di Alessandro Volpi
I lavori del consesso presieduto da Erdogan sono facilmente riassumibili in pochi punti: sostegno all’Ucraina per una continuazione sine die della guerra, riaffermazione – sia pur con mille formule esoteriche – del finanziamento del riarmo, apertura di un altrettanto fantomatico “fronte Sud” voluto dalla disorientatissima Meloni, beneplacito alla folle guerra di Trump in Iran che sta prolungando la devastante chiusura di Hormuz.
In pratica la Nato, incarnata da un pazzo scatenato come Rutte, soffia costantemente sul fuoco.
Ma il fuoco può accendersi molto presto a partire dal piano economico.
Il nuovo attacco all’Iran è motivato dalla irrazionalità di Trump che spera davvero di puntare tutto sul rialzo del prezzo del petrolio e del gas: un errore madornale e costosissimo.
In queste condizioni il rialzo del prezzo del gas e del petrolio determinerà infatti un ulteriore incremento dell’inflazione negli Stati Uniti, già oltre il 4%, obbligando assai probabilmente la Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi con effetti pesantissimi per il debito federale Usa, che già paga quasi il 4,6% sul decennale, e per milioni di americani indebitati.
A questo riguardo vorrei aggiungere un interessante dato specifico. Nelle ultime aste il 30% dei titoli del debito Usa sono stati acquistati da fondi hedge con sede in Lussemburgo o nelle Cayman, con evidenti fini speculativi e per l’alto interesse.
Tali acquisti sono stati compiuti però da simili fondi prendendo denaro a prestito che, in caso di rialzo dei tassi, dovranno sborsare rapidamente magari vendendo proprio il debito Usa, con conseguenze insidiosissime.
Gli Stati Uniti sono ormai l’origine del caos, ma i paesi Nato continuano ad ossequiarli e a finanziarli facendosi trascinare nel baratro.
Meloni difende la scelta del “nazionalismo Occidentale” come la migliore soluzione, mentre Merz, Macron e Starmer sono dei figuranti che dipendono dalle fabbriche di armi dell’Ucraina di Zelensky per sostenere la loro riconversione produttiva e dalla Turchia di Erdogan perché resta l’unico hub energetico dopo la chiusura dei rapporti con la Russia.
Non male per la culla dei liberal obbedire a Trump, a Zelensky e a Erdogan.
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09/07/2026
Il vertice di Ankara conferma il pericoloso stato confusionale della Nato
07/07/2026
Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari
Alla vigilia del vertice NATO, un centinaio di manifestanti sono stati fermati dalla polizia durante i cortei organizzati da gruppi della sinistra ad Ankara e Istanbul. I cortei hanno visto migliaia di manifestanti sfilare con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica, mentre nella capitale la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere i partecipanti. A Istanbul, invece, le manifestazioni si sono svolte senza scontri nonostante la forte presenza delle forze dell’ordine.
Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.
Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.
Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.
Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.
Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.
Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.
In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.
Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.
La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.
Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.
Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.
Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.
Fonte
Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.
Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.
Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.
Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.
Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.
Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.
In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.
Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.
La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.
Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.
Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.
Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.
Fonte
12/10/2025
Lunedi 13 ottobre a Sharm el Sheik la firma della tregua a Gaza. Ma la pace va ancora definita
Il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty, e il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, hanno concordato i preparativi per il vertice che si terrà a Sharm el Sheikh lunedi su Gaza, organizzato dal presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi.
Il vertice di Sharm el Sheikh sarà co-presieduto da Al Sisi e da Trump. “Il vertice mira a porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, rafforzare gli sforzi per raggiungere pace e stabilità in Medio Oriente e aprire un nuovo capitolo di sicurezza e stabilità regionale”, si legge nella nota diffusa dalla presidenza egiziana.
Secondo fonti informate del sito d’informazione statunitense Axios, Al Sisi avrebbe già contattato diversi leader europei e arabi con inviti per il summit, tra cui i rappresentanti di: Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Indonesia... e Iran.
Secondo Axios infatti, al Summit di Sharm el Sheikh sarebbe stato invitato anche il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Non ci saranno invece Israele e le organizzazioni palestinesi (né Hamas né Anp).
Una lunga lista di invitati che ridimensiona pesantemente gli annunci della premier italiana Giorgia Meloni che aveva fatto credere di essere una invitata speciale ed esclusiva al vertice.
Nella cittadina costiera egiziana lunedì si terrà la cerimonia di firma dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. Si tratta dei primi cinque punti approvati sia da Hamas che da Israele sullo scambio di prigionieri, ritiro truppe israeliane e sblocco degli aiuti umanitari.
Sul resto dell’accordo invece c’è ancora moltissima incertezza.
Circola un documento sulla composizione e il ruolo della cosiddetta Autorità di Transizione per Gaza che si vorrebbe affidare a Tony Blair (ma tutti i palestinesi hanno già messo il veto su questo personaggio)
Il piano per l’Autorità Transitoria Internazionale di Gaza (Gita) rivela una gerarchia in cui un consiglio internazionale di miliardari e uomini d’affari siede in cima, mentre gli amministratori palestinesi “neutrali” altamente controllati sono in basso.
