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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/04/2026

Mali - Il paese è spaccato in due

A partire da sabato 25 aprile, è partita un’offensiva militare coordinata tra gruppi separatisti e jihadisti contro le autorità del Mali. L’escalation segna un momento centrale per le sorti del governo guidato dal colonnello e presidente Assimi Goita, alla guida del paese dal golpe militare del 2021 che ha espresso una netta cesura col sistema neocoloniale della Françafrique.

Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il governo maliano aveva cambiato approccio verso le multinazionali occidentali dell’oro, mentre poco dopo l’Alleanza degli Stati del Sahel, l’AES (che unisce Mali, Niger e Burkina Faso, e di cui Goita è stato presidente fino alla fine del 2025) ha deciso di integrare ancora di più i suoi membri con un passaporto biometrico, una stazione televisiva e un’unità militare comuni.

Queste brevi righe di introduzione servono a far capire l’importanza del Mali nell’asse anticoloniale nato tra le sabbie del Sahel, un’asse che ha rappresentato una significativa battuta d’arresto per l’imperialismo europeo in Africa, agito soprattutto per interposta presenza – e sistema monetario – francese.

I risvolti degli eventi in corso in questi giorni sono perciò di fondamentale importanza non solo per la stabilità della regione, ma anche per gli assetti di tutto il quadrante che va dal Mediterraneo fino al Golfo Persico, visti i fili delle forze in azione che arrivano fino a Israele e agli Emirati Arabi Uniti.

Per ora ci limiteremo a riportare gli eventi e gli attori in campo, in attesa di notizie più precise di fronte ad avvenimenti che risultano ancora piuttosto convulsi.

I fatti e i protagonisti

Le violenze sono esplose nelle prime ore di sabato. I testimoni hanno riferito di forti esplosioni e conflitti a fuoco prolungati iniziati intorno alle 06:00 del mattino vicino alla base militare di Kati, situata a breve distanza dalla capitale Bamako, nel sud del paese. Kati non è solo un centro nevralgico dell’esercito, ma ospita anche la residenza di Goita. Come hanno riportato fonti militari ad Al Jazeera, il Ministro della Difesa, Sadio Camara, è rimasto ucciso durante gli assalti.

Lo Stato Maggiore delle Forze Armate del Mali ha inizialmente parlato di “gruppi terroristici non identificati” che avrebbero preso di mira diverse caserme sia nella capitale che nelle province interne. Ma quali siano questi gruppi è piuttosto chiaro a tutti gli osservatori della regione, e sono arrivate poi anche rivendicazioni ufficiali: Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), braccio locale di Al Qaida, e separatisti Tuareg del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, anche se non si esclude la partecipazione di altre milizie.

Il Movimento dell’Azawad ha risaputamente aumentato la propria capacità bellica sfruttando anche legami con arsenali di contrabbando provenienti dalla Libia, dove il controllo dei flussi di armamenti è venuto meno con lo smembramento del paese in potentati locali successivo all’aggressione occidentale. I separatisti hanno rivendicato la presa di posizioni strategiche a Kidal e Gao, nelle zone più interne del Sahara.

Le forze russe e il sostegno ucraino al terrorismo

Per molti analisti, il controllo di Kidal equivale, simbolicamente e militarmente, al controllo dell’intero nord del Mali, dove il governo faceva anche affidamento sulle forze russe post-Wagner, ovvero il Corpo Africano delle Forze Armate di Mosca. Il comunicato diffuso ieri dall’unità sembrerebbe confermare quantomeno una ritirata strategica:
“In conformità con una decisione congiunta della leadership della Repubblica del Mali, le unità del Corpo Africano che erano state stazionate e combattevano nell’insediamento di Kidal hanno lasciato la località insieme ai militari dell’Esercito del Mali. I militari feriti e le attrezzature pesanti sono stati evacuati per primi. Il personale continua a svolgere la missione di combattimento assegnata. La situazione nella Repubblica del Mali rimane difficile”.
A inizio aprile, Radio France International aveva confermato la presenza di centinaia di ufficiali ucraini in Libia, per contrastare l’influenza del Cremlino nel paese e per monitorare e colpire le operazioni della flotta russa nell’area. Già dal 2024 l’AES aveva posto Kiev sotto accusa all’ONU per il suo sostegno ai gruppi jihadisti del Sahel, e difatti, dal 2023, il JNIM è riuscito a condurre attacchi con droni, di cui è possibile che le forniture e le tecnologie siano arrivate proprio dal paese dell’Est Europa.

I fili che arrivano fino al Golfo Persico

Tra le fonti economiche del JNIM e dei separatisti c’è, tra le altre cose, anche il contrabbando di oro dalle tante miniere della regione. Il centro internazionale dello smercio illegale del metallo prezioso sono gli Emirati Arabi Uniti, che sfruttano questo ruolo informale anche nei rapporti, militari ed economici, con le RSF del Sudan. L’oro arriva poi spesso in Europa, coinvolgendo nel traffico anche Tel Aviv e Berna.

È insomma un quadro articolato, quello che parte dagli assalti di questi di giorni. Esso ha importanti legami con l’intera cornice strategica ed economica afferente alla “Eurafrica”, con l’aggiunta dell’Asia Occidentale. Per ora, comunque, l‘esercito maliano ha dichiarato di aver respinto gli assalti, ma la situazione sul terreno rimane volatile. Da Bamako e Kati si trovano sui social immagini di abitazioni distrutte e strade bloccate dai soldati.

Le condanne internazionali contro gli attacchi sono giunte dall’Unione Africana, dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica e persino dall’Ufficio degli Stati Uniti per gli Affari Africani, ma una soluzione politica appare impossibile. Non è da escludere che alcune delle forze in campo tra gli assalitori si stiano muovendo anche senza una completa copertura da parte degli imperialisti occidentali, che comunque hanno da guadagnare dall’indebolimento del governo Goita.

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22/04/2026

Doccia fredda sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea

Da Francia e Germania, con due documenti diversi, è arrivato uno stop alla rapida adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Zelensky, come noto, punta all’adesione all’Ue come uno dei principali risultati di qualsiasi accordo di pace con la Russia sostenendo che il suo Paese dovrebbe entrare a far parte della Ue già nel 2027. Ma i principali Stati membri dell’Ue si sono messi di traverso rispetto alle proposte avanzate dalla Commissione europea per accelerare l’adesione dell’Ucraina e garantire così a Kiev benefici immediati.

Le controproposte tedesche e francesi sull’Ucraina, sono state visionate e rese note dal Financial Times, e smorzano ogni speranza di Kiev di poter ottenere uno status privilegiato nella sua candidatura all’adesione alla Ue.

La Germania propone di assegnare all’Ucraina lo status di “membro associato”, il che consentirebbe a Kiev di partecipare alle riunioni ministeriali e dei leader, ma senza avere il diritto di voto e senza “applicazione automatica” del bilancio comune dell’Ue. La Francia definisce questo livello di adesione intermedia come “status di Paese integrato”, in base al quale però l’accesso alla “politica agricola comune e ai finanziamenti europei, come la politica di coesione, dovrebbe essere posticipato a una fase successiva all’adesione”.

Nonostante la frenesia della Von der Leyen e della Commissione europea, la grande maggioranza degli Stati membri dell’Ue nutre il profondo timore che concedere a Kiev e ad altri candidati un’adesione accelerata possa sconvolgere le già “movimentate” dinamiche politiche interne dell’Unione e minare il valore dell’adesione stessa.

Stando a quanto riferito al Financial Times da due alti funzionari della Commissione, il contenuto generale dei documenti di Francia e Germania sarà “probabilmente” molto simile alla proposta finale che la Ue presenterà all’Ucraina.

Le proposte franco-tedesche giungono dopo il rifiuto pressoché unanime del concetto di “allargamento inverso”, una forzatura proposta dalla Commissione, che prevede la concessione all’Ucraina della piena adesione senza che questa abbia però soddisfatto tutti i criteri dell’Ue, per ottenere successivamente e gradualmente benefici finanziari e di altro tipo al raggiungimento di determinati obiettivi in vari settori politici.

La differenza fondamentale tra l’idea della Commissione sull’allargamento invertito e le posizioni di Parigi e Berlino – spiega il Financial Times – ruota attorno al momento in cui l’Ucraina potrà definirsi membro dell’Ue e acquisire il diritto di voto nei consigli decisionali dell’Unione. Inoltre la procedura di adesione rapida per l’Ucraina includerebbe anche la clausola di difesa reciproca dell’Ue, considerata uno dei principali vantaggi politico-militari per Kiev, anche alla luce del fatto che l’adesione alla Nato è esclusa nel prossimo futuro.

L’adesione accelerata dell’Ucraina all’Ue entro il 2027 è stata avanzata con forza dal presidente ucraino Zelensky, il quale sostiene si debbano riconoscere all’Ucraina i progressi delle riforme nonostante la guerra, oltre al fatto che l’adesione all’Ue rientra tra le garanzie di sicurezza in un eventuale accordo con la Russia.

“Tra i rischi che potrebbero verificarsi nel caso in cui l’Ucraina entrasse a far parte dell’Ue prima della conclusione del conflitto vi è in primo luogo la potenziale “importazione” della guerra all’interno dei confini dell’Unione” – sottolinea l’ISPI – “La perdita della “cintura” che oggi separa l’Unione Europea dalla Russia significherebbe per l’UE una vicinanza più diretta con un attore geopolitico ostile”.

Certo, il rinvio dell’adesione dell’Ucraina alla Ue rivelerebbe anche la caducità di cinque anni di propaganda europeista sul sostegno a Kiev. Ma alle porte di Bruxelles nella sala d’attesa non c’è solo l’Ucraina.

Un’accelerazione per Kiev apparirebbe guidata principalmente da logiche geopolitiche, rischiando di incrinare aspettative consolidate tra gli altri paesi candidati (di cui almeno sei sono nei Balcani, ndr), ragione per cui secondo l’ISPI “Ciò potrebbe alimentare risentimento da parte loro, rafforzare le accuse di “doppi standard” e, nel lungo periodo, indebolire l’influenza europea nella regione, a vantaggio di attori terzi, in primis la Russia”.

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15/04/2026

Guerra in Ucraina - Zelensky in Italia a battere cassa

Il presidente ucraino Zelensky oggi è di nuovo a Roma. L’ultima volta era stata nel dicembre scorso, solo quattro mesi fa. Zelensky incontrerà prima la Meloni a Palazzo Chigi e poi Mattarella al Quirinale.

Anche in questa occasione Zelensky verrà a battere cassa per gli aiuti militari e non solo.

“L’ostacolo Orban” è stato rimosso e adesso sia l’Unione Europea che i singoli stati membri dovranno prepararsi a sborsare decine di miliardi per finanziare militarmente ed economicamente l’Ucraina e continuare ad alimentare così la guerra con la Russia.

Alla vigilia della visita la Meloni ci ha tenuto a ribadire che “L’Italia si è schierata senza se e senza ma, in questi anni, con la nazione aggredita. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per dare una mano a un popolo che si sta difendendo e che, con se stesso, difende anche noi. Ed è quello che continueremo a fare, chiaramente, mentre lavoriamo per cercare di costruire un percorso di pace che però deve essere sostenibile, sul quale l’Italia non è stata a guardare”.

Dal 2022 i governi italiani hanno approvato 8 consistenti pacchetti di sostegno militare nei riguardi di Kiev.

Secondo quanto riporta il sito Analisi Difesa, l’Italia ha fornito all’Ucraina un numero imprecisato di blindo Centauro B1 con cannone da 105 mm radiate dall’Esercito Italiano dopo la consegna ai reparti dei primi lotti di nuove Centauro B2 con cannone da 120mm. I veicoli sarebbero in servizio con il 78° Reggimento Aviotrasportato Indipendente ucraino, in azione nel settore Pokrovsk. L’Esercito Ucraino ha già ricevuto dall’Italia e impiegato in battaglia veicoli cingolati M113, semoventi da 155mm M109 e veicoli blindati Puma e Lince oltre a semoventi da 155mm PzH 2000 e obici trainata da 155mm FH-70.

