Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2026

Italia - L’industria degli armamenti “pubblica” vede volare i profitti

Un sistema di guerra è sempre piuttosto articolato. Si dota di strutture e filiere che compenetrano la società creando aspettative di profitti che lo rendono decisamente “competitivo” rispetto ad altri settori dell’economia. Ci sono indubbiamente filiere come quella della Leonardo, ma ce ne sono anche altre che occorre cominciare a conoscere.

Non è molta nota, ma in Italia esiste l‘Agenzia Industrie Difesa (AID) che è un ente pubblico italiano in house sotto la vigilanza del Ministero della Difesa, con il ruolo di gestire le produzioni industriali necessarie per la difesa e la sicurezza nazionale.

L’Agenzia agisce come un asset strategico per la sicurezza e l’autonomia tecnologica del Paese. Le sue attività principali includono:
  • la gestione industriale che amministra e coordina un insieme di unità produttive (stabilimenti) per la realizzazione di materiali e sistemi per la difesa;
  • la cosiddetta attività di procurement che si occupa dell’approvvigionamento di beni e servizi nel settore militare, operando secondo le normative del settore;
  • infine c’è il rapporto con le Forze Armate dove collabora strettamente con il Ministero della Difesa con personale militare che può essere distaccato presso l’Agenzia per assicurare un coordinamento efficace.
Sul suo sito l’AID scrive che “Attraverso una duplice direttrice d’azione – l’adesione alle iniziative multilaterali di cooperazione e la pianificazione di un presidio stabile a Bruxelles – l’Agenzia consolida la capacità industriale e gestionale italiana nell’ambito dell’autonomia strategica dell’Unione Europea”.

Sono interessanti due passaggi della relazione presentata a fine agosto su come l’AID rafforzi “il ruolo strategico dell’Italia negli scenari internazionali”. 

Il primo è che negli ultimi tre anni, l’AID ha progressivamente rafforzato il proprio posizionamento come attore tecnico-operativo nelle iniziative dell’Unione europea. Il coinvolgimento diretto nella gestione dello Strumento Europeo per la Pace (European Peace Facility – EPF) e nei programmi di cooperazione esterna ha portato all’assegnazione di misure per un valore complessivo superiore a 170 milioni di euro.

Il secondo passaggio, invece, descrive “Tali risorse sono destinate a interventi complessi in teatri di fondamentale rilevanza geopolitica, quali il Corno d’Africa, i Balcani occidentali e il Mediterraneo allargato. Il dato testimonia non solo l’espansione operativa dell’Agenzia, ma riconosce la solidità amministrativa e l’affidabilità tecnica dell’Italia nella gestione di dossier ad alta criticità”.

Almeno due dei tre teatri di crisi indicati, hanno a che fare con il Mar Rosso.

Nel corso del 2025, il valore della produzione della AID ha raggiunto i 124 milioni di euro. L’utile netto si attesta a 12,939 milioni di euro, in pratica è più che raddoppiato rispetto ai 5,164 milioni dell’anno precedente e in netto recupero rispetto al rosso di 9,655 milioni registrato nel 2023.

I settori che hanno mostrato i risultati migliori sono il munizionamento, la cantieristica navale, i nuovi progetti tecnologici dedicati agli UAV (droni), alla digitalizzazione e il settore farmaceutico.

Gli Organi competenti della Difesa hanno approvato il piano d’investimento infrastrutturale per il triennio 2025-2027 che prevede uno stanziamento di 95,5 milioni di euro destinato all’incremento delle capacità industriali, all’adeguamento ambientale, alla sicurezza e all’ammodernamento delle infrastrutture.

Riarmo, armamenti e conflitti sono evidentemente una pacchia per tanti soggetti, privati e pubblici, per i quali il clima di guerra e la proliferazione delle guerre sono una ragione sociale di esistenza... e di profitto.

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20/09/2026

Santa Caterina delle armi

La Beretta è una fabbrica che esporta armi in tutto il mondo. Oggi i movimenti pacifisti giustamente pongono la necessità della riconversione civile dell’industria militare. Invece con il riarmo NATO e UE sta avvenendo esattamente il contrario, è l’industria di pace che viene riconvertita in strumento di guerra. Ovviamente la Beretta, multinazionale familiare sempre più potente a Brescia e in Italia, va a nozze con la politica guerrafondaia che dilaga. Così la Festa Patronale a Gardone diventa Festa di Stato.

Le Frecce tricolori percorrono l’azzurro della Valtrompia, mentre Giorgia Meloni scende dall’alto dei cieli e atterra in elicottero militare a Gardone per omaggiare la famiglia Beretta e dare testimonianza dell’imperialismo straccione che anima il governo.

È la festa di chi vuole innalzare al 5% del PIL la spesa per le armi, ed è festa grande per la famiglia Beretta. Il 5% non è più soltanto uno slogan: al vertice NATO dell’Aja del giugno 2025 i governi alleati hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 la spesa annuale per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL, con almeno il 3,5% destinato alle esigenze militari fondamentali e fino all’1,5% ad altre spese connesse a difesa e sicurezza.

Una vecchia canzone operaia – “Santa Caterina dei Pastai” – prendeva in giro una festa aziendale organizzata dal padrone di una fabbrichetta, festa poi pagata dagli stessi operai con una trattenuta sulla busta paga.

La Festa di Stato per la Beretta non la pagano direttamente gli operai dell’azienda, ma la paghiamo tutti noi. Perché i soldi in più per le armi sono soldi in meno per la sanità, la scuola e i servizi sociali. Perché se Beretta esporta più armi, vuol dire che ci sono più guerre nel Mondo.

E qui viene da chiedersi che cosa abbia fatto davvero, in questi quasi quattro anni, il governo guidato da Giorgia Meloni sul piano economico-sociale. L’ opposizione dei salotti televisivi racconta spesso una Meloni che non avrebbe fatto quasi nulla. Non è vero. Ha fatto un sacco di cose, e tutte in una determinata direzione, quella auspicata da gente come i Beretta.

Il 4 settembre 2026 il governo Meloni ha trionfalmente celebrato il primato di longevità di un esecutivo non solo della storia della Repubblica, ma anche dell’intera storia dell’Italia unita (dal 1861 ad oggi), ove si eccettui quello di Mussolini Duce degli Italiani, da lei considerato del resto uno dei più grandi statisti di tutti i tempi e quindi ineguagliabile.

E allora guardiamo alle battaglie che il governo ha combattuto. Il centrosinistra aveva presentato in Parlamento un disegno di legge per l’introduzione di un salario minimo legale di 9 euro lordi l’ora. Proposta, peraltro, molto cauta. Ma il governo ha immediatamente alzato le barricate e scelto una strada diversa, affidandosi alla “valorizzazione della contrattazione collettiva” e al principio della “retribuzione proporzionata e sufficiente”. Cioè – all’atto pratico – se CGILCISLUIL firmano un rinnovo contrattuale di categoria che preveda una retribuzione a 6 euro lordi l’ora, quello diventa il “salario giusto”.

Anche sui congedi parentali il confronto è istruttivo. Le proposte parlamentari dell’opposizione chiedevano un rafforzamento della tutela per entrambi i genitori a parità di retribuzione; il governo ha solo aumentato l’indennità per alcuni periodi di congedo, arrivando nel 2024 a due mesi indennizzati all’80% in determinate condizioni, mentre la misura in generale resta comunque regolata entro i limiti di prima.

E quanto alla sicurezza nei luoghi di lavoro la legge delega del 2023 ha previsto espressamente la “semplificazione, il coordinamento e la programmazione dei controlli sulle imprese”, cioè, tanto per dirne una, preavvisi con settimane di anticipo agli “imprenditori” prima delle ispezioni nelle aziende. Di introduzione del reato di omicidio sul posto di lavoro neanche a parlarne, ovviamente.

Tutto questo per tacere del reddito di cittadinanza abolito e della legge Fornero addirittura peggiorata. 

Poi c’è il grande capitolo del riarmo. Mentre si discuteva di salari, servizi e condizioni di lavoro, l’Italia partecipava alla scelta NATO di portare – come abbiamo detto – la spesa per la difesa fino al 5% del PIL entro il 2035.

A questo punto allora vale la pena guardare anche a chi ha contribuito economicamente alla crescita del partito della Presidente del Consiglio.

Nei soli anni 2022 e 2023  Fratelli d’Italia ha ricevuto complessivamente 8.207.582 euro di “erogazioni liberali” da persone fisiche e persone giuridiche (imprese e aziende): 4.225.614 euro nel 2022 e 3.981.968 euro nel 2023. Una cifra mostruosa.

Sono gli anni della conquista del potere da parte dei postfascisti e del consolidamento del governo Meloni. Il dato resta lì, nero su bianco: in due anni, oltre otto milioni di euro arrivati al partito da privati, imprese e aziende che attendevano evidentemente che Meloni facesse le cose che abbiamo descritto sopra. E Meloni le ha fatte tutte, comprese le strette repressive contro manifestazioni e proteste.

No, uno Stato che rispetti l’articolo 11 della Costituzione non dovrebbe spendere risorse pubbliche per festeggiare un’azienda di armi, per di più privata.

A Gardone invece hanno fatto Santa Caterina delle Armi.

E viene da pensare che, mentre i lavoratori invocano invano salari dignitosi, maggiori diritti e maggiore sicurezza, mentre la sanità e la scuola aspettano risorse, l’industria degli armamenti può contare su un’altra prospettiva: quella di un enorme aumento della spesa militare.

Allora, guardando ai milioni raccolti da Fratelli d’Italia negli anni decisivi 2022-2023 viene spontanea una domanda: se questo era ciò che i finanziatori si aspettavano dalla politica di Giorgia Meloni, quanto è costato e quanto ha reso il loro investimento? Senza dubbio chi l’ha pagata ha fatto un ottimo affare.

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01/09/2026

A scuola nessuno spazio per le ideologie militari

Le scuole non possono instaurare rapporti con chi propone ideologie militari: il diktat arriva da alcune associazioni sindacali e studentesche, come risposta alla politica del Governo Meloni di introdurre la “‘ideologia bellica” all’interno degli istituti scolastici. Un progetto presente anche nel programma di Futuro Nazionale, guidato dall’ex Generale Roberto Vannacci, che vorrebbe introdurre l’educazione militare a scuola.

La presa di posizione – avviata dalle sigle Osa, Usb e altre – propone, anche attraverso una petizione, l’interruzione e il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare pubblica e privata.

“Il cammino inesorabile che sembra aver intrapreso l’intero Occidente verso una guerra totale non risparmia l’istruzione: in diversi documenti ufficiali dell’UE, nel piano programmatico quinquennale del Governo Meloni, e in diverse dichiarazioni del ministro Crosetto, si evidenza la possibilità, finanche la irrinunciabile necessità di una incorporazione totale dell’istruzione di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, nell’economia e nell’ideologia bellica”.

Le organizzazioni hanno denominato la campagna anti-militare in ambito scolastico ‘La Conoscenza Non Marcia’: “abbiamo denunciato – sostengono gli organizzatori – la crescente presenza militare nelle scuole come normalizzazione dell’apparato bellico e repressivo, dalle visite scolastiche in caserme e basi militari a corsi di formazione tenuti da forze dell’ordine ed esercito, così come il pericoloso definanziamento delle università che sta comportando una sempre più diretta canalizzazione dei fondi per la ricerca attraverso quell’industria della morte che abbiamo già visto all’opera nella complicità con il genocidio del popolo palestinese.
Progetti come il Rome Technopole, o quello della cittadella dell’aerospazio a Torino, indicano una direzione pericolosa da arrestare immediatamente”
.

Il progetto verrà presentato con conferenza stampa oggi 1° settembre alle ore 15.30 presso Montecitorio, Piazza Capranica.

