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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/12/2025

Cile - Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale

Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast?

Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. Non appena sono stati resi noti i risultati finali, le spiegazioni hanno iniziato a moltiplicarsi. Alcuni hanno additato l’anticomunismo come causa principale; altri hanno incolpato il governo e la percezione della sua continuità; altri ancora hanno sottolineato la composizione del team elettorale o gli errori tattici commessi durante la campagna elettorale. Un vero e proprio guazzabuglio di interpretazioni che, pur contenendo elementi attendibili, tralasciano una dimensione chiave del problema.

C’è un fattore che non siamo riusciti a stabilire con sufficiente chiarezza. E quando l’abbiamo fatto, non sempre siamo stati in grado di comprenderlo in tutta la sua profondità.

Non è un caso che il leader dell’estrema destra cilena, José Antonio Kast, invochi il “senso comune” come se fosse un mantra. Lo stesso concetto risuona sulle labbra di Donald Trump negli Stati Uniti e di VOX in Spagna; Jair Bolsonaro lo traduce nella sua ormai celebre frase “il popolo sa”; Marine Le Pen parla del “buon senso” francese; e Giorgia Meloni fa appello al “realismo” del popolo italiano.

Non si tratta di slogan isolati, ma di una coerente strategia ideologica della destra radicale. Siamo di fronte, quindi, a una disputa sul senso comune, su come ampi settori della società interpretano la realtà. Siamo, quindi, di fronte a una battaglia ideologica e culturale di lungo periodo che l’estrema destra ha condotto con efficacia. E se guardiamo al panorama internazionale – e ora anche a quello nazionale – è difficile non ammetterlo: su questo terreno, stiamo perdendo con un ampio margine.

Quando parliamo di senso comune, non parliamo di un’astrazione neutrale o spontanea. Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere negli anni ’20 del secolo scorso, avvertiva che il senso comune è un terreno in disputa permanente. È, in sostanza, un mix caotico di idee ereditate, pregiudizi, esperienze materiali e narrazioni dominanti. Chiunque riesca a organizzare quel senso comune, riesce anche a dirigere politicamente una società. Questa è egemonia.

L’estrema destra ha compreso questa lezione con una chiarezza che fa male. Non compete solo nelle elezioni; compete soprattutto nella vita di tutti i giorni. Nel linguaggio che usiamo, nelle paure che mettono radici, nelle false certezze che sembrano ovvie. Mentre discutiamo di programmi, cifre e progetti istituzionali, loro si disputano emozioni, identità e risposte semplici... ordine contro caos, merito contro parassitismo, nazione contro minaccia. Non vincono perché hanno ragione; vincono perché riescono ad apparire ragionevoli.

Jason Stanley, nel suo libro “How Fascism Works” [n.d.t.: “Come funziona il fascismo”], lo spiega con chiarezza. Le persone sono frustrate dalle condizioni di vita offerte dal sistema. È innegabile che la radice della criminalità e della precarietà lavorativa risieda nel cuore stesso del modello. Tuttavia, il politico fascista agisce con astuzia, deviando questa rabbia accumulata. Così, professionisti che hanno studiato per anni e non riescono a trovare lavoro finiscono per dare la colpa ai migranti, non a un sistema che precarizza strutturalmente la vita.

Qui sta il nocciolo della nostra sconfitta. Non basta denunciare le fake news o attribuire l’esito a una “cattiva campagna elettorale”. C’è una classe operaia stanca, precaria, fisicamente e mentalmente esausta, che non si sente rappresentata da un progetto di trasformazione che molte volte è espresso in termini estranei, eccessivamente tecnici o moralizzanti. In questo vuoto, l’estrema destra offre risposte facili, colpevoli chiari e un’illusione di controllo (dato che è molto più facile incolpare un migrante per le proprie disgrazie che il settore imprenditoriale che accumula ricchezza, non è vero?). Il fascismo non offre futuro, ma promette un sollievo immediato.

Tuttavia – e questo è fondamentale – niente di tutto ciò è irreversibile. La storia non procede in linea retta, né è predeterminata. Proprio come oggi stiamo assistendo a un’offensiva reazionaria globale, sappiamo anche che i momenti di maggiore regressione sono stati, molte volte, il preludio di profonde ricomposizioni popolari. Ma queste ricomposizioni non avvengono da sole. Devono essere ricostruite.

E qui è fondamentale chiarire una cosa. Se il nostro obiettivo è il superamento del capitalismo, non possiamo permetterci una frammentazione permanente. In “La trappola della diversità”, Daniel Bernabé sostiene con chiarezza che il sistema opera attivamente per atomizzare la classe lavoratrice, disperdendola in molteplici lotte parziali che, scollegandosi l’una dall’altra, perdono la loro capacità reale di contestare il potere.

Ciò non implica – e va detto senza ambiguità – negare o relativizzare lotte fondamentali come il femminismo, l’ambientalismo, la difesa della diversità sessuale e di genere o i diritti degli animali. Tutte esprimono reali contraddizioni del capitalismo e legittime richieste di emancipazione. Il problema non sono queste lotte in sé, ma il loro isolamento, la loro depoliticizzazione o la loro disconnessione da un progetto condiviso di trasformazione sociale.

Dall’inizio di questo secolo, una parte della sinistra ha teso a perdere di vista questo filo conduttore: la condizione comune di coloro che vivono della loro forza lavoro e subiscono, in modi diversi, lo sfruttamento e il dominio della classe dominante. Al di là delle nostre differenze – che esistono e devono essere riconosciute – c’è un fattore comune che ci attraversa e ci unisce: la subordinazione al capitale.

È proprio lì, in quella base materiale condivisa, che risiedono la nostra principale forza e la reale possibilità di vittoria. Non nella negazione delle lotte, ma nella loro consapevole articolazione all’interno di un progetto collettivo capace di sfidare l’egemonia e trasformare la società nel suo complesso.

Fare appello alla speranza non significa negare la sconfitta, ma comprenderla in tutta la sua profondità. È riconoscere che il compito che ci attende è più impegnativo di vincere un’elezione. È ricostruire un senso comune solidale, collettivo ed emancipatore. Tornare a parlare di dignità senza scusarsi. Tornare a organizzare dove oggi c’è solo frustrazione. Tornare a politicizzare la vita quotidiana senza disprezzarla.

Perché anche nel vuoto – e, a volte, proprio lì – c’è spazio per la ricostruzione. E questa ricostruzione, se vuole essere reale e duratura, deve essere radicata nella classe lavoratrice e mirare a disputarsi, gomito a gomito, la coscienza del nostro popolo. Infine, il giorno in cui potremo dire “abbiamo trionfato”, non come risultato esclusivo di un’elezione, ma come frutto di un’organizzazione popolare orientata al superamento del capitalismo, quel giorno avremo vinto la battaglia culturale.

Fonte

20/09/2024

Le tensioni tra Usa e Cina e lo stato di salute del capitalismo mondiale

di Raffaele Sciortino

Benjamin Bürbaumer, Chine/ Ètats-Unis, le capitalisme contre la mondialisation, Paris, La Découverte, 2024

Nella letteratura sullo stato delle relazioni sino-americane non è affatto facile ritagliarsi uno spazio. A maggior ragione se il focus non è su aspetti particolari ma sul quadro complessivo, nello spazio e nel tempo, dello scontro che va delineandosi tra Stati Uniti e Cina Popolare. Ciò vale in particolare per gli studi europei non in lingua inglese, sui quali pesa la scarsa attenzione per un tema che il pubblico continentale percepisce sì come cruciale ma tende a vivere da spettatore passivo. Gioco forza, data la crescente irrilevanza della Unione Europea nel quadro economico e geopolitico mondiale. Rappresenta una parziale eccezione la Francia, per ragioni che rimandano vuoi alle mai scomparse velleità geopolitiche vuoi alla percezione del declino interno e internazionale del paese.

Dopo la pubblicazione tra il 2022 e il 2023 di alcuni lavori in lingua francese sulla competizione tra le due potenze[1], è da poco uscito su questo tema il lavoro di un giovane studioso di economia politica internazionale, Chine/ Ètats-Unis, le capitalisme contre la mondialisation di Benjamin Bürbaumer. Mentre fin qui il focus delle analisi si è per lo più incentrato sull’ambito della politica internazionale, ciò che caratterizza in positivo questo studio è il rifiuto esplicito di un approccio che fa della geopolitica una dinamica separata e in ultima istanza decisiva incentrata oltretutto sulla relazione tra attori nazionali. La tendenza allo scontro Usa/Cina parla innanzitutto dello stato di salute del sistema capitalistico mondiale e della parabola paradossale della globalizzazione (che gli autori francesi chiamano mondializzazione). Paradossale a misura che il “nodo mondializzazione-finanziarizzazione” – il cui asse, vedremo, si è costituito proprio intorno alla relazione Stati Uniti/Cina – ha sì permesso al capitalismo mondiale la fuoriuscita dalla crisi degli anni Settanta, ma alla condizione di innescare l’ascesa di un potente rivale del capitale occidentale che è oggi arrivato a contestare la “supervisione” statunitense della mondializzazione stessa.

Di qui lo scontro che si va delineando sotto i nostri occhi e che per l’autore configura una lotta per l’egemonia alla scala del sistema mondiale: la spinta di Pechino per un ordine internazionale alternativo di contro alla reazione di Washington per il mantenimento dell’ordine esistente. Uno scontro che mette a rischio la stessa mondializzazione non per fattori esogeni, bensì per la dinamica conflittuale stessa del capitalismo. Di qui il titolo a suo modo provocatorio del libro.

Traspare da questa ipotesi centrale il riferimento marxista dell’autore, che da un lato punta a un’attenta analisi degli elementi strutturali della mondializzazione (in particolare, i flussi degli investimenti esteri di capitale, diretti e finanziari, e non semplicemente gli scambi commerciali), dall’altro si serve del concetto gramsciano di egemonia trasposto sul piano delle relazioni internazionali per incastonare queste ultime nelle dinamiche di classe interne agli stati nazionali in gioco. Il connubio di questi due elementi permette di sfuggire all’uso invalso dello strumentario gramsciano, oramai neutralizzato nella disciplina delle relazioni internazionali sotto la vuota etichetta di soft power o ridotto a mera critica culturale.[2] Ma permette altresì di evitare un’attitudine analitica e politica tipica di buona parte della critica francese (e non solo) della mondializzazione, letta come frutto della sola intenzionalità politica e/o come produzione del “discorso neoliberale”.[3] Ciò non toglie che questo ancoraggio marxista risulta a volte come ingabbiato in un apparato concettuale che sembra rimandare alla scuola francese della regolazione e, più in generale, a un approccio di International Political Economy fermo alla combinazione di politica ed economia e dei livelli di analisi internazionale e interno più che teso a investigarne i nessi intrinseci nei termini della legge del valore dispiegata a scala mondiale.

Proviamo allora a ripercorrere il ragionamento di Bürbaumer e man mano porne in luce meriti e criticità.

Innanzitutto, si pone la questione di cosa deve intendersi per mondializzazione nel suo rapporto al capitalismo. E la risposta sta in una stimolante genealogia per fatti stilizzati della “fabbricazione americana della mondializzazione” (titolo del primo capitolo che rievoca The Making of Global Capitalism di Sam Gindin e Leo Panitch, un testo degli anni Dieci che ha avuto una certa importanza nel dibattito radical sul tema). Il punto di innesco della crisi dell’ordine fordista precedente viene individuato nell’insubordinazione operaia e popolare di quello che è stato chiamato il Lungo Sessantotto. Questo fattore unitamente all’acuita concorrenza inter-capitalistica, in particolare dovuta alla ripresa delle economie giapponese e tedesca, e alla caduta dell’efficienza del capitale porta alla “crisi strutturale del capitalismo statunitense” (pp. 25-6) manifestata dalla caduta della profittabilità delle grandi imprese e dal graduale esaurimento del paradigma tecno-economico incentrato sul binomio automobile-petrolio. La reazione della borghesia Usa al rischio declino si sostanzia negli anni Settanta nel prevalere della sua frazione “transnazionale” volta a rilanciare gli investimenti esteri e il commercio internazionale e dunque a smantellare, in patria e soprattutto all’estero, i limiti alla libera circolazione di capitali e merci. Non senza l’aiuto dello stato americano, ha così potuto superare le resistenze interne del capitale nazionale più orientato al protezionismo nonché integrare nei nuovi circuiti dell’internazionalizzazione e legare a sé le frazioni di borghesia europea e giapponese (in nota l’autore recupera a questo riguardo il concetto di “borghesia interna” di Poulantzas, che rimanda al dibattito marxista degli anni Settanta sulla caratterizzazione del nuovo “super-imperialismo” americano)[4]. Per questo risultato è stato cruciale secondo Bürbaumer – ecco la nota “gramsciana” aggiornata alle analisi sulla borghesia transnazionale di Stephen Gill sulla Commissione Trilaterale e quelle più recenti di Van Appeldoorn-de Graaf sulle reti dell’élite “corporate” statunitense – il ruolo degli emergenti think tank globalisti, veri e propri organi di pianificazione politica per l’elaborazione della nuova Grand Strategy americana.[5] Ciò si è combinato con l’offensiva anti-operaia in Occidente e l’estensione a palla di neve della deregulation ai paesi del Terzo Mondo, piegati dalla trappola del debito estero e dalle conseguenti terapie choc. Il tutto ha avuto inizio già con le amministrazioni americane degli anni Settanta, si è rafforzato sotto Reagan ed è culminato nel decennio clintoniano, non senza l’apporto della caduta del blocco cosiddetto socialista.

Questa ricostruzione incrocia la tesi “smithiana” di Robert Brenner dell’accresciuta competizione inter-capitalistica anni ’60-’70 con la tesi della diminuita redditività del capitale. Sicuramente avrebbe beneficiato altresì di un accenno agli “interventi umanitari” americani che hanno caratterizzato il cosiddetto momento unipolare. In ogni caso ha un duplice merito. Il primo è quello di sottolineare come la ripresa della profittabilità delle multinazionali statunitensi – via delocalizzazioni della produzione industriale: ecco dove si inserisce la Cina – sia consistita e consista tuttora nel “drenaggio” (p. 63) di valore dagli investimenti esteri in una misura superiore a qualunque altro concorrente: la mondializzazione dunque si basa su di una asimmetria strutturale a favore dell’imperialismo Usa (l’autore non usa questo termine, ma a più riprese sottolinea questo nesso). In questo quadro, ma anche nell’economia dell’insieme del lavoro in oggetto, è di particolare importanza l’analisi dedicata al ruolo del dollaro per le basi materiali della riconfigurazione dell’egemonia americana. Bürbaumer sceglie di parlarne diffusamente solo nel quarto capitolo (“La contestazione del privilegio esorbitante del dollaro”) in relazione al tentativo cinese di aggirare quella che si è rivelata essere un’arma fondamentale del capitalismo americano, ma il tema è già implicito nella genealogia della mondializzazione. L’analisi è di tipo funzionalista e istituzionalista – sulla scorta, ci sembra di capire, di Aglietta, Orléan, Cartelier, ma anche per ragioni metodologiche e per il livello di astrazione scelto – più che strettamente marxista (moneta come rapporto sociale, espressione necessaria del valore come forma della socializzazione della produzione basata sul capitale, contestuale al potere statale). Comunque sia, particolarmente efficace nella sua sinteticità risulta la spiegazione del peculiare signoraggio del dollaro che, in particolare dopo lo sganciamento dalla convertibilità con l’oro nel 1971, ha permesso a Washington di indebitarsi nella propria moneta a tassi di interesse bassi e di investire all’estero i capitali così ricavati grazie alla politica monetaria della Federal Reserve, unitamente all’attrattività dei Treasuries americani come bene rifugio e all’accumulo di riserve denominate nel biglietto verde da parte delle banche centrali del resto del mondo. Alla base di ciò, ovviamente, la circolazione del dollaro come mezzo di scambio a valenza mondiale, rafforzata dall’accordo del 1974 con l’Arabia Saudita sul prezzo e vendita del petrolio in valuta statunitense. I dati riportati dall’autore illustrano ampiamente il dominio monetario che ne è seguito – e che vige tutt’oggi nonostante la tempesta del 2008 – che ne fa la moneta “liquida” per eccellenza, supportata da una fin qui insuperata potenza diplomatica e militare. Il che spiega, altresì, la possibilità per Washington di reggere da cinquant’anni a questa parte un crescente doppio deficit, e quindi debito, statale e estero senza incorrere nella necessità di un doloroso risanamento della bilancia dei pagamenti. La tenuta del fronte interno negli States deve molto, se non quasi tutto, a questo.

