Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/09/2026
Corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina
Il Procuratore generale, Ruslan Kravchenko, è scappato all’estero dopo essere finito al centro di un’indagine che sa più di regolamento dei conti con il NABU e il SAPO, gli uffici anti-corruzione di Kiev. Ieri, anche Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale di Zelensky, è apparso sui media ucraini come il principale sospettato per attività di riciclaggio denunciate dalla testata Bihus.info.
Ma ciò che dovrebbe interessare di più ai cittadini europei è una notizia a cui non è stata data tanta rilevanza, anche se riguarda le frodi sul bilancio militare ucraino. Bilancio che viene costantemente rimpolpato con i soldi dei contribuenti del Vecchio Continente, dicendo di assolvere a un dovere di “difesa” dell’alleato sotto attacco. Raccontare ai quattro venti che la corruzione colpisce anche questa voce, spacciata come “esistenziale”, non farebbe di certo bene al sostegno alla giunta di Kiev.
A sollevare il velo su una gestione opaca delle risorse è stata invece un’inchiesta del New York Times, che ha diffuso le informazioni presenti nei rapporti di vari audit condotti dal Servizio statale di audit ucraino e dall’unità di audit interno del Ministero della Difesa.
Stando agli stessi numeri ucraini, solo nel 2024 le perdite stimate per frodi, sprechi e cattiva amministrazione degli appalti per la Difesa ammonterebbero a circa 1,2 miliardi di dollari. A questi si sommano almeno 126 milioni di dollari dissipati a causa di prezzi eccessivi e del rifiuto inspiegabile di offerte più vantaggiose sul mercato.
Dai documenti emerge che sette dei dieci maggiori fornitori militari del paese hanno continuato a ricevere commesse pur essendo al centro di procedimenti penali per frode o inadempienze contrattuali, o persino dopo l’arresto dei rispettivi dirigenti. In totale, sarebbero 18 le società a cui sono stati affidati nuovi contratti pur non avendo onorato quelli precedenti; sei di queste non avevano portato a termine neppure una fornitura. Alcune aziende non avevano nemmeno le licenze necessarie.
Gli audit hanno portato a scossoni ai vertici: Arsen Zhumadilov, a capo dell’Agenzia per gli appalti della Difesa incaricata di assegnare i contratti, si è dimesso a fine agosto dopo aver rifiutato di commentare le rivelazioni. Un ex consulente dell’Agenzia, Tamerlan Vahabov, ha denunciato al New York Times un vero e proprio “schema ricorrente” di frode ai danni delle casse statali.
Lo scorso giugno, un’indagine congiunta del NABU e del SAPO ha rivelato che, tra il 2022 e il 2024, una parte di forniture dal valore di oltre 350 milioni di grivne (intorno ai 70 milioni di euro) di pezzi di ricambio per mezzi corazzati consegnate da un gruppo di società, provenivano in realtà da materiale militare già appartenente alle forze armate presso la regione di Kharkiv, registrato fittiziamente come “perduto” durante i bombardamenti russi e poi rivenduto allo stato da intermediari compiacenti.
Se lo schema è ricorrente, significa che sono innanzitutto le aziende ucraine con la compartecipazione di pezzi importanti della politica a speculare sulla guerra, mentre continuano a battere cassa facendo leva sulla “minaccia russa”. Le notizie di armi inviate a Kiev e finite sul mercato nero girano da anni, ma questi casi provenienti dalle stesse indagini ucraine dovrebbero sollevare più di un vespaio sui miliardi e miliardi di forniture date all’Ucraina, senza il controllo su dove finivano quei soldi.
Invece, sui media dei “volenterosi” continua a vedersi una minimizzazione degli eventi, e bisogna affidarsi al New York Times per sapere che, alla luce delle inchieste citate, c’è stato un certo sgomento da parte dei vertici europei per la richiesta di 23 miliardi fatta da Kiev per coprire i buchi nel bilancio della Difesa.
Anche nel caso del giornale stelle-e-strisce bisogna mettere in chiaro una cosa: la denuncia della dimensione della corruzione ucraina, a discapito delle capacità militari nella guerra con la Russia, hanno oggi una cassa di risonanza significativa oltreoceano perché ci si prepara a scaricare il prima possibile Zelensky e compagnia, con tutto il loro paese. Bisogna solo trovare le modalità, ma intanto si prepara il terreno dell’opinione pubblica.
Fonte
15/09/2026
Que treno da Kiev
Una ridda di notizie contraddittorie sta coprendo quanto accaduto ad un treno colpito da un drone russo in Ucraina vicino al confine con la Polonia.
A bordo, da quanto risulta, c’erano i consiglieri per la Sicurezza di Italia, Germania, Regno Unito, Francia ma, a quanto pare, sul treno o sui treni nei dintorni c’erano anche l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, l’ex premier svedese Carl Bildt ed anche l’ex direttore della CIA David Petraeus.
A renderlo noto è il giornale tedesco Der Spiegel, secondo cui il treno è stato fermato e parzialmente evacuato alle 5 del mattino, prima che l’emergenza cessasse.
Secondo quanto riportato dalla compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia, un altro treno, con a bordo l’ex direttore della CIA David Petraeus, si trovava ancora alla stazione di Yahodyn quando il drone ha colpito.
I funzionari, tutti illesi, stavano tornando da una conferenza sulla sicurezza a Kiev dal titolo ‘Yalta European Strategy’ (Yes).
Alla conferenza, secondo fonti di Palazzo Chigi, per l’Italia era presente Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio.
Il treno è stato colpito a circa 2 chilometri dal confine polacco e non sono state segnalate vittime né feriti. A bordo del treno su cui viaggiavano Johnson e altri funzionari europei c’erano 206 passeggeri. Il treno è stato successivamente autorizzato a proseguire verso Varsavia.
Il giornale tedesco Handesblatt ricorda come i valichi di confine ucraini verso la Polonia sono considerati una via importante per gran parte delle armi e altri beni forniti dagli alleati occidentali.
Secondo l’agenzia di stampa russa TASS, il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che le sue forze stavano prendendo di mira “le infrastrutture ferroviarie nell’Ucraina occidentale utilizzate per il trasporto di carichi militari provenienti da paesi europei”.
È fin troppo evidente come l’attacco mirato al treno da Kyev sia stato un messaggio esplicito da parte della Russia ai “volenterosi europei” che continuano a soffiare sul fuoco del riarmo e della prosecuzione della guerra in Ucraina. In sostanza Mosca ha fatto sapere che “sappiamo dove siete e come vi muovete quando venite in Ucraina”.
È stata infatti colpita solo la locomotiva e non ci sono state vittime, ma i consiglieri europei sulla sicurezza hanno capito bene l’aria che tira.
Fonte
14/09/2026
Guerra in Ucraina, la Cina entra nella trattativa. E l’Europa resta isolata
Grandi novità sul fronte ucraino. Sul terreno diplomatico. Ecco la più importante. Si profila un vertice a tre Russia-Ucraina-USA. E questo già lo sapevamo. Ma ora il vertice si allarga a Pechino, con la possibilità di tenerlo in autunno in Cina. Peskov conferma.
E, a questo punto, arbitro negoziale neutro diviene Xi Jinping, la Cina, non già l’Europa, riottosa e fin qui nemica della pace e riarmista. Che ha sabotato ogni chance di compromesso, riscrivendo e insabbiando la base di accordi Trump-Putin ad Anchorage.
Zelensky non smentisce il tutto, ma teme la Cina come troppo filorussa. Non può altresì tirarsi fuori a questo punto, avendo dato disco verde alla triangolazione con Witkoff e Kushner, con il loro passaggio a Mosca e Kiev. E avendo ormai già parlato di inevitabili compromessi.
A questo punto interviene il massimo esponente della Scuola di alta politica, Vasily Kashin, think tank del Cremlino, con accenti inequivoci e persino critici sul rapporto costi-benefici della guerra. Per inciso, chi scrive ha sempre criticato l’invasione massiva di tutta l’Ucraina, schierandosi invece a favore di un intervento – questo sì speciale – a difesa delle terre russe minacciate di derussificazione dai nazional-populisti. Il che avrebbe conferito una certa legittimità all’intervento.