L’Autorità lavorerebbe a stretto contatto con Israele, Egitto e Stati Uniti secondo fonti israeliane citate da Haaretz, ha il sostegno della Casa Bianca. Secondo la bozza, la Gita sarà gestita da un consiglio internazionale che avrà “la suprema autorità politica e legale per Gaza durante il periodo di transizione”.
Ci sono quattro nomi menzionati nel documento come potenziali candidati per questo consiglio. Nessuno di loro è palestinese.
Una è Sigrid Kaag, coordinatrice speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente.
Gli altri sono indicati come “figure internazionali di spicco con competenze esecutive e finanziarie”.
Si tratta di Marc Rowan, un miliardario che possiede una delle più grandi società di private equity americane, di Naguib Sawiris, un miliardario egiziano nel settore delle telecomunicazioni e della tecnologia, e di Aryeh Lightstone, amministratore delegato dell’Abraham Accords Peace Institute.
Fonte
Il vertice di Sharm el Sheikh sarà co-presieduto da Al Sisi e da Trump. “Il vertice mira a porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, rafforzare gli sforzi per raggiungere pace e stabilità in Medio Oriente e aprire un nuovo capitolo di sicurezza e stabilità regionale”, si legge nella nota diffusa dalla presidenza egiziana.
Secondo fonti informate del sito d’informazione statunitense Axios, Al Sisi avrebbe già contattato diversi leader europei e arabi con inviti per il summit, tra cui i rappresentanti di: Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Indonesia... e Iran.
Secondo Axios infatti, al Summit di Sharm el Sheikh sarebbe stato invitato anche il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Non ci saranno invece Israele e le organizzazioni palestinesi (né Hamas né Anp).
Una lunga lista di invitati che ridimensiona pesantemente gli annunci della premier italiana Giorgia Meloni che aveva fatto credere di essere una invitata speciale ed esclusiva al vertice.
Nella cittadina costiera egiziana lunedì si terrà la cerimonia di firma dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. Si tratta dei primi cinque punti approvati sia da Hamas che da Israele sullo scambio di prigionieri, ritiro truppe israeliane e sblocco degli aiuti umanitari.
Sul resto dell’accordo invece c’è ancora moltissima incertezza.
Circola un documento sulla composizione e il ruolo della cosiddetta Autorità di Transizione per Gaza che si vorrebbe affidare a Tony Blair (ma tutti i palestinesi hanno già messo il veto su questo personaggio)
Il piano per l’Autorità Transitoria Internazionale di Gaza (Gita) rivela una gerarchia in cui un consiglio internazionale di miliardari e uomini d’affari siede in cima, mentre gli amministratori palestinesi “neutrali” altamente controllati sono in basso.
L’Autorità lavorerebbe a stretto contatto con Israele, Egitto e Stati Uniti secondo fonti israeliane citate da Haaretz, ha il sostegno della Casa Bianca. Secondo la bozza, la Gita sarà gestita da un consiglio internazionale che avrà “la suprema autorità politica e legale per Gaza durante il periodo di transizione”.
Ci sono quattro nomi menzionati nel documento come potenziali candidati per questo consiglio. Nessuno di loro è palestinese.
Una è Sigrid Kaag, coordinatrice speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente.
Gli altri sono indicati come “figure internazionali di spicco con competenze esecutive e finanziarie”.
Si tratta di Marc Rowan, un miliardario che possiede una delle più grandi società di private equity americane, di Naguib Sawiris, un miliardario egiziano nel settore delle telecomunicazioni e della tecnologia, e di Aryeh Lightstone, amministratore delegato dell’Abraham Accords Peace Institute.
Fonte
19/08/2025
A Washington “l’Europa” esce di scena, ma non vuole ammetterlo
Arretrare facendo finta di avanzare. La più antica delle tecniche retoriche straborda da tutte le dichiarazioni dei “guerrafondai con la carne degli altri”, dopo una serie di schiaffi presi davanti alle telecamere e dietro le quinte.
Il maxi-vertice di Washington – da una parte Trump e gli Usa, dall’altra Zelenskij per l’Ucraina e ben sette nanerottoli per “l’Europa” – si è svolto in più atti. Alcuni importanti, altri decisamente di contorno.
Il vertice vero è stato quello con il solo Zelenskij, accolto con una mappa della situazione sul terreno ad oggi, bene in vista a ricordare che di lì si parte, se si vuol discutere di pace. E non per “fare un favore a Putin”, ma perché nessuno sano di mente può ancora credere che si possa tornare alla mappa del 2013 – come da tre anni e mezzo ripetono la junta ucraina e i “partner europei” – senza scatenare una guerra nucleare.
Il secondo punto fermo, prima ancora di cominciare, è stato che l’Ucraina non entrerà nella Nato. E quindi che di schierare truppe e missili occidentali da quelle parti non se ne parla neanche.
Il terzo ostacolo è stato eliminato prima ancora di essere nominato: nessun “cessate il fuoco” è indispensabile (era la prima delle proposte avanzate dagli europei e da Kiev), secondo Trump, perché “ho fermato fin qui sei guerre senza alcun cessate il fuoco prima”.