Con ciò siamo direttamente al secondo punto di merito di questa ricostruzione. Come è stato possibile, nonostante la relativa de-industrializzazione negli Stati Uniti con conseguente perdita di potere contrattuale da parte della classe operaia, ricacciare indietro il lavoro organizzato e però conservare la pace sociale? È qui che si inserisce il ruolo essenziale della Cina in questo processo di “fabbricazione” della mondializzazione. Averne fatto grazie agli investimenti delle multinazionali la fabbrica del mondo dai bassi costi, i cui prodotti hanno libero accesso ai mercati occidentali, vi ha permesso una pressione deflazionistica sui salari delle classi lavoratrici contestualmente al riversarsi nel loro paniere di una massa di prodotti d’uso a basso costo. Questo il rapporto di classe su scala internazionale che è l’altra faccia dell’internazionalizzazione della produzione e della finanza.

A questo punto Bürbaumer può passare nel secondo capitolo del libro a illustrare i passaggi essenziali dell’“inserzione subordinata” (p. 88) della Cina nella rete della mondializzazione: l’aggettivo è altrettanto importante del sostantivo. Analiticamente, si possono distinguere dai fattori esogeni – quelli attinenti ai processi di internazionalizzazione delle imprese e della finanza americane attraverso le nuove catene globali del valore – quelli endogeni che hanno dato luogo alla più che trentennale “alleanza di circostanza” (p. 74) tra le due sponde del Pacifico. Su questo versante l’autore attribuisce particolare importanza al peculiare assemblaggio tra le spinte modernizzatrici e sviluppiste proprie del corso politico post-maoista del Partito Comunista Cinese e l’emergere di una classe capitalista come escrescenza degli apparati di partito, il che ha fatto prevalere la spinta all’apertura verso l’Occidente. (A questo riguardo, però, andrebbe ricordata l’importante mossa diplomatica di Mao sfociata nel rapprochement con l’amministrazione Nixon già nel ’72, ben prima del depositarsi definitivo delle polveri sollevate dalla Rivoluzione Culturale e dell’inizio del corso denghista).[6] Nel corso degli anni Novanta – dopo che la liberalizzazione contestata da piazza Tien An Men nell’89 è stata riformulata in termini più graduali ma sostanzialmente riconfermata e spinta in avanti – questo processo ha liberato forze potenti che hanno fatto nascere nuovi settori sociali pro apertura in una dinamica autoalimentantesi (p. 75).

Non seguiremo nel dettaglio la descrizione del corso cinese di “riforma e apertura” sintetizzato in questo capitolo. Ma possiamo fermarci brevemente su alcune domande che il libro, nell’affrontare questo grumo di questioni obiettivamente intricatissimo, inevitabilmente solleva. Si tratta, in sintesi, della caratterizzazione della formazione economico-sociale cinese. L’autore dà per scontata, comprensibilmente, la natura capitalistica della Cina attuale. Ma non ritiene di doversi soffermare sul problema della sua transizione al capitalismo: quando si è data? Come? Quali le cause profonde? Ha avuto luogo una “restaurazione” capitalista di una formazione già socialista o transitante verso il socialismo, come molta letteratura marxista di ascendenza anche opposta (trozkista, marxista-leninista, radical) ritiene? Oppure sotto le bandiere del socialismo maoista ha avuto luogo una peculiare accumulazione primitiva capitalista – peculiare in quanto scaturita da una rivoluzione democratica contadina in un paese periferico di antica civiltà, non passato attraverso una fase feudale e sottoposto alla rapina semicoloniale – che a un certo punto ha prodotto anche dall’interno le spinte all’apertura al mercato mondiale concomitante con la pressione imperialista esterna senza però subordinarvisi del tutto proprio in forza di quel retaggio?[7] Questioni che hanno tutta una complessa stratificazione storica e politica. Per restare nei limiti di una “critica immanente” al libro possiamo far notare due implicazioni della loro rilevanza. Primo, la permanenza di una “questione agraria” in Cina, che rappresenta sì un ostacolo al pieno dispiegamento di un moderno capitalismo all’altezza dell’imperialismo occidentale ma anche un ammortizzatore rispetto a una proletarizzazione selvaggia e incontrollata.[8] Secondo, e collegato a ciò, la collocazione delle classi lavoratrici delle campagne e delle città, che sono sì forza-lavoro a basso costo disciplinata dall’educazione “socialista” (p. 90) ma anche forza attiva nel condizionare lo sviluppo capitalistico cinese spingendolo verso una modernizzazione accompagnata da un compromesso sociale di tipo più socialdemocratico. Sono dunque i rapporti di classe interni alla Cina, intrecciati alla dinamica del capitalismo mondiale, a spiegare sia perché il partito-stato abbia potuto e dovuto evitare un passaggio da terapia choc, sia perché all’indomani della crisi del 2008 abbia tentato di svoltare rispetto a un modello di sviluppo eccessivamente dipendente ed esposto alle crisi cicliche e alle strategie di controllo provenienti da Occidente.

Per intanto registriamo con l’autore che dagli anni Novanta dello scorso secolo la Cina diventa la destinazione numero uno del flusso degli investimenti diretti americani, una “vacca da latte delle multinazionali americane” (p. 89), snodo cruciale delle catene del valore controllate dagli oligopoli occidentali, paese esportatore di peso mondiale ma pur sempre di beni manufatti a medio-basso valore aggiunto per conto, appunto, di quelle multinazionali. A questo riguardo Bürbaumer – forse memore del vecchio dibattito marxista di inizio Settanta tra Mandel e Nicolaus – fa giustamente notare che, data questa configurazione dei circuiti internazionali del capitale, non è certo la bilancia commerciale l’indice più significativo del peso specifico di un’economia nazionale se non se ne disaggrega il valore aggiunto domestico contenuto nelle esportazioni. Per non parlare dei profitti occidentali rimpatriati nonché dell’obbligo tacito, anche per la Cina, di reinvestire parte del surplus commerciale nei titoli del Tesoro statunitensi come contropartita dell’apertura dei mercati occidentali e dell’acquisizione di tecnologie (comunque non del livello più alto). E il cerchio si chiude.[9]

Si riapre, però, con la svolta successiva alla crisi finanziaria globale, che il libro affronta nell’ultima parte del secondo capitolo. La crisi si incarica di portare a maturazione le fragilità della “simbiosi transpacifica” (p. 95). Fragilità presenti già prima della tempesta per quanto con modalità differenti sui due versanti. Su quello cinese (pp. 95-101), si tratta di uno sviluppo improntato a forti investimenti in capitale fisso senza però, almeno dagli anni ’00, decisi incrementi di produttività e di innovazione tecnologica, la cui assenza viene compensata da una crescita meramente quantitativa della produzione.[10] Di conseguenza, l’unica via di uscita resta l’extraversione dell’economia, che fissa però la Cina al ruolo di macchina da esportazione dipendente, nei modi visti, dai mercati occidentali, con bassi livelli di consumo interno e, nonostante i successi della lotta alla povertà, processi di massiccia proletarizzazione senza la possibilità di formazione di una vera classe media. A questo proposito l’autore sembra dare una torsione “keynesiana” al ragionamento insistendo sul divario sovracapacità produttiva / scarsi consumi come causa dell’extraversione commerciale, fonte di tensioni con gli Stati Uniti.[11] Il punto, a mio avviso, è però distinguere l’extraversione dipendente da multinazionali e mercati occidentali, fonte di un surplus commerciale a basso valore aggiunto cinese, da una proiezione esterna basata invece su investimenti interni a più alto contenuto tecnologico al fine di risalire le catene globali del valore ed erodere il prelievo imperialista occidentale. Solo questa seconda strategia – intrapresa sotto la presidenza Xi Jinping – permette di innalzare sul medio-lungo termine anche salari e consumi interni e di accedere a un compromesso sociale di tipo socialdemocratico.

Sul versante americano (pp. 101-3), nonostante il periodo di vacche grasse per il grande capitale, incubano le contraddizioni dovute al crescente indebitamento delle classi lavoratrici, alla disgregazione sociale risultato della deindustrializzazione, e alla formazione di bolle speculative nella finanza come quella subprime, poi puntualmente esplosa. Bürbaumer ne conclude che quella simbiosi era in realtà solo apparente, senza un’effettiva convergenza tra le due economie (p. 112) a causa, da un lato, dello scarso radicamento, qualitativo e quantitativo, delle multinazionali statunitensi nel tessuto produttivo cinese – nulla di paragonabile con l’entità degli investimenti diretti in Europa – e, dall’altro, per il forte controllo da parte dello Stato cinese sulle aperture economiche attraverso la limitazione delle acquisizioni straniere, la formazione di forti conglomerati monopolistici pubblici e la subordinazione del capitale privato.

A questo proposito possiamo rincarare la dose. Senza bisogno di aderire alla lettura arrighiana di una Cina qualitativamente differente e relativamente separata dal capitalismo occidentale[12], è vero che il corso economico cinese non è mai stato né puramente “neoliberale” né – storia e rivoluzione contano – completamente subordinato all’imperialismo occidentale. Il prelievo di valore da parte delle multinazionali occidentali e l’inserimento nella rete di dominio mondiale del dollaro e della finanza statunitense hanno rappresentato, nelle condizioni storiche date, la via di accesso quasi obbligata della Cina al mercato mondiale come condizione di un suo salto nella modernizzazione interna (e così, crediamo, sono sempre state viste dalla frazione determinante del Partito Comunista Cinese, al di là di transitorie giravolte “liberiste”).

Le traiettorie, innanzitutto economiche, di Stati Uniti e Cina iniziano decisamente a divergere con lo scoppio della crisi globale perché la parabola discendente dell’accumulazione mondiale, col suo epicentro di crisi in Occidente, rovescia la loro relativa interdipendenza già strutturalmente asimmetrica in contrasto di interessi sempre meno conciliabili, economici e geopolitici. È qui che la struttura si fa azione: per la Cina proseguire sulla linea degli ultimi decenni avrebbe significato non solo confermare la subordinazione fin qui gioco forza accettata, ma rischiare il blocco se non il rinculo del proprio sviluppo economico e, con esso, la messa a rischio dell’ordine sociale garantito dalla crescita verso una “prosperità moderata”. Un regime change di marca filo-occidentale ne sarebbe stato l’esito probabile.

Torniamo al libro. L’asimmetria di collocazione nel sistema capitalistico mondiale – che Bürbaumer discute nei suoi diversi aspetti, non solo economici – si manifesta anche nell’opposta reazione di Washington e Pechino alla crisi. Per gli Usa si tratta di continuare, dopo e grazie ai salvataggi della finanza, col business as usual: vanno in questa direzione le mosse della Fed per confermare la centralità mondiale del dollaro.[13] Tutta la parte centrale, cioè i capitoli terzo (“Sfuggire al controllo americano delle catene globali del valore”) e quarto (“La contestazione del privilegio esorbitante del dollaro”), sono un’efficace illustrazione dello sforzo cinese di aggirare questa che oramai è divenuta una vera e propria trappola per le proprie prospettive di sviluppo. Può non essere superfluo ricordare che, secondo l’autore, non è stato il cambio al vertice con l’arrivo di Xi Jinping ad aver prodotto il superamento del connubio denghista di liberalizzazione economica e minimalismo in politica estera, bensì qualunque altro dirigente si sarebbe dovuto confrontare con le sfide poste dal nuovo contesto (p.117).

In estrema sintesi, si è trattato a questo punto per Pechino di cercare una collocazione diversa alle proprie imprese nella divisione internazionale del lavoro risalendo la catena globale del valore anche dal punto di vista tecnologico e, al contempo, di portare avanti una “lotta per le infrastrutture” al fine di incanalare verso di sé i flussi di valore precedentemente appropriati dall’Occidente. Il punto di convergenza di questo doppio asse strategico l’autore lo rinviene nel progetto delle Nuove Vie della Seta (BRI, secondo l’acronimo inglese), la vera sfida cinese al dominio statunitense sui flussi mondiali di valore. Lanciato, come è noto, nel 2013 questo progetto è la cornice generale della proiezione esterna autonoma delle imprese cinesi sul mercato mondiale, finalizzata sia ad accrescere il valore aggiunto domestico delle merci esportate sia a dare inizio a una esportazione di capitali in proprio, salita effettivamente al 2022 al 9% dello stock mondiale (di contro al 22% statunitense, di tutt’altro spessore qualitativo).

Ma il cambio di strategia non si limita a ciò. Come accennavamo, altrettanto se non più importante delle mere cifre economiche è secondo Bürbaumer il tentativo cinese di mettere in campo nella sua proiezione esterna un’intelaiatura di infrastrutture fisiche, tecniche, di comunicazioni e di reti digitali – emblematico il successo e la diffusione delle reti 5G di Huawei – fino all’intelligenza artificiale come tecnologia e metodo di innovazione di applicazione generale. Un’intelaiatura che permetta di oltrepassare gli standard tecnologici occidentali legando a sé i paesi aderenti (pp. 132-50). Resa possibile dalla veloce e per certi versi straordinaria rincorsa tecnologica cinese, tale espansione a sua volta la rilancia. In gioco è allora il “potere strutturale” (concetto mutuato da Susan Strange), ovvero la capacità di incanalare i flussi di valore delle transazioni globali nel mentre si determinano, con l’attiva partecipazione dello stato, le condizioni di rango e di partecipazione al mercato e alla geopolitica mondiali, le regole del gioco dell’ordine internazionale, il controllo dei colli di bottiglia fisici e intangibili.

Una lotta, dunque, che investe contemporaneamente il piano economico-finanziario e quello geopolitico. Non a caso, essa è strettamente intrecciata con la “contestazione monetaria cinese” (pp. 188-201) del dominio mondiale del dollaro, cui abbiamo accennato sopra. Dall’incremento dell’interscambio commerciale direttamente in valuta cinese agli scambi tra banche centrali, dal graduale allentamento dei controlli su cambio e capitali per permettere una più ampia circolazione internazionale del renminbi yuan all’approntamento di un sistema di pagamenti interbancari proprio (il Chips, non ancora però del tutto slegato dal sistema Swift controllato da Washington), il libro fa una sintesi aggiornata di quella che definisce una “finanziarizzazione in forma statale” (p. 199) volta a creare mercati finanziari distinti e concorrenti con quelli occidentali. La posta in gioco, con una formula efficace: “rinforzare l’extraversione diminuendo le vulnerabilità a ciò associate” (p. 120) di contro a un modello export-led del tutto esposto al bello e cattivo tempo dei capitali e delle politiche statunitensi (rimando a quanto scritto sopra al riguardo).

