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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/09/2026

Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace

Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che la guerra continua, e le potenze europee vogliono trovare il modo di farla continuare.

Dopo sette mesi di stallo (e dissanguamento ucraino), la Casa Bianca rilancia il dialogo tra Russia e Ucraina per definire una soluzione negoziata al conflitto. The Donald sta probabilmente cercando altre strade per glorificare il suo operato, dato che lo strangolamento di Cuba non ha dato finora i risultati sperati e l’aggressione all’Iran si è trasformata in una sconfitta strategica, con annesso rialzo dei prezzi dei carburanti anche negli States.

Il nodo economico rimane centrale nella diplomazia del tycoon. Sul tavolo del presidente russo, infatti, non sono finite soltanto le opzioni per la risoluzione delle ostilità, ma anche potenziali progetti di investimento congiunti di ampia portata tra Washington e Mosca. Il Cremlino, tuttavia, rifiuta tregue prolungate o vertici tripartiti con Stati Uniti e Ucraina, a meno che non servano per siglare un accordo definitivo, su cui l’intesa è ancora lontana.

Domenica, Kushner e Witkoff sono giunti a Kiev per la prima volta dall’inizio del secondo mandato Trump: per l’occasione, Putin aveva persino disposto una sospensione temporanea dei raid aerei sulla capitale ucraina per tre giorni. I due inviati hanno incontrato Zelensky e, successivamente, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito.

A Kiev le proposte statunitensi sono state accolte con un cauto ottimismo e giudicate da fonti governative più efficaci e attuabili rispetto al passato, riporta il Kyiv Independent. Tra i temi caldi del confronto hanno figurato la sicurezza delle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno e il sostegno economico e militare.

Zelensky ha dichiarato che si è parlato dell’autorizzazione per la produzione ucraina dei missili Patriot, rimasta in sospeso, senza però fare sostanziali passi in avanti. Allo stesso tempo, ha confermato il clima costruttivo delle discussioni, ribadendo come uno dei nodi più spinosi, quello delle cessioni territoriali, possa essere risolto solo tramite un incontro diretto con Putin.

Il presidente ucraino ha però respinto ogni illusione di una svolta immediata nel conflitto. La guerra continuerà almeno per tutto l’anno e probabilmente per l’inverno a venire. Del resto, in una nota della Casa Bianca inviata ad Afp e Axios dopo il confronto di Mosca si faceva riferimento a generici avanzamenti di cui si sarebbe dato conto nelle successive settimane: lo sguardo era già sul medio termine.

Al contrario, sul breve è la smania guerrafondaia a sostenere la giunta di Kiev. Da Londra e Parigi è arrivato il via libera per la produzione domestica del missile da crociera Storm Shadow, mentre la risposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alle accuse tedesche di aver orchestrato il fallito attentato dell’aeroporto di Lipsia-Halle è netta: per Mosca, “in linea di massima, è l’inizio di una vera guerra”.

L’escalation condotta dalle capitali europee prevede di integrare definitivamente l’Ucraina nel complesso militare-industriale del Vecchio Continente, così da renderla, oltre che laboratorio bellico sulla pelle degli ucraini, anche fabbrica e insieme destinatario della produzione di armi e armamenti europea. L’autorizzazione riguardante gli Storm Shadow va in questa direzione.

Allo stesso tempo, è evidente che né Kiev nei suoi alleati europei sanno più dove attingere per armare e finanziare l’Ucraina, che è sempre più allo sbando. L’unica strada è quella di usare gli asset finanziari russi congelati, ma per farlo bisogna trovare una soluzione legale che metta al riparo dallo sgretolamento di ogni fiducia nel sistema finanziario europeo.

Il problema è aggirare il blocco del Belgio, che detiene la maggior parte dei 210 miliardi di euro presso Euroclear, e teme giustamente i contenziosi che potrebbero ricadere sul paese. Una soluzione che viene sempre più paventata è quella di trasferire i soldi verso un nuovo depositario, con un’iniziativa di cui tutti i 27 membri della UE sarebbero corresponsabili.

Non ci sarebbe uno stato specifico su cui rifarsi, e il Belgio verrebbe così sollevato dalla paura delle ritorsioni. Ma i nodi legali e i possibili effetti economici rimangono inalterati. È il sintomo della corsa disperata alla guerra delle classi dirigenti europee, e anche la loro unica alternativa.

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07/09/2026

L’Iran inverte l’asimmetria

Il 2 settembre, frammenti di un missile statunitense hanno squarciato il tetto di una celebrazione nuziale a Kuhestak, nella contea di Sirik, nel sud dell’Iran. Quattro persone hanno perso la vita, tra cui un bambino, e sessantotto sono rimaste ferite. Gli Stati Uniti hanno fatto del bombardamento di matrimoni una pratica abituale – in Afghanistan, Iraq, Yemen e ora in Iran.

Quando il vicepresidente statunitense J. D. Vance è statto interpellato riguardo ai caduti, ha scrollato le spalle: “Sono cose che capitano”. Questa frase dovrebbe essere registrata negli annali di questa guerra. L’imperialismo trasforma le catastrofi altrui in voce passiva.

L’attacco al matrimonio faceva parte di una nuova ondata di bombardamenti statunitensi lungo la costa meridionale dell’Iran e intorno allo Stretto di Hormuz. Washington ha dichiarato di aver colpito installazioni missilistiche e per la posa di mine. Teheran ha risposto con missili e droni contro installazioni statunitensi in Giordania, Bahrein, Kuwait, Iraq ed Emirati Arabi Uniti.

Non si è trattato di un cessate il fuoco offuscato da violazioni occasionali, come insiste a definirlo gran parte della stampa del Nord Atlantico. Per sei mesi, il conflitto ha seguito un ciclo riconoscibile: gli Stati Uniti attaccano, l’Iran reagisce, c’è una pausa e una certa diplomazia indiretta, entrambe le parti si preparano di nuovo e, poi, Washington attacca ancora una volta. Una pausa tra i colpi non è pace.

L’amministrazione Trump continua ad affermare che la marina, le forze missilistiche e le infrastrutture militari dell’Iran sono state distrutte. Tuttavia, le prove delle ripetute rappresaglie iraniane smentiscono questa affermazione. È vero che i sistemi iraniani hanno subito danni a causa di bombardamenti feroci, ma essere danneggiati non significa essere disarmati.

Il 4 settembre, il portavoce dell’esercito iraniano, il generale di brigata Mohammad Akraminia, ha dichiarato all’IRNA che i primi missili e droni iraniani erano stati lanciati entro quindici minuti dall’attacco statunitense. Ha affermato che l’esercito ha attaccato quattro basi statunitensi in tre paesi: due negli Emirati Arabi Uniti, la base aerea Sheikh Isa in Bahrein e una base in Kuwait.

In comunicati separati, l’Iran ha indicato di aver colpito sistemi di comunicazione satellitare, depositi di equipaggiamento e hangar per aerei presso la base aerea Ahmad al-Jaber in Kuwait, nonché truppe e sistemi radar ad Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti.

L’attivazione delle difese aeree e il riconoscimento di questi attacchi da parte dei governi regionali stabiliscono il fatto fondamentale: l’Iran conserva sia la capacità che la volontà di colpire le infrastrutture delle basi statunitensi.

Questo è l’evento più importante della guerra. Gli Stati Uniti hanno costruito il loro potere in Asia Occidentale sulla base di un’asimmetria. Potevano bombardare un paese da aerodromi protetti e centri di comando sparsi per tutta la regione, mentre il paese attaccato era incapace, o non intendeva, attaccare quelle basi.

L’Iraq lanciò missili Scud contro Israele nel 1991, ma non attaccò sistematicamente la vasta infrastruttura militare statunitense nel Golfo. Baghdad temeva che attaccare le basi statunitensi avrebbe provocato una distruzione ancora maggiore. In ogni caso, la distruzione maggiore arrivò. L’Iran ha imparato quella lezione.

L’Iran ha ora iniziato a invertire l’asimmetria. La costosa rete di basi progettata per proiettare il potere degli Stati Uniti si è trasformata in un insieme di obiettivi.

Al Udeid in Qatar, il quartier generale delle operazioni aeree statunitensi in tutta la regione; le installazioni della Quinta Flotta in Bahrein; le basi aeree e i centri logistici in Kuwait ed Emirati Arabi Uniti; Camp Titin in Giordania; e le installazioni in Iraq e Siria non possono più essere considerate una retroguardia sicura.

Una valutazione in lingua araba, pubblicata dopo gli ultimi attacchi, ha descritto accuratamente la situazione: le basi in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti sono diventate posizioni di prima linea, mentre ondate combinate di droni esca, missili balistici e missili da crociera cercano di saturare le difese Patriot e THAAD per poi colpire i sistemi di comando, radar, comunicazioni e logistica.

Questa tecnica è rilevante perché un intercettore che costa milioni di dollari può essere attirato verso un drone che costa una frazione minuscola di quella somma.

La vulnerabilità è sia politica che militare. Tutte le installazioni statunitensi si trovano in territorio di un altro paese. I governi del Golfo devono chiedersi se la presenza militare di Washington sia uno scudo o un parafulmine. L’Iran non ha bisogno di distruggere tutte le basi, solo dimostrare che queste rappresentano un pericolo per gli Stati che le ospitano.

I governi del Golfo potrebbero quindi limitare l’uso del loro territorio per gli attacchi statunitensi, costringendo le operazioni degli USA a trasferirsi in installazioni remote come Diego Garcia, la base del Regno Unito a Cipro e le portaerei statunitensi (che a loro volta sono sempre più vulnerabili all’usura dovuta a schieramenti prolungati).

L’escalation dell’Iran

Inoltre, l’Iran non ha ancora spinto molto la sua escalation. Potrebbe aumentare il volume dei suoi lanci, ampliare i suoi obiettivi a centri logistici, porti, sistemi di sorveglianza e depositi di carburante, o incoraggiare le forze alleate in Iraq, Libano e Yemen ad entrare pienamente nel conflitto. Potrebbe ostacolare ulteriormente la navigazione nel Mar Rosso o chiudere lo Stretto di Hormuz.

Qualsiasi misura aggraverebbe la crisi economica provocata dalla guerra. Questo è qualcosa che Trump non desidera, dal momento che deve affrontare le elezioni di medio termine a novembre.

L’Iraq è un punto di svolta particolarmente importante. Rapporti in lingua araba descrivono la scadenza del 30 settembre fissata dal governo per porre tutte le armi sotto il controllo statale e il rifiuto di varie milizie di disarmarsi finché rimangono truppe statunitensi e turche nel paese.

Le richieste delle milizie non sono marginali: pongono la presenza militare statunitense come il perno centrale della disputa. Un tentativo di costringere questi gruppi a disarmarsi potrebbe provocare una crisi interna in Iraq. Se il governo di Baghdad non riuscirà a disarmarle, rimarranno decine di migliaia di combattenti, incluse unità con missili e droni, come un fronte latente contro le basi statunitensi.

Washington non può dare per scontato che la geografia del conflitto rimarrà dove desidera tracciare la linea del fronte.

Poi c’è il livello più alto: la questione nucleare. L’ultima cifra verificata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica indicava che l’Iran possiede 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, dato registrato prima che le ispezioni fossero interrotte dagli attacchi contro le installazioni iraniane. Nessuno al di fuori dell’Iran sa ora con certezza dove si trovi tutto quel materiale, in che stato si trovi o se l’arricchimento sia proseguito.

Teheran non ha dichiarato che intende fabbricare un’arma atomica. Tuttavia, in agosto, Ebrahim Rezaei, del Comitato per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento iraniano, ha sostenuto che il ritiro dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare sarebbe la migliore risposta alla guerra economica intensificata da Trump. Una proposta in tal senso è già circolata in Parlamento.

Questa incertezza è di per sé una forma di deterrenza. I pianificatori statunitensi che contemplano un primo attacco nucleare o di distruzione schiacciante non possono essere certi che l’Iran non disponga di un’arma di piccole dimensioni o della capacità di assemblarne una.