Ora, però, il Cremlino manda a dire con Kashin che è giunto il momento di chiudere la guerra. Perché troppo onerosa, gravida di conseguenze ormai per il futuro della Russia. Insostenibile per tutti, Europa e resto del mondo. E che, inoltre, tale guerra deve concludersi con una nuova Jalta – sempre Kashin – con epicentro in tregua e spartizione in Ucraina, di tipo coreano, con garanzie esterne dissuasive pro Kiev, no NATO né Euro-NATO in funzione di peacekeeping, sia pur con l’Ucraina nella UE.
È un messaggio inequivoco, questo di Kashin, anche perché, dopo l’invasione, all’assedio contro la Russia si sono aggiunte Svezia e Finlandia, oltre al riarmo massiccio europeo, che è già il triplo, in assoluto, di quanto spende in difesa la Russia. Mentre il target UE è divenuto ormai 6.800 miliardi al 2035. Ovvero ben 7 volte il volume russo di oggi, con conseguente contraccolpo di escalation russa per stare a un livello accettabile di equilibrio.
Insomma, tutti ormai sono convinti che è ora di chiudere il conflitto per i gravi rischi globali che esso implica: sicurezza, inflazione, logistica, migrazioni. Tutti tranne l’Europa, fin qui, che guarda addirittura con sospetto e ostilità al format a quattro con la Cina, quasi stravolta e paralizzata dal grave colpo subito in Sassonia, segnale chiaro di rivolta populista in tutto il continente.
Resta quella della contrarietà europea alla pace, sotto qualsiasi formula realistica, un grave problema e una seria variabile negativa. Che minaccia di far saltare tutto, vellicando e incoraggiando il massimalismo di Zelensky, che pur non pare potersi sottrarre agli eventi, sul crinale catastrofico ormai del suo Paese.
Quanto alla trattativa e al possibile punto di caduta, proprio Kashin ne indica la direzione. Tregua e spartizione. Ombrello esterno e interno in stile articolo 5 NATO, anche con Patriot e dotazioni militari per l’esercito ucraino. E tuttavia senza truppe Euro-NATO e, in ogni caso, al di fuori della NATO.
Anche la linea di confine Kharkiv-Zaporizhzhia, Sloviansk e Bakhmut – le fortezze logistiche con droni – può essere oggetto di negoziato. Purché, dichiara Vasily Kashin, vengano risolte preliminarmente le questioni di cui sopra. Ovvero la fuoriuscita strategica dell’Ucraina – che resta libera all’80 per cento – dal dispositivo militare Euro-NATO.
Tema spinoso, questo, poiché già oggi Kiev è dentro il complesso militare-industriale e di appalti europei voluto da von der Leyen e Kubilius. E anche qui bisognerà trovare paletti e bilanciamenti che garantiscano la sicurezza reciproca, in un quadro europeo e globale più largo, che non faccia di Kiev la punta di lancia militare occidentale nel cuore della Russia e sul Mar Nero.
In conclusione, tutto il mondo è pronto alla pace in Ucraina. Perché dietro un vertice in Cina con USA, Russia e Ucraina ci sarà anche il resto del mondo a premere per una soluzione negoziale. Manca, come abbiamo detto, l’Europa, che fin qui ha remato contro. E minaccia di farlo ancora con Rearm EU, mobilitazioni e finti allarmi.
E manca totalmente la cosiddetta “sinistra europea”, specie quella socialista, mai come oggi pleonastica e subalterna a questa Europa che sta facendo bancarotta morale e sta aprendo le porte alla rivolta della destra populista. Che si intesta il tema della pace.
06/09/2026
Faida tra i servizi segreti ucraini, clima da fallimento a Kiev
Una sparatoria vera e propria è andata in scena tra i palazzi del quartiere Dniprovskyi di Kiev, lasciando in strada tre feriti dei servizi segreti militari e interrompendo ogni canale di cooperazione tra le agenzie di intelligence ucraine. Sullo sfondo, una spirale di accuse incrociate di connivenza con Mosca e un attentato con drone che ha centrato il quartier generale dello SBU.
Ripercorriamo brevemente i fatti, almeno per quello che è stato reso pubblico. Nella notte tra l’1 e il 2 settembre, lungo via Yuri Shumskoho a Kiev, gli uomini del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU), il controspionaggio interno, stanno scortando un uomo in manette verso il suo appartamento, per eseguire una perquisizione urgente.
Si tratta di Stepan Kaplunov, numero due del Corpo dei Volontari Russi (RDK), la formazione paramilitare di dissidenti russi inquadrata a fianco delle forze armate ucraine, sotto l’ala protettiva del GUR, l’intelligence militare. Kaplunov era scomparso nel nulla lo scorso 23 agosto, vigilia della festa per l’indipendenza ucraina. Il comando del RDK denuncia il rapimento da parte di uomini non identificati.
Ad attenderli, però, ci sono gli uomini del GUR e anche il reparto speciale “Timur”. Dopo un’iniziale trattativa, lo SBU fa intervenire i reparti scelti dell’unità antiterrorismo “Alpha”, e le cose precipitano fino allo scontro a fuoco. Alla fine dell’ingaggio si contano tre operatori del GUR a terra feriti, ma la brigata militare riesce a prelevare Kaplunov e a sottrarlo alla custodia del controspionaggio.
Poche ore dopo la sparatoria, lo SBU rompe il silenzio pubblicando un filmato in cui Kaplunov “confessa”: ammette di essere stato agganciato dai servizi russi per orchestrare una serie di omicidi mirati sul suolo ucraino dietro cospicuo compenso, compreso l’attentato a una figura di spicco dell’opposizione anti-Cremlino giunta a Kiev per le celebrazioni che, secondo alcune fonti, sarebbe l’ex leader ceceno Akhmed Zakayev.
Kaplunov pubblica una contro-dichiarazione in cui ritratta ogni parola, affermando di essere stato sequestrato, tenuto in isolamento e torturato per giorni per estorcergli false ammissioni su inesistenti legami con Mosca. Il video diffuso dallo SBU, dunque, sarebbe stato girato sotto minaccia di morte per giustificare a posteriori il rapimento, e la perquisizione sarebbe servita per mettere prove false nell’abitazione del mercenario russo.
Anche senza la sparatoria, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarebbe stato costretto a intervenire pubblicamente sull’accaduto, dato le operazioni alla casa di Kaplunov sono durate ore, e molti passanti sono stati messi in stato di fermo per ore, distesi sull’asfalto, e sono così diventati testimoni involontari dello scontro.
“È importante che la verità venga a galla e che situazioni come questa non si ripetano”, ha dichiarato il presidente, annunciando anche l’apertura immediata di un fascicolo da parte dell’Ufficio del Procuratore Generale e del Bureau Statale d’Investigazione (SBI). Sono poi stati immediatamente rimossi dal loro incarico i vicecapi di entrambe le agenzie e il capo del Dipartimento per la protezione dei segreti di Stato dello SBU, Oleh Khramov.
Il clima interno di un paese alla rovina come l’Ucraina è evidentemente irrespirabile, e licenziare i vice sembra più una toppa che la dimostrazione di avere la situazione in mano. Intanto, Kyrylo Budanov, a lungo direttore del GUR prima di approdare all’Ufficio di presidenza di Zelensky, ha chiesto un’inchiesta indipendente e ha criticato il controspionaggio del suo paese, parlando di rapimenti in pieno giorno e atti criminali.
La frizione tra SBU e GUR è storica, e non si tratta solo di un dossier “burocratico”, per cui le competenze delle due agenzie in parte si sovrappongono. Queste strutture hanno assunto la fisionomia di veri e propri “clan” della vita politica dell’Ucraina, e puntano anche a controllare pezzi importanti del paese, invischiandosi spesso anche in attività poco “pulite”.
Non sono pochi coloro che legano l’attentato di giugno condotto a Monaco contro l’oligarca Yermolayev a una serie di affari illeciti in cui sarebbero coinvolti anche settori dell’intelligence. Un ufficiale del GUR è stato arrestato, anche se pure la versione dello SBU lo ha indicato come un “lupo solitario”. Un modo per impedire al caso di esplodere internamente, ma che ha certamente avuto ripercussioni significative sugli apparati di intelligence.
Ma al di là di redditizi flussi illeciti di denaro, il tema è tutto politico (e del resto, Yermolayev non era estraneo ad affari con Mosca). Il capo ad interim dello SBU, Oleksandr Poklad, vuole stringere il proprio controllo anche sul GUR. Ad opporglisi c’è Budanov, che ha vecchi rancori con Pokland: quest’ultimo viene considerato l’esecutore materiale dell’assassinio di Denis Kireev, agente del GUR e tra i delegati delle trattative di Istanbul del 2022. Lo stesso Budanov aveva allora indicato lo SBU come responsabile dell’omicidio.
