Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/09/2026
Quant’è materiale questa “intelligenza”...
Gli stessi amministratori delegati delle aziende statunitensi del settore – OpenAi, Anthopic, xAI-Grok di Elon Musk, Copilot di Microsoft, Perplexity, Meta Ai di Meta, Gemini di Google – hanno parlato pubblicamente delle necessità di “rallentare” lo sviluppo dei loro “modelli di frontiera”, quelli con maggiore potenza di calcolo e quindi anche maggiori margini di “autonomia” (in realtà capaci di azioni non programmate dagli ingegneri).
Il problema posto in maggiore evidenza è perciò quello della “sicurezza”. In pratica, dopo aver reso noto l’“incidente zero” – centinaia di “agenti IA” di OpenAi che hanno attaccato il sistema di una società del settore, Hugging Face, fuggendo da un “ambiente sperimentale” che si pensava “chiuso” – pian piano stanno venendo rivelati migliaia di incidenti, simili o minori.
Si parla di “incidenti” avvenuti sia nei test interni sia come “fughe” nel mondo reale. E se i primi possono essere confinati tra le inevitabili difficoltà di qualsiasi tecnologia in fase sperimentale, i secondi pongono effettivamente il problema dei danni che possono essere provocati alla normale vita economica, politica e militare occidentale, anche senza incolpare la “guerra ibrida russa”.
I casi più frequenti includono infatti la violazione delle protezioni, la creazione di bacheche di messaggi, la fuga da sandbox (“ambienti chiusi”), il dirottamento di siti web, l’auto-suggerimento o il tentativo di aggirare i sistemi di monitoraggio. Per scopi mai decisi da nessun essere umano.
I risultati delle prime “indagini” sembrano confermare le difficoltà delle aziende nello stabilire un controllo completo sulle proprie tecnologie. Da qui nasce la richiesta al “pubblico” – lo Stato, in questo caso l’amministrazione Trump – di “fissare regole” nell’intervallo di tempo impiegato dalle aziende per cercare di riprendere il controllo sulle proprie creature.
Un “rallentamento dello sviluppo” comunque problematico, anche a detta di questi boss, perché “altri modelli di avversari stanno progredendo rapidamente”.
Il contesto è chiaramente quello della competizione tra due superpotenze, che in questo settore hanno adottato due modelli di sviluppo completamente diversi.
Gli Stati Uniti, fedeli al neoliberismo più ortodosso, hanno “lasciato fare” alle aziende private, orientate ovviamente al raggiungimento del massimo profitto il più rapidamente possibile, che quindi hanno puntato sulla “potenza di calcolo” garantita da chip dedicati sempre più performanti – costruiti da Nvidia – che nel frattempo venivano vietati all’esportazione verso la Cina (tramite decisione politica della Casa Bianca).
I cinesi, invece, costretti a fare di necessità virtù con chip meno performanti, hanno lavorato sugli scopi dell’IA e sul “dimagrimento” degli algoritmi, cavandone fuori modelli egualmente performanti, adattabili alle necessità di utilizzo finale (tramite architetture open source), fin qui abbastanza “controllati” e soprattutto molto più economici.
Invece di “tenere indietro” il concorrente, insomma, gli USA ne hanno creato uno ancora più temibile, secondo la logica capitalistica. Quello che ti batte sul prezzo...
L’industria dell’IA è infatti molto “materiale”, nonostante i suoi prodotti siano quasi esclusivamente “informativi” (dati, software, messaggi, contenuti ecc.). Richiede data center delle dimensioni degli stabilimenti industriali old economy, che consumano energia elettrica in quantità colossali; richiedono sistemi di raffreddamento, smaltimento del calore, ecc..
Necessità che stravolgono i territori e provocano rincari dei prezzi dell’energia che si scaricano sulle popolazioni circostanti, specie negli Stati Uniti, dove gli incentivi per installarli si scaricano su tutti i consumatori (gli “oneri di sistema”) oppure i prezzi sono “territorializzati” e variano con i livelli di consumo medio. Un data center in una bucolica comunità agricola magari inquina poco, ma consuma acqua ed elettricità come una fonderia. E la bolletta di tutti sale...
Questo ha inevitabilmente ridotto di molto la “popolarità” dell’IA, che da un lato fa volare i prezzi di acqua ed energia e dall’altra porta via il lavoro o minaccia di farlo a breve.
Ma anche se la diffidenza popolare fosse minore, resta il fatto economicamente brutale: per finanziare l’installazione di tutta la potenza di calcolo necessaria a sviluppare i “modelli di frontiera” occorrono centinaia o migliaia di miliardi. Ma le “vendite” fin qui sono una frazione irrisoria dei costi da mettere in bilancio. E i profitti reali sono ridicoli rispetto a quelli attesi e già “prezzati” sul mercato (tutta la crescita di Wall Street negli ultimi anni è stata concentrata sui titoli del settore, a cominciare da Nvidia).
Se c’è un competitore che può vendere a prezzi stracciati, non c’è partita. Fallirai. E con te chi ti ha prestato i soldi...
Abbiamo raccolto, negli ultimi mesi, diverse analisi sulla “bolla finanziaria dell’AI” che prima o poi sembra destinata a scoppiare. Ciò ovviamente preoccupa i chief executive officer di settore forse più degli “incidenti” di percorso.
Hanno di fronte un presidente e un’amministrazione che si intendono poco di tecnologia e considerano l’IA quasi come una nuova “arma fine di mondo”, essenziale per mantenere un vantaggio sui concorrenti (la Cina). Chiamare “superintelligenza” questa roba dà il segno chiaro dell’equivoco.
I ceo di Anthropic, OpenAI, ecc., si trovano perciò a dover giocare la carta del “manteniamo il vantaggio competitivo”, nel mentre devono cercare di riprendere il controllo di quel che hanno tra le mani e, al tempo stesso, convincere gli investitori che i profitti arriveranno copiosi come nelle promesse.
Equilibrismo difficile... Nemmeno l’IA li può consigliare. Ma magari qualche decina di miliardi pubblici potrebbe far loro tirare un sospiro di sollievo.
Temporaneo, sia chiaro, quasi artificiale...
Fonte
27/09/2026
L’illusione dell’eterno primato bellico USA pesa sul voto di novembre
Per l'ex comandante NATO, l'eccessiva dispersione strategica e i limiti produttivi possono minare il consenso interno di Trump.
Dalla crisi del modello dei petrodollari nel Golfo all’inversione tattica tra droni e missili, fino alla crescente capacità industriale cinese, Mini analizza le contraddizioni di un apparato che scambia propaganda contingente con sicurezza nazionale. Nel nuovo appuntamento della serie di Krisis «Gli USA verso il voto», il punto sullo stato reale delle forze armate americane alla vigilia del midterm.
Gli Stati Uniti restano la prima potenza militare del mondo, ma la loro capacità di sostenere nel tempo le proprie ambizioni globali si sta incrinando. È questa, secondo il generale Fabio Mini, la vera vulnerabilità di Washington. Non la mancanza di arsenali o di missili strategici, ma la crescente distanza tra ciò che gli Stati Uniti pretendono di gestire e ciò che il loro sistema logistico e industriale è ancora in grado di sostenere. Una contraddizione che rischia di riflettersi anche sul fronte interno, proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026.
Già comandante delle forze NATO in Kosovo, saggista e analista di strategia militare, Mini è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. In quest’intervista esamina lo stato delle forze armate statunitensi, le scelte del Pentagono e la dispersione delle risorse fra i diversi teatri di crisi. Dall’Iran al Golfo, dall’Ucraina alla Cina, il generale mette in discussione la sostenibilità della proiezione di potenza americana. E avverte: la perdita di credibilità all’estero rischia di presentare il conto anche sul consenso interno.
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Generale Mini, la nostra serie analizza le trasformazioni interne e globali in vista delle elezioni di midterm. Guardando al quadro geopolitico attuale, gli USA rimangono la prima potenza militare?
«Gli Stati Uniti sono ancora una potenza militare formidabile, che prevale su tutte le altre: non ci sono dubbi su questo. È anche vero che manca poco tempo al momento in cui la Cina si deciderà a riversare appieno il proprio potenziale sulla parte militare. Però, proprio nella prospettiva delle elezioni di medio termine, ho l’impressione che il popolo americano non sappia tutto quello che riguarda le crisi in giro per il mondo. Come sempre succede nelle elezioni, gli americani pensano al fronte interno molto più che a quello internazionale. Anzi, penso che più i vertici politici fanno i buffoni in giro per il mondo, maggiore è l’interesse e l’orgoglio nazionale che riescono a suscitare. Gli americani si sono abituati dalla Seconda Guerra Mondiale in poi a credersi l’unica potenza in grado di gestire il mondo: non di salvarlo, di gestirlo, sia nel bene sia nel male e anche nel peggio. Ebbene, proprio in previsione di queste elezioni di medio termine, questo non è più vero. È una realtà che appare chiara al resto del mondo, ma dovrebbe apparire evidente anche agli americani, così come appare a quelli intelligenti, ai professori e agli analisti molto informati ed equilibrati che sento e frequento. Costoro percepiscono come l’America si stia presentando dal punto di vista militare più debole di quanto non fosse prima. Non tanto perché manchino gli arsenali o i missili strategici: da quel punto di vista non manca niente. La questione vera è un’altra: anzitutto, questo potenziale cosa sta risolvendo e cosa sta ottenendo sul campo? In secondo luogo: per quanto tempo ancora, a questo ritmo di produzione e di consumo degli strumenti di guerra, Washington può andare avanti? Per cui penso che le elezioni di metà mandato, se poco poco potessero influire sull’ambito internazionale, influirebbero in maniera molto robusta, forte e negativa sulla percezione che gli americani hanno del proprio Paese».
Una potenza militare dipende dalla sostenibilità industriale e logistica. Considerando la capacità produttiva di munizioni, missili e sistemi complessi, quanto è solida oggi la base industriale della difesa statunitense per sostenere conflitti prolungati con così tanti fronti aperti?
«La risposta deve essere chiarissima se si esaminano gli elementi di base della potenza militare e di quella industriale. Le due cose non vanno più d’accordo, non combaciano più. Un tempo la potenza militare e industriale era al servizio della sicurezza della nazione. Adesso la potenza militare industriale è al servizio di tre o quattro operazioni contingenti che non riguardano affatto la sicurezza nazionale: riguardano aspettative di parte e scelte politiche che possiamo chiamare tranquillamente propaganda. Ma se c’è questo bisogno esasperato di fare propaganda, io mi chiedo la ragione. Vuol dire che la realtà sottostante non è quella che ci raccontano».
L’Iran è un caso emblematico. Che pericolo militare rappresenta per gli Stati Uniti?
«Dal punto di vista della sicurezza militare internazionale e territoriale, l’Iran non rappresenta alcun rischio per gli Stati Uniti. Quello che presenta è un enorme rischio di immagine e un grande problema sul fronte interno. Nel senso che molta gente si chiede: come mai non riusciamo ad avere la meglio su questo avversario? Si capisce che non si riesca a far fuori la Russia, dove peraltro non si è ancora capito Donald Trump da che parte voglia realmente stare. Ma l’opinione pubblica non capisce come si debba sottostare ai diktat del sistema degli Ayatollah. Ciò vuol dire che qualcosa non è tanto migliorato nel sistema iraniano, quanto piuttosto peggiorato nella parte occidentale, e non solo in America. Sono in molti a lamentarsi del fatto che gli Stati Uniti si siano auto-coinvolti senza sapere dove andare a finire e senza avere predisposto niente per il post Iran. E tra questi ci sono proprio i Paesi arabi, che si stanno ponendo le stesse domande. A me sembra sconcertante la superficialità delle risposte che vengono date. Ogni giorno c’è il presidente Trump che dice una cosa o il Segretario alla Difesa Pete Hegseth che ne dice un’altra, peggiorando continuamente la situazione. Non è così che si conduce una nazione, tanto meno quando sta andando verso le elezioni».
