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29/04/2026

Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica

Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.

Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).

E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.

Il sistema Opec

Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”. Formulazione elastica che più volte ha creato dissidi e contrasti interni, quando qualche paese membro improvvisamente alzava unilateralmente la dimensione delle riserve – senza che fosse stato scoperto alcun nuovo giacimento (cosa peraltro difficile, se non impossibile, nell’aerea più setacciata del Pianeta) – allo scopo di poter aumentare la produzione e quindi gli introiti.

La regola, voluta e difesa in genere dall’Arabia Saudita, aveva ed ha lo scopo di mantenere sotto controllo il prezzo del greggio, evitandone il crollo per eccesso di produzione, nella consapevolezza che si tratta di una risorsa naturale non riproducibile, quindi destinata ad esaurirsi in tempi non troppo lunghi.

C’è da dire che tutti i paesi Opec hanno sempre operato vicino al limite fisico della propria capacità produttiva e ben pochi avevano o hanno un margine per aumentarla in tempi brevi. Tra questi soprattutto l’Arabia Saudita e a seguire gli Emirati.

Il mercato del greggio è di fatto piuttosto “rigido” per ragioni fisiche. Aumentare la produzione significa aprire nuovi pozzi estrattivi, per giacimenti vergini o già sfruttati. Il che richiede investimenti e tempi di installazione dipendenti dal grado di difficoltà presentato da ogni singolo giacimento (c’è differenza tra estrarre a livello della superficie terrestre oppure in fondo al mare, sotto la sabbia o sotto strati rocciosi, ecc.). Più semplice ridurre la produzione – fermando alcuni pozzi – quando il prezzo scende troppo.

La mossa degli Emirati

Già da anni Abu Dhabi dava segni di voler uscire da questo sistema di regole ed aumentare la propria quota produttiva. Avendo 1,9 milioni di barili al giorno come spare capacity – pozzi già installati, ma tenuti fermi – il salto dimensionale era possibile in qualsiasi momento.

La guerra Usa-Israele contro l’Iran, e la conseguente “internazionalizzazione” del conflitto a tutti i paesi che nel Golfo ospitano basi Usa (Emirati e sauditi in testa), ha tramutato il desiderio in decisione. A metà tra geopolitica e macroeconomia.

Gli Emirati erano stati i più duri nel chiedere agli altri paesi arabi di prender parte alla guerra contro Teheran, ricevendo cortesi “no, grazie” per l’evidente incapacità statunitense di fornire la promessa “protezione” militare.

Non è un mistero che questi paesi sono, sì, ricchissimi, ma scarsamente dotati di popolazione autoctona, tanto da affidare in genere tutte le mansioni lavorative di medio-basso livello a immigrati temporanei da India, Bangladesh, Sri Lanka, ecc., trattandoli peraltro come schiavi.

In altri termini, hanno armi, ma non un esercito, perché con quel Pil pro-capite è difficile convincere i propri sudditi (sono tutte monarchie, mica “democrazie”) ad andare in guerra. Al massimo possono fare i piloti dei cacciabombardieri, ma – come si è visto nella lunga e perduta guerra contro gli Houthi dello Yemen – questo non basta a vincere.

La ragione della scelta di lasciare l’Opec sembra però soprattutto economica. Tutti i paesi del Golfo, notoriamente, hanno lavorato per diversificare la composizione del proprio prodotto interno lordo sviluppando altri settori, proprio in previsione del progressivo esaurimento del greggio. E gli Emirati erano andati molto avanti su questa strada. Nel 2025, circa il 77,3% del PIL proveniva da settori non petroliferi.

La guerra all’Iran ha rotto questo processo, distruggendo in pochi giorni l’appeal turistico-immobiliare dell’area, diventata una Las Vegas esotica per affaristi “perbene” e soprattutto “permale” (evasori fiscali, riciclatori, bancarottieri, ecc.). Che ora sono tutti in fuga, capitali compresi, ovviamente.

Dunque tornare a pompare greggio come se non ci fosse un domani diventa un’esigenza primaria per mantenere flussi di cassa almeno paragonabili a quelli scritti nei piani di sviluppo.

Tirare su più petrolio, però, è in questo momento più facile che non caricarlo sulle navi per l’esportazione. Il blocco dello Stretto di Hormuz, inaugurato da Teheran e poi implementato dal controblocco statunitense, rende problematico il trasporto e pressoché inutile l’aumento della produzione, che anzi diventa un problema per i siti di stoccaggio dimensionati sulle esigenze ben minori dei tempi di pace.

E al momento non si vede luce. Trump, ancora nella notte, ha minacciato “un blocco prolungato”. Diretto contro le navi che commerciano con l’Iran, ovviamente. Il Wall Street Journal ha riferito che il presidente “ha incaricato i suoi consiglieri di prepararsi a un blocco a lungo termine dell’Iran... Durante recenti incontri, comprese le discussioni nella Situation Room, Trump ha deciso di continuare a esercitare pressione sull’economia iraniana e sulle esportazioni di petrolio impedendo alle navi di entrare o uscire dai porti iraniani”.

Il quotidiano, citando fonti ufficiali, ha indicato che Trump riteneva altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – più pericolose del mantenimento del blocco.

Ma è impensabile che Teheran stia con le mani in mano lasciando passare il greggio della concorrenza. Specie di quella che ormai non è neanche più nell’Opec...

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