«Possiamo pensare a un’intesa – ha detto – in cui si lavori a un accordo di pace. Mentre combattono, però, devono combattere. Strategicamente, questo potrebbe essere uno svantaggio per una parte o per l’altra». In pratica: la Russia continuerà ad avanzare, e questa sarà la principale forma di pressione su Kiev, al di là delle parole nei vertici.
Stabilito questo, restavano molti altri dettagli da discutere, anche parecchio complicati, ma se si vuole raggiungere una “pace duratura” – come tutti hanno religiosamente ripetuto ad ogni tv e microfono – quella è la piattaforma stabile su cui erigere “la trattativa”.
Magicamente, quei tre punti sono scomparsi dai resoconti stampa, per lasciare il posto ad uno soltanto: “le garanzie di sicurezza per Kiev”, in modo da dissuadere la Russia da nuovi attacchi.
Su questo tema si sono esercitati tutti i presenti fino alla noia, senza che peraltro si riuscisse a vedere quale “ciccia” fosse stata messa sul fuoco, data la quantità abnorme di fumo.
Per gli “europei” arrivati a Washington come “scorta” di Zelenskij e atteggiati a guerrieri senza macchia è stata l’occasione per mostrare una fantasia malata e macabra, con proposte così fuori contesto da spingere Trump ad interrompere improvvisamente il vertice per passare 40 minuti al telefono con... Putin.
Del resto è la legge fondamentale di ogni trattativa di pace quando si vuol porre davvero fine a una guerra: le condizioni di base vengono dettate da chi è in vantaggio.
Non a caso solo la Russia ha rilasciata una nota che in qualche modo riassume “il tono” della telefonata: «I presidenti si sono espressi a favore della prosecuzione dei negoziati diretti tra le delegazioni della Federazione Russa e dell’Ucraina» – ha dichiarato l’agenzia di stampa statale russa Tass citando il Cremlino. Aggiungendo che «Putin e Trump hanno discusso l’idea di aumentare il livello dei negoziati diretti russo-ucraini».
Una serie di incontri bilaterali, insomma, senza Trump come mediatore esplicito e soprattutto senza botoli europei tra i piedi.
La conferma è poi arrivata dal segretario di Stato Marco Marco Rubio. «Stiamo lavorando ora per cercare di organizzare un incontro (a due, ndr), il che sarebbe di nuovo senza precedenti. E poi, se andrà bene, speriamo che il prossimo incontro sarà tra i Presidenti Putin, Trump e Zelensky, dove pensiamo di finalizzare un accordo».
L’Unione Europea e il formato dei “volenterosi” è fuori gioco, al massimo potrebbe provare a spingere privatamente su Zelenskij per fargli tenere una postura più rigida.
Ma da qui sono uscite poi le formule più ambigue, quelle in grado di far dire a chiunque che “abbiamo fatto valere la nostra posizione”. Inevitabilmente, sono anche le formule che nascondono trappole che possono esplodere nel prossimo futuro.
Vediamole.
“Abbiamo discusso delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, garanzie che saranno fornite da vari paesi europei, in coordinamento gli Stati Uniti”, ha spiegato Trump senza entrare nel dettaglio.
«Quando si tratta di sicurezza l’Europa è la prima linea di difesa dell’Ucraina perché sono lì. Ma anche noi li aiuteremo, saremo coinvolti».
Il diavolo sta nei dettagli, è noto, ma alcune cose sono comunque chiare.
La “prima linea di difesa” sta agli europei, non alla Nato. E quindi eventuali nuovi stati di guerra non costituiranno un obbligo di intervento militare per gli Stati Uniti.
“Noi li aiuteremo” è una formula vaghissima, che poi Zelenskij ha parzialmente concretizzato: “compreremo 90 miliardi di armamenti”. L’Ucraina al momento non ha neanche gli occhi per piangere, quindi quei miliardi arriveranno dall’Unione Europea.
La “prima linea di difesa” – non avendo la UE un esercito proprio, e restando escluso che la Nato (Usa compresi, insomma) possa intervenire direttamente – sarà quindi a carico dei “volenterosi”, ossia dei pazzi scriteriati che vorranno unirsi a Francia, Gran Bretagna e (forse) Germania nello stabilire forme di intervento militare a sostegno.
Non a caso, ancora prima che si aprisse il vertice, il ministero degli esteri russo si era premurato di avvertire: “Sullo sfondo del genuino desiderio dimostrato dalla leadership di Russia e Stati Uniti ad Anchorage di una soluzione globale, equa e sostenibile del conflitto in Ucraina, inclusa l’eliminazione delle sue cause profonde, da Londra continuano a provenire dichiarazioni che non solo sono in disaccordo con gli sforzi di Mosca e Washington, ma sono chiaramente volte a indebolirli”.
Inoltre, le dichiarazioni del Regno Unito e di altri paesi europei sul dispiegamento di truppe in Ucraina “sono un incitamento alla continuazione delle ostilità”, aggiungendo che la politica del Regno Unito in particolare non lascia alcuna possibilità all’Ucraina di uscire pacificamente dal conflitto.
Mosca ribadisce quindi la “categorica inaccettabilità di qualsiasi scenario che preveda il dispiegamento di un contingente militare in Ucraina a cui partecipi la Nato”.
