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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/08/2026

Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev

C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.

La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.

Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.

Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.

In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.

Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.

Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.

Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.

L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.

Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.

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06/08/2026

Servizi segreti. I migliori sarebbero i britannici, quelli italiani al 15° posto ma...

È stata recentemente pubblicata una curiosa graduatoria dal settimanale francese L’Express: quali sono i migliori servizi di intelligence in Europa?

La giuria era composta da sessanta esperti di intelligence provenienti da 25 Paesi, tra questi figurano diciassette capi o ex capi di servizi segreti, oltre a figure provenienti da apparati come CIA e Mossad.

Il metodo scelto per dare il giudizio è semplice: chiedere a chi conosce dall’interno il mestiere di indicare i migliori servizi europei, sulla base dell’esperienza diretta, della reputazione operativa, della capacità di raccogliere informazioni, condurre azioni, proteggere fonti e condividere intelligence con i partner.

Il risultato premia ancora una volta il MI6 britannico e poi la DGSE francese, mentre i servizi segreti italiani finiscono in quindicesima posizione, a pari punteggio con Belgio e Repubblica Ceca.

Il punteggio attribuito al MI6 britannico è il più alto: 251 punti, con un netto distacco rispetto agli inseguitori francesi.

A essere premiata sarebbe la capacità del M16 di reclutare talpe di alto livello negli ambienti decisionali di Paesi ostili o strategici attraverso il rapporto umano, ovvero la fonte interna al nemico, con le informazioni che non arrivano dai satelliti né dai database, ma da chi sta dentro il sistema avversario.

Al secondo posto, con 169 punti, c’è la DGSE, il servizio segreto estero francese. Secondo gli esperti la Francia dispone dell’unico servizio dell’Europa continentale con una portata quasi mondiale.

La DGSE viene valutata positivamente perché combina tre dimensioni: raccolta tecnica, intelligence umana e capacità d’azione. Quest’ultima è particolarmente importante: il servizio Action francese viene considerato una delle poche strutture al mondo in grado di condurre operazioni clandestine ad alta intensità all’estero.

La Francia mantiene inoltre una rete consolidata in Africa, eredità della sua storia coloniale e delle relazioni politiche, militari ed economiche costruite nel tempo

Il terzo posto va, curiosamente, all’Olanda, con 97 punti. I servizi segreti olandesi hanno partecipato a operazioni di rilievo negli ultimi vent’anni. Viene citato il caso Stuxnet, il virus sviluppato da Mossad e CIA che mise fuori uso una parte significativa delle centrifughe nucleari iraniane: secondo la ricostruzione, un agente dell’intelligence olandese avrebbe avuto un ruolo nell’installazione del malware.

Al quarto posto arrivano i servizi segreti dell’Ucraina, con 77 punti. Un piazzamento impensabile prima del 2014 e ancora più prima del 2022. Un direttore di un servizio di intelligence europeo ha usato un’espressione forte: gli ucraini avrebbero dimostrato la capacità di “mossadizzarsi”, cioè di adottare un modello operativo aggressivo, flessibile e disposto a colpire lontano.

Il BND, il servizio segreto tedesco si piazza al quinto posto con 62 punti. Il suo punto di forza, ma anche il suo limite, è l’analisi: metodica, strutturata, documentata. Molti addetti ai lavori ironizzano sulla scarsa propensione operativa del BND. Un ex direttore svizzero lo avrebbe paragonato a un gruppo di “ricercatori di think tank”. Un giudizio decisamente severo. I servizi segreti tedeschi dunque analizzano molto ma agiscono meno.

I servizi di intelligence italiani nella graduatoria stilata, finiscono al 15 posto. Pesano sul giudizio negativo il nepotismo e la corruzione che investono anche gli ambienti dei servizi e, secondo gli esperti, una mancanza della cultura dell’intelligence in Italia. Nello stesso dossier, viene però riconosciuto un punto di forza: quando si parla di Libia e Nord Africa, gli italiani restano interlocutori obbligati.

Senza alcuna volontà o aspirazione ad apparire “nazionalisti”, c’è un dettaglio che gli esperti internazionali di intelligence non sembrano aver preso in considerazione: l’Italia, finora, è stato l’unico paese europeo in cui non sono avvenuti attentati dei gruppi jihadisti come invece è accaduto più volte in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Olanda.

Sarà un caso, ma forse sul piano della prevenzione del terrorismo internazionale, i servizi di intelligence italiani sanno lavorare meglio dei loro colleghi europei.

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04/08/2026

Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista

Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) ha condotto un attacco con droni a lungo raggio nel Mar Caspio, colpendo una nave commerciale iraniana.

L’accusa era quella di trasportare equipaggiamenti e componenti destinati a Mosca che sarebbero proibiti secondo le sanzioni imposte alla Russia. Imposte in maniera unilaterale dai paesi occidentali, ovviamente. L’attacco è avvenuto in una più ampia operazione che ha portato a colpire anche una motovedetta e un impianto petrolifero russi.

L’Ucraina è da tempo che porta avanti una convergenza strategica e tecnologica con Israele (riguardante in particolare i droni e l’intelligence). Ma il colpo inflitto qualche giorno fa segna un salto di qualità significativo, in quanto svoltosi su di un piano direttamente militare. L’Iran ha denunciato la morte di un marinaio e ha convocato i diplomatici di Kiev, definendo l’azione un atto di aggressione.

Colpendo la Repubblica islamica, l’Ucraina vuole attirare i favori di Trump, mostrandosi come elemento capace e determinante nell’indebolimento di Teheran. Allo stesso tempo, però, è un messaggio chiaro sul fatto che il conflitto in Ucraina non riguarda le “mire” russe sul paese, ma ha una dimensione tutta internazionale.

Zelensky e compagnia hanno dimostrato come ci sia un’internazionale imperialista che unisce Washington, Kiev e Tel Aviv. Alla faccia di chi accusa chi lotta contro il piano inclinato della guerra imperialista di essere “campista”: la presenza di un “campo”, imperialista però, l’ha resa plasticamente – con le bombe – la giunta di Kiev.

Il problema è che un’azione del genere non solo salda due fronti che, più o meno, erano rimasti separati fino a oggi nella “guerra mondiale a pezzi” scatenata dall’imperialismo occidentale contro il multipolarismo. L’attacco ucraino provoca un sostanziale ampliamento dell’area del conflitto, incancrenendolo e amplificando i pericoli per i civili e, in generale, che la situazione sfugga di mano.

Basti prendere ad esempio la pesante campagna ucraina di attacchi ai mercantili e alle petroliere russe. Mosca, alla fine, ha deciso di rispondere con droni e missili sui porti nemici, in particolare quello di Odessa. Gli operatori portuali hanno dunque deciso di sospendere le rotte verso l’Ucraina, facendo naufragare il cosiddetto “corridoio del grano” per un’escalation bellica senza nessun fine strategico. Un grave danno alla sicurezza alimentare globale.

Anche in Asia Occidentale, le tensioni accumulatesi in virtù dell’aggressione israelo-statunitense sono esplose persino nel rapporto tra Arabia Saudita e Houthi. Il 13 luglio la capitale dello Yemen è stata bombardata da Riad. L’obiettivo era un aereo che trasportava funzionari di Ansar Allah, ma secondo quel che riporta Reuters a bordo c’erano anche consiglieri militari iraniani, componenti per missili e droni, e fondi per l’organizzazione yemenita.

Ancora una volta, i sauditi tentano di decidere il corso politico dello Yemen, dopo aver devastato il paese con una guerra durata anni, tra denunce di crimini terribili. Gli Houthi hanno risposto colpendo installazioni, porti e petroliere dell’Arabia lungo la costa del Mar Rosso, per poi minacciare direttamente il traffico attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb. Il traffico marittimo è crollato, mentre la raffineria ARAMCO di Jizan è stata devastata da incendi che potrebbero metterla fuori uso per anni.

L’avventurismo bellico dell’Occidente e dei suoi alleati si è naturalmente trasformato in un nuovo allarme per i mercati, con impatti significativi sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto, oltre che, ovviamente, sui beni energetici. Non solo, il petrolio Brent aveva nuovamente superato i 100 dollari al barile, per poi scendere all’inizio di questa settimana solo perché gli attacchi si sono fermati causa penuria di munizione nei magazzini statunitensi, ma si registrano rincari anche per il gas naturale. Prezzi che pagheremo tutti noi, nella spesa di tutti i giorni. Un altro salasso che va inserito tra quelli determinati dalla deriva bellicista delle nostre classi dirigenti.

Non c’è giustificazione della logica “occhio per occhio” da parte nostra, ci mancherebbe, ma pretendere di fare la guerra a paesi in posizioni strategiche colpendone il commercio, per poi lamentarsi di come le reazioni abbiano ripercussioni sulle rotte mercantili è la logica di chi pretendere di essere padrone del mondo, per sclerotismo suprematista.