Bürbaumer non nasconde comunque le persistenti fragilità cinesi. Sottrarsi alla supervisione statunitense della mondializzazione non è impresa facile. Il libro si ferma in particolare su due mosse che Washington, da leader mondiale, può giocare d’anticipo. Da un lato la cosiddetta guerra dei chip (pp. 151-61, dal titolo dell’oramai famoso libro di Chris Miller), iniziata con l’offensiva anti-Huawei, e tesa a disconnettere l’industria cinese dai segmenti alti di questa produzione strategica per bloccarne in anticipo la potenziale risalita tecnologica. Con risultati ambivalenti: Pechino è stata incentivata a sviluppare capacità di ideazione e produzione autonome, pur restando dipendente per i chip più sofisticati dalla strumentazione occidentale, che le è sempre più negata. Dall’altro Washington, per contrastare in prospettiva la graduale internazionalizzazione della valuta cinese, sta trasformando a più non posso il dollaro in “arma politica esplicita” (p. 201) attraverso un sistema oramai pervasivo di sanzioni finanziarie a paesi ed entità avversarie, di cui quelle comminate contro la Russia all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina sono solo l’ultimo e più rilevante esempio. Anche su questo versante i risultati non sono così lineari: l’arma delle sanzioni si sta rivelando a doppio taglio per l’Occidente e paradossalmente un catalizzatore dell’uso internazionale dello yuan cinese da parte dei soggetti statali sanzionati (p. 211). Al tempo stesso, nonostante questo effetto boomerang, resta il fatto che il dollaro non ha al momento degli effettivi rivali come moneta mondiale.

In entrambi questi casi ciò che emerge è la contraddizione tra le spinte all’internazionalizzazione del capitale – sia sul fronte delle multinazionali americane, interessate al mercato cinese, sia su quello del capitalismo sviluppista della Cina che ancora abbisogna degli apporti del capitale straniero – da un lato, e le divergenze senza precedenti tra i due avversari dall’altro. Senza che, rilievo importante dell’autore, la questione possa ridursi alla meccanica separazione tra un’economia presuntamente portatrice di interdipendenza pacifica e una geopolitica causa di scontro: se è vero che il cliente cinese delle imprese statunitensi è sempre più anche concorrente. Allo stato, questa contraddizione si è attestata sul decoupling strategico rispetto all’economia cinese da parte di Washington, che sta diversificando i propri fornitori secondo ragioni geopolitiche (friendshoring) senza, per ora, attaccare l’integrità delle catene globali, dunque anche cinesi, del valore (pp. 165-6).

Siamo così all’ultimo capitolo, dedicato a “Gli Stati Uniti nella trappola dell’egemonia”. Come abbiamo anticipato all’inizio, per Bürbaumer la cifra di fondo delle tensioni in corso è quella di una lotta per l’egemonia a tutto tondo tra le due grandi potenze, ben oltre la mera dimensione economica: si tratta della capacità di fare della propria organizzazione sociale un modello universale garantendo un ordine internazionale di cui tutti in teoria possano beneficiare. Ed è qui che viene fuori la posizione critica attuale degli Stati Uniti. Netto è il loro predominio sul piano militare, in questo capitolo illustrato in particolare con riferimento all’esorbitante spesa militare, alla rete mondiale di basi militari e alla forward presence nell’area dell’Indo-Pacifico e a Taiwan, che di fatto prefigura l’espansione della Nato in Asia (pp. 267-82). Ma l’impegno crescente in questa direzione non fa che attestare che l’equilibrio “gramsciano” tra consenso e coercizione pende sempre più verso il secondo aspetto. Nonostante il perdurante richiamo del modo di vivere americano e una ineguagliabile rete di alleanze sparse nel globo, la crescente militarizzazione spinge dall’attrattività egemonica nella direzione dell’esercizio del puro dominio. Ma la perdita di prestigio internazionale di Washington – sotto gli occhi di tutti l’instabilità crescente della pax americana e il doppio standard applicato ai conflitti in Ucraina e a Gaza – non si spiega secondo Bürbaumer senza la contestuale strategia cinese. L’offensiva dello charme va qui dalle iniziative istituzionali in Asia e in sede di paesi Brics all’impegno per un ordine internazionale più giusto e favorevole ai paesi della periferia del mondo. Il tutto costellato di azioni concrete in questa direzione, dalla crisi asiatica del 1997 allorché Pechino evitò di svalutare la propria valuta venendo così in soccorso dei paesi asiatici fino alla diplomazia dei vaccini anti-covid, e alla mediazione tra Iran e Arabia Saudita nel 2023. Non certo un’azione disinteressata, bensì nel quadro della proiezione esterna di cui si diceva, e comunque in grado finora anche sul piano degli interventi economici di non imporre ai paesi interlocutori, per lo più del Sud del mondo, le famigerate condizionalità del Fmi e della finanza occidentale, bensì garantire in certa misura uno “sviluppo”.

Insomma, la supervisione americana della mondializzazione risulta sempre più contestata, con possibili ripercussioni anche sulla stabilità interna, in un circolo vizioso di interventismo militare e perdita di prestigio che sta alla base del peggioramento complessivo del clima internazionale. La rivalità inter-capitalistica delle due principali potenze mondiali arriva così a minare la stessa mondializzazione palesando la dinamica conflittuale tra nazioni intrinseca al capitalismo che l’autore, richiamandosi nella pagina finale del libro a Rosa Luxemburg, definisce “imperialismo”.

È evidente, da questa pur parziale presentazione, come il lavoro di Bürbaumer sia ricco in sé di contenuti tenuti insieme da un quadro complessivo forte, cosa che, lo si condivida o meno, pochi oggi si arrischiano a fare nello specialismo imperante. Proprio per questo, merito non ultimo del libro è quello di aprire tutta una serie di questioni cruciali non solo per il lavoro teorico e storico, ma ancor più per la politica mondiale a venire (se intesa come grande politica). Mi limito su questo a due considerazioni finali. La prima: la caratterizzazione complessiva dello scontro in corso come lotta per l’egemonia tra le due grandi potenze sembra implicare la possibilità di un avvicendamento egemonico tra Stati Uniti e Cina, rischiando così di oscurare la persistente asimmetria non solo tra i due attori in gioco, ma tra Occidente e resto del mondo – asimmetria (ben presente a Bürbaumer) che rende oltremodo improbabile una “successione egemonica” (per usare una terminologia arrighiana). In realtà, si potrebbe forse parlare di una contro-egemonia di “resistenza”, portatrice non di un discorso anti-imperialista e anti-capitalista, sia chiaro, ma di un’istanza “riformista” a scala mondiale, che non a caso sta raccogliendo l’attenzione e il cauto appoggio di parte del Sud del mondo (e della Russia, malgré soi portatrice di un’anomalia risalente al ’17 che l’Occidente non le ha mai perdonato). Purtroppo nell’indifferenza finora di gran parte delle classi lavoratrici occidentali (per non parlare dell’aperta ostilità delle loro rappresentanze politiche e sindacali). Seconda considerazione, strettamente legata alla prima: risulta da questo lavoro come la traiettoria statunitense dall’egemonia al dominio rimandi non semplicemente a un problema di direzione da parte di Washington – di cui è segno la difficoltà di elaborazione di una nuova, coerente Grand Strategy – bensì a un impasse oggettivo del capitalismo mondiale. Se ne potrebbe dedurre che il blocco posto dagli Stati Uniti a un rinnovamento profondo degli equilibri geopolitici, economici, sociali a scala mondiale – blocco di cui lo scontro con la Cina è espressione – segnala una crisi profonda non solo della mondializzazione come “stadio” fin qui più alto raggiunto dal capitalismo, ma del sistema capitalistico in quanto tale.

Alla luce di ciò, non si fa forse torto all’autore concludendo che il suo lavoro pone in definitiva l’esigenza di una rinnovata teoria dell’imperialismo, banco di prova di un marxismo all’altezza degli sconvolgimenti mondiali a venire.

Note

[1]
Ricordiamo di Barthélémy Courmont Chine-Usa: le grand écart, a cura dell’Iris; di Pierre Grosser L’autre guerre froide? La confrontation Ètats-Unis/Chine. Va considerato anche il lavoro di analisi che fa capo al sito Le Grand Continent. La tradizione gollista permette ancora qualche margine di analisi, se non di dibattito, non immediatamente schiacciato sull’opzione atlantista, che pure non viene in generale contestata.

[2]
Vivek Chibber, The Class Matrix. Social Theory After the Cultural Turn, Harvard University Press, Cambridge 2022.

[3]
Pensiamo ai lavori di Pierre Dardot e Christian Laval e di Frédéric Lordon, ma prima ancora di Pierre Bourdieu: v. il mio Il dibattito sulla globalizzazione, 2010, in rete.

[4]
Sul tema l’autore è tornato con il saggio Alliances et accumulation. Comprendre la conflictualité entre les États-Unis d’Amérique, la Chine et la Russie à travers les flux mondiaux de capitaux, Terrains Théories, 18, 2024 (https://journals.openedition.org/teth/5747).

[5]
Su questa linea da ultimo Alexander Ward, The Internationalists: The Fight to Restore American Foreign Policy after Trump, Penguin Random House, 2024 sull’influenza dei think tank globalisti sulla e nella amministrazione Biden.

[6]
Ampia la letteratura specialistica al riguardo: rimando al mio Un passaggio oltre il bipolarismo. Il rapprochement sino-americano 1969-1972, Bologna 2012 (in rete).

[7]
Ho trattato questi temi nella terza parte del mio The Us-China Rift and its Impact on Globalisation. Crisis, strategy, transitions, Brill 2024.

[8]
Pun Gai, Lu Huilin, Unfinished Proletarianization, Modern China 36, 5, 2010, 493-519.

[9]
Non a caso è la fase delle teorie apologetiche della globalizzazione come interdipendenza o, sul versante radical, dell’Impero (riedizione del kautskiano super-imperialismo al netto della tesi del declino degli stati nazionali).

[10]
Il testo di riferimento è qui Mylène Gaulard, Karl Marx à Pékin: Le racines de la crise en Chine capitaliste, Demopolis, Paris 2014.

[11]
Una lettura che rimanda ai lavori di economisti come Michael Pettis (in Italia possiamo pensare a Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti, Stefano Lucarelli, La guerra capitalista, Mimesis, Milano 2022). Insistere sul surplus commerciale cinese in sé come causa delle tensioni internazionali – i cosiddetti squilibri globali – rischia però di portare acqua al mulino del crescente protezionismo occidentale.

[12]
Giovanni Arrighi, Adam Smith in Beijing, Verso, London, 2007.

[13]
Mosse finalizzate altresì allo scarico della crisi su alleati, come nel caso dell’eurocrisi dei primi anni Dieci, e avversari.

Fonte

26/08/2024

Crisi della democrazia liberale ed egemonia gramsciana

L’incoronazione di Kamala Harris si è verificata all’interno di una convention democratica che ha mostrato per intero tutta la difficoltà che sta attraversando il modello di democrazia liberale che gli USA hanno voluto/saputo imporre/proporre a tutto il mondo occidentale dopo la caduta del muro di Berlino con l’assunzione dei concetti di “fine della storia” e di “gendarme del mondo” che ne sono derivati con relativo scivolamento nella “guerra di civiltà”.

A Chicago tutti i leader dell’asinello si sono rifugiati dentro il recinto dei grandi valori repubblicani (ne parla Nichols in una intervista al “Corriere della Sera”) rinunciando a declinarli in una progettualità concreta che definisse – almeno – l’orizzonte di un sistema da modificare.

Anche la sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez ha fatto a meno di evidenziare la necessità di delineare un quadro di sistema su cui proprio l’ultimo lavoro di Bernie Sanders si era comunque addentrato.

L’esclusione dei militanti pro-Palestina ha rappresentato il punto di maggiore evidenza di questa difficoltà nella rinunzia a fare della pace l’emblema di una prospettiva epocale, proseguendo invece oggettivamente sulla linea portata avanti dall’amministrazione Biden.

Non è però il dettaglio rappresentato dall’esito della convention di Chicago ad interessarci maggiormente, bensì il fatto che in quella sede siano emerse per intero le ragioni di questa crisi. Ragioni che derivano dal mancato riconoscimento dell’incapacità espressa dalla democrazia liberale classica (occidentale, bianca, a prevalenza maschile) ad affrontare il tema dell’uguaglianza.

Caduto il sistema sovietico, modificato nel profondo quello cinese e preso atto dell’impossibilità di riforma – da quella parte – in senso democratico, gli epigoni della democrazia liberale dovrebbero riconoscere prima degli altri la difficoltà di porsi sul terreno egualitario: intendiamo l’eguaglianza di fondo non semplicemente quella borghese emersa dalla Rivoluzione del 1789.

Dall’Italia può arrivare un grande contributo di pensiero rielaborando il concetto di egemonia gramsciana: concepire il dominio politico come qualcosa che va al di là dello stato e del mercato e che si colloca nella sfera della cultura e della società.

Per uscire dalla transizione si dovrebbe uscire da una politica condotta nei termini esistenti del dibattito (guerra di movimento, secondo Gramsci) a una guerra di posizione con l’obiettivo della definizione di un nuovo ordine da realizzarsi attraverso l’espressione di una nuova filosofia pubblica e un programma politico incentrato sul superamento di una organizzazione sociale incentrata sull’individualismo competitivo e consumistico

Si tratta di delineare una visione post-liberale evitando forme rozze di solidarietà costruite sull’omogeneità etica o religiosa: si tratterebbe di ricercare – invece – l’eredità pluralista delle tradizioni etiche forgiate nell’800 e nel ‘900; in sostanza il postliberalismo non deve sostituire la vecchia opposizione sinistra vs. destra (considerate ancora valide le argomentazioni di Norberto Bobbio), né contrapposizioni apparentemente più moderne come quelle tra liberalismo e populismo aggiornandole in relazione all’emergenza scaturita della complessità delle contraddizioni in atto

Come abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri).

Le domanda finali riguarderebbero:

1) la radicalità della natura del razzismo emergente e consolidatosi sia dal punto di vista della paura del “diverso” e soprattutto della “diversa” anche questa è vicina, anzi accanto;

2) il chi espande e tutela i diritti della natura, già così fortemente compromessi da un’antropizzazione esasperata che attraverso la logica del consumo non riconosce più differenze di status e di scansione sociale in una sorta di “omogeneizzazione al ribasso”? Come questi diritti della natura possono intrecciarsi, o restare irrimediabilmente conflittuali, con quelli della tensione al permanere della disuguaglianza versus la tensione all’eguaglianza e alla fine dello sfruttamento umano

3) L’altro punto è quello di fornire una risposta riguardo la consapevolezza che nell’applicazione del dominio della scienza e dei suoi effetti tecnologici emerge sempre un rapporto mercificante tra soggetto e oggetto in una forma sempre più piena come dimostrato dalla realtà della comunicazione sociale. È necessario essere capaci di esercitare una funzione critica sulla violenza che la tecnica, frutto della scienza del dominio, esprime implicitamente. Serve una critica che reclami il recupero delle finalità umanistiche che avevano contraddistinto l’emergere della civiltà moderna, anche attraverso l’espressione delle utopie egualitarie e della “critica all’economia politica”.

Tutte contraddizioni irrisolte che si collocano oltre l’usato schema di Rokkan della “contraddizione principale” e di quelle (città/campagna, religione/stato; centro/periferia) intrecciate ad essa.

Riconoscersi quindi nell’interrogativo della ricerca di Thomas Piketty in “Capitale e Ideologia”? Come può la politica trasformare questi interrogativi in una nuova “incarnazione storica”?