Con queste premesse, pensare di “sfruculiare” Mosca sfruttando eventuali varchi interpretativi negli accordi che saranno raggiunti è una prova dello stato di confusione mentale di una classe politica miseranda, che ha bisogno di un “clima di guerra” (combattuta rigorosamente da altri...) per giustificare – ai rispettivi elettorati – faraoniche spese militari con cui sperano di rivitalizzare un’industria continentale in profonda crisi. Mentre però viene tagliato quel che resta di welfare state, sanità, istruzione, università...
In sintesi: la strada per una pace complicata è rimasta aperta nonostante questi idioti, ma solo grazie al fatto che non contano nulla, cosa che gli è stata fatta notare pesantemente sia da Washington che da Mosca.
Resta però un margine di ambiguità, anche da parte statunitense, che lascia immaginare ai più guerrafondai uno “margine di possibilità” per far proseguire ancora a lungo la situazione attuale: guerra per interposta ucraina, con le perdite lasciate a Kiev e i profitti a Londra, Parigi, Berlino.
Forse è l’ora di far sentire, dentro i nostri paesi, il peso di popolazioni impoverite che non vogliono – e lo dicono in modo chiaro – essere trascinate in avventure senza senso e per scopi immondi.
Fonte
Il maxi-vertice di Washington – da una parte Trump e gli Usa, dall’altra Zelenskij per l’Ucraina e ben sette nanerottoli per “l’Europa” – si è svolto in più atti. Alcuni importanti, altri decisamente di contorno.
Il vertice vero è stato quello con il solo Zelenskij, accolto con una mappa della situazione sul terreno ad oggi, bene in vista a ricordare che di lì si parte, se si vuol discutere di pace. E non per “fare un favore a Putin”, ma perché nessuno sano di mente può ancora credere che si possa tornare alla mappa del 2013 – come da tre anni e mezzo ripetono la junta ucraina e i “partner europei” – senza scatenare una guerra nucleare.
Il secondo punto fermo, prima ancora di cominciare, è stato che l’Ucraina non entrerà nella Nato. E quindi che di schierare truppe e missili occidentali da quelle parti non se ne parla neanche.
Il terzo ostacolo è stato eliminato prima ancora di essere nominato: nessun “cessate il fuoco” è indispensabile (era la prima delle proposte avanzate dagli europei e da Kiev), secondo Trump, perché “ho fermato fin qui sei guerre senza alcun cessate il fuoco prima”.
«Possiamo pensare a un’intesa – ha detto – in cui si lavori a un accordo di pace. Mentre combattono, però, devono combattere. Strategicamente, questo potrebbe essere uno svantaggio per una parte o per l’altra». In pratica: la Russia continuerà ad avanzare, e questa sarà la principale forma di pressione su Kiev, al di là delle parole nei vertici.
Stabilito questo, restavano molti altri dettagli da discutere, anche parecchio complicati, ma se si vuole raggiungere una “pace duratura” – come tutti hanno religiosamente ripetuto ad ogni tv e microfono – quella è la piattaforma stabile su cui erigere “la trattativa”.
Magicamente, quei tre punti sono scomparsi dai resoconti stampa, per lasciare il posto ad uno soltanto: “le garanzie di sicurezza per Kiev”, in modo da dissuadere la Russia da nuovi attacchi.
Su questo tema si sono esercitati tutti i presenti fino alla noia, senza che peraltro si riuscisse a vedere quale “ciccia” fosse stata messa sul fuoco, data la quantità abnorme di fumo.
Per gli “europei” arrivati a Washington come “scorta” di Zelenskij e atteggiati a guerrieri senza macchia è stata l’occasione per mostrare una fantasia malata e macabra, con proposte così fuori contesto da spingere Trump ad interrompere improvvisamente il vertice per passare 40 minuti al telefono con... Putin.
Del resto è la legge fondamentale di ogni trattativa di pace quando si vuol porre davvero fine a una guerra: le condizioni di base vengono dettate da chi è in vantaggio.
Non a caso solo la Russia ha rilasciata una nota che in qualche modo riassume “il tono” della telefonata: «I presidenti si sono espressi a favore della prosecuzione dei negoziati diretti tra le delegazioni della Federazione Russa e dell’Ucraina» – ha dichiarato l’agenzia di stampa statale russa Tass citando il Cremlino. Aggiungendo che «Putin e Trump hanno discusso l’idea di aumentare il livello dei negoziati diretti russo-ucraini».
Una serie di incontri bilaterali, insomma, senza Trump come mediatore esplicito e soprattutto senza botoli europei tra i piedi.
La conferma è poi arrivata dal segretario di Stato Marco Marco Rubio. «Stiamo lavorando ora per cercare di organizzare un incontro (a due, ndr), il che sarebbe di nuovo senza precedenti. E poi, se andrà bene, speriamo che il prossimo incontro sarà tra i Presidenti Putin, Trump e Zelensky, dove pensiamo di finalizzare un accordo».
L’Unione Europea e il formato dei “volenterosi” è fuori gioco, al massimo potrebbe provare a spingere privatamente su Zelenskij per fargli tenere una postura più rigida.
Ma da qui sono uscite poi le formule più ambigue, quelle in grado di far dire a chiunque che “abbiamo fatto valere la nostra posizione”. Inevitabilmente, sono anche le formule che nascondono trappole che possono esplodere nel prossimo futuro.
