Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/09/2026
Stati Uniti - Trump, i tassi e il debito
«Diciamo che è un mostro a due teste» racconta a Pubblica l’economista Emiliano Brancaccio, autore di Liberocomunismo (Feltrinelli 2026). «Da un lato Warsh ha bisogno di alzare i tassi di interesse per convincere gli investitori a finanziare il debito, specialmente esteri. Dall’altro lato l’aumento dei tassi determina uno sconto maggiore sui dividendi futuri attesi, quindi rischia di far scoppiare la bolla speculativa del mercato azionario, e questo metterebbe in grande difficoltà Trump. Insomma, un mostro a due teste – conclude Brancaccio – che si mangiano a vicenda. Un altro sintomo della crisi dell’ordine americano»
Link all’intervista su Radio Popolare (dal minuto 12:07)
Fonte
09/09/2026
Riarmo europeo. Non tornano i conti
“L’obiettivo della presente analisi è fornire un aggiornamento sul panorama in materia di difesa dell’UE a partire dall’analisi del 2019 sulla difesa europea ed evidenziare i rischi, le sfide e le opportunità associati alle recenti iniziative dell’UE in questo settore” – scrive la ECA (Corte dei Conti europea) – “La Corte intende fornire ai portatori di interessi informazioni e disamine pertinenti sulla politica di difesa dell’UE e sui suoi sviluppi più recenti, in particolare per quanto concerne questioni significative relative alla gestione finanziaria, alla governance, alla trasparenza e all’obbligo di rendiconto”.
Scorrendo le pagine del rapporto, le ambizioni militariste della Commissione e dei governi europei ne escono piuttosto malmessi, anche sul piano della mera contabilità.
“Nonostante gli ambiziosi piani dell’UE e l’aumento della spesa, sarà difficile conseguire la prontezza alla Difesa entro il 2030, a causa dei notevoli vincoli esistenti”. La Corte dei Conti spiega infatti che il piano di riarmo da 800 miliardi di euro annunciato con enfasi lo scorso anno, potrebbe rivelarsi un enorme spreco di risorse pubbliche. Si parte da “un coordinamento insufficiente tra i vari flussi di finanziamento dell’UE, nonché tra i finanziamenti dell’UE e quelli nazionali”, fino ad arrivare a “strozzature in termini di materiali, componenti chiave o personale qualificato”.
Come noto, il piano Rearm EU – poi ribattezzato Readiness 2030 – impegna i paesi dell’Unione Europea a una spesa complessiva di 800 miliardi di euro da destinare alla Difesa. Come? Sia con l’aumento dell’indebitamento dei singoli stati, sia attraverso i prestiti a tassi agevolati, il famoso fondo SAFE a cui recentemente ha aderito anche l’Italia, con 8,9 miliardi già impegnati rispetto ai 14 a disposizione.
Ma è proprio questo meccanismo che ha fatto scattare l’allarme della Corte dei Conti europea, secondo cui “il crescente ricorso alla spesa per la difesa finanziata tramite debito, ai prestiti garantiti dall’UE e all’attivazione delle clausole di flessibilità può compromettere la sostenibilità di bilancio rallentando la riduzione del debito pubblico”.
Non convince i giudici contabili europei il fatto che la Commissione europea ricorra sempre più spesso a prestiti garantiti dal bilancio dell’UE. È il caso del fondo per le spese militari SAFE, da 150 miliardi di euro, ma anche dell’ulteriore prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina.
“Per tali prestiti – scrive la Corte dei Conti UE – la Commissione prende a sua volta in prestito i fondi necessari sui mercati dei capitali. La Corte ha ripetutamente avvertito che, in assenza di accantonamenti, qualsiasi perdita relativa ai prestiti dovrà essere coperta dal margine di bilancio dell’UE noto come ‘margine di manovra’. Ciò potrebbe comportare una richiesta di contributi aggiuntivi agli Stati membri”.
A 18 Paesi membri è stato concesso di poter derogare ai micidiali vincoli europei racchiusi nel Patto di stabilità, in nome del quale, in passato è stata invece taglieggiata la spesa sociale nei vari paesi o massacrata la Grecia.
Con il riarmo invece stanno suonando un’altra musica, e dopo anni di austerità, tagli, rigore di bilancio, l’UE prevede la prospettiva di un maggior debito, sia sul piano nazionale che europeo.
Infine, nel rapporto della Corte dei Conti europei c’è anche una bastonata sulla contraddizione tra ambizioni e fatti. I paesi europei, nonostante il piano di riarmo concordato, continuano a comprare troppi armamenti dagli Stati Uniti.
“Dall’inizio della guerra in Ucraina fino al giugno 2023, il 78% delle acquisizioni nel settore della difesa da parte degli Stati membri dell’UE proveniva da paesi esterni all’Unione: gli Stati Uniti da soli ne rappresentavano il 63%”. Una dipendenza aggravata da un fornitore quasi monopolistico, che ipoteca seriamente le ambizioni della Commissione sul “riarmo europeo”.
I conti non tornano, dicono dunque i giudici contabili europei. Ma se non tornano sul piano generale, tornano ancora meno sul piano delle inevitabili ricadute interne.
Un intenso piano di spesa militare, pur con le deroghe previste sul Patto di Stabilità, va ad incidere pesantemente ed inevitabilmente sugli altri capitoli della spesa pubblica, inclusa e soprattutto la spesa per i sistemi di welfare ai quali le classi dominanti vorrebbero sostituire il warfare. Niente assegni familiari ma carri armati, pensioni più basse in cambio di droni. Che pacchia!
Fonte
02/09/2026
La fine dell’impero
di Alessandro Volpi
In un mondo dove il novanta per cento delle merci viaggia via mare, gli Stati Uniti rappresentano ormai un paradosso geopolitico, provando ad agire come l’unico soggetto militare che controlla la navigazione globale mentre le fondamenta economiche di tale primato si sgretolano sotto il peso di contraddizioni strutturali insanabili.
Da un lato, Washington spende cifre astronomiche per mantenere undici task force di portaerei e una rete di basi che monitorano i punti di strozzatura strategici del Pianeta, ma questo sforzo titanico viene finanziato attraverso un debito pubblico che ha superato la soglia dei 39mila miliardi di dollari, rendendo il controllo degli oceani un onere finanziario che paradossalmente indebolisce la stabilità interna del paese che lo mantiene per tentare di conservare un primato.
Il costo per mantenere la macchina bellica navale degli Stati Uniti, infatti, è monumentale e rappresenta una delle voci di spesa più pesanti dell’intero bilancio federale. Per l’anno fiscale 2025, il budget totale per il solo Dipartimento della Marina (che include la US Navy e il Corpo dei Marines) è stato di circa 257,6 miliardi di dollari, finanziato, appunto, quasi interamente con un debito che paga poco meno del 5% sui titoli a 10 anni.
La contraddizione si fa ancora più stridente quando si analizza la natura del traffico marittimo “protetto” dalla marina americana: le navi che solcano le rotte sicure non battono quasi mai la bandiera a stelle e strisce, poiché la flotta mercantile statunitense è ridotta a un’ombra del passato, lasciando il dominio del trasporto commerciale nelle mani di armatori greci, giapponesi o dei colossi europei e cinesi.
Le grandi arterie del commercio globale sono percorse dai giganti dei container come l’italo-svizzera MSC, la danese Maersk o la cinese COSCO.
A questo squilibrio tra potere militare e proprietà dei mezzi di navigazione si aggiunge l’offensiva infrastrutturale della Cina, che attraverso la Nuova Via della Seta ha acquisito partecipazioni o il controllo totale di oltre cento porti strategici in tutto il mondo, dal Pireo in Europa fino ai terminal africani e sudamericani.
Questo significa che, mentre i cacciatorpediniere americani pattugliano il “vuoto” delle acque internazionali, la Cina sta conquistando il “pieno” delle banchine, dei software logistici e delle gru, rendendo di fatto inutile il controllo delle rotte se i punti di arrivo e di partenza rispondono politicamente o economicamente a Pechino.
Questa asimmetria trasforma l’egemonia marittima americana in un gigante dai piedi d’argilla, dove la superiorità tecnologica dei missili e dei radar si scontra con la realtà di un’economia che ha ceduto le chiavi della logistica e della produzione navale ai suoi stessi rivali, rendendo il controllo dei mari un lusso militare sempre più scollegato dalla realtà del potere economico territoriale.
Se il controllo delle acque non torna a essere supportato da una flotta mercantile nazionale e da una rete portuale sicura, il rischio è che gli Stati Uniti continuino a spendere per proteggere un sistema globale che, alla fine del viaggio, deposita la sua ricchezza proprio nelle casse di chi punta a sostituirli come nuova superpotenza mondiale.
Soprattutto, senza controllo dei mari, la posizione del dollaro come valuta di pagamento internazionale diventa ancora più debole.
Fonte
01/09/2026
L’oro supera i titoli in dollari nelle riserve. E il capitalismo finanziario è sempre più in crisi
di Alessandro Volpi
Il panorama finanziario globale ha varcato quest’estate una soglia psicologica e tecnica che fino a pochi anni fa appariva impensabile, sancendo il sorpasso storico del valore dell’oro rispetto a quello dei titoli denominati in dollari nelle riserve delle banche centrali e dei fondi sovrani mondiali.
Questo evento, che ha trovato il suo culmine nel mese di giugno 2026, vede l’oro rappresentare, oggi, mediamente il 27% delle riserve globali contro un dollaro scivolato al 22%, un ribaltamento di fronte che non si verificava con questa intensità strategica da oltre mezzo secolo.
I numeri che sottendono questo cambiamento sono imponenti: le riserve auree ufficiali hanno sfiorato la quota di 38.300 tonnellate, un livello che richiama i massimi del 1965, ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato radicalmente diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo giallo stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio dell’anno. Al contrario, la quota di Treasuries americani nei bilanci sovrani è diminuita di oltre 1.500 miliardi di dollari nell’ultimo triennio, riflettendo una fuga ponderata verso asset che non presentino rischio di controparte.