L’Italia però non risulta tra i maggiori erogatori di aiuti economici e militari all’Ucraina. Secondo le rilevazioni del Kiel Institute for the World Economy – un think tank tedesco – l’Italia ha stanziato aiuti militari pari a circa 970 milioni di euro a titolo di cessioni dirette. Ma se si allarga lo sguardo all’integralità della spesa italiana destinata all’Ucraina, considerando non soltanto i rifornimenti militari ma anche i contributi finanziari, gli aiuti umanitari e le partecipazioni ai fondi europei per finanziare Kiev, la spesa si amplia sino a raggiungere una cifra compresa tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno a partire dal 2022.

I dati rilevati dal Kiel Institute indicano che l’Unione europea ha provveduto a fornire all’Ucraina circa 46 miliardi e 600 milioni di euro in sostegno finanziario e aiuti di natura umanitaria, ai quali si sommano i 45 miliardi e 100 milioni destinati ai finanziamenti militari, sia attraverso i propri meccanismi di coordinamento sia tramite i contributi dei singoli Stati membri tramite le agenzie europee.

Questo ha fatto si che per la prima volta da giugno 2022, l’Unione Europea ha sorpassato gli Stati Uniti sia in termini di impegni totali sia economici che in termini di di assistenza militare all’Ucraina.

E adesso che non c’è più l’ostacolo di Orban, l’Unione Europea deve stanziare altri 90 miliardi per Kiev, ripartendone le quote in base al Pil dei paesi membri.

Una delle possibili fonti di reperimento delle risorse è il Safe, un piano europeo simile al Pnrr ma solo per il settore militare. Si tratta di 150 miliardi.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha fatto sapere che: “I 19 Paesi Ue che avevano già fatto domanda dei fondi Safe hanno presentato i loro piani nazionali. Di questi, 15 Paesi hanno incluso il sostegno all’Ucraina”. Tra questi c’è anche l’Italia ma non c’è la Germania, che ha già stanziato ingenti fondi per il suo riarmo sul piano nazionale e non intende ricorrere ai fondi europei.

Le guerre di oggi stanno consumando droni a un ritmo molto più elevato rispetto alle munizioni tradizionali. L’Ucraina utilizza circa novemila droni al giorno, circa 270mila al mese. L’Ue sta puntando sulla Drone Alliance with Ukraine, una partnership militare multinazionale creata nel 2024 per garantire l’approvvigionamento all’Ucraina tramite consegne costanti di droni adattati alle esigenze del fronte.

Ma il dato di fondo rimane tutto politico. Continuare a sostenere militarmente l’Ucraina e la prosecuzione della guerra con la Russia non può essere l’unica prospettiva in campo per l’Italia o per l’Unione Europea. Da tempo si sono e ci hanno infilati su un piano inclinato. Eppure tra le classi dirigenti di Bruxelles o a Palazzo Chigi non sentiamo parlare d’altro.

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03/04/2026

Guerra in Ucraina - Mosca rivendica il controllo totale del Lugansk, Zelensky parla di ultimatum sul Donbass

In un comunicato ufficiale rilasciato mercoledì, il Ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato di aver assunto il pieno controllo della regione di Lugansk. Sebbene quasi tutta la regione fosse già sotto il controllo russo da tempo, l’annuncio segna la conquista formale dell’intera area amministrativa. Inoltre, la Russia rivendica ulteriori progressi territoriali nella regione di Kharkiv e in quella di Zaporizhia.

Al momento, non è giunta alcuna conferma ufficiale da parte di Kiev riguardo alla perdita totale del Lugansk, regione che, insieme al Donetsk, forma il cuore industriale del Donbass. I media italiani hanno nascosto la notizia (che, però, si può trovare appena si mette il naso fuori dall’asservimento dei media nostrani, ad esempio leggendo Reuters o Al Jazeera), rilanciando invece l’ultimatum che Mosca avrebbe lanciato contestualmente a Kiev.

Il presidente ucraino Zelensky ha parlato di due mesi di tempo che il Cremlino avrebbe dato agli Stati Uniti, passati i quali le condizioni per porre fine alle ostilità da parte della Russia si farebbero più esigenti. In questi due mesi, le forze ucraine dovrebbero ritirarsi dalle zone ancora sotto il loro controllo nel Donbass.

Ma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha gelato tutti mettendo in chiaro che “non si tratta di due mesi. Zelensky deve prendere una decisione oggi stesso riguardo al ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e al loro spostamento oltre i confini amministrativi della Repubblica Popolare di Donetsk”.

Zelensky continua a ribadire che l’idea che la Russia possa conquistare il resto del Donbass nel breve periodo è irrealistica, e che Kiev è disposta ad accettare una soluzione diplomatica, ma sulle attuali linee del fronte. Una narrazione che va bene per fare contenti i tifosi della giunta ucraina, ma che oltre a ignorare una serie di nodi riguardanti l’assetto di sicurezza internazionale una volta concluse le ostilità, fa finta anche che non sia chiaro il messaggio russo.

Mosca può continuare la guerra e prendersi i territori del Donbass, che sia in due mesi o più tempo. Del resto, nonostante le narrazioni roboanti che ogni tanto appaiono sui social, l’Ucraina continua a perdere terreno. La Russia ha rifiutato la proposta di una tregua pasquale fatta da Zelensky. Il Ministero degli Esteri russo, citato dall’agenzia Ria Novosti, ha liquidato l’iniziativa come una “trovata pubblicitaria”, sostenendo che servirebbe a Kiev solo per riorganizzare le forze e recuperare le perdite.

Ma oltre ai fatti sul campo, c’è l’allarme sulla tenuta militare ed economica a medio termine del paese, che deve fare i conti con un clima internazionale sempre meno favorevole. I 90 miliardi del prestito UE ancora bloccati, anche se la Commissione sta cercando di aggirare l’opposizione ungherese, ma soprattutto gli smottamenti sempre più evidenti all’interno della NATO rischiano di mettere una serie ipoteca sulla questione.

Mentre alcune indiscrezioni hanno parlato delle forniture statunitensi a Kiev, pagate dagli europei, usate come leva di ricatto per imporre ai paesi NATO del Vecchio Continente la partecipazione all’aggressione all’Iran, Zelensky era in una chiamata telefonica con Steve Witkoff e Jared Kushner, a cui hanno partecipato anche il senatore Lindsey Graham e il Segretario Generale dell’alleanza atlantica, Mark Rutte.

Le dichiarazioni di Kiev parlano di buoni risultati, in particolare intorno alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma appare evidente che si tratta di parole di circostanza. E anche le precedenti dichiarazioni e narrazioni mediatiche appaiono più come la propaganda necessaria a preparare il terreno per la telefonata senza far trasparire una situazione critica.

Il nervosismo è tanto, e la faccenda ucraina, come era naturale che fosse (almeno per chi non pensi che si tratti semplicemente di una “invasione russa”), risente in maniera sempre più netta dell’esacerbarsi delle contraddizioni del campo occidentale, e delle ripercussioni di altri fronti di guerra aperti dall’imperialismo.

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20/03/2026

Orbán blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina: prima garanzie sul petrolio russo

Il Consiglio Europeo si chiude con un nulla di fatto sull’Ucraina e un clima di tensione ai massimi storici. Al centro dello scontro c’è il veto di Viktor Orbán: il primo ministro ungherese ha bloccato il prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, scatenando una durissima reazione dei partner europei.

Orbán chiede garanzie concrete prima di dare il via libera ai fondi. “Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo”, ha dichiarato il premier magiaro al termine dei lavori. Budapest accusa apertamente Kiev di aver sabotato deliberatamente l’oleodotto Druzhba per innescare una crisi energetica in Ungheria e indebolire Orbán in vista delle elezioni del 12 aprile.

L’infrastruttura è stata colpita da Mosca durante il conflitto, e la Commissione ha già offerto supporto tecnico e finanziario all’Ucraina per riparare il condotto e garantire un’ispezione europea, in linea con la volontà di Budapest. Allo stesso tempo, però, Zelensky ha espresso riserve sulla riattivazione del transito di petrolio, scatenando la reazione ungherese.

Le accuse sono state respinte dal presidente ucraino Zelensky, mentre il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, ha dichiarato: “nessuno può ricattare le istituzioni dell’UE”, affermando poi che Orbán non ha rispettato la parola data a dicembre. Alla fine dello scorso anno, infatti, il prestito a Kiev era stato approvato, con l’esenzione dalla partecipazione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

Giorgia Meloni è intervenuta per fare chiarezza sulla sua posizione, invitando alla flessibilità da entrambe le parti: la riapertura del Druzhba da una parte e lo sblocco dei 90 miliardi dall’altra. Di ben altro tenore le parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “il prestito resta bloccato perché un leader non rispetta la parola data”.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più netto, parlando apertamente di grave slealtà da parte di Orbán e avvertendo che questo comportamento avrà conseguenze che andranno “ben oltre il singolo episodio”. Nella testa di Merz, così come di molti altri politici europei, c’è la necessità di superare il meccanismo dell’unanimità per passare alla maggioranza qualificata, almeno nelle scelte di politica estera.

Sullo sfondo della questione, dunque, ci sono due nodi che vengono tenuti ancora all’ombra della cronaca. La prima è che, di per sé, l’unanimità non ha impedito di avallare il prestito all’Ucraina, semplicemente esentando chi non era d’accordo. Il problema è tutto nelle gerarchie politiche: Budapest non può limitare Berlino e gli indirizzi che vuole per la UE, è in sostanza il messaggio di Merz. Il problema è quello di interessi materialmente divergenti.

Le cooperazioni rafforzate e un ritorno di potere nelle mani delle singole capitali sono soluzioni già paventate, ma non faranno che attestare il fallimento dell’integrazione europea, esacerbando le contraddizioni già esistenti.

La seconda questione è quella dell’approvvigionamento energetico, che con l’aggressione all’Iran è tornato a essere una questione dirimente. Gli idrocarburi russi continuano a essere l’alternativa più sensata per i paesi europei, ma l’ostinazione guerrafondaia su cui Bruxelles ha voluto legittimare il riarmo impedisce di cogliere l’opportunità di ristabilire un rapporto che sarebbe vitale per la sua industria.

Orbán sta semplicemente cogliendo il momento propizio, per garantirsi la stabilità di questi flussi. Per la tenuta del proprio governo, non certo per la UE e neanche per il benessere del proprio popolo. Ma il suo veto espone una questione reale, concreta, che gli europei non possono derubricare a “slealtà” magiara.

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09/03/2026

Guerra in ucraina quattro anni dopo

di Michael Roberts

Il 24 febbraio ricorre il quarto anniversario dell'inizio della guerra tra Ucraina e Russia. Dopo quattro anni, l'invasione russa dell'Ucraina ha causato danni incalcolabili alla popolazione e all'economia ucraina. Le stime sul numero di morti e feriti nella guerra, così come sulle vittime civili, variano notevolmente. Da parte ucraina e occidentale, si sostiene che siano morti oltre un milione di russi, ma meno di 100.000 ucraini. I russi sostengono il rapporto opposto, con circa 300.000 ucraini uccisi o feriti solo nel 2025. L'ultima stima di Mediazona, un'agenzia con sede in Ucraina, si colloca a metà strada: 160.000 morti in Russia e un numero leggermente superiore in Ucraina.

Qualunque sia la verità, la guerra ha causato una crisi umanitaria in Ucraina, soprattutto durante questo inverno, con i sistemi energetici e di riscaldamento delle principali città in gran parte distrutti dai missili russi. In quattro anni di guerra, milioni di persone sono fuggite all'estero e molti altri milioni sono stati sfollati dalle loro case all'interno dell'Ucraina. La popolazione ucraina è diminuita del 37% dal crollo dell'Unione Sovietica e del 20% dall'inizio della guerra. Il PIL reale è diminuito del 37% dal 1991 e del 21% dall'inizio della guerra.

I danni fisici e mentali subiti da coloro che sono rimasti in Ucraina sono stati immensi. Particolarmente preoccupante è il calo del rendimento scolastico dei bambini ucraini. Gli studi dimostrano che una guerra durante i primi cinque anni di vita di una persona è associata a un calo di circa il 10% dei punteggi relativi alla salute mentale quando questa raggiunge i 60-70 anni. Quindi il problema non sono solo le vittime della guerra e l'economia, ma anche i danni a lungo termine subiti dagli ucraini che sono rimasti nel Paese.