L’Iran potrebbe decidere di arricchire uranio oltre il 90%, testare un dispositivo e chiedere la fine degli attacchi, la strada intrapresa dalla Repubblica Popolare Democratica di Corea dopo aver osservato cosa è successo in Iraq e Libia. Questa decisione comporterebbe pericoli immensi e non è stata ancora presa. Ma la guerra di Washington sta rendendo immaginabile ciò che decenni di politica statunitense miravano a evitare.

Il vantaggio dell’Iran non risiede nel possedere una maggiore potenza di fuoco. Gli Stati Uniti conservano la capacità di infliggere una distruzione spaventosa. Il vantaggio dell’Iran risiede nella sua capacità di imporre costi, disperdere le sue forze, mantenere Washington nell’incertezza e sopportare i colpi senza cedere la sua sovranità.

L’esercito statunitense, dal canto suo, sta consumando intercettori e munizioni a lungo raggio mentre arma Israele e l’Ucraina, difende installazioni sparse lungo un arco enorme e affronta un elettorato che non vuole sacchi per cadaveri né un’altra guerra senza fine. L’Iran ha trasformato la lontananza geografica degli USA da un vantaggio in una vulnerabilità.

Questo non significa che l’Iran abbia vinto, né che l’escalation sia certa. Un impero ferito è eccezionalmente pericoloso. Trump desidera una resa iraniana da esibire prima delle elezioni di medio termine negli USA, ma la coercizione non l’ha ottenuta. La Casa Bianca conta sulla forza militare senza una strategia politica sequenziale: può colpire con maggiore intensità, ma ogni colpo apre nuove opzioni per l’Iran.

Teheran, al contrario, può avanzare passo dopo passo presentando ogni azione come una rappresaglia. L’Iran ha informato le Nazioni Unite che gli Stati Uniti hanno iniziato gli attacchi e che le sue operazioni sono atti reciproci di autodifesa. La morte di civili al matrimonio indebolisce ulteriormente la posizione morale di Washington.

La via d’uscita non è un mistero. Richiederebbe che gli Stati Uniti smettano di attaccare l’Iran, pongano fine al blocco e alle sanzioni coercitive, e tornino ai negoziati basati sul memorandum di giugno, invece di cercare la capitolazione. Dipenderebbe anche dal fatto che gli Stati della regione rifiutino di permettere l’uso del loro territorio per nuovi attacchi statunitensi.

Un processo diplomatico credibile sarebbe rafforzato da un’indagine delle Nazioni Unite sul bombardamento del matrimonio e su altri attacchi contro civili. Altrimenti, l’istituzione, che sta cercando un nuovo segretario generale, rischia di diventare un contabile che arriva solo dopo che l’edificio è già andato a fuoco.

Trump si trova intrappolato tra un avversario che non si arrenderà e un orologio elettorale che non si ferma. È possibile che ordini ancora un altro attacco spettacolare nella speranza che la violenza possa forgiare la vittoria. Ma l’Iran ha dimostrato che le basi statunitensi non sono santuari, che le armi statunitensi non sono inesauribili e che l’escalation degli Stati Uniti non determina la mossa finale.

La vecchia asimmetria è stata invertita. Washington può ancora distruggere. Non può più dettare legge.

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06/09/2026

Attacco ai server di Autitici/Inventati, è la guerra ibrida statunitense

La data in cui il collettivo Autistici/Inventati (A/I) è stato inserito nella lista dei terroristi globali da sanzionare è il 26 agosto. Due giorni dopo, sulla piattaforma web del gruppo avvengono alcune strane operazioni. Innanzitutto il sito sparisce dalla rete, ma in questo caso non c’è alcun mistero: l’indirizzo di autistici.org è gestito da un ente statunitense che, a causa delle sanzioni, lo ha reso irraggiungibile. Con qualche aggiustamento tecnico, il collettivo mitiga i danni.

PIÙ MISTERIOSO è ciò che accade dopo. Il sito noblogs.org (sempre della galassia di A/I, ospita i siti di utenti, gruppi e associazioni) subisce un attacco informatico che ne cambia la denominazione trasformandolo per pochi minuti da Noblogs a Trumpblogs, caso mai non fosse chiara la matrice del gesto. Chi penetra nei server scarica gli indirizzi mail degli utenti e le loro password criptate. L’operazione viene rivendicata sul social network X dall’utente statunitense anonimo (si firma @astrarce) che si definisce «specialista di accelerazione della deportazione». Negli stessi minuti, a dare la notizia dell’attacco è anche un’altra influencer trumpiana di X, @DataRepublican, all’anagrafe Jennica Pounds, con un milione di follower e buone competenze informatiche.

Pounds ha lavorato per il Doge di Elon Musk, l’agenzia creata da Donald Trump per licenziare migliaia di impiegati pubblici e oggi è una dipendente del ministero della guerra, com’è stato ribattezzato il Pentagono. Il 29 agosto Pounds annuncia su X la pubblicazione online di un dossier che divulga le informazioni disponibili sugli oltre settemila siti ospitati da noblogs.org. Lei stessa assicura di aver identificato «un sacco di antifascisti». «Posso confermare – scrive – che le autorità hanno tutte le informazioni contenute sui server di Noblogs». Poi ribattezza il suo «motore di ricerca» dedicato agli antifascisti «Trumpblogs», stesso nome scelto da chi poche ore prima aveva attaccato il sito Noblogs.

CIÒ CHE QUESTA sequenza dimostra va descritto con rigore. L’intrusione, la schedatura degli utenti e la ridenominazione del sito sono avvenute lo stesso giorno e sono state rivendicate pubblicamente dall’utente X @astrarce. A rilanciarla è un altro utente X, la data scientist Jennica Pounds, con un grande seguito social stipendiata dal Pentagono, che ha creato una mappa e un motore di ricerca per identificare le persone e i gruppi presenti sulla piattaforma di autistici, girando tutte le informazioni al governo Usa. I due utenti sono in stretto contatto e si spalleggiano sul social.

Ciò non dimostra con certezza che sia stata la stessa mano ad aver effettuato l’attacco informatico e la mappatura, o che il governo Usa abbia violato un sito gestito da un collettivo di un Paese alleato. Ma è il quadro che fa da sfondo a questa operazione a rafforzare queste ipotesi. Il 30 agosto, un’inchiesta del Washington Post ha rivelato che il Pentagono ha assunto in ruoli non dichiarati alcuni influencer conservatori, inquadrati come «dipendenti speciali» o «esperti altamente qualificati», senza rivelare alla stampa cosa facciano e se siano pagati. Sembra proprio l’identikit di Pounds.

LA SCHEDATURA – e forse anche l’intrusione – potrebbe essere stata commissionata dal Pentagono e la pubblicazione della mappa autorizzata successivamente. Oppure Pounds potrebbe aver costruito la mappatura per proprio conto, girandone poi alle agenzie governative i risultati. Fra le due possibilità il confine è meno netto di quanto sembri. Il 12 agosto Trump ha firmato una direttiva che autorizza aziende private selezionate a condurre operazioni cyber contro organizzazioni criminali straniere, sotto controllo federale. Secondo il sito Politico.com le attività potrebbero coinvolgere anche le società specializzate in intelligenza artificiale, che hanno dimostrato una capacità di penetrazione senza precedenti.

L’apparato statunitense di difesa oggi prevede partnership fluide fra pubblico e privato, come l’allestimento di un arcipelago di influencer e il coinvolgimento delle aziende private nelle operazioni di guerra ibrida, rendendo sempre più tenue il confine fra policy, operazioni governative e diffamazione.

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05/09/2026

Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul offre le proprie ricchezze minerarie agli USA

Nel “grande gioco” di questo millennio l’Afghanistan dei talebani, forti della vittoria sulla maggiore potenza militare del mondo, ha la possibilità di agire con una certa autonomia su vari tavoli, come dimostra la proposta diretta agli Stati Uniti con cui Kabul si rende disponibile ad accogliere le imprese americane per lo sfruttamento dei giacimenti minerari del paese.

Per essere precisi, bisognerebbe dire che la direzione di questa autonomia è, al solito, determinata dall’aggressività imperialistica: qualche mese fa avevamo pubblicato un articolo che sottolineava come Washington continuasse a usare gruppi estremistici per rendere impossibile qualsiasi stabilizzazione del paese e, dunque, anche la funzionalità di qualsiasi accordo con la Cina per le sue ricchezze sotterranee.

Circa un anno fa, Trump aveva parlato di riprendersi la base militare di Bagram, nel paese centro-asiatico. La sparata sembrava certo esagerata, allora, ma avevamo già sottolineato come l’Afghanistan fosse sempre più un crocevia strategico, sia a livello commerciale sia militare, nel crescente tentativo degli imperialisti occidentali di impedire l’ascesa di un mondo multipolare.

Insomma, i motivi per cercare un’intesa tra la Casa Bianca e il governo di Kabul erano reali, e c’erano anche gli elementi per uno scambio: le riserve della banca centrale afghana, più di 9 miliardi di dollari complessivi, di cui 7 attualmente depositati e congelati presso istituzioni finanziarie negli Stati Uniti.

Questa potrebbe essere la contropartita nell’offerta fatta dai talebani. A tracciare i contorni dell’iniziativa è stato il ministro afghano degli Esteri, Amir Khan Muttaqi, in un’intervista concessa al Financial Times. Muttaqi ha sottolineato che l’Afghanistan accoglierebbe senza riserve i capitali statunitensi, estendendo l’invito dal comparto estrattivo allo sviluppo delle infrastrutture, all’agricoltura e al commercio.

Il ministro non ha tuttavia specificato se vi siano stati contatti formali diretti con l’amministrazione Trump per discutere dei dettagli. Al centro dell’offerta vi sarebbe dunque un sostanziale sostegno allo sviluppo e alla stabilizzazione del paese, oltre allo sblocco degli asset finanziari congelati e alla cancellazione delle sanzioni, anche se su questi punti il ministro di Kabul non ha proferito parola.

Nella logica predatoria che ha imboccato l’imperialismo statunitense la proposta di sfruttare un patrimonio geologico stimato in almeno mille miliardi di dollari è davvero allettante. L’eccezionale entità di queste riserve era stata certificata già nel 2007 da una valutazione preliminare condotta congiuntamente dallo US Geological Survey (USGS) e dall’Afghanistan Geological Survey nell’ambito di un programma finanziato dall’USAID.

I rilievi avevano mappato concentrazioni massicce di litio, cobalto, rame e altri minerali indispensabili per la produzione di batterie e lo sviluppo delle più avanzate tecnologie; ma c’è anche oro, argento, rubini, smeraldi, lapislazzuli e altre risorse non metalliche che sono di grande interesse per il padronato stelle-e-strisce.

Bisogna dire che vari analisti hanno evidenziato come si tratti ancora di una ricchezza prevalentemente teorica. Decenni di conflitti bellici hanno lasciato i depositi quasi intonsi, mentre il Paese sconta una gravissima carenza di strade, reti elettriche e impianti per l’estrazione su scala industriale. È proprio l’impegno sulla costruzione di questo tipo di infrastrutture che i talebani chiedono a Washington, in cambio dei diritti di sfruttamento dei giacimenti.

Bisognerà vedere fino a quanto Kabul rinuncerà a parte delle filiere in ambito domestico, ma sicuramente la proposta indica un certo spostamento degli indirizzi politici, dopo che il governo afghano aveva concesso centinaia di licenze per l’estrazione dei suoi minerali dopo il 2021 sia alla Cina sia all’Iran, per un valore di oltre 7 miliardi di dollari.

Non si può ignorare che nel paese operano anche consorzi del Pakistan e della Turchia, che hanno da poco stretto un’alleanza con i sauditi. Condizione che, certamente, non ha reso felice Tel Aviv. Una massiccia presenza statunitense sarebbe un modo per tenere in scacco uno snodo centrale della competizione globale e rinforzare la leva rispetto a qualsiasi azione mossa contro il principale alleato di Washington nella regione.