Le ragioni di questa metamorfosi sono profonde e radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio internazionale a strumento di pressione geopolitica, una dinamica accelerata in modo definitivo dal congelamento delle riserve russe nel 2022, che ha spinto le potenze emergenti del blocco Brics+, ma anche nazioni storicamente alleate come la Polonia e l’India, a considerare il dollaro come un asset potenzialmente “neutralizzabile” per via politica.
In altre parole, da quando le sanzioni contro la Russia e la Cina sono diventate lo strumento della politica estera statunitense, il debito in dollari ha perso forza perché oggetto di fortissimi timori da parte di numerosi Paesi preoccupati dalla “irresponsabilità” e dalla natura predatoria delle strategie statunitensi. Parallelamente, la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che nel 2026 ha superato la cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, ha contribuito ulteriormente a erodere la percezione dei titoli di Stato Usa come rifugio sicuro, poiché l’aumento dei tassi necessario a finanziare tale debito ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.
Da troppo tempo la spesa pubblica statunitense, compresa quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto a tal punto da non trovare più compratori se non pagando un conto interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore persino alla spesa militare. Questo scenario differisce radicalmente dal precedente sorpasso avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza dell’oro è stato il risultato di un’impennata inflattiva, speculativa e transitoria che si sgonfiò non appena i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi; nel 2026, invece, il sorpasso è l’esito di una manovra strutturale e decennale di accumulo fisico coordinato, volta a costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro funge da collaterale Tier 1 secondo le normative di Basilea III, acquisendo una dignità istituzionale che la “carta” americana pare aver smarrito.
Sembra così essersi ricostituito un sistema di gold standard senza il dollaro. Le conseguenze di un simile spostamento tettonico sono già visibili nella ricalibrazione dei flussi di capitale globali: gli Stati Uniti si trovano costretti a offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investitori privati, non potendo più contare sugli acquisti automatici delle banche centrali estere, il che alimenta un circolo vizioso di deficit e debito che aggrava la fragilità del sistema fiscale americano.
Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del “privilegio esorbitante” del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel breve termine ma garantendo, secondo molti analisti, una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano, mentre le borse continuano a premiare le aziende minerarie e i derivati sull’oro, ormai percepiti come l’unica vera ancora di stabilità in un sistema finanziario che ha smesso di credere nell’egemonia incontrastata di una singola moneta fiat. In pratica il capitalismo finanziario si regge sempre meno sugli Stati Uniti e sul dollaro e sempre più sulla fiducia “primitiva” nell’oro come nei sistemi precapitalistici.
Parallelamente alla rinascita del metallo prezioso per eccellenza si osserva l’ascesa di nuove realtà valutarie che erodono la dominanza del sistema tradizionale, a partire dallo yuan cinese che, nonostante i controlli sui capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per un numero crescente di nazioni del blocco Brics+ e del Sud globale.
Tuttavia la vera sorpresa del panorama contemporaneo è l’emergere delle cosiddette valute “non tradizionali” come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti, offrono alle banche centrali una diversificazione che sfugge alle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve rimane ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.
Il sistema si muove così verso una frammentazione dove il potere finanziario non è più concentrato in un’unica capitale ma distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un paniere di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più multipolare. Una simile transizione riflette un cambio di paradigma dove la sicurezza non è più garantita dall’allineamento a un’unica superpotenza economica ma dalla capacità di costruire un portafoglio resiliente, capace di resistere a shock sistemici, inflazione e trasformazioni tecnologiche, segnando la fine definitiva dell’epoca iniziata a Bretton Woods e l’alba di un ordine monetario più complesso e frammentato, in cui il multipolarismo è già un dato di fatto. In questa complessa partita risulta centrale l’influenza dei grandi gestori del risparmio globale, come BlackRock.
Tali soggetti operano infatti come un ponte tecnologico e operativo per molte banche centrali, che affidano loro mandati di gestione esterna per segmenti strategici delle proprie riserve, specialmente per quanto riguarda gli asset più complessi come le azioni, le obbligazioni societarie e i green bond. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di analisi del rischio sofisticate come Aladdin, BlackRock non si limita a eseguire ordini ma modella attivamente la percezione del rischio globale, creando un effetto di allineamento tra le strategie delle istituzioni pubbliche e i flussi di capitale privato.
Quando questi giganti finanziari decidendo di diversificare i propri portafogli riducendo l’esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense o aumentando il peso delle valute dei mercati emergenti e dell’oro, generano una variazione della liquidità globale che costringe le banche centrali ad adeguarsi per mantenere la stabilità dei propri bilanci. Il ruolo di questi gestori è stato fondamentale anche nello sdoganare lo yuan cinese e altre monete non tradizionali, poiché la creazione di infrastrutture di trading e di strumenti finanziari dedicati ha reso tecnicamente possibile per le autorità monetarie accumulare queste divise con lo stesso grado di sicurezza un tempo riservato esclusivamente al biglietto verde.
Anche il ritorno dell’oro come pilastro centrale delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. In questo scenario BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come veri e propri architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari affinché le banche centrali possano allontanarsi dall’egemonia del dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.
In tal senso, la transizione verso il nuovo ordine multipolare è gestita, in maniera quasi paradossale, in modo obbligato da soggetti a lungo pesantemente dollarizzati. Questa simbiosi tra finanza pubblica e privata segna il passaggio definitivo verso una gestione delle riserve mondiali guidata non più solo dai trattati tra Stati ma da algoritmi e strategie di portafoglio che vedono nella diversificazione valutaria e nell’asset reale l’unica difesa contro l’incertezza del sistema economico contemporaneo. In termini monetari sta compiendosi dunque una pericolosa depoliticizzazione in nome di un multipolarismo indotto in primo luogo dalla volontà dei “mercati” di ridurre i rischi di un capitalismo finanziario sempre più in crisi; una contrazione dei rischi che necessita l’inclusione dei nuovi Paesi economicamente dominanti.
Fonte
18/08/2026
La “sovranità finanziaria” dell’Italia e un debito pubblico pari a 3.207,2 miliardi di euro
L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi a 3.207,2 miliardi.
Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. In altre parole, il ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica sta tornando a crescere e si lega peraltro, in maniera paradossale, al peso degli interessi sul debito, che giocano un ruolo determinante: con il significativo rialzo dei tassi degli ultimi mesi il costo per remunerare i titoli in circolazione è esploso, costringendo il ministero dell’Economia a sborsare cifre vicine ai 100 miliardi di euro annui, una spesa che non genera servizi ma sottrae liquidità immediata, nonostante le dichiarazioni inutilmente trionfalistiche del Governo Meloni.
Il dato finanziariamente più sensibile emerso dal rapporto riguarda però la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale. È interessante capire allora chi sono tali investitori.
In base ai dati del rapporto di Banca d’Italia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all’11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell’intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.
Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l’esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi statunitensi i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi. Per quanto riguarda invece la Banca centrale europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi PSPP e PEPP non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. La quota detenuta “direttamente” dalla Bce nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la Bce acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali.
Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della Bce, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibile calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (quantitative tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d’investimento americani e il risparmio delle famiglie italiane.
Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali Paesi ad alzare i tassi d’interesse con un aumento del costo del loro debito per attrarre i grandi fondi, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.
Questa dinamica indica infatti che, se da un lato i titoli di Stato italiani continuano a godere di una certa fiducia sui mercati internazionali grazie ai rendimenti sempre più competitivi e onerosi per le casse dello Stato, dall’altro il Paese si ritrova più esposto alla volatilità dei capitali globali, allontanandosi parzialmente dal percorso di “sovranità finanziaria” basato sul risparmio domestico.
Come accennato, si osserva altresì il costante ridimensionamento del ruolo della Banca d’Italia, la cui quota di possesso è scesa al 16,7% per effetto proprio del quantitative tightening della Bce, che sta progressivamente riducendo lo scudo monetario che aveva protetto l’Italia durante gli anni della pandemia, mantenendo il costo del denaro a livelli sostenibili. In un simile contesto, il risparmio nazionale tiene per effetto della componente retail, ovvero le famiglie e le imprese italiane, che detengono il 14,5% del debito, in realtà senza grandi incrementi rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, la combinazione tra un debito nominale ai massimi storici e una quota crescente in mano a fondi esteri, in un regime di tassi che rimane oneroso rispetto al passato, pone una sfida strutturale sulla sostenibilità futura, poiché una fetta sempre più ampia della ricchezza nazionale dovrà essere destinata esclusivamente al pagamento degli interessi, che ora gravano su una massa monetaria senza precedenti.
Un simile fenomeno si inserisce in un quadro generale sempre più pericoloso. Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del PIL mondiale. A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo. Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80mila miliardi di dollari.
La considerazione che sorge spontanea è semplice. Chi potrà mai restituire – tra Stati e privati – un debito così infinito, che matura ogni anno circa 17mila miliardi di interessi, pari al 16% del Pil mondiale? Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile? È chiaro che questo modello è finito e la corsa all’intelligenza artificiale e al riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il Pianeta in modo radicalmente tossico.
Fonte
07/08/2026
Dal governo Meloni via libera alla clausola di salvaguardia per il riarmo, il campo largo è spaccato
Mercoledì 5 agosto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è presentato alle due ali del Parlamento per le comunicazioni con le quali ha annunciato la volontà di attivare la clausola di salvaguardia nazionale prevista dalle norme di bilancio UE per il riarmo. Si tratta, in sostanza, della possibilità di deviare temporaneamente dalle norme di bilancio del Patto di stabilità e crescita.
Era abbastanza scontato accadesse, dato che all’interno della clausola è prevista la flessibilità anche per gli investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, modifica avvenuta all’inizio di giugno proprio su istanza di Palazzo Chigi. Una farsa architettata tra Roma e Bruxelles, che mostra come l’ormai abbandonata transizione ecologica venga ritirata fuori solo per giustificare l’accelerazione sul riarmo.
Il piano illustrato dal titolare del MEF prevede di sfruttare appieno la flessibilità consentita da Bruxelles sul fronte energetico, chiedendo il massimo possibile, ovvero lo 0,6% del PIL, pari a circa 14 miliardi di euro. Riguardo alle spese militari, invece, Italia si attesterà su una richiesta dello 0,9% del PIL (circa 21-22 miliardi di euro), cifra da intendersi in maniera cumulativa per il periodo da qui al 2028.