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02/08/2026

Distrutta una fabbrica Usa di droni. A Kiev

Un missile balistico, presumibilmente un Iskander, ha colpito lo stabilimento della Terminal Autonomy a Kiev. L’azienda è ufficialmente registrata negli Stati Uniti.

“Questo è stato il primo caso noto di truppe russe che hanno colpito un’azienda di proprietà di un’impresa americana in Ucraina”, scrive il giornale britannico The Guardian.

L’impianto distrutto produceva droni d’attacco dotati di tecnologia di intelligenza artificiale. In seguito all’attacco missilistico, le attività della fabbrica sono state completamente interrotte. Secondo quanto riportato dal giornale, né Washington né la dirigenza dell’azienda hanno commentato la distruzione della struttura.

Questo attacco faceva parte di una vasta campagna delle forze armate russe per eliminare le imprese ucraine del settore della difesa. Recentemente, il personale militare russo ha regolarmente distrutto fabbriche simili, che la parte ucraina tentava di camuffare da normali “magazzini”, aggiunge Tsargrad .

Il Ministero della Difesa russo ha riferito il 26 luglio che le forze russe hanno effettuato attacchi, anche contro un impianto di assemblaggio e stoccaggio di velivoli a pilotaggio remoto nella parte sud-occidentale di Kiev, dove, con il coinvolgimento di “specialisti di un’azienda ucraino-americana”, venivano prodotti mensilmente fino a mille UAV di vario tipo, tra cui il drone d’attacco AQ-400 Scethsi e il drone AQ-100 Bayonet e il drone da ricognizione RQ-100 Scout.

Se si partecipa ad una guerra – stiamo pensando anche alle centinaia di militari italiani spediti in Arabia Saudita per “supportare la difesa aerea anti-Iran” – si viene prima o poi colpiti, qualsiasi sia la “narrazione” imbastita per dire il contrario. La guerra è un rasoio, in effetti.

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30/07/2026

Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?

Era solo questione di tempo

Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.

Il blitz di Kiev

“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.

L’intesa Mosca-Teheran

L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.

Ucraina superpotenza europea

Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.

“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.

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29/07/2026

Un pirla da battaglia

Si dice di solito che «dio confonde coloro che vuol perdere». Il senso della citazione è esplicito: chi sta finendo nel burrone accelera la corsa, anziché frenare, travolgendo tutti i segnali d’allarme sparsi sul percorso per evitare un finale del genere.

Parlando delle guerra in Ucraina, uno delle menzogne più raccontate dall’establishment occidentale – e di conseguenza da un sistema mediatico totalmente asservito alla propaganda di guerra – stabiliva che l’invio di armi, soldi, consiglieri militari, assistenza tecnica e satellitare nonché di intelligence di tutti i livelli (sorvolando sui mercenari ex militari occidentali) – NON costituisse una «partecipazione diretta» della Nato alla guerra stessa.

Una tesi da ridere, certamente, ma – come asseriva Goebbels – «se la ripeti tutti i giorni, alla fine diventa una verità».

D’altro canto anche la sua utilità propagandistica è evidente. Se «noi» occidentali non siamo in guerra con la Russia, ogni azione che eventualmente Mosca potrebbe imbastire contro gli interessi occidentali potrebbe essere descritta come «un atto di guerra unilaterale ingiustificato». Confermando che «noi» siamo «i buoni» e quindi la «legalità» del sostegno alla junta nazigolpista di Kiev.

Ma dio confonde i pirla che gli stanno antipatici...

E dunque il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, su X, ribattendo alla risposta decisamente incazzata di Teheran dopo l’attacco ucraino contro una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, ha scritto papale papale: «Le minacce dell’Iran sono ingiustificate e prive di fondamento. Il regime di Teheran è complice diretto dell’aggressione russa contro l’Ucraina, alimentando la guerra criminale di Mosca con armi che hanno ucciso ucraini dal 2022. L’Iran non ha alcuna legittimazione a fingere di essere vittima, né tantomeno a giustificare le sue minacce con assurdi riferimenti alla Carta delle Nazioni Unite».

Allora.

Se Teheran vende droni o altro alla Russia, e queste armi uccidono degli ucraini, questa è una complicità diretta nella guerra all’Ucraina che legittima gli attacchi militari di Kiev contro navi civili iraniane sospettate di trasportare armi o altro.

Se invece l’Europa e gli Stati Uniti regalano armi e soldi all’Ucraina golpista (il Majdan del 2014, che ha portato i nazisti nostalgici di Bandera al governo), e quelle armi uccidono dei russi, allora è un «gesto di solidarietà all’aggredito», che mai e poi mai potrebbe giustificare una reazione russa.

Neanche gli viene il sospetto, al signor Sybiha, che proprio le sue parole – scritte su un social, quindi immagazzinate per sempre negli archivi – saranno la prima giustificazione o legittimazione di una qualsiasi «pillola» che potrebbe essere spedita sulle teste dei distratti «liberali europei». Perché armare un paese in guerra è ipso facto partecipare a quella guerra.

Anni di sottile e meditata propaganda buttati nel cesso da un pirla da battaglia convinto di essere «superiore», unto dal signore degli eserciti e quindi destinato a sicura vittoria sull’«asse del male».

Vero è che per la lista dei pirla di cui ricordarsi a tempo debito c’è un affollamento esagerato. Ma il signor Sybiha si è guadagnato un posto in prima fila, sconcertando – ne siamo sicuri – anche i «consiglieri» che la Nato gli ha da anni messo a disposizione.

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27/07/2026

La mitragliera Usa a corto di munizioni

Non tutti erano convinti, solo tre giorni fa, che la strategia statunitense nel condurre la guerra contro l’Iran – tutta incentrata sulla superiorità aerea, evitando così rischi e perdite di una “discesa sulla terra” – stesse incontrando i propri limiti.

Se quelli in senso lato “politici” sono infatti connaturati a questo tipo di strategia (bombardando si può distruggere molto, ma non si costruisce un “regime amico”, se mancano le sue basi all’interno del paese attaccato), il raggiungimento dei limiti propriamente militari sembravano solo una speranza degli “anti-americani militanti”.

Anche la decisione di Trump, venerdì, di sospendere le operazioni dopo 13 giorni consecutivi veniva in quel caso letta come “una pausa per dare spazio ai tentativi dei negoziatori” – Pakistan e Qatar – dentro un continuum ormai consolidato di “pressione” militare per raggiungere obiettivi migliori al tavolo delle trattative.

Poi arriva il New York Times a rivelare che al Pentagono hanno rifatto i conti, scoprendo che le scorte di Patriot ed altri missili antimissile – il cuore della difesa aerea contemporanea di alto livello – si stavano riducendo al livello di guardia. Perché l’Iran non possiede certamente un’aviazione competitiva, ma dispone di missili e droni in quantità insospettata. E anche di buona qualità, nonostante la loro produzione sia notevolmente meno costosa dei mezzi che dovrebbero contrastarli.

Perciò il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, “ha avvertito in privato il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Trump che una carenza di intercettori per la difesa aerea potrebbe ostacolare la capacità di proteggere le forze statunitensi e gli alleati nella regione”

Poi anche il sito Axios, col solito (ex?) agente del Mossad, Barak Ravid, certifica che “il comandante militare statunitense di più alto grado in Medio Oriente, l’ammiraglio Brad Cooper, ha raccomandato di interrompere la campagna di bombardamenti intorno allo Stretto di Hormuz perché ha raggiunto il limite della sua efficacia”

Praticamente, è stato bombardato tutto il bombardabile intorno a Hormuz, ma gli effetti sono stati molto inferiori alle attese (gran parte della capacità militare, industriale e logistica iraniana è sottoterra; anzi sotto decine – o più – metri di roccia).

Aggiungiamo – perché è comprovato sia da rivelazioni giornalistiche che da ammissioni del Pentagono – che la rete dei radar Usa sparsi per il Golfo e aree limitrofe è stata pesantemente danneggiata dai ripetuti ed intensi attacchi di Teheran, diminuendo di parecchio la “capacità di tracciamento” degli attacchi in corso, e che per ogni missile e drone abbattuto se ne vanno da due a sei missili intercettori; che gli ultimi modelli iraniani, come i Kheibar Shekan, hanno la testata “guidabile” anche dopo essersi separata dal vettore – complicando così di molto il calcolo delle possibili traiettorie e aumentando la loro imprevedibilità –, nonché l’alto costo di produzione dei Patriot e la lentezza del loro processo produttivo, ed ecco che l’impensabile – l’America che resta a corto, o quasi, di munizioni – diventa un fatto concreto.

Intendiamoci. C’è molto “quasi”, in questa scarsità. Se l’Iran fosse l’unico fronte di guerra in cui gli Usa sono impegnati, probabilmente ci sarebbe ancora un margine ampio, tale da consentire magari anche la tanto sperata (da Tel Aviv, soprattutto) “escalation”.