A lungo andare, i talebani, che cercano legittimazione dalla comunità internazionale e stabilizzazione del paese, hanno deciso di fare un passo significativo verso gli States. Non sono mancate le occasioni in cui le potenze imperialiste hanno cominciato a dare legittimazione al governo di Kabul, anche se le Nazioni Unite hanno confermato che nessun processo di normalizzazione diplomatica o revoca delle sanzioni potrà compiersi senza progressi concreti e misurabili sui diritti umani.

I tempi della deriva guerrafondaia imperialista, però, non aspettano l’ONU. La pressione occidentale sembra aver maturato la possibilità di un cambiamento significativo, anche se non determinante, negli equilibri dell’area, e la proposta afghana lo conferma. Bisognerà vedere se andrà concretizzandosi.

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04/09/2026

Perdere la guerra contro l’Iran: il fronte economico

di Paul Krugman

La “D” nel “D-Day” di Bessent sta per “Dud” [fallimento, bidone].

Dunque, ecco come si presenta, secondo Trump e i suoi funzionari, lo stato della guerra con l’Iran: l’Iran è stato totalmente sconfitto ed è disperato per un accordo – in effetti, Trump ha annunciato che un accordo è imminente in almeno sei diverse occasioni.

Inoltre, poiché non c’è alcun accordo e l’Iran è intransigente, Scott Bessent, il segretario al Tesoro, sta preparando quello che definisce un “D-Day economico”, sanzioni economiche che metteranno in ginocchio il regime iraniano – una proposta complicata, dato che, secondo gli stessi funzionari, l’Iran è già in ginocchio. Ma vabbè...

Quello che bisogna sapere è che questa campagna economica fallirà tanto completamente quanto la campagna militare.

Il piano degli Stati Uniti, o forse solo un’idea di piano, sembra essere: “Blocchi me? No, io blocco te!”

Da un lato, gli Stati Uniti stanno cercando di ripristinare il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante le minacce iraniane. Almeno alcune petroliere percorrono lo stretto “in incognito”, con i trasponder spenti. Gli assicuratori privati non coprono i rischi di queste traversate, quindi è il governo statunitense a fornire l’assicurazione. E le forze militari americane offrono una certa protezione contro droni e missili iraniani.

Questa parte del piano è, oserei dire, non del tutto stupida. Chiaramente almeno una parte del petrolio riesce a uscire. L’amministrazione Trump afferma che si tratta di 8 milioni di barili al giorno, una cifra significativa se fosse vera. Sfortunatamente, questa stima proviene dai funzionari di Trump, che hanno zero credibilità, quindi è un mistero per tutti quale sia realmente il numero.

Più importante, tuttavia, è il fatto che anche una riapertura riuscita dello Stretto di Hormuz conti molto meno ora di quanto avrebbe fatto qualche mese fa. Ci sono due ragioni principali per cui porre fine al blocco iraniano dello Stretto, anche se possibile, sarà inefficace.

La prima è l’enorme portata del fallimento militare statunitense nel Golfo Persico. Non solo gli attacchi americani all’Iran non sono riusciti a rovesciare il regime, ma gli attacchi di ritorsione iraniani hanno costretto gli Stati Uniti ad abbandonare molte delle loro basi nella regione. La perdita di queste basi, unita all’esaurimento delle scorte statunitensi di intercettori e altre munizioni, significa che l’America è di fatto incapace di difendere i suoi alleati del Golfo.

Quindi cosa succederà se l’Iran riterrà che il suo blocco di Hormuz non stia facendo abbastanza danni? Può e intraprenderà azioni di escalation, attaccando gli impianti petroliferi in tutta la regione. E gli Stati Uniti potrebbero fare ben poco per fermarlo. [Questa tesi sembra una concessione alla “narrativa” trumpiana, ma non cambia l’equazione, ndr]

In secondo luogo, i prezzi dell’energia per gli utenti finali sono diventati sempre più scollegati dal prezzo del petrolio greggio. Ricordiamoci: la gente non brucia greggio, brucia benzina e diesel. E i prezzi di questi prodotti raffinati sono aumentati molto più dei prezzi del greggio. Il grafico seguente mostra il prezzo del Brent insieme al prezzo all’ingrosso del diesel e a una media ponderata dei prezzi all’ingrosso di diesel e benzina:

L’enorme premio dei prezzi dei prodotti raffinati rispetto al prezzo del greggio – il cosiddetto “crack spread” – è il risultato di una carenza globale di capacità di raffinazione (in parte causata dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe). Quindi, anche se Bessent riuscisse a far fluire più petrolio attraverso Hormuz e a far scendere i prezzi del greggio, il disagio economico che gli americani stanno subendo alla pompa di benzina rimarrebbe elevato.

E la minaccia di Bessent di isolare economicamente l’Iran, tagliandone sia le esportazioni che le importazioni? C’è una risposta in una parola: Cina. Come ho scritto poche settimane fa, la Cina è stata la vincitrice della guerra di Trump.

È vero che la Marina americana può e ha in gran parte bloccato le esportazioni di petrolio iraniano, anche se mantenere questo blocco è più difficile di quanto possa sembrare. Dopotutto, sappiamo che la Marina è sotto forte stress, avendo letteralmente difficoltà a mantenere le forniture di cibo per i marinai e gli impianti idraulici sulle navi funzionanti.

Queste difficoltà, a loro volta, derivano in gran parte dalla perdita delle basi americane, in particolare della base in Bahrein. Tuttavia, ciò significa che l’Iran sta perdendo la sua principale fonte di entrate da esportazione. Nel 2025, tali entrate ammontavano a circa 45 miliardi di dollari.

È una bella somma dal punto di vista iraniano – circa il 7% del PIL del paese nel 2025. Tuttavia, rappresenta solo lo 0,2% circa del PIL della Cina.

Perché la Cina è rilevante? Beh, perché i cinesi stanno ovviamente traendo grandi benefici geopolitici dal pantano autoinflitto da Trump in Iran. E costerebbe loro molto poco, dal loro punto di vista, tenerci impantanati rifornendo il regime iraniano di denaro sufficiente per finanziare l’acquisto di importazioni essenziali.

Gli Stati Uniti possono bloccare anche le importazioni iraniane? No. Lucian Truscott ha scritto un ottimo articolo in cui spiega quanto sia fondamentalmente impossibile per gli Stati Uniti chiudere le moltissime vie attraverso le quali le merci possono entrare in Iran.

Nei suoi commenti di ieri, Bessent ha fatto affermazioni magniloquenti secondo cui possiamo isolare l’Iran imponendo sanzioni ai paesi e alle aziende che commerciano con il regime iraniano. Ma l’amministrazione Trump ha già imposto dazi e altre sanzioni a così tanti paesi, per così tanti presunti scopi, e ha fatto così tanti passi indietro, che la sua credibilità è esaurita.

Inoltre, l’Iran può ottenere gran parte di ciò di cui ha bisogno dalla Cina. Credete davvero che un’America indebolita possa costringere la Cina ad aiutarla a sconfiggere l’Iran? E contro gli stessi interessi strategici della Cina? Se ci credete, ho qualche titolo trentennale da vendervi…

Sì, gli Stati Uniti hanno ancora la capacità di infliggere notevoli difficoltà economiche all’Iran. Ma è solo un’altra fantasia di Trump credere di poter intimidire un regime che è già sopravvissuto alla decapitazione della maggior parte dei suoi leader, ha resistito a mesi di intensi bombardamenti e ha reagito con successo contro gli alleati statunitensi nel Golfo.

Sebbene Scott Bessent sia un vile sicofante, non è stupido. Sa sicuramente che questo patetico tentativo di fare pressione sull’Iran non solo non funzionerà, ma trasuda anche disperazione. E l’ex obbligazionista in lui saprà cosa succede quando coloro che hanno davvero le carte in mano – in questo caso la Cina – fiutano l’odore della disperazione.

Posso tranquillamente prevedere che i cinesi faranno in modo che il regime iraniano sopravviva, e si divertiranno un mondo a vedere Trump contorcersi lentamente al vento sullo Stretto di Hormuz.

Fonte

La sentenza della Corte europea che sfida il cappio delle sanzioni Usa

Essere sottoposti a sanzioni dagli Stati Uniti e finire iscritti nelle famigerate “liste nere” dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri in seno al dipartimento del Tesoro americano (Ofac) non autorizza in alcun modo le banche europee a negare automaticamente a un potenziale correntista l’apertura di un conto senza aver prima svolto un’accurata valutazione individualizzata del presunto rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Lo ha stabilito la Corte di giustizia dell’Unione europea (quarta sezione) con una storica sentenza dell’11 giugno di quest’anno sul caso di L.H. (le iniziali della persona coinvolta) contro una banca slovena.

Largamente ignorato nel dibattito pubblico, il pronunciamento dà ragione a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, colpita nel luglio 2025 dall’amministrazione Trump, e in particolare dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, perché rea – lei che è incensurata – di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione e università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio.

Albanese è stata inclusa in un draconiano pacchetto di sanzioni introdotto nel febbraio 2025 tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump e indirizzato contro la Corte penale internazionale (Cpi). I giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Ofac e sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale in pugno a Washington, finendo condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, considerato un “target” dal duo Trump-Rubio).

Proprio un anno fa, nel settembre 2025, la Relatrice speciale ha denunciato in Senato gli impatti materiali di queste sanzioni, segnalando di non aver potuto aprire un conto in Italia nemmeno con Banca Etica. La sovranità economica e finanziaria dell’Unione europea ne è uscita a pezzi. Il Governo Meloni non ha mai proferito una parola in sostegno di una cittadina messa nel mirino e si è ben guardato dal chiedere alla Commissione von der Leyen di attivare uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti delle sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Ovvero il Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).

Come abbiamo già scritto su Altreconomia, l’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale? La Commissione europea ha fatto il morto e così il governo italiano. Stendiamo un velo pietoso sulla Banca d’Italia, che a precisa richiesta si è sempre rifiutata di esplicitare il proprio punto di vista.

Il nodo è senza dubbio istituzionale ma le singole banche potrebbero giocare un ruolo determinante. Nel marzo 2026, durante un webinar organizzato dal gruppo dei dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina, la Relatrice Albanese si è detta delusa da Banca Etica: “In fin dei conti nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”. Ne è scaturito un acceso confronto in diretta con il direttore di Banca Etica, Nazzareno Gabrielli, che si è difeso dalle accuse di lassismo sostenendo di non voler esporre il proprio istituto a una “multa da un miliardo di euro” qualora avesse violato le sanzioni statunitensi. “Gli operatori finanziari – ha dichiarato – non hanno alternativa”.

Per Albanese quell’incubo non è ancora finito. Rimossa dalla “Specially designated nationals and blocked persons list” dell’Ofac il 20 maggio dopo una sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato a lei ragione e torto a Trump, è stata nuovamente iscritta appena una settimana più tardi. Motivo? L’amministrazione ha fatto appello e ha rivendicato il diritto a riattivare sanzioni evidentemente illegali, punitive e peraltro rivolte contro una persona che non ha commesso alcun crimine.

In questo quadro di violenza e prevaricazione precipita la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’11 giugno sul caso L.H. contro la banca slovena Otp banka. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2017, quando il ricorrente tenta senza successo di pagare a una stazione di benzina di Lubiana attraverso il conto della moglie, aperto presso la banca Otp. L’istituto di credito lo rimbalza e nella lettera relativa al blocco adduce presunti obblighi di legge in materia di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo. Tra queste misure, sostiene la banca, ci sarebbe anche il rispetto delle restrizioni imposte dall’Ofac statunitense. L.H. non ci sta e sfida il sistema. Prima fa causa per il blocco del pagamento e poi, nel marzo 2022, chiede direttamente alla Otp di aprire a nome suo, nemmeno della moglie, un conto di pagamento “base”. Presenta il documento di identità ma l’istituto si rifiuta, negandogli anche una motivazione scritta.