Entro metà agosto 2026 la richiesta formale di attivazione della clausola verrà inviata a Bruxelles con la stima dei costi e l’elenco di massima delle misure. A ottobre è previsto che in merito si esprima l’Ecofin, il Consiglio dell’Unione Europea nella sua configurazione “economica”, e se tutto filerà liscio allora avverrà il voto del Parlamento italiano a maggioranza assoluta, per autorizzare lo scostamento di bilancio vero e proprio.
L’esito del passaggio parlamentare di Giorgetti ha visto l’approvazione della risoluzione di maggioranza, ma la giornata ha messo a nudo le forti tensioni politiche che attraversano sia lo schieramento di governo sia il campo largo, dato che questa decisione rappresenta un vero e proprio cappio al collo del paese.
Rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni, Giorgetti ha rimarcato che l’obiettivo primario del governo rimane quello di chiudere la legislatura uscendo dalla procedura europea per deficit. È evidente che la scelta presentata al Parlamento non aiuterà a raggiungere questo traguardo, anche solo per le sollecitazioni che causerà sui costi per il rifinanziamento del debito.
Anche per questo, in un certo senso, si chiude la gabbia dei vincoli europei attraverso il SAFE. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha presentato il ricorso al programma di acquisti comuni europei come una scelta tecnica per risparmiare un po’ rispetto all’emissione di titoli di stato italiani. Ecco preparata la trappola: i quasi 15 miliardi di spesa prenotati diventeranno la panacea contro un eccessivo aumento del debito, legando per anni, in maniera vincolante, una fetta importante della spesa pubblica alla deriva bellicista europea.
Quella che è una scelta politica diventa un’operazione di bilancio. E tuttavia, con le elezioni che si avvicinano, le formazioni parlamentari non possono rinunciare al teatrino necessario per dissimulare il fatto che tutti appartengono al partito unico della guerra. Sia a destra sia a “sinistra” si è tentato di distinguersi, soprattutto per sembrare estranei a una decisione che verrà pagata colpendo pesantemente la spesa sociale.
Nel corso della mattinata, una sospensione dei lavori richiesta dal governo è servita a riformulare il testo della risoluzione di maggioranza per ridimensionare il riferimento al SAFE. Nel testo approvato, infine, è stato scritto che per pagare lo scostamento seguente alla clausola di salvaguardia si potrà “valutare il ricorso a diverse condizioni ivi incluse ove ritenute vantaggiose quelle incluse al programma SAFE preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.
Agitando un po’ di propaganda intorno a una “italica” spesa verso cui destinare il SAFE e, dunque, anche il maggiore impegno di bilancio, nei fatti anche il Carroccio ha aperto la porta al programma europeo. Ed è in sostanza la risoluzione stessa a confermare che la richiesta del SAFE avverrà proprio per coprire le maggiori spese dovute alla clausola di salvaguardia.
Il Partito Democratico ha criticato il governo per l’assenza di qualsiasi dettaglio sui reali interventi che intende fare, ma non ha messo in dubbio l’orizzonte bellicista. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha ribadito la ferma contrarietà della sua forza politica al riarmo, nonostante abbia aumentato lui stesso le spese militari e continui a sostenere lo sviluppo di una difesa europea (che è poi lo scopo del SAFE), ovvero della trasformazione della UE in un “porcospino d’acciaio”.
Per ora, qualsiasi resa dei conti interna al campo largo rispetto alle sfumature con cui aderiscono alla visione di una UE armata è stata rimandata proprio grazie alla votazione della risoluzione di centrodestra. Il testo unitario presentato da PD, M5S e AVS non è giunto al voto, e ciò è stato provvidenziale per la segreteria di Elly Schlein, dal momento che l’area riformista dem aveva già annunciato la propria contrarietà al testo, a loro avviso contrario agli impegni europei e atlantici.
C’è poco di alternativa nel campo largo, se posizioni così blandamente lontane dalle imposizioni di Bruxelles scatenano una tempesta nel PD, contro cui i pentastellati si giocano l’egemonia in un fronte sostanzialmente allineato con la deriva bellicista. Intanto, la stretta del riarmo fa un passo avanti.
Fonte
01/08/2026
La più grande spesa militare compiuta dal dopoguerra in Italia
In data 15 luglio 2026, il governo italiano ha formalizzato la prenotazione di 14,9 miliardi di euro destinati al piano straordinario di riarmo e potenziamento della difesa nazionale, segnando il culmine di una complessa manovra finanziaria avviata nel biennio precedente.
Questa cifra imponente, originariamente accantonata attraverso la rimodulazione dei fondi europei della politica di coesione – che dunque sono stati ridotti – e del meccanismo SAFE, è stata definitivamente vincolata all’acquisizione di sistemi d’arma avanzati e alla modernizzazione tecnologica delle forze armate.
Il decreto di allocazione, firmato il 18 luglio 2026, stabilisce che 7,2 miliardi di euro siano impiegati per l’acquisto di 132 carri armati Leopard 2A8 – prodotti da Rheinmetall a La Spezia – con una tabella di marcia che prevede la consegna dei primi esemplari entro il 20 marzo 2027.
Altri 4,5 miliardi di euro sono stati prenotati per il programma di difesa aerea integrata, con particolare riferimento ai sistemi missilistici SAMP/T NG, i cui contratti di fornitura sono stati ratificati il 22 luglio 2026 per garantire la copertura dei siti sensibili nazionali a partire dal 1° gennaio 2027.
La restante quota di 3,2 miliardi di euro della prenotazione SAFE è stata indirizzata al settore aerospaziale per lo sviluppo del caccia di sesta generazione GCAP, con un impegno di spesa che copre il triennio 2026-2028.
Questa operazione finanziaria permette all’Italia di allineare la propria spesa militare al 2% del PIL entro il termine perentorio del 31 dicembre 2028, rispettando gli impegni assunti in sede NATO durante il vertice del 10 luglio 2026.
In seguito alla notifica ufficiale inviata a Bruxelles il 24 luglio 2026, l’Italia ha ottenuto il riconoscimento di questi investimenti come fattori rilevanti per lo scomputo dal deficit strutturale, per tutto l’esercizio finanziario 2026.
In questo senso, con l’adesione a Safe, il governo Meloni “libera” uno spazio non vincolato dal patto di stabilità da quasi 15 miliardi, che userà per escludere dal computo quantomeno il rinnovo del taglio del cuneo fiscale.
In altre parole, per questa folle Unione Europea, bisogna armarsi per potere spendere.
Ma il dato più rilevante, come accennato è costituito dal fatto che la prenotazione dei 14,9 miliardi rappresenta il più grande stanziamento singolo per la difesa nella storia della Repubblica, consolidando 25 programmi pluriennali di armamento che vedranno la loro piena operatività entro il 29 luglio 2030.
Il piano di ammortamento per il debito relativo alla manovra da 14,9 miliardi di euro avrà inizio ufficialmente il 1° luglio 2028, al termine di un periodo di pre-ammortamento di 24 mesi stabilito per allineare i rimborsi alla crescita economica prevista.
L’interesse medio applicato ai titoli di Stato emessi per coprire questa operazione è del 3,85% annuo, un tasso fissato in base alle rilevazioni di mercato del 15 luglio 2026. Il costo totale dell’operazione, calcolato su un orizzonte temporale di 20 anni con scadenza definitiva al 30 giugno 2048, ammonterà a complessivi 23,2 miliardi di euro, suddivisi in 14,9 miliardi di quota capitale e 8,3 miliardi di interessi cumulati.
Dunque la collettività italiana pagherà oltre 8 miliardi di interessi per procedere ad un riarmo, il cui ritorno economico, secondo le stime stesse dell’Unione, sarà pari solo al 60% dell’investimento fatto.
Su questo esiste il campo largo???
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, intervenendo il 19 luglio 2026, ha espresso una posizione critica sulle priorità del governo, pur non negando gli impegni internazionali, chiedendo che almeno il 50% dello spazio fiscale liberato dai vincoli europei venga vincolato a investimenti nella transizione ecologica e nel welfare. Cosa significa? Parere favorevole al riarmo di Safe ma, nel gioco contabile, lasciamo uno spazio alle spese per il welfare. In sintesi ci riarmiamo per mantenere un pezzettino di Stato sociale?
Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, il 18 luglio 2026 ha duramente contestato la manovra definendola un furto sociale che sottrae 14,9 miliardi a sanità e istruzione per destinarli a strumenti di morte, preannunciando una mozione di sfiducia entro il 30 settembre 2026.
Ripeto, su questo esiste il campo largo???
Ah no, dicono i saggi, il Campo largo è solo un’operazione elettorale per battere le Destre.
Fonte
L’Italia va alla guerra, tra prestiti per le armi, l’Ilva che chiude e l’inflazione che sale
Si chiama SAFE, Security Action For Europe, ed è un programma di prestiti europei a lunga scadenza per l’acquisto e la fabbricazione di nuovi armamenti. Questi includono munizioni e missili, sistemi di artiglieria, droni e sistemi anti-drone, nonché sistemi di difesa aerea e missilistica, protezione delle infrastrutture critiche, protezione degli asset spaziali, sicurezza informatica, tecnologia IA e sistemi di guerra elettronica. La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spiegato più volte, in modo molto esplicito, che questo programma finanziato con 150 miliardi di euro serve a preparare l’Europa entro il 2030 alla guerra contro la Russia.
Pochi giorni fa il ministro degli esteri Tajani ha reso noto che l’Italia ha fatto richiesta di un prestito di 14,9 miliardi di euro del programma Safe, specificando che sarà poi il ministro della difesa Crosetto a indicare i progetti sui quali viene chiesto il finanziamento.
In Italia il governo Meloni è molto attento alla comunicazione, soprattutto quando si parla di guerra. Mentre in Europa sono molto più chiari e spiegano che la popolazione deve prepararsi alla guerra, qui da noi si usano argomenti più ibridi per nascondere i fatti, come l’accesso alle nuove tecnologie, il sostegno all’occupazione e, naturalmente, la necessità di difendersi.
Ma il dato eclatante è che, davanti ad una drammatizzazione della situazione economica, con migliaia di posti di lavoro a rischio nel settore siderurgico e con la certificazione che i salari hanno ripreso a scendere nonostante i decantati rinnovi contrattuali, il governo chiede prestiti per le armi. E che prestiti!