Sarebbe necessario il recupero dell’impianto gramsciano dell’egemonia in un quadro di rinnovata tensione verso la trasformazione sociale e le nuove fratture emergenti nel moderno conflitto sociale.

Nel quadro immediato rimane il tema della soggettività politica e forse è questo il punto più irrisolto di un possibile dibattito.

Fonte

01/06/2024

La farsa dell’ordine basato su regole, quelle di una sola parte del mondo

Sentiamo in continuazione, da parte dei vertici di quei paesi che si autodefiniscono ‘democrazie’ – la filiera euroatlantica e i suoi alleati, in poche parole – affermare che il loro operato sullo scenario internazionale serve a garantire il mantenimento di un “ordine basato su regole“.

Tramite questa frase, così semplice e così chiara, vengono motivate le posizioni espresse nelle relazioni internazionali dai vertici Nato e alleati. Del resto, chi non vorrebbe regole come fondamenta del proprio mondo? Chi avversa questo ordine ne diviene nemico, e in maniera conseguente nemico di chi lo mantiene.

Ma nel discorso appena fatto, che sembra di una logica inattaccabile, vi sono una serie di ombre, di sottintesi, di opinioni non dette, che se esplicitati mostrano una realtà ben diversa. Non dobbiamo mai pensare che le politiche estere dei paesi possano essere riassunte in semplici frasette buone per gli studi televisivi.

Innanzitutto, non bisogna scambiare “l’ordine basato su regole” con le Nazioni Unite. L’Onu è un’organizzazione nata alla fine della Seconda guerra mondiale e frutto di quel contesto: nonostante l’iniziale ed evidente primazia della filiera Nato, era l’ambito in cui si pensava di poter risolvere le controversie internazionali in forme mediate tra le grandi potenze dell’epoca.

Non ripercorreremo le vicende successive e l’evidente superamento nella realtà, anche se non nel suo statuto, del funzionamento originario (per l’effetto dirompente di fenomeni quali la decolonizzazione, ad esempio). Dobbiamo però dire che “l’ordine basato su regole” non deriva dall’organizzazione che riunisce, in pratica, tutti i paesi del mondo.

Esso è invece espressione di un punto di vista particolare, di parte, e si è anzi costruito fuori e contro il sistema di diritto internazionale che fa riferimento all’Onu. Anche se identificare una data di nascita di un fenomeno storico è sempre una semplificazione, quella di questo “ordine” possiamo indicarla nel 20 marzo 2003.

Quel giorno è partita l’invasione dell’Iraq da parte di una forza internazionale guidata dagli Stati Uniti. Le risoluzioni Onu per Washington non erano ‘sufficienti‘, nonostante l’impressione suscitata a febbraio dall’allora segretario di Stato Colin Powell, che aveva presentato una serie di informazioni e ricostruzioni – false – sulla presenza di armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein.

Solo dopo l’instaurazione dell’occupazione militare l’Onu tornò a parlare di Iraq, ma il suo scavalcamento da parte degli Usa aveva ormai segnato una ferita insanabile sul suo ordine. E l’affermazione definitiva di quello “basato su regole” che aveva visto i suoi prodromi con le ‘guerre umanitarie‘ degli anni Novanta.

Dunque, questo nuovo ordine è il frutto di scelte di politica estera statunitense, nel trentennio che ha segnato l’essere primus inter pares nella fase dell’unipolarismo. È l’espressione del ruolo che Washington si è dato di “gendarme del mondo“, e in cui quindi le “regole” sono flessibili, sulla base degli interessi strategici degli Stati Uniti.

Questa dottrina ha degli ideatori, e dei politici che dalla riflessione di quei pensatori l’hanno poi tradotta in politiche concrete. In questo brano di John Bellamy Foster, riportato da Le Monde Diplomatique e da noi tradotto, si ripercorre questa storia, cercando di scardinare l’ipocrisia e il doppio standard occidentale.

*****

All’inizio degli anni 2000, negli Stati Uniti è emersa l’idea che le grandi potenze avessero il diritto, anzi l’obbligo morale, di intervenire nei Paesi in crisi. L’uguaglianza di sovranità su cui è stato fondato il sistema delle Nazioni Unite sta diventando una nozione obsoleta, mentre Washington si proclama “sceriffo” del pianeta.

Il “mondo libero” non dice: “Obbeditemi!” Dice: “Rispettate le regole dell’ordine internazionale“. La domanda è: da dove vengono e chi le ha fatte queste regole?

Il principale teorico dell'”ordine internazionale basato su regole” è John Ikenberry, professore di scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Princeton e membro del Council on Foreign Relations, il cui lavoro ha avuto una forte influenza sull’amministrazione del Presidente degli Stati Uniti Joseph Biden.

In un famoso articolo del 2004 intitolato “Liberalism and Empire“, Ikenberry – senza negare che il passato e il presente degli Stati Uniti sono stati spesso segnati dalla dominazione imperiale (arrivando a citare grandi storici di sinistra come William Appleman Williams, Gabriel Kolko e Joyce Kolko) – si scaglia contro coloro che negli ambienti della politica estera americana ritengono che gli Stati Uniti debbano comportarsi apertamente come un impero (1).

Ikenberry spiega che una strategia egemonica più efficace consiste nell’utilizzare il momento unipolare per stabilire un ordine internazionale basato su regole che assicuri il dominio globale degli Stati Uniti e dell’Occidente come “fatto compiuto” per il futuro. Anche nel contesto di un declino della potenza statunitense.

Per Hillary Clinton, è essenziale ostacolare l’emergere di un “mondo multipolare” e favorire un “mondo multipartitico“.

Quando l’ascesa storica della Cina è diventata più evidente, Ikenberry ha scritto un altro articolo nel 2008 per la rivista Foreign Affairs: “L’ascesa della Cina e il futuro dell’Occidente“.

In esso insisteva sul fatto che il “sistema capitalistico globalizzato” e l’ordine liberale internazionale occidentale potevano essere preservati solo se l’egemonia diretta degli Stati Uniti avesse lasciato il posto a un ordine basato su regole governato dagli Stati Uniti e dai suoi principali alleati (2). In questo modo, un “ordine egemonico liberale guidato dagli Stati Uniti” sarà garantito a tempo indeterminato, spiega.

Come ha spiegato Hillary Clinton, Segretario di Stato americano tra il 2009 e il 2013, è essenziale ostacolare l’emergere di un “mondo multipolare” istituendo invece un “mondo multipartitico” basato su un insieme di alleanze e partenariati guidati dagli Stati Uniti che garantiranno il continuo dominio di Washington nel XXI secolo (3).

Il dono più grande di tutti

Questa concezione di un ordine basato su regole come mezzo per organizzare una controrivoluzione globale trova un significativo sostegno bipartisan negli Stati Uniti e, in modo più significativo, all’interno del Pentagono.

Il 20 luglio 2017, James N. Mattis (noto come “Mad Dog Mattis“), segretario alla Difesa del presidente americano Donald Trump (2017-2021), ha esposto questo pensiero, rivolgendosi ai segretari di gabinetto e ai capi di stato maggiore:

“L’ordine internazionale basato su regole del dopoguerra è il più grande dono lasciatoci dalla più illustre delle generazioni“, ordine che ha presentato evidenziando “l’influenza dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, dei mercati finanziari e dei vari accordi commerciali di cui gli Stati Uniti sono firmatari“, non come incarnazioni del diritto internazionale – e certamente non del sistema delle Nazioni Unite – ma dell’ordine internazionale liberale e strategico dominato dagli Stati Uniti mano nella mano con la NATO (4).

Il concetto di ordine internazionale egemonico basato su regole, secondo Ikenberry, si basa quindi sull’idea di superare il sistema delle Nazioni Unite, fondato sull’uguaglianza della sovranità degli Stati e sul desiderio di vedere l’emergere di un mondo policentrico, che includa Cina e Russia come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Al contrario, l’ordine internazionale basato su regole mira a codificare i cambiamenti introdotti negli anni ’90, stabilendo la “natura contingente della sovranità“, in modo che le grandi potenze abbiano “il diritto – e persino l’obbligo morale – di intervenire negli Stati in difficoltà per prevenire genocidi e massacri“.

“Gli interventi della NATO nei Balcani e la guerra contro la Serbia“, scrive Ikenberry, “sono state azioni decisive in questo senso” (5). La dottrina dell’imperialismo umanitario derivata dal “diritto di proteggere” è diventata così la pietra angolare dell’ordine internazionale basato su regole.

Un concetto limitato di sovranità

Questa nozione di contingenza della sovranità è stata chiarita da Richard Haass, ex assistente del Segretario di Stato per la pianificazione politica sotto il presidente George W. Bush e presidente del Council on Foreign Relations dal 2003.

Egli spiega che l’adozione di una concezione più limitata della sovranità riflette la nuova visione egemonica secondo la quale “la sovranità non è un assegno in bianco. Al contrario, dovrebbe essere considerata come subordinata all’adempimento da parte di ciascuno Stato di alcuni obblighi fondamentali, sia nei confronti dei propri cittadini che della comunità internazionale. Quando un regime non adempie alle sue responsabilità o abusa delle sue prerogative, rischia di perdere i suoi privilegi sovrani, compreso, in casi estremi, il diritto di non essere soggetto a interventi armati” (6).

Quando si tratta di interventi armati, come Haass ha notoriamente sostenuto altrove, gli Stati Uniti sono lo “sceriffo” autoproclamato dell’ordine internazionale, mentre il resto della triade [Europa e Giappone] è la “pattuglia” (7).

Sebbene gli Stati Uniti si siano recentemente lamentati dell’atteggiamento aggressivo della Cina e del suo emergere come minaccia globale, a causa della sua unica base militare offshore a Gibuti, il numero di basi militari a disposizione di Washington, in qualità di sceriffo del mondo, ammonta a mille, coprendo tutto il mondo. Molte di esse circondano la Cina (8).

Interventi ripetuti

La dottrina dell’ordine internazionale basato su regole è stata utilizzata per giustificare i ripetuti interventi degli Stati Uniti e della NATO e i colpi di Stato sponsorizzati da Washington contro le popolazioni a partire dagli anni ’90 in cinque dei sei continenti abitati – il tutto in nome della difesa della democrazia e dei diritti umani.

Nel suo ultimo libro, Ikenberry sottolinea che “l’internazionalismo liberale“, di cui è il più grande difensore intellettuale, “è coinvolto in interventi militari quasi costanti nell’era del dominio globale americano“, mentre sotto il neoliberismo la sua controparte economica è diventata una mera “piattaforma di regole e istituzioni dedicate alle transazioni capitalistiche“, favorendo invariabilmente i poteri forti (9).

Note

(1) John Ikenberry, « Liberalism and empire : Logics of order in the American unipolar age », Review of International Studies, vol. 30, n° 4, Cambridge, 2004.

(2) John Ikenberry, « The rise of China and the future of the West », Foreign Affairs, vol. 87, n° 1, New York, 2008.

(3) Discorso al Council on Foreign Relations, Washington, DC, 15 juillet 2009.

(4) Robert F. Worth, « Can Jim Mattis hold the line in Trump’s war cabinet ? », The New York Times Magazine, 26 mars 2018.

(5) John Ikenberry, Liberal Leviathan, Princeton University Press, 2012.

(6) Citato da John Ikenberry in Liberal Leviathan, op. cit.

(7) Richard Haass, The Reluctant Sheriff : The United States After the Cold War, Council on Foreign Relations Press, New York, 1997.

(8) Kurt M. Campbell et Ely Ratner, « The China reckoning : How Beijing defied American expectations », Foreign Affairs, vol. 97, n° 2, mars-avril 2018.

(9) John Ikenberry, A World Safe for Democracy, Yale University Press, New Haven, 2020.

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18/04/2024

“Caos e governo del mondo” dibattito su Giovanni Arrighi

Sabato 6 aprile, a Milano, alla libreria Aleph, si è tenuta la presentazione del libro di Giovanni Arrighi e Beverly J. Silver “Caos e governo del mondo. Come cambiano le egemonie e gli equilibri planetari”, nella nuova versione uscita da pochissime settimane per Mimesis Edizioni.

Per chi non avesse potuto seguire il dibattito in presenza o attraverso la diretta streaming, rendiamo disponibili le registrazioni degli interventi di Andrea Arrighi, Sandro Mezzadra, Andrea Fumagalli, Franco Berardi (testo scritto, già pubblicato su Effimera), Gabriele Battaglia, Raffaele Sciortino, Niccolò Cuppini, E. Buffoletto, Salvo Torre. Seguono una replica di Sandro Mezzadra e il dibattito finale.

Buon ascolto

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28/03/2024

I veicoli della “rivoluzione passiva”

Attenzione: la destra italiana sta preparando una operazione politico-culturale di grande portata non limitata al piano istituzionale e alla rottura dell’involucro politico dettato dalla Costituzione Repubblicana.

Non sarà sufficiente una risposta limitata al terreno del funzionamento degli organismi politici (e non bisogna considerare, ancora una volta, l’obiettivo del cambiamento della formula elettorale come salvifico).

La trazione a destra, infatti, non è frutto di formazioni improvvisate e misurate semplicisticamente sull’antipolitica ma condotta da un soggetto dotato di un complessivo background capace di produrre attrazione tra i ceti emergenti e aggregazione popolare.

Si pone una domanda: la destra italiana sta proponendo un enorme processo di “rivoluzione passiva” propedeutico, proprio sul piano della tanto reclamata egemonia culturale, all’installazione sul terreno istituzionale di una “democratura” capace di superare la democrazia repubblicana delineata con la Costituzione del ’48?

Un interrogativo che si può ritenere pertinente e al quale non è facile fornire risposta.

Così abbiamo tratto alcune argomentazioni di merito dal numero 6 (novembre/dicembre 2023) di “Critica Marxista” in cui due articoli affrontano temi gramsciani: Lelio La Porta tratta di “Gramsci di destra; pericoloso ma senza fondamento”; Antonio Di Meo scrive su “La Rivoluzione Passiva nell’universo concettuale gramsciano”.

Procediamo per ordine, preventivando le scuse per qualche forzatura nei passaggi ma ritenendo comunque tutto sommato di percorrere una via analitica sufficientemente corretta.

Nell’ultima parte del suo saggio Di Meo affronta il tema delle diverse declinazioni di “rivoluzione passiva” attraverso cui Gramsci affronta l’analisi di molti processi storici soprattutto a partire dalla Restaurazione post-napoleonica con l’affermarsi delle forme di blocco delle classi dominanti sia come modificazione al proprio interno, sia nei confronti delle classi subalterne.

Fenomeno di modifica nel rapporto tra classi dominanti e ceti subalterni (cui oggi punta apertamente la destra) che si esplicitò nell’istituzione delle forme costituzionali di monarchia e dell’allargamento lento ma progressivo della platea degli elettori, della riforma dei codici giudiziari e delle unità di misura oppure nel caso delle leggi eversive della feudalità e della manomorta ecclesiastica e così via.

La “rivoluzione passiva” era dunque intesa come modalità di ammodernamento degli Stati Europei senza una autentica rivoluzione popolare in un quadro che potrebbe essere definito di “corrosività riformistica“.

Il concetto di rivoluzione passiva dovrebbe essere quindi dedotto da due principi fondamentali della scienza politica di cui è necessario prendere atto:

1) che nessuna formazione sociale scompare fino a quando le forze produttive che si sono sviluppate in essa trovano ancora posto per un loro ulteriore movimento progressivo;

2) che la società non si pone compiti per la cui soluzione non siano già state onorate le condizioni necessarie.