Vediamole.
“Abbiamo discusso delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, garanzie che saranno fornite da vari paesi europei, in coordinamento gli Stati Uniti”, ha spiegato Trump senza entrare nel dettaglio.
«Quando si tratta di sicurezza l’Europa è la prima linea di difesa dell’Ucraina perché sono lì. Ma anche noi li aiuteremo, saremo coinvolti».
Il diavolo sta nei dettagli, è noto, ma alcune cose sono comunque chiare.
La “prima linea di difesa” sta agli europei, non alla Nato. E quindi eventuali nuovi stati di guerra non costituiranno un obbligo di intervento militare per gli Stati Uniti.
“Noi li aiuteremo” è una formula vaghissima, che poi Zelenskij ha parzialmente concretizzato: “compreremo 90 miliardi di armamenti”. L’Ucraina al momento non ha neanche gli occhi per piangere, quindi quei miliardi arriveranno dall’Unione Europea.
La “prima linea di difesa” – non avendo la UE un esercito proprio, e restando escluso che la Nato (Usa compresi, insomma) possa intervenire direttamente – sarà quindi a carico dei “volenterosi”, ossia dei pazzi scriteriati che vorranno unirsi a Francia, Gran Bretagna e (forse) Germania nello stabilire forme di intervento militare a sostegno.
Non a caso, ancora prima che si aprisse il vertice, il ministero degli esteri russo si era premurato di avvertire: “Sullo sfondo del genuino desiderio dimostrato dalla leadership di Russia e Stati Uniti ad Anchorage di una soluzione globale, equa e sostenibile del conflitto in Ucraina, inclusa l’eliminazione delle sue cause profonde, da Londra continuano a provenire dichiarazioni che non solo sono in disaccordo con gli sforzi di Mosca e Washington, ma sono chiaramente volte a indebolirli”.
Inoltre, le dichiarazioni del Regno Unito e di altri paesi europei sul dispiegamento di truppe in Ucraina “sono un incitamento alla continuazione delle ostilità”, aggiungendo che la politica del Regno Unito in particolare non lascia alcuna possibilità all’Ucraina di uscire pacificamente dal conflitto.
Mosca ribadisce quindi la “categorica inaccettabilità di qualsiasi scenario che preveda il dispiegamento di un contingente militare in Ucraina a cui partecipi la Nato”.
Con queste premesse, pensare di “sfruculiare” Mosca sfruttando eventuali varchi interpretativi negli accordi che saranno raggiunti è una prova dello stato di confusione mentale di una classe politica miseranda, che ha bisogno di un “clima di guerra” (combattuta rigorosamente da altri...) per giustificare – ai rispettivi elettorati – faraoniche spese militari con cui sperano di rivitalizzare un’industria continentale in profonda crisi. Mentre però viene tagliato quel che resta di welfare state, sanità, istruzione, università...
In sintesi: la strada per una pace complicata è rimasta aperta nonostante questi idioti, ma solo grazie al fatto che non contano nulla, cosa che gli è stata fatta notare pesantemente sia da Washington che da Mosca.
Resta però un margine di ambiguità, anche da parte statunitense, che lascia immaginare ai più guerrafondai uno “margine di possibilità” per far proseguire ancora a lungo la situazione attuale: guerra per interposta ucraina, con le perdite lasciate a Kiev e i profitti a Londra, Parigi, Berlino.
Forse è l’ora di far sentire, dentro i nostri paesi, il peso di popolazioni impoverite che non vogliono – e lo dicono in modo chiaro – essere trascinate in avventure senza senso e per scopi immondi.
Fonte
12/08/2025
L'UE vorrebbe sabotare il vertice Usa-Russia in Alaska
La Russia ha replicato severamente ai tentativi dei paesi europei di boicottare i tentativi di Donald Trump di raggiungere la pace in Ucraina, a cinque giorni dal vertice con Vladimir Putin in Alaska.
“Gli euroimbecilli cercano di ostacolare i tentativi americani di aiutare a risolvere il conflitto ucraino”, ha affermato con la consueta ruvidità l’ex presidente russo Dimitry Medvedev, dopo che, in una dichiarazione congiunta, i leader di Francia, Italia, Germania, Polonia, Finlandia e della UE hanno ribadito il loro “incrollabile impegno” per “l’integrità territoriale dell’Ucraina” e hanno fatto appello a “fare pressione su Mosca” con “misure restrittive”.
I leader europei stanno facendo pressione su Washington affinché intensifichi la portata delle sanzioni contro Mosca in vista del faccia a faccia fra Trump e Putin. A riportarlo è il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali durante l’incontro di sabato nel Regno Unito i consiglieri europei e ucraini hanno sostenuto che Washington dovrebbe esercitare più pressione sulla Russia attraverso minacce di sanzioni.
L’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha convocato appositamente una riunione straordinaria dei ministri degli esteri, affermando che “tutti i territori temporaneamente occupati (dai russi) appartengono all’Ucraina”.
No, quindi, all’offerta di Mosca che a Bruxelles viene definita “a senso unico”. Una posizione non condivisa da Slovacchia e Ungheria.