Ma l’Ucraina è un pozzo senza fondo di richieste per mezzi dello stesso tipo, anzi se possibile anche più avanzati, perché tra missili balistici e ipersonici russi la difesa antiaerea è ormai un colabrodo.

Per gli Usa, però, in una prospettiva di medio termine, il fronte del Pacifico è anche più importante, e restare “a corto di munizioni” davanti alla Cina e/o alla Russia (per non dire della Corea del Nord) non è un rischio da correre.

Ne sembrano profondamente consapevoli proprio a Kiev, che hanno preso di mira nel Mar Caspio – secondo la loro rivendicazione – “una nave russa che portava armi in Iran”. Si è rivelata invece una nave iraniana e Teheran ha immediatamente convocato i rappresentanti diplomatici della junta neonazista, prospettando conseguenze spiacevoli perché un attacco ingiustificabile come questo “non resterà senza risposta”.

Le minacce reciproche stanno in questi giorni sostituendo lo scambio di missili e bombe, in attesa della visita di Netanyahu a Washington, domani (forse anche per evitare New York, dove Mamdani continua a prospettare il suo eventuale arresto), da cui potrebbe venir fuori qualcosa di più chiaro e indubbiamente preoccupante.

“Credo che se gli americani cadranno ancora una volta nella trappola degli sionisti, o si allineeranno a loro, e insisteranno nel continuare la guerra, in particolare con i raid aerei, geograficamente questa si espanderà ulteriormente”, ha dichiarato il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia alla televisione di stato.

E uno spazio è stato riservato anche ai britannici, che dovrebbero ospitare l’ennesima convention di “volenterosi” teoricamente pronti a immolarsi per Hormuz... “dopo che i combattimenti saranno finiti”. “Recentemente, i bombardieri B-1 statunitensi hanno utilizzato aeroporti britannici per attaccare l’Iran. Qualsiasi Paese, che si tratti del Regno Unito, dei Paesi del Golfo Persico o di altri, sarà il nostro obiettivo legittimo se sosterrà gli Stati Uniti nella guerra”, ha dichiarato infatti il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Hossein Mohebi.

L’allargamento della guerra, insomma – vista la somma di mosse russe, ucraine, europee, ecc. – è una prospettiva meno irrealistica di quanto si pensi. A meno che gli Usa, dopo aver giocato come un elefante in cristalleria (fare guerra nel Golfo persico, come si è visto, mette in crisi tutta l’economia mondiale), non reagiscano in modo finalmente razionale alle proprie stesse difficoltà – “scarsità di munizioni” – riattivando la trattativa che potrebbe portare a un accordo per loro comunque sfavorevole.

Nel frattempo una petroliera che si era fidata della “copertura” statunitense è finita in fiamme nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani non hanno neanche dovuto sparare un drone o un missile. È finita da sola su una mina posata in un tratto “sconsigliato”. Prima dell’attacco israelo-americano non sarebbe successo...

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17/07/2026

La guerra in Ucraina sta arricchendo le industrie di armamenti tedesche

Le esportazioni di armi tedesche continuano a raggiungere livelli record. Nella prima metà del 2026, secondo dati preliminari, sono state rilasciate licenze per l’esportazione di armamenti per un valore totale di circa 13,87 miliardi di euro. Ad annunciarlo è stato mercoledì scorso a Berlino il Ministero Federale dell’Economia.

Il principale paese destinatario è nuovamente l’Ucraina, per la quale sono state approvate esportazioni di armi per un valore totale di circa 2,5 miliardi di euro.

Nel 2025 nel complesso, il governo aveva approvato le esportazioni di armi per un volume di circa dodici miliardi di euro. L’Ucraina ha rappresentato circa due miliardi di euro di questo volume.

Tra i paesi “terzi” – cioè non della Nato né della Ue – Israele segue al secondo posto dopo l’Ucraina con un volume di 799 milioni di euro. Secondo i dati governativi, oltre il 60 percento di questi riguarda “un progetto importante nel settore degli armamenti marittimi”, e un altro 20 percento riguarda la “cooperazione tra aziende tedesche e israeliane nell’interesse della Bundeswehr”.

Del valore delle licenze all’export autorizzate nella prima metà del 2026, circa 9,6 miliardi di euro sono attribuibili alle armi di guerra e circa 4,3 miliardi di euro ad altri armamenti. Circa 12,8 miliardi di euro sono attribuibili alle singole licenze di esportazione rilasciate e circa 1,1 miliardi di euro alle licenze generali.

Secondo le informazioni disponibili, l’84 percento delle esportazioni approvate è destinato all’UE, alla NATO o a paesi “equivalenti”. Questi ultimi sono Giappone, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Per i paesi terzi nel loro complesso che non appartengono all’UE o alla NATO, sono state concesse licenze per circa 4,9 miliardi di euro, di cui 2,8 miliardi di euro per armi di guerra.

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12/07/2026

Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione

Il “fascino” del riarmo

I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.

Sicurezza? No, dollari

Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.

WSJ: il rincaro delle bombe

Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.

Mark Rutte soddisfatto

“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.

Conclusioni

C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.

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07/07/2026

Uccisa l'autrice dell’attentato di Montecarlo

Come volevasi dimostrare, senza neanche dover immaginare uno scenario “dietrologico”.

L’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Yermolayev, addirittura nell’enclave ultra-esclusiva di Montecarlo (mai toccata da certi eventi, se non nei romanzi di 007), è stato deciso dalla junta di Kyev ed eseguito dai servizi segreti del paese. Come per il Nord Stream... 

La donna individuata come “esecutrice materiale” – Anastasiia Berezovska, forse con precedenti contatti con la malavita locale – è stata ritrovata stamattina nei pressi della capitale ucraina. Morta, naturalmente, uccisa a colpi d’arma da fuoco, come in ogni noir di terz’ordine, per eliminare preventivamente una possibile testimone su mandanti e complici. Sia in patria che in mezza Europa.

Anastasiia Berezovska era infatti ufficialmente residente a Berlino e da lì era arrivata nel Principato a bordo di un’auto noleggiata in Germania. Subito dopo l’attentato era stata vista dalle telecamere attraversare la frontiera con l’Italia e di lì se n’erano perse le tracce.

Abbastanza scontato che si sia avvalsa di contatti nelle comunità di profughi ucraini in diversi paesi – non è stata registrata in nessun albergo né in alcun b&b – fino a poter rientrare in Ucraina (volontariamente o meno, si vedrà), che non è propriamente una frontiera a là Shengen.

Lì la sua breve avventura da agente segreto si è conclusa per “fuoco amico”. Come confermano gli arresti di un agente in servizio allo Sbu e quello di un ex membro dello stesso servizio. Evidentemente anche lì dentro convivono “fedeltà” differenti...

Cronaca nera a parte, diventa evidente che la “diaspora ucraina” non è composta solo di profughi in cerca di pace e sicurezza, ma anche da “supporti logistici” e/o spionistici a favore della junta di Kiev. Un piccolo esercito segreto – al pari dei sionisti che sono andati a combattere a Gaza o in Libano – che dovrebbe preoccupare i governi dei paesi che li ospitano.

Sappiamo benissimo che, al contrario, questi governi li hanno fin qui accolti, protetti, forse in alcuni casi addirittura “formati e supportati”, anche se palesemente obbediscono agli ordini di “potenze straniere” considerate ufficialmente “alleate”. Ma che, altrettanto palesemente, si muovo per finalità proprie non mediabili, mettendo così a rischio anche i loro supporter europei.

Lo ha sperimentato Montecarlo, ma anche l’Italia, la Grecia e la Germania. E stiamo soltanto citando i casi ufficialmente riconosciuti.

Interrompere i rapporti e gli aiuti, a cominciare da quelli militari, con questo tipo di “alleati” è una misura di profilassi minima.

Altrimenti avremo “il nemico in casa” il giorno che altre maggioranze di governo decideranno magari anche solo di “attenuare” il sostegno alle loro guerre senza fine.

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Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari

Alla vigilia del vertice NATO, un centinaio di manifestanti sono stati fermati dalla polizia durante i cortei organizzati da gruppi della sinistra ad Ankara e Istanbul. I cortei hanno visto migliaia di manifestanti sfilare con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica, mentre nella capitale la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere i partecipanti. A Istanbul, invece, le manifestazioni si sono svolte senza scontri nonostante la forte presenza delle forze dell’ordine.

Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.

Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.

Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.

Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.

Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.

Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.

In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.

Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.

La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.

Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.

Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.

Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.

“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.

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30/06/2026

Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio

La Germania del cancelliere Merz ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi.

Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane che ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione risponde alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.

Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati a oggi 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico nazionale, autonomo dagli Stati Uniti.

Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini. Del resto, questi due teatri di conflitto rappresentano un ottimo terreno di sperimentazione diretta di nuove tecnologie e soluzioni belliche, a cui Berlino è felice di attingere.

