Se l’unico strumento che hai a disposizione è un martello, tutto comincerà a sembrarti un chiodo.
La politica Usa è ridotta sostanzialmente a questo. Il martello può prendere la forma dei dazi o dei bombardamenti, del sequestro di un presidente eletto o della manipolazione palese dei processi elettorali in diversi paesi, ma la logica è una sola: l’unico accordo buono è quello che certifica la volontà degli Stati Uniti, ossia del cerchio magico trumpiano. Se no, guerra. Cancellata ogni pretesa di giustificare “legalmente”, e tanto meno “moralmente”, la propria famelica pretesa di comando.
Sull’Iran si è scatenata la seconda ondata di attacchi aerei e missilistici, che hanno preso di mira una novantina di postazioni. Stavolta gli obbiettivi non erano soltanto quelli militari intorno allo Stretto di Hormuz, giustificati con la volontà di interrompere attacchi di incerta paternità alle navi di passaggio, ma anche la ferrovia tra Teheran e Mashhad, nel nord est del paese.
La linea in questi giorni è la via principale per il traffico di fedeli che seguono il percorso della salma di Alì Khamenei (ieri a Kerbala, in Iraq), che dovrà essere portata proprio a Mashhad, sua città natale.
Ma quel tratto ferroviario è anche una sezione della nuovissima via di collegamento con la Cina, attraverso Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. E quindi sembra chiaro l’intento Usa di rendere meno efficiente il traffico merci con il Dragone.
Le agenzie locali riportano comunque che le squadre di riparazione sono già al lavoro, come peraltro avvenuto per altri ponti interrotti durante la guerra di marzo-aprile, grazie alla predisposizione di depositi contenenti i “ricambi” indispensabili (piloni, rotaie, tratti di viadotto, ecc.) lungo i percorsi.
Come avvenuto la notte scorsa, la reazione iraniana ha preso di mira le basi Usa, in particolare Camp Arifjan, la base Ali Al-Salem in Kuwait e le basi di Juffair e Sheikh Isa in Bahrain. Come sempre, le fonti Usa dichiarano che “tutti i droni e i missili sono stati abbattuti” (mai dire all’elettore statunitense che si sono subiti danni...), mentre le agenzie locali riferiscono di numerose esplosioni ed incendi, compresa la base della Quinta Flotta in Bahrein.
Le sirene sono state azionate anche nella base Usa di Muwaffaq al-Salti, nella regione di Azraq nella Giordania orientale.
Manca ancora una ragione chiara per questa svolta che sembra chiudere ogni possibilità ulteriore di trattativa, anche se contemporaneamente i paesi mediatori – Qatar e Pakistan – continuano a fare la spola da entrambe le parti.
Il cuore del contendere si è progressivamente spostato dal “programma nucleare” iraniano alla “riapertura dello Stretto di Hormuz”. E già qui l’irrazionalità è palese, visto che lo Stretto era liberamente attraversabile da chiunque prima del 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-statunitense.
Fare una seconda tranche di guerra per riportare la situazione al punto di partenza è già un’ammissione di fallimento strategico.
Innumerevoli analisti, di diversi paesi e anche di opposta visione geostrategica, concordano sul fatto che il Memorandum of understanding firmato in Svizzera sia una sostanziale vittoria di Teheran. E a quanto pare qualcuno è riuscito a farlo capire anche a Trump. Che ha reagito nell’unico modo rimasto all’America più stupida della storia: usando il martello.
Le conseguenze immediate sono quelle ben note: impennata dei prezzi di petrolio e gas, crollo generalizzato delle borse (ma quella di Shangai sale...), riduzione drastica delle stime di crescita economica un po’ in tutto il mondo (Stati Uniti compresi), nuova risalita delle pressioni inflazionistiche.
Quest’ultima conseguenza minaccia direttamente proprio gli Usa, alle prese con un debito pubblico monstre che riescono a rinnovare solo grazie a tassi d'interesse molto alti (4,6% sul Treasury decennale).
Un’inflazione più alta potrebbe insomma indurre la Federal Reserve ad alzare i tassi, invece di diminuirli, comprimendo così ancora di più le prospettive di crescita e aumentando ancora il costo del “servizio del debito” per gli Usa.
In una situazione economica di fatto mondializzata e multipolare, in altri termini, la pretesa statunitense di risolvere i contenziosi a colpi di “martello unilaterale” comporta sempre la certezza che qualcuna delle martellate si scarichi sul proprio stesso corpo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/07/2026
Bombardo, dunque sono... l’America in versione mono
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