Insomma, in un’Ucraina che sopravvive solo perché in guerra, il controllo degli apparati di intelligence militarizzati significa il controllo del paese, ed è questo che le due agenzie si stanno contendendo. Dopo appena due giorni, il 4 settembre, un altro evento potrebbe essere lì a segnalare il degrado della vita politica ucraina, e anche il fatto, dunque, che forse non c’è più molto per cui combattere, e ci si sta preparando a spartirsi i resti.
A meno di quarantotto ore dalla sparatoria, un drone avrebbe attraversato il centro storico di Kiev, schiantandosi contro la sede centrale dello SBU, a due passi dalla Cattedrale di Santa Sofia. L’impatto ha provocato devastazioni e feriti, sventrando proprio l’ala che ospita l’ufficio di Pokland. Il raid è stato immediatamente imputato alle forze russe, ma la facilità con cui un solo drone di Mosca sia arrivato nel cuore della capitale ucraina getta ombre sulla ricostruzione dei fatti offerta pubblicamente.
Se la resa dei conti sta arrivando addirittura a tentati omicidi ai vertici, mentre Zelensky viene pressato dall’ex ministro Fedorov per indire le elezioni, bisognerà tenere gli occhi e le orecchie aperte anche ai risvolti degli incontri che in questi giorni gli inviati di Donald Trump, Kushner e Witkoff, avranno con Putin e con Zelensky. È difficile dire se il conflitto stia per volgere al termine, ma è certo che l’Ucraina è sempre più ridotta al lumicino.
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30/08/2026
Fedorov, sfidante di Zelensky, nominato consulente per la Difesa italiana
Fedorov è stato rimosso dalla guida del dicastero della Difesa di Kiev a metà luglio dal presidente Volodymyr Zelensky. Il nuovo incarico approvato da Roma risponde sicuramente a una “esigenza” tecnica: quella di modernizzare le forze armate italiane sul fronte dei droni e della difesa aerea, portando al Belpaese il frutto delle lezioni apprese sul campo di battaglia, in particolare in relazione a sistemi aerei a pilotaggio remoto, alla guerra elettronica e all’integrazione digitale delle operazioni militari.
È stato lo stesso Crosetto, a margine dell’incontro, a ribadire queste motivazioni “ufficiali”, così come fatto da Fedorov sul suo X. Ma il politico ucraino ha accennato pure al “sostegno personale” ricevuto dal titolare della Difesa italiana. Elementi sufficienti per ricordare il caso politico all’ombra di questa consulenza gratuita.
Che l’Ucraina sia il laboratorio militare del riarmo europeo, a discapito della pelle degli ucraini di cui, nelle capitali del Vecchio Continente, non frega niente a nessuno, è assodato. L’incarico istituzionale affidato a Fedorov e il “sostegno personale” che dice di aver ricevuto, sembrano una sfida a Zelensky, dopo che pochi giorni fa il presidente ucraino ha rifiutato le richieste di elezioni avanzate proprio dall’ex ministro da poco silurato.
L’esecutivo italiano, pur mantenendo nei fatti invariato il sostegno militare a Kiev, in virtù della tornata elettorale in vista e della pressione vannacciana ha manipolato e promosso l’idea che l’aiuto si mantenga sul piano “civile”. E ora, l’incarico a un potenziale rivale politico del presidente ucraino sembra sostenere una certa delegittimazione di Zelensky, soprattutto dopo l’allargamento ulteriore delle inchieste giudiziarie per corruzione che stanno colpendo il suo entourage presidenziale.
La nomina di Fedorov a Roma rappresenta solo una tessera di un mosaico estivo molto più ampio, segnato da febbrili contatti dietro le quinte in vista di possibili spiragli negoziali, o per lo meno dall’esaurimento sempre più evidente delle capacità ucraine, nonostante gli attacchi “spettacolari” – e poco più – in profondità nel territorio russo, e forse la volontà degli USA di tirarsi definitivamente fuori dal conflitto.
Dopo la missione a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la mossa del governo italiano, al di là dei risvolti militari, sembra essere un messaggio chiaro rispetto alla stanchezza di fronte a un conflitto che sembra essere ormai più un pozzo senza fondo di soldi e armi che un investimento utile. O almeno, la stanchezza di fronte alla dirigenza di Zelensky, aprendosi la possibilità di scegliere quale strada intraprendere nel prossimo futuro.
Un’altra faglia tra Roma e il resto dei “volenterosi”, che offre un’altra sponda a Washington. Mentre il Regno Unito e i principali alleati europei spingono per rafforzare le forniture militari e le licenze industriali a Kiev, il Cremlino continua a definire tali iniziative come un coinvolgimento diretto nel conflitto.
Ma l’imperialismo occidentale non gioca da solo su questi scenari. Si attende con attenzione il summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek, in Kirghizistan, dove Vladimir Putin incontrerà il presidente cinese Xi Jinping, appuntamento che potrebbe ripetersi a stretto giro in India al vertice dei BRICS.
E poi il faccia a faccia Trump-Xi che dovrebbe svolgersi il prossimo 24 settembre negli Stati Uniti. Quel che ne verrà fuori potrebbe avere un impatto significativo su tutti gli scenari di guerra, non solo quello ucraino.
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24/08/2026
Fosche nubi sul narco-clown di Kiev
Per Volodymyr Zelensky quel momento potrebbe essere arrivato.
Sulla Berliner Zeitung, infatti, è comparso un commento firmato da Nicolas Butylin dal titolo inequivocabile: «Il tempo di Zelensky è scaduto». L’autore arriva a sostenere che dimissioni ordinate e volontarie potrebbero essere la decisione politicamente più saggia rimasta al presidente ucraino.
Una precisazione è doverosa, proprio per evitare le solite semplificazioni: non è la “linea ufficiale” della Berliner Zeitung, ma un commento pubblicato dal quotidiano tedesco.
E tuttavia la notizia politica sta proprio qui.
Quella domanda ora si può fare.
E la si può fare non a Mosca, non su qualche oscuro canale Telegram filorusso, ma sulle pagine di un quotidiano tedesco.
Il quadro attorno a Zelensky, del resto, è diventato decisamente meno rassicurante: il consenso non è più quello monolitico dei primi anni di guerra, le indagini anticorruzione continuano a lambire ambienti molto vicini al potere e sulla scena politica cominciano a muoversi figure capaci di rappresentare una reale alternativa.
C’è Mykhailo Fedorov, che ha riaperto pubblicamente il tema delle elezioni anche durante il conflitto.
E soprattutto c’è Valerij Zaluzhny, l’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, che nei sondaggi ipotetici continua a mostrarsi un avversario tutt’altro che ornamentale.
Insomma, il problema per Zelensky non sembra più essere soltanto Mosca.
Potrebbe cominciare a essere anche Kiev.
Ed è qui che la faccenda assume contorni quasi teatrali.
Perché quando un leader viene trasformato per anni nel simbolo stesso di una nazione, arriva inevitabilmente il giorno in cui qualcuno deve affrontare la domanda più scomoda: che cosa succede quando il simbolo comincia a pesare più del sistema che dovrebbe rappresentare?
Attenzione: nessuno sta dicendo seriamente che Zelensky cadrà domani mattina. Conserva ancora un sostegno significativo e una parte consistente della popolazione ucraina ritiene che le elezioni vadano rinviate fino alla fine delle ostilità.
Ma il tabù si è rotto.
E quando si rompe un tabù politico, raramente torna integro.
Fino a ieri sembrava quasi sconveniente perfino immaginare un’Ucraina senza Zelensky. Ora, invece, sui giornali occidentali comincia a comparire quella domanda che ogni potere teme più delle proteste: “E dopo di lui?”
Il bello dei grandi racconti eroici è che funzionano splendidamente finché le luci restano puntate sul protagonista.
Poi, però, qualcuno accende quelle della platea.
E improvvisamente si vedono le quinte, i suggeritori, i conti da pagare e soprattutto quelli che stanno già provando il costume del prossimo atto.
A Kiev il sipario non è ancora calato.
Ma qualcuno, a quanto pare, ha già cominciato a guardare l’orologio.