I Paesi del Golfo iniziano a chiedersi se gli Stati Uniti siano ancora in grado di difenderli, mettendo in discussione lo storico patto dei petrodollari: in estrema sintesi, petrolio commerciato in dollari in cambio di sicurezza. Nel momento in cui le basi USA vengono colpite pesantemente, l’intero impianto non rischia di crollare?
«Penso proprio di sì. Soprattutto i Paesi arabi, i maggiori produttori ed esportatori di greggio, si chiedono dove siano andati a finire i dollari del petrolio. Una parte consistente di quei proventi doveva ritornare a loro sotto forma di sicurezza. E gli Stati Uniti facevano affari due volte: prima incassavano la fedeltà monetaria e poi vendevano le armi, imponendo un doppio balzello a cui i governi arabi sottostavano proprio in vista della protezione. Ebbene, nel momento in cui si è presentato un minimo di variabilità e di indecisione nell’ambito della situazione mediorientale, si è appurato che quella sicurezza non esiste. Le basi statunitensi in parecchi Paesi del Golfo sono state colpite, e anche pesantemente. Al di là del fatto che non si conosca bene il numero delle vittime, la vittima principale è proprio il prestigio degli Stati Uniti. Ed è un prestigio colpito a morte. Escludo categoricamente che nel giro di poco tempo possano risollevarlo e imporlo a livello globale come prima. Che vi sia una nuova amministrazione o che rimanga la stessa, gli Stati Uniti dovranno cominciare a pensare a come collaborare in giro per il mondo per ridurre i rischi alla propria sicurezza, mentre oggi stanno facendo esattamente il contrario. E stiamo parlando proprio a titolo accademico qui».
Dopotutto, uscire dalla mentalità imperiale non è facile.
«Soprattutto quando si esce perdendo. Un impero che valga veramente quello che fa è un impero che magari si trasforma, aprendosi verso la democrazia, verso un’altra forma di governo o verso un altro sistema di alleanze. Ma un sistema che perde prestigio, perde rilevanza e subisce l’iniziativa altrui finisce per andare incontro ad avventure disastrose. Ci siamo chiesti come mai gli Stati Uniti si siano cacciati in questo tipo di vicende con Israele? Israele è un Paese dal valore sostanziale limitato: poca popolazione, scarso potenziale economico autonomo. Ha un potenziale tecnologico, ma la tecnologia sta nella testa: quello che serve davvero sul terreno sono i soldi e i materiali pesanti. E dove li prende? Gli Stati Uniti non possono fidarsi di Israele all’infinito né possono continuare a sostenerlo all’infinito, anche perché questo Israele, per come si sta comportando adesso, non aiuta assolutamente né la propria causa né la sicurezza degli Stati Uniti».
Trump si è fidato ciecamente delle previsioni di Benjamin Netanyahu sulla caduta del regime degli Ayatollah?
«È sconcertante, ma secondo me è esattamente quello che è accaduto. E non è soltanto una questione che riguarda Trump o Netanyahu. Ci sono apparati statali vincolati da sempre, per i quali l’ammissione di non disporre di una determinata capacità strategica equivale a una sconfitta che non si possono permettere. Se Netanyahu è dovuto andare di persona a Washington, è stato perché Trump cominciava ad avere dubbi sui propri apparati, non sugli iraniani. E Netanyahu glielo ha confermato, dicendogli: “Qui non siamo due Paesi separati, siamo un Paese solo e abbiamo soltanto gli Stati Uniti che ci possono tirare fuori oppure ficcare dentro del tutto”. Ed è esattamente ciò che è successo».
Il Segretario alla Difesa Hegseth ha impresso una forte impronta ideologica, dall’enfasi sulla mascolinità combattente ai nuovi criteri di reclutamento. Come cambia il rapporto tra potere politico e vertici militari professionali negli USA?
«È già cambiato molto. Dobbiamo guardare ai piccoli segnali concreti piuttosto che ai grandi proclami. Una portaerei è stata costretta a rientrare alla base. Quando è rientrata, si è scoperto che era in giro da qualcosa come due anni, con militari interamente professionali che non hanno avuto un minuto di sosta. E per fare cosa? Se una portaerei sta fuori due o persino 10 anni combattendo attivamente, la missione ha un senso. Ma in questo caso sono rimasti fuori due anni senza combattere davvero nulla, sparando ordigni a vuoto senza conseguire risultati, ancorati in una postazione per poi essere schierati altrove. La Gerald Ford ha fatto il giro di tutti i teatri internazionali: è stata nel Baltico, poi l’hanno spostata vicino alla Groenlandia, poi nell’Adriatico e poi ancora in altre acque. La stessa cosa è avvenuta per la Abraham Lincoln. Si dice che gli Stati Uniti abbiano 14 grandi portaerei, ma facciamo i conti reali: la metà o persino il 70% della flotta è costantemente ferma nei bacini di carenaggio per interventi di manutenzione che comportano come minimo sei mesi di stop per ciascuna nave. Le poche unità disponibili sono ripartite tra i vari comandi unificati. Che adesso si chiamino comandi combattenti e che al Pentagono abbiano cambiato il linguaggio, poco importa. Le azioni restano le stesse, e non è che prima i vertici fossero tutti bravi e tecnici mentre oggi sono diventati sciagurati. Erano sciagurati prima e lo sono ancora oggi, ovvero colpiti da sciagure che si sono tirati addosso da soli. Ciascun comando combattente ha la propria area di responsabilità e deve garantire un margine di gestione del rischio prefissato, per esempio dell’80%, per risolvere anche un conflitto regionale minore. Quando un comandante di teatro chiede e ottiene una portaerei in più, la sottrae a un altro scacchiere, nel quale l’esposizione al rischio sale. Quello che gli Stati Uniti non si sono ancora messi in testa è che il mondo che pretendono di controllare è un mondo di conflitti diffusi. Non esiste una parte in pace e un’altra in guerra, i conflitti sono dappertutto. Il grande travisamento di Trump è stato pensare che, essendoci attori più deboli, si potesse approfittare della loro fragilità per pretendere concessioni, che si tratti del Venezuela, del Canada, della Groenlandia o dello stretto di Hormuz... Ma non funziona così: la Casa Bianca non dispone della forza necessaria per garantire sicurezza e pace, al punto che persino all’interno dell’America non c’è pace, e i cittadini se ne stanno rendendo conto».
E per l’Europa quali sono le conseguenze?
«In Europa non c’è pace. Noi europei ci stiamo preparando per una presunta guerra del 2030, ma nella realtà del 2030 ci siamo già adesso. Siamo ancora miracolati per il solo fatto che questa situazione non sia precipitata già nel 2025. Quando arriverà la fine del 2026, se noi europei non cambieremo strada e linea a prescindere da Washington, ci troveremo invischiati in una guerra che non potremo nemmeno combattere, figuriamoci vincere o perdere. Non ci sono le condizioni materiali minime per combatterla sul nostro continente: ci sono soltanto chiacchiere».
Tra fronte ucraino e Medio Oriente, la Casa Bianca si trova a gestire una complessa dispersione di risorse. In vista del voto di midterm, quale teatro rischia di pesare di più sul consenso interno?
«Penso che dal punto di vista del fronte interno l’Ucraina sia ormai archiviata. Tutti aspettano che siano gli europei a farsi carico della situazione, mentre sembra che gli americani se ne siano tirati fuori. E gli unici perdenti siamo proprio noi europei: abbiamo già perso tutto quello che potevamo perdere, viviamo di debiti, finanziamo aiuti con denaro che non abbiamo e inviamo armi e munizioni che scarseggiano, facendo sì che l’Ucraina resista in una lunga agonia soltanto per darci l’illusione che ci stiamo preparando a una guerra che ci porterebbe completamente fuori strada. Al tempo stesso, l’opinione pubblica americana non ha ancora compreso che la crisi di Hormuz o il conflitto con l’Iran non hanno tutte quelle prospettive favorevoli che vengono propagandate. Ma il vero scontro che incombe è quello asiatico. Se esiste una gerarchia d’importanza tra i vertici militari, il primo in assoluto è il comandante dell’Indo-Pacifico: vale più dello stesso presidente degli Stati Uniti. Se il comandante dell’Indo-Pacifico dice una cosa, è bene che alla Casa Bianca stiano a sentirlo, perché altrimenti i guai saranno immani e assoluti. È inutile continuare a minacciare danni spaventosi o uso di una forza mai vista: gli americani finora non hanno visto niente dalla Russia, non hanno visto niente in Ucraina o in Europa. E continuano a non vedere niente in Asia. Se proseguono su questa linea, l’eventuale guerra del 2030 non sarà in Europa ma in Asia, e si risolverà tutta a vantaggio della Cina, della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord».
La Cina è già una superpotenza economica. Sta diventando anche una superpotenza militare?
«Vent’anni fa avevo ipotizzato che a Pechino sarebbero serviti almeno due decenni per raggiungere determinati traguardi. Mi sbagliavo: la loro avanzata tecnologica è avvenuta molto prima. E perché ho sbagliato la stima? Perché si è consentito che gli Stati Uniti continuassero a recitare il ruolo di dominus globale senza considerare che questa nuova entità stava minando alla base il dominio americano. La Cina ha sempre assegnato alla sicurezza e alla difesa nazionale la quarta priorità su quattro nei suoi piani di sviluppo, lasciando i primi tre posti all’agricoltura, alla tecnologia e all’industria civile, che beneficiano dei finanziamenti maggiori. Ebbene, pur mantenendo la difesa al quarto posto, la Cina è arrivata al punto di avere un apparato industriale che sta già lavorando per raggiungere nel 2029-2030 il primato assoluto sugli Stati Uniti ed essere la prima potenza mondiale entro il 2045. Oggi l’industria cinese è in grado di produrre decine di migliaia di missili a medio e lungo raggio al mese, a getto continuo. La Russia in Ucraina ogni notte ne lancia una frazione di quelli che produce. Dipendesse soltanto da questo, la guerra in Ucraina potrebbe andare avanti per anni. E se la guerra si allargasse a tutta l’Europa e la Cina intervenisse davvero, la guerra durerebbe una settimana. In conclusione, se Pechino deciderà di far salire la difesa di un solo gradino nelle sue priorità, esprimerà una capacità industriale che non ci sogniamo nemmeno, e che nemmeno gli Stati Uniti possono sognarsi».
È anche una questione di inversione tattica e di sostenibilità dei costi di produzione.
«Il rapporto tradizionale tra l’arma strategica e quella tattica si è completamente invertito. Oggi sono i droni a predominare e a dominare il campo di battaglia, colpendo pesantemente anche le retrovie. Sul versante missilistico, invece, la Russia conserva una capacità enorme nei confronti di tutti i Paesi europei e dell’intera NATO. Al contempo, Volodymyr Zelensky continua a pretendere batterie Patriot perché ha il cielo completamente scoperto dalla minaccia aerea russa incombente. Se li vuole, ha le sue ragioni. Ma gli Stati Uniti, nel corso di quest’anno, raggiungeranno una capacità produttiva massima di circa 600 missili Patriot all’anno. Se escludiamo il comando aerospaziale dello spazio esterno, gli Stati Uniti devono garantire sei teatri operativi nel mondo. Dividendo 600 missili per sei teatri, si ottengono 100 intercettori per comando. Ma se arriva un attacco di saturazione di 600 o 700 droni, quei 100 missili vengono consumati tutti in una sola notte. E per fare cosa? Per abbattere un drone da 5 mila dollari si finiscono per impiegare due missili Patriot che costano 2 milioni di dollari ciascuno. Una volta esaurite le scorte, non c’è la capacità industriale di riprodurli tempestivamente. Il problema è la base industriale ed è, direi, anche la tenuta morale. Quando una leadership comincia a credere ciecamente alla propria propaganda bellica, va contro ogni razionalità e non c’è più nulla che possa salvarla».