La campagna “’La conoscenza non Marcia’ vuole fermare tutto ciò: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori non sono disposti a studiare e lavorare per fomentare guerre, riarmo e militarizzazione. Per questo abbiamo costruito una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per introdurre misure normative che vietino qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola/università e filiera militare-industriale”, concludono i promotori.

Sullo stesso tema vedi anche: Una petizione contro la militarizzazione della formazione

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20/08/2026

Nucleare e guerra fuori dal pareggio di bilancio: la UE promuove morte e devastazione

La Commissione Europea ha emesso una nota sui criteri di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità, stabilendo una serie di deroghe ai vincoli. Dopo gli investimenti in difesa, vengono svincolati quelli energetici – in particolare per la prima volta gli investimenti nel nucleare figurano tra le voci che non rientreranno nel pareggio di bilancio.

Parlano di transizione ecologica ma investono in guerra e in una transizione energetica pienamente funzionale all’industria 4.0 e al progetto di indipendenza strategica del continente, con i costi ambientali altissimi che già quest’estate sperimentiamo a pieno: fiumi in secca e città roventi – mentre milioni di litri d’acqua alimentano i data center e le guerre dell’Occidente seminano morte e devastazione ambientale in tutto il mondo.

Già a inizio giugno la Meloni aveva rivendicato un ruolo nella decisione (ora ufficializzata) di scorporare dal pareggio di bilancio le misure in materia energetica, confermando la natura complementare delle politiche europee e nazionali che spingono sul ritorno al nucleare, con il DdL approvato alla Camera e pronto in autunno ad andare al Senato, per procedere poi con i decreti attuativi.

Proprio l’Italia è stata al centro di decenni di tagli inappellabili su scuola, sanità e pensioni in nome del pareggio di bilancio, distruggendo diritti e possibilità della popolazione. Oggi il progetto di rafforzamento europeo permette invece decine di miliardi di euro di deficit.

Miliardi che andranno nelle tasche delle aziende del settore, che senza aiuto statale non sarebbero mai capaci di sobbarcarsi i costi esorbitanti del settore nucleare, al contrario di quanto si continua a millantare. Questa decisione mette definitivamente in luce la natura del progetto europeo, che dirotta i fondi pubblici degli stati membri in spesa militare, nucleare e devastazione ambientale.

Fermiamoli, organizziamoci contro guerra e ritorno al nucleare in Italia!

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18/08/2026

L’integrazione militare tra UE e Ucraina è un fatto compiuto. Perché serve una rottura

Da “donatori” di soldi e armamenti a partner vincolati e vincolanti. La Ue sta utilizzando e si sta facendo utilizzare dall’Ucraina – il “porcospino d’acciaio voluto dalla Von der Leyen – per accelerare i passaggi verso un complesso militare-industriale integrato e la guerra in Europa come exit strategy dalla propria crisi.

Un interessante servizio de Il Sole 24 Ore segnala come negli ultimi due anni, l’Unione europea ha trasformato la propria architettura regolatoria in uno strumento di politica industriale bellica. Il Regolamento (UE) 2024/792 del 29 febbraio 2024, istitutivo dello Ukraine Facility, ha blindato 50 miliardi di euro fino al 2027 – suddivisi tra 33 miliardi in prestiti sovrani e 17 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto – per garantire la tenuta macro-fiscale di Kiev.

Al vertice del G7 del giugno 2024, sotto la presidenza italiana, è stato varato il meccanismo definito ERA (Extraordinary Revenue Acceleration) da 50 miliardi di dollari, al quale l’Unione europea contribuisce con una quota fino a 35 miliardi approvata con il regolamento sul Meccanismo di Cooperazione sui Prestiti dell’ottobre 2024.

Per pagare gli interessi su questo debito non vengono gravati i cittadini europei ma si utilizzano e si accaparrano le rendite generate dai circa 210 miliardi di euro di asset russi sequestrati presso il depositario centrale Euroclear in Belgio, con un flusso costante che va dai 2,5 ai 3 miliardi di euro all’anno per l’approvvigionamento militare e la ricostruzione dell’Ucraina.

Due anni fa Germania e Francia hanno stanziato nel primo caso oltre 7 miliardi di euro annui in aiuti militari bilaterali, consolidando la fornitura di sistemi di difesa aerea IRIS-T SLM e obici semoventi Panzerhaubitze 2000, mentre la Francia ha formalizzato impegni per 3 miliardi di euro in consegne di caccia Mirage 2000-5, missili SCALP-EG e semoventi d'artiglieria ruotati CAESAR.

Ma anche l’Italia – nonostante i finti strepiti della Lega – ha siglato il 24 febbraio 2024 a Kiev l’Accordo di cooperazione sulla sicurezza, vincolando il supporto nazionale alla fornitura di sistemi missilistici terra-aria avanzati SAMP/T in coordinamento con Parigi, tecnologie radar e sensori elettro-ottici, e aprendo la strada a intese industriali con l’Ucraina guidate da grandi industrie belliche italiane come Leonardo e Fincantieri per il ripristino di capacità navali, sicurezza cibernetica e componentistica protetta.

Gli ultimi due anni hanno visto una accelerazione impressionante nella produzione di armamenti da parte del complesso militare-industriale europeo.

Se prima del 2022, la capacità europea di produzione di proiettili d’artiglieria standard NATO da 155 mm non superava le 300.000 unità all’anno, adesso si è arrivati a 2 milioni.

Come? La Ue ci ha messo i soldi e le industrie belliche ci si sono buttate sopra a capofitto. Si capisce allora il perché gli europei si mettano sempre di traverso di fronte alle proposte che possono portare ad una cessazione del conflitto in Ucraina. Se finisce la guerra finisce la pacchia.

Stiamo infatti parlando degli 1,4 miliardi di euro del fondo ASAP (Act in Support of Ammunition Production) per il solo munizionamento.

Le industrie belliche europee come Rheinmetall, KNDS, BAE Systems, Saab e Leonardo hanno infatti avviato un piano di espansione che ha portato la capacità di produzione nominale europea a superare i 2 milioni di colpi l’anno, con l’obiettivo di raggiungere l’autosufficienza strategica entro il 2027.

Ma la prosecuzione della guerra, ha portato anche alla maggiore integrazione industriale-militare tra la Ue e l’Ucraina. Per ovviare ai danni inflitti dai missili russi ai rifornimenti europei per Kiev sui confini, i costruttori europei hanno realizzato joint venture operative in stabilimenti sotterranei e bunkerizzati in territorio ucraino.

Secondo Il Sole 24 Ore la Rheinmetall Ukrainian Defence Industry LLC, gli hub tecnici di KNDS e le officine avanzate di BAE Systems hanno internalizzato la riparazione e l’assemblaggio su licenza di veicoli da combattimento della fanteria Lynx, scafi CV90 e piattaforme corazzate Leopard, riducendo i tempi di fermo tecnico delle unità combattenti da mesi a pochi giorni e trasformando l’Ucraina in un polo avanzato della manifattura militare europea.

Sono interessanti alcuni dettagli riportati da Il Sole 24 Ore.

“Sul fronte del combattimento tattico, la guerra di posizione lungo gli oltre mille chilometri di linea di contatto ha accelerato un’evoluzione tecnologica senza precedenti. La saturazione dell’etere da parte dei complessi russi di guerra elettronica, come i sistemi Zhitel, Borisoglebsk-2 e i dispositivi di disturbo omnidirezionale Volnorez, ha neutralizzato l’efficacia dei droni commerciali operanti sulle frequenze standard a radiofrequenza (868-915 MHz e 2,4-5,8 GHz).
La risposta tecnologica europea e ucraina ha generato due vettori convergenti: l’impiego su larga scala di droni First Person View (FPV) guidati via micro-cavo in fibra ottica – capaci di trasmettere segnali video 4K non compressi e comandi di volo su bobine fino a 15-20 chilometri con zero emissioni elettromagnetiche e totale immunità al disturbo elettronico – e l’integrazione di microprocessori edge-AI a basso costo per l’aggancio visivo autonomo della sagoma del bersaglio nella fase terminale d’attacco. Di fronte a queste minacce prive di segnale RF, la difesa aerea a corto raggio è stata ridefinita attraverso sistemi automatici a raffica con munizionamento programmabile airburst da 30 mm e 35 mm, come il sistema Skynex di Rheinmetall, capaci di creare muri di frammenti di tungsteno che distruggono lo sciame attaccante preservando i costosi missili intercettori per le minacce balistiche e da crociera”.
Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a una realtà industriale europea integrata da una rete di accordi bilaterali giuridicamente vincolanti tra Londra, Berlino, Parigi, Roma e Kiev. Qualsiasi futuro tavolo negoziale o tentativo di congelamento del conflitto non potrà prescindere da questo nuovo dato di fatto: i confini orientali dell’Europa sono presidiati da una struttura di deterrenza convenzionale integrata, sostenuta da flussi di capitali, accordi vincolanti e da una capacità produttiva autonoma che non potrà essere smantellata da eventuali cambiamenti di maggioranze elettorali nei singoli paesi europei.

In sostanza per invertire la tendenza al riarmo e alla guerra in Europa, occorrerà inevitabilmente forzare le regole ed entrare in collisione con gli interessi materiali delle industrie belliche ormai consolidati. Il partito europeo dei guerrafondai e il complesso militare-industriale, in questi anni hanno blindato le loro ambizioni e i loro interessi mettendo i propri paesi di fronte al fatto compiuto. È bene saperlo fin da adesso.

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Trump vuole i soldi e “l’anima” degli altri membri della Nato

I paesi membri della Nato si sono visti recapitare recentemente un documento da parte degli Stati Uniti in cui vengono poste una serie di domande volte a valutare il loro sostegno a Trump.

Il documento, in pratica una sorta di questionario, è stato visionato e reso noto in questi giorni dall’agenzia Bloomberg.

Tra le domande ce ne sono alcune del tipo: il Paese ha “espresso pubblicamente il proprio sostegno” alla politica estera statunitense? Quali “restrizioni” ha imposto il Paese alle forze armate statunitensi nell’uso delle proprie basi?

Il documento intende poi valutare se i Paesi membri della Nato stiano effettuando acquisti presso appaltatori della difesa statunitensi e chiede inoltre se si siano “opposti pubblicamente a normative” che “ostacolano” i contratti con le aziende statunitensi.

Come noto Washington guarda con preoccupazione ai rapporti economici nel settore della difesa con i propri partner atlantici.

Il questionario prende infatti in considerazione gli acquisti effettuati presso aziende militari statunitensi. Un passaggio che tende a inficiare pesantemente la spinta dell’Unione europea a privilegiare maggiormente gli acquisti nel settore della difesa da aziende europee piuttosto che da quelle statunitensi.

L’altro obiettivo dichiarato dal documento è quello di condizionare la futura distribuzione della presenza militare statunitense in Europa, in base alle risposte ricevute. Questa iniziativa si inserisce nel contesto di una revisione più ampia della presenza militare USA in Europa, che dovrebbe concludersi a dicembre e che ha già portato all’annuncio del ritiro di 5.000 soldati dalla Germania 

La sostanza è quella di voler sapere se: “Il paese ha dimostrato di allinearsi all’approccio statunitense sulla base di tre opzioni: “forte, chiaro e discreto?”. Secondo Bloomberg questo approccio fa riferimento a una frase del segretario alla Difesa Pete Hegseth.

I governi europei della Nato si trovano ora – e nuovamente – di fronte ad una “alternativa del diavolo”: accettare il diktat statunitense sull’acquisto di armamenti o procedere sulla strada dell’autonomia strategica di un proprio complesso militare-industriale. Non solo. Con la guerra in corso in Ucraina e l’evocazione dello scontro con la Russia come “scelta esistenziale”, gli europei devono decidere se proseguire su questa strada suicida da soli o rimanere ancora vincolati all’ombrello di sicurezza statunitense.