Fonte
20/08/2026
Ucraina - L’ex ministro Fedorov chiede le elezioni
Appena un mese dopo essere stato licenziato da Zelensky, l’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha deciso di regolare i propri conti con il suo presidente.
Lo ha fatto con un video, pubblicato martedì 18 agosto su YouTube, dove il trentacinquenne ex ministro ha dipinto per quasi dieci minuti un ritratto estremamente duro del sistema politico ucraino, tra corruzione, “crisi sistemica di governo” e sfiducia verso la popolazione.
Mykhailo Fedorov ha poi superato una linea rossa che nessun politico ucraino aveva osato superare dall’inizio della guerra nel febbraio 2022, chiedendo il “ripristino del processo democratico” e quindi l’organizzazione delle elezioni nel paese devastato dal conflitto.
“L’Ucraina può contemporaneamente combattere e rimanere una democrazia”, ha affermato l’ex ministro.
Le elezioni regolari in Ucraina, avrebbero dovuto svolgersi nella primavera del 2024, ma sono state rese impossibili dalla legge marziale. L’ex ministro sta ovviamente assumendo il rischio più grande della sua carriera politica, confermando al contempo le proprie ambizioni alla leadership di Kiev.
Fedorov era uno dei ministri più conosciuti e più visibili del governo. Parlava spesso ai media occidentali per spiegare le trasformazioni della guerra tecnologica. La sua esposizione pubblica in qualche modo ne ha rafforzato l’immagine sia all’interno del paese che nei paesi occidentali.
Le dichiarazioni di Fedorov sono giunte poche ore dopo che Zelensky aveva formalmente nominato Yevhen Khmara come nuovo ministro della Difesa ad interim. Questa nomina era in ballo da luglio. Dunque Zelenski ha risposto picche a mesi di proteste che chiedevano la reintegrazione di Fedorov al ministero della difesa.
La nomina di Khmara deve essere approvata dal parlamento, e il voto di conferma è previsto già per domani.
Fonte
18/08/2026
L’integrazione militare tra UE e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura
Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.
Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha trasformato la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.
Al vertice del G7 del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.
Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma si utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, con un flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.
Due anni fa Germania e Francia hanno stanziato nel primo caso oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi d'artiglieria ruotati CAESAR.
Ma anche l’Italia – nonostante i finti strepiti della Lega – ha siglato il 24 febbraio 2024 a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali con l’Ucraina guidate da grandi industrie belliche italiane come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.
Gli ultimi due anni hanno visto una accelerazione impressionante nella produzione di armamenti da parte del complesso militare-industriale europeo.
Se prima del 2022, la capacità europea di produzione di proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno, adesso si è arrivati a 2 milioni.
Come? La Ue ci ha messo i soldi e le industrie belliche ci si sono buttate sopra a capofitto. Si capisce allora il perché gli europei si mettano sempre di traverso di fronte alle proposte che possono portare ad una cessazione del conflitto in Ucraina. Se finisce la guerra finisce la pacchia.
Stiamo infatti parlando degli 1,4 miliardi di euro del fondo ASAP (Act in Support of Ammunition Production) per il solo munizionamento.
Le industrie belliche europee come Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo hanno infatti avviato un piano di espansione che ha portato la capacità di produzione nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027.
Ma la prosecuzione della guerra, ha portato anche alla maggiore integrazione industriale-militare tra la Ue e l’Ucraina. Per ovviare ai danni inflitti dai missili russi ai rifornimenti europei per Kiev sui confini, i costruttori europei hanno realizzato joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino.
Secondo Il Sole 24 Ore la Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea.
Sono interessanti alcuni dettagli riportati da Il Sole 24 Ore.
“Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di linea di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz).Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a una realtà industriale europea integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitali, accordi vincolanti e da una capacità produttiva autonoma che non potrà essere smantellata da eventuali cambiamenti di maggioranze elettorali nei singoli paesi europei.
La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera”.
In sostanza per invertire la tendenza al riarmo e alla guerra in Europa, occorrerà inevitabilmente forzare le regole ed entrare in collisione con gli interessi materiali delle industrie belliche ormai consolidati. Il partito europeo dei guerrafondai e il complesso militare-industriale, in questi anni hanno blindato le loro ambizioni e i loro interessi mettendo i propri paesi di fronte al fatto compiuto. È bene saperlo fin da adesso.
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14/08/2026
Guerra in Ucraina - La “Campagna dei 40 giorni” non ha prodotto alcuna svolta per Kiev
Si è chiusa da una decina di giorni quella che veniva annunciata come l’ennesima svolta del conflitto in Ucraina, la “Campagna dei 40 giorni”, un’ampia operazione militare promossa dal presidente Volodymyr Zelensky per colpire il cuore della macchina bellica ed economica russa. Una serie di attacchi che hanno certamente causato danni significativi, ma che nei fatti sono stati quello che molti analisti avevano già annunciato: un fallimento.
L’offensiva puntava a sfruttare droni a lungo raggio e nuovi missili per infliggere danni sistemici alle infrastrutture strategiche della Federazione Russa, costringendo il Cremlino a sedersi al tavolo delle trattative in condizioni meno favorevoli rispetto al passato. Nel bilancio conclusivo diffuso dallo SBU, Kiev rivendica oltre cento attacchi riusciti, più di 21 mila tra sistemi d’arma e mezzi colpiti e circa 5 mila soldati russi eliminati.
Per la prima volta, l’Ucraina ha affiancato ai droni di nuova generazione i missili da crociera FP-5 Flamingo, capaci di raggiungere bersagli fino a 3 mila chilometri di distanza. I raid si sono concentrati su tre direttrici fondamentali: raffinerie di petrolio, oltre a depositi e stazioni di pompaggio; le infrastrutture che collegano la Crimea alla Russia e la cosiddetta flotta ombra russa; i nodi logistici e commerciali.
I risultati non sono mancati, soprattutto sul piano energetico. La produzione di benzina nella Federazione è scesa a circa il 65% della domanda stagionale, costringendo Mosca a bloccare le esportazioni di diesel, a razionare il carburante in Crimea e persino a importare benzina raffinata dall’estero. Ma non c’è stata alcuna vera e propria emergenza, se non sui mercati internazionali già sollecitati dall’aggressione all’Iran.
A fronte delle dichiarazioni ufficiali di soddisfazione da parte del governo ucraino, il bilancio operativo si presenta piuttosto amaro, tracciando un’innegabile efficacia tattica, ma nessuna svolta strategica. In una guerra d’attrito come quella in corso in Ucraina, è un’illusione che la sola tecnologia possa alterare le sorti del conflitto, senza considerare che le forze armate russe hanno progressivamente adattato le proprie difese aeree.
Lo hanno imparato anche i paesi occidentali in Afghanistan, ma sembra che la lezione non sia bastata. E che, di fatto, nello schieramento pro-Kiev gli unici a vincere siano stati gli “alleati”, che hanno potuto sfruttare ulteriormente l’Ucraina come laboratorio per testare nuove tecnologie per raccogliere dati di combattimento.
Intanto, come preventivato, la risposta di Mosca sta esponendo Kiev a gravi vulnerabilità economiche ed energetiche in vista dell’inverno. Al fronte, la pressione non si è allentata: le truppe russe continuano ad avanzare lentamente ma costantemente nella regione di Kharkiv e nel Donbass. Inoltre, il Cremlino ha colpito pesantemente la rete portuale ucraina sul Mar Nero, e in particolare Odessa. L’avventurismo bellico ucraino e la risposta simmetrica russa hanno creato un sostanziale pericolo anche per le forniture alimentari di molti paesi.
Il pericolo più grave per l’Ucraina riguarda tuttavia la tenuta del proprio sistema energetico e difensivo. Dopo 40 giorni di attacchi incrociati, le scorte dei missili intercettori occidentali (in particolare per i sistemi Patriot) sono nei fatti esaurite. Nei cieli le sirene d’allarme precedono ormai i missili di pochi secondi, lasciando la popolazione sempre più esposta. Il pericolo di lunghi blackout si somma a quello del gelido inverno.
Zelensky ha nuovamente millantato i mirabolanti risultati che il suo paese potrebbe raggiungere con un minimo sostegno occidentale: “vendete all’Ucraina il 10% dei Patriot statunitensi e distruggeremo tutti i missili balistici russi”. Più un grido d’aiuto che una realtà militare. Lo scorso 31 luglio l’ex ammiraglio della Marina degli Stati Uniti Mark Montgomery ha proposto di utilizzare i caccia F-16 per neutralizzare i lanciatori Iskander, un’operazione altrettanto ardua e ad altissimo rischio.