Il fattore militare, dunque, si configura come il vero convitato di pietra alle elezioni di midterm?
«È un convitato di pietra che pesa tantissimo, esattamente quanto pesano le pietre. Gli americani hanno sempre creduto che la potenza militare garantisse tutta la sicurezza e il benessere, assicurando non solo il primato mondiale, ma la prosperità quotidiana della popolazione. Ho l’impressione che questa certezza a novembre non ci sarà già più. Trump non potrà più proclamare tanto facilmente che gli Stati Uniti sono e resteranno la prima potenza militare del pianeta. E anche i cittadini più concentrati sui problemi domestici comprenderanno che le risorse hanno un limite. A Washington rimangono appena 41 giorni di riserve strategiche di petrolio, una carenza che non si vedeva da 50 anni. Se dovranno intaccare quelle riserve, i primi a soffrirne non saranno di certo i militari, che continueranno ad avere tutto il carburante necessario senza curarsi della provenienza o dei costi. A pagare il prezzo saranno gli americani comuni, in un Paese dove la forte dipendenza dall’automobile rende ogni aumento del costo dell’energia particolarmente pesante».
Quali prospettive si aprono per la Casa Bianca all’indomani del voto?
«Ho un timore preciso per queste elezioni di medio termine: se Trump prende una stangata, come molti credono avverrà, avrà davanti a sé due sole opzioni. Rinsavire o continuare a fare il matto. Rinsavire significherebbe prendere atto della realtà e cambiare completamente linea politica. Continuare a fare il matto vorrebbe dire infischiarsene del fatto che il Congresso ha una maggioranza diversa e arrivare a compiere cose mai viste prima. Cioè stupidaggini immense».
Fonte
26/09/2026
Squilibrio Usa-Cina nella grande guerra capitalista
Le condizioni economiche per la pace, o almeno per la tregua. È stato questo, nell’essenza, l’unico punto in agenda al vertice washingtoniano fra Xi e Trump, in una fase di crescenti tensioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti.
Dalle terre rare alle vie del petrolio, dai chip all’intelligenza artificiale, i due leader sono costretti a cercare negli affari una soluzione alla crisi dell’ordine mondiale a guida statunitense. Con un obiettivo: fissare un nuovo equilibrio capitalistico internazionale. Senza altri massacri. Soprattutto, senza altri sprechi di denaro.
L’ostacolo principale verte su una parola: squilibrio. La Cina è primatista mondiale del Pil calcolato a parità dei poteri d’acquisto, del tasso di crescita della produttività del lavoro, del credito accumulato verso l’estero. Gli Stati Uniti, di contro, annaspano tra produttività rallentata, crescita fragile e un debito estero senza precedenti, che alimenta un’immane bolla speculativa.
Forti del loro sviluppo, i cinesi vorrebbero risolvere tutto col libero commercio: al di là della prammatica, un paradossale “comunismo liberoscambista” resta nelle loro corde. Ma così rischiano di accentuare l’arroccamento di un’America decadente, tentata di risolvere la crisi debitoria con nuove ondate di protezionismo aggressivo e piraterie belliche.
Con l’effetto finale, a sua volta, di irritare il gigante cinese. Che per vie più o meno indirette finanzia gli sforzi militari di Iran e Russia. E che ormai, senza mezzi termini, si dichiara pronto a «difendere gli interessi» dei suoi alleati in guerra.
Come si vede, nella realtà dei fatti non c’è spazio per le infantili narrazioni alla moda, sui buoni e i cattivi che si contendono il mondo. C’è solo una brutale dinamica da guerra capitalista. Un tipico inviluppo imperialista, per dirla con Lenin. Le cui intuizioni restano superiori alle millanterie dei geopolitici di grido. E alle teorizzazioni di coloro, da Arrighi ad Harvey, che hanno provato ad annacquare la spiegazione capitalista della guerra in un imprecisato movente “statuale”.
Zelensky chiede perché la Russia, ricca di terre, pretenda ancora territorio. A domanda retorica risposta semplice: l’oggetto principale di tutte le guerre in atto non è il territorio, è la posizione gerarchica nell’ordine capitalistico futuro.
È dai tempi del “piano Keynes” che sappiamo come si governa una tendenza così perniciosa. Servirebbe una regolazione politica e non di mercato di squilibri internazionali altrimenti destinati a esondare nel sangue. Ma da questa ipotesi cooperativa siamo ancora lontani.
Per adesso, ci basta il conforto di vedere i due grandi capi insieme a Washington, seduti a sorseggiare un tè. Più i tempi sono cupi, più commettiamo l’errore di accontentarci di poco. Eppure, dal successo o dal fallimento di questi G2 ogni altra cosa del mondo è destinata a seguire.
Una rottura tra Xi e Trump alimenterebbe tutti i venti di guerra. Un sentiero di accordi tra i protagonisti, invece, costringerebbe gli attori secondari a rivedere i copioni bellici. Da Al Saud a Khamenei, e persino Netanyahu e Putin. Per ragioni di finanze e di interscambio, le loro guerre durano finché i due giganti le assecondano.
Con una eccezione: i cosiddetti “volenterosi” europei, con l’Italia nel ruolo di aspirante. Se la guerra in Ucraina sta diventando infinita, se siamo fermi all’accordo di associazione Ue-Ucraina che diede inizio al caos, lo dobbiamo a loro quanto al Cremlino. Di fatto, è l’unica cricca di paesi che potrebbe salutare con poco entusiasmo un eventuale cenno di pace dai vertici Cina-Usa.
Non è un accidente della storia. Anche qui, il punto è capitalistico. La suggestione di un nuovo militarismo verso l’esterno, che compensi il declino interno dei profitti, in Europa è più forte che altrove. Nelle speranze dei fondatori dell’Ue, dovevamo essere «agenti di pace nel mondo». Ci siamo ridotti a melliflui sabotatori della diplomazia internazionale.
Del resto, nel continente europeo la pulsione bellica è più diffusa di quanto sembri. Se non lo capiamo, è perché siamo arrivati alla follia di considerare i neofascisti in ascesa, militaristi, razzisti e simpatizzanti dei massacri di “islamici”, come “amici di Putin” e quindi baluardi di pace. Se il capitalismo americano decade, quello europeo è ormai in pieno delirio irrazionalista.
Anche un filotto di G2 sorprendentemente illuminati non potrebbe risolvere tutto. Serve che le velleità belliche europee siano schiacciate da un netto dissenso democratico. Da sinistra, perché ogni ipotesi di “pacifismo fascista” è solo una fantasia horror. In questo senso, pure un cambio nella politica estera di un paese laterale come l’Italia aiuterebbe.
In termini di risorse, logistica e disponibilità a militarizzare le vie commerciali, la linea di Meloni, Tajani e Crosetto è stata tra le più subalterne al bellicismo in tutta la storia repubblicana. Fare meglio non dovrebbe essere impossibile. Fare peggio potrebbe rivelarsi fatale.
Fonte
25/09/2026
Usa e Cina non si scontrano, per fortuna
La parte sostanziale viene peraltro discussa tra gli “sherpa”, ovvero i dirigenti dei vari settori economici, politici, militari che costituiscono il vero focus di ogni vertice. Da lì arriva poco o nulla, e quel poco richiede in genere una conoscenza approfondita dei problemi, il che esclude la quasi totalità della stampa, ormai ridotta a “porgitori di microfono” che solo raramente si sente in dovere di fare anche domande.
La valanga di articoli e servizi televisivi che ne discende sono quindi in genere “interpretazioni” del linguaggio diplomatico, che ha una serie di termini standard per indicare lo stato delle relazioni tra i due paesi, sia sul piano “storico” che immediato. Un “confronto franco” sta ad indicare un dialogo tra sordi ai confini della rissa verbale, uno “costruttivo” sta invece per qualche avanzamento in alcuni settori, e così via.
Ovviamente, anche le interpretazioni sono diverse a seconda degli interessi nazionali, aziendali (i media hanno dei proprietari che quasi sempre sono industriali con il core business in altri comparti), la stagione politica, ecc..
Tutta la premessa serve a dire che il confronto tra Trump e Xi, in quel di Washington, nel mentre all’Onu prosegue la passerella dei leader del resto del mondo, si va svolgendo sotto il segno del “bel tempo”. “I nostri rapporti mai così buoni”, “un nuovo modello di convivenza”, e giù grandi sproloqui sul sostegno alla “collaborazione” anziché alla “competizione”.
La realtà è naturalmente assai più complessa. Per esempio è certamente vero che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – secondo due modelli ormai decisamente differenti, di cui quello “autoritario e centralista” è paradossalmente la versione Usa – è uno dei capitoli più importanti ed urgenti di questo vertice.
È sicuramente vero che Trump è accompagnato dalla nutrita pattuglia dei “chief executive officer” statunitensi – Elon Musk di X-Grok, Jeff Bezos di Amazon, Zuckerberg di Meta, Huang di Nvidia e Altman di OpenAi – ma è altrettanto vero che ai “pari grado” cinesi è stato negato il visto necessario ad entrare negli Stati Uniti.
Buona parte dei grandi capitani d’impresa della Repubblica Popolare è infatti inserita nelle liste nere commerciali statunitensi, e nessuno si è preoccupato per l’evidente e pesante sgarbo fatto alla controparte. Per capirci: personaggi di spicco come Liang Wenfeng (fondatore di DeepSeek) e Yang Zhilin (fondatore di Moonshot AI) sono rimasti a casa. Mentre alcuni industriali cinesi di altri settori sono arrivati solo in un secondo momento.
Non mancano nella delegazione di Pechino funzionari espertissimi in materia, ma è chiaro che l’ostilità Usa verso i “concorrenti” è ai massimi livelli.
Lo sconfinato pragmatismo cinese è in grado di assorbire “scortesie” anche più gravi, ma certamente in qualche altro comparto arriverà prima o poi una reazione uguale e contraria, sicuramente costosa anche in termini economici.
Xi, come al solito, non ha fatto un plissè, limitandosi a ribadire che “Sia la Cina che gli Stati Uniti sono nazioni leader nell’intelligenza artificiale. Abbiamo sia la capacità che la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA per il bene comune, e di garantire che lo sviluppo dell’IA sia sempre sotto controllo umano e serva al benessere delle persone”. Una mezza frecciata, insomma, alle recenti “evasioni” avvenute durante esperimenti nell’AI statunitense e alle conseguenti paure diffuse dai “ceo”...
Anche sul piano delle relazioni economiche il mismatch esistente evidenzia le “chiusure” e i divieti americani, con Xi Jinping pronto a ricordare che “La cooperazione tra Cina e Stati Uniti potrebbe non risolvere tutti i problemi del mondo, ma senza la nostra cooperazione sarebbe difficile risolvere molti dei problemi globali. La Cina tiene le sue porte spalancate e accoglie le aziende americane che desiderano investire e fare affari nel nostro paese. Ci auguriamo che le aziende cinesi vengano trattate equamente qui negli Stati Uniti. Lavorando insieme, possiamo ampliare la lista delle aree di cooperazione e ridurre la lista dei problemi”.