Trump aveva invece esplicitamente parlato di “scambi di territori” per arrivare alla pace, ribadendo infine – nella conferenza stampa fluviale di ieri sera – che al tavolo delle trattative per ora non ci saranno né Zelenskij né “gli imbecilli” della UE.
Il vice presidente Usa, J.D. Vance, ha insistito inoltre sulla necessità di un compromesso in un’intervista a Fox News, in cui ha osservato che “l’accordo alla fine non renderà felici né la Russia né l’Ucraina”.
Infine, nonostante i sogni della Polonia, non ci sono finora segnali di un eventuale invito del presidente ucraino Zelensky al vertice di ferragosto tra Russia e Stati Uniti in Alaska.
Il ministro della Difesa polacco, Kosiniak-Kamysz, aveva fantasticato su questo: “Credo che il presidente Zelensky sarà invitato. Oggi emergono alcune informazioni secondo cui esiste la possibilità che il presidente Zelensky sia presente all’incontro tra il presidente Trump e Putin. Sarebbe la decisione migliore e credo che accadrà”.
A suo avviso, raggiungere un accordo di cessate il fuoco con la partecipazione del Presidente Zelensky è ora più vicino che mai. E poi, confermando la natura reazionaria della Polonia di ieri e di oggi, ha aggiunto che se ciò dovesse avvenire il 15 agosto, anniversario della vittoria sui bolscevichi nella Battaglia di Varsavia del 1920, sarebbe “il regalo più bello” per questa parte del mondo e per il futuro della regione.
Hanno in mente i fantasmi del passato e vorrebbero decidere sulle sorti del presente e del futuro. Questa è gente decisamente pericolosa per l’Europa ed il Mondo.
Fonte
“Gli euroimbecilli cercano di ostacolare i tentativi americani di aiutare a risolvere il conflitto ucraino”, ha affermato con la consueta ruvidità l’ex presidente russo Dimitry Medvedev, dopo che, in una dichiarazione congiunta, i leader di Francia, Italia, Germania, Polonia, Finlandia e della UE hanno ribadito il loro “incrollabile impegno” per “l’integrità territoriale dell’Ucraina” e hanno fatto appello a “fare pressione su Mosca” con “misure restrittive”.
I leader europei stanno facendo pressione su Washington affinché intensifichi la portata delle sanzioni contro Mosca in vista del faccia a faccia fra Trump e Putin. A riportarlo è il Financial Times citando alcune fonti, secondo le quali durante l’incontro di sabato nel Regno Unito i consiglieri europei e ucraini hanno sostenuto che Washington dovrebbe esercitare più pressione sulla Russia attraverso minacce di sanzioni.
L’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, ha convocato appositamente una riunione straordinaria dei ministri degli esteri, affermando che “tutti i territori temporaneamente occupati (dai russi) appartengono all’Ucraina”.
No, quindi, all’offerta di Mosca che a Bruxelles viene definita “a senso unico”. Una posizione non condivisa da Slovacchia e Ungheria.
Trump aveva invece esplicitamente parlato di “scambi di territori” per arrivare alla pace, ribadendo infine – nella conferenza stampa fluviale di ieri sera – che al tavolo delle trattative per ora non ci saranno né Zelenskij né “gli imbecilli” della UE.
Il vice presidente Usa, J.D. Vance, ha insistito inoltre sulla necessità di un compromesso in un’intervista a Fox News, in cui ha osservato che “l’accordo alla fine non renderà felici né la Russia né l’Ucraina”.
Infine, nonostante i sogni della Polonia, non ci sono finora segnali di un eventuale invito del presidente ucraino Zelensky al vertice di ferragosto tra Russia e Stati Uniti in Alaska.
Il ministro della Difesa polacco, Kosiniak-Kamysz, aveva fantasticato su questo: “Credo che il presidente Zelensky sarà invitato. Oggi emergono alcune informazioni secondo cui esiste la possibilità che il presidente Zelensky sia presente all’incontro tra il presidente Trump e Putin. Sarebbe la decisione migliore e credo che accadrà”.
A suo avviso, raggiungere un accordo di cessate il fuoco con la partecipazione del Presidente Zelensky è ora più vicino che mai. E poi, confermando la natura reazionaria della Polonia di ieri e di oggi, ha aggiunto che se ciò dovesse avvenire il 15 agosto, anniversario della vittoria sui bolscevichi nella Battaglia di Varsavia del 1920, sarebbe “il regalo più bello” per questa parte del mondo e per il futuro della regione.
Hanno in mente i fantasmi del passato e vorrebbero decidere sulle sorti del presente e del futuro. Questa è gente decisamente pericolosa per l’Europa ed il Mondo.
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08/08/2025
L’ora dell’incontro tra Trump e Putin. Per decidere cosa?
Dallo stallo astioso all’incontro – secondo il consolidato stile Trump – c’è solo un passo. E quindi dopo un paio di settimane infarcite di messaggi mirati ad accontentare il mondo neocon (ormai più “democratico” che repubblicano, sebbene fosse nato da quest’ultima parte), con “ultimatum” a data sempre più ravvicinata (50 giorni, no 30, no 10 o 12), con dazi raddoppiati a partner commerciali (l’India) che comprano il petrolio russo, con minacce di “dazi secondari” ancora più diffusi (in realtà tutto il mondo “non occidentale” in senso stretto ha relazioni normali con Mosca), ecco l’annuncio che anticipa l’incontro diretto con Putin.