Insomma, il conflitto continua in condizioni sempre peggiori per l’Ucraina, con i paesi occidentali che hanno trovato in quel paese la “gallina dalle uova d’oro” del riarmo, a scapito della pelle dei suoi abitanti. Zelensky sostiene la linea guerrafondaia, perché è l’unica che gli evita il defenestramento... forse anche letterale. Ma l’inverno che viene si preannuncia terribile.
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12/08/2026
Londra offre l’ombrello nucleare in cambio del mercato UE, ma l’obiettivo è Kiev
C’è un proposta che sarebbe arrivata fino al tavolo di Andy Burnham, il nuovo inquilino di Downing Street, che riguarda uno scambio tra l’ombrello nucleare britannico e l’accesso privilegiato del Regno Unito alla zona di libero scambio della UE. È un’idea che risale al 2019, e ora torna all’attenzione pubblica, perché ha una funzione molto chiara: quella di aiutare a promuovere riarmo e difesa europei, e l’inserimento dell’Ucraina in questa equazione.
La proposta è stata formulata da Nick Boles, ex deputato ed ex sottosegretario conservatore (uscito dal partito Tory nel 2019), il quale ha successivamente collaborato con lo staff dell’ex premier Keir Starmer nella fase di preparazione al governo. I dettagli del programma sono stati tratteggiati in un documento pubblicato dal think tank Demos, ed è circolato tra i vertici governativi britannici.
Il piano prevedrebbe l’allargamento della copertura difensiva del sistema missilistico britannico Trident ai paesi europei, da usare come leva rispetto al ritorno ai “benefici” del libero scambio commerciale con l’UE. Nei fatti, una parte sostanziale dei membri dell’Unione sono già protetti dai Trident britannici, data la comune adesione alla NATO. La novità sarebbe che l’ombrello sarebbe allargato a Svizzera, Norvegia, ai Balcani Occidentali (ipoteticamente Albania e Serbia) e, ovviamente, all’Ucraina.
Il fulcro della proposta di Boles prevede una significativa novità per lo scenario geopolitico, con la creazione di una “Confederazione Europea”, un’architettura istituzionale capace di saldare insieme l’area comunitaria con gli impegni di difesa strategica della NATO, e il ruolo che i paesi europei vogliono oggi assumere all’interno dell’Alleanza Atlantica.
In questo nuovo scacchiere, è chiaro che l’Ucraina assumerebbe un ruolo centrale: Kiev si impegnerebbe ad essere la “Israele” d’Europa, con un imponente esercito permanente e un conflitto che continuerebbe a essere il principale laboratorio bellico (sulla pelle degli ucraini) per lo sviluppo e la sperimentazione delle più moderne tecnologie militari.
Londra offre una visione strategica di “difesa” che coinvolge sostanzialmente tutto il Vecchio Continente, per diventare parte integrante del meccanismo guerrafondaio che, passando per la propagandata “minaccia russa”, è già oggi il motore del tentativo di trasformare la UE in un attore significativo nel consesso internazionale attraverso la forza delle armi.
Non verrebbero toccate la libera circolazione delle persone e, ovviamente, la sterlina. Tuttavia, potrebbero essere stipulati nuovi accordi bilaterali su mobilità giovanile e programmi di innovazione tecnologica condivisa. Insomma, sarà facilitata la mobilità della forza lavoro qualificata verso i centri del riarmo europeo, ma per il resto continuerà la retorica della remigrazione.
Dietro il piano Boles vi è un calcolo geopolitico ben preciso che segue la rottura dell’unità euroatlantica. Boles ha spiegato al Telegraph che una nuova strategia di cooperazione difensiva ed economica in Europa è resa indispensabile dal fatto che non vi è alcuna garanzia reale che gli Stati Uniti, anche con un diverso inquilino alla Casa Bianca, siano disposti in futuro a “difendere l’Europa come se fosse il Kansas”.
L’ex sottosegretario britannico, inoltre, ha fatto accenno alla nuova architettura confederale proposta, offrendo a Bruxelles un importante incentivo a fare passi ulteriori verso una maggiore integrazione, vincendo alcune resistenze interne. Allo stesso tempo, ci sarebbe una estensione della sfera di influenza della UE sotto il benestare delle armi, senza dover affrontare nell’immediato i delicati temi di bilancio e migratori che potrebbero emergere con l’allargamento ad altri paesi dell’Est Europa.
Negli ambienti governativi si ritiene che vi sia ampio margine di manovra per trattare con Bruxelles sulla base del piano Boles. Varie fonti sembrano aver confermato ai media che i funzionari governativi stanno elaborando diverse opzioni per approfondire la cooperazione con la UE, in vista di un vertice ad alto livello previsto per il mese di ottobre, dopo la stagione dei congressi di partito. La stagione successiva sarà quella dell’inverno... nucleare.
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06/08/2026
Servizi segreti. I migliori sarebbero i britannici, quelli italiani al 15° posto ma...
È stata recentemente pubblicata una curiosa graduatoria dal settimanale francese L’Express: quali sono i migliori servizi di intelligence in Europa?
La giuria era composta da sessanta esperti di intelligence provenienti da 25 Paesi, tra questi figurano diciassette capi o ex capi di servizi segreti, oltre a figure provenienti da apparati come CIA e Mossad.
Il metodo scelto per dare il giudizio è semplice: chiedere a chi conosce dall’interno il mestiere di indicare i migliori servizi europei, sulla base dell’esperienza diretta, della reputazione operativa, della capacità di raccogliere informazioni, condurre azioni, proteggere fonti e condividere intelligence con i partner.
Il risultato premia ancora una volta il MI6 britannico e poi la DGSE francese, mentre i servizi segreti italiani finiscono in quindicesima posizione, a pari punteggio con Belgio e Repubblica Ceca.
Il punteggio attribuito al MI6 britannico è il più alto: 251 punti, con un netto distacco rispetto agli inseguitori francesi.
A essere premiata sarebbe la capacità del M16 di reclutare talpe di alto livello negli ambienti decisionali di Paesi ostili o strategici attraverso il rapporto umano, ovvero la fonte interna al nemico, con le informazioni che non arrivano dai satelliti né dai database, ma da chi sta dentro il sistema avversario.
Al secondo posto, con 169 punti, c’è la DGSE, il servizio segreto estero francese. Secondo gli esperti la Francia dispone dell’unico servizio dell’Europa continentale con una portata quasi mondiale.
La DGSE viene valutata positivamente perché combina tre dimensioni: raccolta tecnica, intelligence umana e capacità d’azione. Quest’ultima è particolarmente importante: il servizio Action francese viene considerato una delle poche strutture al mondo in grado di condurre operazioni clandestine ad alta intensità all’estero.
La Francia mantiene inoltre una rete consolidata in Africa, eredità della sua storia coloniale e delle relazioni politiche, militari ed economiche costruite nel tempo
Il terzo posto va, curiosamente, all’Olanda, con 97 punti. I servizi segreti olandesi hanno partecipato a operazioni di rilievo negli ultimi vent’anni. Viene citato il caso Stuxnet, il virus sviluppato da Mossad e CIA che mise fuori uso una parte significativa delle centrifughe nucleari iraniane: secondo la ricostruzione, un agente dell’intelligence olandese avrebbe avuto un ruolo nell’installazione del malware.
Al quarto posto arrivano i servizi segreti dell’Ucraina, con 77 punti. Un piazzamento impensabile prima del 2014 e ancora più prima del 2022. Un direttore di un servizio di intelligence europeo ha usato un’espressione forte: gli ucraini avrebbero dimostrato la capacità di “mossadizzarsi”, cioè di adottare un modello operativo aggressivo, flessibile e disposto a colpire lontano.
Il BND, il servizio segreto tedesco si piazza al quinto posto con 62 punti. Il suo punto di forza, ma anche il suo limite, è l’analisi: metodica, strutturata, documentata. Molti addetti ai lavori ironizzano sulla scarsa propensione operativa del BND. Un ex direttore svizzero lo avrebbe paragonato a un gruppo di “ricercatori di think tank”. Un giudizio decisamente severo. I servizi segreti tedeschi dunque analizzano molto ma agiscono meno.