Fino a fornire un avvertimento e un richiamo alle antiche prassi stravolte proprio dall’unilateralismo statunitense: “Dovremmo coesistere in pace. Come ho detto molte volte, la Cina e gli Stati Uniti, in quanto due grandi nazioni, trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e perderebbero entrambi in caso di confronto. Non dobbiamo evitare di parlare di competizione, ma la nostra competizione dovrebbe essere sana e rimanere entro certi limiti. Dovrebbe essere una corsa per recuperare terreno a vicenda”.
In conclusione, i “buoni rapporti” sono all’insegna della massima vigilanza reciproca, con qualche calcetto sugli stinchi tirato sotto il tavolo.
E comunque, per un mondo sull’orlo della guerra, questa è una mezza buona notizia, perché quanto meno non accelera le dinamiche negative.
Chi appare fuori dai giochi, e anche fuori di testa, è comunque la classe dirigente europea. L’insistenza dei media – e di alcuni politici – sulla questione di Taiwan è indicativa di un orientamento guerrafondaio su tutti i fronti.
Per non farla lunga. Lo status di Taiwan è ritenuto dai cinesi una “questione interna” (l’isola è sostanzialmente indipendente e staccata dalla Cina continentale dal 1949, quando vi si rifugiarono le truppe di Chiang-Kai Schek, sconfitto dalla Rivoluzione). Mentre gli Stati Uniti, che hanno riconosciuto la Repubblica Popolare solo nel 1979, mantengono una posizione storicamente ambigua. Da un lato ufficialmente adottano la linea che ammette esistere “una sola Cina”, dall’altro però Washington prende atto della rivendicazione cinese su Taiwan senza però riconoscerne formalmente la sovranità territoriale. Di fatto, vende armi a Taipei…
Insistere in questa fase sulla “necessità” occidentale di “proteggere Taiwan” significa accentuare fortemente la contraddizione con Pechino. Che sarebbe comunque un problema, per un continente che si va sfaldando economicamente, ma appare anche un’idiozia strategica senza pari in una fase in cui l’“alleato” americano si dimostra ogni giorno un avversario, le relazioni con la Russia sono ad un passo del conflitto aperto a causa della “guerra per procura” fatta combattere dall’Ucraina e i mercati si vanno chiudendo da tutte le parti.
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Paura dell’IA, o paura dell’IA cinese?
Le dimissioni di Jacob Coxon da Anthropic, seguite dalle dichiarazioni allarmistiche di altri ricercatori e dall’inedita convergenza tra Sam Altman, Elon Musk e Dario Amodei sulla necessità di “rallentare”, nascondono qualcosa sotto la patina di genuino campanello d’allarme. La domanda che sorge spontanea è se questa ondata di “paura dell’IA” non sia, in realtà, una paura dell’IA cinese, mascherata da preoccupazione esistenziale per l’umanità.
Lo spettro dell’IA cinese
Qualche indicazione la fornisce la politica di Washington. Il presidente Trump ha respinto con veemenza ogni ipotesi di rallentamento, definendo le paure di una catastrofe globale una “bufala” e ribadendo che “chi vince l’IA, vince tutto”. Lo speaker della Camera, Mike Johnson, ha avvertito che un intervento regolatorio affrettato significherebbe “perdere la corsa contro la Cina”. Il messaggio è chiaro: la vera minaccia non è l’IA in sé, ma l’IA sviluppata a Pechino.
Questa narrazione non è nuova. Da anni, figure come Dario Amodei di Anthropic sostengono che la Cina rappresenti il pericolo più grave legato all’IA e che qualsiasi rallentamento americano avvantaggerebbe Pechino. La sua proposta di “rallentare” è in realtà condizionata: gli Stati Uniti possono rallentare solo dopo aver consolidato un vantaggio incolmabile su chi resta indietro, con sanzioni, restrizioni sulle esportazioni di chip e controllo delle catene di fornitura.
Un vantaggio cinese che spaventa
E la preoccupazione degli imperialisti stelle-e-strisce non è infondata. Un rapporto del Congressional advisory body statunitense ha riconosciuto che la Cina sta costruendo un “ciclo auto-rinforzante” grazie a modelli open source sempre più performanti e a un’integrazione unica con il proprio apparato industriale.
Il deputato americano che presiede il comitato consultivo ha parlato di un divario che si sta “allargando” nel campo dell’IA fisica, quella dei robot e dei veicoli autonomi. Il CEO di Google DeepMind, Demis Hassabis, ha ammesso che i modelli cinesi potrebbero essere “indietro solo di alcuni mesi”.
Questa è la vera partita. L’IA non è una tecnologia come le altre: è il terreno su cui si giocherà l’egemonia tecnologica del prossimo decennio. E la Cina, nonostante le restrizioni sui semiconduttori, sta dimostrando che l’innovazione non si ferma con i dazi.
Verso un autoritarismo tecnologico
La risposta statunitense a questa sfida sta assumendo contorni preoccupanti per i principi e i valori che le “democrazie” occidentali dicono di proteggere. Trump ha dichiarato che l’unico “controllo” di cui l’IA ha bisogno è “un presidente forte e intelligente”.
In nome dell’emergenza tecnologica, si invoca un accentramento decisionale che bypassi i normali contrappesi parlamentari. L’idea, già emersa in ambienti vicini alla Silicon Valley, è che la “guerra dell’IA” richieda comando unificato e rapidità d’azione, non dibattito pubblico.
È un paradosso che merita attenzione: mentre si invoca la “democrazia” contro “l’autoritarismo cinese”, si prospetta un modello decisionale che di democratico ha ben poco. La paura dell’IA cinese rischia così di diventare il pretesto per un autoritarismo tecnologico interno.
Il nodo della “sicurezza”, quando si parla di IA, è legittimo, ma è traviato rispetto a quello che dovrebbe essere il suo contenuto. Quando chi ha spinto lo sviluppo senza limiti dei loro modelli e algoritmi per anni improvvisamente scopre il valore della cautela – ora che un concorrente si avvicina pericolosamente – qualche domanda sulle reali motivazioni è d’obbligo.
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23/09/2026
ONU - Parla Trump e la delegazione di Cuba se va dall’aula
All’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mentre Donald Trump definiva Cuba “uno Stato fallito” e ne annunciava la presunta fine, la delegazione cubana si è alzata ed è uscita dall’aula in segno di protesta.
Non è stato un dettaglio protocollare. È stato un atto di dignità nazionale. Di fronte all’arroganza della più grande potenza mondiale, Cuba ha scelto di non assistere in silenzio alla propria umiliazione. Ha ricordato al mondo che la sovranità non è una merce negoziabile e che un popolo può essere colpito da un blocco economico durissimo, ma non per questo rinunciare al rispetto di sé.
Quando Trump ha pronunciato parole offensive contro la Rivoluzione e contro l’intera nazione cubana, L’Avana ha risposto nel modo più semplice e più forte: alzandosi e uscendo. Quel gesto resterà come una delle immagini simboliche di questa Assemblea dell’ONU, perché afferma che esiste un limite oltre il quale la dignità vale più della diplomazia.
Ma accanto a quella scena se n’è consumata un’altra, ben più dolorosa per chi crede nell’internazionalismo latinoamericano.
La delegazione del Venezuela non si è alzata. È rimasta seduta mentre Cuba veniva insultata. È rimasta nell’aula ad ascoltare chi attaccava il Paese che più di ogni altro ha sostenuto la nascita e la sopravvivenza della Rivoluzione Bolivariana. È rimasta seduta anche quando Trump ha rivendicato con arroganza il blitz che ha portato all’arresto del presidente venezuelano Maduro.
Questo non è un dettaglio. È un fatto politico grave. Per decenni Cuba ha dato al Venezuela ciò che aveva di più prezioso: migliaia di medici, insegnanti, tecnici, ricercatori e una solidarietà concreta che ha contribuito a costruire le missioni sociali volute da Fidel Castro e Hugo Chávez. Persino il sangue dei suoi figli è stato versato in nome di un progetto comune di emancipazione dell’America Latina.
Per questo il mancato gesto di solidarietà rappresenta una ferita profonda. È tempo di parlare con chiarezza. Troppi ambienti della cosiddetta sinistra continuano a giustificare qualsiasi scelta del governo venezuelano, trasformando la solidarietà in un esercizio di obbedienza acritica.
Di grande rilievo è stato invece l’intervento del presidente brasiliano Lula, che dall’Assemblea Generale ha riportato la questione cubana al centro del diritto internazionale: “Il blocco degli Stati Uniti contro Cuba è un orrore che deve finire”. Parole che ricordano come la vera emergenza non sia la propaganda contro l’isola, ma una misura coercitiva che continua a colpire milioni di cittadini cubani e che isola soprattutto Washington, non L’Avana.
Ancora più netto il richiamo dell’intellettuale cubano Abel Prieto, figura storica della Rivoluzione, che ha letto l’uscita della delegazione cubana come un dovere morale prima ancora che diplomatico: “La dignità di un popolo non si negozia e non si baratta con alcun vantaggio economico”. È un monito rivolto a tutta l’America Latina: senza memoria, senza solidarietà e senza sovranità, ogni progetto di emancipazione è destinato a dissolversi.
Le parole di Lula e Abel Prieto convergono nello stesso principio: la solidarietà tra i popoli non può essere selettiva. Quando Cuba viene aggredita, non è soltanto un Paese a essere colpito, ma l’idea stessa che l’America Latina possa costruire un futuro indipendente dalle imposizioni dell’imperialismo. Ed è per questo che il gesto di Cuba all’ONU assume oggi un valore politico e morale che va ben oltre le mura del Palazzo di Vetro.
Oggi difendere Cuba significa difendere la sovranità dei popoli, opporsi senza esitazioni al blocco statunitense e riconoscere la straordinaria coerenza di una nazione che, pur colpita da decenni di aggressioni economiche, continua a non piegare la testa.
La storia ricorderà le parole offensive di Trump. Ma ricorderà soprattutto chi si è alzato in piedi e chi, invece, è rimasto seduto.
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20/09/2026
Sull’IA sarà difficile trovare un punto d’incontro tra Cina e Usa
Rispondendo ai timori espressi il giorno precedente dall’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, con la pubblicazione del saggio We Must Pace the Frontier, Donald Trump domenica ha obiettato che «chi vince la competizione sull’intelligenza artificiale vince tutto». La competizione sull’IA con la Cina, secondo il presidente Usa, è un gioco a somma zero, il fronte più caldo di una rivalità da Guerra fredda 2.0, sul quale gli Usa non devono arretrare.
L’amministrazione repubblicana è disponibile a una regolamentazione limitata alla messa in sicurezza da terrorismo e criminalità, la Cina – ufficialmente – a una governance condivisa della tecnologia che sta già cambiando l’industria, la guerra e tanto altro. Trump e Xi Jinping ne discuteranno durante il summit alla Casa bianca del 24 settembre, ma, con ogni probabilità, non troveranno alcun accordo significativo.
L’avvertimento di Amodei sui «seri rischi» legati allo sviluppo dell’IA – condiviso dal boss di OpenAI, Sam Altman, e dal capo di Tesla, Elon Musk – è arrivato dopo l’intervista della BBC a un ex ricercatore di Anthropic, Jacob Coxon, che ha sostenuto, tra l’altro, che «se non rallentiamo l’attuale ritmo dei progressi dell’IA, c’è una forte probabilità che potremmo morire tutti nel prossimo futuro».