Nonostante la guerra, negli ultimi due anni si è registrata una certa ripresa economica in Ucraina, almeno in termini di PIL. I porti ucraini sul Mar Nero sono ancora funzionanti e il commercio scorre verso ovest lungo il Danubio, ma in misura minore per ferrovia. Nel frattempo, l'agricoltura ha registrato una modesta ripresa. Ciononostante, la produzione di ferro e acciaio rimane ancora a una frazione del livello prebellico, passando da 1,5 milioni di tonnellate al mese prima della guerra a soli 0,6 milioni al mese. Alla fine del 2025, la produzione industriale in Ucraina è diminuita del 3,5% su base annua.

L'Ucraina ha sempre meno persone abili al lavoro o alla guerra. Analisi indipendenti mostrano un tasso di disoccupazione instabile ma costantemente alto, che ha raggiunto il picco del 22,8% alla fine del 2025. Oltre l'80% dei disoccupati sono donne, dato che gli uomini sono stati per lo più arruolati nelle forze armate. E la metà dei giovani (sotto i 35 anni) non ancora arruolati non lavora. C'è una grave carenza di personale qualificato, che ha per lo più lasciato il Paese. Il governo è così disperato nel reclutare uomini per l'esercito che ha fatto ricorso a “bande di reclutatori” che vagano per le strade giorno e notte per catturare persone e costringerle ad andare al fronte.

L'Ucraina dipende ancora totalmente dal sostegno dell'Occidente. Ha bisogno di almeno 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere i servizi governativi, aiutare la popolazione e mantenere la produzione. Inoltre, ha bisogno di altri 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere le forze armate. Dall'inizio dell'invasione su larga scala da parte della Russia, oltre la metà del bilancio statale, pari al 26% del PIL, è stata spesa per la difesa. L'Ucraina ha fatto affidamento sull'UE per i finanziamenti civili, mentre si è affidata agli Stati Uniti per tutti i finanziamenti militari: una vera e propria “divisione dei compiti”. Ma da quando l'amministrazione Trump è entrata in carica nel 2025, gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto i loro aiuti militari diretti e hanno invece esortato gli europei a prendere il testimone, sia per i finanziamenti civili che militari.

Nel 2025 gli aiuti europei sono aumentati in modo significativo, con un incremento del 67% degli aiuti militari e del 59% degli aiuti finanziari e umanitari. La quota degli aiuti civili totali dell'UE è salita dal 50% circa all'inizio della guerra, al 90%. Tuttavia, a causa del ritiro degli Stati Uniti, nel 2025 gli aiuti militari sono diminuiti complessivamente del 13% e i finanziamenti civili sono diminuiti del 5% in termini reali.

Gli aiuti militari dell'Europa dipendono solo da alcuni paesi dell'Europa occidentale, principalmente Germania e Regno Unito, che hanno rappresentato circa i due terzi degli aiuti militari dell'Europa occidentale tra il 2022 e il 2025. L'UE è ora bloccata nel tentativo di trovare fondi per l'Ucraina. Il suo piano di utilizzare le attività valutarie russe congelate è fallito perché i detentori di tali attività, Euroclear in Belgio, temevano pesanti perdite nei tribunali internazionali. Un nuovo piano dell'UE per fornire circa 100 miliardi di dollari attraverso l'emissione di titoli di Stato è ancora in sospeso.

Il FMI e la Banca Mondiale hanno offerto assistenza monetaria, ma in questo caso l'Ucraina deve dimostrare di avere “sostenibilità”, ovvero di essere in grado, prima o poi, di rimborsare eventuali prestiti. Quindi, se i prestiti bilaterali da parte degli Stati Uniti e dei paesi dell'UE (e si tratta principalmente di prestiti, non di aiuti a fondo perduto) non si concretizzeranno, l'FMI non potrà estendere il suo programma di prestiti. Una nuova rata di prestito di circa 8 miliardi di dollari sta per essere annunciata dall'FMI per il 2026.

Tutto ciò ci riporta alla questione di cosa accadrà all'economia ucraina, se e quando la guerra con la Russia giungerà al termine. Secondo le ultime stime della Banca Mondiale, ipotizzando che la guerra finisca quest'anno, i costi per il recupero e la ricostruzione dell'Ucraina ammonteranno a 588 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Si tratta di una cifra pari a tre volte il suo attuale PIL. Tuttavia, anche questa stima potrebbe essere sottostimata. La stessa Ucraina stima che saranno necessari 1.000 miliardi di dollari, di cui quasi 400 miliardi per la ricostruzione del settore energetico, 300 miliardi per gli alloggi e le infrastrutture urbane, 200 miliardi per i corridoi di trasporto e la logistica e 100 miliardi per i servizi sociali e le istituzioni pubbliche. Questo totale equivale a sei anni del precedente PIL annuale dell'Ucraina. Si tratta di circa il 2,0% del PIL annuo dell'UE, o dell'1,5%, per cinque anni, del PIL del G7. Anche se la ricostruzione procedesse bene e supponendo che tutte le risorse dell'Ucraina prebellica fossero ripristinate (l'industria e i minerali dell'Ucraina orientale sono ora nelle mani della Russia), l'economia (PIL) sarebbe comunque inferiore del 15% rispetto al livello prebellico. In caso contrario, la ripresa sarà ancora più lunga.

La Commissione Europea ha annunciato un European Flagship Fund (fondo equity europeo per la ricostruzione), presumibilmente un “veicolo di capitale” congiunto sostenuto dall'UE, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, dalla Polonia e dalla Banca Europea per gli Investimenti, con lo scopo di mobilitare investimenti pubblici e privati su larga scala per la ricostruzione postbellica dell'Ucraina. In effetti, ciò significherebbe l'acquisizione dell'economia e delle risorse dell'Ucraina da parte degli investitori occidentali. Allo stato attuale, gran parte delle risorse ucraine rimaste (quelle non annesse dalla Russia) sono già state vendute ad aziende occidentali. Complessivamente, il 28% dei terreni coltivabili dell'Ucraina è ora di proprietà di un mix di oligarchi ucraini, società europee e nordamericane, nonché del fondo sovrano dell'Arabia Saudita. Nestlé ha investito 46 milioni di dollari in un nuovo stabilimento nella regione occidentale di Volyn, mentre Bayer, il gigante tedesco dei farmaci e dei pesticidi, prevede di investire 60 milioni di euro nella produzione di semi di mais nella regione centrale di Zhytomyr. MHP, la più grande azienda avicola ucraina, è di proprietà di un ex consigliere del presidente ucraino Poroshenko. Negli ultimi anni, MHP ha ricevuto più di un quinto di tutti i prestiti concessi dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). MHP impiega 28.000 persone e controlla circa 360.000 ettari di terreno in Ucraina, un'area più grande del Lussemburgo, membro dell'UE.

Il governo ucraino è impegnato in una soluzione di “libero mercato” per l'economia del dopoguerra che includerebbe ulteriori fasi di deregolamentazione del mercato del lavoro, al di sotto persino degli standard minimi dell'UE, ovvero condizioni di sfruttamento dei lavoratori, tagli drastici alle imposte sulle società e sul reddito, insieme alla completa privatizzazione dei beni statali rimanenti. Tuttavia, le pressioni di un'economia di guerra hanno, per ora, costretto il governo a mettere queste politiche in secondo piano, dando priorità alle esigenze militari.

L'obiettivo del governo ucraino, dell'Unione Europea, del governo degli Stati Uniti, delle agenzie multilaterali e delle istituzioni finanziarie americane ora incaricate di raccogliere fondi e destinarli alla ricostruzione, è quello di ripristinare l'economia ucraina come una specie di zona economica speciale, con denaro pubblico a copertura di eventuali perdite del capitale privato. L'Ucraina sarà priva di sindacati, di qualsiasi regime fiscale e normativa severa per le imprese e di qualsiasi altro ostacolo importante agli investimenti di capitale occidentale in alleanza con gli ex oligarchi ucraini.

Russia: l'economia di guerra

E la Russia? Per un certo periodo, all'inizio del 2022, l'invasione russa dell'Ucraina per conquistare le quattro province di lingua russa nel Donbass, ha paradossalmente dato una spinta all'economia. La Russia è riuscita a superare le sanzioni occidentali, investendo quasi un terzo del suo bilancio nella spesa per la difesa. Nonostante fosse stata tagliata fuori dai mercati energetici europei, è riuscita a diversificare i propri approvvigionamenti verso la Cina e l'India, utilizzando, in parte, una flotta “ombra” di petroliere (cioè non assicurate dall'Occidente) per aggirare il tetto dei prezzi che i paesi occidentali speravano avrebbe ridotto le risorse belliche del paese. La Cina ora assorbe il 45% di tutte le esportazioni petrolifere russe e la Russia è diventata il principale fornitore di petrolio della Cina.

Le importazioni cinesi in Russia sono aumentate di oltre il 60% dall'inizio della guerra, e sono cresciute del 26% nel 2025, poiché la Cina ha fornito alla Russia un flusso costante di merci, tra cui automobili e dispositivi elettronici, colmando il vuoto lasciato dalle importazioni occidentali.

Tuttavia, la guerra ha intensificato una grave carenza di manodopera all'interno della Russia. Come l'Ucraina, anche la Russia è ora alla disperata ricerca di personale, sebbene per ragioni diverse. Anche prima della guerra, la forza lavoro russa era in calo a causa di naturali fattori demografici. Poi, all'inizio della guerra nel 2022, circa 450.000 lavoratori russi e stranieri, appartenenti alla classe media nei settori delle Tecnologie informatiche, della finanza e della gestione, hanno lasciato il Paese. Nel frattempo, l'esercito russo deve reclutare tra i 10.000 e i 30.000 soldati ogni mese, sottraendo manodopera alla produzione interna. Per potenziare le forze armate, la Russia ha reclutato detenuti e altre persone con contratti a tempo determinato. La spinta iniziale all'economia e ai salari, derivante dall'enorme spesa per la difesa, ha cominciato a diminuire. Inoltre, i prezzi globali del petrolio sono scesi ben al di sotto del livello di pareggio per le entrate petrolifere russe.

Le entrate della Russia derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano fino al 50% delle entrate statali, sono diminuite del 27% su base annua. L'inflazione è intorno all'8%, in calo rispetto ai picchi a doppia cifra, ma la banca centrale russa mantiene ancora i tassi di interesse al 16%, rendendo impossibile a famiglie e imprese di contrarre prestiti per investire o acquistare beni di grande valore. Ora la spesa bellica supera il 7% del PIL annuale. Nonostante l'aumento della tassazione, il forte aumento del deficit di bilancio per finanziare la guerra sta prosciugando il fondo sovrano russo, costringendo le autorità monetarie a prendere in considerazione la monetizzazione dei deficit.

Tuttavia, la Russia dispone ancora di ingenti riserve valutarie e di un basso rapporto tra debito pubblico e PIL. Anche se le entrate da esportazione dovessero crollare, il sistema bancario, in gran parte di proprietà statale, dispone di ingenti riserve di liquidità che potrebbero essere utilizzate, e le banche potrebbero anche essere indirizzate ad acquistare titoli di Stato, come è avvenuto alla fine del 2024. Se tutto il resto fallisse, la banca centrale potrebbe acquistare titoli di Stato, monetizzando così il debito, anche se ciò comporterebbe un forte deprezzamento del rublo e quindi un aumento dell'inflazione.

L'economia russa è entrata più debole nel 2026 rispetto all'anno precedente, con una crescita in calo e prezzi del petrolio ben al di sotto delle previsioni di bilancio.

Gli indici relativi ai servizi e alle attività manifatturiere (PMI - Piccole e Medie Imprese) hanno registrato un forte calo e sono ora in recessione. Le stime relative alla crescita reale del PIL per l'intero anno sono state riviste al ribasso, portandole a meno dell'1% per il 2025. L'Istituto di previsioni economiche dell'Accademia russa delle scienze prevede una crescita dello 0,7% nel 2025 e dell'1,4% nel 2026, con una crescita fino a circa il 2% nel 2027. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dello 0,6% nel 2025 e dell'1% nel 2026.