Del resto, viene da dire, dal lato delle opposizioni tutto tace. La Schlein ha ribadito recentemente, in una lunga intervista sul Foglio, l’appoggio incondizionato all’Ucraina e quindi il via libera a nuovi finanziamenti per proseguire la guerra contro la Russia. È la conferma delle posizioni assunte in tutti questi anni di completo appiattimento sulla linea guerrafondaia della Ue e della Nato e che, indirettamente, giustifica poi anche la scelta del riarmo.
Dal fronte sindacale l’attenzione invece è rivolta a ben altro. Proprio ieri, 29 luglio, sono tornati a riunirsi Confindustria e 14 associazioni datoriali assieme a Cgil, Cisl e Uil, per proseguire nella costruzione del Patto che dovrà sancire, una volta per tutte, l’assoluto monopolio dei diritti sindacali nelle mani della triplice. Anche questo in fondo è funzionale alla guerra, aiuta a tenere bassi i salari e a contenere l’incazzatura del mondo del lavoro.
Forse è ora di ricominciare a pensare che non abbiamo molte vie d’uscita. Tra queste ce n’è una che dice: blocchiamo tutto! Per la pace, per il salario, per il lavoro, blocchiamo tutto.
Unione Sindacale di Base
Fonte
31/07/2026
La favola tragica del riarmo a costo zero
di Emiliano Brancaccio
Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.
È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.
Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.
I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.
Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.
Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui.
Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.
Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035.
Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.
L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.
All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.
In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.
A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.
Fonte
25/07/2026
La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media...
Ciò che gli Stati Uniti stanno facendo attualmente è una rapida ristrutturazione per adattarsi a condurre una prolungata guerra di logoramento nella regione mediorientale.
Chiunque pensi che gli Stati Uniti non possano impegnarsi in guerre di logoramento, che fanno parte della loro dottrina militare, si sbaglia. Ma la domanda più importante è: gli Stati arabi possono sopportare le conseguenze di una guerra di logoramento tra Iran e Stati Uniti?
Le azioni dell’attuale amministrazione statunitense sotto Trump, dalla creazione di crisi commerciali con alleati vicini come Canada e Messico, alla minaccia militare diretta di annettere la Groenlandia, fino a spingere la regione sull’orlo di una guerra con l’Iran che non è un’opzione convenzionalmente praticabile, indurrebbero solo gli ingenui a credere di avere a che fare con un presidente folle che guida scenari di imprudenza politica, follia e avventurismo economico.
Trump sta portando avanti un piano terrificante che trascende la copertura mediatica e le analisi politiche superficiali. E se questa distruzione e smantellamento sistematico del vecchio ordine mondiale fosse l’obiettivo letterale e deliberato di un “piano generale” ideato ed eseguito alla perfezione nel caos controllato delle stanze oscure di Washington?
Il mondo intero oggi dipende geograficamente dallo Stretto di Hormuz e dal petrolio mediorientale.
I dati confermano che:
- Il Giappone importa il 75% del suo fabbisogno di petrolio dal Medio Oriente.
- L’India dipende dalla stessa fonte per il 60% del suo fabbisogno.
- L’Europa e la Cina dipendono dalle rotte di approvvigionamento del Golfo per il 20% del loro fabbisogno.
Ecco il fulcro del piano Trump. Se Trump trascinasse la regione in un confronto militare aperto e prolungato con l’Iran, la prima inevitabile conseguenza sarebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz, seguita da quella dello Stretto di Bab el-Mandeb, e il blocco totale del flusso di petrolio mediorientale.
E in quel momento l’economia globale crollerebbe e i prezzi dell’energia in Europa e in Asia schizzerebbero alle stelle, raggiungendo livelli senza precedenti e paralizzando fabbriche e città.
Ma, dove si colloca il Nord America in questo collasso? Qui risiede l’oscuro genio strategico dell’Uomo Arancione:
- Il Nord America non ha bisogno del petrolio mediorientale; gli Stati Uniti hanno enormi riserve, il Canada si trova sopra vasti giacimenti petroliferi e il Venezuela, che è stato occupato, possiede le maggiori riserve petrolifere del pianeta.
- Non si tratta solo di petrolio e gas; la questione si estende all’azoto e ai fertilizzanti, essenziali per la produzione alimentare globale.
- Il Medio Oriente è il principale fornitore di questi materiali e, una volta interrotte le forniture, il mondo (soprattutto Europa e Asia) avrà solo due fonti di cibo ed energia: il Nord America e la Russia.
Pertanto, Trump si trasforma in un ingegnere che monopolizza gli elementi essenziali della vita umana, rendendo il mondo intero dipendente e asservito alle risorse che controlla.
L’aspetto più cruciale del piano di Trump è rispondere alla domanda fondamentale su cui si basa l’egemonia americana: come si proteggerà l’America dal collasso finanziario quando il suo debito sovrano raggiungerà i 39 trilioni di dollari?
Il sistema tradizionale di ogni amministrazione americana ha sempre temuto che le nazioni creditrici (come Giappone, Cina, Taiwan, Corea del Sud, Unione Europea e Stati del Golfo) avrebbero abbandonato i titoli di stato americani per rifugiarsi nell’oro, nello yuan cinese, nel franco svizzero o adottando il cambio valutario locale come base per gli scambi commerciali, il che avrebbe significato il crollo dello “schema Ponzi” finanziario americano centrato sul dollaro.
Tuttavia, con l’attuazione del piano per rendere il mondo un paradiso energetico e alimentare, queste nazioni creditrici si trovano intrappolate; hanno un disperato e continuo bisogno di acquistare energia e cibo americani per sopravvivere.
E da dove proverranno i soldi per queste risorse? Saranno pagati riciclando i loro fondi e titoli di stato all’interno della stessa economia americana.
Trump sta conducendo una battaglia pericolosa e ambiziosa che minaccia la sicurezza globale se dovesse sfuggire al suo controllo. Sta trasformando la più grande debolezza storica dell’America (il debito) nella più grande arma di soggiogamento. Ha intrappolato i creditori, impedendo loro di abbandonare il dollaro perché sono semplicemente intrappolati all’interno della fortezza.
La conclusione geopolitica è che il “Nuovo Ordine Mondiale”, basato sulla globalizzazione, il libero scambio e la protezione gratuita degli alleati, è morto e sepolto.
Ciò che Trump sta facendo è creare quella che viene definita “la rete tecnologica”, che sta trasformando il continente nordamericano (Stati Uniti, Canada, Messico e Groenlandia, ricchi di terre rare) in una fortezza economica e militare chiusa, dotata di assoluta autosufficienza e in grado di controllare le catene di approvvigionamento globali attraverso monopoli sulle materie prime e il dominio sulle rotte marittime e terrestri.
Trump non sta agendo in modo sconsiderato. Piuttosto, sta attuando una strategia spietata per smantellare il “vecchio impero globale americano” che prosciuga le risorse dei contribuenti statunitensi e ricostruirlo come un “monopolio brutale” che lascia il mondo nel caos e nelle guerre, mentre Washington siede sul trono delle risorse, dettando le proprie condizioni e costringendo tutti a inginocchiarsi in segno di sottomissione per sopravvivere.
Non è un sistema stupido; è un nuovo, brutale ordine mondiale gestito con la mentalità di un magnate immobiliare e di un grande monopolista, proprio come il dollaro si è trasformato sotto i nostri occhi da strumento di commercio globale in una frusta punitiva usata per tarpare le ali alle potenze emergenti.
Trump ha dato al mondo il tempo di affrontare lo shock, il tempo di assorbirlo e il tempo di placare le reazioni. Sta avvelenando l’economia globale e le somministra occasionalmente degli antidolorifici, ma la sta lentamente uccidendo, di una morte pietosa.
Il mondo non è del tutto stupido, e c’è chi lo capisce. Trump sta per compiere un passo pericoloso verso le linee rosse dei suoi rivali, e le conseguenze non saranno positive, soprattutto perché il campo di battaglia inizierà a Est. In breve, stiamo bussando alle porte di una nuova era di schiavitù digitale. Il mondo si orienterà verso il trumpismo, o assisteremo al crollo di un impero per mano di un buffone audace e ambizioso?
Oltre la superficialità dei media... un po’ più a fondo.
Fonte
20/07/2026
Il pilota automatico nelle prossime elezioni presidenziali francesi
In un intervento pubblicato su Le Monde quattro importanti economisti francesi mettono il dito nella piaga dei conti pubblici d’Oltralpe, affermando che stabilizzare in maniera durevole il debito presupporrebbe “un aggiustamento di 125 miliardi alla fine del prossimo quinquennio”, ossia l’equivalente del doppio del budget dell’educazione nazionale, per avere un termine di paragone.
Il quinquennato è del resto l’arco temporale della presidenza della Repubblica, le cui le elezioni si terranno il prossimo anno (primo turno il 18 aprile e ballottaggio il 2 maggio), segnando la fine dei due mandati di Macron.
L’elezione diretta del Presidente è un architrave della V Repubblica, avviata da de Gaulle nel 1958 con un colpo di mano costituzionale in piena Guerra d’Algeria; dal 2002 si svolge ogni 5 anni, invece di sette.
Di fatto, in particolare sotto Macron, il Presidente è contemporaneamente Capo dello Stato e un premier “informale”, che attua il suo programma attraverso dei capi dell’esecutivo di sua scelta, usati come “fusibili” di fronte all’opinione pubblica nei momenti di crollo del consenso, sia davanti a poderosi movimenti sociali che di fronte alla sfiducia del Parlamento.
Questi poteri gli sono stati conferiti più per la consuetudine politica che si è instaurata – con il beneplacito della UE – ma non farebbero parte delle sue prerogative costituzionali, mentre il “rischio di ingovernabilità” è sempre dietro l’angolo se un esecutivo, come in questo caso, non gode di una solida maggioranza parlamentare.