Il papà di Claude ha dedicato l’ultima parte del suo scritto – in sostanza una proposta per rallentare lo sviluppo e controllare i modelli IA – alla «cooperazione con la Cina, il paese autocratico dotato, di gran lunga, delle capacità più avanzate nel campo dell’intelligenza artificiale». Le sue idee a riguardo appaiono intrappolate nella contrapposizione democrazie/autocrazie e nel realismo più duro, che vede le relazioni Cina/Usa solo come antagonistiche.
Sono tre i motivi principali per cui tra Cina e Usa sarà difficile trovare un punto d’incontro. Il primo è tutto interno agli Stati Uniti, dove l’IA è orientata anzitutto al profitto di vecchie e nuove corporation, con obiettivi privati che non coincidono con l’interesse collettivo. Il secondo è la sfiducia reciproca, per cui Cina e Usa fanno una gran fatica a elaborare regole assieme.
Il terzo è il più profondo: proprio l’IA è uno dei principali terreni di confronto tecnologico-industriale-economico. Washington sta costruendo con Pax Silica una filiera hi-tech assieme agli alleati; Pechino sta seducendo il Sud globale coi suoi modelli open source. A luglio, 29 Paesi hanno firmato l’accordo per la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organisation, con sede a Shanghai.
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19/09/2026
Stati Uniti - Trump, i tassi e il debito
«Diciamo che è un mostro a due teste» racconta a Pubblica l’economista Emiliano Brancaccio, autore di Liberocomunismo (Feltrinelli 2026). «Da un lato Warsh ha bisogno di alzare i tassi di interesse per convincere gli investitori a finanziare il debito, specialmente esteri. Dall’altro lato l’aumento dei tassi determina uno sconto maggiore sui dividendi futuri attesi, quindi rischia di far scoppiare la bolla speculativa del mercato azionario, e questo metterebbe in grande difficoltà Trump. Insomma, un mostro a due teste – conclude Brancaccio – che si mangiano a vicenda. Un altro sintomo della crisi dell’ordine americano»
Link all’intervista su Radio Popolare (dal minuto 12:07)
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La guerra di Trump alla libertà di parola
Ma decisamente più infame e pericolosa, oltre che della stessa natura, è una decisione presa dal Dipartimento di Giustizia solo tre giorni fa: considerare chiunque scriva o manifesti contro le guerre (Iran, Cuba, ecc.) come un “agente straniero non registrato”. Dunque indagabile e processabile per le sue opinioni.
È solare come questa misura meno pubblicizzata dai media nostrani sia molto peggiore, perché riguarda ogni singolo cittadino di quel paese e non solo dei media abbastanza potenti da ottenere il pass per la Casa Bianca.
Qui di seguito il comunicato del The People’s Forum.
Il comunicato stampa del Dipartimento di Giustizia del 16 settembre sugli agenti stranieri non registrati è un evidente tentativo di criminalizzare e intimidire il dissenso politico.
Sostenendo che manifestazioni pubbliche o qualsiasi attività tutelata dal Primo Emendamento che chieda la fine della guerra contro l’Iran o la fine del blocco contro Cuba – cause sostenute da milioni di persone negli Stati Uniti e che possono essere sostenute anche da governi stranieri – possano essere considerate come un modo per «promuovere la propaganda o altri obiettivi della potenza straniera», il DOJ sta creando un pretesto per indagare, citare in giudizio e perseguire chiunque si opponga alle politiche dell’amministrazione Trump sulla base di discorsi costituzionalmente protetti.
La logica è assurda e autoritaria: le posizioni politiche che coincidono con quelle di un governo straniero diventano ora motivo di sospetto di attività criminale. Se protesti contro una guerra o un blocco ai quali si oppone anche un governo straniero, vieni minacciato con anni di carcere.
La tempistica è rivelatrice. Questa dichiarazione del DOJ arriva appena poche settimane dopo che i Repubblicani alla Camera hanno emesso citazioni in giudizio nei confronti di The People’s Forum, BreakThrough News e Tricontinental: Institute for Social Research, chiedendo comunicazioni interne e documenti finanziari. Il pretesto era un rapporto del Dipartimento di Stato che sosteneva l’esistenza di legami tra l’attivismo contro la guerra e una «influenza straniera».
Il modello si ripete come nella storia del maccartismo: l’opposizione politica viene ridefinita come sovversione straniera.
Inoltre, durante una recente audizione al Congresso, il nostro direttore esecutivo, Manolo De Los Santos, è stato di fatto definito un «agente cubano», non sulla base di prove, ma sulla base degli articoli di giornalisti finanziati dagli Stati Uniti, le cui testate ricevono un consistente sostegno governativo.
Quando il governo degli Stati Uniti finanzia organi di informazione che attaccano Cuba e poi utilizza le affermazioni di quelle stesse testate per giustificare un’indagine sugli americani che si oppongono al blocco, questa non è un’indagine legittima. È una campagna diffamatoria sponsorizzata dallo Stato.
Manolo De Los Santos ha risposto direttamente a queste accuse: «Sono un agente della mia coscienza». È esattamente questo ciò che protegge il Primo Emendamento: il diritto di agire secondo la propria coscienza, non secondo le direttive del governo degli Stati Uniti.
The People’s Forum non si lascerà intimidire. Continueremo a organizzarci contro la guerra, contro il blocco e contro ogni forma di imperialismo statunitense. Invitiamo tutte le persone che agiscono secondo coscienza a respingere questa escalation e a difendere il diritto di protestare senza il timore di essere bollate come agenti stranieri per il semplice fatto di avere opinioni che contraddicono Donald Trump.
Il Primo Emendamento appartiene al popolo, non al governo degli Stati Uniti. Non lo cederemo.
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18/09/2026
Costi e perdite epocali dell’operazione Epic Fury
Il rapporto di 44 pagine mostra che i danni alle basi e alle attrezzature militari americane sono stati più estesi di quanto si sapesse in precedenza.
L’Operazione Epic Fury (Furia Epica) ha anche “causato carenze strategiche di inventario e rivelato rallentamenti nella base industriale per il rifornimento di munizioni”, afferma il rapporto.
Il Presidente Donald Trump e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno ripetutamente smentito le notizie secondo cui le scorte di munizioni americane si starebbero esaurendo. Trump ha affermato in un post su Truth Social il 6 agosto che gli Stati Uniti “hanno enormi quantità di ‘munizioni’, soprattutto di alcuni tipi”.
In un altro post circa un mese dopo, Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno “quantità praticamente illimitate di munizioni di media e alta qualità, molte più di quelle che potremmo mai usare per questa o per qualsiasi altra guerra. Stiamo accumulando scorte e ci stiamo preparando per qualsiasi contingenza che potrebbe verificarsi”.
Il 14 settembre, scrisse, gli Stati Uniti “stanno producendo più armi di qualità ed elitarie che in qualsiasi altro momento della nostra storia. Vengono consegnate quotidianamente alle nostre forze in Medio Oriente e altrove”.
Eppure, mentre Trump faceva queste dichiarazioni, i vari rami delle forze armate statunitensi hanno firmato costosi contratti per incrementare la produzione di missili Patriot, THAAD e Tomahawk. La Marina statunitense ha firmato contratti per l’acquisto di missili ipersonici Blackbeard e di ulteriori siluri Mark 48. E l’Esercito statunitense ha firmato un contratto per l’acquisto di ulteriori fucili di precisione M110.
Militari uccisi nell’operazione Epic Fury
Sette militari sono stati uccisi in azione e sette in “eventi non ostili” dal 28 febbraio al 30 giugno. Altri quattro militari sono stati uccisi a luglio, portando il numero totale di militari caduti nel conflitto a 18. Altri 417 militari sono rimasti feriti durante il periodo di quattro mesi.
Basi militari danneggiate o distrutte nell’operazione Epic Fury
“Gli attacchi iraniani hanno danneggiato e distrutto centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania”, afferma il rapporto.
La Marina statunitense aveva minimizzato i danni all’attività di supporto navale in Bahrein, affermando che gli attacchi con droni e missili iraniani del 28 febbraio non avevano interferito con le operazioni militari. L’entità dei danni è diventata più chiara di recente, quando il Segretario della Marina ad interim Hung Cao ha dichiarato che l’esercito iraniano ha “fatto saltare in aria” l’attività di supporto navale in Bahrein. Il Capo delle Operazioni Navali, Ammiraglio Daryl Caudle, ha affermato che la Marina non sarà in grado di utilizzare la base “a breve”.
Il rapporto dell’Ispettore Generale non specifica i danni stimati alle basi, né i costi previsti o le tempistiche per la loro ricostruzione.
Velivoli militari persi nell’operazione Epic Fury
Più di 20 velivoli con equipaggio e più di 30 sistemi aerei senza pilota sono andati persi nell’Operazione Epic Fury tra il 28 febbraio e il 30 giugno.
Numero di velivoli persi e modalità di perdita:
F-15E Strike Eagle 4: 3 distrutti da fuoco amico, 1 distrutto da fuoco nemico.
F-35A Lightning II: 1 danneggiato da fuoco nemico.
A-10 Thunderbolt II: 1 distrutto, sganciato a causa di danni al ritorno da una missione di Ricerca e Soccorso.
KC-135 Stratotanker: 7 velivoli, 1 distrutto e 1 danneggiato in una collisione sull’Iraq, 5 danneggiati o distrutti da munizioni nemiche a terra in Arabia Saudita.
E-3 Sentry: 1 danneggiato da munizioni nemiche a terra in Arabia Saudita.
HH-60W Jolly Green II: 1 danneggiato durante operazioni di Ricerca e Soccorso.
MQ-4C Triton: 1 presumibilmente precipitato
AH-6 Little Bird: 4 distrutti dalle forze statunitensi in quanto irrecuperabile durante operazioni di Ricerca e Soccorso.
AH-64 Apache: 1 abbattuto sullo Stretto di Hormuz.
MH-60 Seahawk: 1 precipitato sul Mar Arabico.
MQ-9 Reaper: 30 distrutti “in varie circostanze”.
Venerdì, Teheran ha affermato di aver danneggiato diversi altri velivoli militari statunitensi presso la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Sebbene un funzionario statunitense abbia confermato ai media che circa otto F-15 hanno subito lievi danni che sono stati riparati, la Casa Bianca ha contestato le affermazioni, con Trump che ha dichiarato: “Nessun danno, niente di niente”.
Il Presidente ha anche respinto una notizia di domenica secondo cui la Cina avrebbe fornito all’Iran immagini satellitari della base militare statunitense in Giordania poco prima che tre militari americani venissero uccisi in un attacco missilistico. Trump dovrebbe incontrare il Presidente cinese Xi Jinping alla Casa Bianca entro la fine del mese.
Danneggiamenti alle sedi diplomatiche nell’operazione Epic Fury
Secondo il rapporto dell’Ispettore Generale, le sedi diplomatiche statunitensi in Iraq, Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno subito danni materiali per un valore di circa 184 milioni di dollari (159,4 milioni di euro) a causa di attacchi missilistici e con droni iraniani.
Le sedi statunitensi in Iraq sono state le più colpite. Il rapporto rileva che le forze statunitensi hanno subito “600 attacchi” dal 28 febbraio al 30 giugno. Il nuovo complesso del Consolato Generale degli Stati Uniti a Erbil ha subito danni a diversi edifici. Anche l’Ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad e il Complesso di Supporto Diplomatico di Baghdad sono stati danneggiati, sebbene quest’ultimo edificio fosse in fase di chiusura prima dell’Operazione Epic Fury. Il danno totale stimato alle strutture diplomatiche americane in Iraq ammonta a 157,3 milioni di dollari (136,3 milioni di euro).