Nel saggio di Lelio La Porta si affrontano i diversi passaggi relativi alle “prove” che la destra, a partire da De Benoist, ha sviluppato per cercare di annettersi almeno parti del pensiero gramsciano.

In sostanza si tratta del discorso di gran moda sull’egemonia che la destra recentemente arrivata al potere in Italia sta sviluppando esaltando i valori nazionalistici e costruendo, in questo senso, una sorta di Pantheon tenendo assieme Dante, Leopardi, Prezzolini, Gramsci, Gentile e Croce (utilizzando anche la contaminazione che il pensiero di Gramsci esprime al riguardo del lavoro di Croce e Gentile su Marx, svolto contemporaneamente a Labriola) e dimenticando le aspre critiche di Gramsci nel momento in cui individuava nella prassi la rimessa in circolazione proprio del pensiero di Labriola.

Leggendo i due testi sorge, a mio modesto giudizio, un ulteriore interrogativo: è possibile che la battaglia per l’egemonia che la destra sta conducendo non rappresenti una sorta di “veicolo” per un complessivo processo di “i”?

All’interno di questa fase di “rivoluzione passiva” si dovrebbe sviluppare, dal punto di vista della destra, almeno un elemento di fondamentale importanza: la ricostruzione, sul piano teorico, di un “senso comune” opposto a quello che la sinistra ha sviluppato nel corso dei decenni della sua affermazione storica a livello europeo, senza stroncarne la presenza ma con una operazione di “soffocamento sostitutivo”, assumendone anche valori e principi (i campi di “Patria” e “Nazione” appaiono almeno in apparenza i più indicati al proposito, tanto più in un clima crescente di spirale pre-bellica).

La destra intende sviluppare gli elementi fondativi di questo nuovo senso comune sul terreno culturale e sociale (verrebbe quasi da usare l’antico termine di “controcultura” intendendo il termine cultura nel senso della “kultur” nell’interezza del significato di questo termine che si trova nella lingua di Hegel, Kant e Marx).

Il terreno del contendere rispetto a questa operazione, dovrebbe indurre la sinistra ad una opera di vera e propria ricostruzione di un opposto “senso comune” (ed è a questo proposito che i due saggi citati, probabilmente in maniera involontaria, finiscono con l’intrecciarsi).

Per ingaggiare questo scontro, necessario da condurre nel tempo della “modernità” (tecnologia, velocità nella comunicazione di massa, IA e quant’altro) abbiamo allora più che mai bisogno della messa in opera di un’adeguata soggettività politica capace di porre al primo posto proprio la connessione tra cultura e politica, svolgendo funzione pedagogica e costruendo “quadri“.

Sarà sulla base dei modelli che potranno essere scelti a condizione di realizzare un forte dibattito di massa per decidere la forma da far assumere, nell’oggi, a questa soggettività, che si potranno costruire nel tempo le condizioni culturali e politiche adatte all’affermazione, a tutti i livelli, di una nuova, adeguata, élite dirigente.

L’élite dirigente della quale è necessario, indispensabile ed urgente procedere alla formazione partendo dalle tante avanguardie sparse in una pluralità di situazioni e attualmente prive di riferimento politico nelle fabbriche, nelle Università, nei nuovi movimenti sociali e che deve essere unificata all’interno di una organica visione dell’intreccio tra azione culturale e agire politico.

Élite dirigente dalla quale far ripartire quella lotta per l’egemonia che deve rappresentare il vero obiettivo del nostro agire culturale, sociale, politico.

Fonte

09/03/2024

Il problema russo non è sconfiggere l’Occidente ma cosa farne dopo

La Russia potrebbe dover affrontare le stesse questioni che gli USA hanno affrontato al momento del crollo dell’URSS. Traduciamo un’intervista al politologo ucraino Rostislav Ishchenko che dà un’idea molto sorprendente su come dall’altro lato della nuova cortina di ferro si percepisca con inedite preoccupazioni l’attuale crisi sistemica occidentale, che creerà un “vuoto da riempire” e un fardello di responsabilità globali.

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Intervista a Rostislav Ishchenko, di Aleksey Peskov - Traduzione dal russo a cura di Pino Cabras

Alla data del 24 febbraio, si sono compiuti esattamente due anni dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale (SVO). Allora sembrava a tutti che, anche se ci sarebbero state difficoltà, queste non sarebbero durate a lungo, gli aeroporti “intorno all’Ucraina” sarebbero rimasti chiusi inizialmente solo per una settimana. Si sbagliavano.

Poi intervennero i paesi occidentali, e anche lì l’orizzonte della pianificazione era calcolato in settimane, al massimo mesi: armiamo l’Ucraina, colpiamo la Russia con sanzioni, e tutto lì crollerà come un castello di carte. Ma si sbagliavano anche loro.

In due anni, la Russia ha potenziato i muscoli e allenato il cervello, mentre l’Occidente sta vivendo dissidi interni e gravi problemi economici. E a qualcuno viene l’idea, in questo momento, che ci convenga prolungare il conflitto, tipo: “aspettiamo – e l’Occidente crollerà da solo”. Sarebbe bello, giusto?

Ma le speranze che, non appena i paesi occidentali si siano rotti, tutti i problemi della Russia finiscano all’istante, sono state dissipate nel corso di una conversazione con «Svobodnaya Pressa» («Stampa Libera») dal politologo, commentatore di MIA “Russia Today”, Rostislav Ishchenko...

SP: Rostislav Vladimirovich, quando è iniziata l’operazione SVO contro l’Ucraina, si trattava solo dell’Ucraina – ma in poco più di un mese la situazione si è trasformata in un nostro confronto con l’Occidente, con la NATO. E si è scoperto che la NATO non è così potente come pensavamo noi e loro stessi, e che in due anni di confronto con la Russia, la situazione per i paesi occidentali è diventata piuttosto infelice, e soprattutto – non si vedono tendenze al miglioramento. Possiamo in qualche modo utilizzare l’attuale situazione a nostro vantaggio?

La Russia ha iniziato l’attuale campagna, tra l’altro, non contro l’Ucraina, ma per l’Ucraina. E l’ha iniziata per la sicurezza comune, e non solo per la propria.

La Russia, come ha dichiarato e continua a dichiarare, aderisce al principio della “indivisibilità della sicurezza”: non può essere che io stia bene e voi stiate male. Se vi sentite in assoluta sicurezza a mie spese, mentre io mi sento in pericolo, cercherò in qualche modo di uscire da questa situazione. E in un bel momento scoprirete di non essere più al sicuro.

Quindi la posizione della Russia è chiara. Come è chiara la posizione degli Stati Uniti e della NATO che sta sotto il loro controllo. Negli USA, la stabilità interna dipende dalla posizione dell’America come egemone globale, perché altrimenti non potrebbero garantire un eccesso di consumi all’interno del paese.

Se la posizione cambia, inizieranno a impoverirsi, e la situazione potrebbe rapidamente sfuggire di mano. In altri termini, hanno bisogno di trovare una qualche risorsa esterna che assicuri sia l’egemonia sul pianeta che la stabilità interna.

SP: Quindi, si tratta di derubare qualcuno?

Esattamente. E contavano di trovare le risorse necessarie derubando la Russia e la Cina. Poiché non sono riusciti a realizzare il loro piano immediatamente, hanno pensato di risolvere il problema entro un periodo di tempo prevedibile.

Quando anche questo periodo prevedibile non ha portato ai risultati sperati, gli Stati Uniti hanno deciso che prima avrebbero derubato l’Europa Occidentale e poi si sarebbero occupati della Russia e della Cina.

Sì, hanno cominciato a derubare l’Europa, ma non hanno considerato che se derubi il tuo stesso alleato, finisci per indebolire te stesso.

Gli Stati Uniti hanno indebolito l’Europa, ma non hanno risolto il loro problema strategico. E ora si trovano in una situazione di “zugzwang” (la posizione dello scacchista per cui ogni mossa è svantaggiosa, ndt) aggravata dalla pressione del tempo, senza più alcuna mossa per evitare lo scacco matto e senza tempo per escogitare qualcosa o semplicemente aspettare che passi il brutto momento.

Devono affrontare la Cina, la Russia, in più fare qualcosa per il Medio Oriente, l’Europa... e allo stesso tempo risolvere numerosi e seri problemi interni.

SP: E a noi che ci viene di male? Siediti e aspetta che passi il cadavere del nemico...

L’ondata di problemi del nostro avversario sta crescendo, ma la Russia non dovrebbe cercare benefici in questo. Dobbiamo pensare a come evitare di ritrovarci con uno stato nucleare che salta in aria dall’interno.

Ricordate cosa preoccupava di più gli Stati Uniti nei primi anni ’90? Il crollo dell’URSS e la dispersione delle armi nucleari tra le ex repubbliche sovietiche. E finché non le hanno raccolte tutte in un unico posto, in Russia, la loro percezione era di assoluto allarme. E se ora gli USA esplodessero dall’interno, e le armi nucleari finissero in diversi stati, anche noi saremmo molto preoccupati.

E i problemi in Occidente stanno crescendo. Prendete, per esempio, le proteste degli agricoltori. Quando tutto è iniziato, gli esperti occidentali – sottolineo, occidentali – che conoscono bene tutti i problemi dei loro movimenti di opposizione, sindacali, alternativi, dicevano: che faranno i contadini? Usciranno, bloccheranno le strade per un po’, poi se ne andranno, non saranno supportati dalla massa principale dei lavoratori, perché hanno interessi diversi.

E invece: i contadini non se ne vanno, anzi, il loro movimento diventa internazionale, sono supportati dai lavoratori di altri settori, dai trasportatori e – cosa che sembrava incredibile – dai residenti delle città che rimangono bloccati dagli agricoltori.

Il sistema è entrato in risonanza e non è più in grado di stabilizzarsi da solo. Si sta disintegrando davanti ai nostri occhi.

E tutti questi problemi sono sorti per l’Occidente perché, invece di trovare un accordo con la Russia, ha scelto la via del confronto, valutando erroneamente sia le risorse russe sia le proprie. Ma a causa di quanto sta accadendo, non ci saranno vantaggi per la Russia, solo nuovi problemi.

SP: Di quali problemi stiamo parlando?

Proprio come l’Occidente ha affrontato il problema di privatizzare lo spazio che l’Unione Sovietica si è lasciato alle spalle, così anche noi dovremo affrontare compiti simili. Lo spazio non viene mai abbandonato. Non ammette il vuoto.

Si può dire quanto si vuole che non ci serve l’Ucraina, non ci serve l’Europa, ma se da lì se ne va un padrone, se ne deve necessariamente presentare un altro. Soprattutto se i popoli locali non sono in grado di governarsi da soli, e sono sempre alla ricerca di un nuovo padrone.

Questa è la sorte dei limitrofi, e il mondo intero è principalmente composto da limitrofi. Ci sono da due a otto grandi potenze, a seconda dei criteri di grandezza, e tutte le altre semplicemente gravitano intorno a loro. E a questo punto graviteranno verso la Russia.

Sì, in questo momento ciò è vantaggioso per noi, poiché queste oscillazioni ci sostengono a danno degli Stati Uniti. Non tutto il mondo è con loro, ma il 60% del mondo è già con noi, e questo ci aiuta, ma...

Ma poi ci troveremo nella stessa situazione in cui gli Stati Uniti si sono trovati con la scomparsa dell’URSS: gli USA sono diventati l’egemone mondiale. Supponiamo che non ci troveremo in questa situazione da soli – ci sarà la Cina, ci sarà qualcun altro, ma in ogni caso – la responsabilità della pace ricadrà su di noi. Almeno – anche su di noi.

Possiamo riconoscerlo o no, ma saremo chiamati a risponderne. La gente busserà da noi.

Stanno già arrivando: per sedare delle controversie, risolvere contraddizioni, chiedere aiuto. E quando diciamo, per esempio, che abbiamo preso buone posizioni in Africa, significa che prima la gente del posto andava con i propri problemi dai francesi e dagli americani, ma ora per scoprire chi è il leader principale e chi è secondario, vengono da noi. E chiunque venga nominato leader, il secondo sarà ridimensionato. E anche questo sta diventando un nostro problema.

E poi: ci sono anche gli stessi nostri problemi con il crollo dell’Occidente, con il quale dovremo fare qualcosa. Non si fermeranno nelle loro attività suicide, avendo già superato molti traguardi intermedi dove avrebbero potuto fermarsi. E se non distruggeranno il mondo intero, non si fermeranno sulla strada dell’autodistruzione, e dovremo fare qualcosa al riguardo. Noi.

E non perché lo vogliamo ardentemente o per qualche inclinazione alla beneficenza. Un Occidente distrutto è un problema per la nostra sicurezza.

SP: Quindi, quanto più velocemente l’Occidente si disintegra, tanto più la Russia deve essere pronta a prendersi la responsabilità della pace. E pronta non solo a parole, ma in grado di assumersi questa responsabilità. Tecnicamente.

Assolutamente. Non esiste potere senza responsabilità. E se ci sono coloro che passano alla nostra zona di influenza, insieme al potere su di loro riceviamo anche una certa quota di responsabilità per loro.

Proprio come eravamo responsabili per l’intero Patto di Varsavia, per il COMECON e per tutto il sistema mondiale del socialismo. Solo che ora sarà chiamato in modo diverso.

Gli Stati Uniti erano anche responsabili per i loro alleati, ma ascoltate cosa dice ora Trump riguardo alla NATO e agli europei. È più o meno lo stesso discorso che si faceva da noi al momento del crollo dell’Unione Sovietica. “Noi abbiamo dato da mangiare alle repubbliche, ora se ne andranno e staremo anche meglio”.

Egli afferma che non sosterrà quei paesi della NATO che spendono per l’alleanza meno del 2% del loro bilancio. Dice che non sosterrà Taiwan, perché ha rubato l’industria agli americani.

Da un lato è un approccio pragmatico, ma dall’altro è un approccio che priva gli Stati Uniti dei propri alleati.

Gli alleati non sono lì per amore, ma per reciproco beneficio. Ci deve essere un ritorno. Che sia uno spazio strategico, o vantaggi economici o altro, ma otteniamo qualcosa di necessario per noi. E anche gli alleati vogliono ricevere un qualche ritorno. Tutte le relazioni alleate sono sempre state costruite in questo modo: voi a noi, noi a voi.

Pertanto, non appena gli alleati americani si indeboliscono e fanno pendere l’equilibrio verso la nostra parte, tutta la responsabilità che era loro ricade su di noi.

SP: Quindi, il crollo dell’Occidente non dovrebbe renderci felici, perché ci porterà enormi problemi?

Enormi problemi, sì. Ecco perché bisogna negoziare. Putin ha cercato di negoziare con l’Occidente non perché ami particolarmente l’Occidente. Ama molto la Russia e non voleva causarle problemi inutili. Diceva: facciamo un accordo e tutto andrà bene, voi avete il vostro giardino, noi abbiamo il nostro. Voi non interferite con noi e noi non tocchiamo voi.

Ma l’Occidente non poteva vivere fisicamente nel regime proposto, il sistema che hanno costruito negli ultimi 30 anni non lo consente. Sebbene la proposta fosse molto ragionevole per loro. Ma non sono stati in grado di ristrutturarsi e non hanno voluto.

Ci troveremo davanti allo stesso problema, perché il sistema che ha lottato e vinto, e il sistema che deve essere costruito e sviluppato, sono sistemi diversi.

Quindi, il nostro problema principale non è la vittoria sull’Occidente, soprattutto perché questa vittoria la vediamo già, ma il problema è la costruzione del mondo futuro.

Un mondo che non sia solo confortevole e comodo, ma anche vantaggioso per tutti.