Tra i prodotti su cui le autorità tedesche avrebbero messo gli occhi ci sono due sistemi già sviluppati e testati sul campo dall’Ucraina, in attacchi in profondità nel territorio russo: il FP-5 Flamingo, prodotto dalla società di Kiev Fire Point (coinvolta nella profonda corruzione dei vertici ucraini), con una portata dichiarata di 3 mila chilometri, e i droni-missili Bars.

Secondo quel che ha riportato il Financial Times, il colosso della difesa tedesco Diehl Defence, noto per il sistema di difesa aerea IRIS-T, ha già avviato trattative preliminari con Fire Point per produrre il Flamingo direttamente in Germania (così da immettere anche un po’ di linfa produttiva nel sistema industriale tedesco in crisi).

Il vero punto di forza di queste armi è il prezzo: circa 500 mila dollari a unità, ossia un quinto rispetto ai 2,5 milioni necessari per un singolo Tomahawk. Un vantaggio competitivo enorme, dato che l’esperienza delle ultime guerre imperialiste ha mostrato come i sistemi a basso costo siano uno strumento fondamentale per saturare le difese aeree e anti-missile dell’avversario.

Berlino però non intende slegarsi completamente dal complesso militare-industriale statunitense, anche solo per il fatto che anch’esso è sempre più integrato con quello israeliano. Infatti, la Germania avrebbe presentato una richiesta formale anche a Covenant, una startup israeliana di tecnologia militare fondata nel 2024 da Michael Kaufman, ex investitore di Thiel Capital.

Politico scrive che l’impresa è stata creata proprio con “l’obiettivo di costruire un ecosistema di fornitura europeo autonomo e linee di produzione in Germania e nel Regno Unito”, ma allo stesso tempo Covenant ha raccolto centinaia di milioni di dollari di investimenti da colossi della Silicon Valley, compreso il Founders Fund guidato proprio da Peter Thiel.

La startup sta sviluppando un sistema missilistico denominato Anthem, i cui test sul campo in Israele vedranno la partecipazione diretta di osservatori militari tedeschi. Quello che viene ovviamente taciuto è che tali tecnologie sono sviluppate dallo stato sionista come parte del suo progetto di continua espansione a discapito dei suoi vicini.

La diversificazione dei fornitori, per la Germania, si inserisce in un piano più ampio del ministero della Difesa per dotare la Bundeswehr di capacità di attacco in profondità entro i prossimi dieci anni, che dovrebbe vedere anche lo sviluppo di un missile da crociera ad alte prestazioni da produrre insieme con il Regno Unito.

Al solito, la motivazione portata a giustificazione di questa corsa al riarmo è lo sbandieramento propagandistico del “pericolo” russo, che è rappresentato dai missili Iskander e Oreshnik. Ma la realtà è quella di un riarmo pensato esattamente come strumento per un salto di qualità europeo nella competizione globale.

Questo passo in avanti è strettamente connesso alla trasformazione dell’Ucraina in un grande laboratorio e stabilimento bellico, soluzione gradita anche a Zelensky per salvarsi da una pace che decreterebbe la sua fine. Per quanto riguarda Israele, è stato lo stesso ministro della Difesa Israel Katz a dirlo: l’export militare è uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera” dello stato genocida. Servono altri motivi per lottare contro il riarmo europeo?

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29/06/2026

Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza

La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora che Bruxelles e Washington dovrebbero convincere Kiev ad accettare un accordo di pace con Mosca, anche a costo di rinunciare a parte del proprio territorio. A questi va aggiunto il 15% che è addirittura a favore di una totale interruzione del sostegno italiano all’Ucraina.

A queste posizioni si contrappongono il 23% che dichiara che Kiev vada sostenuta fino in fondo, fino alla riconquista dei propri territori, si tratta di una percentuale ancora minoritaria ma in aumento visto a dicembre era il 15%.

Contestualmente, c’è il 51% degli intervistati che vorrebbe ripristinare le forniture di gas dalla Russia, sia dopo un eventuale cessate il fuoco (27%) che senza (25%).

Coloro che invece si oppongono al ripristino delle forniture del gas russo sono solo il 28%, divisi tra quelli che negano in qualsiasi caso questa opzione (11%) e quelli che lo subordinano al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina (17%).

Raccoglie entusiasmi relativi anche l’opzione dell’adesione rapida dell’Ucraina all’Unione Europea. Il 41% è a favore dell’ingresso, anche se tre quarti sostengono che per l’Ucraina non si dovrebbero fare favoritismi e si dovrebbero invece rispettare le regole e le tempistiche previste anche per gli altri aspiranti paesi membri.

Il fronte del “no” incalza però da vicino con il 34% degli intervistati che sostengono come l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresenterebbe un rischio per i paesi membri, nonché un costo economico significativo.

Insomma, per la banda Calenda & Picierno e di tutti i volenterosi guerrafondai italiani sono risultati pesanti.

Il sondaggio dell’Ispi riguarda anche altri temi dell’agenda internazionali, dai quali emerge che nella guerra tra Usa e Iran i vincitori sarebbero i primi per il 14% e il secondo per il 22%. La grande maggioranza – il 55% – ritiene invece che non ci siano stati né vinti né vincitori.

Interessante il dato per cui il 36% ritiene che Usa e Ue dovrebbero “ostacolare il governo israeliano” mentre solo il 6% pensa invece che questo andrebbe sostenuto.

Il sondaggio rileva come solo il 6% ritenga che gli Stati Uniti siano oggi il principale alleato dell’Italia e il 38% pensa che “dovremmo essere più autonomi”.

E infine c’è la Cina, ritenuta dagli intervistati come un partner economico e geopolitico per il 48% e il 45% rispettivamente, mentre è ritenuta una minaccia economica dal 28% e geopolitica dal 32%.

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27/06/2026

Crisi tra Kiev e Varsavia. Il nodo è la memoria nazista e banderista dell’Ucraina

Nel silenzio quasi totale dei media italiani, si sta consumando una significativa crisi diplomatica tra Polonia e Ucraina. Un silenzio di cui è facile capire i motivi: non solo sarebbe poco furbo, in questo momento in cui bisogna propagandare l’unità dell’Europa al fianco dell’Ucraina, ma anche e soprattutto perché il nodo del contendere rivelerebbe il peso profondo della memoria nazista nella costruzione del consenso all’attuale regime di Kiev e nel rafforzamento degli spiriti nazionalistici, necessari di fronte al disastro della guerra.

Può far sorridere (anche se c’è davvero poco per cui esser contenti) il fatto che al centro del contendere ci sia una decorazione, una medaglia, insomma, dietro cui si nasconde una profonda faglia politica e una pacificazione mai avvenuta davvero, tra i due paesi dell’Europa orientale.

Il Presidente polacco Karol Nawrocki ha deciso di revocare a Volodymyr Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza della Repubblica di Polonia. Il prestigioso riconoscimento era stato conferito a Zelensky il 5 aprile 2023, durante la presidenza di Andrzej Duda.

All’epoca, l’onorificenza era stata concessa come simbolo delle relazioni amichevoli, ed era ormai quasi una prassi consolidata, dato che la decorazione era stata data anche a vari predecessori di Zelensky (Kučma, Juščenko e Porošenko). Ovviamente, non a Viktor Janukovyč, considerato filo-russo. Zelensky aveva dedicato l’onorificenza ai suoi militari, tracciando l’idea che Polonia e Ucraina combattevano insieme contro Mosca.

Tuttavia, sotto la superficie della solidarietà bellica, ha continuato a covare la memoria storica della Seconda guerra mondiale, di una ferita tra i due paesi su cui l’ultimo decennio di governo di Kiev non ha fatto altro che gettare sale. Nel 1943, nelle regioni della Polonia orientale – che oggi sono parte dell’Ucraina occidentale – i reparti che, in ultima istanza, facevano capo al collaborazionista Stepan Bandera uccisero circa 100 mila civili polacchi (oltre a ebrei, russi e bielorussi) per costruire un’Ucraina “pura”.

Nel 2016 la Polonia ha riconosciuto ufficialmente quegli eventi come genocidio e nel 2025 ha istituito l’11 luglio come giornata nazionale della memoria. Se la ragione “superiore” della guerra alla Russia aveva portato a sopire momentaneamente lo scontro ancora aperto con Kiev intorno alla memoria di quei fatti, alla fine il caso è scoppiato.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la recente decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare dell’esercito ucraino proprio agli “eroi dell’UPA”, cioè dell’organizzazione nazista ucraina autrice dei massacri di polacchi. A ciò, si è aggiunta anche la sepoltura con onori militari di Andrij Mel’nyk (anch’egli tra le fila dei collaborazionisti ucraini, anche se in competizione con Bandera).

Di fronte al rifiuto ucraino di fare un passo indietro sulla glorificazione di figure legate al collaborazionismo e ai massacri di polacchi, Nawrocki ha deciso di revocare l’onorificenza a Zelensky. La reazione di Kiev non si è fatta attendere, in termini piuttosto “capricciosi”. Zelensky ha restituito la medaglia spedendola per posta al governo di Varsavia, e ha accusato Nawrocki di strumentalizzare la storia per fini di politica interna, paragonando il presidente polacco a Viktor Orbán.