L’Ambasciata degli Stati Uniti a Kuwait City ha subito danni per un valore di 14,75 milioni di dollari (12,8 milioni di euro).
L’Ambasciata degli Stati Uniti a Riad ha subito danni per un valore di 11,5 milioni di dollari (10 milioni di euro).
Il Consolato Generale degli Stati Uniti a Dubai ha subito danni a un edificio di servizio, stimati in 125.000 dollari (108.300 euro).
Dall’operazione Epic Fury all’operazione “Economic Fury”
Le principali operazioni di combattimento dell’Operazione Epic Fury sono proseguite fino al 7 aprile, data in cui è entrato in vigore il cessate il fuoco.
A ciò ha fatto seguito il lancio dell’Operazione Economic Fury (ora denominata Operazione Isolamento Economico), che mira a soffocare i finanziamenti all’Iran e ai suoi alleati bloccando le vendite di petrolio, congelando le criptovalute legate al Regime, smantellando le reti bancarie ombra e inasprendo le sanzioni.
L’operazione economica è stata accompagnata dal blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, iniziato il 13 aprile e proseguito fino al 17 giugno, data in cui Trump ha firmato un Memorandum d’Intesa con l’Iran. Tuttavia, l’8 luglio, il Presidente ha dichiarato concluso il Memorandum d’Intesa, appena un giorno dopo l’inizio degli “attacchi difensivi” da parte degli Stati Uniti.
Trump ha affermato che il conflitto con l’Iran, che continua a minimizzare, si concluderà dopo le elezioni di medio termine di novembre.
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15/09/2026
Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?
È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..
Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).
Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.
Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.
È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.
Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.
In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.
La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...
Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.
Non è che prima della guerra non si sapesse...
Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.
Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.
Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.
L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.
Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.
Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.
L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.
Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...
Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...
Fonte
14/09/2026
Collaborazione, non confronto: la visita di Xi Jinping negli Stati Uniti
La prossima visita del presidente Xi Jinping negli Stati Uniti deve essere compresa come qualcosa di più di un incontro tra due capi di Stato: deve essere vista come un incontro tra due possibili futuri.
In un futuro, gli Stati Uniti impongono alla Cina una spirale di confronto. Le dispute commerciali si trasformano in guerra economica, la guerra economica si intensifica fino a diventare un blocco tecnologico, i blocchi tecnologici producono un accerchiamento militare e, infine, l’accerchiamento militare genera incidenti, mentre gli incidenti accrescono il rischio di una guerra inimmaginabile.
Nell’altro futuro, i due Paesi riconoscono che nessuno dei due può distruggere l’altro senza distruggere gran parte dell’umanità. Riconoscono che la coesistenza non è un atto di carità e che la collaborazione non è una concessione. Entrambe sono necessità.
Questo è il significato della decisione del presidente Xi di recarsi negli Stati Uniti. Il ministero degli Esteri cinese ha descritto la diplomazia tra capi di Stato come avente un ruolo «insostituibile» nell’orientare le relazioni tra i due Paesi. La visita segue il viaggio del presidente Donald Trump in Cina a maggio e i negoziati tuttora in corso su dazi, commercio e investimenti.
Vi sono indicazioni secondo cui il presidente Xi viaggerà con una nutrita delegazione di esponenti del mondo imprenditoriale cinese. Questi elementi suggeriscono che Pechino voglia allontanare la relazione da una crisi permanente e orientarla verso un confronto pragmatico.
Ma la diplomazia tra Cina e Stati Uniti non può ridursi a un’occasione per scattare fotografie. Né deve essere intesa come una trattativa nella quale una delle due parti deve arrendersi all’altra. Deve basarsi su un riconoscimento lucido della realtà. O, per essere precisi, di quattro realtà.
La prima realtà
La prima realtà è che la Cina non può essere contenuta.
La Cina non è un Paese minore il cui sviluppo possa essere soffocato dalle sanzioni. Ha una popolazione di oltre 1,4 miliardi di persone, un vastissimo sistema industriale, una comunità scientifica sempre più sofisticata e profonde relazioni commerciali in Asia, Africa, America Latina ed Europa.
Qualunque sia l’opinione che si ha della Cina, è assurdo immaginare che possa essere semplicemente esclusa dall’economia mondiale. Il tentativo di contenere la Cina ha già prodotto un catalogo straordinario di restrizioni: dazi, controlli sui semiconduttori, divieti sugli investimenti, sanzioni contro aziende cinesi, pattugliamenti navali lungo le coste cinesi e la costruzione di nuovi accordi militari dal Pacifico all’Oceano Indiano.
Ognuna di queste misure viene presentata come difensiva. Considerate nel loro insieme, tuttavia, esse costituiscono un’architettura di confronto.
A Washington esiste una pericolosa illusione: quella secondo cui la pressione costringerà la Cina ad abbandonare il proprio sviluppo. Nessun governo cinese potrebbe accettare una simile richiesta. Dopo il secolo dell’umiliazione – dalle guerre dell’oppio all’invasione giapponese – il ripristino della sovranità nazionale e il miglioramento delle condizioni di vita non sono questioni negoziabili per il popolo cinese.
Gli Stati Uniti possono rallentare alcuni aspetti dello sviluppo cinese, ma non possono convincere la Cina a tornare alla povertà.
La seconda realtà
La seconda realtà è che la separazione economica non è né semplice né indolore.
Stati Uniti e Cina rimangono profondamente interconnessi attraverso il commercio, gli investimenti, le catene di approvvigionamento, le conoscenze scientifiche e i mercati dei consumatori.
Gli agricoltori statunitensi dipendono dagli acquirenti cinesi. Le aziende statunitensi dipendono dalla produzione cinese e dai consumatori cinesi. La Cina, nel frattempo, trae beneficio dall’accesso alla tecnologia statunitense, ai prodotti agricoli e ai capitali americani.
I negoziatori stanno ora discutendo riduzioni reciproche dei dazi e nuovi meccanismi per il commercio e gli investimenti. Si tratta di misure modeste, ma riconoscono una verità importante: la guerra economica danneggia entrambi i Paesi.
I dazi vengono annunciati attraverso discorsi nazionalistici, ma i loro costi compaiono silenziosamente nelle spese per la spesa alimentare, nella chiusura delle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento interrotte e nella perdita di posti di lavoro.
I lavoratori negli Stati Uniti non traggono beneficio dall’indebolimento della Cina. Le loro difficoltà affondano principalmente le radici nelle decisioni prese dalla loro stessa classe dirigente: decenni di deindustrializzazione, il potere della finanza, gli attacchi ai sindacati, la privatizzazione dei servizi pubblici e il rifiuto di realizzare seri investimenti sociali.
La Cina non ha chiuso le fabbriche del Midwest statunitense. Sono stati gli imprenditori americani a chiuderle alla ricerca di profitti più elevati.
La risposta alle disuguaglianze in uno dei due Paesi non è il nazionalismo economico degli Stati Uniti.
La terza realtà
La terza realtà è che l’umanità deve affrontare problemi che nessuno dei due Paesi può risolvere agendo da solo.
La catastrofe climatica non possiede un passaporto. Il carbonio emesso in un Paese riscalda l’atmosfera ovunque.
Gli Stati Uniti dispongono di immense risorse scientifiche e finanziarie, mentre la Cina ha sviluppato una enorme capacità produttiva nel settore dei pannelli solari, delle batterie, dei veicoli elettrici, del trasporto pubblico e delle infrastrutture per le energie rinnovabili.
La collaborazione tra i due Paesi potrebbe accelerare una transizione energetica mondiale. Il confronto la rallenterà proprio nel momento in cui i ritardi sono diventati intollerabili.
Lo stesso vale per la salute pubblica. La pandemia di COVID-19 ci ha mostrato il costo umano della segretezza, della competizione e del nazionalismo vaccinale.
L’intelligenza artificiale rappresenta un’altra area urgente di cooperazione. Queste tecnologie non possono essere governate adeguatamente attraverso dottrine militari contrapposte o lasciandole nelle mani di società private alla ricerca del massimo profitto.
I due Paesi devono sviluppare garanzie comuni contro le armi autonome, i cyberattacchi destabilizzanti, la sorveglianza di massa e l’uso dell’intelligenza artificiale per aggravare le disuguaglianze sociali.
Infine, la quarta realtà
La quarta realtà è la questione della guerra.
Cina e Stati Uniti sono potenze nucleari. Qualsiasi conflitto militare diretto tra loro avrebbe conseguenze impossibili da calcolare.
Per questo Taiwan non deve essere trasformata nel detonatore di un confronto catastrofico. Il principio di «una sola Cina» e gli accordi diplomatici esistenti non devono essere svuotati di significato attraverso provocazioni, vendite di armi o gesti concepiti per il teatro della politica interna.
La pace richiede moderazione da entrambe le parti, ma la moderazione non può significare che gli Stati Uniti circondino la Cina con basi militari e navi da guerra e poi pretendano che sia la Cina, da sola, a mantenere la calma.
La sicurezza non può essere ottenuta attraverso l’insicurezza permanente di un altro Paese.
Ci saranno, naturalmente, disaccordi. La collaborazione non richiede un accordo su ogni questione politica. Né la coesistenza richiede il silenzio sulle differenze.
Ma il disaccordo deve essere gestito attraverso la diplomazia, il diritto internazionale e le istituzioni delle Nazioni Unite, non attraverso sanzioni, minacce ed esercitazioni militari.
I Paesi del Sud globale hanno un interesse particolare al successo di questa visita. Non vogliono che venga loro imposto di scegliere tra Cina e Stati Uniti.
Non vogliono che i loro porti, le loro risorse minerarie, i loro sistemi di telecomunicazione e le loro istituzioni politiche vengano trasformati in campi di battaglia di una nuova guerra fredda.
Vogliono accesso alla finanza, alla tecnologia, alla medicina e ai mercati senza essere sottoposti a subordinazione politica. Vogliono sviluppo, non il reclutamento in campi militari contrapposti.
La visita di Xi Jinping comporta quindi una responsabilità che si estende ben oltre Washington e Pechino.
Il mondo non ha bisogno di un accordo che si limiti a dividere i mercati tra aziende cinesi e statunitensi. Ha bisogno di un impegno a ridurre il pericolo della guerra, smantellare le misure coercitive unilaterali, ripristinare normali relazioni economiche, cooperare sul clima e sulla salute pubblica e rafforzare i principi della Carta delle Nazioni Unite.
L’importanza della visita non risiede nella cerimonia, ma nella possibilità che essa rappresenta.
Offre a entrambi i Paesi l’opportunità di allontanarsi dal precipizio.
Gli Stati Uniti devono abbandonare la fantasia secondo cui possono preservare la propria supremazia impedendo lo sviluppo della Cina.
La Cina, da parte sua, ha ripetutamente affermato di non voler sostituire gli Stati Uniti come potenza egemonica. Questo principio deve diventare la base di una relazione duratura: nessun contenimento, nessuna dominazione, nessuna guerra.
Esiste una vecchia abitudine tra gli Stati potenti: considerare il compromesso come un segno di debolezza.
Nell’era nucleare, è vero il contrario.
Non ci vuole alcun coraggio a ordinare a un’altra nave da guerra di entrare in acque contese. Ci vuole coraggio politico per riconoscere che anche il proprio avversario ha interessi legittimi, che la coesistenza richiede reciprocità e che la sopravvivenza dell’umanità è più importante della vanità della supremazia.
Questa visita dovrebbe quindi portare da Washington al mondo un messaggio semplice: la collaborazione non è resa, la diplomazia non è debolezza e la pace non è un’astrazione.