Fonte

19/08/2023

[Contributo al dibattito] - Egemonia e rivoluzione

di Nico Maccentelli

Introduzione

Questo intervento non vuole dare certo un quadro esaustivo dell’attuale fase politica italiana e internazionale, ma articolare alcuni aspetti politici, che sino a oggi non mi risulta siano stati sviscerati con compiuta contezza.

L’eredità analitica della Terza Internazionale, ci diceva che i processi rivoluzionari hanno delle proprie peculiarità in base alle composizioni sociali e ai rapporti tra le classi sociali, seguendo uno schema interno alle diverse formazioni economico-sociali: rivoluzioni democratico-borghesi nei paesi in via sviluppo (o sottosviluppati) con diverse gradazioni in base al livello raggiunto dalle forze produttive e alla crescita dei mezzi di produzione del capitale nella formazione delle classi operaie, fino alle rivoluzioni proletarie socialiste a guida proletaria nei paesi a capitalismo avanzato. Ora nel sistema mondo, per essendoci ancora le diverse gradazioni di sviluppo e la diversità delle composizioni sociali, non si può non aver capito come la questione nazionale sia in realtà questione dirimente anche nelle società complesse, di fronte a un dominio imperialista fortemente gerarchizzato che ridisegna le colonie e neocolonie anche dentro la catena dei paesi imperialisti stessi.

Le lotte per l’emancipazione di settori sociali e di classe, per la liberazione della donna, per l’indipendenza nazionale, sono tutte parti di un mosaico che definisce nella sua generalità la lotta di classe nel sistema capitalista. Dentro questo sistema vigente vi sono forme di egemonia e di oppressione differenziate che vanno a comporre un mosaico assai frammentato. Le lotte non seguono un percorso e non hanno un posizionamento definito, ma sono divise e spesso anche in conflitto tra loro.

Tuttavia, le particolarità rischiano di fuorviare la direzione rivoluzionaria giusta nei conflitti sociali e ogni particolare rischia di assumere una sua centralità. È il limite contraddittorio delle istanze sociali spesso giuste e sacrosante, ma che non colgono più il cuore del problema dell’oppressione generale da parte dell’imperialismo sui soggetti, sicché ciò favorisce quel lavoro controrivoluzionario che stiamo vedendo nelle “rivoluzioni” e nei movimenti colorati.

Un primo passo per comprendere se delle istanze di liberazione siano manipolate e usate contro la rivoluzione socialista o siano nella direzione giusta è appunto la direzione stessa che prendono nel conflitto, la scelta di campo. L’egemonia sociale, ma soprattutto politica (in dialettica tra loro) definiscono il carattere rivoluzionario o quanto meno progressivo di un processo. Per meglio intenderci vanno fatti esempi concreti.
 Un esempio tipico riguarda il Rojava da una parte e l’Ucraina dall’altro.

Due contesti che rivelano come i nostri fan della rivoluzione curda abbiano preso un abbaglio, riportando meccanicamente la Resistenza del popolo curdo, il municipalismo comunitario dell’autogestione popolare democratica dei popoli in quella zona, in una frase: l’autodeterminazione dei popoli in un contesto in cui questa no c’è. L’Ucraina: la direzione politica e le forme di gestione del potere sono addirittura naziste banderiste, non vige certo alcuna resistenza di popolo ma una direzione dall’alto della NATO nella guerra contro la Russia, dopo anni di aggressione sanguinaria alle popolazioni russofone del Donbass. Semmai è nel Donbass, tra la popolazione russofona che si è ripresentata questa questione, dopo il golpe di Euromaidan e una vera e propria pulizia etnica da parte dei nazi banderisti. Semmai è la miriade di azioni di Resistenza alla repressione della SBU (servizi segreti, la Gestapo ucraina), atti di diserzione, tentativi di espatrio e di darsi alla macchia per non divenire carme da cannone a rappresentare l’autodeterminazione del popolo.

Il primo processo di guerra rivoluzionaria contro poteri esterni (la Turchia), ossia quello curdo nel Rojava è a direzione popolare dal basso, esattamente come lo zapatismo o le guerriglie come quella filippina. E poco importa, in questo caso, se tatticamente può avere avuto un sostegno militare degli USA, nel fornire loro appoggio contro il Daesh. Qui siamo davvero su un terreno della tattica come fu per il CLN e in particolare i comunisti nella guerra al nazifascismo del 1943-45, dove l’apporto militare degli alleati (paesi imperialisti) fu addirittura decisivo per la Liberazione.

Il secondo è il mero esercizio sotto il giogo anglo-euroimperialista di un regime nazista che ha soppresso in Ucraina le più elementari libertà democratiche, perseguito le opposizioni, adottato assassinii e torture come prassi dominanti, in un quadro politico nei rapporti tra potere e opposizioni del tutto inesistenti. Un paese terrorista che nel perseguire le politiche di potenza e di aggressione dell’unipolarismo, non determina nulla a vantaggio delle masse popolari di quel paese.

Dunque fa specie che personaggi della sinistra radicale, “libertari” che hanno vissuto l’esperienza del Rojava, o sindacalisti di base, o ancora realtà che si dicono autonome, municipaliste o anarchiche finiscano con il sostenere i nazi-banderisti del governo di Kiev e in ultima analisi la NATO.

1. Cosa ha significato la lotta politica di massa in questo periodo di pandemia da Covid-19: indipendenza e classe

Molti soggetti e piccole organizzazioni si sono battute in questi tre anni contro le restrizioni che sono state adottate dai sistemi politici dominanti e contro l’imposizione dei sieri genici alla popolazione. C’è chi si è limitato a vedere la questione come un attacco alle libertà civili che definisco borghesi, ossia nate dai cambiamenti messi in atto dalle borghesie liberali negli ultimi duecento anni, considerandoli come libertà assolute ed esaustive, ma senza inquadrare il problema dentro gli scopi fondamentali dei ristretti ceti dirigenti che sono essenzialmente quelli del capitalismo dominante.

Questo insieme di vertenze avevano il denominatore comune nei principi costituzionali che sono inscritti nella nostra Carta, nella visione di una loro applicazione che non si è mai realizzata e quindi della conquista finalmente di una sovranità nazionale, del popolo per il popolo.

La comprensione di un passaggio autoritario di portata epocale, ossia che ha chiuso e aperto un’epoca nuova per le democrazie liberali nel divenire democrature: democrazie borghesi senza nemmeno una soglia minima di rappresentatività, non ha corrisposto a una piena comprensione di questo passaggio, poiché la fase precedente è stata letta da una pletora di apprendisti dell’antagonismo interclassista come un periodo ideale, democratico, non viziato (in realtà) dalle politiche di regime delle classi dominanti del capitale e quindi priva di un’analisi marxista rivoluzionaria che ci porti dalla fase precedente a quella attuale con una lettura politica coerente.

Infatti, dopo il ciclo espansivo del capitalismo nel secondo dopoguerra del secolo scorso, alla crisi strutturale e di sistema si accompagna da circa quattro decenni una risposta neoliberista di distruzione dello stato sociale e della politica keynesiana con l’inizio del tatcherismo e reaganismo e a una progressiva separazione tra democrazia rappresentativa e politica coercitiva dominante di tali ceti basata sul TINA: there is not alternative. Questo passaggio politico autoritario è il prodotto storico ed epocale di questo processo di dominio di classe e di sistema a livello planetario, con il quale procede l’imperialismo, ossia la catena di paesi imperialisti a dominanza USA.

Considerata questa traiettoria politica di sistema, il passaggio pandemico coincide con l’avvento di un totalitarismo dei grandi gruppi oligopolistici multinazionali e finanziari sul resto dei settori sociali, compreso il piccolo capitalismo e le attività territoriali di prossimità. Dunque, le restrizioni delle più elementari libertà, per un approccio marxista al problema, rappresentano una vera e propria svolta autoritaria, biopolitica, tecnologica di controllo e irreggimentazione dei rapporti sociali e di produzione e circolazione del capitale, che oppongono le oligarchie transnazionali del capitale al resto della società che vive e produce in un dato territorio.

Per questo, le lotte dei sabati contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, contro il lockdown e le norme che di sanitario non avevano nulla, sono elemento fondamentale sia sul terreno della questione nazionale, dell’indipendenza dall’oligarchia sovranazionale del capitalismo, sia su quello della lotta di classe tra basso contro l’alto, tra classi popolari che vanno dal proletariato più o meno precario ai ceti medi colpiti da tale irreggimentazione, contro i ceti politici di regime e gli apparati che dentro lo stato capitalista conducono per campagne emergenziali, in modo bipartisan, destra o sinistra che sia, gli interessi del TINA, dalla pandemia alla guerra. Occorre pertanto comprendere che la politica di questo sistema di potere del grande capitale degli oligopoli multinazionali e finanziari ha due fronti:

a) un fronte esterno di riaffermazione manu militari dell’egemonia atlantista messa in discussione dalle tendenze economiche e geopolitiche al multipolarismo di popoli e paesi sul piano internazionale, ben rappresentata dal suo epicentro bellico (su cui non mi soffermo per ragioni di spazio) della guerra in Ucraina, gravida di un’escalation autodistruttiva in una guerra su vasta scala, dove l’obiettivo è separare la Russia dall’Europa e sottomettere quest’ultima al disegno suprematista dell’anglosfera a dominanza USA;

b) un fronte interno, in cui il grande capitale finanziario e multinazionale riconduce le filiere, i flussi di capitale, i rapporti commerciali e di committenza, le modalità consumistiche, l’accesso alle risorse, i sistemi di relazioni sociali e di welfare, la catena del valore sotto il proprio diretto controllo, configurando questo totalitarismo politico, tutt’altro che transitorio. In questo si spiega il superamento della democrazia borghese liberale e non certo il suo trionfo. Per questo anche se spontaneamente e istintivamente sono scese in campo componenti di borghesia colpita da questa irreggimentazione.

Questa duplicità delle questioni pone una duplicità nella lotta per l’egemonia. Ma questo lo vedremo in seguito, sul finire di questo saggio.

2. Lo scenario internazionale

Nello scenario internazionale vediamo due tendenze scontrarsi:

– quella egemonica dell’imperialismo atlantista a dominanza USA e i suoi vassalli, i paesi imperialisti come UE, Canada, Giappone e Australia;

– e dall’altra potenze mondiali e regionali capitaliste come Cina e Russia, India ossia i BRICS, ma anche paesi che procedono in processi di transizione al socialismo, da Cuba al Vietnam, dalle esperienze sudamericane di ALBA e il bolivarismo.

Questa seconda tendenza rappresenta nel complesso quella parte maggioritaria di mondo che non costituisce un blocco omogeneo come quello atlantico. Sono paesi spesso in frizione tra loro, ma che rappresentano la spinta alla decolonizzazione, ossia a rompere i vincoli coloniali e neocoloniali della supremazia dell’Occidente che fino ad oggi si è espressa con lo sfruttamento delle risorse, il monopolio commerciale e finanziario: dall’egemonia del dollaro a quella del franco CFA. È uno scenario diverso dalla tripartizione di mezzo secolo fa tra capitalismo, socialismo e paesi non allineati, ma è comunque l’espressione che assume oggi la contraddizione globale tra imperialismo e popoli emergenti, per la quale un sincero schierarsi verso questi ultimi, al di là dei singoli sistemi politici in campo, costituisce una scelta di campo strategica antimperialista e internazionalista.

Questo schierarsi con il multipolarismo e la decolonizzazione, con tutte le loro contraddizioni sociali e culturali, non significa ripudiare lotte sacrosante come la laicità dello stato contro le teocrazie, l’emancipazione della donna o la stessa lotta proletaria contro gli specifici capitalismi, ma comprendere che l’emancipazione globale dal lavoro salariato, la democrazia socialista dei consigli e della socializzazione dei mezzi di produzione passa strategicamente dall’individuazione del nemico principale su scala planetaria, che è unipolare e suprematista sul piano economico, dalla sua sconfitta e dall’affermazione di un sistema mondiale multipolare che aprirà a nuovi cicli di lotte popolari in ogni specificità, ma soprattutto ci farà uscire dallo spettro sempre più imminente di un conflitto atomico. E dalla polvere radioattiva non nasce nessuna società democratica, né tanto meno socialista. Così come, nella migliore delle ipotesi, non nasce certo da un’imposizione bio-tecno-fascista di modelli di sfruttamento e consumo basati su un sempre più goebbelsiano sistema mediatico di consenso valoriale. Non nasce nulla di buono da un società della sorveglianza discriminatoria e selettiva sui comportamenti compatibili e acquiescenti, aderenti alle varie emergenze imposte e alle campagne del terrore allarmistico di cui il capitalismo unipolare si nutre e domina.

Occorre dunque riappropriarci di una politica del cambiamento radicale dei rapporti sociali e di forza tra classi, a partire dalla composizione sociale, dai settori sociali che nel nostro paese ci troviamo ad avere, per quello che essi sono, senza rievocare rivoluzioni del passato nelle modalità in cui sono avvenute e costruirci mentalmente proletariati granitici e coesi, che esistono solo nei giornaletti e nei proclami di una sinistra comunista ormai in confusione e priva di una visione realistica della fase e del contesto socioeconomico e culturale che ha davanti a sé.

Occorre comprendere le contraddizioni economiche e sociali, e quindi politiche, della nostra contemporaneità, che muovo dialetticamente bidirezionalmente dal generale al particolare e dal globale al locale, riconoscendo in questa dialettica le tre contraddizioni fondamentali dell’epoca attuale.

3. Le tre contraddizioni

Partendo dal generale e arrivando al particolare, dal mondiale al locale, ci troviamo davanti a tre contraddizioni entro le quali operare, senza distorsioni meccanicistiche e nostalgie del passato che fu.

1. La contraddizione tra imperialismo e popoli/paesi (già trattata nel punto precedente), dentro la quale in chiave capitalistica o welfariana-statalista, pur burocratica ci stanno varie forme di capitalismo regionale o nazionale. Ma anche esperienze di carattere socialista, come il bolivarismo. In sintesi: la contraddizione tra unipolarismo e multipolarismo. Da una parte abbiamo un blocco coeso di paesi imperialisti che riproducono, o intendono farlo, le dinamiche di accumulazione capitalistica di sempre, di stampo predatorio coloniale e neocoloniale, di supremazia negli scambi basati sul dollaro, di controllo dei flussi economici sulle materie prime, sulle filiere, sulla ripartizione dei mercati e sulle politiche di sfruttamento intensivo della forza-lavoro. Dall’altra il resto del mondo, piuttosto diversificato per realtà economico-sociali e culturali.

A questa politica di supremazia, quindi, non corrisponde un blocco contrapposto omogeneo, se non un’alleanza tra due potenze: Cina e Russia. Il resto è una rete di partenariati a livello mondiale, coordinati da alleanze economiche come i BRICS o l’alternativa alla Banca Mondiale: NDB (New Development Bank), che sta attraendo sempre di più paesi. Più che di “interimperialismo” (con buona pace delle tesi neutraliste e manichee nel loro essere dottrinarie quanto eurocentriche) si tratta di uno scontro tra il dominio colonialista e predatorio ultrasecolare del sistema imperialistico occidentale e il processo di decolonizzazione e sganciamento della parte di mondo fatta di questi paesi e popoli in via di sviluppo.

2. La contraddizione dentro le nazioni stesse tra le diverse frazioni di capitale e di borghesia, che corrisponde del resto a quelle frazioni capitaliste che rispondono alle politiche di potenza del capitalismo unipolare e delle sue cancellerie occidentali e dall’altra quel piccolo capitale che ha i propri interessi economici e le sue attività sul territorio di riferimento.