La palla finisce al Tribunale cantonale di Maribor, il quale sospende il procedimento e spedisce gli atti alla Corte di giustizia dell’Ue, sottoponendole quattro questioni fondamentali. La prima: chiarito che la Procura generale specializzata della Repubblica di Slovenia aveva archiviato già nel 2015 la causa che aveva portato all’emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti di L.H. e che questo “non è stato condannato in alcun’altra parte del mondo per il reato a causa del quale il suo nome è inserito nell’elenco dell’Ofac”, possono gli Stati membri dell’Ue imporre alle banche di respingere la richiesta di aprire un conto solamente sul mero inserimento nelle liste Ofac? Se sì, c’è un’eccezione se il potenziale correntista non risulta condannato da nessuna parte per il reato contestato? E poi: negare il diritto fondamentale a un conto in banca solo sulla base delle liste Ofac viola il diritto alla presunzione di innocenza? E negare l’apertura del conto a un incensurato che viene infilato nelle liste Ofac calpesta il diritto alla presunzione di innocenza?

I giudici europei sono stati netti e silenti allo stesso tempo. Netti perché hanno chiarito che la normativa europea (Direttive 2014/92 e 2015/849) “non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato”. E poi perché hanno sottolineato che il presupposto di un “approccio basato sul rischio” è una “adeguata verifica della clientela”, con il “ricorso all’adozione di decisioni basate su prove”. Le liste Ofac sono quindi descritte come un possibile “fattore di rischio” da incrociare però con l’applicazione di “misure rafforzate di adeguata verifica”. Senza quella ponderazione tutto cade. La nettezza, però, finisce qui, perché la Corte ha ritenuto di non dover rispondere alle altre tre questioni formulate dai giudici sloveni “in quanto esse sono state sollevate solo nell’ipotesi in cui la risposta alla prima (l’automatismo del blocco, ndr) fosse stata affermativa”.

Resta quindi una controproducente cortina di incertezza su quello che è uno dei più grandi scandali economici e finanziari: un gruppo di potere al governo di un Paese terzo che tenta illegalmente di spezzare la schiena di chi osa dire, in maniera documentata e da posizione autorevole, che il re è nudo e che artefici e complici del genocidio in Palestina hanno nome, cognome, codice fiscale e partita Iva. Questo è un conto che rimane aperto.

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02/09/2026

Se bombardo “non reagite”, altrimenti crollo...

Il petrolio viaggia verso i 100 dollari al barile, mentre le riserve strategiche Usa – nonostante la rapina a mano armata compiuta in Venezuela – sono scese al livello più basso dal 1982, a causa dei continui prelievi di emergenza volti a far fronte alla carenza energetica globale. La notizia viene da CBS News, che peraltro cita dati del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.

La causa vicina è la ripresa dei bombardamenti statunitensi su Hormuz e altri obiettivi militari – assicura il Pentagono – oltre che contro due petroliere iraniane nel Golfo Persico. Ma intanto è stata colpita anche una festa di nozze, provocando cinque morti civili, tra cui una bambina, nella città di Kuhestak, vicino Minab, teatro della strage di bambine a scuola, sei mesi fa. Come accadeva in Afghanistan pare che i “missili intelligenti” non riescano proprio a distinguere tra una festa e un concentramento militare...

Quasi paradossale l’intimazione di Donald Trump dopo questa nuova ondata di attacchi (la seconda in due giorni): “Non reagite o sarà peggio”. Non servono teorici della guerra per sapere che, di fronte a un qualsiasi attacco, un Paese sia costretto a reagire. A meno di non alzare la bandiera bianca e chiedere pietà...

E l’Iran – non solo negli ultimi sei mesi, ma soprattutto nelle ultima settimane – ha dimostrato ampiamente di essere non solo in grado di rispondere, ma di volerlo fare in modo “simmetrico”; ossia senza alzare il livello di scontro, ma cercando di pareggiare sempre i conti. E infatti anche questa volta sono partite raffiche di droni e missili balistici verso le basi Usa nella regione: a Erbil, nel Kurdistan irakeno, in Kuwait, Bahrein e Giordania.

Proprio qui sarebbe stata presa di mira la base di Camp Tabetin, sede dei marines che si pensava “non conosciuta” da Teheran.

Inutile dar conto delle rispettive propagande (“gravi danni e alte perdite” secondo le agenzie iraniane, “tutti i missili intercettati” secondo il CentCom), perché il centro della questione riguarda l’esercito Usa e quella “strana intimazione” di Trump.

Tutte le analisi più attendibili riferiscono da settimane che la disponibilità di missili intercettori (Patriot, Thaad, ecc.) è ridotta ai minimi termini, quindi attacchi prolungati e sistematici, che “stimolano” la risposta missilistica iraniana, sono problematici per scarsità di difese.

In questo caso la battuta di Trump sembrerebbe più che altro un messaggio del tipo “non vi incazzate troppo, stiamo facendo un po’ di casino, ma senza vole andare troppo in là”. Ci sono le elezioni di midterm alle porte, negli Usa, e questa guerra è forse la più impopolare della storia, viste le conseguenze per il prezzo dei carburanti (alfa e omega del consumatore americano). Arrivare alle urne con la benzina a 6 dollari per gallone (quasi 4 litri) sarebbe catastrofico per i repubblicani.

Dall’altra parte si lascia filtrare che sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di usare armi nucleari – il massimo della “pressione” possibile – ma anche che “non serve”. Solo il fatto che se ne sia parlato, però, dimostrerebbe che sul piano delle armi convenzionali il limite è vicino o è stato già superato.

Sta di fatto, comunque, che nel frattempo le cose cambiano, sia sul terreno che nelle relazioni internazionali. In questi giorni si sono riuniti sia il G20 (concentrazione dei paesi occidentali, in gran parte), sia l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), ossia l’alternativa asiatica con al centro Cina, Russia, India e molti altri paesi.

La Cina, peraltro, siede in entrambe le assemblee e appare significativo che abbia votato contro una risoluzione finale del G20 che chiede la rapida riapertura dello Stretto di Hormuz e il “passaggio libero e gratuito”. Come prima dell’attacco Usa-Israele del 28 febbraio...

Parallelamente, secondo il Financial Times, Mosca avrebbe segretamente aiutato l’Iran a sviluppare missili da crociera supersonici. Il programma di sviluppo sarebbe iniziato nel 2023 e ora sarebbe abbastanza sviluppato, in grado di attaccare portaerei e altre navi statunitensi in Medio Oriente. Questo sarebbe “uno dei più significativi trasferimenti di tecnologia militare strategica da Mosca a Teheran”, anche se finora non si hanno prove concrete (resti di missile lanciati su obiettivi Usa nel Golfo).

Se fosse così (anche il FT “sfarfalla” quando si muove fuori dell’ambito economico-finanziario) significa che a sostegno materiale di Teheran si va configurando un insieme decisamente potente di forze che non apprezzano affatto – diciamo così – il “dispotismo americano” a migliaia di chilometri da casa propria. Una risposta simmetrica al supporto Nato verso Kiev e Tel Aviv, insomma.

Al contrario, la credibilità della potenza Usa sta mostrando più di qualche crepa. Si è infatti dimesso il Segretario all’Esercito Dan Driscoll, praticamente il vertice civile della struttura militare, secondo solo al segretario “alla guerra”, Pete Hegseth. Driscoll era considerato vicinissimo al vicepresidente J.D. Vance e l’ultimo della “vecchia guardia pragmatica” al Pentagono.

Il suo messaggio d’addio è stato peraltro poco confortante: “Non possiamo sostenere la guerra”. Un parere tecnico-militare, non politico, che lo aveva convinto a fare un tentativo – finito male – di aprire un dialogo con la Russia per ridurre al minimo l’impegno americano diretto in Ucraina.

Contemporaneamente il Washington Post ha rivelato parte del “registro degli ordini” del 14 agosto, contenente le obiezioni scritte di quattro alti comandanti contro il piano di Hegseth di mantenere oltre 50.000 soldati in Medio Oriente fino al 2027.

Si tratta dell’mmiraglio Daryl Caudle (Operazioni Navali), che obietta sulla sostenibilità dei ritmi di impiego delle unità navali senza una data di termine della missione (su almeno due portaerei ci sarebbero stati episodi di sabotaggio, autolesionismo e semi-ammutinamento). Nonché dell’ammiraglio Samuel Paparo (responsabile dell’Indo-Pacifico), secondo cui il drenaggio continuo di cacciatorpediniere e gruppi di portaerei verso il Medio Oriente stia privando gli Usa della deterrenza necessaria in altre parti del Mondo.

Ma anche dei generali Grynkewich (Comando Europeo) e Donovan (Comando Sud), che confermano la scarsità di numerose dotazioni-chiave (a cominciare dai missili intercettori) e quindi il rischio di scarsa copertura di altri fronti strategici.

Forse il “non reagite” di Trump ha anche un altro significato...

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30/08/2026

Trump e la «strategia del caos»

Elezioni di medio termine, è già battaglia legale

«Il contenzioso legale attorno al voto per posta negli Stati Uniti continua a produrre un groviglio di indicazioni contraddittorie. L’ultima in ordine di tempo è stata l’ingiunzione di una giudice federale di Boston», segnala il Manifesto. «La ‘honorable Indira Talwaniha’ ha bloccato ieri l’ordine esecutivo che Trump sta cercando di imporre a poche settimane dalle parlamentari del 3 novembre. La “riforma” consiste in un decreto con cui a marzo il presidente ha vietato agli stati di usare schede per posta se non avessero prima consegnato a Washington le proprie liste elettorali». Nel 2024 oltre 48 milioni di americani (il 31% del totale) hanno usato le poste per spedire la propria scheda. In alcuni stati come Washington si svolgono interamente per posta, altrove come in California vi fanno ricorso l’80% degli elettori. Vi sono inoltre cittadini all’estero e militari. Per posta vota anche lo stesso Donald Trump la cui scheda viene imbucata dalla Florida.

Labirintico sistema americano

Nel complesso sistema americano, l’organizzazione delle elezioni competono a ciascuno dei 50 singoli stati, regola su cui la costituzione è lapidaria. Questo non ha impedito a Trump di tentare in ogni modo di influire sul loro svolgimento, prima ordinando agli “stati amici” (come Texas e Florida) di riconfigurare la mappa dei propri collegi elettorali per favorire vittorie repubblicane. La rodata strategia del “voter suppression” prende storicamente di mira le minoranze propense a votare democratico come gli afroamericani e molti stati del sud, come la Louisiana e il Tennessee, hanno riattivato strategie in uso durante gli anni della segregazione. Poi il voto per corrispondenza a cui statisticamente ricorrono più elettori democratici che repubblicani.

Le trame del manipolatore

Il pretesto per abrogare o limitare l’uso del voto per corrispondenza è stato la solita teoria complottistica dei “vasti brogli” messa in campo già alla vigilia del tentato golpe del 6 gennaio 2021. A marzo Trump aveva dichiarato ai parlamentari del suo partito che se la riforma fosse passata, la vittoria nelle midterm «sarebbe stata garantita». Ed a questo scopo ha chiesto agli Stati di fornire alle autorità federali le liste degli iscritti al voto per un “vaglio”. Quando i tribunali hanno respinto l’ordine palesemente contrario alla costituzione che non assegna all’esecutivo alcun ruolo di controllo, Trump si è rivolto direttamente alla direzione delle poste, ordinando all’agenzia federale di non consegnare le schede per posta ad elettori che non compaiano su una lista preparata (in base ad ignoti criteri) dal dipartimento per la sicurezza nazionale.

Caos legale dietro cui nascondersi

Ogni manovra è stata accolta da numerosi ricorsi da parte delle autorità elettorali di 24 stati democratici, cittadini ed associazioni civiche. Virtualmente bloccate ad ogni ripresa, le misure sono giunte all’esame della Corte suprema che la scorsa settimana ha prodotto una ‘non’ sentenza. «Con fine acrobazia giuridica, il massimo tribunale ha scritto che i tempi ”non erano ancora maturi” per una sentenza definitiva dato che il progetto (sulla cui costituzionalità ha evitato di pronunciarsi direttamente) non aveva ancora prodotto danni». La maggioranza di quei giudici è stata nominata da Trump ed ora cerca di barcamenarsi tra l’ordine di scuderia e un minimo di dignità giuridica. Strategia codarda già spesso impiegata dalla Corte di permettere all’esecutivo di completare l’opera (esempio la demolizione di mezza Casa bianca, lo stanziamento di militari nelle città o altre palesi trasgressioni della legge) prima di intervenire, assicurando che il danno è ormai irreparabile. «Un assist palese alla strategia del caos messa in campo dalla Casa bianca».