I servizi di intelligence italiani nella graduatoria stilata, finiscono al 15 posto. Pesano sul giudizio negativo il nepotismo e la corruzione che investono anche gli ambienti dei servizi e, secondo gli esperti, una mancanza della cultura dell’intelligence in Italia. Nello stesso dossier, viene però riconosciuto un punto di forza: quando si parla di Libia e Nord Africa, gli italiani restano interlocutori obbligati.
Senza alcuna volontà o aspirazione ad apparire “nazionalisti”, c’è un dettaglio che gli esperti internazionali di intelligence non sembrano aver preso in considerazione: l’Italia, finora, è stato l’unico paese europeo in cui non sono avvenuti attentati dei gruppi jihadisti come invece è accaduto più volte in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Olanda.
Sarà un caso, ma forse sul piano della prevenzione del terrorismo internazionale, i servizi di intelligence italiani sanno lavorare meglio dei loro colleghi europei.
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04/08/2026
Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista
Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) ha condotto un attacco con droni a lungo raggio nel Mar Caspio, colpendo una nave commerciale iraniana.
L’accusa era quella di trasportare equipaggiamenti e componenti destinati a Mosca che sarebbero proibiti secondo le sanzioni imposte alla Russia. Imposte in maniera unilaterale dai paesi occidentali, ovviamente. L’attacco è avvenuto in una più ampia operazione che ha portato a colpire anche una motovedetta e un impianto petrolifero russi.
L’Ucraina è da tempo che porta avanti una convergenza strategica e tecnologica con Israele (riguardante in particolare i droni e l’intelligence). Ma il colpo inflitto qualche giorno fa segna un salto di qualità significativo, in quanto svoltosi su di un piano direttamente militare. L’Iran ha denunciato la morte di un marinaio e ha convocato i diplomatici di Kiev, definendo l’azione un atto di aggressione.
Colpendo la Repubblica islamica, l’Ucraina vuole attirare i favori di Trump, mostrandosi come elemento capace e determinante nell’indebolimento di Teheran. Allo stesso tempo, però, è un messaggio chiaro sul fatto che il conflitto in Ucraina non riguarda le “mire” russe sul paese, ma ha una dimensione tutta internazionale.
Zelensky e compagnia hanno dimostrato come ci sia un’internazionale imperialista che unisce Washington, Kiev e Tel Aviv. Alla faccia di chi accusa chi lotta contro il piano inclinato della guerra imperialista di essere “campista”: la presenza di un “campo”, imperialista però, l’ha resa plasticamente – con le bombe – la giunta di Kiev.
Il problema è che un’azione del genere non solo salda due fronti che, più o meno, erano rimasti separati fino a oggi nella “guerra mondiale a pezzi” scatenata dall’imperialismo occidentale contro il multipolarismo. L’attacco ucraino provoca un sostanziale ampliamento dell’area del conflitto, incancrenendolo e amplificando i pericoli per i civili e, in generale, che la situazione sfugga di mano.
Basti prendere ad esempio la pesante campagna ucraina di attacchi ai mercantili e alle petroliere russe. Mosca, alla fine, ha deciso di rispondere con droni e missili sui porti nemici, in particolare quello di Odessa. Gli operatori portuali hanno dunque deciso di sospendere le rotte verso l’Ucraina, facendo naufragare il cosiddetto “corridoio del grano” per un’escalation bellica senza nessun fine strategico. Un grave danno alla sicurezza alimentare globale.
Anche in Asia Occidentale, le tensioni accumulatesi in virtù dell’aggressione israelo-statunitense sono esplose persino nel rapporto tra Arabia Saudita e Houthi. Il 13 luglio la capitale dello Yemen è stata bombardata da Riad. L’obiettivo era un aereo che trasportava funzionari di Ansar Allah, ma secondo quel che riporta Reuters a bordo c’erano anche consiglieri militari iraniani, componenti per missili e droni, e fondi per l’organizzazione yemenita.
Ancora una volta, i sauditi tentano di decidere il corso politico dello Yemen, dopo aver devastato il paese con una guerra durata anni, tra denunce di crimini terribili. Gli Houthi hanno risposto colpendo installazioni, porti e petroliere dell’Arabia lungo la costa del Mar Rosso, per poi minacciare direttamente il traffico attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb. Il traffico marittimo è crollato, mentre la raffineria ARAMCO di Jizan è stata devastata da incendi che potrebbero metterla fuori uso per anni.
L’avventurismo bellico dell’Occidente e dei suoi alleati si è naturalmente trasformato in un nuovo allarme per i mercati, con impatti significativi sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto, oltre che, ovviamente, sui beni energetici. Non solo, il petrolio Brent aveva nuovamente superato i 100 dollari al barile, per poi scendere all’inizio di questa settimana solo perché gli attacchi si sono fermati causa penuria di munizione nei magazzini statunitensi, ma si registrano rincari anche per il gas naturale. Prezzi che pagheremo tutti noi, nella spesa di tutti i giorni. Un altro salasso che va inserito tra quelli determinati dalla deriva bellicista delle nostre classi dirigenti.
Non c’è giustificazione della logica “occhio per occhio” da parte nostra, ci mancherebbe, ma pretendere di fare la guerra a paesi in posizioni strategiche colpendone il commercio, per poi lamentarsi di come le reazioni abbiano ripercussioni sulle rotte mercantili è la logica di chi pretendere di essere padrone del mondo, per sclerotismo suprematista.
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02/08/2026
Distrutta una fabbrica Usa di droni. A Kiev
Un missile balistico, presumibilmente un Iskander, ha colpito lo stabilimento della Terminal Autonomy a Kiev. L’azienda è ufficialmente registrata negli Stati Uniti.
“Questo è stato il primo caso noto di truppe russe che hanno colpito un’azienda di proprietà di un’impresa americana in Ucraina”, scrive il giornale britannico The Guardian.
L’impianto distrutto produceva droni d’attacco dotati di tecnologia di intelligenza artificiale. In seguito all’attacco missilistico, le attività della fabbrica sono state completamente interrotte. Secondo quanto riportato dal giornale, né Washington né la dirigenza dell’azienda hanno commentato la distruzione della struttura.
Questo attacco faceva parte di una vasta campagna delle forze armate russe per eliminare le imprese ucraine del settore della difesa. Recentemente, il personale militare russo ha regolarmente distrutto fabbriche simili, che la parte ucraina tentava di camuffare da normali “magazzini”, aggiunge Tsargrad .
Il Ministero della Difesa russo ha riferito il 26 luglio che le forze russe hanno effettuato attacchi, anche contro un impianto di assemblaggio e stoccaggio di velivoli a pilotaggio remoto nella parte sud-occidentale di Kiev, dove, con il coinvolgimento di “specialisti di un’azienda ucraino-americana”, venivano prodotti mensilmente fino a mille UAV di vario tipo, tra cui il drone d’attacco AQ-400 Scethsi e il drone AQ-100 Bayonet e il drone da ricognizione RQ-100 Scout.
Se si partecipa ad una guerra – stiamo pensando anche alle centinaia di militari italiani spediti in Arabia Saudita per “supportare la difesa aerea anti-Iran” – si viene prima o poi colpiti, qualsiasi sia la “narrazione” imbastita per dire il contrario. La guerra è un rasoio, in effetti.
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30/07/2026
Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?
Era solo questione di tempo
Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.
Il blitz di Kiev
“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.
L’intesa Mosca-Teheran
L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.
Ucraina superpotenza europea
Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.
“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.
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29/07/2026
Un pirla da battaglia
Si dice di solito che «dio confonde coloro che vuol perdere». Il senso della citazione è esplicito: chi sta finendo nel burrone accelera la corsa, anziché frenare, travolgendo tutti i segnali d’allarme sparsi sul percorso per evitare un finale del genere.
Parlando delle guerra in Ucraina, uno delle menzogne più raccontate dall’establishment occidentale – e di conseguenza da un sistema mediatico totalmente asservito alla propaganda di guerra – stabiliva che l’invio di armi, soldi, consiglieri militari, assistenza tecnica e satellitare nonché di intelligence di tutti i livelli (sorvolando sui mercenari ex militari occidentali) – NON costituisse una «partecipazione diretta» della Nato alla guerra stessa.
Una tesi da ridere, certamente, ma – come asseriva Goebbels – «se la ripeti tutti i giorni, alla fine diventa una verità».
