Se non tutti l’hanno visto, una delle ultime di Trump è una sua foto realizzata con IA, una specie di santino postato su Truth in cui lui, ieratico ed emanante luce, vestito da nuovo Messia (a suo dire un medico!) è un guaritore che pone la mano su un malato, e dietro una bandiera a stelle e strisce, adoranti di pelle bianca e aerei.
Dopo essersi fatto raffigurare da re, ora da Dio, sembra ormai non poter aspirare a una dimensione superiore del proprio ego. Al di là dell’ironia o dell’oscenità, blasfemia o quant’altro, sembra essere stata una sorta di risposta più assertiva dell’attacco solo verbale contro il Papa, quale forma di scarico d’ira e soprattutto di depistaggio dopo il fallimento delle trattative in Pakistan con l’Iran.
Nel libro di Marc Bloch I re taumaturghi, pubblicato nel 1924, si informa su una “gigantesca notizia falsa” dei re cristiani di Francia e Inghilterra, che, sin dall’anno mille fino a tutto il 1830, contribuirono a segnare il confine tra la credulità medievale popolare e la ragione illuminista che ha provveduto a dissolverla.
E a siffatta credulità questo Cristo a stelle e strisce, quale ripetizione storica farsesca, dovrebbe o vorrebbe ricondurre gli americani, almeno i Maga che ormai bruciano i cappellini rossi in chiave di dissenso dalla sua politica, avendo anche lui col tocco della mano la capacità soprannaturale di guarire la “scrofolosi” o adenite tubercolare, detto una volta “mal reale”, “the King’s evil”.
Storicamente, per chi non lo ricorda, dopo l’introduzione nel rito della preghiera al momento del tocco, veniva fissata una formula “Il re ti tocca. Dio ti guarisce”, secondo cui il sovrano diventava solo uno strumento della potenza divina.
Con Trump siamo decisamente oltre, nella sua immagine d’onnipotenza in prima persona, costretta a ripescare le più retrive falsificazioni dalla storia, da cui prelevare la sua continua ascesa verso sconfitte ripetute, instancabilmente gabellate per strabilianti vittorie.
Rammentiamo però un altro episodio ancora, prima di procedere alla ricerca del senso di tutto ciò, in cui a gennaio di quest’anno il Papa si permise di affermare che “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati” e che “un fervore bellico sta dilagando”. Convocato al Pentagono il nunzio apostolico negli Usa pochi giorni dopo, quest’ultimo fu avvisato del fatto per cui siccome le forze militari statunitensi erano in grado di fare qualunque cosa, “la Chiesa avrebbe fatto bene a schierarsi dalla loro parte”.
Inoltre, un funzionario trumpiano alluse pure alla “cattività avignonese” del papato, quella avvenuta tra il 1309 e 1377 in seguito al conflitto di allora tra Filippo il Bello di Francia e Bonifacio VIII, si immagina facilmente con quale intento.
Il vero motivo dello scontro attuale non è certo da ricercare nella cultura religiosa o nelle indipendenti parole di Leone XIV, ma nelle loro probabili conseguenze: molti cattolici in divisa americani, per giunta Maga, potrebbero rifiutarsi di sparare in guerra per questioni di ordine morale su ordini illegali, avendone la piena legittimazione.
Riassicurarsi poi del controllo di questa maggioranza di voti cattolici credibilmente dirottabili dalle direttive del trono di Pietro, val bene ogni intimidazione e accuse pesanti a quello considerato solo un capo di stato vaticano.
A febbraio papa Prevost ha rifiutato l’invito negli Usa per il 4 luglio, giorno in cui si recherà invece a Lampedusa, convintamente ripercorrendo il primo viaggio di papa Bergoglio nel 2013, in cui denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza” di fronte ai mancati salvataggi in mare dei migranti annegati.
E l’attacco della polizia agli stranieri che si rifugiano nelle chiese americane unisce così le due sponde dell’oceano, sulla protezione e denuncia esplicita da parte religiosa dell’emarginazione della povertà di etnie diverse solo da “remigrare”.
La diffida, in ultimo, da parte di Prevost, a usare Dio per giustificare la guerra, e l’invocare la pace contro “l’occupazione imperialistica del mondo”, chiudono al momento questo scontro imprevisto da Trump, che ha creduto di aver fatto votare il papa americano per agganciarlo al suo carro di trionfo.
Quale l’importanza allora di questo contrasto? Gli Usa stanno mostrando al mondo il fallimento a tappe della protervia nello scatenare guerre rincorrendo poi obiettivi variabili per giustificarle.
Gli insuccessi diplomatici, deliberati o meno, rinviano all’unica soluzione militare di cui sono sicuri di detenere la supremazia. Regime change, impedimento dell’arricchimento dell’uranio, riapertura dello stretto di Hormuz, ora blocco navale alle navi che vi transitano, fallito endorsement di Vance a Orban, condotto per impedire la sconfitta più che prevedibile del governo ungherese che aiutava all’affossamento dell’Europa, sembrano tutti obiettivi mancati.
Il governo iraniano ne risulta rafforzato, il diritto all’uranio per motivi civili per ora è ribadito dagli iraniani, Hormuz era aperto e ora chiuso, anche per parte americana, o con pedaggio dopo l’intervento bellico, intanto passano comunque navi non solo cinesi, Orban eliminato.
Il Vangelo che predica la pace e la fratellanza è sempre più pericolosamente credibile, misurato in voti di Midterm, metà mandato a novembre della presidenza Usa.
L’identità religiosa, si è riscoperto ultimamente, determina comportamenti di obbedienza basati, non più sulla paura ma sulla fede, che però va guidata verso il predominio di leggi che non devono creare giustizia, ma esclusivamente tutela dei propri interessi a preservare la supremazia dei potenti sui deboli.