La giudice federale svela il trucco

La giudice federale Indira Talwani ha notato che l’amministrazione non aveva fornito «alcuna prova relativa a frode comprovata dovuta a votazioni per corrispondenza». L’interesse del governo a «correggere un problema infondato attraverso mezzi probabilmente incostituzionali», ha aggiunto, «è sopravanzato dal rischio preponderante di una privazione generale del suffragio». Talwani ha affermato che gli stati «non hanno a questo punto né il tempo né i fondi per soddisfare i requisiti necessari, tra cui l’aggiornamento dei sistemi di gestione elettorale e la formazione del personale». Il confronto, il rinvio di un verdetto definitivo da parte del Corte suprema, insinua l’idea che vi sia qualche cosa di vagamente sospetto nel processo, incrementando la possibilità di astensione e preparando il terreno per eventuali ricorsi contro risultati non graditi al presidente.

Copione del prossimo tentativo di golpe

Il copione è quello seguito dall’estate 2020 al gennaio 2021, quando le ripetute infondate accuse di brogli, indussero migliaia di trumpisti a prendere d’assalto il Parlamento. È ancora possibile che una sentenza possa definitivamente cancellare la mossa di Trump, ma la paradossale confusione così prossima agli scrutini potrebbe già bastare per propagare dubbi sufficienti per il possibile rinvio della certificazione di vittorie “contese”. Non si tratterebbe a questo punto di fantapolitica ma della replica di una collaudata strategia di destabilizzazione potenzialmente definitiva.

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“Schizofrenia” USA su Hormuz, mentre a Doha si spinge sulla de-escalation

Continuano le millantate conquiste dello Stretto di Hormuz da parte degli USA, mentre da Washington promuovono la guerra economica alla Repubblica islamica, anche questa psico. Nelle ultime ore, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha respinto con forza le affermazioni giunte dalla Casa Bianca, secondo cui la via d’acqua sarebbe del tutto riaperta e sotto la protezione statunitense.

Attraverso una nota diffusa dall’emittente di Stato Irib, i vertici militari iraniani hanno ricordato un dato di fatto acquisito ormai da chiunque ragioni con un po’ di onestà intellettuale: l’amministrazione Trump fa certe dichiarazioni per manipolare l’andamento delle quotazioni del petrolio e mascherare i limiti della propria operazione militare.

L’ammiraglio Bradley Cooper, comandante del Centcom, ha dichiarato che le forze armate americane hanno sminato con successo lo Stretto, ma oltre ai legittimi dubbi in merito, il nodo rimane il controllo effettivo del corridoio commerciale. Mohsen Rezaei, presidente del Consiglio iraniano per la sicurezza nazionale, ha confermato che Hormuz resta chiuso a tutte le navi che intendono transitare senza coordinamento con Teheran.

L’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations) ha segnalato una media di circa 29 navi commerciali al giorno in transito nell’ultima settimana, con un leggero incremento rispetto ai minimi toccati all’inizio del mese. Ma gli operatori energetici e i mercati finanziari restano in allerta.

Affinché si torni a parlare di stabilizzazione dello Stretto, Rezaei ha ribadito un elenco di condizioni per la sua riapertura, a partire dalla fine delle aggressioni regionali condotte da Israele, compresi il Libano, la Siria e anche Gaza. C’è poi l’attuazione degli impegni del Memorandum di Islamabad, con la revoca del blocco navale e delle sanzioni economiche e lo sblocco delle risorse finanziarie.

L’obiettivo, infine, è la costruzione di un’architettura di sicurezza congiunta per l’Asia occidentale, che arriverebbe a tagliare fuori importanti influenze statunitensi. Intanto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha riportato di aver concordato con l’Oman la definizione di un corridoio di navigazione sicuro.

Non è l’unica iniziativa diplomatica che spinge verso la conferma della sconfitta strategica stelle-e-strisce, e del regime sionista. Il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in visita a Teheran per un vertice ad alto livello con il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi.

L’obiettivo prioritario dell’emirato è favorire una rapida de-escalation, ristabilire canali di dialogo indiretto tra Washington e Teheran e sbloccare la navigazione commerciale attraverso Hormuz, soprattutto ora che i nuovi equilibri militari regionali dovuti alla “NATO islamica” e suoi associati hanno portato alla reazione ancora più sclerotica e guerrafondaia da parte di Tel Aviv.

Nel frattempo, sono stati rinviati i colloqui sul futuro dello Stretto promossi dalla Turchia e dalla Germania, che avrebbero dovuto tenersi domenica a Istanbul. All’incontro avrebbero dovuto partecipare i ministri degli Esteri di Germania, Turchia, Francia e Gran Bretagna, e nella capitale turca si sarebbero svolti incontri con i capi della diplomazia di Arabia Saudita, Pakistan ed Egitto.

Se per i paesi della regione un tale incontro, anche se rimandato, conferma una crescita di influenza sugli affari locali, per le capitali europee il rinvio (a data da destinarsi) ribadisce l’assoluta marginalità negli affari internazionali. Si agitano per mostrarsi attori globali, ma ogni atto conferma come il Vecchio Continente sia fuori dai giochi, tolta la complicità strutturale per via delle basi statunitensi sui propri territori.

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29/08/2026

La caccia alle streghe contro gli Antifa

C’è qualcosa di molto più grande del caso Autistici/Inventati nella decisione dell’amministrazione statunitense di inserire il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists. Considerare quella scelta semplicemente una bizzarria trumpiana significherebbe non vedere il processo politico che sta prendendo forma.

Il punto non è stabilire se un piccolo collettivo italiano che da venticinque anni offre servizi digitali indipendenti sia improvvisamente diventato una minaccia per la sicurezza della più grande potenza militare del pianeta. La domanda da porsi è un’altra: perché l’antifascismo sta diventando una categoria dell’antiterrorismo?

La risposta sta nella costruzione di un nuovo nemico interno. “Antifa” non indica un’organizzazione strutturata, con una direzione, una gerarchia, un programma unitario e un sistema di appartenenza definito. È una categoria politica estremamente ampia dentro la quale convivono esperienze, pratiche e culture differenti.

Proprio questa indeterminatezza, però, costituisce oggi la sua maggiore utilità repressiva. Se il nemico non ha confini precisi, quei confini possono essere stabiliti di volta in volta dal potere.

È la vecchia logica della caccia alle streghe applicata al conflitto politico contemporaneo. Prima si costruisce una categoria abbastanza vaga da contenere soggetti molto diversi; poi si attribuisce a quella categoria una pericolosità generale; infine si trasferisce il sospetto dal comportamento alla persona, dalla persona alle sue relazioni e dalle relazioni alle strutture che le permettono di comunicare.

Non bisogna più dimostrare cosa abbia fatto qualcuno. Diventa sufficiente stabilire a quale ambiente appartenga, quali idee condivida, quali siti frequenti, quali strumenti utilizzi, a quali lotte manifesti solidarietà.

Autistici/Inventati rende questa trasformazione evidente. L’accusa statunitense non sostiene che il collettivo abbia organizzato attentati o materialmente partecipato ad azioni violente. Gli contesta di avere fornito infrastrutture digitali utilizzate anche da gruppi che Washington considera responsabili di sabotaggi e violenze. È un precedente enorme. Significa trasferire sul gestore di un’infrastruttura la responsabilità politica delle azioni compiute da alcuni dei suoi utenti.

Applicata coerentemente, questa logica dovrebbe portare a conseguenze paradossali. Facebook, Instagram, X, Telegram e le altre grandi piattaforme sono state utilizzate da terroristi, suprematisti bianchi, organizzazioni criminali, autori di stragi e gruppi estremisti di ogni genere. Alcuni assassini hanno persino trasmesso in diretta i propri massacri. Nessuno ha mai pensato per questo di inserire Meta o X nelle liste delle organizzazioni terroristiche.

Per Autistici/Inventati vale un criterio diverso. E la ragione è politica.

Le grandi piattaforme commerciali possono tollerare persino forme radicali di dissenso perché quel dissenso viene catturato, profilato, trasformato in dati. Un’opinione pubblicata su un social network non è soltanto un’opinione: entra dentro una macchina che registra relazioni, interessi, orientamenti, reti sociali e comportamenti. Il conflitto diventa informazione commerciale e, quando necessario, materiale utilizzabile dagli apparati di controllo.

Autistici/Inventati rappresenta l’opposto di questo modello. Non profila gli utenti, non costruisce un mercato sui loro dati, difende anonimato e privacy e prova a mantenere spazi di comunicazione sottratti alla logica commerciale. Il motto “socializzare saperi senza fondare poteri” descrive perfettamente questa anomalia. Ed è proprio questa autonomia, più che qualche singolo contenuto ospitato, a rendere politicamente significativo l’attacco.

La questione, dunque, non riguarda soltanto la libertà digitale. Riguarda il diritto stesso a costruire infrastrutture autonome del dissenso.

È qui che il caso americano incontra qualcosa che stiamo vedendo anche in Europa e in Italia. Negli ultimi anni la soglia dell’intervento repressivo è stata progressivamente anticipata. Il diritto penale non aspetta più necessariamente il fatto. Interviene prima. Sulle intenzioni, sulle relazioni, sui materiali posseduti, sulle parole pronunciate, sull’identità politica attribuita a una persona.

Il decreto sicurezza italiano del 2025 rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Il cosiddetto “terrorismo della parola” consente di spostare il campo della punibilità verso la detenzione e la circolazione di determinati materiali.

Il caso Ahmad Salem mostra concretamente dove può portare questa impostazione: un giovane palestinese condannato a quattro anni sulla base anche di video conservati nel proprio telefono e di parole pronunciate sulla resistenza palestinese.

Negli Stati Uniti si compie ora un passaggio ulteriore. Dal terrorismo della parola al terrorismo della rete. E dal terrorismo della rete al terrorismo dell’infrastruttura.

Prima viene criminalizzato chi agisce. Poi chi parla. Poi chi manifesta solidarietà. Infine chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quelle persone possono parlare e organizzarsi.

Il filo che unisce questi passaggi è il progressivo abbandono del diritto penale del fatto a favore di un diritto penale del nemico. Non conta più soltanto ciò che hai fatto. Conta chi sei, con chi stai, cosa pensi, quali lotte sostieni e quale universo politico frequenti.

Ed è precisamente per questo che la categoria “Antifa” è così utile. La sua indeterminatezza permette di allargare continuamente il bersaglio. Oggi un collettivo digitale. Domani un centro sociale. Poi un’associazione che sostiene la Palestina, una cassa di solidarietà, un giornale militante, chi ospita un sito, chi organizza una manifestazione, chi finanzia le spese legali di un arrestato. Il dispositivo non ha bisogno di arrivare immediatamente a tutti. Gli basta stabilire il principio.

La presenza nello stesso provvedimento statunitense di Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil rende ancora più evidente il terreno sul quale questa offensiva si sviluppa. Soggetti molto diversi vengono ricondotti alla stessa cornice securitaria. Uno dei principali elementi che li accomuna è la solidarietà con la Palestina. Autistici/Inventati ha inoltre ricordato che molti gruppi che si oppongono a Trump utilizzano i suoi servizi e che il collettivo ha sostenuto iniziative contro il massacro della popolazione palestinese.

Antifascismo, anticapitalismo e solidarietà palestinese cominciano così a essere accostati dentro una medesima grammatica della minaccia.