Per quanto non c’è dubbio che la leadership di Varsavia stia strumentalizzando la questione per consensi domestici, la questione della glorificazione dei collaborazionisti nazisti e la rimozione dei crimini di pulizia etnica commessi rimane. Zelensky, tra le altre cose, ha ribadito l’interpretazione ucraina degli eccidi del 1943, definendoli la “tragedia di Volinia”, coinvolgendo in egual misura polacchi e ucraini.

La frattura è stata allargata anche dagli ex presidenti Kučma, Juščenko e Porošenko, che hanno rinunciato a loro volta all’Ordine dell’Aquila Bianca, e così hanno fatto anche il ministro degli Esteri Andrii Sybiha e il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov con altre onorificenze polacche.

Nel frattempo, lo scontro è arrivato anche su X. Alle polemiche sollevate da Zelensky, che ha affermato di non essere felice di un riconoscimento attribuito anche a figure come Caterina II, Mussolini e Gerhard Schröder, la Sottosegretaria di Stato polacca Agnieszka Jędrzak ha replicato ricordando che l’Ordine non può essere tolto ai defunti, e che, ad ogni modo, il “filo-russo” Schröder non ha “eretto alcun memoriale in onore di Hitler o Himmler” o intitolato unità dell’esercito tedesco alle SS.

Parole molto pesanti che disvelano l’infestazione profonda del regime ucraino da parte di nazisti e banderisti. Una realtà che è bene continuare a tenere nascosta, ora che bisogna ribadire il fatto che l’Ucraina sta combattendo per la “libertà” dell’Europa.

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21/06/2026

La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev

Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, come “certificato” dal ministro nazista della guerra Mikhail Fëdorov e come “provato” dai torquemadisti de Linkiesta, secondo i quali sarebbero «centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte».

Ormai siamo (saremmo) in dirittura d’arrivo: Moskva non ha più speranze, è allo stremo, mentre l’avamposto della democrazia liberale europea è in procinto di assestare il colpo finale al Cremlino.

Sì, perché, dicono gli inquisitori pannelliani, ora «la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare».

Come mai? La risposta è ovvia per qualunque filisteo liberale che si rispetti: in Russia c’è un dittatore – la teologia liberale, cui è estranea ogni concezione di classe e di rapporti tra le classi, non concepisce (o sa dipingere) altro che “un dittatore”, uno “zar”, mentre qualsiasi rappresentante della classe borghese nelle libere democrazie liberali è per ciò stesso un apostolo della fede – e il «patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni».

L’inferno in terra; che diventa paradiso solo quando si assicurano i lettori che in Russia ci siano così tante voci contrarie al regime, che i giornali europei non hanno sufficiente spazio per divulgarle tutte.

Ma qui viene il bello: dopo il massiccio attacco ucraino su Moskva, “lo zar” non è più in grado di «assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere». Che importa? Si è appena assicurato il lettore che i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni»; dunque, il problema è risolto alla radice.

Resta il fatto che, come ha dichiarato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cittadini russi devono provare sulla propria pelle l’effetto dei bombardamenti sulle città e dovrebbero costringere “il dittatore” a dimettersi o, se del caso, convincere qualcuno della cerchia politica più ristretta o delle oligarchie finanziarie a “eliminarlo dalla scena”. Ma, i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni» e allora con che voce si faranno sentire?

Forse con quella dei media di regime italici, che fanno da megafono alle figure più in alto nella scala gerarchica della junta nazigolpista. Ecco allora che il Corriere della Sera offre spazio a una delle ugole del regime di Kiev, il “consigliori” presidenziale Mikhail Podoljak, che ribadisce il concetto caro alla liberaldemocrazia europeista: avanti con la guerra, perché è solo colpa di Moskva se non si può «passare a un processo negoziale realistico».

E allora, di fronte alla “volontà bellicista” russa, Kiev «non farà altro che intensificare i suoi attacchi sul territorio russo». Che, del resto, è quanto è stato ordinato a Zelenskij in più di un’occasione, non ultima quella del vertice G7 a Evian.

«La situazione è cambiata drasticamente», assicura Podoljak, e su tutti i fronti, sia sul campo di battaglia, sia nelle retrovie delle forze di occupazione, sia all’interno del territorio russo. Kiev, proclama il “consigliori”, riesce a colpire la «logistica russa, i terminal petroliferi, le raffinerie, gli impianti militari».

Il messaggio è chiaro: «se Mosca non accetterà un processo negoziale realistico e non porrà fine alla fase attiva della guerra, l’Ucraina aumenterà ulteriormente la pressione sulle infrastrutture che permettono alla Russia di continuare il conflitto».

Il medesimo messaggio viene lanciato anche a Bruxelles: per accrescere «ulteriormente la pressione», Kiev ha bisogno di ricevere ancora più armi e soldi; le industrie di guerra europee potranno vantare crescenti profitti con le aumentate esigenze di materiale bellico.

Questo da un lato; dall’altro, il copione che le cancellerie europee hanno affidato al nazista Podoljak perché lo mandi a memoria: «L’Europa oggi appare molto più assertiva e molto più consapevole delle conseguenze che un esito negativo della guerra avrebbe per il continente... Per questo deve essere un attore di primo piano in qualsiasi processo negoziale. Ma non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa».

Il famoso “vallo europeo” contro i “barbari asiatici”, tanto decantato dai tempi in cui a fare da presidente nell’Ucraina golpista era Petro Porošenko e primo ministro era il banchiere Arsen Jatsenjuk. L’Ucraina quale avamposto della guerra europeista contro la Russia; piazzaforte e poligono della sperimentazione delle nuove armi sfornate dalle industrie di mezza Europa e affidate all’uso da parte dei centri operativi ucraini, braccio operativo degli specialisti militari della NATO che dirigono le operazioni di bombardamento.

Il “consigliori” nazigolpista conclude la propria crociata affidando al Corriere della Sera il ritornello secondo cui «senza coercizione della Russia non ci saranno veri negoziati. Aspettarsi la buona volontà di Putin è un’illusione. Servono sanzioni più dure, soprattutto contro petrolio e gas, più armi a lungo raggio, più difesa antiaerea, più coordinamento tra Europa, Ucraina e Stati Uniti». Amen.

Dunque, più Europa, dice il “consigliori”, copiando i pannelliani di casa nostra, come se davvero quella sia la “via della pace”.

Il fatto è che, Europa o UE, è da tempo che le cancellerie europee e europeiste hanno scelto la strada della guerra, proclamandone sfacciatamente anche le scadenze. Ora, per accennare a un singolo passo, si dice che alla fine del maggio scorso, Vladimir Zelenskij avrebbe consegnato al magnate russo Roman Abramovic un messaggio, indirizzato a Vladimir Putin, contenente, pare, imprecisate “proposte di pace”.

L’incontro con Abramovic era stato confermato dallo stesso Zelenskij e ne aveva scritto anche il Financial Times, citando addirittura quattro fonti.

L’economista russo Serghej Bogacëv dice che a fare da intermediario per l’incontro sarebbe stato il capo della frazione parlamentare “Servitore del popolo” David Arakhamija, in passato partecipante a incontri bilaterali russo-ucraini, come quello, ad esempio, a Istanbul nel 2022, mandato all’aria da Boris “Macbeth” Johnson.

Ora, secondo Bogacëv, non appena le voci sull’incontro Zelenskij-Abramovic e sul presunto contenuto del messaggio da trasmettere a Moskva sono giunte all’intelligence britannica, Londra ha immediatamente iniziato a opporsi.

Ricordando l’attacco terroristico al dormitorio studentesco a Starobel’sk, l’economista russo ha sottolineato che non è stato un caso che qualcuno abbia trasmesso agli ucraini le coordinate per l’attacco: «chiaro che quando vengono assassinati giovani uomini e donne, la Russia non discuterà di nulla con Zelenskij, quale Comandante supremo delle Forze armate ucraine. I negoziati sono stati interrotti» prima ancora di cominciare.

Più o meno la stessa successione della messinscena a Bucha nel 2022 e anche, a guardar bene, del massiccio attacco di droni su Moskva, immediatamente successivo al via libera accordato a Kiev nel summit di Evian. In quest’ultimo caso, si è trattato di una prestazione dimostrativa, afferma Vasilij Stojakin su Ukraina.ru: «man mano che cresce la militarizzazione dell’industria in Europa (siamo consapevoli che l’Operazione speciale è finita da tempo e c’è invece una guerra con l’Europa?), tali prestazioni diventeranno la norma e, oltre ai droni con modeste capacità di combattimento, verranno sempre più utilizzati missili da crociera, indistinguibili nelle loro caratteristiche dalle attuali armi della NATO».