D’altro canto anche la sua utilità propagandistica è evidente. Se «noi» occidentali non siamo in guerra con la Russia, ogni azione che eventualmente Mosca potrebbe imbastire contro gli interessi occidentali potrebbe essere descritta come «un atto di guerra unilaterale ingiustificato». Confermando che «noi» siamo «i buoni» e quindi la «legalità» del sostegno alla junta nazigolpista di Kiev.
Ma dio confonde i pirla che gli stanno antipatici...
E dunque il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, su X, ribattendo alla risposta decisamente incazzata di Teheran dopo l’attacco ucraino contro una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, ha scritto papale papale: «Le minacce dell’Iran sono ingiustificate e prive di fondamento. Il regime di Teheran è complice diretto dell’aggressione russa contro l’Ucraina, alimentando la guerra criminale di Mosca con armi che hanno ucciso ucraini dal 2022. L’Iran non ha alcuna legittimazione a fingere di essere vittima, né tantomeno a giustificare le sue minacce con assurdi riferimenti alla Carta delle Nazioni Unite».
Allora.
Se Teheran vende droni o altro alla Russia, e queste armi uccidono degli ucraini, questa è una complicità diretta nella guerra all’Ucraina che legittima gli attacchi militari di Kiev contro navi civili iraniane sospettate di trasportare armi o altro.
Se invece l’Europa e gli Stati Uniti regalano armi e soldi all’Ucraina golpista (il Majdan del 2014, che ha portato i nazisti nostalgici di Bandera al governo), e quelle armi uccidono dei russi, allora è un «gesto di solidarietà all’aggredito», che mai e poi mai potrebbe giustificare una reazione russa.
Neanche gli viene il sospetto, al signor Sybiha, che proprio le sue parole – scritte su un social, quindi immagazzinate per sempre negli archivi – saranno la prima giustificazione o legittimazione di una qualsiasi «pillola» che potrebbe essere spedita sulle teste dei distratti «liberali europei». Perché armare un paese in guerra è ipso facto partecipare a quella guerra.
Anni di sottile e meditata propaganda buttati nel cesso da un pirla da battaglia convinto di essere «superiore», unto dal signore degli eserciti e quindi destinato a sicura vittoria sull’«asse del male».
Vero è che per la lista dei pirla di cui ricordarsi a tempo debito c’è un affollamento esagerato. Ma il signor Sybiha si è guadagnato un posto in prima fila, sconcertando – ne siamo sicuri – anche i «consiglieri» che la Nato gli ha da anni messo a disposizione.
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27/07/2026
La mitragliera Usa a corto di munizioni
Se quelli in senso lato “politici” sono infatti connaturati a questo tipo di strategia (bombardando si può distruggere molto, ma non si costruisce un “regime amico”, se mancano le sue basi all’interno del paese attaccato), il raggiungimento dei limiti propriamente militari sembravano solo una speranza degli “anti-americani militanti”.
Anche la decisione di Trump, venerdì, di sospendere le operazioni dopo 13 giorni consecutivi veniva in quel caso letta come “una pausa per dare spazio ai tentativi dei negoziatori” – Pakistan e Qatar – dentro un continuum ormai consolidato di “pressione” militare per raggiungere obiettivi migliori al tavolo delle trattative.
Poi arriva il New York Times a rivelare che al Pentagono hanno rifatto i conti, scoprendo che le scorte di Patriot ed altri missili antimissile – il cuore della difesa aerea contemporanea di alto livello – si stavano riducendo al livello di guardia. Perché l’Iran non possiede certamente un’aviazione competitiva, ma dispone di missili e droni in quantità insospettata. E anche di buona qualità, nonostante la loro produzione sia notevolmente meno costosa dei mezzi che dovrebbero contrastarli.
Perciò il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, “ha avvertito in privato il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Trump che una carenza di intercettori per la difesa aerea potrebbe ostacolare la capacità di proteggere le forze statunitensi e gli alleati nella regione”.
Poi anche il sito Axios, col solito (ex?) agente del Mossad, Barak Ravid, certifica che “il comandante militare statunitense di più alto grado in Medio Oriente, l’ammiraglio Brad Cooper, ha raccomandato di interrompere la campagna di bombardamenti intorno allo Stretto di Hormuz perché ha raggiunto il limite della sua efficacia”.
Praticamente, è stato bombardato tutto il bombardabile intorno a Hormuz, ma gli effetti sono stati molto inferiori alle attese (gran parte della capacità militare, industriale e logistica iraniana è sottoterra; anzi sotto decine – o più – metri di roccia).
Aggiungiamo – perché è comprovato sia da rivelazioni giornalistiche che da ammissioni del Pentagono – che la rete dei radar Usa sparsi per il Golfo e aree limitrofe è stata pesantemente danneggiata dai ripetuti ed intensi attacchi di Teheran, diminuendo di parecchio la “capacità di tracciamento” degli attacchi in corso, e che per ogni missile e drone abbattuto se ne vanno da due a sei missili intercettori; che gli ultimi modelli iraniani, come i Kheibar Shekan, hanno la testata “guidabile” anche dopo essersi separata dal vettore – complicando così di molto il calcolo delle possibili traiettorie e aumentando la loro imprevedibilità –, nonché l’alto costo di produzione dei Patriot e la lentezza del loro processo produttivo, ed ecco che l’impensabile – l’America che resta a corto, o quasi, di munizioni – diventa un fatto concreto.
Intendiamoci. C’è molto “quasi”, in questa scarsità. Se l’Iran fosse l’unico fronte di guerra in cui gli Usa sono impegnati, probabilmente ci sarebbe ancora un margine ampio, tale da consentire magari anche la tanto sperata (da Tel Aviv, soprattutto) “escalation”.
Ma l’Ucraina è un pozzo senza fondo di richieste per mezzi dello stesso tipo, anzi se possibile anche più avanzati, perché tra missili balistici e ipersonici russi la difesa antiaerea è ormai un colabrodo.
Per gli Usa, però, in una prospettiva di medio termine, il fronte del Pacifico è anche più importante, e restare “a corto di munizioni” davanti alla Cina e/o alla Russia (per non dire della Corea del Nord) non è un rischio da correre.
Ne sembrano profondamente consapevoli proprio a Kiev, che hanno preso di mira nel Mar Caspio – secondo la loro rivendicazione – “una nave russa che portava armi in Iran”. Si è rivelata invece una nave iraniana e Teheran ha immediatamente convocato i rappresentanti diplomatici della junta neonazista, prospettando conseguenze spiacevoli perché un attacco ingiustificabile come questo “non resterà senza risposta”.
Le minacce reciproche stanno in questi giorni sostituendo lo scambio di missili e bombe, in attesa della visita di Netanyahu a Washington, domani (forse anche per evitare New York, dove Mamdani continua a prospettare il suo eventuale arresto), da cui potrebbe venir fuori qualcosa di più chiaro e indubbiamente preoccupante.
“Credo che se gli americani cadranno ancora una volta nella trappola degli sionisti, o si allineeranno a loro, e insisteranno nel continuare la guerra, in particolare con i raid aerei, geograficamente questa si espanderà ulteriormente”, ha dichiarato il portavoce dell’esercito Mohammad Akraminia alla televisione di stato.
E uno spazio è stato riservato anche ai britannici, che dovrebbero ospitare l’ennesima convention di “volenterosi” teoricamente pronti a immolarsi per Hormuz... “dopo che i combattimenti saranno finiti”. “Recentemente, i bombardieri B-1 statunitensi hanno utilizzato aeroporti britannici per attaccare l’Iran. Qualsiasi Paese, che si tratti del Regno Unito, dei Paesi del Golfo Persico o di altri, sarà il nostro obiettivo legittimo se sosterrà gli Stati Uniti nella guerra”, ha dichiarato infatti il portavoce dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, Hossein Mohebi.
L’allargamento della guerra, insomma – vista la somma di mosse russe, ucraine, europee, ecc. – è una prospettiva meno irrealistica di quanto si pensi. A meno che gli Usa, dopo aver giocato come un elefante in cristalleria (fare guerra nel Golfo persico, come si è visto, mette in crisi tutta l’economia mondiale), non reagiscano in modo finalmente razionale alle proprie stesse difficoltà – “scarsità di munizioni” – riattivando la trattativa che potrebbe portare a un accordo per loro comunque sfavorevole.
Nel frattempo una petroliera che si era fidata della “copertura” statunitense è finita in fiamme nello Stretto di Hormuz. Gli iraniani non hanno neanche dovuto sparare un drone o un missile. È finita da sola su una mina posata in un tratto “sconsigliato”. Prima dell’attacco israelo-americano non sarebbe successo...