È questo il punto sul quale occorre essere netti. Non siamo davanti a una nuova legislazione destinata semplicemente a perseguire chi commette atti violenti. Gli ordinamenti possiedono già una quantità enorme di norme per perseguire attentati, aggressioni, devastazioni, incendi e sabotaggi. Non servirebbe costruire categorie politiche come “terrorismo di estrema sinistra” se l’obiettivo fosse semplicemente perseguire singoli reati.

La funzione della categoria è diversa: permette di trasformare comportamenti differenti in manifestazioni di un unico nemico politico.

È la stessa operazione che abbiamo visto infinite volte nella storia delle legislazioni emergenziali. L’eccezione viene introdotta contro il soggetto che appare più facilmente isolabile e poi progressivamente normalizzata. I poteri straordinari costruiti contro il “terrorista” diventano strumenti contro il militante; quelli sperimentati contro il militante vengono utilizzati contro il manifestante; quelli utilizzati contro il manifestante diventano ordinaria amministrazione dell’ordine pubblico.

Per questo sarebbe un errore anche da parte dei movimenti rispondere alla caccia alle streghe rifugiandosi in una rivendicazione identitaria dell’etichetta Antifa. La questione è molto più larga. Non bisogna difendere una sigla: bisogna impedire che il potere possa decidere quali idee trasformare in categorie di polizia.

Essere antifascisti non è terrorismo. Essere anticapitalisti non è terrorismo. Sostenere la Palestina non è terrorismo. Contestare un governo non è terrorismo. Organizzare uno sciopero, occupare uno spazio, costruire un’infrastruttura digitale indipendente, manifestare, pubblicare un giornale radicale, proteggere la propria privacy, criticare Trump, Meloni o Netanyahu non significa appartenere a un’organizzazione terroristica.

Sembrano affermazioni elementari. Il fatto stesso che sia necessario ribadirle misura quanto si sia già spostato il confine.

Il problema, infatti, non è soltanto la repressione che viene esercitata. È quella che viene resa pensabile. Se l’antifascismo può essere trasformato in una categoria antiterroristica, se la solidarietà palestinese può diventare indizio di radicalizzazione, se un’infrastruttura digitale può essere accusata per ciò che fanno alcuni dei suoi utenti, allora è stato costruito un dispositivo potenzialmente applicabile a una parte enorme del dissenso sociale.

La caccia alle streghe funziona proprio così. Non deve necessariamente incarcerare tutti. Deve produrre paura, isolamento, autocensura. Deve convincere associazioni, università, sindacati, giornali, fornitori di servizi e singole persone che avere rapporti con determinati soggetti possa diventare pericoloso. La repressione più efficace è quella che riesce a far arretrare le persone prima ancora dell’arrivo della polizia.

Per questo l’attacco ad Autistici/Inventati riguarda tutti quelli che pensano che una democrazia debba conservare uno spazio per il conflitto, anche radicale. Difendere oggi quell’esperienza non significa condividere ogni contenuto pubblicato sui suoi server né ogni pratica di chi utilizza i suoi servizi. Significa difendere un principio molto più semplice: la responsabilità è personale e riguarda fatti concreti. Non può essere trasformata in una colpa per associazione politica.

Quando questo principio viene abbandonato, la questione non è più chi finirà nella prossima lista. La questione è chi avrà ancora il potere di decidere chi può dissentire.

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28/08/2026

Se la Cia è l’ultima spiaggia

Nel mondo delle spie nulla è come appare. Anzi, quel che “deve” apparire è un risultato voluto, cercato con ostinazione e determinazione. Deve coprire altro, ma nessuno può dire con certezza che cosa. E qui cascano sempre dal pero i “dietrologi” che, disponendo dei pochi e slegati indizi messi a disposizione o comunque trovati per caso, si inventano letteralmente un “film” su come potrebbero essere andate le cose, secondo le proprie preferenze politiche.

Per dire: se i “dietrologi di sinistra” hanno campato per anni (ed anche bene, economicamente parlando) inventandosi una lotta armata italiana che sarebbe stata al servizio della Cia, quelli di destra (senza virgolette) hanno fatto lo stesso avendo nel mirino il Kgb sovietico. I più cretini hanno messo insieme tutto, shakerato e portato il cervello al cortocircuito finale, nel mondo dove tutto è possibile e quindi non c’è niente di sicuro.

La Cia, dunque. Se il suo capo va a Mosca a bordo di un C-17 Globemaster III, dopo una sosta in Lettonia, e incontra il suo omologo alla testa dei servizi segreti russi, è ovvio che non esca nulla di certo. E che le “indiscrezioni” fatte attentamente filtrare alle fonti giornalistiche da anonimi funzionari – tutti occidentali, “protetti dall’anonimato” – siano esattamente ciò che deve “apparire”. Con buona certezza che perciò sia in buona parte falso.

Ed è comunque soltanto una “narrativa”, come si può verificare dai media occidentali, che presentano la vista di John Ratcliffe alla stregua di un semi-ultimatum affinché la Russia smetta – contemporaneamente – di aiutare l’Iran condividendo armi e tecnologie della difesa, nonché per consigliare di “non reagire in modo eccessivo” se dovesse essere colpita dalle sanzioni. In pratica un “fatevi i fatti vostri e non vi lamentate, se no è peggio”.

Una “coattata alla texana”, insomma, che dovrebbe evocare l’immagine di stivali appoggiati sul tavolo davanti a interlocutori intimiditi.

Poi la mente va all’analoga visita del suo predecessore, William Burns, alla fine del 2021, presentata allora come un “duro ultimatum” a Putin affinché non attaccasse l’Ucraina. Cosa avvenuta tre mesi dopo...

La credibilità di questa narrazione è dunque bassina, diciamo ma intanto ha oscurato la ben più lunga e ben accolta visita del “ministro degli esteri” vaticano, Gallagher, che proseguirà ancora per giorni.

Oltre all’ovvia perorazione della pace fermando tutte le guerre, l’emissario del Papa si sarebbe soffermato più a lungo sulla vicenda ucraina, che tutte le fonti ormai danno ai titoli di coda o pressappoco, ma le modalità di chiusura possono essere estremamente differenti.

L’inverno alle porte – paradossale scriverne con le temperature odierne – è considerato l’ultimo prima del crollo verticale del paese, già stremato da quattro anni e mezzo di guerra, fuga dei giovani, debiti non ripagabili neanche in un secolo, economia inesistente, esportazioni semi-bloccate, divisioni interne, inchieste per corruzione che al momento si fermano sulla porta di Zelenskij in attesa di capire chi dovrà sostituirlo.

Militarmente la situazione è stata sintetizzata dall’ex ministro della difesa, l’osannato “giovane” Fedorov: “stiamo lentamente perdendo la guerra”. Dovrebbe sapere bene di cosa parla, ma anche lui viene messo in discussione – dai media guerrafondai europei – perché vorrebbe nuove elezioni, anche mentre si combatte. Ovviamente per candidarsi.

Così – nel tentativo di prendere ancora tempo – Zelenskij prepara l’arruolamento delle donne e si affida direttamente ai nazisti acclarati dei battaglioni Azov affidando loro il comando di ciò che resta sotto suo controllo del Donetsk: il solito Andriy Biletsky e Denys Prokopenko, comandante del reparto che si era arreso a Mariupol, nell’acciaieria Azovstal (il quale, secondo gli accordi di scambio dei prigionieri, non avrebbe potuto tornare a combattere...).

Un quadro pieno di crepe, che ovviamente il capo della Cia conosce nei dettagli  meglio di tutti. E senza neanche accennare all’Iran, dove l’opzione militare è stata accantonata per manifesta incapacità statunitense di raggiungere gli obbiettivi, finendo sostituita dall’ultimo esercito che gli Usa possono schierare: il sistema finanziario.

Non proprio la retrovia che consente di recitare la parte del “coatto” sulle rive della Moscova. Quasi una conferma dello stallo in cui è infilata l’amministrazione Usa, tra guerre che non riesce né a vincere né a chiudere.

Ma vedremo presto, crediamo, qualcosa di più concreto...

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27/08/2026

Usa - L’infrastruttura del dissenso nel mirino

Washington inserisce il collettivo italiano Autistici/Inventati nella lista dei terroristi globali insieme a Palestine Action e Masar Badil. Non viene criminalizzato soltanto chi protesta: diventano bersaglio anche gli strumenti digitali che permettono ai movimenti di comunicare fuori dal controllo delle grandi piattaforme.

Il governo degli Stati Uniti ha deciso che Autistici/Inventati è un’organizzazione terroristica globale. Non è una provocazione, né l’iperbole di qualche giornale: il 26 agosto il Dipartimento di Stato e il Dipartimento del Tesoro hanno inserito il collettivo italiano nella lista degli Specially Designated Global Terrorists, applicando l’Executive Order 13224, lo strumento costruito all’indomani dell’11 settembre per colpire economicamente organizzazioni e soggetti accusati di terrorismo.

Con Autistici/Inventati vengono colpiti Palestine Action, già proscritta come organizzazione terroristica nel Regno Unito, e Masar Badil, movimento palestinese transnazionale che Washington considera collegato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Per Autistici/Inventati le conseguenze sono pesantissime: beni e interessi patrimoniali sottoposti alla giurisdizione statunitense vengono bloccati e alle persone statunitensi è generalmente vietato intrattenere transazioni con il collettivo. L’OFAC ha contemporaneamente previsto una licenza temporanea per consentire la cessazione ordinata delle transazioni esistenti.

Ma è soprattutto la motivazione politica del provvedimento a meritare attenzione.

Per Washington, Autistici/Inventati sarebbe parte dell’infrastruttura internazionale del cosiddetto “terrorismo di estrema sinistra”. Il Tesoro americano sostiene che i suoi servizi digitali – posta elettronica cifrata, hosting, chat, videoconferenze, blog e altri strumenti per la comunicazione protetta – siano stati messi a disposizione di organizzazioni e gruppi considerati estremisti o terroristici.

Il Dipartimento di Stato arriva a descrivere A/I come un nodo tecnologico utilizzato da reti antifasciste, anarchiche e marxiste per comunicare, organizzarsi e diffondere materiali.

Il salto di qualità è evidente. Non si colpisce soltanto chi viene accusato di avere commesso un determinato atto. Si colpisce chi mette a disposizione l’infrastruttura attraverso cui soggetti politici comunicano.

È una differenza enorme. Autistici/Inventati nasce nel 2001 e da venticinque anni fornisce strumenti di comunicazione indipendente, privacy e autodifesa digitale a movimenti, collettivi, associazioni e singole persone. Il progetto gestisce migliaia di caselle di posta, siti, mailing list e blog e rappresenta una delle esperienze più longeve dell’autogestione digitale italiana.

La sua funzione è sempre stata esattamente quella che oggi viene trasformata in elemento d’accusa: consentire a realtà politiche e sociali di sottrarre almeno una parte della propria comunicazione alla sorveglianza commerciale e statale.

Il governo statunitense sostiene che alcuni di questi strumenti siano stati utilizzati anche da gruppi responsabili di sabotaggi e azioni violente. Ma è proprio qui che si apre una questione enorme. Fornire un’infrastruttura di comunicazione significa essere responsabili delle attività di chi la utilizza? E soprattutto: fino a che punto la disponibilità di strumenti cifrati, hosting indipendente e anonimato digitale può essere trasformata in “supporto materiale” al terrorismo?

La risposta fornita dall’amministrazione statunitense è inquietante perché tende a cancellare la distinzione tra infrastruttura e utilizzatore, tra strumento e comportamento, tra possibilità tecnica e responsabilità penale.

È la stessa logica che, applicata coerentemente, potrebbe trasformare qualsiasi servizio di comunicazione in corresponsabile delle attività compiute dai propri utenti. La differenza, evidentemente, sta nella selezione politica del bersaglio. Autistici/Inventati non è una multinazionale tecnologica: è un’infrastruttura autogestita, antifascista, anticapitalista e antimilitarista che rivendica apertamente la propria collocazione politica.

Ed è precisamente questa collocazione a essere messa sotto accusa.