Come afferma Armel Le Divellec, professore di diritto pubblico, in un dibatto su cosa bisognerà attendersi dalle presidenziali, ospitato da Le Monde: “Certo, può nominare un governo, ma questo resta politicamente responsabile di fronte ai deputati, che possono rovesciarlo, come hanno sperimentato, Michel Barnier e François Bayrou, a qualche mese di distanza”, (rispettivamente nel dicembre 2024 e nel settembre 2025).
Teoricamente, l’attuale composizione parlamentare – se il prossimo presidente della Repubblica non indirà elezioni – potrebbe durare fino all’estate del 2029, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile.
Il nuovo presidente o la prima presidente donna sarà praticamente costretto/a ad indire nuove elezioni politiche con tutti i rischi del caso, così come fece Mitterand nel 1981 e nel 1988.
Come ha sperimentato sulla sua pelle Macron dal 2022 – ma i francesi molto più di lui – non è affatto detto che una maggioranza parlamentare coerente possa emergere dalle elezioni politiche, né che il governo abbia uno straccio di maggioranza parlamentare su cui appoggiarsi, dovendo perciò applicare di volta in volta ogni tattica per stare a galla, magari cooptando pezzi importanti di personale politico dei partiti “a vocazione governativa” con generose offerte di poltrone, come avvenuti con i gollisti.
Data la situazione – instabilità istituzionale permanente, accresciuta polarizzazione politica, estrema frammentazione del quadro della rappresentanza – è chiaro che l’attuale blocco di potere e le oligarchie dell’Unione Europea, al di là di chi sceglieranno come candidato, hanno bisogno di sfruttare la “solidità” del regime presidenziale, preparando sin da subito il terreno per l’accettazione di una sorta di “pilota automatico”.
La loro necessità è infatti blindare a livello pluriennale le scelte strategiche della Francia con una sorta di “commissariamento preventivo”, auspicando che – prima alle presidenziali e poi alle politiche – i francesi e le francesi non esprimano un voto davvero di rottura con questo tipo di corso politico, in perfetta continuità con la Macronie.
La Francia è una dei Paesi più inguaiati dell’Unione Europea, con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, con una crescita economica piuttosto modesta divenuta ormai cronica ed una accelerata propensione alla conversione bellica.
I quattro economisti intervenuti su Le Monde – N.Valla, X. Ragot, X. Jaravel e J.L. Tavernier – quando affrontano la questione delle spese pubbliche, allertano sul previsto incremento di quelle sanitarie dovute all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione medica – con un preoccupante panorama di desertificazione sanitaria – così come quelle pensionistiche, oltre a quelle militari che seguono “una traiettoria ormai risoluta, decisa per la legge di programmazione”.
Escludono che si possa usare la “leva fiscale”, anche se è bene ricordare che il ripristino della patrimoniale – eliminata dal “presidente dei ricchi” nel suo primo mandato – è stata una delle richieste della sinistra e dei movimenti politico-sociali che hanno caratterizzato l’Esagono, e che una imposizione fiscale progressiva sia uno dei principi basilari per una ridistribuzione più equa degli oneri fiscali e una maggiore capacità di spesa pubblica.
Prospettano quindi la risoluzione di una difficile equazione politico-economica che metta mano all’efficienza dei conti pubblici, “senza rimettere in causa gli obiettivi di solidarietà che fondano il nostro modello sociale”. Una menzogna pura e semplice.
Un modello sociale che Macron ha ridotto a “carta straccia” nonostante l’opposizione di una serie di poderosi movimenti sociali, soprattutto durante il suo primo mandato, partito dalla lotta alle privatizzazioni ferroviarie fino a quella contro l’innalzamento dell’età pensionistica, passando per i Gilets Jaunes.
Rinviare la soluzione del problema non sembra essere una decisione auspicabile: “posticipare gli aggiustamenti non li renderà meno dolorosi, ma semplicemente più brutali”.
Insomma il quartetto – composto tra l’altro dai direttori di due delle maggiori istituzioni francesi di analisi e strategia economica, nonché da un ex direttore dell’INSSE – è chiaro: una vera e propria mannaia dovrà abbattersi sui conti pubblici ed i francesi devono abituarsi alla catastrofe.
Ma non si tratta di una collaborazione occasionale per scrivere una propria opinione su un quotidiano. Questo quartetto era già stato selezionato dagli attuali ministri Lescure e Amiel – rispettivamente all’economia e alla spesa pubblica – per un rapporto indipendente lanciato a fine maggio per “chiarire le traiettorie di revisione delle finanze pubbliche”.
La loro previsione, particolarmente pessimista sui conti pubblici da qui al 2030, è quindi finalizzata ad indirizzare le scelte già di questo governo nell’affrontare il budget per il prossimo anno.
Insomma la “cura da cavallo” dovrebbe iniziare già quest’anno e guardare agli anni prossimi, per così dire blindando le scelte dei prossimi governi e, di fatto, dare un indirizzo ferreo al dibattito su questioni strategiche per la campagna elettorale, delegittimando qualsiasi altro orientamento che metta in discussione lo smantellamento di ciò che rimane dello Stato sociale, propugni una tassazione progressiva o auspichi uno sbocco politico diverso da una sostanziale riconversione bellica dell’apparato produttivo.
Stando ad un più limitato lasso di tempo, l’attuale governo Lecornu – che non gode di una maggioranza all’Assemblea nazionale – si riserva di adottare qualsiasi leva istituzionale per fare passare quella che sarà la prossima legge di bilancio, anche ricorrendo al famigerato articolo 49.3 che consente l’approvazione di una legge senza voto, ma con il rischio concreto di vedersi poi sfiduciati e costretti alle dimissioni.
L’attivazione del 49.3, infatti, rende più agevole la possibilità di richiedere una “mozione di sfiducia”.
L’intervento dei quattro economisti segue peraltro quello di Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sempre su Le Monde.
Blanchard definisce “fallimentare” il processo budgetario, che accrescerebbe così il rischio di una crisi del debito.
Auspica una “riforma in profondità” che dovrebbe essere al centro delle proposte dei candidati alle elezioni presidenziali.
In maniera complementare ai suoi colleghi, Blanchard, propone sei principi ispiratori:
- un budget pluriennale che “blindi” la politica economica dell’esecutivo, che si doti di uno strumento per valutare i rischi prefigurando gli scenari e le ricadute immediate e future delle manovre effettuate;
- e ne consenta eventuali rettifiche, ma non di nomina governativa;
- un organismo “indipendente” che ne valuti l’efficacia, un sorta di conseil budgétaire, autonomo dall’esecutivo;
- la stabilizzazione pluriennale del debito al fine di ridurlo. Si noti che la cifra di questo aggiustamento pluriennale (120 miliardi), è praticamente identica a quella indicata dagli altri economisti.
- una certa duttilità nell’applicazione dei principi in periodi straordinari, presupponendo scelte che in parte mettono in discussione alcuni orientamenti già decisi. Si vede qui che il costante ritorno del “Cigno Nero”, al di là delle previsioni effettuate, avrà lasciato qualche segno anche nell’approccio degli analisti economici liberisti;
- una rimodulazione del rapporto tra investimenti pubblici e debito, separando chiaramente gli investimenti dalle altre spese (una riedizione del “debito buono” contro quello “cattivo”, di Mario Draghi).
Afferma il professore parigino, peraltro e membro del Peterson Institute for International Economics di Washington, che “la Francia non solo deve ridurre il proprio deficit, ma anche investire massicciamente, dalla difesa alla lotta contro il cambiamento climatico”.
Per l’ex capo-economista del FMI (dal 2008 al 2015), non c’è bisogno di stravolgimenti costituzionali ma della revisione della legge organica relativa alle leggi finanziarie. Un’ipotesi che l’attuale esecutivo ha scartato per quest’anno, ma che è chiaramente al centro del dibattito sugli strumenti di gestione economica della spesa pubblica, che forse – aggiungiamo noi, con un pizzico di malizia – giace probabilmente come bozza in un cassetto di qualche esperto, o gruppo di esperti, propensi a “salvare il Paese dal tracollo economico”.
Insomma l’esecutivo dovrebbe limitate capacità di manovre ogni anno, rispetto a scelte di fondo che andranno pianificate e monitorate da organismi non di espressione governativa “tecnici”, insomma. Cioè obbedienti ad altre volontà, estranee a quella “popolare”.
Torneremo, con altri contributi, sull’attuale “offerta politica” riguardo alle presidenziali, specie per ciò che concerne la sinistra radicale.
Per ora il quadro dei possibili candidati/e è piuttosto affollato, ma sono solo due quelli che hanno annunciato la candidatura ed hanno la concreta possibilità di andare al ballottaggio. Si tratta dello storico leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che a 74 anni ha lanciato per la quarta volta la sua candidatura all’Eliseo, fin dal 3 maggio di quest’anno, e Marine Le Pen che – nonostante le sue note vicende giudiziarie (ormai affidate alla Cassazione) ha annunciato la sua candidatura il 7 di luglio.
Difficile, ma non impossibile, pensare che nel quadro convulso delle altre formazioni politiche e di generale delegittimazione delle due “storiche” polarità francesi – “socialisti” e gollisti – la sfida tra la sinistra radicale e l’estrema destra non sia l’unico campo di gioco delle elezioni presidenziali (e probabilmente poi politiche) sullo sfondo di un crisi organica nel cuore della UE.
Fonte
15/07/2026
Allarme rosso sull’economia statunitense
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché.
1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL
Il precedente: l’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi”). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemico.
2. Tasso di risparmio basso e debito privato alto
Il precedente: il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
Oggi (2026): la situazione è peggiore perché l’inflazione degli ultimi anni ha eroso i “cuscinetti” accumulati durante la pandemia. Il debito privato non è solo nei mutui, ma nelle carte di credito e nei prestiti auto, con tassi d’interesse molto più alti rispetto al 2008.
3. Debito in mani estere e riserve delle banche centrali
Se nel 2014 gli stranieri detenevano il 34% del debito, oggi quella quota è scesa drasticamente (stimata intorno al 20-22% o meno).
La quota di dollari nelle riserve globali è scesa sotto il 55% (era al 70% nel 2000). Non è mai stata così bassa dall’era post-bellica. La Cina e le nazioni BRICS+ hanno accelerato la diversificazione in oro e valute locali.