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15/08/2026

Colleferro: l’esplosione alla KNDS riaccende l’allarme

Basta industrie belliche: alziamo i salari, abbassiamo le armi!

L’esplosione avvenuta oggi nello stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, ex Simmel Difesa, impone una riflessione seria e non più rinviabile sulla sicurezza dei lavoratori e delle popolazioni che vivono accanto agli impianti destinati alla produzione di armamenti e materiali esplosivi. In attesa che le autorità accertino dinamica, cause e conseguenze dell’incidente, come USB Lavoro Privato Frosinone esprimiamo la nostra vicinanza ai lavoratori e a tutte le persone coinvolte e riteniamo necessario porre una questione che riguarda l’intera Valle del Sacco; la sicurezza non può essere discussa soltanto dopo un’esplosione.

Da tempo assistiamo a una progressiva trasformazione del nostro territorio in un’area sempre più interessata da produzioni legate all’industria bellica: particolarmente preoccupante è il progetto relativo allo stabilimento ex Winchester di Anagni, in località La Macchia, destinato a nuove attività della KNDS e alla produzione di materiali ad alto rischio, tra cui la nitrogelatina.

L’esplosione di Colleferro rende ancora più urgente chiedere alle istituzioni: cosa accadrebbe se un incidente analogo si verificasse ad Anagni? Quali sono i piani di emergenza? Quali sono i tempi reali di intervento dei Vigili del Fuoco? Quali mezzi e quali squadre specialistiche sarebbero immediatamente disponibili? Quali conseguenze avrebbe un incidente grave sulla popolazione, sui lavoratori e sull’ambiente della Valle del Sacco?

Non bastano rassicurazioni generiche: quando si parla di impianti che producono o trattano materiali esplosivi, la sicurezza deve essere dimostrata con dati, procedure, risorse e piani di emergenza pubblici e verificabili.

La Valle del Sacco ha già pagato un prezzo altissimo in termini di inquinamento e di devastazione ambientale, non possiamo accettare che alla storica emergenza ambientale si aggiunga una nuova fonte di rischio industriale legata alla produzione di armi.

Come organizzazione sindacale, inoltre, non possiamo ignorare una contraddizione evidente: mentre ai lavoratori si continua a chiedere di accettare salari insufficienti, precarietà e peggioramento delle condizioni di vita, vengono alimentati investimenti e profitti nell’industria bellica ed è inammissibile che il profitto venga prima della sicurezza, della salute e della vita delle persone. Le armi producono profitti per pochi, ma il rischio, quando qualcosa va storto, ricade sui lavoratori e sulle comunità. I profitti sono loro, i morti sono nostri.

Per questo chiediamo alle istituzioni nazionali, regionali e locali di fermare la corsa alla militarizzazione industriale della Valle del Sacco e di aprire un confronto pubblico e trasparente sul futuro degli stabilimenti bellici presenti e previsti sul territorio.

Basta al ricatto dei posti di lavoro serve dare priorità al lavoro sicuro, dignitoso e ben retribuito, non alla produzione di strumenti di guerra.

Alziamo i salari, abbassiamo le armi.

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07/08/2026

Il ruolo della finanza e delle aziende europee nella produzione bellica ucraina

di Alessandro Volpi

Al rientro dalla pausa estiva il governo varerà il tredicesimo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina. Il decreto interministeriale firmato da Guido Crosetto, Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti – come tutti i dodici precedenti – è secretato e passerà dal Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.

Dunque il Parlamento voterà a scatola chiusa. Intanto però è sempre più evidente il ruolo dell’Ucraina nella trasformazione dell’industria europea in una vera e propria economia del riarmo. Il sistema di finanziamento europeo destinato alle imprese del settore della difesa operanti in Ucraina ha subito una trasformazione radicale, passando dalla semplice donazione di scorte militari a un modello di investimento diretto nella capacità produttiva locale che oggi muove un giro d’affari stimato, per la sola parte di commesse dirette finanziate dall’Unione europea e dai suoi Stati membri, tra i 500 milioni e il miliardo di euro per l’anno in corso, con una proiezione di crescita esponenziale. Questo flusso finanziario si articola principalmente attraverso lo European peace facility e il nuovo Ukraine facility, ma trova una svolta decisiva nell’impiego degli interessi generati dai beni russi congelati, che per la prima volta vengono dirottati per pagare fabbriche ucraine affinché producano armamenti destinati al proprio esercito.

L’incidenza della produzione bellica sul Prodotto interno lordo ucraino è diventata mastodontica, superando il 20% e trasformando la difesa nel principale motore della resilienza economica nazionale, sostituendo in parte il peso che un tempo avevano l’agricoltura e la siderurgia pesante. Sebbene l’Ucraina abbia imposto un divieto formale all’esportazione di armi finite per garantire che ogni munizione e veicolo resti al fronte, esiste un crescente mercato di esportazione tecnologica e di componenti, oltre a un sistema di “scambio” industriale dove le aziende ucraine esportano know-how nel settore dei droni in cambio di componentistica hi-tech europea.

Il tredicesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea (di 21) interviene in questo scenario agendo come un moltiplicatore indiretto per l’industria locale, poiché non solo restringe ulteriormente l’accesso della Russia a tecnologie dual use, ma include per la prima volta entità di Paesi terzi che facilitano il bypass delle sanzioni, costringendo di fatto le catene di approvvigionamento europee a stabilirsi in Ucraina o presso partner “certificati”. Questo pacchetto rafforza inoltre il controllo sulle componenti elettroniche, spingendo le imprese ucraine a standardizzarsi sui modelli Nato, facilitando così l’integrazione dei finanziamenti europei in progetti di joint venture con colossi come Rheinmetall e Leonardo, che agiscono sul suolo ucraino.

In pratica dall’Ucraina parte la trasformazione dell’economia europea in economia di guerra, con delocalizzazioni e legami finanziari strettissimi. Al centro di questa metamorfosi si colloca la holding statale Jsc Ukrainian defense industry, ex Ukroboronprom, che ha avviato un processo di ristrutturazione per facilitare la creazione di joint venture con partner occidentali, tra cui spicca l’accordo strategico con la tedesca Rheinmetall per la riparazione e la futura produzione in loco di veicoli blindati Lynx e carri armati, segnando il passaggio dalla semplice assistenza alla co-produzione bellica sul suolo ucraino. Parallelamente, il colosso britannico Bae Systems ha stabilito una presenza operativa nel Paese per sostenere la produzione di pezzi d’artiglieria leggera L119, riducendo i tempi logistici e integrando standard Nato direttamente nelle linee di montaggio ucraine, mentre sul fronte aerospaziale il Luch design bureau collabora strettamente con partner europei per il potenziamento di sistemi missilistici a lungo raggio che integrano componentistica elettronica occidentale.

Anche le aziende americane hanno consolidato il loro legame con l’industria di Kiev, con Northrop Grumman che ha siglato accordi per la produzione di munizioni di medio calibro in Ucraina e Lockheed Martin che fornisce supporto tecnico essenziale per la manutenzione dei sistemi Himars, trasformando le officine locali in hub tecnologici avanzati. Il settore privato ucraino non è da meno, con realtà come Ukrainian Armor che ha stretto partnership con fornitori dell’Unione europea per la blindatura di veicoli e la produzione di mortai, beneficiando del trasferimento di know-how e di catene di approvvigionamento che passano per l’Italia e la Repubblica Ceca.

Nel campo dei droni, la società Athlon Avia e il cluster tecnologico Brave1 operano in una zona grigia di intensa collaborazione con aziende di software e intelligenza artificiale americane come Palantir, integrando dati satellitari e algoritmi di puntamento nei velivoli senza pilota prodotti a Kiev, mentre la turca Baykar sta completando una fabbrica destinata alla produzione dei droni Bayraktar che servirà come ponte tecnologico tra la capacità produttiva ucraina e gli standard aeronautici internazionali.

Questo reticolo di alleanze non risponde solo a una necessità immediata di rifornimento bellico ma mira a fare dell’Ucraina l’arsenale avanzato del fianco orientale dell’Europa, dove la fusione tra l’esperienza sul campo delle imprese ucraine e i capitali e le tecnologie di Leonardo, Thales e Rtx crea un nuovo polo industriale della difesa capace di competere su scala globale, rendendo le aziende ucraine parte integrante e inseparabile del complesso militare-industriale transatlantico.

In questo scenario si colloca la vicenda di Metinvest che rappresenta il caso più eclatante di riconversione di un impero industriale post-sovietico in una holding strategica per la difesa e la transizione verde europea sotto la guida di Rinat Akhmetov.

Dopo la perdita traumatica dei siti produttivi di Azovstal e Illich a Mariupol, che costituivano il cuore pulsante del gruppo, Metinvest ha spostato il proprio baricentro operativo verso Ovest, integrandosi profondamente nel sistema industriale italiano attraverso gli stabilimenti di San Giorgio di Nogaro (Udine) e Oppeano (Verona), e lanciando il monumentale progetto di una nuova acciaieria green a Piombino in collaborazione con Danieli.

Questo investimento, che oscilla tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro, non è solo un’operazione commerciale ma un asse politico-strategico sostenuto dal governo ucraino e da quello italiano, che vede in Metinvest il fornitore chiave di acciaio speciale per la ricostruzione civile e militare. Gli aiuti che il gruppo riceve dall’Unione europea e dall’Italia non sono contributi diretti alla produzione di armi ma passano attraverso sofisticati canali di finanza agevolata, garanzie Sace per l’internazionalizzazione e l’accesso ai fondi del PNRR per la decarbonizzazione industriale, con l’obiettivo di creare un polo siderurgico che possa rifornire l’industria della difesa europea senza dipendere dalle importazioni asiatiche o russe.

Il legame con il governo di Kiev si è evoluto da una tensione pre-bellica, caratterizzata dalle leggi anti-oligarchi, a una simbiosi totale in cui Metinvest funge da principale finanziatore privato dello sforzo bellico attraverso l’iniziativa “Fronte d’acciaio”, producendo blindature, rifugi prefabbricati e sistemi di inganno radar. Questa collaborazione permette al governo ucraino di presentare Metinvest come il modello della nuova Ucraina industriale che, pur rimanendo privata, opera in totale coordinamento con le “necessità” della difesa nazionale e con le direttive di Bruxelles, facilitando l’ingresso di capitali europei in un settore, quello dell’acciaio primario, considerato oggi fondamentale per l’autonomia strategica dell’intero continente europeo. In sintesi riarmare l’Ucraina per riarmare l’Europa. Con tanti affari miliardari.

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18/07/2026

Il riarmo europeo procede a velocità record

Gli stati europei si stanno armando a velocità record. È questo la conclusione è cui è giunta una nuova indagine dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e resa pubblica dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt.

Secondo quanto riferito dal rapporto dell’EDA, nel 2025 sono stati spesi 1000 euro per ogni cittadino UE per le spese militari. Dieci anni prima, nel 2014, erano 500 euro.

La spesa di tutti gli Stati membri dell’UE è aumentata del 20 percento, raggiungendo i 418 miliardi di euro nel 2025 rispetto all’anno precedente. Questo corrisponde al 2,2 percento del prodotto interno lordo (PIL) combinato dell’UE.

Nel frattempo, l’obiettivo della quota di spese militari nei paesi NATO è stato aumentato al cinque percento del PIL. Nel 2025, secondo l’EDA, i paesi dell’UE hanno speso circa 297.000 euro per soldato attivo, rispetto ai 253.000 euro del 2024.

Secondo le previsioni la spesa militare dovrebbe crescere ulteriormente nel 2026: al 2,4 percento del PIL, cioè a 454 miliardi di euro. Dall’escalation della guerra in Ucraina nel 2022, si tratta di una crescita del 47 percento.