In effetti, l'economia russa, come molte altre nell'OCSE, è in una fase di “stagflazione” (in cui l'inflazione dei prezzi rimane alta, ma la produzione ristagna). Il “keynesismo militare” della Russia non sta più dando i risultati sperati, come in passato. Di conseguenza, qualsiasi opposizione alla guerra viene repressa senza pietà. Il dissidente antimilitarista più famoso è il marxista Boris Kagarlitsky, arrestato nel luglio 2023 e condannato a cinque anni in una colonia penale. Ma ce ne sono altri. Nel novembre 2025, i membri di un piccolo circolo di studio marxista della città di Ufa sono stati condannati a 24 anni, accusati di “terrorismo” e “cospirazione per rovesciare il governo” per aver letto le opere di Marx.

Tuttavia, nonostante queste pressioni sull'economia russa e la crescente austerità per il popolo russo, non ci sarà alcun collasso finanziario come sostengono molti commentatori occidentali. Questo pio desiderio è stato all'ordine del giorno di molti “esperti” occidentali durante tutti e quattro gli anni di guerra. Ma l'economia russa è sopravvissuta ed ha tutte le prospettive di essere sufficientemente forte per continuare la guerra fino al 2026 e oltre. A differenza dell'Ucraina, la Russia può aumentare il debito perché ha un stock del debito [debito commerciale residuo] relativamente basso e le tasse possono ancora aumentare. La banca centrale può stampare moneta e il governo può continuare a nazionalizzare le imprese per rafforzare l'economia di guerra.

Sarà diverso se e quando la guerra finirà. La produzione bellica è fondamentalmente improduttiva per l'accumulazione di capitale nel lungo periodo. L'economia russa tornerà all'accumulazione di capitale civile quando la guerra finirà. A quel punto i settori produttivi della Russia saranno esposti. È molto probabile che si verifichi una recessione postbellica. L'economia russa rimane fondamentalmente legata alle risorse naturali. Si basa sull'estrazione piuttosto che sulla produzione manifatturiera. La Russia rimane tecnologicamente arretrata e dipendente dalle importazioni di alta tecnologia. La Russia non è un attore di rilievo in nessuna delle tecnologie all'avanguardia: dall'intelligenza artificiale alla biotecnologia. Al di là delle armi e dell'energia nucleare, deve ancora produrre tecnologie adatte a un mercato di esportazione competitivo, con le prime già soggette a sanzioni e le seconde sul punto di esserlo.

Il calo demografico, il declino della qualità dell'istruzione universitaria, la rottura dei legami con le scuole internazionali e la fuga dei cervelli aggravano questi problemi. Il divario tecnologico è destinato ad aumentare, con la Russia che dipenderà sempre più dalle importazioni cinesi e dal reverse engineering (copying). La crescita potenziale del PIL reale della Russia non supererà probabilmente l'1,5% all'anno, poiché la crescita è limitata dall'invecchiamento, dal calo della popolazione e dai bassi tassi di investimento e produttività. Il messaggio di fondo è che la Russia rimarrà economicamente debole per il resto di questo decennio.

E la pace?

A mio avviso, ci sono poche prospettive di un accordo di pace nel prossimo futuro. Quando è entrato in carica lo scorso anno, il presidente Trump ha dichiarato che avrebbe risolto la guerra in Ucraina entro una settimana. Ora, nel 2026, continuano negoziati interminabili senza alcun segno di accordo. L'attuale leadership ucraina si oppone a qualsiasi accordo che comporti la perdita di territori (compresa la Crimea) e qualsiasi veto sulla futura adesione alla NATO. I leader europei hanno dichiarato che sosterranno l'Ucraina, continueranno a finanziare la guerra e a fornire sostegno militare. I russi rifiutano di fare concessioni sulle loro posizioni raggiunte – secondo cui il Donbass e la Crimea fanno ora parte della Russia – sostengono che i russofoni all'interno dell'Ucraina devono essere protetti dalla repressione e dalla discriminazione, che l'Ucraina deve rinunciare ad aderire alla NATO e che le sue forze armate devono essere ridotte a livelli puramente difensivi. A loro volta, gli europei minacciano di inviare truppe in Ucraina per sostenere un presunto “cessate il fuoco”.

Si tratta di una situazione di stallo simile alla guerra di Corea degli anni '50 (che ufficialmente non è ancora finita!). La guerra sembra destinata a risolversi sul fronte, piuttosto che con la diplomazia. Quindi continuerà con altre migliaia di soldati vittime, privazioni per gli ucraini e un peggioramento del tenore di vita per la maggior parte dei russi.

La guerra non solo ha distrutto l'Ucraina, ma ha anche indebolito gravemente l'economia europea, poiché i costi di produzione sono saliti alle stelle con la perdita delle importazioni di energia a basso costo dalla Russia. Ad esempio, il Regno Unito ha ora i costi dell'elettricità e dell'energia più alti al mondo (con la Germania non molto indietro)! Da un recente sondaggio della Confederazione britannica delle imprese (CBI) è emerso che il Regno Unito ha prezzi industriali superiori di quasi due terzi della media dei paesi dell'Agenzia internazionale per l'energia (AIE), e i più alti tra i membri del G7. I prezzi dell'elettricità nel Regno Unito sono circa il doppio della media dell'UE. Le imprese britanniche devono attualmente sostenere costi dell'elettricità superiori di circa il 70% rispetto a quelli pre-crisi, mentre i costi del gas sono superiori di oltre il 60%. Inoltre, di conseguenza, quattro aziende su dieci hanno sostenuto che intendono ridurre gli investimenti.

Ma sembra che i leader europei vogliano continuare la guerra anche se Trump alla fine si dovesse ritirare. Essi sostengono che se l'Ucraina venisse sostenuta ancora per un po', le perdite russe sarebbero più ingenti, l'economia russa crollerebbe e Putin sarebbe costretto a chiedere la pace, per poi essere, forse, destituito. I russi la pensano diversamente: ritengono che l'Ucraina sia in ginocchio e non possa resistere ancora a lungo.

Gli europei ritengono che la Russia sia debole e vicina alla sconfitta, ma allo stesso tempo pensano che invaderà l'Europa una volta sconfitta l'Ucraina: un'analisi davvero contraddittoria. Ma questa argomentazione giustifica un massiccio raddoppio della spesa per la difesa: fino al 5% del PIL delle principali economie europee nei prossimi dieci anni, in modo da potersi “difendere” dall'imminente invasione russa. Ciò è ridicolmente giustificato dal fatto che la spesa per la ‘difesa’ «è il più grande beneficio pubblico di tutti», secondo Bronwen Maddox (che promuove il punto di vista dei Servizi di Sicurezza britannici). La sua conclusione è stata che: «il Regno Unito potrebbe dover contrarre ulteriori prestiti per pagare la spesa per la difesa di cui ha così urgentemente bisogno. Nel prossimo anno e oltre, i politici dovranno prepararsi a recuperare denaro attraverso tagli alle indennità di malattia, alle pensioni e all'assistenza sanitaria... Infine, i politici dovranno persuadere gli elettori a rinunciare ad alcuni dei loro benefici per pagare la difesa».

Ciò comporterà un enorme dirottamento degli investimenti dai servizi pubblici e dalle prestazioni sociali (di cui c'è grande bisogno) e dagli investimenti tecnologici, verso un'improduttiva e distruttiva produzione di armi. Ciò getta un'enorme incertezza sul futuro dell'Europa come entità economica di primo piano per il resto di questo decennio e oltre.

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07/03/2026

Zelenskij minaccia di assassinare Orbán

Diciamola per come è. L’Ucraina al momento eccelle in una sola specialità: il terrorismo di Stato.

Lo sanno tutti, soprattutto a Bruxelles. Ma finora questa “virtù” si è espressa contro generali e politici russi, contro navi civili di Mosca, e quindi “era cosa buona”. Persino la distruzione del gasdotto Nord Stream – che ha privato tutta Europa del gas russo, infinitamente più economico del gnl Usa – è stata sopportata in silenzio come un prezzo collaterale dell’appoggio totale a Kiev.

Zelenskij e la banda di nazisti che controlla l’Ucraina, dopo oltre un decennio in cui si sono permessi qualsiasi nefandezza (ricordiamo l’incendio, gli omicidi e gli stupri nella Casa dei Sindacati di Odessa, durante Euro Majdan, 2014), si devono però essere convinti di poter fare come Israele. Con chiunque.

Così il cocainomane capo di Kiev se n’è uscito con una battuta suicida contro il suo arcinemico nella UE, l’ungherese Viktor Orbàn. Fascista quanto lui, certo, ma nazionalista di un altro paese e con qualche questioncella in sospeso. Sia per il passato che per il presente (storie di oleodotti interrotti da Kiev che lasciano Budapest al freddo).

Giovedì Zelenskij ha infatti accennato alla possibilità di fornire l’indirizzo di una “certa persona” – ampiamente interpretato come un riferimento a Orbán – alle truppe ucraine per un colloquio diretto “nella loro lingua“. Per chi ha familiarità con i film sulla mafia non serve traduzione: “ti faccio sparare o saltare in aria con lo Sbu” (il servizio segreto ucraino delegato a queste “imprese”).

Possibilità reale, persino quasi facile per chi ha affinato certe “qualità”, anche se un capo di stato diffidente e fascista come Orbàn qualche protezione ce l’ha di sicuro. Però bisogna essere cretini, oppure convinti di avere le forze di Netanyahu o Trump, per dirlo così apertamente.

A quel punto, dopo le ovvie proteste ungheresi (“come si può pensare di far entrare nella UE una bestia simile?”), anche Bruxelles ha dovuto rimbrottare bonariamente l’ultra-assistito ducetto di Kiev.

“In relazione specifica ai commenti fatti dal presidente Zelenskyy, siamo molto chiari come Commissione Europea: quel tipo di linguaggio non è accettabile. Non ci devono essere minacce contro gli Stati membri dell’UE”, ha dichiarato venerdì ai giornalisti Olof Gill, vicesegretario portavoce capo della Commissione, in una rara condanna del leader di Kiev. In pratica un “Così non si fa, siamo soliti usare le posate a tavola, da queste parti”.

Le tensioni tra Ucraina e Ungheria sono aumentate nelle ultime settimane, poiché Budapest continua a porre il veto a un pacchetto di prestiti da 90 miliardi di euro per Kiev. La principale lamentela di Orbán rimane l’interruzione del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba di epoca sovietica, che Budapest ritiene sia stata deliberatamente interrotta da Kiev. L’Ucraina nega l’accusa, sostenendo che la conduttura è stata gravemente danneggiata da “un attacco di droni russi” a gennaio.

Sapete quella vecchia favola dei russi così cretini da bombardarsi da soli infrastrutture che hanno costruito loro per guadagnare dal commercio? Sì, è una favola vecchia e riciclata, già usata pari pari al tempo dell’attentato al Nord Stream... Poi la magistratura tedesca ha emesso mandati di cattura per agenti ucraini (e uno lo ha trovato in Italia)... 

Ma i rapporti tra i due paesi, peraltro confinanti, sembrano ormai surriscaldati. Venerdì l’Ucraina ha accusato l’Ungheria di aver rapito sette dipendenti della banca statale Oschadbank e di aver sequestrato milioni in contanti e oro, mentre giovedì Orbán aveva giurato sui social media di voler “spezzare con la forza il blocco petrolifero ucraino”.

Dopo le minacce e i rimbrotti UE (l’unico alleato che gli sia rimasto, anche se ridicolo) Zelenskij si è detto pronto a riparare e riavviare l’oleodotto entro un mese se l’UE ne farà richiesta ufficiale, ma solo se Orbán prometterà di sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro da parte della UE, fermo per il suo veto.

Nei prossimi giorni non mancheranno altri episodi di questa saga poco appassionante, ma certo indicativa di quante e quali idiozie siano state fatte in questi anni dai guerrafondai europei... Che ora cominciano a ricadere sulle loro teste.

