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16/04/2026

Venti di guerra sull’economia mondiale: l’FMI taglia le stime, l’Italia frena allo 0,5%

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) riscrive la rotta della crescita, a causa degli effetti disastrosi dell’aggressione statunitense e israeliana all’Iran. Nell’ultimo World Economic Outlook, l’istituto con sede a Washington ha rivisto al ribasso le prospettive economiche per il biennio 2026-2027, avvertendo che l’instabilità geopolitica rischia di innescare la “più grande crisi energetica dei tempi moderni”.

Secondo le nuove proiezioni, la crescita mondiale per il 2026 si attesterà al 3,1%, con un taglio di 0,3 punti percentuali rispetto alle stime di gennaio. Ma il quadro accennato si poggia su un’ipotesi di riferimento che prevede una guerra di durata e intensità limitate, con perturbazioni in attenuazione entro metà 2026.

Tuttavia, il FMI ha elaborato scenari molto più cupi. Con un conflitto prolungato e un aumento dei prezzi dell’energia più persistente, la crescita calerebbe al 2,5%. Se i danni alle infrastrutture energetiche dovessero estendersi ulteriormente e la chiusura dello Stretto di Hormuz perdurare, il PIL mondiale potrebbe salire solo del 2% nell’anno in corsa, una soglia che rasenta la recessione globale.

Gli scenari sull’inflazione sono altrettanto critici. Nel primo caso si prevede raggiungerà il 4,4%, nel secondo caso il 5,4%, nel caso peggiore toccherà il 6%. Il timore principale riguarda le materie prime, per le quali si ipotizza un aumento medio del 19% nel 2026, e sono stati in tanti a paragonare questo shock a quello del 1973-'74, con i rischi annessi di stagflazione.

Il capo-economista del Fondo, Pierre-Olivier Gourinchas, ha parlato di un promettente slancio economico che “la guerra in Medio Oriente ha arrestato”. Ha però accennato al fatto che, rispetto a mezzo secolo fa, l’economia odierna è meno dipendente dal petrolio grazie alle rinnovabili e le Banche Centrali oggi sono molto più focalizzate sul controllo dell’inflazione rispetto al passato.

Questa non è però necessariamente una bella notizia, per chi, sull’altare del riarmo, ha sacrificato l’appena abbozzata transizione ecologica e ha invece puntato tutto su diversificazione dell’approvvigionamento di gas, mostrando poca lungimiranza rispetto all’inasprirsi degli scenari di tensione internazionale. E non è necessariamente una bella notizia se si pensa agli effetti devastanti che ha avuto sugli interessi su molti mutui la stretta monetaria che, ad esempio, la BCE ha deciso negli scorsi anni per far fronte all’inflazione.

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese risente pesantemente dell’incertezza. Il FMI ha tagliato le stime di crescita del Belpaese, portandole a un modesto +0,5% sia per il 2026 che per il 2027. Si tratta di una riduzione dello 0,2% annuo rispetto alle previsioni precedenti, un dato che colloca l’Italia ben al di sotto della media dell’Eurozona (prevista al +1,1% nel 2026).

Anche i partner europei segnano il passo, seppur con numeri leggermente migliori: per la Germania è previsto un +0,8% nel 2026 e un +1,2% nel 2027; per la Francia +0,9% per entrambi gli anni; la Spagna segna un +2,1% nel 2026, confermandosi la più resiliente tra le grandi economie UE; la Gran Bretagna scivola al +0,8% nel 2026.

Le conseguenze più drammatiche si registrano nelle aree direttamente coinvolte dall’aggressione. In Iran il PIL per il 2026 è stato tagliato del 7,2%, precipitando a un drammatico -6,1%, con un’inflazione vicina al 69%. In controtendenza rispetto al rallentamento generale, l’FMI ha invece migliorato le stime per Russia e India, che continuano a mostrare una dinamica di crescita superiore alle attese.

C’è, infine, un elemento interessante, da sottolineare. Il Fondo avverte i governi sui rischi legati all’aumento della spesa per la difesa. Se da un lato queste sono viste come uno stimolo significativo nel brevissimo termine, approfittando delle tendenze alla guerra suscitate dalla crisi strutturale del capitale, dall’altro possono “generare pressioni inflazionistiche, indebolire la sostenibilità fiscale ed esterna e rischiare di soffocare la spesa sociale”.

In sostanza, l’impegno sul riarmo e sulla transizione verso un’economia di guerra, è utile per ridare una boccata d’aria temporanea agli indicatori macroeconomici, e ovviamente creare gli strumenti fondamentali di un imperialismo sempre più esplicitamente predatorio. Ma sul medio e lungo periodo andrà a peggiorare nettamente le condizioni della maggioranza della popolazione.

Sul piano politico, avverte il FMI, ciò si tradurrà in un incremento del malcontento popolare. Un’indicazione anche per chi vuole costruire un’alternativa a questo modello, avviato sulla strada del baratro guerrafondaio.

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