Il linguaggio utilizzato dall’amministrazione americana non lascia molti dubbi. Il segretario al Tesoro Scott Bessent parla esplicitamente di “estremisti di estrema sinistra, loro coperture e loro facilitatori”, mentre la strategia antiterrorismo statunitense del 2026 ha inserito il terrorismo violento di estrema sinistra tra le principali minacce per gli Stati Uniti.

Il provvedimento contro A/I si colloca quindi dentro una strategia più vasta: costruire una categoria transnazionale del nemico interno nella quale antifascismo radicale, anticapitalismo, solidarietà palestinese e alcune forme di conflitto sociale possono essere progressivamente ricondotte alla grammatica dell’“antiterrorismo”.

Non è casuale che nello stesso provvedimento finiscano Autistici/Inventati, Palestine Action e Masar Badil. Realtà profondamente differenti vengono riunite sotto la stessa categoria politica e securitaria. Il denominatore comune non è una struttura organizzativa condivisa, ma l’essere collocate dall’amministrazione statunitense dentro un’area internazionale di opposizione radicale all’ordine politico occidentale e, in particolare per due delle organizzazioni colpite, di sostegno alla causa palestinese.

È un processo che conosciamo bene anche in Europa. Prima si allarga semanticamente la categoria di “terrorismo”; successivamente si anticipa sempre più la soglia della punibilità; infine si criminalizzano non soltanto gli atti ma le parole, le relazioni, gli strumenti, le infrastrutture che rendono possibile il conflitto politico.

È lo stesso paradigma che abbiamo visto avanzare in Italia con il decreto sicurezza del 2025 e con l’introduzione di fattispecie che spostano l’intervento penale molto prima della commissione di un fatto concreto. È il terreno del “terrorismo della parola”: non serve più necessariamente un’azione, perché diventano penalmente significativi il possesso di un materiale, la diffusione di un contenuto, l’espressione di solidarietà, l’appartenenza a una determinata rete politica.

Con Autistici/Inventati assistiamo a un passaggio ulteriore: il terrorismo dell’infrastruttura.

Non soltanto chi parla, ma chi permette di parlare. Non soltanto chi organizza una protesta, ma chi mette a disposizione gli strumenti attraverso cui quella protesta può organizzarsi. Non soltanto chi pubblica un comunicato, ma l’infrastruttura digitale che lo ospita.

È difficile non cogliere la portata di questo precedente in un’epoca nella quale una parte enorme della comunicazione politica passa attraverso piattaforme controllate da poche multinazionali. La possibilità di disporre di server indipendenti, comunicazioni cifrate e piattaforme non commerciali non è un vezzo tecnologico: costituisce una delle condizioni materiali dell’autonomia dei movimenti sociali.

Colpire quelle infrastrutture significa quindi intervenire direttamente sulle condizioni che rendono possibile l’organizzazione politica indipendente.

Autistici/Inventati ha respinto integralmente le accuse, riaffermando il proprio impegno nel fornire strumenti di autodifesa digitale che consentano ad attivisti, persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. Nella dichiarazione diffusa dopo la notizia, il collettivo sintetizza la questione in poche parole: «L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo».

Ed è precisamente questo il punto.

La questione non consiste nel sostenere che qualsiasi comportamento compiuto da chi utilizza piattaforme militanti sia automaticamente legittimo. La questione è impedire che la responsabilità per singoli comportamenti venga estesa a interi ambienti politici e alle infrastrutture che ne consentono l’esistenza.

Perché il paradigma che sta prendendo forma è perfettamente riconoscibile: dal reato alla persona, dalla persona alla rete, dalla rete all’infrastruttura. È l’“antiterrorismo” che progressivamente smette di essere uno strumento eccezionale contro fatti eccezionali e diventa una tecnica ordinaria di governo del conflitto.

Per questo quanto accaduto ad Autistici/Inventati non riguarda soltanto un piccolo collettivo italiano di hacker e attivisti digitali. Riguarda la possibilità stessa di costruire spazi autonomi di comunicazione, organizzazione e dissenso. E proprio per questo sarebbe un grave errore considerarlo soltanto un problema loro.

Il comunicato del Collettivo:

Oggi abbiamo appreso che il governo degli Stati Uniti ha deciso di inserire un piccolo collettivo di volontari e attivisti digitali italiani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali meritevoli di sanzioni, come si può leggere nelle dichiarazioni del Dipartimento del Tesoro, in quelle del Dipartimento di Stato e nel relativo Ordine Esecutivo emesso.

Noi respingiamo al mittente tutte le accuse presentate in tali dichiarazioni e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivist*, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente. 

Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. 

L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità. 

Collettivo Autistici / Inventati — “Socializzare saperi senza fondare poteri”
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26/08/2026

Brasile al bivio: il 4 ottobre si deciderà tra Lula e Bolsonaro Jr.

Il Brasile si avvia alle elezioni del 4 ottobre con una polarizzazione che, a prima vista, sembra un déjà vu del 2022. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, in cerca di un quarto mandato, si scontra con il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente incarcerato per aver tentato un colpo di Stato, proprio dopo aver perso la presidenza quattro anni fa. I sondaggi, pur dando a Lula un vantaggio di oltre il 40% delle intenzioni di voto, prevedono una competizione serrata.

Perché Lula non si scontra solo con Flávio Bolsonaro. Si scontra con gli Stati Uniti, con “Israele” e con l’intero apparato neocoloniale che per decenni ha creduto di avere il potere di decidere chi governa e chi no nella “Nuestra America”.

Le elezioni in Brasile confermano una regola non scritta nell’America Latina del XXI secolo: l’opposizione interna ai progetti progressisti non esiste come forza autonoma. La destra non vince le elezioni da sola; vince quando il potere imperiale sceglie i suoi candidati. Sulla scena globale, prima dell’irruzione di Donald Trump, il bolsonarismo era un fenomeno marginale.

Fu il sostegno aperto di Washington a rendere Jair Bolsonaro presidente, e oggi è Trump a sostenere apertamente suo figlio, imponendo dazi con il solo obiettivo di danneggiare Lula.

L’apparato statunitense è già attivo per intervenire nelle elezioni brasiliane. Non si tratta di una teoria del complotto: il Dipartimento di Stato ha riaffermato pubblicamente la Dottrina Monroe e dichiarato che “il dominio statunitense nell’Emisfero Occidentale non sarà mai più messo in discussione”.

Nel mezzo della crescente e orchestrata crisi diplomatica, all’ambasciatrice brasiliana è stato revocato il visto a Washington; ai funzionari statunitensi con presunte missioni volte a contestare il processo elettorale è stato impedito l’ingresso in Brasile. Questa è la nuova normalità nelle “relazioni bilaterali”: coercizione, dazi, ingerenza palese.

E accanto agli Stati Uniti c’è “Israele”. Lula è stato dichiarato “persona non grata” dal regime sionista dal 2024, dopo aver paragonato all’Olocausto le azioni di Tel Aviv a Gaza.

Lula ha denunciato che Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro di Israele, “danneggia l’umanità” e che l’amministrazione statunitense è complice di un genocidio. Non si tratta di una disputa retorica: “Israele” è un partner strategico dell’estrema destra globale e il bolsonarismo è stato il suo principale alleato nella regione, accompagnato dal suo braccio territoriale silenzioso: le chiese evangeliche.

Ecco perché queste non sono elezioni come le altre. Sono uno scontro tra un progetto di indipendenza sovrana, che aspira a un ruolo guida per il Brasile nel Sud Globale, e un progetto di sottomissione che apre le porte alla neocolonizzazione.

Lula lo sa. Ecco perché ha iniziato la sua campagna con un avvertimento diretto a Trump: “Non scherzare con il Brasile”. Ecco perché ha dichiarato che non teme l’ingerenza statunitense, perché sa che l’arroganza del tiranno, in definitiva, rafforza la difesa della sovranità.

Il Brasile si gioca la sua stessa vita democratica in una battaglia profondamente impari. Lula non si trova di fronte a un candidato con un’ideologia diversa; si trova di fronte a un intero ecosistema di potere prodotto dall’impero: dazi che penalizzano l’economia brasiliana, organi di stampa che fabbricano narrazioni, campagne diffamatorie e pressioni diplomatiche.

In questo scenario, i voti diventano voti contro la resa, contro la sottomissione. Rappresentano un rifiuto del fatto che una manciata di funzionari decida a Washington o a Tel Aviv il destino di 200 milioni di brasiliani.

Il “decennio d’oro” dei progetti progressisti in Sud America ci ha insegnato che unità e sovranità sono possibili. Ma il contesto odierno, di fronte all’assalto di una bestia ferita che non trova altra via se non la guerra e la morte per garantirsi la sopravvivenza, è ben più complesso.

Il 4 ottobre, il Brasile deciderà se vuole continuare ad essere una nazione sovrana e autonoma o vuole tornare ad essere il quartiere di un impero che non ha mai smesso di considerarci come schiavi.

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Cia e Vaticano in missione a Mosca

Una missione di cui non si sa nulla, contemporanea a quella del “ministro degli esteri” del Vaticano, Paul Richard Gallagher (ma è inglese...), che ieri si è incontrato con il suo omologo Lavrov. Della seconda missione sappiamo che la parola d’ordine è “questa guerra [in Ucraina, ndr] deve finire”. Che, assicurano da Mosca, è anche l’intenzione del Cremlino.

Della spedizione di John Ratcliffe – capo della Cia, arrivato a bordo di un aereo militare (si nota, in mezzo a quelli civili dell’aeroporto) – non si sa invece quasi nulla. Tutti, perciò, a esporre ipotesi.

I guerrafondai europei – prendiamo ad esempio il Corriere – sperano che sia lì soltanto per far rilasciare due cittadini americani “ovviamente innocenti” arrestati da anni come presunte spie (e quando mai l’America avrebbe dovuto spiare la Russia?). Teoricamente possibile, ma sproporzionato. Queste faccende, tra superpotenze, si risolvono senza discussioni pubbliche o viaggi semi-ufficiali, se non per la cerimonia della riconsegna (se la spia è “di peso”).

La seconda ipotesi “confortevole” per gli stessi soggetti è che si stia parlando delle “maxi-sanzioni” all’Iran, appena elaborate dal segretario al Tesoro, Bessent, che riguardano da vicino anche la Russia, titolare di un notevole interscambio con Teheran. In questo caso il tema sarebbe “sganciatevi dagli ayatollah prima che veniate colpiti anche voi”.

Teoricamente possibile, ma fuori di competenze. Per illustrare la “convenienza” ad obbedire a Washington su questo fronte servono degli economisti o dei finanzieri, non il capo delle spie. Si tratterebbe infatti di illustrare grafici, percentuali, elenchi di società o persone che fanno legittimamente affari con un paese di 92 milioni di abitanti, compensazioni adeguate offerte sul piatto, ecc..

Resta l’ipotesi regina: si parla di Ucraina. E sembra decisamente probabile visto che “la visita” arriva appena 24 ore dopo la sceneggiata messa in atto a Kiev, con i “volenterosi” europei a plaudire al “piano di pace” di Zelenskij e promettere missili a lungo raggio. Anzi, solo le licenze per costruirseli in casa, oltre che i soldi necessari a continuare la guerra.

In mancanza di certezze, sperano se non altro che i rapporti tra Washington e Mosca siano “deteriorati”, così da immaginare un largo “spazio vitale” per la propria asfittica presenza.

Che il capo della Cia discuta col Cremlino dei destini di questa guerra, mentre su un tavolo parallelo anche il Papa fa lo stesso, è però un trave messo di traverso sulla strada dei “bellicosi”, che avevano immaginato un percorso più lineare: Zelenskij presenta il “piano di pace”, Putin lo rifiuta e “noi” possiamo quindi tranquillamente aumentare gli aiuti a Kiev, tacitando le opposizioni interne dando la colpa ai russi.

Le bozze del “piano” fatte circolare, per quanto generiche e senza dettagli, sembrano l’album dei sogni. In pratica prevede:

  • una tregua generale e incondizionata dei combattimenti;
  • le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass non ancora occupato (una frazione minima dell’oblast di Donetsk;
  • i russi si ritirano da tutto il Donbass occupato.