Il 36 percento della spesa totale per la difesa probabilmente fluirà verso i cosiddetti investimenti in armi ossia nell’acquisto di attrezzature e nella ricerca e sviluppo. Nel 2025, gli investimenti nella difesa rappresentavano già il 32,2 percento della spesa totale del bilancio per la difesa.

Una ricerca svizzera del Dipartimento Federale per gli Affari Internazionali prevede che nel 2029, gli stati europei potrebbero arrivare a spendere 547 miliardi di euro in spese militari.

Il riarmo degli Stati membri dell’UE sta quindi progredendo più velocemente di quanto la FDFA avesse previsto in passato.

L’85 percento degli investimenti in armi – 115 miliardi di euro – è stato destinato all’acquisto di attrezzature nel 2025, mentre negli anni precedenti la guerra in Ucraina, meno soldi erano stati destinati al settore militare.

Un miglioramento strutturale delle capacità belliche è rimasto in ritardo: la spesa per la ricerca e lo sviluppo della difesa è salita a 17 miliardi di euro, ma ha rappresentato solo il quattro percento della spesa totale. Le spese per il personale militare, invece, sono aumentate solo del 3,8 percento.

Ed anche la cooperazione intereuropea sembra procedere più lentamente del previsto. Per aumentare la loro capacità gli stati dell’UE ritengono di dover investire più congiuntamente che individualmente. Tuttavia, l’analisi della FDFA mostra che nel 2025 solo il 24 percento delle armi è stato acquisito congiuntamente con partner UE o paesi terzi. Le collaborazioni puramente europee rappresentavano solo l’11%.

Del resto sia il segretario della Nato Rutte che la Von der Leyen continuano a fare ponti d’oro all’acquisto di armamenti statunitensi, consentendo agli azionisti dei cosiddetti “campioni europei” di decidere ancora sulla base dei dividendi economici e non delle ambizioni politiche globali della Ue. È una contraddizione interna al sistema da cui non riescono a uscire.

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17/07/2026

La guerra in Ucraina sta arricchendo le industrie di armamenti tedesche

Le esportazioni di armi tedesche continuano a raggiungere livelli record. Nella prima metà del 2026, secondo dati preliminari, sono state rilasciate licenze per l’esportazione di armamenti per un valore totale di circa 13,87 miliardi di euro. Ad annunciarlo è stato mercoledì scorso a Berlino il Ministero Federale dell’Economia.

Il principale paese destinatario è nuovamente l’Ucraina, per la quale sono state approvate esportazioni di armi per un valore totale di circa 2,5 miliardi di euro.

Nel 2025 nel complesso, il governo aveva approvato le esportazioni di armi per un volume di circa dodici miliardi di euro. L’Ucraina ha rappresentato circa due miliardi di euro di questo volume.

Tra i paesi “terzi” – cioè non della Nato né della Ue – Israele segue al secondo posto dopo l’Ucraina con un volume di 799 milioni di euro. Secondo i dati governativi, oltre il 60 percento di questi riguarda “un progetto importante nel settore degli armamenti marittimi”, e un altro 20 percento riguarda la “cooperazione tra aziende tedesche e israeliane nell’interesse della Bundeswehr”.

Del valore delle licenze all’export autorizzate nella prima metà del 2026, circa 9,6 miliardi di euro sono attribuibili alle armi di guerra e circa 4,3 miliardi di euro ad altri armamenti. Circa 12,8 miliardi di euro sono attribuibili alle singole licenze di esportazione rilasciate e circa 1,1 miliardi di euro alle licenze generali.

Secondo le informazioni disponibili, l’84 percento delle esportazioni approvate è destinato all’UE, alla NATO o a paesi “equivalenti”. Questi ultimi sono Giappone, Svizzera, Australia e Nuova Zelanda. Per i paesi terzi nel loro complesso che non appartengono all’UE o alla NATO, sono state concesse licenze per circa 4,9 miliardi di euro, di cui 2,8 miliardi di euro per armi di guerra.

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12/07/2026

L’agenda atlantica si può strappare

di Emiliano Brancaccio

Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari.

Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.

Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.

La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.

Come sostenere un tale boom di spesa militare? Insufflata da Crosetto, Meloni timidamente puntualizza agli alleati Nato che l’obiettivo del 5 percento è cosa splendida e giusta, ma dovrebbe favorire più Leonardo che Lockheed, cioè più la produzione militare nostrana che l’importazione di armi americane. Anche per questo Trump le ruggisce contro.

Ammesso che riesca a trovare una quadra col capo della Casa bianca, il problema di Meloni sta nella flebile logica del ragionamento. Le speranze della premier sono riposte in una sorta di “riarmo keynesiano”, che aumenti la produzione nazionale, i redditi interni e quindi anche le entrate fiscali, abbastanza da finanziarsi da solo senza gravare troppo sulle altre voci di bilancio.

Vano auspicio, verrebbe da dire. Persino il Fmi, che impudicamente ha sposato la causa bellica, ammette che in larga misura la maggior spesa militare europea dei prossimi anni si tradurrà in importazioni dall’apparato militare-industriale Usa.

L’implicazione macroeconomica è inquietante. Con le regole attuali, rispettare gli impegni Nato ad aumentare la spesa per la difesa significherà determinare un abbattimento di portata storica delle altre voci di bilancio: nuovi tagli su assistenza, previdenza, istruzione, ricerca e sanità, che dovranno dare fino a 100 miliardi in una legislatura e poco più.

Se l’austerity aveva messo in ginocchio il welfare, la nuova economia del riarmo potrebbe cancellare ogni traccia della sua precedente esistenza.

Certo, si può obiettare che i più immani sacrifici sono benvenuti se servono a difenderci da aggressioni nemiche. Con l’invasore militare russo in perenne assetto di guerra e l’invasore economico cinese che si spande fino al Mediterraneo, rinunciare al burro per dotarci di cannoni pare a molti razionale, per non dire scontato.

Questa argomentazione, tuttavia, non tiene conto di un fatto. Il boom militare sancito dai vertici Nato si proietta in larghissima misura ben oltre i confini dei paesi membri. Dall’Ucraina, all’Iran, ai canali di transito marittimi, alle acque internazionali, l’attuale ottica del riarmo non pare affatto difensiva ma classicamente imperialista.

Ovviamente, chi nega che pure russi e cinesi abbiano vocazioni espansioniste non capisce niente delle attuali tendenze mondiali alla guerra capitalista. Ma bisogna ammettere che i capitali dei “nemici” stanno facendosi largo con brutalità ancora relativamente modesta, a confronto con la violenza codificata nel sangue dei milioni di morti che l’imperialismo occidentale ha causato nel mondo.

E qui viene la questione chiave, finora sottaciuta. Più si consolida la corsa Nato agli armamenti, più sembrano infiacchirsi i tentativi, che pure erano stati accennati, di intavolare trattative sulle profonde radici capitalistiche dei conflitti odierni e sull’urgenza di ristabilire “condizioni economiche per la pace” a livello globale.

In altre parole, abbracciare l’agenda Nato del riarmo sta implicando che la guerra, e solo la guerra, venga intesa quale unico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Con le madri e i padri costituenti che sempre più si rivoltano nella tomba.

In un tale, orrido scenario, dovrebbe esser considerato lecito sollevare una domanda politica.

La politica del riarmo Nato, alla quale il governo Meloni si è sottomesso, costituisce un destino inesorabile? Si tratta cioè di una traiettoria governata da un “pilota automatico”? O è possibile immaginare un’uscita da questo sentiero di militarizzazione forzata?

È evidente che il problema consiste nella praticabilità o meno di uno sganciamento dall’unanimismo Nato in materia. I gradi del distacco, a tale riguardo, possono esser diversi. Un esempio morigerato è il tentativo del premier spagnolo Sánchez di appellarsi a un suo discusso scambio epistolare col capo della Nato su come parzialmente derogare all’obiettivo del 5 percento. Non sta trovando sponde ma almeno ha smosso la palude del “consensus”.

Un’ipotesi più forte sarebbe l’applicazione di veti alle prossime decisioni dell’alleanza atlantica, una strategia che negli ultimi tempi sta facendo la fortuna della Turchia. Più radicale ancora sarebbe una versione riveduta dello storico distacco dal comando militare integrato, sul modello della Francia del generale De Gaulle. All’estremo delle possibilità, infine, ci sarebbe la scandalosa uscita dalla Nato, in una posizione simile a Irlanda e Austria.

Il menu politico è vario, va dal prudente al sovvertente. Si tratta di capire quale ricetta consenta di dire “no” agli irresponsabili impegni di spesa militare, prima che mandino i bilanci pubblici allo scasso. Ne vogliamo discutere?

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Meno lavatrici e più carri armati a prezzi d’inflazione

Il “fascino” del riarmo

I padroni del mondo stanno modellando i mercati a loro immagine e somiglianza. E attraverso questa operazione, è ovvio, trasformano anche profondamente le società umane che alimentano il business planetario. La decisa “sterzata” delle democrazie industriali occidentali, negli ultimi 10 anni, è stata quella di riscoprire il fascino perverso del riarmo come “motore dello sviluppo”. Basta con le lavatrici. Avanti con i carri armati! Niente di nuovo sotto il sole. È già successo ai primi del ‘900, con la corsa accelerata alla costruzione delle flotte da battaglia tedesche e inglesi. Una “gara” che portò dritto filato alla Prima guerra mondiale. E che venne riproposto poi, negli anni Trenta, con il travolgente riarmo della Germania nazista, che si tirò appresso le altre nazioni europee. Tutti sappiamo come andò a finire. Oggi, però, le “specifiche” che guidano le cosiddette “politiche di sicurezza” sono legate fino a un certo punto a mere questioni di interesse nazionale. Gratta gratta, sotto la superficie di una storia che sta mettendo in crisi tutti i governi europei (che infatti rischiano di essere cacciati) però, c’è una cointeressenza di obiettivi più finanziari e commerciali che geopolitici. “Si vis pacem para bellum” oggi vale per le banche e per grandi speculatori finanziari. Per quelli che fanno “insider trading”, comprando con largo anticipo e a prezzi molto più bassi le azioni di aziende che produrranno “magicamente”, in futuro, armi, munizioni ed equipaggiamenti militari.

Sicurezza? No, dollari

Al vertice Nato in Turchia, i ponderosi endecasillabi sulle nuove tattiche strategiche che riguardano la geopolitica del Terzo millennio si sprecheranno. Tutto fumo. La sostanza, ridotta all’osso, è che Donald Trump non solo non vuole più sborsare un dollaro per gli alleati, ma in teoria vorrebbe pure essere pagato. L’operazione più importante che ha fatto è quella di accollare (praticamente) all’Europa quanto più sostegno possibile per Kiev. Col trucco. Perché il futuro ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, significherà che della ricostruzione del martoriato Paese si dovrà fare carico in maggior misura proprio Bruxelles. Ma il problema grosso delle forniture militari, non riguarda solo il loro “funding”, cioè il reperimento delle risorse di bilancio destinate all’acquisto o alla loro fabbricazione. Il vero ostacolo insormontabile, come viene denunciato in esclusiva anche in un report del Wall Street Journal, è la “saturazione” della capacità produttiva. Detto in parole povere, rispetto alla richiesta (c’è un impazzimento generale) le fabbriche non riescono a stare dietro al ritmo della domanda. Sembra incredibile, ma continuando di questo passo, avremo un’inflazione “da missili e carri armati”, perché per una naturale legge economica i prezzi s’impenneranno.