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26/02/2026

“L’atomica sporca” dell’Ucraina. Se ne parla da tempo ma adesso salgono i toni

L’ufficio stampa del Servizio di Intelligence Estera della Federazione Russa (SVR) riferisce che – sulla base delle informazioni di cui dispone – Gran Bretagna e Francia, prendendo atto che in Ucraina non c’è alcuna possibilità di ottenere la vittoria sulla Russia, ritengono di dover dotare l’Ucraina di una “Wunderwaffe” ossia una bomba atomica “sporca”.

Il Ministero della Difesa britannico ha rifiutato di rispondere pubblicamente alla richiesta di commento di vari mass media sulle accuse russe. Sky News ha riportato che il governo britannico ha già affermato che non c’è “verità” nelle accuse.

French Response, un account X collegato al Ministero degli Esteri francese ha confutato l’affermazione dei servizi russi.

“Cinque anni dopo l’inizio della sua ‘guerra di tre giorni’, la Russia preferirebbe davvero che vi concentraste sulle armi nucleari francesi e britanniche”, ha scritto in un post.

La dichiarazione diffusa dal SVR afferma anche che il governo tedesco si è rifiutato di fornire a Kiev un’arma nucleare. “Berlino ha prudentemente rifiutato di partecipare a questa pericolosa impresa”, recita il comunicato dei servizi di sicurezza russi.

Un portavoce del Ministero della Difesa tedesco ha dichiarato che il ministero “non commenta i rapporti dei media e non risponde alle dichiarazioni di tali fonti”.

La convinzione che sarebbe alla base di questo tipo di fornitura all’Ucraina, è che qualora Kiev possedesse la bomba atomica o almeno un’arma “sporca” radiologica, potrebbe ottenere condizioni più favorevoli per la risoluzione del conflitto.

La questione dell’atomica ucraina in realtà non è venuta fuori adesso. Di una “bomba sporca” di Kiev la Russia denunciava i rischi già a ottobre del 2022. Mentre a novembre del 2024 il quotidiano britannico The Times, scriveva che “l’Ucraina potrebbe costruire un’arma nucleare rudimentale entro pochi mesi a scopo di sicurezza per ovviare al mancato sostegno militare degli Usa del prossimo presidente Donald Trump”.

L’esclusiva del quotidiano britannico faceva riferimento a un documento informativo preparato per il ministero della Difesa ucraino in cui viene delineato come, in mancanza di tempo per costruire e dispiegare enormi impianti di arricchimento dell’uranio, Kiev pianifica l’utilizzo di plutonio proveniente dalle barre dei reattori di combustibile nucleare usato per fabbricare un’arma rudimentale.

Sempre The Times spiegava come Kiev avesse il controllo di nove reattori nucleari operativi e una notevole esperienza. “Ciò consentirebbe all’Ucraina di ricorrere a sette tonnellate di plutonio, che potrebbero creare testate con una resa tattica di diversi kilotoni”.

Secondo i dati in possesso del Servizio di Intelligence Estera russo, sarebbero invece Gran Bretagna e Francia a lavorare attivamente nel risolvere i problemi di trasporto e consegna a Kiev dell’arma atomica “sporca”. Si parla di fornire segretamente all’Ucraina componenti di provenienza europea, attrezzature e tecnologie. Come variante, verrebbe considerato il lancio da un sottomarino di un missile balistico M51.1, con una testata francese di piccole dimensioni TN75.

Secondo l’assistente presidenziale Yuri Ushakov, stando a quanto riporta l’agenzia russa Ria-Novosti, la Russia trasmetterà agli Stati Uniti le informazioni sull’intenzione di Kiev di ricevere armi nucleari dall’Occidente.

“Naturalmente, tutto questo sarà portato all’attenzione degli americani. Ma lo sanno già, ora ci sono commenti su tutti i canali. Spero che gli americani otterranno le informazioni e ne parleremo specificamente”, ha detto Ushakov sul canale TV Russia 1.

La Russia ha chiesto indagini a livello dei parlamenti dei vari paesi, del Consiglio di Sicurezza, dell’Aiea e della Conferenza sulla Conformità al Trattato di Non Proliferazione. La Duma ha anche intenzione di preparare un appello per Londra e Parigi. Le informazioni ricevute richiedono una risposta immediata, poiché tali azioni sono un crimine che può portare a una guerra nucleare, ha dichiarato il Presidente della Duma di Stato Volodin.

Ma ancora più pesanti sono state le parole del vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale russo Medvedev secondo il quale “Un attacco nucleare contro obiettivi in Ucraina, così come in Francia e Regno Unito, sarebbe considerato legittimo e giustificato nel caso in cui Londra e Parigi fornissero a Kiev capacità nucleari”, ha dichiarato Medvedev commentando i rapporti del Servizio di Intelligence Estero russo (SVR) su tali piani da parte dei due paesi europei.

Secondo Medvedev, queste informazioni “cambiano radicalmente la situazione”. “Si tratta di un trasferimento diretto di armi nucleari a un paese in guerra”, ha affermato. Parole pesanti.

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19/02/2026

Guerre di droni. Brigata britannica distrutta nel wargame della Nato

Il giornalista Kieran Kelly sul Telegraph ha raccontato come a maggio dello scorso anno, la NATO ha organizzato una esercitazione militare in Estonia denominata Hedgehog 2025. “È una prova di come l’Estonia e gli altri alleati della NATO risponderebbero insieme di fronte a una crisi”, è scritto nel sito ufficiale.

Lo stesso sito della Nato, precisa che: “Guidata dalle Forze di Difesa Estoni, Hedgehog 25 si concentra sul rafforzamento della postura difensiva dell’Estonia in stretto coordinamento con gli Alleati della NATO, in particolare Francia e Regno Unito. L’esercitazione dimostra il rapido dispiegamento delle truppe alleate sul territorio estone e la loro integrazione perfetta con le unità locali”.

A queste manovre hanno partecipato circa 16mila soldati di 11 paesi NATO (tra questi USA, Gran Bretagna, Germania, Francia), i quali hanno ingaggiato combattimenti simulati contro un piccolo battaglione ucraino, armato però di droni e intelligenza artificiale, in particolare con un software di gestione del campo di battaglia chiamato Delta, il quale utilizza i droni per raccogliere informazioni e pianificare l’attacco in frazioni di secondo.

Secondo quanto riferisce il Telegraph, il contingente NATO è stato annientato prima ancora di piazzare le tende. Un piccolo distaccamento di 10 soldati ucraini armati con droni pilotati da IA ha realizzato 30 attacchi in due ore annientando le truppe alleate e distruggendo 17 veicoli armati. L’unica dichiarazione che i giornali sono riusciti a strappare a un comandante NATO rimasto anonimo è “we are fucked”. Siamo fottuti.

Il problema è che i droni usati dal battaglione ucraino non erano droni militari da milioni di dollari, ma droni che si possono comprare su Temu a 40 euro, modificati con accessori stampati in 3D a costo irrisorio. Questi droni a prezzi stracciati, vengono prodotti dalla Cina.

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18/02/2026

283 miliardi di euro Ue all’Ucraina in agonia

L’Ucraina vera dietro quella che ci raccontano

La demolizione della rete elettrica e logistica dell’Ucraina. Le infrastrutture energetiche sono sull’orlo del collasso. Le promesse di elezioni presidenziali entro giugno di fatto imposte da Trump a Zelensky, ma decisamente improbabili da realizzare. Il caos di diverse incapacità politiche incrociate tra ‘buoni’ e ‘cattivi’.

Ucraina, l’inverno più duro

È l’inverno più lungo degli ultimi anni, in Ucraina. «L’inverno più duro, quello in cui tutto sembra stia capitolando nell’inevitabile solitudine, quello dell’abbandono». Sabato Angieri sul manifesto, «il tempo che passa inesorabile in Ucraina». Le temperature più basse degli ultimi dieci anni e a ogni nuovo bombardamento russo la situazione si aggrava. «Le tubature dell’acqua congelano e scoppiano, negli appartamenti si propagano incendi perché chi è disperato brucia qualche vecchio mobile per scaldarsi. Zelensky aveva detto che sarebbe stato «l’inverno più duro dall’inizio della guerra» e così è ancora adesso.

Resistere per arrivare a cosa?

Il tempo passa, la situazione peggiora e si diventa tutti meno resistenti e meno disposti a resistere, racconta il bravo inviato sul campo. «Ora le grandi città delle retrovie ucraine sperimentano un po’ della stessa sofferenza prolungata che gli abitanti del Donbass e del Kharkiv hanno provato fin dal 2022. Il che non pareggia nulla, non c’è nessun mezzo gaudio provocato dal mal comune, ma solo un generale e disastroso peggioramento delle condizioni di vita. A fasi alterne milioni di ucraini sono senza elettricità, senza gas e senza acqua e in questo inverno della civiltà che è la guerra – ogni guerra – chi è lontano dalle città riesce ad arrangiarsi un po’ meglio».

Le linee dei fronti

Fronte frastagliato e impreciso per oltre 1200 km. Alcuni villaggi ucraini si ritrovano circondati per tagliare le linee di rifornimento e costringerli alla resa. Gli assalti russi sono costanti solo in alcune zone del Donetsk, ma in generale la strategia resta quella di attaccare in punti diversi e distanti in modo da costringere gli ucraini, in inferiorità numerica, a spostare i reparti e a lasciare delle aree sguarnite. Ora però i soldati di Putin hanno una difficoltà in più: da quando Elon Musk ha tagliato l’uso clandestino di ‘Starlink’, le comunicazioni in prima linea sono diventate molto più difficili e l’offensiva, dicono diversi analisti, rallenta.

Offensiva e trattative

Gli incontri tra Usa, Russia e Ucraina ad Abu Dhabi finora hanno prodotto solo uno scambio di prigionieri di guerra ‘e tanta suggestione’, denuncia il severo Angieri. Il punto: «Il Cremlino vuole il Donbass e Zelensky non vuole darglielo a meno di ricevere garanzie di sicurezza inequivocabili che includano l’intervento armato degli Stati Uniti in caso di recrudescenza del conflitto e fondi per la ricostruzione». I Paesi europei e a Bruxelles insistono che ‘non si possono cambiare i confini con la forza’, quando il fatto è già avvenuto. Sal quel 20% di Donetsk che ancora manca per trovare un compromesso.

Ecatombe e nuova offensiva

Perdite altissime sui due fronti. «Per Zelensky circa 35mila uomini al mese, fonti Usa dicono 5mila uomini a settimana, in ogni caso un disastro». Ora i giornali ucraini sostengono che i russi «stanno preparando una nuova offensiva per l’estate». E addio alla «rapida risoluzione del conflitto» più volte invocata da Trump. I russi hanno sempre invitato a «non illudersi» in quanto i negoziati avrebbero richiesto tempo, ma sembrava parte della loro strategia per avanzare con i militari sul campo.

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12/02/2026

“Zelenskij si arrende”, dice il Financial Times

Forse siamo al dunque sulla guerra in Ucraina. Lo scoop arriva dal Financial Times, voce autorevole del neoliberismo occidentale, con ottime fonti ai piani alti di tutti i governi e meno esposto di altri media a figuracce clamorose.

Volodymyr Zelensky starebbe pianificando elezioni presidenziali da tenere in primavera, da affiancare a un referendum su un accordo di pace.

Se fosse vero – e pare difficile che non lo sia – vengono spazzate in un attimo molte delle scemenze scritte da tutti i giorni dalla propaganda bellicista (“l’ostacolo alla pace è che la Russia non la vuole”, il ritornello più suonato) e si può tornare a ragionare seriamente su come far finire un massacro che dura da quattro anni.

Il 24 è anche una data simbolica, perché segna per l’appunto l’anniversario dell’inizio della guerra. Ed è chiaro, esplicito, ripetuto anche dal FT, che Zelensky si è infine arreso alla pressione dell’amministrazione Trump, che minaccia da mesi di ridurre a zero sia gli aiuti militari e finanziari, sia le future “garanzie di sicurezza”. Proprio su queste ultime sarebbe stato fatto scattare un vero e proprio ultimatum, un “prendere o lasciare” nel tipico stile western del tycoon.

L’annuncio di elezioni e referendum arriva oltretutto in contemporanea con l’avvio dell’abbandono di diverse basi militari Usa in Europa, secondo il mantra attuale “difendetevi da soli e pagate per farlo”. La base di Napoli (il “comando sud della Nato”) passerà all’Italia e addirittura quella di Norfolk, in Virginia (vicino Washington, in territorio Usa) alla Gran Bretagna. Non indicate per ora altre “dismissioni”, ma il percorso che porterà al ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa sembra ormai tracciato.