4. Volume delle transazioni e dollaro debole
Il precedente: la fine degli anni ’70 (Presidenza Carter), quando l’inflazione galoppante e l’incertezza energetica portarono il Dollar Index a minimi storici.
Oggi (2026): la sfida è qualitativa. Per la prima volta, esistono sistemi di pagamento alternativi (mBridge, circuiti non-SWIFT) che funzionano. Il volume di transazioni in dollari non cala solo per “sfiducia”, ma per l’esistenza di infrastrutture concorrenti.
5. Costo dei CDS (assicurazione contro l’insolvenza USA)
Il precedente: i picchi si sono avuti durante le crisi del “tetto del debito” (2011 e 2023).
Oggi (2026): con Warsh che annuncia la fine del sostegno della Fed ai titoli di stato (QT aggressivo), il mercato percepisce che il “paracadute” pubblico è più piccolo. I prezzi dei CDS riflettono il timore che la politica non riesca a trovare un accordo sui tagli alla spesa.
6. Banche cariche di debito pubblico e ruolo dei fondi (Asset Managers)
Il precedente: durante la Seconda Guerra Mondiale, le banche furono costrette a finanziare lo sforzo bellico.
Oggi (2026): e la cosiddetta “Repressione Finanziaria”. Poiché gli stranieri comprano meno Treasuries, lo Stato conta sui fondi pensione nazionali e sui grandi gestori (BlackRock, Vanguard). Questi attori sono diventati i veri “regolatori” del debito: se smettono di comprare, il sistema salta.
7. Produzione di nuovi dollari (M2) molto bassa
Il precedente: la Grande Depressione (1929-1933). Fu l’ultima volta che la massa monetaria si contrasse in modo significativo, portando alla deflazione.
Oggi (2026): la Fed di Warsh sta cercando di drenare liquidità per combattere l’inflazione residua. È un esperimento pericolosissimo: cercare di ridurre la moneta mentre il debito è ai massimi.
8. Peso dell’economia USA sul PIL mondiale
Il precedente: bisogna risalire all’inizio del XX secolo. Nel 1945, gli USA pesavano per il 50% del PIL mondiale. Negli anni ’60 per il 40%.
Oggi (2026): il peso degli USA è sceso intorno al 15% (a parità di potere d’acquisto, PPP), superato dalla Cina e insidiato dall’India. Gli USA rimangono la prima potenza finanziaria, ma non sono più la “fabbrica del mondo”.
9. Cosa rende questo momento unico?
In passato, questi problemi si presentavano uno alla volta.
Negli anni ’40 avevamo debito alto, ma produzione record e moneta forte.
Negli anni ’70 avevamo dollaro debole, ma debito pubblico basso.
Nel 2008 avevamo debito privato alto, ma la Fed poteva stampare all’infinito perché l’inflazione era zero.
Oggi (luglio 2026), per la prima volta nella storia americana, tutti questi indicatori sono in “zona rossa” simultaneamente.
La scommessa di Warsh e Lagarde è che la fine della forward guidance e un ritorno alla disciplina monetaria possano salvare la credibilità del sistema prima che il mercato dei titoli di stato perda definitivamente fiducia.
Ma i margini di manovra sono i più stretti degli ultimi 100 anni.
Fonte
09/07/2026
Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono
Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.
La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.
Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.
La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.
Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.
Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.
Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.
Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.
Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.
Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.
Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.
Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.
Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.
Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).
Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.
In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.
Fonte
06/06/2026
Con Il PNRR aumenta il vincolo esterno. Una “garrota” della Ue da cui liberarsi
Quando si parla, spesso a casaccio, dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di una cifra intorno ai 200 miliardi che l’Italia avrebbe ricevuto dell’Unione Europea per “far ripartire il paese” dopo lo shock della pandemia di Covid-19 tra il 2020 e il 2021.
I circa 200 miliardi (194,4 per l’esattezza) sono la somma del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti uguali. I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammontano a 194,4 miliardi di euro, di cui però 122,6 miliardi sono prestiti da restituire e 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Quindi il 63% è nuovo debito pubblico che dovrà essere restituito, e con gli interessi.
A certificare l’inettitudine della classe dirigente nel nostro paese, l’Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri della Ue per i quali la quota di prestiti (e quindi dei futuri debiti) supera quella delle sovvenzioni a fondo perduto. Al contrario, la Spagna ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto contro i nostri 72, scegliendo però di non accollarsi la componente a debito.
La prima rata dei prestiti ricevuti con il PNRR – circa 11 miliardi – dovrà cominciare ad essere restituita a partire dal maggio 2033 e così sarà fino al maggio 2052. Venti anni di “cambiali” da non mandare in protesto.
I fondi europei del Next Generation Eu, dunque, non sono stati un regalo ma un prestito da restituire, e in Italia lo saranno ancora di più per la stoltezza strategica della classe dirigente.
Di Draghi e Meloni in particolare (al povero Conte non hanno fatto neanche toccare palla), anche se il primo ha molte più responsabilità della seconda nella definizione dei progetti e delle forme del finanziamento che ha ulteriormente stretto la tagliola intorno alla gola del Paese con un nuovo e più pesante vincolo esterno.
L’Italia, inoltre, è da sempre un contributore netto per l’Unione Europea. In sostanza versa a Bruxelles più di quanto riceve.
Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo – senza contare il PNRR – l’Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i contributori netti dell’Unione Europea, più dell’Italia fanno solo Germania e Francia. Dunque versiamo più di quanto incassiamo.
L’unico anno in cui questa rapporto si è ribaltato è stato il 2021, in piena pandemia Covid-19, quando – per la prima volta nella storia – l’Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi nei confronti dell’Unione Europea.
Questo ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza il Next Generation EU, anche nel 2021 l’Italia avrebbe versato a Bruxelles più di quanto riceveva.
È dunque completamente sballata la narrazione retorica secondo cui “il nostro paese riceve più di chiunque altro”. Nella storia dei rapporti tra l’Italia e la Ue questo è avvenuto una sola volta e sulla base di un provvedimento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e composto nella sua maggioranza da un debito da restituire. Cioè un vincolo esterno ancora più forte.
Il PNRR infatti non è un “pasto gratis”: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles.
Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi. Ad oggi la Commissione europea ha versato circa 153 miliardi avendo verificato 366 obiettivi, poco più del 64%. Ogni rata arriva contro la prova di una riforma completata, di un decreto approvato, dei tempi di un cantiere raggiunti entro la scadenza prevista. Finanche del cantiere per quasi 1,5 milioni di euro per ristrutturare una scuoletta in una frazione del reatino in cui non da anni non ci sono più alunni perché è spopolata.
E qui sorgono due domande:
1) i soldi del PNRR che dovremo restituire sono stati spesi bene?
2) Questo vincolo esterno è veramente positivo o è uno strumento di controllo, strangolamento ed infine una pesante limitazione della democrazia di un paese?
L’esperienza raccontata da Yanis Varoufakis, che è stato ministro delle Finanze della Grecia massacrata dalla Troika europea nel 2015, afferma che i prestiti europei non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio di un paese a una governance esterna: quella di Bruxelles.
Nel caso di un paese come l’Italia che cresce poco (le stime sono dello 0,5 anche per il 2026) e ha un enorme debito pubblico, la cosa si rivela ancora più pesante.
Nel 2025 il PIL dell’Italia è aumentato dello 0,5%, meno del deludente 0,7% del 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente.
È sempre bene rammentare che, quando nel 1992 sono iniziate le misure “lacrime e sangue” per abbattere il debito pubblico, il debito era allora “solo” al 105% del PIL. Oggi dopo ventiquattro anni di tagli ai servizi, privatizzazioni, blocco dei salari, aumento di imposte e tasse, è salito al 137%. È evidente che si è trattato di una strategia fallimentare che però ha devastato e ridotto la domanda interna (salari, investimenti, consumi) come leva per lo sviluppo economico.
Non solo. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese e le famiglie proprio mentre la domanda interna continuava ad indebolirsi. Ci sono poi le regole che impediscono gli aiuti di Stato che hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori industriali in difficoltà, ed infine i vincoli di bilancio (rafforzati nel 2012 con la modifica dell’art.81 della Costituzione, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, ndr) che hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici.
Lo Stato, nella dottrina competitiva interna prevista dai Trattati europei, viene ritenuto un “distorsore” del mercato e dell’iniziativa privata da tenere alla larga dall’economia, mentre si tratta del principale motore della stessa. Una politica industriale degna di questo nome richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono invece a comprimere o a negare. Unica eccezione in questo schema suicida è la recente deroga sulle spese militari.
L’Unione europea imbriglia il nostro paese dentro una gabbia di vincoli che era sbagliata quando è stata pensata e del tutto inadeguata per un mondo che ormai non esiste più.
Persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz ha scritto un intero saggio per sostenere che l’euro, così com’è stato concepito – moneta unica ma senza unione fiscale e politica – abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell’eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento economico senza fornirne di alternativi.
Infine, a complicare le cose, oltre quelle già complicate dalla sottomissione ai vincoli imposti dall’Unione europea, sono arrivati i “cigni neri” ossia gli eventi imprevisti.
Il primo era stata la pandemia di Covid-19 nel 2020/2021 alla quale, come abbiamo visto, è stato risposto iniettando finanziamenti ai paesi europei.
I secondi sono state i doppi shock energetici dovuti alla guerra in Ucraina nel 2022 e poi a quella contro l’Iran nel 2026.
Nel rapporto sulla competitività dell’Unione presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha affermato che i prezzi dell’elettricità per l’industria europea sono oggi superiori da due a tre volte rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell’elettricità nell’UE sono stati fino all’80% più alti di quelli statunitensi. Inevitabile che la produzione industriale nell’Unione Europea si sia contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.
L’Italia usufruiva per quasi il 40% del gas che arrivava dalla Russia, si trattava di circa 29 miliardi di metri cubi l’anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l’eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E il gas russo era anche il più conveniente arrivando attraverso i gasdotti, con contratti di lungo periodo.
A causa della sanzioni adottate contro la Russia, nel 2024 il gas russo in ingresso era crollato dell’80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi. E dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, anche quella residua fornitura è stata interrotta.
Il gas russo perduto è stato rimpiazzato con GNL – gas liquefatto in larga parte statunitense – e con forniture dall’Algeria e dall’Azerbaijan più costose del metano russo. Conseguenze? Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.