In definitiva è la contraddizione interna agli stati nazione tra classi capitaliste locali, nazionali e imperialismo atlantista unipolare. E anche in questo caso vive la lotta di classe tra diverse frazioni borghesi: capitale sovranazionale delle oligarchie dell’alta finanza e delle multinazionali e piccolo capitale, borghesia nel vero senso della parola, ossia che ha i suoi interessi prevalenti nel borgo, mentre questo viene devastato dalle grandi filiere della produzione multinazionale, della logistica che impone nuove modalità di accesso alle merci e al consumo, l’amazonizzazione della circolazione del capitale. A farne le spese, dunque, è anche l’economia di prossimità. E anche in questo caso dentro i settori sociali legati al territorio abbiamo la composizione di classe proletaria, spesso non facilmente distinguibile se non dal fatto che il TINA delle politiche neoliberiste imposte dal grande capitale oligopolistico ha imposto il blocco dell’ascensore sociale e la pauperizzazione o proletarizzazione di vasti settori di piccola e media borghesia. Sicché ci si chiede se una famiglia composta da un piccolo commerciante ortofrutticolo con moglie operaia in cassa integrazione è proletaria o piccolo borghese. O ci si chiede per esempio se un impiegato licenziato che si mette a fare il fontaniere con partita IVA è collocabile sempre nella medesima categoria del lavoro subordinato o cosa un operaio o cosa. Una visione schematica dell’esercito industriale di riserva, dopo decenni in cui si è passati dall’operaio massa all’operaio sociale, e in cui abbiamo avuto forti cambiamenti tecnologici nei processi di produzione, non solo non aiuta ma è fuorviante e occorre agire nell’ambito di una composizione sociale subordinata estremamente (questo sì) fluida e mobile dentro i recinti dello sfruttamento capitalistico nelle sue varie modalità di lavoro subordinato.

3. È precisamente questo il terzo punto: il proletariato con la sua contraddizione capitale/ lavoro esiste, è il cuore epocale e apicale del problema, la contraddizione di ultima istanza, che non va trascurata, ma fatta vivere dentro le altre contraddizioni. Chi la mette al centro tatticamente e meccanicisticamente agendo su vecchi schemi politici e modelli di classe anacronistici, elidendo, ossia, cassando le altre due contraddizioni è destinato a fare la fine che sta facendo: essere esterno e marginale allo scontro tra unipolarismo e multipolarismo, tra popoli ed élite, nel conflitto intercapitalistico e interborghese in atto, come se la questione non riguardasse il proletariato stesso. Significa costruirsi un recinto politico avulso dal resto della società e della classe stessa, dalla composizione sociale di classe, restringere il campo dei referenti sociali e condannarsi alla marginalità politica. E nel nostro paese la forza politica di un soggetto di classe non esiste proprio per questo. Si approda, per esempio, a un mutualismo missionaristico, che surroga la funzione del pubblico di welfare invece di rivendicarlo come sottrazione/riappropriazione di ricchezza sociale, pianificazione e centralità dei bisogni sociali delle classi popolari, ripensando a un ruolo socialista dello stato anche dentro un’economia di mercato (che diverrebbe così di transizione), con una forte presenza di settori sociali di piccola e media impresa che non possono certo essere kolkovizzati tutti d’un colpo.

In definitiva è questa la scommessa non solo dei comunisti, ma di tutte le forze realmente democratiche che intendono liberare il paese dalla dominazione di un imperialismo che ha la sua testa a Davos e non certo a Roma. Con buona pace di chi chiacchiera ancora di polo imperialista europeo: un consesso di paesi vassalli senza una politica economica che non sia interna ai processi di capitale continentali (dove la Germania la fa da padrona, ma solo dentro il perimetro del dominio USA), senza una politica estera di potenza (se eccettuiamo la Francia in Africa, anche in questo caso subordinata agli USA) che china la testa e accetta una guerra che va contro i suoi stessi interessi, contro scelte commerciali e di partner imposte da Washington dentro una catena imperialista strutturata dagli USA attraverso il G7 e la NATO e organismi di compensazione intercapitalistica come la Trilateral, il Bildelberg, l’Aspen.

Nei tre anni di lotte sociali contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, soggetti e piccole forze come l’Assemblea Antifascista cGP di Bologna, più o meno consapevolmente hanno agito come piccoli nuclei di avanguardia, avendo come comune denominatore ideologico tra comunisti e libertari, l’anticapitalismo dentro un movimento ideologicamente borghese, incentrato sulle libertà civili e su una concezione generica di democrazia, ma a composizione sociale eterogenea tra ceti medi settori di proletariato precario ancora più precario sotto questo attacco. Con l’Assemblea Militante abbiamo avuto il primo esperimento di ingegneria tattica casualmente leninista, poiché uscito dall’ambito autoreferenziale per agire nell’insieme di un vasto movimento sottovalutato dai dogmatici abitudinari, divenuti addirittura ascari del regime nella sua torsione autoritaria biopolitica e tecnologica. Come i riformisti di sempre, attori al servizio del capitale nel nome di uno scientismo demenziale, con una concezione neutrale e non di classe (di critica sul piano euristico) della scienza borghese, improntata sul controllo sociale, dei soggetti e sulla massimizzazione del profitto di big pharma e, in ultima istanza di Black Rock, Vanguard e State Street. Esponiamo la questione con riferimenti politici precisi riguardo gli artefici della debacle di gran parte della sinistra di classe organizzata in questi tre anni: gran parte del sindacalismo di base, eccettuate componenti interne alla CUB e ad altre, ma anche gli svarioni di svariati centri sociali e, soprattutto, quella sinistra che si autodefinisce antagonista e che ha partecipato a diverse elezioni in questi ultimi anni.

La strada intrapresa invece dai nuclei d’avanguardia prima menzionati si è rivelata corretta: è stato il primo tentativo serio di operare una sortita fuori dalle “riserve indiane”, dai recinti politici e mentali, per relazionarsi con uno dei più vasti movimenti di massa degli ultimi decenni. Propositiva è stata la sua la presenza nel movimento di massa anti-GP, anche se non ha saputo sedimentare organizzazione di massa e politica d’avanguardia. Nei momenti di riflusso, come ora, deve però prevalere il lavoro di organizzazione, nell’ipotesi di costruzione di un fronte ampio dei soggetti e delle forze rimaste e di lavoro culturale per realizzare un processo di crescita egemonica dentro le lotte e i momenti aggregativi che ci sono e che ci saranno.

4. Per cosa e come lottiamo

Un cambiamento politico (rapporti tra forze politiche) e sociale (rapporti classe) può avvenire in tre modalità:

1. Hai dietro le masse come avanguardia e vai allo scontro sociale (opzione ideologizzata, vedi parole d‘ordine come “governo operaio”, ecc.), riducendo la lotta di classe alla sola questione “operaia”.

2. C’è una crisi di potere, data dalle contraddizioni tra forze di regime, nella quale irrompe l’incognita di quali di queste monopolizzerà un movimento sociale o partirà dalle posizioni di potere interna alle istituzioni, in chiave populista, ed effettuerà per esempio un colpo di mano istituzionale verso una fase elettorale o costituente plebiscitaria, anche attraverso la forzatura di un conflitto sociale. Ma tale fase è solitamente favorevole alle destre fasciste per quella visione centrata di Gramsci sul concetto di egemonia, dove la cultura nazionale rispecchia l’emergere di un sentimento popolare che in questo caso non prenderebbe una strada rivoluzionaria ma determinerebbe una sostituzione del blocco al potere con conseguente “orbanizzazione” del nuovo governo.

3. Un blocco popolare d’opposizione, populista, anti-sistema, che rappresenti l’interesse nazionale di più settori (maggioritari) della società: piccola borghesia produttiva, mondo precario e salariato, classi subalterne, che si uniscono in chiave anti-oligopoli finanziari e multinazionali in un patto politico patriottico di uscita dalla NATO e dalla UE per liberare l’Italia dal nodo scorsoio di queste élite atlantiste e unipolari. In pratica un terzo polo antagonista e alternativo agli altri due: da una parte le sinistre euroimperialiste e i loro lacchè più o meno consapevoli, con un PD centrale che rappresenta da anni il capitalismo delle multinazionali e della finanza da una parte, e dall’altra le destre che da Renzi-Calenda fino a Lega e Fratelli d’Italia rappresentano il tentativo di unire gli interessi del piccolo capitale con quelli oligopolistici del grande capitalismo sovranazionale.

a) Il primo è totalmente irrealistico e, va da sé, non c’è bisogno di spiegare che non avremo le masse proletarie dalla nostra né oggi, né domani, a causa di due fattori:

– la composizione di classe scomposta (gioco di parole e ossimoro che ben spiega lo stato della produzione e riproduzione sociale e dei soggetti “fluidi” sul piano del posto che occupano dentro questo contesto), tipico della configurazione economico-sociale del nostro paese;

– l’egemonia (sul piano gramsciano) e la “rivoluzione passiva” che la borghesia dominante, imperialista e oligopolista esercita su tutta la società e che può tutt’al più lasciare spazi di manovra alla...

b) ... seconda modalità: l’emergere politico degli interessi dei ceti medi e del piccolo capitale che dirigono lo scontro sociale per un semplice ricambio al vertice, che va oltre il melonismo filo-atlantista per andare a contrattare seriamente il riposizionamento del nostro paese nei rapporti internazionali e con un programma populista di stampo “peronista” che va incontro demagogicamente ad alcune delle istanze popolari in chiave nazionalistica.

Di fatto da qui possono prendere piede forze che rappresentano in embrione questa opzione, mescolando la critica alla guerra e alla NATO e il filo-multipolarismo putiniano a una sorta di resistenza ultracattolica e trumpiana all’avvento della società fluida che attacca le identità individuali e collettive. Il che dimostra come da tendenze reazionarie possono nascere controtendenze altrettanto reazionarie. E che quindi il punto non è tenersene alla larga, ma impegnare una battaglia politica e culturale dentro un campo anti-atlantista e anti-autoritario che inevitabilmente oggi si manifesta come espressione di settori di borghesia di stampo nazionalista e ultra-cristiana, occupando uno spazio politico fino a contenderne l’egemonia.

Questione spinosa, forse vissuta come forche caudine di una sinistra di classe e rivoluzionaria allo sfascio, ma in realtà opportunità da cogliere di fronte a quella parte di popolazione che non crede più nei partiti di regime ed è stata abbagliata prima da pentastellati e da Salvini e poi dalla Meloni, tutti pifferai di Hamelin nella stessa partitocrazia che si batte semplicemente per rappresentare gli interessi dei poteri forti. Davanti all’egemonia di una destra reazionaria che contratta gli interessi medio-borghesi e piccolo-capitalistici dentro il perimetro atlantista, ossia, davanti alle prossime e imminenti ondate populiste, occorre agire come opzione politica più avanzata sul piano progettuale e dell’azione militante, essere come i montoneros (1) nel movimento peronista, con o senza caudillo di turno, che potrebbe sempre esserci e affermarsi se non si contende l’egemonia alle forze della borghesia che agiscono e aggregano dentro le stesse contraddizioni tra ceti medi colpiti dall’attacco del grande capitale che rispolverano un nostalgico nazionalismo da una parte e appunto oligarchie capitaliste dominanti, transnazionali e atlantiste dall’altra. Un teatrino dei pupi, l’ennesimo che andrebbe spezzato con la lotta e l’affermazione del terzo punto di vista, quello dei settori sociali depauperizzati, proletari e proletarizzati, in una battaglia sociale per l’egemonia e di prospettiva per una reale alternativa costituente di sistema.

c) Ed è qui che entra in ballo la terza modalità: quella che si innesta in questo scontro sociale, e si relazione alla seconda per le questioni poste al punto 3, senza vaneggiare di rivoluzioni proletarie in marcia al socialismo, ma riconoscendo che occorrono una o più tappe intermedie, la prima di queste basata sull’indipendenza del paese riguardo finanza e multinazionali, sull’uscita dallo schieramento atlantista per il multipolarismo, avviando la politica economica del paese al welfare pubblico, al controllo della finanza privata, alla moneta sovrana, al rilancio della produzione interna, alla pianificazione economica e alla nazionalizzazione degli asset portanti, governando sugli interessi di parte che sono espressione delle diverse componenti produttive e sociali del paese.

Siamo in ritardo perché la quasi totalità della sinistra di classe non ha compreso le tre contraddizioni nel loro divenire, le forze in campo e la dura realtà che ci dice gramscianamente come siamo distanti da una qualsivoglia egemonia proletaria o popolare di classe in chiave socialista. Siamo fuori e marginali dallo scontro sociale, perché il cuore di questo scontro vede opporsi tra loro le diverse frazioni borghesi con una massa di manovra popolar-proletaria che funge da massa di sostegno di volta in volta a rappresentazioni populistiche interne o esterne al regime, ma tutte egemonizzate dalla borghesia.

Se vogliamo irrompere sulla scena politica e costruire una testa di ponte rossa e proletaria in uno scontro che è dominato dalle borghesie, occorre riconoscere questa realtà in quanto tale e agire conseguentemente sul piano delle alleanze senza essere ideologicamente schizzinosi. Occorre essere leniniani.

Puntare a uno scontro che delimiti il perimetro del soggetto sociale e storico di classe in una visione retrò e anacronistica di proletariato porta a romperci le corna amaramente. La lotta di classe deve continuare ovviamente, ma intervenendo nelle contraddizioni del campo avverso, portando su un terreno anti-UE e anti- NATO e di indipendenza nazionale reale quei settori di piccola borghesia pauperizzata e vessata dalle politiche del grande capitale, favorendo un fronte ampio che apra a una prima tappa del processo rivoluzionario al socialismo. Obiettivo che oggi appare assai arduo: l’egemonia interna al fronte.

L’obiettivo è costruire l’egemonia a partire dalle lotte per quelle che esse sono, senza “selezionarle” o peggio ripudiarle sul piano di un ideologismo schizzinoso ed élitario (tipico di un atteggiamento questo sì borghese anche se insieme alla birretta degli aperitivi “autogestiti” ci metti pane e salame...) e spingendole in avanti per contenuti e progettualità, a partire dai soggetti sociali che oggi si muovono, quando e come si muovono. Prepararsi per i futuri cicli di lotte contro gli oligopoli imperialisti, rappresentando gli interessi di classe e gli elementi di programma minimo, dentro un crogiolo variegato di manifestazioni ed espressioni sociali, ponendo le questioni di un welfare pubblico, di una politica economica pianificata e di un processo costituente che, facendo leva sugli elementi progressivi della nostra Costituzione, punti a scalzare i poteri forti dalla loro funzione totalitaria decisionale, ridando senso al pubblico, ai bisogni sociali della popolazione e ai suoi diritti contro le logiche di smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione, contro la messa a profitto di servizi, beni comuni e risorse.

Ogni forma di lotta che si apre nello scenario politico non va scartata, anche quella elettorale, portando per esempio più antagonisti e rivoluzionari dentro le istituzioni borghesi. Sul piano sociale, ogni spazio conquistato è una casamatta da cui ripartire e attaccare politicamente e culturalmente il nemico, per creare confronto tra soggetti, organizzazione e iniziativa di lotta.