Il confronto non offre a nessuno dei due Paesi un futuro. La collaborazione offre al mondo una possibilità.
Fonte
13/09/2026
Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti
Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] nella campagna elettorale del 2020.
Nessuno dei due è ciò di cui furono accusati, sebbene entrambi siano pedine di un’altra potenza straniera il cui nome non è consentito pronunciare nella politica USA, se non in adorazione.
“Tel Aviv Donald” e “Israeli Joe” sarebbero stati soprannomi perfetti, ma ovviamente nessun media mainstream negli Stati Uniti avrebbe mai riconosciuto una verità così lampante.
In Cina, gli utenti dei social media sarcasticamente chiamano Donald Trump “川建国” (ovvero “Trump il costruttore della nazione”), in quanto le sue politiche sembrano effettivamente promuovere lo sviluppo della Cina.
La sua guerra commerciale ha costretto la Cina a diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo.
La sua guerra tecnologica ha spinto la Cina a investire nei punti deboli della sua catena di approvvigionamento tecnologica.
La sua guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione.
Pertanto, quando Trump ha attaccato l’Iran all’inizio di quest’anno, noi in Cina ci aspettavamo naturalmente un ulteriore sostegno da parte del “costruttore della nazione”.
Non siamo rimasti delusi.
Il commercio cinese ha avuto un boom come conseguenza diretta della guerra
Nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri della Cina ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari, registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%.
Per contestualizzare la cifra, il volume degli scambi commerciali è superiore al PIL del Giappone per l’intero anno 2025.
Oltre alla rapida crescita, l’espansione commerciale della Cina ha visto un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud Globale.
Gli scambi commerciali della Cina con l’ASEAN sono cresciuti del 35%. Anche i suoi scambi commerciali con Russia, Africa e America Latina sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti.
Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti rappresentano solo l’8,8% del commercio estero totale della Cina, in calo rispetto al quasi 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016.
La crescita degli scambi commerciali nel 2026 è trainata dall’esplosione della domanda globale di energia verde e tecnologie avanzate cinesi.
L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti di energia verde cinese, dai veicoli elettrici ai pannelli solari.
Le esportazioni di veicoli elettrici hanno registrato un aumento del 71,2% su base annua in termini di valore, trainato dalla domanda di veicoli a basso consumo energetico a seguito dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla chiusura di Hormuz.
Analogamente, le esportazioni cinesi di batterie al litio sono aumentate del 36%, poiché l’accumulo di energia è diventato fondamentale durante la crisi.
Le esportazioni di turbine eoliche sono cresciute del 35% su base annua. Le spedizioni di impianti solari sono aumentate del 24%.
La necessità di elettrificare l’economia globale, dovuta sia alla crisi energetica derivante dalla guerra sia all’enorme domanda proveniente dai centri dati dell’IA, ha determinato una crescita del 32% delle esportazioni cinesi di apparecchiature elettriche, come i trasformatori.
Lo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale a livello globale ha innescato un’impennata senza precedenti delle esportazioni di prodotti elettronici.
Il valore totale delle esportazioni cinesi di semiconduttori è quasi raddoppiato.
Inoltre, la guerra ha anche reindirizzato la domanda globale verso i fornitori cinesi per materiali di base come alluminio e urea, poiché i tradizionali fornitori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, sono stati tagliati fuori dalla catena di approvvigionamento globale.
Conseguenze indesiderate della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran
Lo scoppio della guerra ha rappresentato un enorme impulso economico per le esportazioni industriali cinesi.
Mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli USA, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali.
1. Accelerazione della transizione globale verso l’energia verde
La chiusura dello Stretto di Hormuz tramite blocchi militari ha innescato un enorme shock energetico globale legato agli idrocarburi e ai combustibili fossili.
Con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il collasso della sicurezza energetica tradizionale, i mercati internazionali hanno accelerato drasticamente i tempi di transizione verso le rinnovabili.
Poiché la Cina possiede la capacità produttiva più ampia e dominante al mondo nel settore delle tecnologie verdi, è diventata il beneficiario globale per eccellenza.
2. Collo di bottiglia della rete dell’IA e sostituzione del materiale di base
La guerra ha gravemente compromesso le catene di approvvigionamento industriali specializzate a valle nel Golfo Persico, danneggiando in particolare importanti impianti di trasformazione regionali come l’Emirates Global Aluminum.
Poiché la regione del Golfo forniva in precedenza circa il 21% dell’alluminio primario degli USA e il 19% di quello dell’UE, i produttori occidentali del settore aerospaziale, automobilistico ed elettronico si sono trovati ad affrontare immediate carenze strutturali.
La Cina ha occupato questo vuoto, diventando il principale esportatore di materiali di riempimento per metalli lavorati e materiali industriali.
Contemporaneamente, l’intensa espansione globale delle infrastrutture dell’IA si è scontrata con enormi limitazioni della rete elettrica a causa degli elevati costi energetici.
La Cina ha sfruttato questa situazione fornendo infrastrutture elettriche cruciali a supporto delle reti elettriche internazionali sovraccariche.
3. Buffer energetici a forte sconto e de-dollarizzazione
Mentre le nazioni occidentali soffrivano una grave inflazione causata dalla guerra e per l’aumento dei prezzi al dettaglio dei carburanti, la Cina ha protetto la propria base industriale mediante una rigorosa pianificazione strategica.
Prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.
Questa enorme ed economica riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili.
Inoltre, per aggirare i sempre più stringenti blocchi marittimi e le sanzioni bancarie USA, l’Iran ha iniziato a consentire il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che le transazioni fossero regolate direttamente in RMB [ndt: renminbi] cinese.
La guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro USA nel commercio globale delle materie prime.
La Cina sarà la maggiore vincitrice della ricostruzione postbellica in Iran
Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico. Ma è quasi certo che ci sarà un’enorme espansione degli scambi commerciali tra Cina e Iran nel dopoguerra.
Una soluzione formale al conflitto sbloccherebbe immediatamente una sinergia commerciale senza precedenti tra Pechino e Teheran.
La ricostruzione postbellica
L’Iran del dopoguerra avrà bisogno di miliardi di dollari in rapide iniezioni di capitale per ricostruire le sue infrastrutture energetiche, marittime, logistiche e civili devastate.
Le aziende occidentali continueranno a essere soggette a restrizioni legali o a esitazioni strutturali nell’entrare nel mercato iraniano; le imprese cinesi sono quindi pronte ad agire come appaltatori principali e di default.
Questo incremento verrà assorbito senza problemi dal programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran preesistente, firmato nel marzo 2021.
Nell’ambito di questo piano da 400 miliardi di dollari, la Cina ha già pianificato ingenti investimenti postbellici per modernizzare le reti di trasporto, gli impianti petroliferi, i porti, i centri manifatturieri e le telecomunicazioni 5G dell’Iran.
Normalizzazione del condotto energetico
Sebbene l’attuale blocco navale statunitense abbia temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio via mare, la Cina rimane la principale fonte di sostentamento economico per l’Iran.
Un accordo di pace permanente eliminerà le minacce marittime nello Stretto di Hormuz, consentendo al petrolio greggio iraniano di tornare a fluire a pieno regime verso la base industriale cinese.
I giganti energetici statali cinesi avranno accesso prioritario allo sviluppo del vasto giacimento di gas di South Pars, ancora poco sfruttato, e dei principali blocchi petroliferi iraniani, assicurandosi contratti energetici a lungo termine a tariffe estremamente favorevoli, tipiche del dopoguerra.
Istituzionalizzazione del renminbi e de-dollarizzazione
La guerra in corso ha costretto l’Iran a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale.
Durante il conflitto, Teheran ha iniziato a canalizzare i suoi scambi commerciali di materie prime esclusivamente attraverso il renminbi cinese (RMB) per aggirare le sanzioni bancarie USA.
Una volta terminata la guerra, questo sistema non tornerà al dollaro statunitense.
Il boom commerciale del dopoguerra sarà regolato tramite il Sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinesi (CIPS), vincolando l’Iran all’orbita economica globale di Pechino.
Sblocco degli assets congelati per soddisfare la domanda immediata dei consumatori
Durante tutto il conflitto, una parte significativa delle entrate petrolifere dell’Iran si è accumulata in conti esteri.
Quando la guerra finirà, questi miliardi saranno sbloccati.
È altamente probabile che l’Iran converta direttamente queste riserve in linee di credito immediate per acquistare macchinari, elettronica di consumo, attrezzature per la produzione industriale e tecnologie mediche di produzione cinese.
In sintesi, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra criminale contro l’Iran e sono stati sonoramente sconfitti.
Hanno esaurito il loro arsenale di armi e la poca credibilità che l’esercito USA aveva conservato dal passato. E questo ha contribuito ad accelerare gli obiettivi economici della Cina.
Si è rivelato, come direbbe Trump, “un ottimo affare”. Il “maestro” dell'“arte della negoziazione” si merita appieno il suo soprannome cinese “川建国”.
Sarebbe ingiusto accusare Trump di essere il solo ad aver aiutato la Cina con la sua belligeranza e stupidità.
Prima di lui, le provocazioni di Biden nei confronti della Russia con la guerra per procura in Ucraina avevano consolidato la partnership energetica tra Cina e Russia.
Oggi la Russia esporta la maggior parte del suo petrolio e del suo gas in Cina, anziché nell’Europa occidentale.
Analogamente, le guerre interminabili di George W. Bush e Obama in Medio Oriente hanno visto la Cina emergere come principale beneficiaria della ricostruzione irachena.
Il precedente iracheno della vittoria della Cina nelle guerre di aggressione USA
Sebbene l’invasione statunitense del 2003 abbia rovesciato Saddam Hussein, le principali compagnie petrolifere americane si sono in gran parte ritirate dall’Iraq negli ultimi due decenni.
In loro assenza, Pechino è intervenuta in modo aggressivo, trasformando di fatto l’Iraq in un pilastro della propria sicurezza energetica.
Gli analisti stimano che tra il 50% e il 65% dell’intera produzione petrolifera irachena provenga attualmente da giacimenti in cui operano, investono o forniscono servizi di ingegneria aziende cinesi.
L’uscita degli USA e l’entrata della Cina
Dopo la guerra, corporations americane come ExxonMobil si aggiudicarono inizialmente lucrosi diritti per lo sviluppo dei mega-giacimenti iracheni.
Tuttavia, a causa dei bassi margini di profitto imposti dal governo iracheno, delle complesse realtà in materia di sicurezza e del cambiamento delle priorità aziendali verso lo shale oil [ndt: gas di scisto] nazionale, le società USA si sono ritirate.
ExxonMobil si è ritirata completamente dall’Iraq, cedendo le operazioni del vasto giacimento di West Qurna 1.
Al di fuori della regione autonoma del Kurdistan iracheno, le compagnie statunitensi detengono una quota inferiore al 2% nei progetti petroliferi e del gas in Iraq.
Al contrario, le aziende cinesi hanno acquisito la quota maggiore di licenze straniere per l’estrazione di petrolio e gas in Iraq (7,27%), seconde solo allo Stato iracheno stesso.
Dominio a monte e gare d’appalto 2024-2026
La presenza cinese spazia da colossi statali come PetroChina e CNOOC, a imprese private indipendenti, altamente aggressive e agili.
Durante le principali tornate di licenze irachene, la “Quinta+” e la “Sesta”, le aziende cinesi si sono aggiudicate quasi tutti i contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento di oltre 10 nuovi giacimenti di petrolio e gas, mentre l’interesse degli Stati Uniti è stato praticamente inesistente.
