Alla vigilia del vertice NATO, un centinaio di manifestanti sono stati fermati dalla polizia durante i cortei organizzati da gruppi della sinistra ad Ankara e Istanbul. I cortei hanno visto migliaia di manifestanti sfilare con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica, mentre nella capitale la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere i partecipanti. A Istanbul, invece, le manifestazioni si sono svolte senza scontri nonostante la forte presenza delle forze dell’ordine.
Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.
Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.
Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.
Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.
Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.
Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.
In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.
Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.
La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.
Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.
Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.
Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.
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