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18/04/2026

Ipotesi riconversione bellica dell’automotive anche negli USA

Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, il Pentagono ha avviato colloqui preliminari con i giganti dell’automotive per riconvertire parte della produzione nazionale verso armamenti, missili e munizioni. Il motivo è chiaro: la pressione sugli arsenali esercitata dalla fallita aggressione all’Iran ha dimostrato che gli USA, gettati su questo percorso predatorio, hanno bisogno di espandere ulteriormente il proprio complesso militare-industriale.

Già di per sé, come è risaputo, l’economia stelle-e-strisce si regge sul keynesismo militare, ma la scelta strategica di abbandonare ogni forma di soft power per far valere i muscoli ha reso necessario fare i conti con le debolezze dell’industria bellica che, fino a oggi, appariva come una macchina inarrestabile.

Per farlo, il Dipartimento della Guerra, guidato dal segretario Pete Hegseth, ha messo al tavolo i pesi massimi del settore manifatturiero. Tra i dirigenti contattati figurano: Mary Barra, CEO di General Motors; Jim Farley, amministratore delegato di Ford Motor; i vertici di GE Aerospace e Oshkosh Corporation.

L’amministrazione ha chiesto esplicitamente a queste aziende di valutare la rapidità con cui potrebbero riconvertire le linee produttive civili per fabbricare sistemi anti-drone, missili e munizioni. Si tratta di una necessità produttiva che si lega a ragioni strategiche: il Pentagono vuole ridurre la dipendenza da una ristretta cerchia di appaltatori della difesa tradizionali, ormai saturi.

Per descrivere questa novità, Hegseth ha usato il termine “wartime footing”, un passo da tempo di guerra, ovvero assumere uno strutturale assetto da economia militarizzata. Per raggiungere questo traguarda di certo non invidiabile, la Casa Bianca vuole mettere in campo cifre mostruose, anche per gli Stati Uniti.

Per la proposta di bilancio 2027 del Dipartimento della Guerra si è parlato di 1.500 miliardi di dollari: si tratterebbe del bilancio più ricco della storia degli USA, che ha da poco superato l’asticella dei 900 miliardi. Ben il 23% di questa spesa (350 miliardi) sarebbe destinato esclusivamente all’espansione della base industriale.

Per raggiungere questo obiettivo, si vuole mobilitare anche il mondo civile, appunto. Oltre alla capacità tecnica, i colloqui si starebbero concentrando anche sugli ostacoli burocratici. I dirigenti industriali avrebbero ricevuto il compito di individuare i vincoli normativi che rallentano la produzione, i punti deboli delle procedure di gara, e le rigidità contrattuali che limitano l’apporto del settore civile.

Molte delle aziende coinvolte sono già in prima linea negli sforzi militari: Oshkosh, pur fatturando 10,5 miliardi di dollari principalmente nel civile, hanno già avviato dialoghi a novembre per espandere la produzione di veicoli tattici. General Motors, dal canto suo, è in pole position per il contratto del nuovo veicolo che sostituirà l’iconico Humvee.

L’ondata di militarizzazione della vita e della produzione di tutti i giorni spira forte in tutto l’Occidente. Più volte abbiamo scritto di come lo stesso fenomeno sta interessando sempre più anche l’industria europea, che cerca nelle armi una boccata d’aria rispetto alla crisi. Ma si tratta di una soluzione che è in realtà una menzogna venduta all’opinione pubblica, per far accettare di essere parte di filiere di morte.

“L’industria automobilistica è circa dieci volte più grande dell’industria bellica”, ha osservato Klaus-Heiner Röhl, dell’Istituto di economia tedesca: le commesse militari non possono compensare il fallimento delle politiche industriali del Vecchio Continente. Ma in prospettiva, un imperialismo più armato viene visto come strumento fondamentale per reimporre spoliazione e sfruttamento su un Mondo che si sviluppa in senso multipolare.

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