WSJ: il rincaro delle bombe

Il Wall Street Journal riporta le dichiarazioni del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, notoriamente molto accondiscendente con Trump. Rutte sostiene che il Presidente americano sarà sicuramente soddisfatto dagli incrementi di spesa militare, decisi dai Paesi europei. Bisogna tenere conto, scrive il Wall Street Journal, che “il prezzo di un proiettile di artiglieria da 155 mm, una delle munizioni più basilari della Nato, è più che quadruplicato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, a causa dell’aumento vertiginoso dei budget che ha colpito la limitata offerta, affermano funzionari sia della Nato che dell’industria. Ad Ankara, parallelamente agli incontri tra i leader, la Nato terrà un forum industriale per i dirigenti del settore della produzione di armi e i pianificatori governativi, al fine di discutere le modalità per accelerare ed espandere la produzione. I funzionari della Nato prevedono di annunciare, durante l’evento di martedì, contratti, accordi preliminari e accordi di produzione congiunta per miliardi di dollari”.

Mark Rutte soddisfatto

“Giovedì – ricorda il WSJ – in un post su Truth Social, Trump si è lamentato delle spese militari europee e ha affermato che gli Stati Uniti non traggono ‘alcun beneficio’ dall’appartenenza alla Nato. Durante una visita televisiva nello Studio Ovale con Trump, Rutte ha però elogiato l’aumento delle spese per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada, che ha soprannominato il ‘Trilione di Trump’. Il suo messaggio: l’Europa ha fatto un passo avanti e ha risposto alle richieste degli Stati Uniti di fare di più, costruendo una Nato 3.0”.

Conclusioni

C’è la netta sensazione che gli Stati Uniti, in materia di consumo di scorte, abbiano fatto il passo più lungo della gamba. Hanno continuato a fornire missili, proiettili di artiglieria e sistemi d’arma di ogni tipo, con un flusso continuo, prima all’Ucraina e poi a Israele. Inoltre, con l’attacco all’Iran hanno continuato a “bruciare” preziose risorse militari di prima linea, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto costosissime e di realizzazione industriale su scala relativamente ridotta. Insomma, si sono inguaiati. E ora se la pigliano con l’Europa.

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11/07/2026

Vertice Nato, più affaristi che guerrieri

Il vertice NATO ad Ankara appena conclusosi, ha messo nero su bianco soprattutto gli impegni economici, in particolare il finanziamento da 140 miliardi di euro per l’Ucraina nel biennio 2026-2027, di cui 60 a carico del prestito europeo, gli altri 80 da reperire su base bilaterale dai singoli alleati, ma con gli Stati Uniti fuori dalla lista dei contribuenti.

Nella dichiarazione finale del vertice di Ankara è scritto infatti che: “Per il 2026, gli Alleati si impegnano a fornire all’Ucraina 70 miliardi di euro in equipaggiamento militare, assistenza e addestramento e riaffermano il loro impegno sovrano a mantenere almeno livelli equivalenti nel 2027. A tal fine, accogliamo con favore la decisione dell’Unione europea di fornire finanziamenti pluriennali all’Ucraina attraverso il prestito di sostegno all’Ucraina”.

Secondo il sito specializzato Analisi Difesa “La sostanza dei colloqui, quella che filtra dalle cronache di questi giorni, è quella di una trattativa commerciale tra un fornitore che vuole essere pagato meglio, gli Stati Uniti, e clienti che cercano di limitare il conto, gli europei”.

Gli analisti di Analisi Difesa sottolineano giustamente come sull’Ucraina è proprio il caso di dire che la Nato ha fatto i conti senza l’oste.

“Il meccanismo di finanziamento appena concordato, presuppone implicitamente che nel 2027 esista ancora un fronte ucraino da sostenere nella sua configurazione attuale, e che Kiev possa impiegare quei fondi secondo una pianificazione pluriennale”.

Sul terreno infatti le cose stanno andando decisamente male per l’Ucraina. Lo scorso 3 luglio, il Cremlino ha annunciato la conquista di Kostiantynivka  l’ultima grande roccaforte sulla strada che porta a Kramatorsk e Sloviansk, il cuore della cosiddetta “Cintura delle Fortezze” nel Donbass, mentre la stessa sorte appare imminente anche per Krasny Lyman. Ed anche Kramatorsk e Sloviansk, le ultime grandi città del Donetsk ancora sotto controllo ucraino, sono già nel mirino dell’avanzata russa.

I bombardamenti ucraini sugli impianti energetici nel territorio russo, vanno bene per la guerra psicologia e la propaganda sui mass media occidentali, ma tutti gli osservatori più attendibili confermano come sul campo il rapporto di forza stia volgendo a favore della Russia e non il contrario.

L’altro convitato di pietra che il vertice Nato di Ankara non ha affrontato, è la credibilità o meno della agitata minaccia russa all’Europa.

La Germania, la Polonia e i paesi baltici continuano a insistere ossessivamente sulla retorica di una guerra ormai permanente contro la Russia, chiedono quindi più truppe e più deterrenza e non nuovi negoziati. Diversamente l’Amministrazione statunitense, nei suoi documenti strategici più recenti, ha smesso di considerare Mosca un nemico strategico.

La Nato è incapace di dimostrare e dichiarare esplicitamente se la minaccia russa esiste davvero oppure sia diventata essa stessa la giustificazione di un apparato che deve vendere alle opinioni pubbliche dei paesi membri il vertiginoso aumento delle spese militari.

E qui assistiamo ad un paradosso che difficilmente potrà reggere ancora nel tempo: la NATO si è convertita in parte attiva e sostanziale del conflitto russo-ucraino, continuando però a presentarsi formalmente come un soggetto non belligerante verso Mosca, cosa che al Cremlino non vedono esattamente nello stesso modo, al contrario.

Nella dichiarazione finale del vertice Nato di Ankara è scritto infine che: “Per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza. Oggi ad Ankara annunciamo nuovi appalti per oltre 50 miliardi di dollari e ci impegniamo ad ampliare la capacità produttiva collettiva e a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione”.

E qui emerge un altro paradosso. Dopo anni di finanziamenti e assistenza militare occidentale, l’Ucraina è diventato un paese la cui industria militare sta ormai esportando armi e munizioni all’estero, eppure continua contemporaneamente a chiedere agli alleati della Nato di finanziare le proprie forniture militari. Insomma gli aiuti militari all’Ucraina sembrano rispondere più alle esigenze del business che a quelle della guerra sul campo. Ha ragioni da vendere Analisi Difesa quando sottolinea che “produttori di armi europei, americani e ucraini hanno tutti interesse a che il conflitto e il relativo flusso di finanziamenti continuino”.

La guerra in Ucraina va fermata ora e l’invio di aiuti militari va bloccato, le chiacchiere sui valori europei e la minaccia russa sono del tutto strumentali ai profitti dei produttori di armamenti.

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09/07/2026

Rheinmetall. Ritratto di un angelo sterminatore nel cuore dell’Europa

L’ambizione tedesca si afferma chiaramente: “rendere la Bundeswehr l’esercito più potente d’Europa” (Olaf Scholz) e questo, “a qualunque costo” (Friedrich Merz). “Riarmare l’Europa” significa anzitutto “Riarmare la Germania”.

Un elemento chiave e motore di questo riarmo è l’azienda Rheinmetall, nata sotto il Secondo Reich (Impero), fiorente sotto il Terzo e ascendente al firmamento sotto il Quarto.

Una cifra dice tutto: il prezzo del titolo in borsa dell’azienda è passato da 60 € nel 2016 a 1.164 € nel momento in cui scriviamo.

I dividendi per azione pagati agli azionisti quest’anno saranno di 11,50 €, contro gli 8,10 dell’anno scorso.

Il fatturato previsto per il 2026 dovrebbe essere superiore tra il 40 e il 45% rispetto a quello del 2025, vale a dire tra i 14 e i 14,5 miliardi di euro.

Il personale impiegato a livello mondiale è passato da 23.000 nel 2020 a 34.000 attualmente, distribuito in 160 siti in quattro continenti.

In sintesi, lo sponsor del Borussia Dortmund (20 milioni di €) può proclamare con orgoglio: “Wir sind wieder wer” (Siamo di nuovo qualcuno), lo slogan di autocompiacimento del “miracolo economico tedesco” degli anni Cinquanta-Sessanta.

E il tutto concentrandosi esclusivamente sulla produzione militare, dopo aver liquidato tutte le sue attività di produzione civile (principalmente automobilistica).

Quanto sono lontani i tempi in cui la Rheinmetall, dopo le due guerre mondiali del XX secolo, dovette riconvertirsi per un certo periodo nella produzione di macchine per scrivere, calcolatrici e trattori!
Rheinmetall (“Metallo renano”) ormai ha solo il nome di renano. La famiglia Röchling, che possedeva il 42% delle azioni (570 milioni di €), le vendette nel 2004 incaricando Goldman Sachs e BNP Paribas di cercare acquirenti (75 investitori istituzionali, tra cui BlackRock, The Vanguard Group, Bank of America, FMR LLC e Norges Bank Investment Management), ponendo così fine a 48 anni di “capitalismo paziente” tipicamente renano e introducendo il gruppo nel mondo dei cacciatori di dividendi, il “capitalismo impaziente” dei finanzieri speculatori.

In questo contesto europeo sempre più bellicista, con la Germania come leader operativo, è sembrato opportuno elaborare un ritratto del gruppo dalla sua fondazione, da diverse angolazioni, suddivise in dieci parti e raccolte nel libro che indichiamo qui di seguito e scaricabile cliccando su questo link: Ritratto di un angelo sterminatore nel cuore dell’Europa.

Buona lettura.

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08/07/2026

Il MES torna a parlare, per indorare la pillola del riarmo

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è uno degli strumenti più stringenti della gabbia dei vincoli unioneuropeisti, ma è anche una delle “ultime spiagge” di questo sistema di strozzamento dei popoli. Rimane lì, sullo sfondo, a incutere timore e a indicare la strada ai vari governi. E proprio in questo frangente fondamentale per gli orizzonti della UE torna a parlare, attraverso una nuova pubblicazione, l’Euro Area Stability Watch.

Il primo rapporto di questa nuova serie di studi si intitola “Resilienza sotto pressione”, e guarda essenzialmente alle sfide che l’Eurozona si trova ad affrontare in questa congiuntura storica, a partire – e come ci si può sbagliare – dalla tenuta dei conti pubblici e dalla crescita economica.

Rolf Strauch, capo economista del MES, ha affermato che “la resilienza non si sostiene da sola. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche che vengono fatte oggi”. Tradotto: il percorso dei trattati europei va seguito alla lettera, pena una tempesta finanziaria, e in prospettiva le uniche spese concesse sono quelle militari.

Gli esperti del MES hanno evidenziato che lo spazio per manovre fiscali va ancor di più riducendosi, e dunque ogni “misura anticrisi deve essere temporanea e mirata”. Insomma, il modello di sviluppo, per quanto fallimentare, non si cambia, e a pagarne le conseguenze saranno le classi popolari. Ogni centesimo libero sarà speso per la deriva bellicista del Vecchio Continente.

Il fatto che sempre più fondi saranno assorbiti dalla difesa e della sicurezza è visto come processo da dare per scontato, necessario e inevitabile. Viene poi calcolato che, per raggiungere i target richiesti dalla NATO (il 3,5% di spese militari in senso stretto), l’eurozona dovrà investire circa 45 miliardi di euro in più ogni anno, fino al 2035.

Il MES chiarisce anche gli indirizzi preferibili per questa spesa. Se i fondi finiranno a fornitori europei e in progetti ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro investito torneranno indietro sotto forma di crescita e gettito fiscale a lungo termine. E qui c’è il primo evidente nodo di una scelta politica, pensata in funzione di una UE capace di essere attore globale per mezzo delle armi, e a discapito di lavoratori, pensionati e, soprattutto, i più giovani.

Un moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra l’effetto sul PIL e l’incremento della spesa pubblica, che nel migliore dei casi permette un ritorno della metà di quanto speso è tutto fuorché un viatico alla crisi. L’anno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcolava dati simili, mentre la Banca d’Italia segnalava che investimenti in capitale pubblico hanno un moltiplicatore fiscale tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.