Per di più, pochi giorni fa, lo stesso facente funzioni di Segretario generale della Nato, lo scendiletto trumpiano Mark Rutte, aveva ironizzato sulle possibilità di “difesa autonoma” europea senza la presenza centrale degli Usa (“Se pensate che l’Ue possa difendersi senza gli Stati Uniti, continuate pure a sognare”).

Il cumulo di segnali, insomma, indica chiaramente che per l’Ucraina era l’ora di tirare una riga sui sogni di vittoria e acconciarsi ad una trattativa che è stata fin qui rifiutata “per principio”, grazie soprattutto all’avventurismo suicida dei “volenterosi” europei (Francia e Gran Bretagna su tutti, con la Germania a ruota), che hanno promesso l’impossibile e garantito quel che neanche avevano.

Quindi per Zelenskij la scelta è diventata obbligata, per quanto obtorto collo. Il 15 maggio si voterà, sia per rinnovare la carica di presidente (a quella data saranno già due anni che il suo mandato è scaduto) che per approvare i contenuti di un “piano di pace” fin qui avvolto nella nebbia.

La partita non sarà facile per nessuno. I pretendenti alla presidenza ovviamente ci sono, ma tutti – come lo stesso Zelenskij – dovranno pronunciarsi sulla pace in cambio di rinunce territoriali definitive (il Donbass e la Crimea), nonché sugli altri “dettagli” che pongono fine a molti sogni (primo fra tutti l’adesione alla Nato, peraltro notevolmente indebolita – in prospettiva – dal progressivo ritiro Usa).

Le incognite sono molte, perché i nazisti (Azov, Pravij Sektor, ecc.) hanno non solo un ruolo militare importante, ma anche un peso politico superiore ai semplici voti che riescono a controllare. Non è affatto escluso che possano far valere la loro forza in modi “extra-politici”. Anche se, a “calmarli”, dovrebbe intervenire il pesante raffreddamento dei rapporti con Washington e gli stessi “volenterosi” del Vecchio Continente. Una cosa è continuare a combattere col supporto economico, politico e militare occidentale, altra cosa è farlo senza... 

Presi in contropiede, i “volenterosi” dovranno ora rivedere completamente i propri piani, proprio mentre stavano approvando un nuovo pacchetto di aiuti da 90 miliardi (su cui si è per esempio aperta la prima piccola crisi nel governo Meloni) e hanno insistito fin qui per inviare truppe sul terreno, col forte rischio di allargare il conflitto.

Ma è in fondo un problema quasi minore. Leader senza credibilità, al minimo nei sondaggi, probabilmente scalzati al primo appuntamento elettorale... non dovranno neanche elaborare un drammatico “cambio di narrativa”. Usciranno di scena e nessuno se ne ricorderà più. Se non per il disastro che ci lasceranno e i loro sostituti, presumibilmente anche peggiori...

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24/01/2026

Guerra in Ucraina, trattative prudenti ad Abu Dhabi

La novità c’è, almeno sul piano formale. Che, nelle trattative diplomatiche, ha una sua importanza, perché segnala sempre anche un momento significativo, negativo o positivo che sia.

Nei colloqui iniziati ad Abu Dhabi la novità formale sta nel fatto che per la prima volta, dopo Istanbul 2022, una delegazione russa ed una ucraina si sono ritrovate nella stessa sala insieme a quella statunitense, sempre guidata dall’inviato speciale Steve Witkoff, affiancato dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, appena usciti da un colloquio di quattro ore con Vladimir Putin, ovviamente a Mosca.

Diciamo che il dato negativo è proprio quest’ultimo: se due incaricati passano indifferentemente da un dossier di crisi all’altro (Ucraina, Gaza, Medio Oriente in generale, ecc.), o sono dei geni assoluti di cui il mondo non si era mai accorto, oppure il loro stile di lavoro e il loro ruolo è superficiale, puramente politico, un velo sovrapposto allo sforzo degli sherpa che devono occuparsi della “ciccia”.

In ogni caso, che russi e ucraini si rivedano è un segno che il lavoro preparatorio – l’eliminazione di questioni “irrisolvibili”, l’entità e la struttura delle “compensazioni” per ogni mediazione, ecc. – è andato abbastanza avanti.

La voce più circolante riguarda proprio l’ultimo miglio, che sarebbe rappresentato dal ritiro ucraino anche dalla piccola parte di Donbass ancora non conquistato dall’esercito russo. Se si osservano le carte geografiche, ci si accorge subito che in pratica non si tratta di una questione immensa, ma è simbolicamente importantissima sia per Mosca che per Kiev.

Non solo, o non tanto, per l’appartenenza della popolazione lì residente al gruppo “russofono” o viceversa (dopo quattro anni di guerra su quel territorio di civili ce ne sono rimasti ben pochi, il resto è fuggito “dalla sua parte” del fronte). Entrambi gli eserciti hanno pagato carissimo lo sforzo – ci risparmiamo per una volta la contestazione dei numeri mandati in giro dagli uffici propaganda – e l’accettare che il confine sia fissato un po’ più a nord o a sud, a est o ad ovest, può diventare “accettabile” o “inaccettabile” per il consenso interno.

Sul terreno, però, le cose sono abbastanza definite. Quel che resta in ballo è una parte limitata dell’oblast di Donetsk e di Kherson.

Che la questione territoriale sia considerata “l’ultimo ostacolo” dovrebbe significare che tutte le altre – ingresso di Kiev nella Nato, e delle truppe occidentali in Ucraina, garanzie di sicurezza reciproche, ecc., sono state grosso modo risolte. Se fosse davvero così, la pace non dovrebbe essere lontanissima.

Zelenskij, però, dopo la “strigliata” suicida data agli europei in quel di Davos, continua a cercare soldi e armi, missili Patriot (anti-missile) e altri a lunga gittata per colpire direttamente Mosca o altre città russe importanti.

Mentre il consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, ha confermato che la posizione russa resta quella definita con la “formula di Anchorage”, quando Trump e Putin si erano incontrati di persona.

E raffredda le aspettative di svolta anche il fatto che la delegazione russa è fondamentalmente “tecnica”, composta quasi solo da militari, che naturalmente sono incaricati di soppesare le diverse soluzioni proposte, ma non decidono politicamente nulla. Il “politico” presente è per il momento Kirill Dmitriev, consigliere presidenziale per gli investimenti esteri e negoziatore per le questioni economiche, con grande esperienza nei rapporti con gli americani, ma non certo un “decisore”.

Oggi si sta aprendo la seconda giornata di colloqui e quindi entro sera si dovrebbe capire qualcosa di più.

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07/01/2026

Europa bipolare, tra Groenlandia e Ucraina

Il bipolarismo affligge l’Europa. Non è la vecchia divisione del mondo in due (tra Occidente capitalista e URSS socialista), né quel sistema elettorale antidemocratico che obbliga a stare in uno dei due schieramenti prestabiliti oppure sparire.

L’Unione Europea è affetta da disturbo bipolare, altro nome della schizofrenia. A forza di praticare il doppio standard – gli “amici” possono pianificare un genocidio e assaltare qualsiasi stato sovrano restando “fari della democrazia”, gli altri non possono neanche respirare altrimenti è “terrorismo” – si perde il controllo dei movimenti, delle scelte, delle parole. E si appare per quel che si è. Maleodoranti, diciamo...

La riprova definitiva, ieri. Formalmente, a Parigi, non si è riunita “l’Europa” ma la “coalizione dei volenterosi”, ossia 35 paesi occidentali che vorrebbero avere un ruolo nella gestione dell’Ucraina ora, nelle eventuali trattative di pace e soprattutto dopo.

Il programma previsto era solo questo e l’accordo raggiunto tra loro ha fatto da base per le consuete dichiarazioni trionfalistiche di fine vertice (mica ci si può riunire solo per la cena, no?). E quindi il padrone di casa, quel Macron che governa cambiando gli esecutivi come i pantaloni, privo di maggioranza parlamentare, si è presentato sfoderando il sorriso meccanico che lo identifica: “Una giornata storica” ha esultato davanti alle telecamere, la coalizione ha varato le “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina quando e se sarà raggiunto il cessate il fuoco.

Il primo lato del disturbo bipolare è già grave di suo. È noto infatti che in qualsiasi trattativa internazionale “di pace” l’accordo va trovato con “il nemico” – in questo caso la Russia – specie se si parla di “garanzie di sicurezza”, ossia di armi e truppe schierate. E di truppe Nato in Ucraina Mosca non ha mai voluto sentir parlare, tanto da aprire le ostilità proprio per impedirlo.

Non basta. È altrettanto noto che la trattativa non è in mano a questa congrega di vassalli ma in quelle di Trump, l’unico che – per quanto ripugnante sia – ha aperto un confronto col presidente avverso, Putin. Dunque qualsiasi “garanzia di sicurezza” dovrebbe avere l’approvazione sia della Russia che degli Stati Uniti. Altrimenti non è affatto “sicura”... 

Trump ha mandato a Parigi la strana coppia Witkoff-Kushner (un immobiliarista e il genero del tycoon, immobiliarista anche lui) per assicurarsi che non venissero prese decisioni squinternate che potrebbero compromettere il dialogo con Mosca, l’orizzonte della “pace” e soprattutto i piani di “ricostruzione”.

Il risultato finale è quindi, ovviamente, un pasticcio verboso e comunque appeso ad eventi che questo insieme “volenteroso” non può determinare.

Da quel che si capisce, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a “monitorare” la tregua, mentre gli europei – o meglio, una piccola parte di loro – “parteciperanno” inviando militari in Ucraina. Immaginiamo la risposta di Mosca... 

L’impegno è molto depotenziato, seppure resta molto provocatorio, perché al momento hanno firmato solo Francia e Gran Bretagna. La Germania si è detta disponibile a inviare le sue forze, ma non in Ucraina: in un paese Nato confinante. Giorgia Meloni, e dunque ahinoi l’Italia, ha confermato invece “il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina” ribadendo però “l’esclusione di truppe italiane sul terreno”.

In pratica non cambia nulla rispetto a quanto era chiaro prima del “vertice”. Ci sono due paesi che non vedono l’ora di “far morire i propri figli” in una trincea lontana, altri che nicchiano, altri che “grazie del vostro invito, ma io non ci vengo”. Ma l’annuncio basta per far dire ai guerrafondai che ci sarà “una forza di pace in Ucraina” (titolo di Repubblica, of course), e quindi una chance di entrata in guerra contro la Russia.

Il tutto dando per confermata l’antica alleanza col fratello maggiore statunitense, che però se ne vuole stare da parte a “monitorare”, ovvero la tenuta degli interessi auro-atlantici all’interno della Nato...

Ma la seconda parte del vertice – senza la presenza di Witkoff e Kushner – ha fissato il secondo lato del disturbo bipolare. C’era infatti da mostrare la massima compattezza a difesa della Danimarca che controlla la Groenlandia, su cui Trump ha lanciato un’“opa” che non si può ignorare. “Ci serve per ragioni di sicurezza” – ma poteva dire anche “voglio le sue terre rare e altri minerali”, sarebbe stato lo stesso – e “la avremo in un modo o nell’altro”.

Un’intenzione potenzialmente “invasiva” che ha obbligato la Danimarca – per quanto anch’essa “volenterosa” e filo-statunitense – ad aumentare il contingente militare posto a difesa della immensa isola ghiacciata. Dopo l’attacco al Venezuela, del resto, non si può più fare affidamento sul “diritto internazionale” e la “sovranità” (tanto “nazionale”, quanto “europea”) per sentirsi al sicuro, nemmeno tra “alleati”...

Lo squilibrio di forze fa quasi sorridere – può Copenhagen competere militarmente con Washington? – ma il solo fatto che se ne debba parlare mette i membri europei della Nato in una posizione decisamente schizofrenica: la minaccia di attacco viene dal vero capo dell’Alleanza (lasciate perdere Rutte, segretario generale che è arrivato a chiamare Trump “paparino”) e quindi la Nato si troverebbe a rischio di “guerra” al proprio interno mentre ne va programmando un’altra con la Russia (e le sue 6.000 testate nucleari, montate o montabili su missili per ora non intercettabili).