Per riempire il vuoto dovuto allo stop del gas russo a causa delle sanzioni, l’Italia si è dissanguata per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica sbagliata.
Soldi pubblici evaporati per pagare la bolletta di una guerra in cui non volevamo e non dovevamo essere coinvolti. Ma nella quale l’Unione europea intende trascinarci, stringendo ancora più una garrota alla gola del paese che oltre all’austerity può portarci anche alla guerra.
Fonte
26/05/2026
Il debito estero USA segue la frammentazione del mercato mondiale
Da più parti si è spesso sentito che la Cina ha in mano le chiavi della Casa Bianca, perché ha a lungo detenuto una quota sostanziale del debito estero stelle-e-strisce. Ma Pechino punta a uno scenario internazionale stabile che garantisca la crescita, e per questo non è mai stata interessata (né poteva farlo senza scatenare una crisi che avrebbe colpito anche il Dragone) a far crollare gli USA, svendendo in massa i titoli statunitensi.
Allo stesso tempo, però, la crescente aggressività finanziaria, commerciale, e in ultima istanza militare di Washington ha spinto a ridurre velocemente i Treasuries in mano ad attori cinesi, per un motivo molto “economico”: l’interdipendenza finanziaria espone molto più facilmente al regime sanzionatorio sempre più ampio messo in campo da Washington, compreso il rischio di congelamento degli asset.
Sempre più scambi commerciali avvengono in divise diverse dal “biglietto verde”, e la sua quota tra le valute di riserva internazionale si è ridotta. Ma la strategia del Dragone non è mai stata quella di una guerra monetaria, quanto piuttosto quella della creazione delle condizioni per la crescita del paese e, con esso, della crescita di sistemi alternativi al dollaro.
Non a caso, è proprio in questa fase che Pechino ha lanciato esplicitamente l’idea (e con essa le necessarie misure politiche) che il renminbi si trasformi in una valuta di riserva globale. Di sicuro c’è il timore della crescente aggressività USA e di sicuro il sistema economico e finanziario cinese ha raggiunto ora una maturità tale da potersi permettere questo salto in avanti.
Ma il nodo fondamentale, per dirla con Fidel Casto, è il “senso del momento storico”: la consapevolezza che il mantenimento della supremazia del dollaro non può essere ottenuta se non con politiche sempre più aggressive, con il risultato contrario che, sul lungo periodo, ciò fa crescere la preoccupazione dei partner della Casa Bianca in virtù della loro esposizione. È la situazione concreta che crea le condizioni per proporre una valuta di riserva alternativa, e le condizioni sono quelle della frammentazione del mercato mondiale.
In questa prospettiva è interessante vedere come, nei fatti, sia stato proprio l’Occidente collettivo a sostituirsi negli acquisti di Treasuries abbandonati dalla Cina. Rimane il fatto che, negli ultimi 15 anni, la quota di debito pubblico estero sul totale federale è stata fortemente ridotta, anche come politica esplicita di Washington per rafforzare la propria posizione.
E tuttavia la crescita smisurata del debito pubblico ha reso le cifre effettive investite da operatori esteri di dimensioni mai viste prime, rendendoli nei fatti un elemento centrale di mantenimento dell’egemonia statunitense e, nello specifico, del ruolo centrale del dollaro nel sistema finanziario globale. Arrivati a questo punto, vedere un po’ di dati è utile.
Se nel 2015 Pechino possedeva titoli del debito statunitense per un valore di 1.238 miliardi di dollari, oggi ha quasi dimezzato la sua quota, attestatasi a dicembre 2025 sui 683,5 miliardi... e continua a scendere. A guidare la classifica – come già in passato – è in realtà il Giappone, con 1.185,5 miliardi investiti nel debito USA.
La crescita più sorprendente tra le quote dei detentori dei Treasuries è quella del Regno Unito: se nel 2016, anno della Brexit, deteneva il 3,6% dei titoli USA, a dicembre 2025 è arriva al 9,3%, quasi triplicando la percentuale, mentre il debito pubblico estero è aumentato di oltre 1.500 miliardi tra il 2021 e il 2025, con un ammontare reale dei prestiti da record. Il che significa che l’investimento è stato enorme.
Solo a questo punto arriva la Cina, e dopo di essa vari altri attori che, si può vedere dal grafico, non hanno fatto che aumentare la propria quota di debito stelle-e-strisce. I titoli finiti in Belgio, Canada, Lussemburgo, Francia sono aumentati nettamente, e in generale, si legge nell’articolo del Corriere citato all’inizio, a febbraio l’Eurozona ha toccato il suo massimo storico di 2.000 miliardi di dollari.
Bisogna dire che i sistemi finanziari di Lussemburgo e Belgio, in particolare, ma anche di altri paesi come la Francia, fungono da hub finanziario internazionale, e perciò sarebbe utile andare a vedere la nazionalità di chi detiene i titoli. Ma il ruolo “stabilizzante” che hanno avuto i paesi dell’Occidente collettivo rispetto alla tenuta del debito e del dollaro statunitense è evidente.
Il Bipartisan Policy Center, think tank con sede nella capitale USA, viene citato nell’articolo del Corriere perché, effettivamente, mette nero su bianco i nodi del dominio del “biglietto verde”. In sostanza, il messaggio che arriva dal gruppo è che una forte domanda di titoli del Tesoro è di fondamentale importanza per la salute fiscale del paese, perché i prestiti esteri contribuiscono a finanziare il deficit commerciale, mantenendo bassi i rendimenti dei titoli e consolidano la posizione del dollaro come principale riserva globale.
Al contrario, se la domanda internazionale non dovesse tenere il passo con l’offerta di debito, ciò minaccerebbe seriamente la capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership finanziaria. I primi segnali di questa pressione sul mercato iniziano a farsi sentire, e sono un elemento centrale nelle scelte politiche della Casa Bianca, come evidenziato da Vladimiro Giacché nel suo recente intervento al Forum della Rete dei Comunisti sul possibile passaggio a un “imperialismo predatorio” (dal minuto 47).
Il 19 maggio i rendimenti sui Treasuries a 30 anni sono saliti al 5,18%, toccando il livello più alto registrato dal 2007. Questo balzo improvviso è strettamente legato ai timori diffusi sulla corsa dell’inflazione, che hanno innescato forti ondate di vendite dei titoli. Anche il rendimento del titolo decennale – principale benchmark per il costo del debito statunitense – è salito al 4,67%. Rendimenti più alti significano inevitabilmente un costo del servizio sul debito più alto, in un circolo vizioso mortale.
Le mosse di Donald Trump, che continua a chiedere un forte afflusso di investimenti verso gli States, sono sicuramente pensate anche in funzione di garantire il sistema finanziario stelle-e-strisce. E bisogna dire che, fino a ora, i vassalli hanno effettivamente garantito il dollaro e il debito USA, anche perché non c’era nessuna alternativa possibile. Bisognerà vedere fino a quando Washington potrà tirare la corda senza spezzarla.
La frammentazione del mercato mondiale riguarda, dunque, anche il mercato dei titoli del debito pubblico che per lungo tempo sono stati considerati un bene rifugio. Ma la tendenza rimane quella all’aumento e all’esplosione delle contraddizioni. Quali saranno le mosse di Kevin Warsh, appena arrivato alla Federal Reserve, non è un tema secondario, che andrà tenuto d’occhio.
Fonte
13/05/2026
Donald Trump andrà in Cina portandosi dietro una montagna di problemi (e di debiti)
Il 14 e il 15 maggio Donald Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina da dieci anni: e l’ultima volta era stato lo stesso Trump.
In previsione di questa visita il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha chiesto alla Cina, dopo aver criticato il suo appoggio a uno “Stato terrorista” come l’Iran, di aiutare gli Stati Uniti nella risoluzione della crisi. Al di là della retorica, è molto probabile che una simile richiesta sia un atto non banale che rivela le profonde difficoltà della presidenza Trump alle prese, in primo luogo, con un debito esplosivo.
La gigantesca montagna di circa 40mila miliardi di dollari è infatti ormai in larghissima parte posseduta da americani. Il 20% fa capo ai fondi pensione dei cittadini statunitensi, il 18% alla Fed che lo sta vendendo, il 25% ai grandi gestori Usa, il 5% alle banche e il 10% ai ricchissimi cittadini statunitensi.
Il capitale estero detiene meno del 25%, il minimo storico: i rendimenti alti, dunque, servono a pagare i cittadini statunitensi, che vedono però deprezzarsi il valore dei loro titoli. È evidente che si tratta di una situazione difficilmente sostenibile: gli interessi costano troppo e il debito si svaluta rischiando di trascinare a fondo l’economia Usa. In questo quadro la guerra è troppo onerosa, Trump ha bisogno di chiuderla ma anche di ritrovare la fiducia dei compratori internazionali del debito federale per ridurre i tassi e alleggerire l’esposizione, enorme, degli statunitensi.
Ma il presidente ha un secondo problema: la corsa delle Borse Usa è garantita dai grandi fondi – quelli che hanno in portafoglio il 25% del debito federale – che forniscono liquidità ai listini statunitensi, dove dirottano i risparmi mondiali per far sovrappesare le azioni delle grandi società tecnologiche nei loro Etf, con cui, in un circolo vizioso, raccolgono quegli stessi risparmi.
L’impressione evidente è che siamo di fronte a un complicato e pericoloso gioco di moltiplicazione dei pani e dei pesci che gli Stati Uniti non possono reggere senza una almeno parziale legittimazione cinese, destinata a riparare i canali mondiali di acquisto del debito Usa e di mantenimento in vita del dollaro, grazie al quale tornare a finanziare lo stesso debito: una legittimazione che i cinesi non sembrano ormai più disposti a dare, oppure a concederla a carissimo prezzo.
La condizione degli Stati Uniti è, peraltro, aggravata dal quadro energetico globale rispetto al quale non sono affatto tranquilli. In questo momento molti dei gasdotti e degli oleodotti utilizzati negli ultimi decenni in Europa sono chiusi: l’approvvigionamento via terra passa dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria, che sono naturalmente oggetto di contesa fra i vari Paesi europei.