Nulla viene detto della Crimea e degli altri due oblast occupati che la collegano al resto.

Esaurita questa prima fase, il Donbass – sotto la dizione di “Free Trade Economic Zone” demilitarizzata – verrebbe dato in gestione agli Stati Uniti, classificati come “paese neutrale” (quello che ha guidato il golpe di Majdan nel 2014 dando inizio alla guerra!), fungendo da presunta “zona cuscinetto” tra i due paesi.

A quel punto si dovrebbe impiantare una forza militare multinazionale nel resto dell’Ucraina, composta da truppe francesi ed inglesi, con supporto della Polonia e sotto comando britannico.

Chiaro? Di fatto, la Russia dovrebbe rinunciare a tutto ciò per cui ha combattuto: l’associazione del Donbass russofono alla Federazione e la garanzia che la Nato non si allarghi all’Ucraina (truppe europee a Kiev questo significano), conquistando peraltro la stragrande maggioranza del territorio “conteso”.

Diciamo che queste sono le condizioni che un paese sconfitto considererebbe “molto dure e punitive”. Ma non si vede perché dovrebbe accettarle un paese che pur subendo qualche attacco missilistico contro obiettivi economici e civili, sul terreno continua ad avanzare (per come è possibile in una guerra in cui la “prima linea” è ormai costituita da sciami di droni, certo).

E infatti il portavoce di Vladimir Putin, il sempre controllato Peskov, l’ha immediatamente classificato come una delle tante fantasie di cui non vale la pena di occuparsi.

Il “piano” era insomma disegnato proprio per farsi dire di no e andare dritti allo scontro. Ci si può naturalmente chiedere quanto siano fuori di senno i cosiddetti “volenterosi” nel perseguire una strategia talmente suicida (è scritto in tutte le “dottrine nucleari”, di qualsiasi paese, che ad una “minaccia esistenziale”, che mette cioè in discussione la continuità ed integrità territoriale dello Stato, si può rispondere usando anche l’arma atomica, che Mosca possiede in numero strabordante: oltre 6.000 testate contro le circa 200 a testa di Parigi e Londra).

Ma non c’è dubbio che questa sia la loro intenzione, per quanto malamente camuffata con la retorica “libertaria”. Non a caso ci è arrivata anche Giorgia Meloni, che si è detta disponibile a inviare generatori di elettricità per tener botta il prossimo inverno, un po’ di soldi e altre armi, ma non soldati.

Ecco quindi che la visita del capo della Cia acquista una importanza particolare, persino inquietante. Far rivivere lo “spirito di Anchorage”, quando sembrava che tra Putin e Trump fosse scattato un accordo di massima da realizzare in tempi medio-brevi, è evidentemente una mission impossible.

I massimi dirigenti politici – il segretario di stato “Narco” Rubio e il vicepresidente J.D. Vance – non sembrano in grado di maneggiare un dossier così voluminoso (più semplice “fare i coatti” con Cuba, anche se pure lì è stato messo per ora il freno a mano all’intervento militare, preferendo la via dello “strangolamento economico”).

I due “sempre inviati” – Witkoff e Kushner – vanno bene per gli accordi immobiliari, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco in trattative serie, vedendosi smentiti da tutti poche ore dopo ogni annuncio: da Trump, da Netanyahu, dai mediatori, da Teheran, ecc..

Meglio dunque un “professionista”, per quanto anomalo come il capo degli spioni. Se l’America vuole togliersi l’impiccio di una guerra che dura da troppo tempo e sta diventando pericolosa a causa dell’azione di ex imperialisti da operetta – questo sono ormai Francia e Gran Bretagna, in attesa del riarmo tedesco – il tempo ormai stringe.

Ci vogliono “gli adulti nella stanza”, e fuori i deficienti...

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25/08/2026

La psico-guerra economica all’Iran

Scott Bessent come Andrea Delmastro: per l’Iran «Zero contatti, nessuno spazio per respirare».

Uno psicoanalista potrebbe spiegare meglio di noi questa fissazione dei reazionari per il “soffocamento” di altri esseri viventi, scovando magari qualche fantasia per le pratiche sessuali sadomaso Epstein style. Ma sta di fatto che il segretario al Tesoro Usa, ex amministratore di hedge fund abituato a fare il bello e cattivo tempo a Wall Street, non ha saputo trovare una metafora migliore per sintetizzare le “misure straordinarie” (di ordinario in quella amministrazione non ci può essere nulla...) disegnate per asfissiare l’economia di Teheran.

Non ci vuol molto a vedere che la logica messa al lavoro è identica a quella che governa l’assedio di Cuba, con cui Teheran condivide la lunga durata (dal 1979, mentre per L’Avana ci sono venti anni in più) e l’orgoglio dell’indipendenza.

Sistema economico e politico, risorse naturali, quantità della popolazione, visione del mondo, ecc., sono invece molto diverse. Dunque anche le singole misure sono state immaginate cercando di tener presente queste differenze.

Cosa c’è in comune

Rispetto alle amministrazioni precedenti è stato completamente cancellato qualsiasi riferimento a un “quadro di regole legali” di portata internazionale. Gli Stati Uniti attuali “fanno quello che vogliono”, senza più pretendere che sia “giusto” o “legale”.

Resta ferma invece la “centralità del comando” in capo alla Casa Bianca, per la quale i propri ordini vanno eseguiti e basta, sia dagli alleati che dai “competitori”. “Anche dalla Cina”, ci ha tenuto a dire Bessent. “È tempo per i leader mondiali di prendere una decisione ... tra America e Iran”, ha detto. Senza altre giustificazioni “moraleggianti”...

Le misure

I dettagli costituiscono sicuramente una lista sterminata, ma vanno raggruppati come sanzioni secondarie nei settori degli asset digitali, della tecnologia, dell’oro, dell’aviazione e del trasporto marittimo. Sarebbero questi i settori utilizzati dall’Iran per generare entrate, eludere le sanzioni o comunque mitigare la pressione economica.

Il primo problema è rappresentato dal fatto che Teheran è sotto sanzioni Usa fin dalla rivoluzione khomeinista del 1979, quindi non ha più molto in comune con il sistema finanziario internazionale controllato dagli Stati Uniti. Per rendere effettive le sanzioni, dunque, queste dovranno prendere di mira chi invece dentro questo sistema “dollarizzato” vive ed opera ancora.

In pratica, qualsiasi paese o società privata che dovesse continuare a fare affari con l'Iran vedrà bloccati i propri conti, le proprie carte di credito, i contratti in essere o in discussione, ecc.. L’esempio vivente – anche se poi un tribunale Usa ha annullato quelle sanzioni – è Francesca Albanese, relatrice Onu per la Palestina, che per molti mesi si è vista impedire qualsiasi operazione bancaria.

Il sistema finanziario occidentale, infatti, viaggia attraverso il sistema di pagamenti internazionali Swift, pienamente controllato da Washington, che dunque rende operative le sue “sanzioni” potendo decidere se un soggetto qualsiasi può operare oppure no all'interno di quel sistema.

Ma il mondo ha preso atto da tempo di questa malevola anomalia. Cina, Russia e altri paesi hanno dato vita a sistemi di pagamento alternativi, o da soli o coordinandosi con altri, e questo va riducendo in proporzione il dominio del sistema finanziario Usa e dello stesso dollaro.

La durata

Bessent è stato vago. Potrebbe durare il tempo necessario a far celebrare le elezioni di midterm – il primo martedì di novembre – che potrebbero mettere a rischio la maggioranza repubblicana al Congresso. Dopo, eventualmente, Trump potrebbe riconsiderare l’opzione militare come prevalente o di “accompagnamento” alla guerra economica.

Ma potrebbe anche durare tendenzialmente all’infinito, visto che la soluzione militare – senza poter agire con l’invasione di terra o utilizzando l’arma atomica (ci hanno pensato, al Pentagono e a Tel Aviv, ma hanno soprasseduto) – non è risultata vincente. Anzi...

L’efficacia

L’Iran, sul piano economico, non se la passa certamente bene da decine di anni, pur crescendo come Paese fino a presentare un’industria moderna, infrastrutture notevoli, una quantità di laureati superiore a quelli Usa, un sistema missilistico economico ma efficiente, ecc..

L’inflazione è però pesantissima e mina la capacità di acquisto di salari e pensioni, esponendo così il governo a periodiche crisi di consenso che costituiscono per l’Occidente altrettante occasioni di “ingerenza” (anche se non più travestita da “umanitaria”).

Ma c’è da dire che quasi 50 anni di sanzioni non sono serviti a impedire il consolidamento del sistema istituzionale iraniano, che ha sicuramente molti avversari interni ma gode di una seguito popolare maggioritario, rinforzato peraltro proprio dagli attacchi israelo-americani.

I dirigenti iraniani, peraltro, non negano le difficoltà ed il “dibattito interno” sembra considerare la possibile alternativa tra “pace presto”, capitalizzando il successo – aver resistito per sei mesi infliggendo colpi serissimi al sistema di basi militari Usa in Medio Oriente – oppure puntare su una guerra d’attrito, inevitabilmente di lunga durata, contando sul fatto che l’economia Usa e quella mondiale non possono reggere in eterno in una situazione di incertezza sulle forniture di idrocarburi. Come si vede dai prezzi alla pompa, peraltro...

Lo stesso Barak Ravid – l’(ex?) ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano delegato a gestire il sito Axios sulla guerra all’Iran – è abbastanza scettico sull’efficacia della strategia economica.

“Affinché la nuova campagna di pressione economica sia efficace, gli Stati Uniti dovranno mobilitare i loro alleati occidentali per formare una coalizione per far rispettare le misure contro l’Iran.
L’amministrazione Trump dovrà anche affrontare in modo aggressivo paesi come Cina, Russia, India, Pakistan, Qatar, Turchia e altri che commerciano ancora con l’Iran, qualcosa che finora non ha fatto.”
Gli stessi Stati Uniti, per dire, hanno dovuto ad un certo punto sospendere persino le proprie sanzioni sul petrolio iraniano già caricato sulle navi per cercare di contenere l’ascesa dei prezzi.

Convincere gli “alleati” europei o il Giappone è già complicato (Tokyo dipende al 90% dal petrolio del Golfo Persico); minacciare i “mediatori” (Pakistan, Qatar, Turchia, ecc.) è già un po’ più difficile; obbligare Pechino e Mosca a seguire gli ordini di Trump è escluso categoricamente.

Non serve un genio della geopolitica per capire che gli Usa stanno sistematicamente attaccando i paesi “indipendenti” che fin qui si erano difesi cercando alternative commerciali stabili proprio con Russia e Cina, dentro e fuori i Brics+. Che queste due superpotenze collaborino al proprio stesso “strangolamento” è un obiettivo così stupido da esser difficilmente commentabile.

Pechino, ci viene ricordato sempre, ha un’infinità di leve per ridimensionare la iattanza di Washington. Primo fra tutti il controllo dei giacimenti di terre rare nonché il quasi monopolio nella loro raffinazione. In pratica si tratta di 17 elementi, ovvero i 15 elementi della serie dei lantanidi, più lo scandio e l’ittrio, metalli classificati tra le terre rare per affinità chimica e compresenza nei minerali.

Tutti, chi più chi meno, servono per la costruzione di armi Usa ad alta tecnologia (dai missili spalleggiabili Stinger fino ai Patriot, i Thaad e SM-3), che – guarda il caso – si sono andate esaurendo nei magazzini del Pentagono e in quelli dei paesi Nato proprio grazie al loro uso smodato nelle guerra in Ucraina e Iran, oltre che per lo “scudo” su Israele (peraltro “bucato” con attacchi a saturazione).

La “coperta corta”, come si vede anche solo da questi accenni, è il problema che erode l’egemonia Usa. A sentire le parole – sia di Trump che di Bessent – sembra che non se ne siano ancora accorti. Ma è certo che, almeno dal Pentagono, qualcuno glielo sta ricordando...

Se c’è qualcuno che “fa fatica a respirare”, insomma, sta da quelle parti...

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