Non è ormai più un segreto che l’Ucraina si trovi in una posizione molto meno vulnerabile rispetto alla Russia, dato che si limita ad assemblare le componenti fornite dalle industrie europee e lo fa servendosi di infrastrutture parzialmente smantellate e decentralizzate. I danni all’Ucraina sono causati principalmente da attacchi alle infrastrutture di trasporto ed energetiche.

Le immagini della raffineria di petrolio di Moskva in fiamme, osserva Stojakin, si sono rivelate un ottimo spunto al vertice del G7 per la presentazione dell’azienda “ucraina” Fire Point, produttrice del missile “Flamingo” (il FP-5 ucraino è praticamente la copia del FP-5 prodotto dall’impresa britannico-emiratina Milanion) e per la dichiarazione di Zelenskij sul suo desiderio di pace. Bisogna ammettere che l’Ucraina sa come investire nelle pubbliche relazioni: sui media, tutto ciò appare più convincente di ogni attacco portato con gli “Orešnik” russi.

Ecco infatti che sui media di regime i ras della junta nazigolpista di Kiev vengono sempre presentati quali esponenti di una “libera democrazia europeista; rappresentanti di un “paese libero” aggredito da una “autocrazia”; gentiluomini che difendono i “valori europei” dall’aggressione di “barbari asiatici” che nulla hanno a che fare con “l’Europa”.

La fedeltà agli “ideali nazisti” da parte di quei ras che affamano il popolo ucraino e lo mandano al macello nell’interesse dell’Europa, viene ovviamente taciuta. Sono nazisti, ma la cosa, finché guerreggiano per noi, al nostro posto, non ci riguarda, si dice nelle cancellerie europee. L’importante è che siano dalla nostra (loro) parte.

Un po’ come succede, mutatis mutandis, a livello interno, quando l’intero arco liberal-borghese si “stringe a coorte” attorno ai “propri” fascisti, umiliati a livello planetario. È ancora il Corriere della Sera a riportare, tra le altre, le dichiarazioni della segretaria del PD Elly Schlein, secondo cui «Gli attacchi di Trump alla presidente Meloni sono inaccettabili e da respingere con forza, non accettiamo insulti rivolti al governo del nostro Paese».

Ipocriti: governo del “nostro paese” è l’esatta rappresentazione della visione liberale, aclassista, dei rapporti sociali, rapportata, nel caso specifico, a un governo che non perde occasione di esaltare le “passate glorie” della patria fascista.

Ipocriti. Se il soggetto che ha così “proditoriamente disonorato la patria” viene da terre lontane, allora i “patrioti” si stringono attorno al “vate” umiliato e offeso: «Chi schiaffeggia i nostri rappresentanti schiaffeggia l’Italia, non possiamo lasciarlo fare».

C’è una zuffa verbale tra due banditi; ma uno dei due è il “nostro” (loro) bandito e che importa che sia fascista. Anche oggi, come cent’anni fa, “non passa lo straniero” e il nostro cuore è tutto per la “nostra” presidente del consiglio.

Misero interclassismo liberale che si sbraccia per i “nostri”, siano essi nazisti di Kiev, rigorosamente “nostri” europeisti, o siano fascisti di casa, che militarizzano ogni aspetto della vita sociale in nome dei profitti del capitale. Liberalismo padronale.

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09/06/2026

Parigi, Berlino e Londra ripropongono la manfrina dei volenterosi, spacciandola per pace

Una dichiarazione comune dal tono secco e un perimetro negoziale che sembra copiato dai tempi in cui i “volenterosi” guerrafondai non pensavano certo a sedersi a un tavolo di trattative, ma di distruggere la Russia sul campo di battaglia. E difatti, la dichiarazione congiunta rilasciata alla fine del vertice di Londra, in sostanza, promuove ancora la stessa visione: una pace che equivale alla resa di Mosca.

Nella tarda serata del 7 giugno, Downing Street è diventata il baricentro della diplomazia europea – se tale si può chiamare... il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel formato soprannominato “E3”.

L’obiettivo del summit era duplice: da una parte riaffermare la centralità dell’Europa in qualsiasi futuro tavolo di trattativa, dall’altra fare eco alle menzogne che vogliono un’Ucraina agire con rinnovata verve militare e Putin rifiutare un accorato appello alla pace spedito da Zelensky, salvo dimenticarsi che in quell’accorato appello c’era anche una minaccia di morte diretta al presidente russo.

Un’operazione propagandistica, per lo più, ma che serviva a ribadire un messaggio al Cremlino: Bruxelles sta pagando il governo golpista di Zelensky affinché continui a far morire gli ucraini per indebolire i russi. E un messaggio chiaro anche alla Casa Bianca: i termini di qualsiasi discussione con Mosca vengono determinati in Europa, non ad Anchorage, in Alaska.

Questi termini, però, sono piuttosto inverosimili: cessate il fuoco immediato; la linea del fronte come punto di partenza nei negoziati; garanzie di sicurezza per l’Ucraina e dispiegamento sul suo territorio di una forza multilaterale; i beni russi rimangono congelati fino al risarcimento dei danni di guerra a Kiev; una sorta di “veto” europeo e NATO, cioè la necessità del consenso di questi organismi e dei suoi membri per qualsiasi negoziato li coinvolga.

Insomma, nel testo licenziato dall’E3 ci sono persino garanzie per la UE e per la NATO, e nemmeno una per la Russia, che è poi il motivo che l’ha spinta in guerra. Anzi, vengono anche riaffermati due punti centrali: “i confini internazionali non devono essere modificati con la forza e il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri assetti di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato”.

Lasciamo perdere il fatto che questo non è valso, ai tempi, per il Kosovo, e non vale oggi per l’occupazione sionista di vari territori che va avanti da quasi 60 anni. Al di là del solito doppio standard, il tema qui è che non si riconoscono gli oblast che la Russia ha integrato nel proprio territorio, e si continua a difendere l’idea che l’Ucraina possa scegliersi gli alleati che vuole, come se un’architettura internazionale di sicurezza condivisa da vari attori con interessi strategici divergenti possa costruirsi su una base del genere.

E infatti da Mosca non si prende nemmeno in considerazione la proposta “negoziale” dell’E3, mentre la scorsa settimana, nella capitale russa, Putin ha incontrato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Al di là di tutto, dei canali informali di discussione continuano, anche se è chiaro che le potenze europee non hanno nessuna intenzione di raggiungere alcuna trattativa equa.

Ma un ulteriore obiettivo del vertice di Londra era in realtà – e forse soprattutto – Washington, passando anche per i suoi più stretti zerbini europei: Varsavia e Roma. A una conferenza stampa, il portavoce del governo tedesco ha affermato che per Berlino “l’E3 è un format sperimentato”, ma “non significa che altri partner europei non siano coinvolti” nella definizione del futuro della guerra in Ucraina.

“Una delle condizioni essenziali per la Germania – ha continuato – è quella di non intraprendere una strada individuale e che ci sia un lavoro di squadra e un coordinamento”. Ovviamente, una parte del messaggio è rimasta sottintesa: ai termini europei, non di Trump. Se, o meglio, quando ci sarà da far fallire l’Ucraina e tradire Kiev, si decide nel Vecchio Continente, non nel Nuovo.

Giorgia Meloni si è infatti tenuta lontana dall’incontro di Londra. Secondo alcune fonti di primissimo piano riportate dal Corriere della Sera, il governo considera piuttosto “autoreferenziale” il vertice dell’E3, soprattutto perché è evidentemente pensato per contrastare Trump e gli USA sul dossier ucraino.

Una posizione, quella di Roma, che è passata tra le righe come un messaggio di vicinanza a Washington in vista del G7 di Évian, in Francia, che comincerà il prossimo lunedì. In contemporanea, il ministro della Difesa Guido Crosetto incontrerà il Segretario alla Guerra Pete Hegseth, mentre il 22 il ministro degli Esteri Antonio Tajani incontrerà il Segretario di Stato Marco Rubio.

Sembra tutto approntato per una distensione tra Italia e USA, che però viene vista come una faglia dalle altre capitali europee. E a questo hanno risposto, innanzitutto, all’E3. Eppure, gli europei potrebbero ritrovare una certa unità intorno allo sviluppo del riarmo europeo e in vista del vertice NATO di Ankara, il 7 e 8 luglio. Per ora, comunque, si continua a mandare a morte gli ucraini.

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07/06/2026

L’avvertimento mafioso di Zelenskij a Putin

Che sia davvero tempo di porre fine al massacro di soldati ucraini e russi e dare pace al martoriato Donbass, terrorizzato ormai da dodici anni dagli attacchi dei nazisti di Kiev, è questione su cui rifiutano di convenire solo le soldataglie neonaziste e i ras che, dalla pace, avrebbero solo da perdere soldi e potere.

Che i diretti interessati al conflitto, coloro che, con mosse banditesche, lo hanno provocato e hanno sinora brigato per mandare all’aria, sin dalla primavera del 2022, qualsiasi tentativo di soluzione negoziata, vogliano davvero, oggi, porre la parola fine a quel massacro, resta invece abbastanza dubbio.