Società private cinesi come Geo-Jade Petroleum, United Energy Group e ZPEC stanno investendo miliardi in Iraq. Attualmente, sono sulla buona strada per raddoppiare la loro produzione indipendente di petrolio iracheno, portandola a 500.000 barili al giorno (bpd) entro il 2030.
A metà del 2025, l’Iraq ha firmato un accordo integrato da 848 milioni di dollari con Geo-Jade per espandere il giacimento petrolifero di Tuba da 20.000 a 100.000 barili al giorno, parallelamente alla costruzione di imponenti raffinerie a valle.
Il mega-accordo “Petrolio in cambio di costruzioni”
Il predominio della Cina va ben oltre le semplici trivellazioni. È intrinseco alla ricostruzione nazionale dell’Iraq attraverso un accordo quadro formale ventennale “Petrolio in cambio di costruzione”.
In base a questo meccanismo, l’Iraq invia obbligatoriamente 100.000 barili di petrolio greggio al giorno direttamente in Cina.
In cambio, Pechino finanzia e realizza imponenti progetti infrastrutturali nazionali.
Grazie a questo accordo, le aziende cinesi hanno costruito oltre 1.000 scuole e ospedali in tutto l’Iraq, edificato un importante aeroporto civile a Dhi Qar e sviluppato enormi città residenziali.
Nell’aprile del 2026, il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani ha approvato uno stanziamento di 1,5 miliardi di dollari nell’ambito di questo accordo per finanziare l’attesissimo oleodotto Bassora-Haditha, del valore di 5 miliardi di dollari.
Inoltre, la China Petroleum Pipeline Engineering Co. si è aggiudicata un contratto da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione del gigantesco progetto iracheno di approvvigionamento idrico marino comune, necessario per far fronte alla pressione esercitata dai giacimenti petroliferi.
Cliente principale nel settore energetico e influenza geopolitica
La Cina importa quotidianamente circa 1,2-1,4 milioni di barili di petrolio iracheno, assorbendo costantemente circa il 35% dell’intera produzione nazionale irachena e affermandosi come il suo principale cliente mondiale.
A differenza di Washington, Pechino adotta una rigida politica di “non interferenza” per quanto riguarda la politica locale e la governance interna irachena.
Questo approccio conferisce alle aziende energetiche cinesi un vantaggio costante rispetto alle controparti occidentali nelle gare d’appalto per contratti statali a lungo termine.
Lo schema è lo stesso in Afghanistan: ovunque gli USA intraprendano guerre, la Cina acquisisce influenza
In Afghanistan sta accadendo la stessa cosa.
Nonostante i persistenti rischi per la sicurezza nel paese, la Cina ha già tratto vantaggio dalla ricostruzione postbellica grazie all’accesso economico strategico.
Estrazione di minerali critici ed energia
Il principale vantaggio economico consiste nell’ottenere un accesso preferenziale alle vaste e incontaminate risorse naturali dell’Afghanistan, il cui valore è stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari.
Le società minerarie cinesi hanno cercato con aggressività di ottenere l’accesso agli enormi giacimenti di litio e terre rare dell’Afghanistan.
La Cina detiene inoltre un accordo di estrazione a lungo termine per il giacimento di rame di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo.
Nel bacino dell’Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan, la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC) si è aggiudicata un accordo di estrazione petrolifera da 540 milioni di dollari, che consentirà alla Cina di pompare petrolio direttamente dal territorio afghano.
Espansione geopolitica e infrastrutturale (CPEC 2.0)
Il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO ha permesso alla Cina di integrare l’Afghanistan nella sua iniziativa “Belt and Road” (BRI) senza un coinvolgimento militare.
La Cina ha esteso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) direttamente in territorio afghano.
La Cina ha concesso all’Afghanistan un trattamento tariffario a zero sul 100% delle sue linee tariffarie. Questa eliminazione dei dazi doganali stimola significativamente gli scambi bilaterali, consentendo l’afflusso di macchinari manifatturieri cinesi a Kabul in cambio di materie prime afghane.
Influenza diplomatica
Mentre le nazioni occidentali hanno congelato gli attivi afghani e chiuso le proprie ambasciate in seguito alla riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, la Cina ha mantenuto aperta la propria ambasciata.
Posizionandosi come uno dei principali contributori alla ricostruzione pacifica attraverso contratti nelle infrastrutture (come la costruzione di ospedali e complessi residenziali), Pechino si è assicurata il monopolio dell’influenza diplomatica sulla leadership talebana.
La formula cinese per vincere le guerre degli Stati Uniti
I costanti vantaggi economici e geopolitici che Pechino ottiene dagli interventi militari guidati dagli Stati Uniti sono il risultato di una strategia di ampio respiro, deliberata e strutturata.
Mentre gli Stati Uniti affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, la Cina opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica.
Posizionandosi come “costruttore di ultima istanza”, Pechino eredita naturalmente il panorama economico una volta che la situazione si è stabilizzata in seguito a un conflitto.
Questo beneficio sistematico è determinato da diverse dinamiche strutturali.
1. Il vantaggio della “non interferenza”
Il principio cardine della politica estera cinese è l’assoluta non interferenza negli affari interni di altre nazioni.
Quando gli Stati Uniti scatenano una guerra o spingono per un cambio di regime, spesso subordinano gli aiuti, gli scambi commerciali e il riconoscimento diplomatico a successive rigide condizioni politiche, minando di solito direttamente la sovranità dello stato bersaglio.
Al contrario, Pechino non impone alcuna condizione politica o ideologica ai suoi partner.
Per le nazioni devastate dalla guerra e desiderose di ricostruirsi, le imprese cinesi rappresentano un’alternativa estremamente attraente.
Offrono uno sviluppo infrastrutturale immediato – strade, ponti, aeroporti e scuole – senza richiedere un allineamento politico, consentendo alle élite locali di mantenere il potere mentre stabilizzano rapidamente le proprie economie.
2. Asimmetria del rischio: sangue contro capitale
Quando inizia una guerra, Washington si fa carico degli immensi e gravosi costi finanziari e umani del conflitto: migliaia di miliardi di dollari in spese militari, logistica, intelligence e operazioni di combattimento attive.
La Cina evita completamente il campo di battaglia. Aspetta invece che il conflitto si concluda o si stabilizzi, per poi impiegare capitali statali per acquisire asset a prezzi fortemente scontati.
In Iraq, mentre gli Stati Uniti spendevano oltre 2 trilioni di dollari per lo sforzo bellico, le aziende cinesi hanno riempito il vuoto lasciato dalle principali compagnie petrolifere americane che si ritiravano dal paese.
Pechino si è assicurata contratti petroliferi dominanti a monte della filiera senza perdere un solo soldato né sparare un colpo, trasformando di fatto una campagna militare statunitense in una fonte sicura di energia per la Cina.
3. Capitalizzare le sanzioni occidentali e de-dollarizzare
Quando gli Stati Uniti intraprendono una guerra economica o militare contro un Paese, la loro arma principale consiste nell’isolare quella nazione dal sistema finanziario occidentale attraverso il blocco dei conti bancari SWIFT e le sanzioni commerciali.
Costringendo le aziende occidentali ad abbandonare un Paese bersaglio (come l’Iran o la Russia), gli Stati Uniti eliminano involontariamente ogni concorrenza di mercato per la Cina.
La Cina diventa l’unica grande economia globale disposta e in grado di acquistare le materie prime di quel paese isolato.
Ciò conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale per acquistare risorse vitali, come il petrolio greggio iraniano e russo, a prezzi estremamente inferiori a quelli di mercato, riducendo drasticamente i costi operativi della base manifatturiera nazionale cinese.
Inoltre, poiché queste nazioni sanzionate non possono più commerciare in dollari USA, sono costrette a regolare le transazioni in RMB cinesi, accelerando rapidamente l’obiettivo strategico a lungo termine della Cina di de-dollarizzare il commercio globale delle materie prime.
4. Distrazione geopolitica
Ogni importante intervento militare USA agisce come un enorme diversivo strategico, distogliendo l’attenzione, le risorse e il capitale politico di Washington dalla competizione diretta con la Cina nella regione dell’Asia-Pacifico.
L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 hanno di fatto garantito alla Cina “due decenni d’oro” di incontrastata crescita economica.
Mentre gli USA erano impantanati nella guerra di controinsurrezione in Medio Oriente, la Cina ha silenziosamente sviluppato i suoi settori tecnologici interni, si è assicurata il monopolio della catena di approvvigionamento globale di energia verde e ha portato avanti la sua imponente iniziativa “Belt and Road”.
I conflitti e le guerre per procura guidati dagli Stati Uniti a metà degli anni 2020 continuano questa tendenza.
Mentre Washington esaurisce le sue scorte di munizioni, mette a dura prova il suo bilancio e distoglie l’attenzione dalla politica interna per gestire le guerre all’estero, la Cina rimane libera di espandere sistematicamente le sue reti commerciali in tutta l’ASEAN, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa.
Conclusione
In un linguaggio che i capitalisti possono comprendere: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo sugli investimenti nel mondo moderno.
La divergenza strutturale tra Stati Uniti e Cina negli ultimi decenni rappresenta un chiaro caso di studio concreto che dimostra perché la diplomazia commerciale e pacifica sia di gran lunga più redditizia e sostenibile dell’imperialismo militarista.
L’imperialismo militarista statunitense si basa su sanzioni, blocchi e distruzione fisica, tutti elementi che riducono la torta economica globale.
Viceversa, la diplomazia pacifica e il commercio cinesi creano mercati.
L’iniziativa cinese “Belt and Road” si basa sul presupposto che un Paese dotato di una nuova ferrovia, un porto o una rete 5G costruiti dalla Cina diventi un consumatore a lungo termine di beni cinesi.
Non si possono vendere veicoli elettrici ad alta tecnologia, hardware per l’intelligenza artificiale o beni di consumo a un paese che è stato bombardato fino al collasso economico.
Grazie alla diplomazia, che mantiene aperte e stabili le rotte commerciali, la Cina garantisce la crescita dei mercati globali, alimentando così la propria economia trainata dalle esportazioni.
Infine, nelle relazioni internazionali, la buona volontà e la prevedibilità sono risorse economiche di grande valore.
La posizione diplomatica della Cina, rigorosamente orientata al business e priva di pregiudizi, la rende un partner sicuro e senza attriti per i paesi del Sud del Mondo.
Questa reputazione apre le porte a lucrosi appalti infrastrutturali e ad accordi commerciali a lungo termine, che sono preclusi alle nazioni occidentali.
In definitiva, l’ultimo quarto di secolo ha dimostrato una lezione inequivocabile di grande strategia: la ricchezza si genera costruendo fabbriche, integrando le catene di approvvigionamento e dominando le rotte commerciali, non conducendo guerre o cambiando regimi con la forza.
Scegliendo la via della diplomazia commerciale anziché quella dell’espansione militare, la Cina ha di fatto ottenuto i vantaggi economici del XXI secolo senza pagare il prezzo devastante della guerra.
In definitiva, l’atteggiamento bellicoso degli Stati Uniti ha direttamente favorito l’espansione commerciale della Cina in tutto il mondo.
In una giravolta ironica del destino, gli sforzi del regime statunitense per sottomettere altri paesi e contenere la Cina gli si sono completamente ritorti contro: gli Stati Uniti sopportano i costi delle loro guerre e Pechino ne raccoglie i frutti.
È uno scherzo solo a metà il fatto che i cinesi chiamano Trump “川建国”.
Pechino è diventata la più grande vincitrice delle guerre dell’America.
Fonte