Sapendo come vanno le cose nel mondo reale – quello dei rapporti diplomatici tra i paesi – invece che in quello della propaganda fatta di spot quotidiani, un incontro tra i leader diventa possibile quando il lavorio di preparazione ha fatto grandi passi avanti, in silenzio, e quindi diventa possibile “l’evento” per suggellare una “nuova fase”.
Il contrario – ci si vede al buio, senza sapere se sarà un fallimento o un successo – non è mai esistito.
Detto questo, però, la materia concreta resta avvolta nella nebbia. Né contribuisce a diradarla la surreale dichiarazione del segretario di stato Usa (il ministro degli esteri) Marco Rubio: ‟forse per la prima volta dall’inizio di questa amministrazione abbiamo degli esempi concreti di ciò che la Russia potrebbe chiedere per mettere fine alla guerra. Finora avevamo molto poche informazioni del genere”.
Surreale perché da almeno sei anni Mosca ripete, senza cambiarle di una virgola, le sue richieste per disegnare una “nuova Yalta”, ossia un quadro di garanzie certe ed esigibili sul fatto che la pressione militare alle sue frontiere venga arrestata.
La guerra all’Ucraina – e indirettamente alla Nato che la stava armando – è stata la conseguenza logica di fronte al “non cale” in cui l’amministrazione Biden aveva tenuto le richieste russe. Nelle ultime settimane si è aggiunto il forse più convincente ritiro di Mosca dall’accordo strategico sulle armi nucleari a raggio intermedio, mossa che peraltro Washington aveva già fatto proprio sei anni fa.
Ma se finalmente gli Stati Uniti “cominciano a capire” quali sono le richieste russe è comunque una notizia da accogliere speranzosamente...
Il problema, comunque, è che la nebbia resta fitta.
Dall’incontro restano escluse sia Kiev che i nanerottoli europei, impegnati in una strategia esattamente opposta (alimentare la guerra), apparentemente insensata (la UE non può sostituire Washington sul piano dell’assistenza militare e satellitare a Kiev). Il che significa che “l’incontro”, per quanto importante e ben preparato possa essere, non sarà un passo decisivo verso la fine della guerra, ma al massimo un “porre le basi” per poterci arrivare in tempi ragionevoli.
In assenza di indicazioni chiare fioccano le ipotesi, costruite mettendo insieme mezze informazioni fatte filtrare dalla Casa Bianca, wishful thinking e situazione militare sul campo (appare sempre più vicino il crollo del fronte da parte ucraina, almeno in settori importanti come Pokrovsk, Mirnograd e altri).
La CNN ne elenca almeno cinque principali (con molte varianti minori), senza timore di cadere nel ridicolo (“Putin accetta il cessate il fuoco senza altre garanzie”, oppure “un collasso russo” di cui non si vede traccia, ecc.), anche se è obbligata a considerare anche un probabile “collasso ucraino”. Se le ipotesi vanno in direzioni totalmente opposte, è evidente che si brancola nel buio, almeno in redazione...
Più seriamente, ma senza fornire alcun dettaglio, da parte russa si dice, con Ushakov, che ‟c’è stata una proposta da parte degli americani che per noi è accettabile”, ma la posizione russa non è cambiata. Dmitriev si è ottimisticamente spinto a ipotizzare che l’incontro tra Trump e Putin potrebbe avere “portata storica” e che la posizione russa verrà nuovamente e chiaramente comunicata agli americani, mentre Putin, accogliendo il presidente degli Emirati, ha accennato a questo paese come possibile location per il vertice.
L’impressione resta sempre la stessa. Un’eventuale “pace” tra Stati Uniti e Russia, visto che a “spingere” l’Ucraina alla follia è stata Washington in versione Obama-Biden, è preliminare ad ogni soluzione diplomatica di questo conflitto.
I contenuti di questa “pace” non riguardano tanto le scontate cessioni territoriali a Mosca – persino Kyrilo Budanov, generale alla testa dei servizi segreti ed ex leader del fronte nazista ucrainao – ammette ormai che “da dove sono arrivati, i russi non se ne andranno mai”, anche perché non c’è la forza di rimandarli indietro.
Qualcosa potrebbe andare storto? Sicuramente sì, ma i principali ostacoli ad un ipotetico accordo tra le due grandi potenze nucleari (giunta Zelenskij e Unione Europea) stanno leccandosi ferite serie. La popolazione ucraina vede ormai la prosecuzione della guerra come lo scenario peggiore possibile, mentre la UE, dopo aver accettato i dazi Usa senza fiatare, non è nelle condizioni di inventarsi una politica bellica “autonoma”.
Il nodo del problema sono “le garanzie” che gli Usa devono dare alla Russia circa il futuro. E questo riguarda il ruolo della Nato, il controllo dei regimi neofascisti baltici e della Polonia, la dislocazione delle rampe missilistiche, la fine delle provocazioni nel mar Baltico contro le navi russe, e così via.