Gli interessi che hanno mosso le cancellerie europee, sin dal 2014 – non entriamo qui nella questione dei piani via via elaborati e attuati nei decenni precedenti da USA, NATO e UE, che hanno sempre fatto perno sulla cosiddetta “essenza della ucrainicità” quale liquidazione della “russicità” e sterminio del popolo russo, come decretato già agli inizi del ‘900 da Dmitrij Dontsov – non sembrano di molto cambiati, tanto da poter fare affidamento su un “sussulto pacifista” a Londra, Parigi, Roma, Berlino o Varsavia.

Messe da parte queste poche considerazioni soggettive, la cronaca odierna vede i media di regime allineati sulla lettera con cui Vladimir Zelenskij chiede a Vladimir Putin di accordarsi per un incontro e concordi sul far intendere al lettore che il secondo sarebbe felice di un vertice a due, trovandosi in difficoltà al fronte, come d’altronde vuole la narrazione europeista, di una Russia messa all’angolo dagli eroici e forti ucraini.

Dunque, le cose sembrano stare così: il nazigolpista-capo pubblica un appello alla leadership russa proponendo un incontro in territorio neutrale «per porre fine alla guerra». Zelenskij avrebbe detto di sapere che a Putin in Alaska «era stata promessa una soluzione su alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma vedete che le questioni ucraine e europee non vengono risolte ad Anchorage», ghigna il clown terrorista, sentendosi le spalle coperte a Londra.

E continua «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo chi ci sosterrà. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra sopravvivenza, non per quella della Russia, ma per la vostra». Detto così, pari pari, da picciotto mandato a riferire il messaggio del don: il pizzino di un ras della cupola non sarebbe stato vergato più “amichevolmente”.

Così che Vladimir Putin non poteva che rispondere in maniera adeguata: «non dobbiamo rivolgerci agli autori di questa lettera, non a coloro che apprezzano il genere epistolare, ma ai nostri soldati in prima linea. E quindi, rivolgendomi a loro, voglio dire: compagni soldati e marinai, compagni sottufficiali e marescialli, compagni ufficiali, ammiragli e generali, l’intero paese guarda a voi, l’intero paese è orgoglioso di voi e ripone in voi la sua speranza. Al lavoro, fratelli!».

Dunque: Ucraina e Europa, con la prima, come d’uopo, “vallo militare” a difesa della seconda.

Cosa risponde Putin, parlando coi giornalisti a margine del Forum economico a Piter? La Russia non si oppone all’adesione dell’Ucraina all’entità europea sul tipo delineato da Friedrich Merz; Moskva è però contraria alla trasformazione della UE in blocco militare. E, checché ne dica Zelenskij, «forse l’Unione Europea potrebbe contribuire a trovare una soluzione. A mio avviso, ciò dovrebbe avvenire nel quadro degli accordi che abbiamo discusso ad Anchorage». Alaska, signor Zelenskij; Alaska, non Londra, o Parigi o Berlino.

Ad Anchorage era stato chiesto alla Russia «se fosse disposta a fare una serie di compromessi... nel mio incontro con il Presidente degli Stati Uniti, ho detto che eravamo pronti e ho illustrato in cosa potrebbero consistere questi accordi e questi compromessi. La questione è se questi compromessi saranno accettati dalla parte ucraina», ha detto Putin e ha espresso seri dubbi su questo punto, aggiungendo che, a giudicare da tutto, Kiev non è affatto pronta per la pace.

Per le lamentazione delle redazioni romane, milanesi, torinesi, l‘esercito russo è in vantaggio e sta avanzando su tutti i fronti, ma Kiev non è ancora disposta a scendere a compromessi e continua a resistere, ha detto ancora Putin. Negli ultimi tempi, la Russia ha messo sotto controllo circa 2.440 chilometri quadrati di territorio e continua ad avanzare.

Certo, ha detto Putin, gli sponsor occidentali stanno fornendo a Kiev un gran numero di droni di vario tipo, anche a lunga gittata. In ogni caso, ha detto, Moskva è pronta per addivenire a «un accordo con l’Ucraina con mezzi pacifici, sulla base di quanto discusso nell’incontro di Anchorage». Anchorage e ancora Anchorage, signor scaduto “presidente” dell’Ucraina.

Anchorage. Nonostante non tutto, anche là, sia andato per il verso dovuto. Durante i colloqui in Alaska, ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, la Russia ha fatto concessioni “difficili” riguardo all’operazione militare, ma Donald Trump non è stato in grado di garantire l’attuazione degli accordi.

In Alaska, la proposta avanzata dagli americani «è stata accettata dal presidente russo, che ne ha parlato ripetutamente. È stata difficile perché non corrispondeva pienamente a ciò che volevamo, ma era accettabile come primo passo che avrebbe permesso di porre fine alle ostilità e avviare negoziati per definire tutti i dettagli... Ma poi non è successo nulla sul fronte dei negoziati ucraini...

Le relazioni Russia-USA hanno ricominciato a farsi tese, perché non solo le sanzioni di Biden continuano ad essere estese, ma sono comparse anche quelle di Trump contro Lukoil e Rosneft. L’obiettivo dichiarato è il dominio americano nei mercati energetici globali... Forse è vantaggioso per i nostri colleghi americani ritardare le pressioni sull’Ucraina. E nel frattempo, continuare a esercitare pressioni economiche su di noi».

Lavrov lamenta che principio della politica occidentale sia sempre dato dall’aforisma “parola data, parola ripresa”, quale ricusazione delle promesse fatte, come nel caso degli accordi precedenti al golpe contro Viktor Janukovyc e poi degli accordi di Minsk.

Non è certo un caso che siano risuonate proprio ora le dichiarazioni del Segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli USA non sono un intermediario neutrale, ma una parte che sostiene l’Ucraina con le armi: «Non siamo mediatori imparziali. Chiaramente, stiamo favorendo una parte rispetto all’altra».

Trump, dice Lavrov, afferma che «questa non è la sua guerra, ma quella di Biden, e che se lui fosse stato presidente allora, questa guerra non sarebbe mai iniziata. Ma ora l’ha ereditata. All’inizio aveva deciso di fermarla. E sembrava esserci riuscito in Alaska. Ma ora probabilmente si starà chiedendo: e se la guerra continuasse, finiremmo per estromettere Russia e Cina dai mercati globali come concorrenti».

In effetti, come riportato da The New York Times, Donald Trump ha approvato il coinvolgimento di agenti della CIA nella pianificazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe e la “flotta ombra”, che vengono poi mascherati come attacchi ucraini.

In questa cornice, l’ambasciatore russo a Londra, Andrej Kelin, ha dichiarato a Sky News che, per la Russia, l’operazione militare in Ucraina è una «guerra esistenziale. Per noi, non per i paesi della NATO... una guerra esistenziale contro i paesi NATO, forse senza la partecipazione degli Stati Uniti. Ma gli USA sono stati molto attivamente coinvolti fin dall’inizio».

Perché i paesi NATO sono direttamente coinvolti nel conflitto. Le nuove armi in arrivo a Kiev sono presentate come ucraine, sebbene in realtà siano prodotti del complesso militare-industriale europeo, ha detto Kelin, indicando paesi come Gran Bretagna, Danimarca, Canada e altri, in cui viene semplicemente esternalizzata la produzione.

Attenzione, ha detto Kelin: a un certo punto la Russia dovrà adottare delle «contromisure. Non dirò esattamente quali, ma conosciamo gli indirizzi. Li abbiamo pubblicati e saranno facili bersagli».

Secondo l’ambasciatore russo, anche la Gran Bretagna subirà «ritorsioni, poiché sta imponendo sanzioni anti-russe, fornendo armi all’Ucraina e ostacolando i colloqui di pace... La Gran Bretagna sta facendo tutto il possibile per infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Dunque, le prospettive non sono poi così rosee. Non lo sono, perché la guerra in Ucraina non rappresenta che la “fase attuale” della contrapposizione che, da decenni, vede i capitali occidentali puntare alle sterminate risorse della Russia e vede da decenni i “comitati d’affari” dei capitali occidentali, quelle entità che Lenin definiva «comitati nazionali di milionari, detti governi», pianificare azioni di guerra sotterranea – quella che oggi chiamano “ibrida” – o guerra guerreggiata, a diverso titolo e con diverse intenzioni, prima contro l’Unione Sovietica e, dopo, contro la Russia.

Quindi, dice l‘ex ufficiale dell’intelligence Andrej Bezrukov, docente presso il prestigioso MGIMO, la Russia sarà costretta a combattere almeno per i prossimi due decenni, in conflitti ad alta e a bassa intensità, affrontando minacce alle infrastrutture critiche e insidie di guerra biologica.