Ne è uscito un secondo comunicato di tono quasi opposto rispetto a quello sull’Ucraina, in cui – molto pacatamente – si rimbrotta Trump per il suo appetito famelico: “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”.

E quindi “La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere” sul loro futuro: firmato Macron, Merz, Meloni, Starmer insieme al polacco Tusk, allo spagnolo Sánchez e alla danese Frederiksen.

La schizofrenia però non significa né stupidità totale, né coraggio leonino. E quindi, dopo aver scritto che la Groenlandia gode della sovranità danese-europea, nel retrobottega si ragiona insieme agli Stati Uniti su come passargliela in modo meno traumatico possibile, fingendo di mantenerne la “sovranità”.

In fondo, ci sono già basi Usa sull’isola e gli accordi Nato in vigore non impongono alcun limite numerico alle truppe stanziabili in loco. Insomma, Washington potrebbe tranquillamente e “legalmente” occupare quella montagna di ghiaccio e risorse naturali.

Per ridurre al minimo l’entità dello schiaffo ai “partner europei” questi ultimi hanno aperto alla possibilità di un “concordato” fra Usa e Groenlandia per stabilire un rapporto simile a quello di Washington con alcune isole del Pacifico, come gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e la Repubblica di Palau (gli unici al mondo che, all’Onu, votano sempre come Usa e Israele), in base al quale le forze armate americane possono operare liberamente ed è prevista una partnership commerciale esente da dazi.

Alla fine della giornata le cose debbono essere andate abbastanza avanti da far dire a Marco Rubio, a 64 denti, che “Trump non vuole invadere la Groenlandia, vuole soltanto comprarla”. Era solo “una proposta che non si può rifiutare, se l’accettate con le buone, va bene”...

Tutti felici e contenti? Non proprio. La credibilità degli “europei” – sia come intera UE che come soli “volenterosi” – è ai minimi termini. Fare la voce grossa con Mosca mentre si calano le braghe davanti al “primo alleato” che ti bullizza, non è il massimo della “deterrenza”. Specie se, per fare la voce grossa, ti serve il megafono – ossia la dotazione satellitare-militare – che il bullo minaccia di usare contro di te...

Non è ancora al capolinea, certo. Ma il convoglio europeo è su un binario con gli scambi bloccati, ma bipolari...

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30/12/2025

Droni contro Putin, la mossa della disperazione

Sarà un caso, ma ogni volta che il lavoro diplomatico per arrivare ad una pace sembra fare un passo avanti “succede” qualcosa che prova a rimandarlo indietro.

Ieri il “fatto” è stato decisamente grosso: 91 droni a lungo raggio ucraini hanno provato a raggiungere la residenza di Putin sul lago Valdai, nella regione di Novgorod, venendo comunque tutti abbattuti prima di arrivare sul bersaglio. Non è chiaro se tutti oppure solo una parte stessero puntando sulla villa presidenziale, ma non è ovviamente questo il problema centrale: l’Ucraina ha provato a colpire direttamente il presidente russo.

È seguita come al solito la smentita di Zelenskij, che l’ha definita la “classica menzogna russa”, ma era avvenuto lo stesso per ogni attentato compiuto contro figure più o meno importanti dell’establishment russo, dalla figlia di Dugin a diversi generali, poi rivendicati a mezza bocca o trionfalmente.

Sulla realtà o meno dell’attacco non c’è molto da discutere. Nella guerra contemporanea ogni oggetto che vola è tracciato contemporaneamente da entrambi i fronti grazie ai satelliti statunitensi, russi, inglesi, francesi, cinesi, ecc. Ergo, le smentite servono a fare un titolo di giornale pro o contro uno dei due contendenti, ma non possono trarre in inganno i vertici degli schieramenti in campo.

Se l’accusa di Mosca fosse davvero una menzogna, insomma, ogni rapporto con gli Stati Uniti sarebbe troncato immediatamente e invece Trump – che fra l’altro stava ricevendo il genocida Netanyahu definendolo “eroe” – ha fatto chiaramente capire di essere molto incazzato con gli ucraini: “L’ho saputo da Putin, ero molto arrabbiato. È un momento delicato. Una cosa è attaccare, perché loro attaccano. Un’altra cosa è attaccare la sua casa”.

Difficile che abbia parlato solo sulla base della telefonata col presidente russo... In fondo il presidente Usa è accompagnato giorno e notte da frotte di militari e capi-spioni pronti a fargli avere rapporti precisi su ogni cosa importante da sapere.

Quindi possiamo anche noi capire che l’attacco è sicuramente stato tentato – indipendentemente dal fatto che Putin fosse in quel momento presente o meno nella villa – e che questo complica maledettamente il percorso per arrivare ad una pace.

Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, professionista noto per misurare le parole, ha infatti annunciato che ciò comporterà una rappresaglia da parte di Mosca, oltre a pesare sulla posizione del Cremlino nei colloqui in corso. “Grazie” all’attacco “la posizione negoziale della Russia sarà riconsiderata”, ma non si ritirerà dai negoziati in corso con Washington. Tutti hanno immediatamente capito che le proposte russe al tavolo saranno meno “trattabili” e molto più sfavorevoli per Kiev.

La domanda è semplice: perché gli ucraini hanno lanciato questo attacco nelle stesse ore in cui Zelenskij stava discutendo con Trump del “piano” per arrivare alla fine della guerra?

La risposta non può che essere ipotetica, certo, ma fondata su precedenti solidi. L’unica incertezza è se Zelenskij abbia dato lui stesso l’ordine oppure, nella guerra tra bande che sta avvenendo in questo momento a Kiev tra gruppi di nazisti e corrotti (le due “qualità” convivono tranquillamente nelle stesse persone), qualcuno abbia voluto mettere a sua insaputa un tronco inaggirabile sul binario delle trattative, trattenendo anche lui da “cedimenti eccessivi”.

Le dichiarazioni rilasciate dall’ex attore in queste ore, però, fanno cadere questa seconda possibilità: ha ribadito infatti di “non voler parlare con Putin perché è il nemico”, di “non avere alcuna fiducia” nel presidente russo e di volere per questo garanzie che, una volta finita la guerra, “non tornerà ad attaccare” il suo Paese. E certo nessuno a Mosca ha dimenticato che pochi giorni fa aveva persino auspicato, in un discorso pubblico, la sua morte.

È dall’inizio della guerra che Kiev risponde alla lenta avanzata russa con “colpi ad effetto” che non cambiano minimamente l’equazione militare del conflitto ma appaiono contemporaneamente come mosse propagandistiche per far vedere alle capitali euro-atlantiche che si sta colpendo efficacemente e “provocazioni” che sollecitano una risposta russa “sproporzionata”. Tale insomma da far intervenire qualche membro della Nato – e gli Stati Uniti in primo luogo – direttamente nella guerra.

In questa “strategia”, però, non si può immaginare un punto più alto dell’attacco diretto a Putin, quindi l’ultima mossa possibile, quella della disperazione. A Mosca, presumibilmente, staranno perciò ragionando sulla “misura” della risposta, delineandone una sufficientemente ruvida da sconsigliare secondi tentativi ma non tale da interrompere definitivamente l’incerto percorso verso la pace.

C’è della follia semilucida nella strategia ucraina, che sembra copiare quella israeliana (verso cui “stranamente” fuggono quanti devono salvarsi dalle inchieste sulla corruzione) all’interno di rapporti di forza però completamente rovesciati.

Anche Israele ha rotto una regola non scritta quando ha cercato di annientare, a Doha, la delegazione di Hamas inviata per le trattative con Tel Aviv. E da sempre Israele usa gli attentati mirati per eliminare le figure apicali degli innumerevoli nemici che si è andata procurando nel tempo (palestinesi, Hezbollah, Iran, siriani, ecc.).

Ma Israele è una potenza nucleare, per quanto piccola, e ben tutelata dall’imperialismo statunitense. E si misura o con nemici pressoché disarmati come i palestinesi, o con avversari in crescita ma ancora sotto la soglia della parità strategica (nucleare, appunto).

I nazisti di Kiev sono nella situazione opposta. E quindi tutti i loro sforzi appaiono mirati a stimolare interventi “alleati” in grado di compensare questa evidente minorità.

Ma vale anche una considerazione leggermente più sottile: sono alcuni degli “alleati” a stimolare questa strategia per avere la possibilità (la legittimità fornita dal consenso politico interno) di intervenire. E qui diventa chiaro che con l’amministrazione Trump il gioco è un po’ cambiato, con gli Usa che provano a sfilarsi – per andare a rompere le scatole da altre parti, come si vede in America Latina – e i “volenterosi” europei che cercano ancora di “trattenerli” nel conflitto, anche a costo di scatenare reazioni incontrollabili.

L’ombra di Boris Johnson che corre a Kiev per stracciare l’accordo raggiunto con i russi a Istanbul, nel 2022, aleggia ancora sul disgraziato popolo ucraino. Centinaia di migliaia di morti dopo, sta ancora lì. E pretende altri sacrifici.

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29/12/2025

A passi incerti e lenti verso una pace in Ucraina

L’incontro di Zelenskij con Trump a Mar-a-lago, ieri, ha fatto registrare qualche passaggio in avanti verso un “accordo di pace”. Questo, per lo meno, è stato affermato dai due presidenti.

È importante però capire che “l’accordo” riguarda per ora loro due, mentre “la pace” va fatta da tutto l’Occidente euro-atlantico con la Russia. E non è proprio la stessa cosa.

Se si deve dar retta alle dichiarazioni fatte in conferenza stampa – l’avanzamento della discussione tra Usa e Ucraina si vede anche da questo: l’ultima volta non c’era stata – tra i due è stata raggiunta un’intesa sulle questioni territoriali e le “garanzie di sicurezza”. Al 95% sulle prime, mentre sulle seconde – secondo Zelenskij – si sarebbe al 100%, solo al 95% secondo Trump. Segno che qualche problema c’è ancora, e presentarsi poi al tavolo con Putin con questa incertezza non sarebbe “produttivo”.

Sui territori i contorni della questione sono abbastanza chiari, grazie alla situazione sul campo di battaglia. Kiev rinuncia a pretendere la restituzione del Donbass e degli altri territori occupati (“liberati”, secondo la dizione russa), ma è riluttante a cedere le residue parti che ancora controlla (meno del 30% degli oblast di Donetsk, Kherson e Zhaporizha).

Sul punto Trump è stato quasi ironico: “Alcune di quelle terre sono forse in gioco, ma potrebbero essere prese nei prossimi mesi. E faresti meglio a fare un accordo ora”. Le notizie dal fronte non sono affatto buone per Kiev, e in diversi punti ci si attende un tracollo nelle prossime settimane... 

Più vaga ancora la questione delle “garanzie di sicurezza”, che coinvolgerebbero anche gli europei – peraltro ascoltati solo per telefono – che hanno fin qui rappresentato un freno pericoloso per tutta la trattativa.

Zelenskij insiste ancora nel chiedere che l’accordo finale sia sottoposto a referendum popolare. Il che appare “giusto” dal punto di vista astratto, ma complicato da quello pratico. Anche perché per svolgerlo Kiev chiederebbe 60 giorni di tregua nei combattimenti, ma i “volenterosi” europei (Francia, Germania, Gran Bretagna e Polonia) non fanno mistero di voler sfruttare qualsiasi pausa per mandare proprie truppe in Ucraina.

Una mossa del genere sarebbe un fatale allargamento del conflitto, non certo la sua soluzione.

Conoscendo i suoi polli, il tycoon aveva sentito Putin prima dell’incontro con l’ex attore ucraino. Su quello che si sono detti l’unica fonte disponibile è Yuri Ushakov, assistente per la politica estera di Putin. La telefonata è stata un’iniziativa di Trump ed è durata un’ora e 15 minuti, si è svolta “in tono amichevole” e sia Putin che Trump pensano che l’Ucraina “debba prendere una decisione sul Donbass senza indugi”.