Detto in parole povere, il riarmo europeo sarà uno straordinario spostamento di ricchezza sociale, raccolta con i vari strumenti di cui dispone lo stato, verso le multinazionali della difesa, con effetti economici risibili rispetto a quelli che si potrebbero ottenere rilanciando lo sviluppo infrastrutturale e della proprietà pubblica, intesa in senso lato.

Quella del riarmo, insomma, è una scelta totalmente “anti-economica”, se volessimo ragionare secondo la patina “tecnica” che le classi dirigenti nostrane affibbiano alle proprie scelte politiche. Riarmo e difesa europei, invece, rappresentano la strada strategica imboccata dalla UE, ovvero quella di affidare alla guerra la definizione degli equilibri futuri a livello mondiale, e dunque anche il futuro dei popoli su cui governa.

Ciò è confermato da altri due fattori che, sempre secondo gli esperti del MES, rendono complessa la condizione dell’eurozona in questa fase storica. Da una parte, c’è il conflitto contro l’Iran e le interruzioni delle forniture energetiche che ha prodotto: l’aumento ulteriore dei prezzi di gas e petrolio minerebbe in profondità quel che rimane della competitività europea.

Dall’altra, c’è una sostanziale esposizione degli investitori europei a potenziali correzioni dei mercati statunitensi, in cui i titoli continuano a essere gonfiati rispetto al loro valore reale, soprattutto in virtù della bolla finanziaria sull’IA. Ecco quel che succede quando uno strumento dall’enorme potenziale per migliorare le condizioni di lavoro viene interpretato come terreno di speculazione.

Entrambi questi fattori sono parte integrante del modello economico e dell’allineamento strategico ribadito ogni giorno da Bruxelles: finanziarizzazione come risposta alla crisi, interconnesione con Washington, sostanziale complicità quando si tratta di sostenere aggressioni imperialiste, attraverso e in virtù degli accordi stretti in ambito NATO.

In pratica, la UE si è cacciata con le proprie mani in un vicolo cieco che porta inevitabilmente alla guerra, e lo spaccia come soluzione al proprio fallimento. Il MES è intervenuto per affermare ai quattro venti, di nuovo, che “there is no alternative”... ma nei fatti, ha messo in chiaro che alternative ce ne sono, eccome.

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06/07/2026

La Nato è un’alleanza o un fondo di investimento politico-militare?

I tempi sono difficili per coloro che sono critici coerenti della NATO. Dall’era della “difesa del Mondo Libero” contro il comunismo, passando per l’era dell'“intervento umanitario” e della “Guerra Globale al Terrore”, fino all’odierna presunta lotta esistenziale contro praticamente tutto il mondo non occidentale, l’Alleanza ha ripetutamente reinventato le narrazioni che giustificano la sua esistenza.

Il linguaggio cambia; la logica sottostante, no. La NATO rimane indispensabile, e ogni nuovo nemico (che venga scoperto, esagerato o deliberatamente prodotto) diventa un’ulteriore prova della sua necessità.

Per decenni, i critici con prospettive antimilitariste, anti-egemoniche o di sinistra hanno dovuto impegnarsi molto per decostruire questa mitologia, facendo fronte agli sforzi combinati delle élite politiche nazionali, dei grandi media, delle istituzioni accademiche e degli esperti di sicurezza.

Questo compito intellettuale, di per sé, non è mai stato particolarmente difficile. Le contraddizioni, le ipocrisie e le conseguenze devastanti degli interventi della NATO sono rimaste visibili molto tempo dopo la fine dei bombardamenti. Ciò che richiedeva coraggio era parlare contro il consenso predominante.

Ironia della sorte, oggi gli stessi leader dell’Alleanza sono diventati i suoi più efficaci portavoce della verità. Donald Trump ha ripetutamente spogliato la NATO del linguaggio morale che tradizionalmente la avvolgeva. Mark Rutte, il segretario generale dell’Alleanza, è diventato altrettanto franco, mentre il cancelliere tedesco e il presidente francese parlano sempre più con notevole schiettezza del futuro militare dell’Europa.

Tuttavia, il privilegio di dire la verità su ciò che la NATO è diventata appartiene solo a coloro che sono al potere. Come dimostra la repressione dei movimenti di protesta prima del vertice NATO di Ankara, i cittadini possono conoscere la verità su questo gigante militare, ma non ci si aspetta che si organizzino contro di esso.

Il Vertice di Ankara non è nemmeno iniziato, ma le sue conclusioni sono già note.

L’espressione “vertice storico” è diventata così ripetuta da aver quasi perso significato.

Alcuni osservatori si aspettano una “europeizzazione” della NATO, con gli alleati europei che assumono maggiore responsabilità per il finanziamento e la guida dell’Alleanza. Ma questo rimane, in larga misura, retorica.

L’Europa non può sostituire gli Stati Uniti come spina dorsale militare dell’Alleanza. Può, tuttavia, stringere volontariamente il cappio attorno al proprio collo – e forse attorno all’intero mondo.

Mentre gli atlantisti rimangono preoccupati per il rapporto tra Washington e Bruxelles e se Trump intenda davvero ridurre l’impegno degli Stati Uniti nell’alleanza, una trasformazione più significativa sta avvenendo all’interno della stessa Europa.

Nuove coalizioni militari stanno emergendo all’interno della NATO. Gli Stati baltici e la Polonia perseguono sempre più la propria agenda di sicurezza, spinti da rancori storici e da una profonda russofobia.

La Svezia e la Finlandia, un tempo simboli di neutralità, hanno rapidamente abbracciato la militarizzazione, con Helsinki che ora permette persino lo schieramento di armi nucleari sul proprio territorio (armi americane, naturalmente, il che rende questi Stati sempre più profondamente integrati nell’architettura strategica di Washington).

Configurazioni militari regionali simili stanno silenziosamente prendendo forma nei Balcani, dove Croazia, Albania, Bulgaria e Kosovo parlano sempre più di rafforzare la propria cooperazione nella difesa: una NATO dentro la NATO.

Ciò che distingue veramente la NATO 3.0, tuttavia, non è meramente la sua disponibilità a nominare esplicitamente Russia e Cina come avversari strategici o a proclamare le proprie ambizioni globali.

Lo stesso Rutte ha già detto che la NATO è indispensabile perché permette agli Stati Uniti di proiettare il proprio potere a livello globale attraverso l’Europa. L’Europa, in altre parole, funge sia da piattaforma che da moltiplicatore di forza per la strategia globale americana (come dimostrato dall’operazione Furia Epica).

Ancora più rivelatore è il linguaggio con cui la NATO ora si descrive. Rutte parla con orgoglio di una “rivoluzione industriale della difesa”. L’espressione è rivelatrice. Così come la Prima Rivoluzione Industriale trasformò la produzione attraverso le fabbriche e la meccanizzazione, la NATO 3.0 cerca di riorganizzare la produzione militare su una scala completamente nuova, non principalmente per la difesa, ma per la redditività permanente.

Dietro la retorica della “sicurezza collettiva”, dell'“autonomia strategica” e della “dissuasione” si nasconde una realtà molto più semplice: la NATO funziona sempre più come un meccanismo per trasferire quantità senza precedenti di denaro pubblico nelle mani di imprese private.

Pertanto, la NATO 3.0 rappresenta un’ulteriore mutazione: un’alleanza la cui principale missione storica sembra essere, sempre più, la militarizzazione permanente delle economie occidentali e, molto probabilmente, una nuova guerra con la Russia.

Il momento è notevole. Per decenni, i governi hanno insistito sul fatto che le finanze pubbliche richiedessero austerità. Ospedali, università, pensioni e assistenza sociale avrebbero dovuto accettare di sottoporsi a una dolorosa disciplina di bilancio. Improvvisamente, nessuna di queste restrizioni fiscali si applica alle spese militari.

Deficit che erano politicamente impossibili per la sanità o l’istruzione sono diventati del tutto accettabili per l’acquisizione di armi. Le spese per la difesa non sono più presentate come un fardello, ma come una strategia di investimento e un’ottima possibilità di creazione di posti di lavoro (senza menzionare i cimiteri sempre più grandi che di solito accompagnano la guerra).

Ciò solleva altre questioni profondamente importanti. Se il cloud computing, l’intelligenza artificiale, le comunicazioni via satellite e le armi autonome sono sempre più sviluppate da aziende tecnologiche private, chi, in ultima analisi, controlla la sicurezza nazionale? Se i governi diventano strutturalmente dipendenti da fornitori commerciali, dove finisce la responsabilità democratica? Quando l’acquisizione di equipaggiamenti militari inizia ad assomigliare a un investimento di capitale di rischio, chi, in realtà, trae beneficio dall’insicurezza permanente? A queste domande è stata data, sorprendentemente, poca attenzione.

Invece, sentiamo solo il discorso dell’emergenza: l’Europa deve riarmarsi immediatamente. La produzione industriale deve essere accelerata. Le regole di acquisizione devono essere semplificate. L’investimento militare non può aspettare.

Tuttavia, la storia ci insegna che le emergenze raramente rimangono temporanee. Misure eccezionali diventano gradualmente forme permanenti di governance. In condizioni di percezione permanente della minaccia, le spese militari straordinarie iniziano a sembrare normali, mentre le richieste di investimento in istruzione, sanità o giustizia sociale diventano improvvisamente irresponsabili dal punto di vista fiscale.

La sicurezza colonizza la politica. Ciò che emerge davanti ai nostri occhi è un modello in cui la guerra stessa diventa sempre più privatizzata. Appaltatori della difesa privati, aziende tecnologiche, imprese di logistica e sviluppatori di IA diventano attori indispensabili nell’ecosistema militare. Persino la guerra stessa diventa sempre più remota. L’intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le infrastrutture digitali permettono che le operazioni militari vengano esternalizzate, automatizzate e commercializzate in modi senza precedenti. La guerra non richiede necessariamente una mobilitazione di massa; richiede portafogli di investimenti.

Per i piccoli Stati membri che speravano nel benessere piuttosto che nella guerra, le implicazioni sono particolarmente preoccupanti. L’aumento dei budget per la difesa è presentato come una forma di solidarietà con l’Alleanza, ma in realtà spesso assomiglia a una partecipazione obbligatoria a un vasto schema di investimento militare-industriale. I cittadini finanziano armi che non producono né controllano, acquisendo protezione da minacce che sono spesso amplificate dalla stessa logica geopolitica che sostiene il sistema.

La NATO non è mai stata meramente un’alleanza militare all’interno dell’ordine internazionale basato sull’ONU. È sempre stata un’espressione della visione del mondo strategica occidentale. Oggi, sta diventando qualcosa di ancora più complesso: un sistema in cui la politica di sicurezza, la politica industriale, il potere tecnologico e l’accumulazione di capitale si fondono sempre più. Il vertice di Ankara non discuterà solo di difesa e dissuasione; rivelerà fino a che punto il futuro del capitalismo, della tecnologia e della violenza organizzata sia diventato interconnesso. Sarà un altro capitolo nell’economia politica della mobilitazione permanente per la guerra. 

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03/07/2026

Il riarmo europeo crea lavoro... negli USA. Ma Meloni conferma i vincoli NATO

Rutte è l’esempio perfetto del servo che fa di tutto per ben apparire davanti al padrone. Nella politica odierna, per come è “raccontata” all’opinione pubblica delle “democrazie” occidentali, però, questo tipo di atteggiamento – oltre a mostrare una significativa inadeguatezza – diventa un problema politico, dato che finisce col mostrare le contraddizioni della propaganda imperialista, e le gerarchie internazionali, che si disinteressano di “diritti umani” e “voti democratici”.

In un’intervista al Financial Times, Mark Rutte ha svelato che il portafoglio ordini di armamenti che l’Europa e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi due anni ammonta a ben 300 miliardi di dollari, sostenendo circa 195 mila posti di lavoro... ma oltreoceano.

