a stringersi intorno al governo esistente”, e basta, cantando magari dalle finestre (comportamento indotto già finito, pare) – per indicare la prima caratteristica di ogni guerra: il bilancio pubblico non ha più limiti né se ne possono imporre.

Altrimenti combatti con un braccio solo e l’altro legato dietro la schiena. Non consigliabile...

Naturalmente, Draghi è rimasto il neoliberista di sempre, non è che abbia cambiato impostazione. L’indebitamento deve essere fatto dagli Stati, pur senza limiti, e dovrà un giorno essere ripagato.

Silenzio assoluto, invece, sul ruolo che dovrebbe avere la Banca centrale europea. Se, come negli ultimi sette anni, dispensatrice di liquidità a costo zero che corre poi verso le banche e di lì ai mercati finanziari. Oppure se “prestatore di ultima istanza”, quindi anche abilitata a comprare titoli di Stato – nazionali o europei non farebbe grande differenza – per impedire che il prezzo scenda troppo e i rendimenti volino verso il cielo. Ossia sul salvaguardare gli Stati dagli strozzini dei “mercati”.

Silenzio, insomma, su quella separazione demente tra banca centrale e “governo” che è stato un pilastro del neoliberismo e una delle concause del suo fallimento.

Sta due metri sopra gli altri, ma pur sempre molto al di sotto della statura richiesta da questo tornante storico.

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Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza

Mario Draghi – Financial Times

Livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica dell’economia e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura per la propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenuti.

Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano il pericolo di perdere la vita, molti altri affrontano la perdita del sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Nell’intera economia le imprese affrontano perdite. Molte si stanno già ridimensionando e stanno licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

La sfida che ci troviamo di fronte è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da un’ondata di fallimenti che lasceranno dietro di sé dei danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare le perdite – deve alla fine essere riassorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

È il ruolo proprio dello stato impegnare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può riassorbire. Di fronte alle emergenze nazionali gli Stati l’hanno sempre fatto. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico.

Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali fu finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei prolungati costi di guerra furono coperti con le tasse. Ovunque, la base imponibile fu erosa dai danni di guerra e dal reclutamento. Oggi avviene la stessa cosa a causa dell’angoscia per la pandemia e della chiusura delle attività.

La domanda cruciale non è se lo Stato debba impegnare il proprio bilancio, ma come. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro. Se non faremo questo, riemergeremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità produttiva compromesse in maniera permanente, con le famiglie e le imprese in grande difficoltà a ripianare i propri bilanci e ricostruire le loro attività.

I sussidi per la disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati adottati da molti governi. Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un immediato sostegno di liquidità. È essenziale per tutte le imprese coprire le proprie spese di gestione durante la crisi, siano esse grandi aziende o ancor più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto opportune misure per fornire liquidità alle imprese in difficoltà. Ma è necessario un approccio più completo.

Se i diversi paesi europei hanno differenti strutture finanziarie e industriali, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni falla dell’economia è di mobilitare i loro interi sistemi finanziari al completo: mercati obbligazionari, principalmente per le grandi società, sistema bancario e in alcuni paesi anche postale per tutti gli altri. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. Il circuito bancario in particolare è diffuso in tutta l’economia e può creare denaro istantaneamente, consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito.

Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo diventano un veicolo di trasmissione delle politiche pubbliche, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli scoperti di conto o prestiti aggiuntivi. Né regolamentazioni né norme sulle garanzie bancarie dovrebbero ostacolare la creazione nei bilanci delle banche di tutto lo spazio necessario a tale scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero, indipendentemente dal costo di finanziamento del governo che le emette.

Le imprese, tuttavia, non attingeranno alla liquidità che viene loro offerta semplicemente perché il credito è a basso costo. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite possono essere recuperabili e quindi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così.

Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare l’indebitamento per mantenere i propri dipendenti. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere in futuro la loro capacità di investimento. E, se l’epidemia e il blocco delle attività dovessero perdurare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito acceso per mantenere al lavoro i dipendenti in quel periodo fosse alla fine cancellato.

O i governi finanziano le persone che si indebitano per affrontare le proprie spese, o costoro falliranno e la garanzia sarà prestata dal governo. Se si riesce a contenere l’azzardo morale, la prima soluzione è la migliore per l’economia. Il secondo percorso sarebbe probabilmente meno costoso per il bilancio pubblico. In entrambi i casi, se si vogliono tutelare i posti di lavoro e le capacità produttiva, i governi dovrebbero assorbire una gran parte della perdita di reddito causata dal blocco delle attività.

I livelli del debito pubblico aumenteranno. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e alla fine per lo stesso gettito del bilancio pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, visti i livelli attuali e probabilmente futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non aumenterà l’onere del servizio del debito.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria capillare in grado di far fluire i fondi in ogni parte dell’economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta politica rapida. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia.

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono colpiti. Il costo dell’esitazione può risultare irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 del secolo scorso è un monito sufficiente.

La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​– causata da un blocco dell’attività economica che è sia inevitabile quanto opportuno – deve essere affrontata da una uguale velocità nell’impegnare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune.

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