Una volta scalzata l’identità di classe che potrebbe chiarire materialmente proprio quest’antagonismo reale e irriducibile, l’identità religiosa, che per i più riguarda un’appartenenza trasversale basata su ideologie e narrazioni funzionali agli scopi dei poteri, offre la possibilità di sfuggire alla necessità degli eventi, direzionando a piacimento il consenso sociale su cui sempre il dominio, soprattutto quello dispotico, deve basarsi.
Ad alimentare il declino della credibilità americana si è aggiunta ultimamente una proposta di pace cinese in seguito anche all’invito dello spagnolo Pedro Sanchez, rilevante per il rafforzamento del sistema multilaterale e per la differenziazione del sistema valutario, come si è detto in altri momenti, oltre alla possibile fine dei conflitti in corso.
Questa proposta consta di 4 punti espressi in termini di rispetto. Da intendersi probabilmente questa parola ripetuta 4 volte anche come minaccia ineludibile alla sua possibile sottovalutazione: rispetto della coesistenza pacifica, rispetto della sovranità nazionale, rispetto del diritto internazionale, rispetto del coordinamento tra sviluppo e sicurezza.
La distanza misurabile in parole tra Cina e Usa riflette i valori e la conduzione imperialistica antitetica delle due potenze mondiali, e quindi un possibile boomerang dell’aggressione iraniana da parte americana che potrebbe verificarsi all’intensificazione prolungata della produzione bellica, la cui indispensabile fornitura di terre rare rafforzerebbe poi la pacifica posizione cinese che ne dispone e gliela vende.
Inoltre, i cinesi si sono posti allo studio dell’uso dell’IA in ambito militare, per la prima volta con impiego massiccio da parte israelo-statunitense, ponendosi il problema di come mantenere il processo decisionale delle operazioni all’essere umano, entro una competizione tecnologica relativamente al sottosuolo e allo spazio, come mostrato nella guerra-laboratorio fin qui condotta dagli aggressori, basata sull’uso di software come Maven e Claude prodotti da Palantir di Peter Thiel e Anthropic degli Amodei con Kaplan, Clark e altri.
La Cina può resistere alla crisi energetica avendo differenziato le risorse di approvvigionamento e accumulato le proprie riserve con oltre 1 miliardo di barili di petrolio, equivalenti a 140 giorni di importazione di questa risorsa, oltre ad un piano quinquennale ‘26-’30 per investimenti nell’elettrificazione automobilistica e nelle energie rinnovabili.
È ormai la prima potenza mondiale in crescita e riceverà alla metà di maggio il presidente americano, se questi non rinvierà ulteriormente l’incontro.
La sua posizione di maggior forza di resistenza rispetto agli incerti bellici, evidenzia ancor più la decadenza americana visibile anche dall’inedito scontro di Trump col papa cattolico, forse favorito anche dall’indebita semplificazione della stessa appartenenza nazionale dei due. Evidente lo scarto culturale tra chi affida alla lettura biblica la certezza di profezie che favoriranno i propri progetti egemonici, e chi invece vi indaga le parole che condurranno alla ricerca del divino in ambito spirituale.
Il sionismo cristiano americano in guerra permanente cerca di mantenere sotto controllo i propri seguaci anche nella frammentazione di micro-identità della loro subcultura, arrivando a ritenere che Trump sia stato unto da Gesù, che l’esercito ritenga di combattere una prima fase dell’Armageddon, col ritorno di Cristo, e che conseguentemente sarà la fine del mondo, secondo anche le inclinazioni evangeliche.
Forse in Europa una razionalità emersa dall’illuminismo impedisce di considerare come reali le forze oscure di tipo religioso fondamentalista su cui altrove si basano scelte economiche, politiche, militari, strategiche, da cui non ne è esente neppure Pete Hegseth, Segretario della ex difesa, ora della guerra Usa, apparentemente distante dall’islamico Khamenei ex guida suprema dell’Iran.
In tal senso ci sentiamo più vicini alla Cina di Xi, senza bisogno di depistare alcunché, e impegnata invece in un secondo round di colloqui di pace da tenersi forse ancora a Islamabad, in Pakistan, entro la data del cessate-il-fuoco del 21 aprile, se anche questa non sarà rinviata.
Un timore da parte dell’Arabia Saudita della possibile chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb per conto yemenita, dietro richiesta iraniana, ha spinto al ritorno ai negoziati Washington per revocare il doppione americano del blocco di Hormuz.
Al tentativo Usa di inviare poi altre navi da guerra a protezione delle rotte marittime, il governo cinese ha negato questa possibilità nel continuo impegno al non uso della forza nelle crisi internazionali, come per una non riapertura forzata dello stretto, il cui pedaggio ai pasdaran sarà pagato in stablecoin o in yuan cinesi, come realtà della de-dollarizzazione in atto.
Restiamo in attesa della riduzione o fine degli attacchi israeliani in Libano, come richiesto anche da Trump, resosi conto finalmente della sua prossima rovina proprio per mano del biblico alleato.
La tregua per gli iraniani comprendeva anche il Libano, in cui per Trump si sono invece svolte “schermaglie separate” con più di 200 morti e 1000 feriti, cifre ormai per difetto, ma funzionali alla strategia israeliana di indebolire o eliminare Hezbollah in Libano e poi ritornare sull’Iran da una posizione di forza, nel proseguimento della guerra infinita.
Le conseguenze internazionali di questo conflitto sono al momento imprevedibili. I costi per ora sostenuti da Usa e alleati ammontano tra i 25 e i 35 mld $ e aumenteranno per ogni giorno di guerra. Compagnie petrolifere e sodali trumpiani ringraziano.
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