I nemici, dice Bezrukov, contano sulla prospettiva che «a un certo punto il nostro sistema decisionale venga sovraccaricato da attacchi complessi provenienti da tutte le direzioni: ideologici, fisici, militari e così via, e che il sistema non sia più in grado di prendere decisioni adeguate».

Potrebbe trattarsi di una guerra molto violenta, afferma l’ex agente, come quella «che stiamo vivendo ora. Oppure di una guerra strisciante. Anche se si estendesse ad altre regioni, avremmo due generazioni che si potrebbero praticamente considerare in guerra. E dobbiamo imparare a convivere con questa guerra... Dobbiamo costruire il nostro sistema statale, costruire la nostra economia in modo tale che assolva non solo al compito dello sviluppo, ma anche a quello della difesa».

A oggi, dice Bezrukov, la Russia sta affrontando una nuova forma di guerra, in cui gli avversari intensificano costantemente l’escalation, pur senza raggiungere il livello nucleare. La strategia dell’Occidente in questa guerra è molto semplice: «evitare uno scontro nucleare con noi, dal quale uscirebbero sconfitti. Quindi devono far “bollire la rana”, che è quello che stanno facendo, aumentando gradualmente l’escalation. E non si fermeranno perché non hanno via di fuga. Noi rappresentiamo una minaccia esistenziale per loro».

Secondo Bezrukov, la “seconda fase critica” della guerra sarà l’Asia. Per quanto riguarda la Russia, dice, tenteranno di distruggerla lentamente, prima di tutto eliminando la minaccia nucleare: «l’obiettivo principale è evitare la soglia nucleare e neutralizzare le nostre forze nucleari. Questo può essere fatto in due modi: o costruendo un sistema nello spazio, cosa che hanno iniziato a fare, per impedire qualsiasi decollo. Oppure facendo quello che hanno fatto con l’Operazione “Ragnatela”, installando qui i loro agenti e, a un certo punto, colpendo le nostre forze nucleari. Forse non le metteranno fuori combattimento tutte, ma è una minaccia reale».

Vien da chiedersi se il pizzino di Zelenskij serva a fare da paravento a qualcosa di molto più pericoloso.

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02/06/2026

Mosca risponde all’attacco al dormitorio di Starobelsk: pioggia di droni e missili sull’Ucraina

La notte del 2 giugno ha visto un massiccio attacco russo a diversi obiettivi in Ucraina, a Kharkiv, Dnipro, Zaporizhzhia e soprattutto Kiev. Secondo le autorità ucraine, Mosca ha lanciato 656 droni e 73 missili di vario tipo, inclusi vettori balistici, da crociera e ipersonici. Solo 33 missili e 33 droni avrebbero però raggiunto i propri bersagli, provocando 17 morti e un centinaio di feriti.

Il Ministero della Difesa russo ha confermato l’operazione, parlando di un attacco diretto contro infrastrutture militari, depositi di carburante, nodi di trasporto e aeroporti. Mosca aveva annunciata che sarebbe arrivata presto la ritorsione per gli atti terroristici di Kiev, che lo scorso 22 maggio ha bombardato un dormitorio studentesco a Starobelsk, nella regione di Lugansk, uccidendo 21 persone.

L’Ucraina, da parte sua, ha respinto le accuse affermando di aver preso di mira un centro di comando per droni. Ma quello del 22 maggio non è l’unico crimine che è stato commesso negli ultimi giorni. Basti pensare al drone guidato con fibra ottica che ha fatto danni alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, e di cui, nonostante tutto, i media nostrani faticano ancora a indicarne la “paternità” ucraina.

Nella stessa notte del 2 giugno, le forze armate russe hanno confermato di aver abbattuto 148 droni ucraini diretti su vari obiettivi. Altri devono aver però colpito i propri bersagli. È stato infatti segnalato che, nel territorio di Krasnodar, un drone ha colpito la raffineria di petrolio di Ilsky, un impianto dalla significativa capacità di raffinazione di circa 6,6 milioni di tonnellate all’anno. L’impatto ha provocato un vasto incendio.

Ad ogni modo, il bombardamento russo mostra le netta differenza di possibilità militari tra gli attori in campo, e anche il tentativo di esercitare una certa pressione sull’andamento della guerra, anche in relazione alla disponibilità, da parte degli alleati europei di Kiev, di sedersi a un tavolo di tratttive, consapevoli della propria posizione debole.

Al contrario, i paesi europei continuano a tenere l’atteggiamento di chi ha già vinto una guerra invece disperata. Dopo il tentativo di far passare un drone deviato dagli ucraini e finito in Romania come un attacco russo, è di ieri la notizia dell’ennesimo atto di pirateria, con la Marina francese che, supportata da quella britannica, ha intercettato nell’Atlantico una petroliera considerata parte della “flotta ombra” di Mosca.

Tornando a Kiev, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto su X che la potenza di fuoco russa mostrata in nottata non fa che confermare la necessità di un maggiore supporto da parte dei paesi occidentali. “L’Europa – ha commentato – ha bisogno della propria difesa antimissile, in modo che questa guerra possa finalmente concludersi. E c’è assolutamente bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti nella fornitura di missili Patriot”.

Che la difesa antimissile possa far finire la guerra è un’affermazione piuttosto audace. Piuttosto, si tratterebbe di uno strumento per agitare un certo riequilibrio delle forze in campo prima di sedersi al tavolo delle trattative – comunque da sconfitto. Lo stesso Zelensky, in un’intervista rilasciata il 31 maggio alla CBS News, ha evocato una cruciale “finestra di opportunità” per sedersi e parlare coi russi, prima del prossimo inverno, indicando chiaramente quali dovranno essere i mediatori della sponda europea: Londra, Parigi e Berlino.

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31/05/2026

Il drone russo precipitato in Romania è stato deviato dagli ucraini

L’ennesima doccia fredda sulla disinformazione di guerra in Europa si è materializzata ieri ma non se ne trova traccia sui mass media italiani.

Sulla vicenda del drone russo finito sul tetto di un palazzo a Galati, in Romania, la fonte che ha smentito le veline di guerra dei giornali e telegiornali italiani guerrafondai è decisamente autorevole.

È stato infatti lo stesso presidente romeno Nicusor Dan – nonostante sia un pagatore di cambiali con la Ue – a ricostruire i fatti e a smantellare la tesi di un deliberato attacco russo sulla Romania.

Il presidente romeno Nicușor Dan ha dichiarato infatti che il drone che si è schiantato su un palazzo residenziale a Galați è stato deviato verso la Romania dalla difesa aerea ucraina.

“C’era un gruppo di 43 droni, che proveniva da est, attraversavano l’Ucraina per, diciamo, 20-30 chilometri da nord del Danubio, da est a ovest. Mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni di loro sono stati abbattuti – e uno di loro, probabilmente colpito sopra la città di Reni, ha cambiato la sua traiettoria ed è arrivato a Galati”, ha detto il presidente romeno.

Quando un quotidiano come La Repubblica, titolava la prima pagina di ieri con “Mosca colpisce l’Europa” – battendo con fragore sui tamburi di guerra – è diventato troppo imbarazzante se non impossibile rettificare doverosamente la notizia. Lo stesso dicasi per il Corriere della Sera che ha titolato la prima pagina: “L’Europa finisce nel mirino: la Russia ha deciso di ampliare il perimetro”.

Ragione per cui oggi sia su La Repubblica che sul Corriere della Sera fanno tutti finta di niente.

Anche in questa occasione sono stati in molti a invocare – a sproposito – gli Articoli 47 del Trattato della Ue o l’art. 5 della Nato chiedendo di intervenire contro la Russia con tutte le conseguenze che ne derivano.

Pare che ormai siano tutti in attesa di un “incidente di Gleiwitz” per poter scatenare i signori della guerra. Per chi ha la memoria corta, l’incidente di Gleiwitz fu l’operazione false flag che la Germania nazista usò come pretesto per invadere la Polonia il 31 agosto del 1939.

Ma quanto accaduto su questo ennesimo episodio, ci dà la cifra dei pericoli che incombono sulla libertà e la qualità dell’informazione qui da noi, nel nostro e nei nostri paesi. Dobbiamo saperlo e apprestarci a combattere con tutte le forze affinché l’informazione – e vergognosamente in nome della lotta alla disinformazione degli “altri” – diventi totalmente arruolata nella guerra cognitiva e nella propaganda di guerra.

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29/05/2026

“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”

L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa

Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.

Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.

Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.

Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?

Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.

Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.

Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.

E l’altro?

Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.

La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?

Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.

Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.

Vale a dire?

Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.

Eppure...

Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.

E per quanto riguarda il supporto americano?

Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.

Con quali potenziali effetti?

Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.

La difesa europea?

È e resterà un miraggio.

C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?

I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).

Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.

Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?

Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.

Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?

La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.

L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.

Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?

Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.

Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?

Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.

Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.

In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.

Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.

Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?

Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.

In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.

Sono dati all’apparenza contraddittori.

Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.

A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?

È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.

Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.

È un esito estremo del sentimento antirusso?

Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.

Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?

E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.

Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.

Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.

La tua previsione?

Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.

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