Un argomento che il Segretario Generale della NATO ha cercato di sfruttare per convincere Trump che mantenere l’asse transatlantico sia conveniente per l’economia americana. Il risvolto della medaglia, per il Vecchio Continente, è però controverso. Il riarmo viene presentato dalle classi dirigenti europee come un viatico alla crisi industriale e alla deindustrializzazione, ma dalle parole del politico olandese risulta che ad avvantaggiarsene siano anzitutto gli States.

E tuttavia, l’Alleanza Atlantica viene ribadita come la cornice di riferimento di qualsiasi “difesa europea”. All’ormai vicino vertice NATO di Ankara, il prossimo 7 e 8 luglio, la Germania vuole portare un’idea di “NATO 3.0” in cui si confermino gli impegni sulla spesa militare al 5%, ma anche il sostegno a Kiev e la possibilità di ottenere le autorizzazioni dalla Casa Bianca per produrre in patria alcuni sistemi d’arma stelle-e-strisce.

Rutte il primo luglio ha preso parte ai lavori del Consiglio dei Ministri tedesco – prima volta nella storia per un Segretario Generale della NATO – e ha elogiato la postura della Germania, la quale sostiene che l’Alleanza Atlantica debba vedere maggior protagonismo europeo “non solo per la pressione di Trump, ma nel nostro stesso interesse”, ha detto il cancelliere Friedrich Merz.

Bisogna allora chiarire i termini della corsa al riarmo che abbiamo davanti. Rutte ha messo in evidenza, nella sua adulazione sfacciata, che la NATO è un’organizzazione pensata per fare gli interessi di Washington, e sempre Rutte ne ha anche svelato il tributo di sovranità che i suoi vincoli impongono.

Guido Crosetto, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha certificato che sono stati 518 i voli militari statunitensi decollati dalle basi in Italia a partire da febbraio nell’ambito dell’aggressione all’Iran, proprio come aveva rivelato Rutte. Il ministro della Difesa italiano ha così smentito quel che ha detto il primo luglio il suo collega Antonio Tajani.

“Qualsiasi operazione militare che si è svolta in Iran anche da parte americana – ha detto il titolare della Farnesina – non era un’operazione nell’ambito della NATO quindi è difficile che il segretario generale Rutte potesse sapere cosa è accaduto in Italia. Le sue dichiarazioni sono state non soltanto improvvide ma anche non rispondenti al vero”.

Insomma, Crosetto ha smentito Tajani, che ha smentito Rutte. Se sul lato della politica interna nostrana questo mostra che c’è probabilmente un po’ di maretta all’interno dell’esecutivo (o che il ministro degli Esteri italiano non sa cosa succede nel suo paese, perché è lì come prestanome per Washington e Bruxelles), sul lato dei legami strategici del nostro paese è la rappresentazione plastica della gabbia dei vincoli atlantici, che ci impegnano nell’escalation bellica dell’imperialismo in crisi, a prescindere da chi sieda a Palazzo Chigi.

Immediatamente dopo questa scenetta piuttosto ridicola, Meloni ci ha tenuto a ribadire l’impegno a raggiungere il 5% del PIL in spese militari fissato dalla NATO. Di nuovo, se nell’immediato significa confermare le scelte prese al vertice dell’Aja, sul lungo termine vuol dire aderire consapevolmente a questo quadro in cui il riarmo europeo servirà a finanziare il complesso militare-industriale statunitense.

Con un obiettivo, in prospettiva, per il Vecchio Continente: quello di diventare anch’esso una grande potenza armata. Ma è così che i nodi vengono al pettine. Perché anche fosse che, un giorno, l’Europa si libererà dai vincoli NATO, lo farà solo in virtù della trasformazione in una completa macchina bellica impelagata in un conflitto continuo con mezzo mondo, come sono oggi gli USA.

La volontà di mandare una missione navale nello Stretto di Hormuz, nonostante la complicità nell’aggressione confermata da Rutte, l’impegno a sabotare ogni possibile soluzione diplomatica del conflitto in Ucraina, sempre più laboratorio e fabbrica del riarmo europeo, persino i legami con Israele, entità politica che sopravvive solo in quanto in uno stato di guerra senza soluzione di continuità, non sono più nemmeno scelte politiche.

Sono necessità strategiche imprescindibili per alimentare questo processo in cui, nella sua “innocenza” servile, Rutte ha sottolineato che a farla da padrone sono gli Stati Uniti, ma che rappresenta anche lo spazio di manovra entro cui l’Europa può pensare di tornare a essere attore globale. Ovviamente, con la forza delle armi, perché sul piano culturale e dei valori come su quello economico di prodotti e tecnologie non ha più molto da offrire.

Allora l’alternativa appare chiara: chiunque pensa ci possano essere compatibilità con la NATO, il riarmo e la difesa europea, ci sta condannando a percorrere una strada che ci condurrà necessariamente nel baratro della guerra. Chi cerca pace e giustizia sociale, sa che è arrivato il momento di mettere in dubbio i legami internazionali del nostro paese e la presenza delle basi militari stelle-e-strisce sul nostro territorio.

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01/07/2026

IA: non un destino ma una questione di potere

1. Un trasloco che vale più di mille dichiarazioni

Il 30 giugno 2026 uno degli economisti più citati al mondo nello studio della crescita lascia, in aspettativa, la cattedra di Stanford per entrare nell’azienda che costruisce la tecnologia di cui da anni misura i pericoli. Charles Irving Jones – Chad Jones, titolare della cattedra STANCO 25 alla Graduate School of Business di Stanford – va a lavorare dentro l’Anthropic Institute, il centro studi fondato dall’impresa che sviluppa i modelli «Claude» e che nel maggio 2026 era valutata circa novecentosessantacinque miliardi di dollari, la più ricca società di intelligenza artificiale «pura» del pianeta.

L’uomo che ha costruito un modello matematico per stabilire quanta probabilità di estinzione dell’umanità sia «razionale» accettare in cambio di una crescita straordinaria entra, da consulente interno, nel laboratorio di chi quella variabile la produce.

Non è un dettaglio biografico. È un piccolo apologo sul nostro tempo, perché racconta meglio di qualsiasi dichiarazione come funziona oggi il potere tecnologico: non si limita a fabbricare le macchine, ma chiama al proprio servizio anche gli studiosi incaricati di spiegarci che cosa quelle macchine significano.

Chi disegna lo strumento finanzia anche chi ne scrive il libretto di istruzioni morale. E quando il giudice viene assunto dall’imputato, il processo è già deciso prima di cominciare.

2. Quando l’estinzione diventa una variabile

Il saggio che ha reso Jones un riferimento in questo dibattito si intitola «The A.I. Dilemma: Growth versus Existential Risk», uscito come working paper del National Bureau of Economic Research nel 2023 e poi pubblicato sulla rivista dell’American Economic Association.

La domanda da cui muove ha l’apparenza della più fredda neutralità scientifica: se l’intelligenza artificiale promette un’accelerazione senza precedenti della crescita, quanto rischio di catastrofe – fino all’estinzione della specie – è ragionevole tollerare per ottenerla?

La risposta, nel modello, dipende da tre fattori: il beneficio di crescita atteso, l’entità della minaccia e, soprattutto, la forma matematica con cui si decide di misurare l’utilità del benessere umano. È qui che il ragionamento mostra il suo volto.

Quando si adotta una funzione di utilità illimitata e si immagina uno scenario di crescita esplosiva, una «singolarità» economica, il calcolo approda a una conclusione gelida: quasi qualunque probabilità di estinzione, purché inferiore alla certezza, può risultare «razionale», perché i guadagni di benessere tendono all’infinito.

Lo stesso Jones registra il disagio del passaggio: il pianificatore che somma le «unità di utilità» tratta una probabilità del dieci per cento di estinzione dell’intera umanità come una qualsiasi probabilità del dieci per cento di morte individuale, mentre l’istinto di molti dice che le due cose non sono affatto equivalenti.

È esattamente in questo scarto che si annida il problema. Non perché il modello sia sbagliato nei suoi passaggi formali, ma perché rivela la natura del paradigma culturale che lo genera. L’estinzione dell’umanità diventa una variabile. La sopravvivenza della specie entra in una funzione di utilità. La vita si traduce in una probabilità, l’essere umano in un parametro.

È il punto d’arrivo di quella ragione strumentale che la Scuola di Francoforte aveva già diagnosticato nel Novecento: una razionalità che riduce ogni cosa a quantità misurabile e perde per strada la capacità di distinguere tra i mezzi e i fini. Il vero rischio antropologico, allora, non è la macchina. È il modo in cui una certa cultura economica ha imparato a pensare il mondo.

3. L’ideologia del rischio esistenziale

C’è una ragione politica precisa per cui il «rischio esistenziale» occupa tanto spazio nel discorso pubblico. Spostare l’attenzione su scenari remoti – la superintelligenza che fra qualche decennio sfugge al controllo e cancella la specie – consente di lasciare nell’ombra i conflitti materiali del presente.

Mentre si discute, con apparato di equazioni, della fine del mondo nel 2060, si guarda molto meno a ciò che le piattaforme digitali stanno già facendo oggi: ristrutturano il lavoro, comprimono i salari, concentrano la ricchezza, riscrivono i sistemi informativi, ridefiniscono gli equilibri di forza tra chi possiede e chi lavora.

Il problema non è ciò che l’intelligenza artificiale potrebbe fare domani. È ciò che fa adesso. Non esiste alcuna prova che una macchina cosciente stia per impadronirsi del Pianeta. Esistono invece prove abbondanti che un pugno ristretto di imprese stia conquistando infrastrutture, dati, capacità di calcolo e capacità di orientare la vita collettiva.

La narrazione apocalittica, paradossalmente, è rassicurante per chi quel potere lo detiene: trasforma una questione di proprietà e di democrazia in una questione di destino tecnologico, e sposta il giudizio dal tribunale della politica a quello della futurologia.

4. L’intelligenza artificiale è industria pesante

Nel dibattito dominante la domanda viene quasi sempre posta così: «l’intelligenza artificiale sarà pericolosa?». È la domanda sbagliata. Quella giusta è un’altra: «chi controllerà l’intelligenza artificiale?» La differenza non è di sfumatura. Nel primo caso il problema appare tecnico, quasi naturale; nel secondo diventa immediatamente politico.

I modelli di intelligenza artificiale non nascono dal nulla, non spuntano dalla natura come funghi dopo la pioggia. Richiedono investimenti colossali, data center grandi come quartieri, quantità enormi di energia elettrica, filiere di microchip avanzatissimi, infrastrutture cloud e una concentrazione di capitale senza precedenti nella storia recente.

Bastano i numeri che circondano la sola Anthropic: un accordo con Google per l’accesso a fino un milione di processori dedicati e oltre un gigawatt di potenza di calcolo; investimenti attesi fino a quindici miliardi di dollari da Nvidia e Microsoft; trenta miliardi di dollari di capacità di calcolo acquistati su Azure; un’offerta pubblica iniziale annunciata per l’autunno del 2026.

L’intelligenza artificiale non è una creatura immateriale: è industria pesante, è potenza energetica, è proprietà privata, è capitale concentrato, ed è ormai saldata agli apparati statali e militari, come ha mostrato perfino il braccio di ferro tra Anthropic e il Pentagono sull’uso dei suoi sistemi per la sorveglianza interna e le armi autonome.

L’errore teorico di fondo, allora, è trattare l’intelligenza artificiale come un soggetto autonomo, quasi una nuova specie destinata a competere con l’uomo. È la stessa operazione che altrove ho chiamato feticismo tecnologico: si attribuisce capacità d’azione alla macchina per nascondere la capacità d’azione dei proprietari della macchina.