A questa insufficienza si sta provando a far fronte con il trasporto marittimo che è però difficilissimo per tre ragioni. La prima è la scarsità assoluta di navi da trasporto, la seconda è la difficoltà estrema di trovare chi assicura quelle navi e la terza, più importante, è costituita dalle pochissime rotte aperte. In pratica l’unica veramente sicura è quella atlantica che, naturalmente rende l’Europa ancora più dipendente dagli Stati Uniti ma che sconta, peraltro, le difficoltà di trasporto interno all’Europa stessa. Hormuz è chiuso, Yemen-Gibuti ridottissimo, Suez ridotto, Panama in difficoltà e Malacca intasatissimo.
Ciò significa un’enorme difficoltà nel trasporto anche del gas “naturale” liquefatto (Gnl) statunitense e nell’approvvigionamento del mercato delle benzine, centrale per gli Stati Uniti, dovuto all’insufficiente capacità di raffinazione degli stessi USA a cui, con il blocco dei trasporti, viene messa in crisi la decisiva possibilità di importazione.
Fonte
08/04/2026
Contro il disastro annunciato servono soluzioni radicali
Cronache dal disastro
In questo momento lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso mentre per Suez i volumi di transito sono ridotti del 70%. Diventa dunque fondamentale per l’economia globale, a cominciare da quella cinese, il transito attraverso lo Stretto di Malacca, da dove ormai passano quasi tutti i beni provenienti e indirizzati verso l’Asia.
La sua chiusura comporterebbe la paralisi della Cina in pochi giorni. Ora tale Stretto è aperto ma per effetto della chiusura degli altri transiti è fortemente congestionato con ritardi di settimane nella consegna delle merci e con prezzi in ascesa.
Bisogna aggiungere che la navigazione attraverso Malacca è molto complicata per il basso fondale e l’attuale incremento dei passaggi determina maggiori rischi in tale senso, accentuati dalle attività di pirateria. Se una nave si incagliasse, con Hormuz chiuso e Suez a scartamento ridotto, la recessione sarebbe immediata.
Per la prima volta, da anni, siamo di fronte ad una crisi che non è solo il prodotto della speculazione finanziaria ma è dettata dalla follia imperiale di Stati Uniti e Israele; peraltro Trump ipotizza di mandare truppe di terra in Iran, decidendo così di affondare il suo paese che non può sopportare un debito destinato a pagare il 5% di interesse sui Tresaury decennali per fronteggiare ogni giorno una spesa di 4,5 miliardi di dollari per la guerra.
Naturalmente quei tassi di interesse obbligheranno debiti deboli come quello italiano a pagare altrettanto e avere quindi un macigno sui propri conti pubblici. Aggiungerei una nota finale. Con Hormuz chiuso e con Malacca congestionata, la Cina dovrà approvvigionarsi sempre più, via tubo, dalla Russia che avrà vantaggi enormi dalla guerra degli Usa. Viva il capitalismo liberale!
Uno Stato votato alla guerra
Il bilancio dello Stato di Israele è decisamente limitato, in totale 215 miliardi di dollari, paragonabile, per dimensione, a quello dell’Austria.
Ha però una peculiarità evidente costituita dal fatto che le spese militari rappresentano la seconda voce di uscita, dopo l’enorme spesa per interessi, e ben prima della spesa sanitaria che è pari a circa la metà di quella militare.
Dunque si tratta di un paese votato alla guerra, che, in questo momento, sta spendendo circa 750 milioni di dollari al giorno per finanziare l’attacco all’Iran.
Ma il dato più impressionante è proprio l’insostenibilità di questa spesa, che, appunto, genera un enorme costo in tema di interessi sul debito. Il deficit di bilancio oscilla fra il 6 e l’8% ma la gran parte della spesa militare è coperta dagli aiuti ordinari e straordinari americani, che sono vicini ai 30 miliardi di dollari l’anno, e dall’emissione dei war bonds, comprati dalle grandi istituzioni finanziarie americane, con interessi però sempre più alti perché è evidente il rischio reale di insolvenza da parte di Israele che, peraltro, ha problemi anche sul versante energetico, dovendo importare il 70% del petrolio che utilizza e dipendendo molto da Azerbaigian e Kazakistan.
Mi sembra chiaro, dunque, che abbiamo di fronte due realtà, Stati Uniti e Israele, impegnate in conflitti che stanno facendo esplodere il loro debito e che reggono ancora perché i grandi fondi finanziari continuano a comprare i loro titoli. Forse non è un caso che Larry Fink, il ceo di BlackRock, nella sua lettera ai “suoi risparmiatori” li invita a non preoccuparsi della casa ma di accettare un sempre maggior impegno verso il mercato finanziario, perché altrimenti l’esposizione di BlackRock verso debiti fallimentari non potrà essere compensata dalla bolla finanziaria.
P.s. nella catena di approvvigionamento dei carburanti per i jet israeliani, un ruolo importante lo hanno la raffineria Saras di Sarroch in Sardegna e quella Eni di Taranto.
Le truffe della finanza USA
Secondo molto istituti di ricerca, l’attuale guerra genera un rischio di recessione negli Stati Uniti, nell’arco dei prossimi mesi, del 55-60%.
Inoltre i Credit Default Swap, le assicurazioni contro il rischio di un insolvenza del debito degli Stati Uniti sono diventati particolarmente costi, passando dallo 0,15 al 2,1% e superando il costo delle assicurazione del debito di molte economia europee e asiatiche. Nonostante tutto questo, le Agenzie di rating, a cui è assegnato il compito di “valutare” i debiti e, di conseguenza, le condizioni finanziarie di un paese, non declassano il titolo Usa. Perché lo fanno?
La risposta è semplice. Se i titoli di Stato americani venissero declassati pesantemente, tutti gli altri rating del mondo dovrebbero essere rivisti al ribasso. Il debito USA è il “metro” con cui si misura tutto il resto.
Le agenzie di rating sanno che un declassamento aggressivo innescherebbe una vendita massiccia di asset da parte di fondi pensione e banche centrali, causando una depressione economica mondiale che renderebbe il rating stesso irrilevante.
Soprattutto metterebbe in crisi i grandi gestori del risparmio globale, BlackRock in primis, che sono i principali possessori del debito Usa e non potrebbero più metterlo nei fondi dei lavoratori e delle lavoratici globali.
In sintesi, la agenzie di rating hanno costruito i loro parametri sul debito Usa e cosi lo hanno reso collocabile in giro per il mondo. Ora che il debito Usa è diventato pericolosissimo, le Agenzie di rating fanno di tutto per nasconderlo. Naturalmente i principali azionisti delle agenzie sono BlackRock, Vanguard e State Street. Il capitalismo finanziario è un sistema di carte truccate per truffare il Mondo.
La recessione sta arrivando
Lo dicono moltissimi indicatori e potrebbe configurarsi come una crisi davvero globale tale da generare una guerra altrettanto globale e devastante. Da questa prospettiva non si può certo uscire con una “riforma” del neoliberalismo, che è il responsabile principale di tale crisi, costruita su una ulteriore privatizzazione e finanziarizzazione, volta a smontare i sistemi di welfare e sostituirli con l’impero dei fondi privati.
La crisi infatti è così grande che sta divorando i risparmi collettivi che sono la benzina di un simile sistema. Ma da questa crisi non si esce neppure con le politiche keynesiane.
È evidente che, con questa montagna di debito pubblico, finanziare la spesa pubblica impone interessi non sostenibili e così grandi da diventare, in moltissimi casi, la prima voce del bilancio degli Stati, obbligati di fatto ad eliminare il welfare.
Dunque, neoliberalismo e keynesismo – certamente non da mettere sullo stesso piano – non sono in grado di portarci fuori dall’immiserimento del Pianeta.
Non si può non essere radicali nelle soluzioni
Per effetto della guerra in Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele, al bilancio dello Stato italiano mancano circa 20 miliardi rispetto alle previsioni della Legge di Bilancio.
In sostanza si tratta di farne un’altra per evitare che neppure le spese essenziali, come sanità e istruzione, vengano garantite. Il punto centrale, allora, è chi pagherà questa copertura, avendo chiaro che ricorrere a nuovo debito, alle condizioni attuali, rischia di essere proibitivo; i rendimenti dei titoli italiani a 10 anni si sono impennati al 4% con un aumento della spesa per interessi di quasi 3 miliardi di euro.
Io penso che se vogliamo evitare un ulteriore impoverimento del Paese e un ulteriore arricchimento dei super ricchi dovremmo pensare ad alcune soluzioni radicali.
In generale dovremmo abbandonare la logica perversa dell’austerità e portare il deficit al 4,5/5% senza preoccuparsi di rientrare negli stupidi parametri europei che, peraltro, oggi servono solo a potersi indebitare, a costi appunto alti, per il riarmo.
Sul versante delle entrate occorre un aumento dell’Ires sulle società energetiche e sulle banche, che stanno facendo formidabili profitti distribuiti a pochissimi grandi azionisti, al 70% non italiani. Serve anche una patrimoniale straordinaria per i patrimoni netti sopra i 4 milioni di euro, una revisione dell’imposta di deposito che dovrebbe salire allo 0,6% per gli impieghi finanziari superiori ai 250 mila euro e un aumento della aliquota sulle plusvalenze al 28%. Sul versante delle uscite, bisogna ridurre la spesa militare, in particolare i circa 10 miliardi destinati all’acquisto di sistemi d’arma.
È bene ricordare che l’incremento della spesa militare rispetto al 2025 è stato pari al 12%, a fronte di voci, a cominciare dalla sanità, che sono cresciute quasi per niente. Bisogna poi accelerare la chiusura delle società pubbliche inattive che sono circa 8.000, senza dipendenti e utilizzate solo per pagare consigli di amministrazioni e collegi sindacali nominati dalla politica.
Contestualmente occorre avviare un processo di rinazionalizzazione e ripubblicizzazione di monopoli naturali come quello dell’energia e quello idrico che, nei prossimi anni, saranno risorse fondamentali per evitare l’impoverimento collettivo.
Mi fermo qui, se la guerra crea povertà bisogna combattere radicalmente la guerra stessa e combattere radicalmente l’impoverimento.
Fonte