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17/07/2026
La guerra in Ucraina sta arricchendo le industrie di armamenti tedesche
Le esportazioni di armi tedesche continuano a raggiungere livelli record. Nella prima metà del 2026, secondo dati preliminari, sono state rilasciate licenze per l’esportazione di armamenti per un valore totale di circa 13,87 miliardi di euro. Ad annunciarlo è stato mercoledì scorso a Berlino il Ministero Federale dell’Economia.
Il principale paese destinatario è nuovamente l’Ucraina, per la quale sono state approvate esportazioni di armi per un valore totale di circa 2,5 miliardi di euro.
Nel 2025 nel complesso, il governo aveva approvato le esportazioni di armi per un volume di circa dodici miliardi di euro. L’Ucraina ha rappresentato circa due miliardi di euro di questo volume.
Tra i paesi “terzi” – cioè non della Nato né della Ue – Israele segue al secondo posto dopo l’Ucraina con un volume di 799 milioni di euro. Secondo i dati governativi, oltre il 60 percento di questi riguarda “un progetto importante nel settore degli armamenti marittimi”, e un altro 20 percento riguarda la “cooperazione tra aziende tedesche e israeliane nell’interesse della Bundeswehr”.
Del valore delle licenze all’export autorizzate nella prima metà del 2026, circa 9,6 miliardi di euro sono attribuibili alle armi di guerra e circa 4,3 miliardi di euro ad altri armamenti. Circa 12,8 miliardi di euro sono attribuibili alle singole licenze di esportazione rilasciate e circa 1,1 miliardi di euro alle licenze generali.
Secondo le informazioni disponibili, l’84 percento delle esportazioni approvate è destinato all’UE, alla NATO o a paesi “equivalenti”. Questi ultimi sono Giappone, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Per i paesi terzi nel loro complesso che non appartengono all’UE o alla NATO, sono state concesse licenze per circa 4,9 miliardi di euro, di cui 2,8 miliardi di euro per armi di guerra.
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12/07/2026
Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione
I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.
Sicurezza? No, dollari
Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.
WSJ: il rincaro delle bombe
Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.
Mark Rutte soddisfatto
“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.
Conclusioni
C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.
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07/07/2026
Uccisa l'autrice dell’attentato di Montecarlo
L’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Yermolayev, addirittura nell’enclave ultra-esclusiva di Montecarlo (mai toccata da certi eventi, se non nei romanzi di 007), è stato deciso dalla junta di Kyev ed eseguito dai servizi segreti del paese. Come per il Nord Stream...
La donna individuata come “esecutrice materiale” – Anastasiia Berezovska, forse con precedenti contatti con la malavita locale – è stata ritrovata stamattina nei pressi della capitale ucraina. Morta, naturalmente, uccisa a colpi d’arma da fuoco, come in ogni noir di terz’ordine, per eliminare preventivamente una possibile testimone su mandanti e complici. Sia in patria che in mezza Europa.
Anastasiia Berezovska era infatti ufficialmente residente a Berlino e da lì era arrivata nel Principato a bordo di un’auto noleggiata in Germania. Subito dopo l’attentato era stata vista dalle telecamere attraversare la frontiera con l’Italia e di lì se n’erano perse le tracce.
Abbastanza scontato che si sia avvalsa di contatti nelle comunità di profughi ucraini in diversi paesi – non è stata registrata in nessun albergo né in alcun b&b – fino a poter rientrare in Ucraina (volontariamente o meno, si vedrà), che non è propriamente una frontiera a là Shengen.
Lì la sua breve avventura da agente segreto si è conclusa per “fuoco amico”. Come confermano gli arresti di un agente in servizio allo Sbu e quello di un ex membro dello stesso servizio. Evidentemente anche lì dentro convivono “fedeltà” differenti...
Cronaca nera a parte, diventa evidente che la “diaspora ucraina” non è composta solo di profughi in cerca di pace e sicurezza, ma anche da “supporti logistici” e/o spionistici a favore della junta di Kiev. Un piccolo esercito segreto – al pari dei sionisti che sono andati a combattere a Gaza o in Libano – che dovrebbe preoccupare i governi dei paesi che li ospitano.
Sappiamo benissimo che, al contrario, questi governi li hanno fin qui accolti, protetti, forse in alcuni casi addirittura “formati e supportati”, anche se palesemente obbediscono agli ordini di “potenze straniere” considerate ufficialmente “alleate”. Ma che, altrettanto palesemente, si muovo per finalità proprie non mediabili, mettendo così a rischio anche i loro supporter europei.
Lo ha sperimentato Montecarlo, ma anche l’Italia, la Grecia e la Germania. E stiamo soltanto citando i casi ufficialmente riconosciuti.
Interrompere i rapporti e gli aiuti, a cominciare da quelli militari, con questo tipo di “alleati” è una misura di profilassi minima.
Altrimenti avremo “il nemico in casa” il giorno che altre maggioranze di governo decideranno magari anche solo di “attenuare” il sostegno alle loro guerre senza fine.
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Oggi il vertice della Nato. Il governo italiano trucca i conti delle spese militari
Sul clima con il quale si apre il vertice Nato di oggi pesa l’aumento della tensione tra Polonia e Russia relativamente alla guerra in Ucraina.
Come noto, la Polonia, sul proprio territorio, ha già iniziato la produzione di droni destinati all’Ucraina e il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che “ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti”, motivo per cui “Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov in un’intervista.
Peskov ha inoltre sottolineato che “non ha nulla di buono il fatto che in Polonia si trovino molte imprese che producono droni, i quali poi vengono lanciati contro di noi e attaccano i nostri militari”. Ieri un bombardiere strategico statunitense ha sorvolato il cielo a ridosso dell’enclave russa di Kalinigrad.
Negli incontri preliminari è stata già definita quella che sarà la dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara concordata tra i Paesi membri. Questa prevede che verranno garantiti all’Ucraina sostegni militari da 70 miliardi per il 2026 e per il 2027 per un totale di 140 miliardi di euro in soli due anni.
Il tema dell’aumento delle spese militari nei paesi membri della Nato sarà, tra l’altro, uno dei temi principali dell’agenda e dei contrasti interni all’Alleanza.
Giorgia Meloni si presenta al vertice Nato di Ankara di oggi e mercoledì, con le spese militari aumentate al 2,8% del Pil, e con un aumento dello 0,71% dovuto soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna.
In termini di bilancio la spesa militare è già salita quasi del doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%) intesa come “dominio più ampio” e che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche, delle catene di approvvigionamento, la cybersicurezza, la sicurezza energetica, la tutela dei confini e la risposta alle emergenze.
Secondo alcune fonti dell’esecutivo, i prossimi impegni di spesa sul piano militare potrebbero raggiungere il +0,3% nel 2027 e +0,6% nel 2028. L’aumento potrebbe valere complessivamente 17-18 miliardi di euro. Ma sono percentuali a geometrie variabili che dipendono molto dalle convenienze interne.
La decisione infatti è tutta politica ed anche in questo caso conterà il clima pre-elettorale che incombe sull’Italia. La maggioranza di governo è di fatto entrata già in una fase di campagna elettorale e sa benissimo che il tema delle spese militari è piuttosto impopolare, al contrario le campagne sulla “sicurezza” portano voti e incontrano meno ostacoli.
Al momento i prestiti europei del fondo Safe non verranno richiesti almeno per il 2026 e anche il ricorso al Purl (il sistema di acquisti di armamenti americani da girare poi all’Ucraina) appare congelato, così come non sono in vista nuovi pacchetti di forniture militari a Kiev.
Il che fa inquietare non poco l’amministrazione USA che vede nel riarmo europeo l’occasione per vendere armamenti per miliardi di dollari, a patto che i membri europei della Nato non decidano di acquistare solo armamenti made in Europe come vanno evocando da tre anni.
Su questo già lo scorso 20 febbraio l’Amministrazione Trump si era dichiarata apertamente contraria alla clausola del “Buy European” nel campo della difesa, minacciando rappresaglie se le aziende americane avessero incontrato difficoltà nel partecipare agli appalti per il riarmo dell’Europa.
“Gli Stati Uniti si oppongono fermamente a qualsiasi modifica della direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di sostenere o partecipare in altro modo agli appalti di difesa nazionale degli Stati membri dell’Ue”, aveva dichiarato l’amministrazione statunitense.
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