In particolare Ushakov ha insistito sul comune giudizio dei due presidenti secondo i quali una tregua temporanea per tenere il referendum “prolungherà solo il conflitto”

Tutto è ancora molto in aria, come si vede, ma se non altro sembra che Kiev stia pian piano facendo il necessario bagno di realtà. Sono stati abbandonati i toni bellicosi, le pretese impossibili (la “vittoria” e il recupero di tutti i territori persi, peraltro abitati da russi fin dalla notte dei tempi), le smargiassate varie. Il mantra più battuto resta “Putin non vuole la pace” ogni volta che un’ondata di droni e missili riduce ancor più la capacità energetica del suo Paese, mentre si lanciano grida di giubilo quando si ottiene un pur piccolo successo.

Di sicuro sono molto più avventurosi Merz, Macron, Starmer e Tusk, che preparano tra loro un vertice dopo l’altro come se fossero loro a decidere quando e come si dovrà fare eventualmente la pace e quanto la Russia dovrà “pagare” per la ricostruzione. “Leaderini” senza altro peso che passate “glorie” coloniali e responsabilità – come paesi – di aver portato due volte l’Europa ad innescare una guerra mondiale. Ma così poco intelligenti da seguire una strada che può portare solo alla Terza. E ultima, probabilmente... 

Malgrado loro, Zelensky e Trump hanno chiuso la conferenza stampa dicendo che altre negoziazioni si terranno a gennaio a Washington tra gli Stati Uniti e l’Ucraina per finalizzare i dettagli. Potrebbero esserci altri invitati, ma non certo per dettare altre condizioni.

Fermare questo contorto cammino ha del resto un solo esito possibile. Non proprio auspicabile...

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27/12/2025

Prove di accordo sull’Ucraina, “europei” fuori dalla porta

Capodanno col botto o come al solito? Sulla possibilità di metter fine alla guerra in Ucraina si è alzata una brezza ottimistica davvero stramba, che assume connotazioni molto differenti a seconda della collocazione di protagonisti e comprimari.

Partiamo da chi conta. Trump ha convocato Zelenskij, stavolta direttamente a casa sua, in quel di Mar-a-lago, in Florida. Lo stesso presidente ucraino ha dato il la alle ipotesi più speranzose, parlando del piano in 20 punti su cui stanno lavorando i rappresentanti degli Stati Uniti e dell’Ucraina come «pronto al 90%». «Il nostro compito è garantire che tutto sia pronto al 100%. Non è facile e nessuno dice che sarà pronto al 100% subito. Ma nonostante ciò, dobbiamo avvicinarci al risultato desiderato con ogni incontro, ogni colloquio», ha affermato.

I due nodi ufficialmente ancora da districare sarebbero il destino delle parti di Donbass ancora non riconquistate da Mosca e la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Tutto il resto, a cominciare dai territori perduti, non ci sarebbe più un contenzioso plausibile… Ma non è proprio così, come stiamo per vedere.

Sui territori del Donbass il governo di Kiev vorrebbe partire dall’attuale linea del fronte per disegnare una zona smilitarizzata in parti uguali sui due lati, mentre Mosca ufficialmente pretende di arrivare al confine dell’oblast di Donetsk.

Sulla gestione della centrale nucleare – fisicamente nelle mani dei russi da quattro anni – Trump vede un menage a trois con Ucraina, Usa e Russia, mentre Zelenskij sogna ancora di escludere Mosca, la quale ovviamente non ne vuole neanche sentir parlare, ammettendo al massimo una compartecipazione statunitense.

Sulle “garanzie di sicurezza” invece la nebbia è fitta, anche perché la junta ucraina parla di solito soltanto di quelle che pretende da Mosca ma non di quelle che la Russia vuole dall’Occidente. La questione è sempre quella dell’ingresso, oppure no, di Kiev nella Nato, che si porta dietro quella della presenza o meno di truppe Nato sul territorio ucraino, a diretto contatto con quelle russe.

È sempre da ricordare che questo è stato il principale motivo della guerra, per Mosca. E qualunque soluzione che permetta alla Nato di ammassare truppe e basi da quelle parti non può trovare nessuna approvazione dal Cremlino.

Il quale però – evidentemente in possesso delle bozze “vere” del piano statunitense – sembra a sua volta cautamente ottimista. La portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, lo ha detto in modo estremamente chiaro: “Siamo pronti a firmare un patto di non aggressione [con la Nato e l’Ucraina, ndr]. Nero su bianco, giuridicamente vincolante“. Niente più giochetti come per Misnk 1 e 2, stipulati dall’Occidente solo per avere il tempo di riarmare i neonazisti in fregola per la guerra, che hanno continuato per otto anni ad attaccare le due repubbliche autonomiste del Donetsk e di Lugansk.

Messa così sembrerebbe quasi fatta. Al 90%, diciamo...

E invece chi non conta prova ancora a mettere ostacoli seri su un percorso comunque non facile.

Sentite come se ne è uscito ieri Manfred Weber, capogruppo tedesco del Partito Popolare Europeo a Strasburgo: «Vorrei vedere soldati con la bandiera europea sulle uniformi, lavorare a fianco dei nostri amici ucraini per garantire la pace». Ossia soldati tedeschi, francesi, placchi, ecc, direttamente al fronte. «Dopo un cessate il fuoco o un accordo di pace, la bandiera europea deve sventolare lungo la linea di sicurezza».

Siamo sicuri che Weber non ignora il fatto, piuttosto semplice, che “l’Europa” ha agito fin qui come parte in causa nella guerra e quindi non può pretendere nessun ruolo “fintamente neutrale”. Ossia la condizione minima per selezionare – eventualmente – quali paesi potranno mandare soldati a garantire la pace interponendosi tra i contendenti.

È quello che fa l’Onu, insomma, quando forma i contingenti Unifil. Pretendere invece di mandare “alleati” significa voler riprendere la guerra appena possibile (dopo aver ricostruito strade, ferrovie e un po’ di esercito ucraino, ormai agli sgoccioli.

Persino il rozzo fascistone che guida l’Ungheria, Viktor Orbàn, sembra quasi un essere ragionevole quando commenta questa “esternazione” tedesca: «Die Zeit ha pubblicato un’intervista in cui Manfred Weber dichiara apertamente che vorrebbe vedere i soldati tedeschi in Ucraina sotto una bandiera Ue. […] In realtà, questa non è pace, è una chiara escalation verso la guerra».

Coerentemente, la sedicente “coalizione dei volenterosi” prosegue nell’organizzazione di altri vertici “per l’Ucraina”, già in gennaio, con Macron tuttora impegnatissimo nel mediare il “dispiegamento di un contingente multinazionale deterrente” in Ucraina.

La pace ha molti nemici, a quanto pare. Deve essere per questo che “i volenterosi” restano esclusi dalle trattative vere e proprie.

«Sarò in contatto costante con loro, vorremmo [noi ucraini, ndr] che gli europei fossero presenti», ha detto Zelenskij ammettendo che Trump non li vuole in presenza. «Come minimo, ci collegheremo online e i nostri partner saranno in contatto». Così forse prenderanno atto di quanto sono inutili… Anzi. Dannosi.

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24/12/2025

“Il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile”

Riceviamo e pubblichiamo chiedendo massima diffusione questo comunicato del Prof. Angelo d’Orsi sui fatti intercorsi durante la Conferenza all’Università Federico II di Napoli nella giornata di lunedì 22 dicembre 2025.

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Comunicato di Angelo D’Orsi (23 dicembre 2025)

Ieri 22 dicembre, all’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara”, si è svolta la mia prevista conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, quella che era stata boicottata per due volte, in parte ricuperata a Roma all’Istituto di Cultura e Lingua Russa sabato 20, che aveva comunque un titolo diverso.

Oltre a me, era invitato Alessandro Di Battista, che ha parlato per primo, con un intervento breve e appassionato. A me toccava disegnare il quadro storico dei due opposti concetti (filia e fobia, in relazione al mondo russo).

Alla fine chi coordinava (il presidente della Sezione ANPI, Franco Specchio) ha dato la parola al pubblico. Si alza in piedi urlando a squarciagola un giovane, mentre si toglie la camicia ostentando una maglietta inneggiante all’Ucraina.

Contemporaneamente il medesimo gesto compiono un manipolo di suoi sodali che occupavano due file di sedie (mentre molte decine di persone erano in piedi, o sdraiate sul pavimento), e si sparpagliano per l’aula cercando di infilare nei vestiti dei presenti una spilletta con coccarda ucraina. Ovviamente il pubblico (quello venuto per ascoltare ed eventualmente interloquire) non l’ha presa bene.

Segue parapiglia, il giovane energumeno che aveva dato inizio alle ostilità si precipita verso la cattedra e vi sale sopra cercando di strapparmi il microfono dalle mani, fino a romperlo, mentre i suoi amici si avventano verso di me e il presidente Specchio, cercando ripetutamente di infilare le loro spillette nelle nostre camicie, un gesto violento e arrogante che noi respingiamo.

Il clima si surriscalda e un paio di amici cercano di farmi uscire, ma veniamo inseguiti da colui che appare manifestamente il capo della banda, che correndomi dietro, cerca di provocarmi con domande alla Calenda o alla Picierno (cosa ci faceva in Russia?! Et similia...). Non aspetta risposte, manifestamente, perché se le dà da solo accusandomi di essere “complice” di non so quali nefandezze.

L’inseguimento dura un paio di minuti, finché i simpatici ragazzi vengono fermati da un improvvisato servizio d’ordine, il che mi consente, guidato da un paio di amici, di guadagnare attraverso un percorso alternativo un’uscita secondaria, perché gli ammiratori di Zelensky (mi si riferisce) mi aspettano all’ingresso principale della Federico II.

Aggiungo che l’impianto microfonico, che era stato opportunamente testato qualche ora prima, stranamente non funzionava e dopo infruttuosi tentativi, si è dovuto provvedere a un nuovo microfono e a un altoparlante alternativo.

Grazie a tutto lo scompiglio, il sottoscritto non è riuscito a raggiungere in tempo utile la stazione di Piazza Garibaldi dove avrebbe dovuto salire su un treno per Roma, ed è stato costretto a fare un altro biglietto per un diverso treno.

È il caso di ricordare che negli scorsi giorni Carlo Calenda aveva lanciato una ridicola petizione contro la conferenza, di concerto con una aspirante assegnista dell’ateneo napoletano, con il medesimo obiettivo. E il giorno prima a Napoli l’onorevole Pina Picierno si è esibita mentre accendeva il candelabro ebraico, e alla piccola festicciola sembra fossero presenti alcuni degli stessi giovani energumeni che hanno interrotto con violenza il dibattito.

A distanza di pochi minuti essi hanno inviato un comunicato ripreso dall’ANSA nel quale ribaltano i ruoli, spacciandosi per vittime. I firmatari sono i soliti, ben noti provocatori della politica nazionale: Azione, Europa, Radicali, e altra cianfrusaglia.

Mentre uscivo inseguito e accusato di “rifiutare il confronto”, la mia risposta è stata semplicemente: “Non parlo con i fascisti”. Già, perché a Napoli abbiamo subito un agguato organizzato, che nulla ha a che fare con il “dialogo”, con il rispetto di un luogo “sacro” come l’Università, e con quello che si deve, o si dovrebbe, a chi ha passato la vita a studiare, insegnare, pubblicare, e che si cerca di intimidire con azioni squadriste.

Conclusione: il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile. E io mi sento costretto ad annunciare che ANNULLO TUTTE LE CONFERENZE PROGRAMMATE e NON NE ACCETTO ALTRE, se gli organizzatori non sono in grado di:
a) assicurare spazi capienti a sufficienza con posti a sedere sulla base di una ragionevole previsione delle presenze;
b) adeguati impianti di amplificazione, verificati prima di ogni conferenza;
c) servizio d’ordine interno;
d) informativa alla Digos e alle forze dell’ordine, per evitare di esporre i relatori, nella fattispecie il sottoscritto, alla mercè di ucronazi locali e dei loro supporters.

Prego perciò tutti coloro che mi abbiano rivolto inviti, o intendano farlo, di inviare (alla mail ormai nota) una comunicazione precisa in relazione ai quattro punti sopraelencati. Altrimenti considero appunto annullati tutti gli impegni. GRAZIE.

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