Perché non bisogna mai dimenticare che “l’espansionismo”, negli ultimi 35 anni, c’è stato davvero. Ma da ovest verso est, non il contrario...
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Sapendo come vanno le cose nel mondo reale – quello dei rapporti diplomatici tra i paesi – invece che in quello della propaganda fatta di spot quotidiani, un incontro tra i leader diventa possibile quando il lavorio di preparazione ha fatto grandi passi avanti, in silenzio, e quindi diventa possibile “l’evento” per suggellare una “nuova fase”.
Il contrario – ci si vede al buio, senza sapere se sarà un fallimento o un successo – non è mai esistito.
Detto questo, però, la materia concreta resta avvolta nella nebbia. Né contribuisce a diradarla la surreale dichiarazione del segretario di stato Usa (il ministro degli esteri) Marco Rubio: ‟forse per la prima volta dall’inizio di questa amministrazione abbiamo degli esempi concreti di ciò che la Russia potrebbe chiedere per mettere fine alla guerra. Finora avevamo molto poche informazioni del genere”.
Surreale perché da almeno sei anni Mosca ripete, senza cambiarle di una virgola, le sue richieste per disegnare una “nuova Yalta”, ossia un quadro di garanzie certe ed esigibili sul fatto che la pressione militare alle sue frontiere venga arrestata.
La guerra all’Ucraina – e indirettamente alla Nato che la stava armando – è stata la conseguenza logica di fronte al “non cale” in cui l’amministrazione Biden aveva tenuto le richieste russe. Nelle ultime settimane si è aggiunto il forse più convincente ritiro di Mosca dall’accordo strategico sulle armi nucleari a raggio intermedio, mossa che peraltro Washington aveva già fatto proprio sei anni fa.
Ma se finalmente gli Stati Uniti “cominciano a capire” quali sono le richieste russe è comunque una notizia da accogliere speranzosamente...
Il problema, comunque, è che la nebbia resta fitta.
Dall’incontro restano escluse sia Kiev che i nanerottoli europei, impegnati in una strategia esattamente opposta (alimentare la guerra), apparentemente insensata (la UE non può sostituire Washington sul piano dell’assistenza militare e satellitare a Kiev). Il che significa che “l’incontro”, per quanto importante e ben preparato possa essere, non sarà un passo decisivo verso la fine della guerra, ma al massimo un “porre le basi” per poterci arrivare in tempi ragionevoli.
In assenza di indicazioni chiare fioccano le ipotesi, costruite mettendo insieme mezze informazioni fatte filtrare dalla Casa Bianca, wishful thinking e situazione militare sul campo (appare sempre più vicino il crollo del fronte da parte ucraina, almeno in settori importanti come Pokrovsk, Mirnograd e altri).
La CNN ne elenca almeno cinque principali (con molte varianti minori), senza timore di cadere nel ridicolo (“Putin accetta il cessate il fuoco senza altre garanzie”, oppure “un collasso russo” di cui non si vede traccia, ecc.), anche se è obbligata a considerare anche un probabile “collasso ucraino”. Se le ipotesi vanno in direzioni totalmente opposte, è evidente che si brancola nel buio, almeno in redazione...
Più seriamente, ma senza fornire alcun dettaglio, da parte russa si dice, con Ushakov, che ‟c’è stata una proposta da parte degli americani che per noi è accettabile”, ma la posizione russa non è cambiata. Dmitriev si è ottimisticamente spinto a ipotizzare che l’incontro tra Trump e Putin potrebbe avere “portata storica” e che la posizione russa verrà nuovamente e chiaramente comunicata agli americani, mentre Putin, accogliendo il presidente degli Emirati, ha accennato a questo paese come possibile location per il vertice.
L’impressione resta sempre la stessa. Un’eventuale “pace” tra Stati Uniti e Russia, visto che a “spingere” l’Ucraina alla follia è stata Washington in versione Obama-Biden, è preliminare ad ogni soluzione diplomatica di questo conflitto.
I contenuti di questa “pace” non riguardano tanto le scontate cessioni territoriali a Mosca – persino Kyrilo Budanov, generale alla testa dei servizi segreti ed ex leader del fronte nazista ucrainao – ammette ormai che “da dove sono arrivati, i russi non se ne andranno mai”, anche perché non c’è la forza di rimandarli indietro.
Qualcosa potrebbe andare storto? Sicuramente sì, ma i principali ostacoli ad un ipotetico accordo tra le due grandi potenze nucleari (giunta Zelenskij e Unione Europea) stanno leccandosi ferite serie. La popolazione ucraina vede ormai la prosecuzione della guerra come lo scenario peggiore possibile, mentre la UE, dopo aver accettato i dazi Usa senza fiatare, non è nelle condizioni di inventarsi una politica bellica “autonoma”.
Il nodo del problema sono “le garanzie” che gli Usa devono dare alla Russia circa il futuro. E questo riguarda il ruolo della Nato, il controllo dei regimi neofascisti baltici e della Polonia, la dislocazione delle rampe missilistiche, la fine delle provocazioni nel mar Baltico contro le navi russe, e così via.
Perché non bisogna mai dimenticare che “l’espansionismo”, negli ultimi 35 anni, c’è stato davvero. Ma da ovest verso est, non il contrario...
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