Non è l’algoritmo a governare. Qualcuno governa attraverso l’algoritmo. E quel qualcuno ha un nome, una sede legale, un consiglio di amministrazione e una valutazione di borsa.

5. La fabbrica della legittimità

È qui che l’Anthropic Institute diventa un caso di scuola. Annunciato l’11 marzo 2026 e affidato al cofondatore Jack Clark – promosso, con un titolo che è già un programma, a «responsabile del beneficio pubblico» – il centro nasce dalla fusione di tre squadre interne: quella che mette sotto stress i modelli, quella che ne studia gli impatti sociali e quella che ne misura gli effetti economici e occupazionali.

Vi sono confluiti studiosi di rango – l’economista Anton Korinek, in aspettativa dall’Università della Virginia, Zoë Hitzig proveniente da OpenAI, e Matt Botvinick, chiamato a guidare il lavoro sul rapporto tra intelligenza artificiale e diritto – e a essi si aggiunge ora Jones. L’Istituto rivendica apertamente un privilegio: l’accesso a «informazioni che soltanto i costruttori dei sistemi di frontiera possiedono».

Tradotto: la stessa impresa che produce la tecnologia produce anche i dati che ne misurano gli effetti e, attraverso i propri studiosi, le categorie con cui quegli effetti verranno interpretati, discussi e, un domani, regolati. Si finanziano economisti, si pubblicano indici, si costruiscono narrazioni, si stringono alleanze accademiche – come quella con il Becker Friedman Institute dell’Università di Chicago, che ha messo i modelli «Claude» nelle mani di oltre duecento economisti.

Tutto questo può essere presentato, in perfetta buona fede, come ricerca responsabile. Ma esiste una seconda lettura, e non è meno legittima: le imprese che controllano l’infrastruttura stanno diventando anche le principali interpreti della trasformazione che esse stesse producono.

Non è una novità nella storia del capitalismo. I grandi centri di potere economico non hanno mai prodotto soltanto merci: hanno prodotto consenso, sapere, legittimità. È la lezione di Gramsci sull’egemonia: il dominio non si regge soltanto sulla forza, ma sulla capacità di far apparire naturale, ragionevole, perfino virtuoso l’ordine esistente.

La domanda decisiva, dunque, non è se Anthropic agisca in buona o cattiva fede; è una domanda strutturale, non morale. Può una società privata essere allo stesso tempo produttrice della tecnologia, produttrice dei dati che ne misurano gli effetti e produttrice delle teorie con cui la si giudicherà?

Chi controlla insieme la fabbrica, il laboratorio e l’aula del tribunale non ha bisogno di mentire: gli basta scrivere le regole del processo.

6. La crescita di chi?

Uno degli aspetti più rivelatori del lavoro di Jones riguarda proprio la crescita. La domanda implicita è sempre la stessa: se l’intelligenza artificiale aumenterà la produttività, chi raccoglierà i frutti di quell’aumento? Qui affiora il limite dell’approccio dominante, che tratta la crescita come una grandezza aggregata, una marea che solleverebbe tutte le barche. La storia insegna il contrario. La crescita non è mai neutrale: conta chi la controlla, conta chi ne beneficia, conta come viene distribuita.

Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito a straordinari incrementi di produttività accompagnati da una concentrazione crescente della ricchezza e da salari reali rimasti al palo. Non esiste alcuna legge naturale che trasformi il progresso tecnologico in benessere collettivo; in assenza di correttivi politici, anzi, il progresso tende ad amplificare le disuguaglianze esistenti.

L’intelligenza artificiale non farà eccezione. Se le infrastrutture resteranno nelle mani di pochi soggetti privati, la crescita prodotta dall’IA si tradurrà soprattutto in rendite monopolistiche, in ulteriore concentrazione del capitale, in un nuovo squilibrio di forze tra il lavoro e chi possiede le macchine. La questione, allora, non è quanto crescerà l’economia. È chi comanderà su quella crescita.

7. La falsa alternativa

Il discorso pubblico ci propone un’alternativa truccata. Da una parte l’entusiasmo tecnologico, che promette abbondanza e redenzione; dall’altra la paura della superintelligenza, che evoca l’apocalisse. Sembrano opposti, ma condividono lo stesso presupposto: considerano la tecnologia il soggetto della storia, l’attore che decide il proprio e il nostro destino. È un inganno prospettico.

Il soggetto resta la politica. Non è l’intelligenza artificiale a scegliere come sarà usata: lo scelgono gli esseri umani, le istituzioni, i rapporti di forza, i rapporti di proprietà.

Per questo la domanda decisiva non è se l’IA diventerà abbastanza intelligente da sostituirci. È se le società democratiche saranno abbastanza intelligenti – e abbastanza coraggiose – da governarla, invece di consegnarla già impacchettata a una manciata di imprese private e ai loro azionisti. La posta in gioco non è la coscienza delle macchine. È la sovranità degli esseri umani.

8. Dal rischio esistenziale al conflitto sociale

Charles Jones pone, a suo modo, una domanda importante. Ma la pone nel modo sbagliato. La vera questione non è quale probabilità di estinzione siamo disposti ad accettare in cambio di una crescita prodigiosa. La vera questione è perché una tecnologia costruita su saperi collettivi, denaro pubblico, decenni di ricerca finanziata dagli Stati e dati estratti dalla vita di miliardi di persone debba finire sotto il controllo di un numero sempre più ristretto di proprietari privati.

L’intelligenza artificiale non è un destino. Non è una divinità. Non è una forza della natura. È un prodotto storico, e come ogni prodotto storico porta impressi i rapporti di potere che l’hanno generata. Per questo il dibattito non dovrebbe partire dalla domanda «quanto è intelligente la macchina?», ma da una domanda molto più antica e molto più politica: chi possiede la macchina?

La risposta a quella domanda decide chi guadagna e chi perde, chi comanda e chi obbedisce, quale futuro è possibile e quale viene cancellato in partenza.

L’alternativa esiste, e ha un nome: sovranità tecnologica pubblica. Significa infrastrutture di calcolo, dati e modelli sottratti al monopolio privato e restituiti a un controllo democratico, trasparente, collettivo.

Significa decidere insieme – non nei consigli di amministrazione della Silicon Valley né nelle funzioni di utilità degli economisti – a che cosa serve questa potenza e a chi deve giovare.

Il futuro dell’intelligenza artificiale non si gioca nei laboratori di San Francisco. Si gioca nel conflitto antico e sempre nuovo tra chi concentra il potere e chi lotta per democratizzarlo. È lì, e non altrove, che si decide se questa tecnologia sarà l’ennesimo strumento di dominio o, finalmente, un bene comune.

Fonti bibliografiche

Charles I. Jones, The A.I. Dilemma: Growth versus Existential Risk, NBER Working Paper n. 31837, 2023; American Economic Review: Insights, vol. 6, n. 4, dicembre 2024.

Anthropic, Introducing The Anthropic Institute, comunicato ufficiale, 11 marzo 2026.

Anthropic announces think tank to examine AI’s effect on economy and society, CIO, marzo 2026.

Anthropic Launches Institute to Examine AI’s Impact on Jobs, Security, and Society, eWeek, marzo 2026.

Anthropic hires Stanford economist Chad Jones to assess AI risks, CryptoBriefing, giugno 2026.

Becker Friedman Institute for Economics, Università di Chicago, comunicato sulla partnership con Anthropic, 2025.

American Enterprise Institute, How an Economist Thinks about the AI Dilemma: Growth vs. Existential Risk, 2023.

Voce Anthropic, Wikipedia (dati su valutazione, accordi infrastrutturali e contenzioso con il Dipartimento della Difesa, 2025–2026).

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30/06/2026

«Poveri ma bellici»: il gran pasticcio della discussa corsa al riarmo

Bruxelles, la guerra sulla difesa

«Il caos scoppiato ieri a Bruxelles sul programma di riarmo «Safe» ha messo a nudo un intruglio micidiale di incertezze burocratiche e tensioni politiche che sta dividendo sia la Commissione Europea che il governo italiano, in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti». L’accusa del Manifesto è netta e senza scorciatoie. Il Governo, che aveva prenotato 14,9 miliardi nell’agosto 2025, non ne ha ancora deciso l’attivazione. Ora l’Unione europea bottegaia: l’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma e poi quel denaro verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti. Ma anche sulla difesa, l’Italia litiga in casa.

Cos’è SAFE, Security Action For Europe

Una invenzione politico finanziaria Ue per mettere in campo fino a 150 miliardi in prestiti per l’industria militare (15 ne ha chiesto l’Italia, poi ridotti a 5), ma il faraonico progetto di riarmo appena alla sua nascita sembra sia precipitato in un paradosso in cui nemmeno il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ne conosce con esattezza i termini e le scadenze, l’accusa. Interpellato ieri il commissario ha ammesso: «Devo fare un controllo con i colleghi sulla scadenza specifica per questi programmi che sono già in corso di definizione e i Paesi stanno già firmando accordi». Eppure, sul sito ufficiale della Commissione la data limite per quantificare le richieste è fissata al 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che senza una firma rapida i 14,9 miliardi ‘opzionati dall’Italia’ verranno indirizzati altrove.

Bruxelles ora preme su Roma

Dombrovskis incerto non sa bene cosa stia accadendo, ma il portavoce Ue Thomas Regnier alza il tiro su Roma: «Il tempo è essenziale. Incoraggiamo tutti gli Stati membri che ancora non l’hanno fatto, compresa l’Italia, a procedere rapidamente alla firma degli accordi di prestito. Perché dobbiamo aiutare l’industria europea della difesa ad aumentare il ritmo». Ed ecco che per il governo nazionale la spinta europea verso l’economia di guerra è un’altra insidia che si aggiunge a Donald Trump che attacca la premier anche sul piano personale con la sua ormai tipica grossolanità maleducata. Ma un contro sono i proclami politici, e altro i conti economici veri. La tenaglia dei rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dal patto di stabilità.

Il riarmo diventa ferita politica

Giorgetti chiarisce che, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi: «È diverso il tema dell’aumento delle spese della difesa che richiedono uno scostamento di bilancio che non può essere deciso solo dal governo, né dal ministro dell’economia, ma come dice la Costituzione dal parlamento ed è quello che sarà fatto nei prossimi mesi, a settembre presumibilmente». Altro rinvio, scivolando verso ‘data da destinarsi’ e – speranza politica di una parte governativa –, verso l’oblio. Con un colpo di coda ‘scorpionesco’: «Come ministro devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costano di più o di meno rispetto al rendimento dei titoli di Stato (Btp). Se costano meno li prendo».

Per i colossi delle armi?

Per i colossi delle armi gli affari continuano anche senza i fondi Ue, sottolinea la stampa internazionale anche per contro della parte italiana del settore. E Leonardo esce allo scoperto con Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato: «Noi ci tariamo sempre su quello che è il bilancio della difesa e sappiamo che abbiamo determinati progetti già in corso e coperti dai fondi ordinari. Se il Safe sarà qualche cosa in più, sono sicuro che ci saranno dei programmi che potranno essere addirittura anticipati, altrimenti continuiamo sulla linea dei programmi già lanciati. Partendo da Michelangelo Dome».

Spunta il ‘Michelangelo Dome’

Tra fantascienza tecnica e fantapolitica. Michelangelo Dome: «Sistema difensivo che vede la cooperazione di forze di terra, mare, aria, spazio e cybersicurezza interconnessi da satelliti che vengono coordinati da personale militare con il supporto dell’intelligenza artificiale», provano a spiegare, non rassicurando. Proposta Leonardo come sistema di difesa comunitario dell’Unione Europea per operare con ‘la costellazione satellitare IRIS’, con future basi spaziali, con il futuro programma di stazione orbitante europea e il progetto di base lunare permanente in cui Leonardo è direttamente coinvolta.

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