5. La questione nazionale

Ma a questo punto intendo affrontare la seconda questione spinosa: la questione nazionale. Per chi è internazionalista può sembrare un boccone indigesto perché oggi nel nostro paese gran parte della sinistra la associa al nazionalismo di stampo fascista, campanilista, etnocentrico, al razzismo. In realtà la lotta per l’indipendenza nazionale è largamente patrimonio delle forze progressiste e socialiste in oltre cento anni di lotta di classe e antimperialista. Le lotte latinoamericane da Cuba al sandinismo, passando per le sinistre rivoluzionarie cilene, uruguayane, argentine, fino alle questioni irlandese, basca, catalana, corsa, sarda, ma anche alla rivoluzione cinese, algerina e vietnamita, pur nei diversi contesti e processi la liberazione patriottica non ha certo fatto a cazzotti con una visione più ampia di liberazione antimperialista e internazionalista delle masse proletarie e contadine di transizione al socialismo.

Qualcuno dirà: sì, ma si parla sempre di terzo mondo. Fanon e Nguy Giap funzionano lì.
 Ma è proprio questo il punto: non c’entra il grado di sviluppo delle forze produttive di un paese, o la composizione sociale di classe, quanta classe operaia c’è o no, bensì la questione nazionale pertiene le diverse tipologie di lotta per l’indipendenza dei paesi e l’autodeterminazione dei popoli.

Ovviamente la questione nazionale italiana non è quella coloniale di un paese africano nella rapina imperialista di risorse. Non è neppure associabile alle lotte anti-neocoloniale basca, irlandese o catalana, che hanno radici nella specificità culturali di questi popoli e nel loro assoggettamento e sfruttamento salariato da parte di classi dominanti che hanno costituito nazioni su confini del tutto arbitrari e non consensuali. Anche se l’aspetto culturale, del dominio valoriale, hollywoodiano, mitopoietico del “sogno americano” attraversi di fatto e globalmente tutti i popoli (ma è un aspetto che merita una trattazione diversa e a parte), da quasi ottant’anni.

Tuttavia, questioni nazionali dove l’oppressione neocoloniale si basa non tanto sulla rapina di risorse ma sullo sfruttamento della forza-lavoro e sul controllo dei processi produttivi, come sui mercati interni, si avvicinano alla questione nazionale italiana. Da 77 anni siamo una portaerei degli USA attraverso la NATO, non abbiamo nemmeno più quella politica estera con margini di autonomia che aveva la Prima Repubblica. Economicamente siamo assoggettati alle euroburocrazie che con il pareggio di bilancio e le astruse regole imposte da Bruxelles (ma non rispettate dalla Germania) e oggi con il MES che sta arrivando, una moneta non stampata ma comprata a strozzo, siamo diventati un terminale delle economie più forti, delle multinazionali dominanti e dei movimenti di capitale dell’alta finanza che ci mettono in costante ricatto. Siamo commissariati, siamo un vero e proprio bantustan dell’anglosfera e delle euroburocrazie attraverso organismi come NATO e UE.
 Per questo la questione nazionale nella sua originalità che nulla ha a che vedere con Ulster, Euskadi e Catalunya, ha connotati più direttamente di classe, che comprendono più classi interessate a sciogliere i legami di dominazione.

Come giustamente osserva Carlo Formenti, la contraddizione è tra un capitalismo dei flussi di capitali e di merci sul piano transnazionale e chi vive e lavora nel territorio, che sia autoctono o proveniente da altrove.

Riporto integralmente la sua riflessione ne “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi:
“...la lotta di classe tende a presentarsi come conflitto fra flussi globali di segni di valore, informazioni, merci e manager da un lato, territori e comunità locali che si oppongono alla colonizzazione da parte dei flussi dall’altro.

Accettare la sfida del populismo a partire da questi due eventi significa comprendere che non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare, la quale, a sua volta, comporta la riconquista della sovranità nazionale. Se a egemonizzare la lotta sarà il populismo di destra, assisteremo al trionfo di razzismo e xenofobia, se sarà invece quello di sinistra, potremmo assistere alla nascita di un’idea «post-nazionalista» di nazione, intesa cioè come comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un determinato territorio.” (2)
E questo aspetto:

a) distingue il patriottismo progressista dal nazionalismo sciovinista da piccola potenza e di esclusione e divisione delle masse popolari alla Salvini e Meloni;

b) contende questo terreno proprio a loro e a quelle forze interne al sostegno anti-bellico al multipolarismo che ripropongono divisioni interne ed esclusione.

Dunque è un patriottismo partigiano come quello della Resistenza, che ha lottato contro il nazifascismo unendo tutto il popolo di fronte a oggettivi interessi nazionali: finire la guerra, scacciare l’invasore e avviare una democrazia rappresentativa di tutto il popolo e le sue forze di Liberazione. L’accostamento è solo valoriale, non certo di analogia storico-politica. Ma indipendenza, antifascismo e liberazione da forze straniere, sono la conditio sine qua non affinché possa avvenire la liberazione dall’oppressione salariata di un capitalismo che va battuto sia quello estero che quello interno.

Formenti arriva quindi alla logica conseguenza di questo impianto politico:
“...accettare questo punto di vista implica assumere un atteggiamento totalmente controcorrente rispetto a quello delle sinistre europeiste: difendere questa Europa oligarchica, ordoliberista e irriformabile significa scambiare il cosmopolitismo borghese per internazionalismo proletario. La lotta anticapitalista, nel nostro continente, passa inevitabilmente dalla lotta contro l’Europa.” (3)
E oggi è ancora più vero (l’opera qui citata fu pubblicata nel 2016), considerando che questa guerra in Ucraina ci ha consegnato e rivelato un’Europa completamente supina alla politica militarista statunitense attraverso la NATO e a quella sanzionatoria e finanziaria del dollaro, di più: acriticamente aderente al Washington consensus, con gruppi dirigenti e cancellerie che da Berlino a Parigi ci stanno portando verso la catastrofe di una guerra imperialista nel continente e nella migliore delle ipotesi a perdere nell’economia di una guerra ibrida permanente alle forze multipolari, quel posizionamento autonomo che, se da sempre privo di una politica estera ed economica che non fosse nell’ambito delle gerarchie NATO e ordoliberale sui salari e sullo svendita ai privati del welfare pubblico, oggi si riduce a essere una mera protesi della potenza statunitense.

A maggior ragione l’impostazione data da Formenti alla questione della sovranità popolare è una via obbligata per qualsiasi forza antimperialista, progressista e comunista.

Nulla di nuovo del resto: è la dialettica che intercorre tra liberazione nazionale e internazionale, perché la nostra liberazione pone le basi per la liberazione di altri popoli e paesi. E viceversa.

6. In definitiva...

Il posizionamento politico di un terzo polo nella società italiana, di fronte antagonista al sistema di potere dominante tiene conto delle contraddizioni prima esposte e si schiera contro l’atlantismo unipolare e con le entità nazionali e i movimenti che nel mondo si battono per la liberazione dal giogo imperialista degli USA e dei suoi vassalli, quindi a favore di tutte le tendenze e le politiche che favoriscono l’avvento di un mondo multipolare. 
Nel nostro continente l’opposizione alla guerra imperialista della NATO deve diventare la spranga negli ingranaggi della macchina bellica e del sistema imperialista stesso, a trazione USA e della sua subordinata UE, per l’indipendenza nazionale del nostro paese.

Sul fronte sociale il lavoro è più complesso, poiché tocca istanze oppositive al capitalismo finanziario e delle multinazionali, che sono sempre in contraddizione tra loro, risultato di interessi anche contrapposti. Il che spiega che nei tempi lunghi di maturazione politica di massa è la classe operaia anche nella sua composizione sociale in divenire che può e deve ricoprire un ruolo egemone e dirigente nello scontro di classe, poiché i settori intermedi sono da sempre una palude, sono ondivaghi e basta una vittoria parziale, un contentino (una volta si diceva un piatto di lenticchie) o la stessa macchina repressiva nell’innalzamento dei livelli di scontro, per renderli inerti o far loro cambiare campo. Ovviamente quando parlo di classe operaia, o più estensivamente classe lavoratrice, ho in mente quanto affermato in precedenza sulla composizione sociale: certo le linee di demarcazione non sono ben definibili, ma è piuttosto chiaro oggi che il lavoro salariato, subordinato, seppur frammentato include quel mondo sociale precario che definisce una forza-lavoro che non riesce a entrare in pianta stabile nel mondo del lavoro, per lo più giovanile, migranti sottopagati e ricattati, forza-lavoro a “fine vita”, totalmente priva di coperture previdenziali e servizi, frutto delle politiche criminali dei governi di destra come di sinistra all’insegna del privato è bello, del più mercato meno stato.

Se l’interesse dei populismi di destra è quello di ritagliare uno spazio per la borghesia e il piccolo capitale nel quadro internazionale, che non tocchi i rapporti di sfruttamento sul piano nazionale, usando una retorica nazionalista da potenza stracciona, il patriottismo antimperialista passa attraverso l’affermazione dei diritti proletari e dei mutamenti dei rapporti di forza interni alle classi sociali, in una sorta di contropotere o potere costituente.

Nell’immediato, con tutta la consapevolezza che non esiste un movimento contro la guerra e un pacifismo organizzato, l’attività delle forze democratiche e popolari patriottiche devono avere come obiettivo di fondo lo:

SPEZZARE LA MACCHINA IMPERIALISTA MILITARE CON LE MOBILITAZIONI DI MASSA

Oggi al centro dell’agire, che sia di movimento o di avanguardie organizzate, c’è la lotta contro la guerra della NATO, nelle più diverse forme possibili della disobbedienza, del boicottaggio, del sabotaggio e della diserzione anche simbolica da parte dei civili. Dove c’è presenza politica, culturale, anche istituzionale, dichiarare ogni contesto zona demilitarizzata, che ripudia la guerra e diffonde una cultura di pace, inclusiva, contro le campagne denigratorie e criminalizzanti nei confronti di chi critica la politica guerrafondaia di regime e dei suoi lacchè, di chi si oppone al razzismo sciovinista antirusso e al filonazismo nelle sue varie forme fluide e sinistresi, centrosocialare come istituzionali. Man mano che la guerra con le sue logiche e narrazioni, con la sua neolingua avanza, occorre diffondere l’opposizione organizzata a tutto questo.

COSTITUIRE LE BASI PATRIOTTICHE ANTIMPERIALISTE COME TESTE DI PONTE PROGRESSIVE IN UNO SCHIERAMENTO LARGO

È ciò che occorre per scatenare questa opposizione di massa, intransigente, irriducibile, collegando i temi sociali e delle costrizioni biopolitiche delle libertà e dei diritti sociali (quelli veri, non i desideri di qualcuno…), le condizioni di vita e di lavoro al militarismo guerrafondaio dominante.

Gli sforzi che vanno fatti a più livelli e in più ambiti sono quelli di:

COSTRUIRE IL FRONTE DEMOCRATICO POPOLARE E PATRIOTTICO, PER L’USCITA DELL’ITALIA DALLA NATO E DALL’UE

Non sappiamo come sarà questo fronte, ma certamente non sarà quello compromissorio di una sinistra sinistrata e decotta, che si dichiara ancora “di classe”, che si va unendo tra pentastellati e cespugli del PD nell’ennesimo inciucio che taglia fuori le reali opposizioni organizzate contro la NATO, quelle dei tre referendum che costituiscono un patrimonio politico e di esperienza sociale nelle masse preziosa. Il lavoro svolto dalle componenti politiche nei referendum contro l’invio di armi e per la sanità pubblica ha avuto il pregio e il merito di avvicinarsi molto al metodo maoista dell’inchiesta popolare. Chi pensa a un’alleanza con i pentastellati guarda caso è lo stesso che sui tre referendum non ha mosso un dito per non mischiarsi con i “novax” e i “terrapiattisti”. Tutte scuse di chi non ha capito che dalle forze di regime non può nascere nulla.

Un terzo polo non può nascere dai partiti che, destra o sinistra che siano, rappresentano o si candidano a farlo le élite atlantiste, le oligarchie capitaliste dell’Occidente a dominanza USA, o le euroburocrazie di Bruxelles. Destra e sinistra sono politicamente morte, sono del tutto interne a un bipolarismo di regime, al teatrino dei pupi.

Appendice

Mentre chiudo questo intervento, giunge dall’Africa la notizia di un putsch dell’esercito in Niger: deposto il presidente Bazoum, la folla solidarizza con i militari e assalta l’ambasciata francese sventolando le bandiere della nazione e della Russia. La Francia e il fronte di paesi africani dell’Ecowas minaccia un intervento, ma Burkina Faso e Mali si schierano con gli insorti nigerini minacciando a loro volta di intervenire, mentre il parlamento della Nigeria vota contro l’intervento e truppe della Wagner arrivano nella capitale Nigerina Niamey per difenderla.

Mi pare piuttosto chiaro che la funzione della Russia, paese innegabilmente retto da una classe capitalista, abbia comunque in questo frangente una funzione storica antimperialista.

Mi pare altrettanto chiaro che per l’Occidente atlantista si ripeta lo stesso copione ucraino con la democrazia da una parte e la dittatura dall’altra, quando la peggiore dittatura totalitaria e antidemocratica in secoli di colonialismo è proprio quella dell’attuale neoliberalismo occidentale. Lo scontro tra unipolarismo imperialista e multipolarismo dei popoli e dei paesi che si affrancano dal dominio imperialista mi sembra ormai piuttosto evidente e foriero di implicazioni in Occidente: un'Europa ridotta a bantustan degli USA che rischia la distruzione di una guerra allargata nel continente, e paesi imperialisti che si ritrovano senza uranio a buon prezzo mentre sul campo mondiale i flussi delle risorse si capovolgono a vantaggio di Cina e Russia.

Ciò comporta l’acuirsi delle contraddizioni economiche e sociali nei centri metropolitani dell’imperialismo a partire dall’Europa stessa.

Pertanto va da sé, che al netto di tutte le posizioni ideologiche e diritto-umanitarie colorate, è urgente inserirsi in questo conflitto mondiale per volgerlo anche nei nostri paesi occidentali a favore dei processi di liberazione popolare, che siano frutto di insurrezioni, elezioni o golpe. La democrazia borghese è andata ormai a farsi friggere e a questa storiella ci credono ormai solo i vari Mentana.

Il fascismo biopolitico e ipertecnologico delle democrature è quello che parla di democrazia a vanvera, mentre il patriottismo autentico e non quello nazionalista delle destre classiche, è internazionalista poiché non sostiene volontà di potenza contro i popoli, la predazione ultrasecolare, ma appoggia questi processi di liberazione. E questo (Cuba docet) è autentico internazionalismo.

Concludo ponendo come fondamentale, secondo quanto Gramsci definì come decisiva per un cambio rivoluzionario, la questione dell’egemonia, che oggi è duplice:

– affermare nella società italiana l’interesse vitale all’indipendenza nazionale del paese dalle gabbie imposte con organismi e dispositivi di potere sovranazionale: UE con i suoi trattati, Eurozona con la moneta unica, l’euro, la NATO;

– affermare in questo processo costituente, di liberazione e costruzione che ha basi costituzionali l’egemonia delle classi popolari e lavoratrici in una visione di transizione al socialismo, a partire dai bisogni delle classi popolari che corrispondono alla centralità dello stato sociale, di un’economia pianificata, di un processo di socializzazione dei mezzi della riproduzione sociale e di una partecipazione popolare sul piano decisionale.

Se non comprendiamo questo passaggio storico e politico di questa epoca è come se non avessimo compreso nulla dei movimenti di liberazione e anticoloniali del Ventesimo secolo, come se dei comunisti non avessero capito nulla di Cuba socialista, di Sandino, del bolivarismo, del Cile di Allende, Corvalan e del MIR, del Vietnam di Ho Chi Min e Nguy Giap, proseguendo con una politica fessa e spanata, poiché dottrinaria e autoreferenziale.

Note

1. I Montoneros furono un’organizzazione peronista argentina operante tra gli anni ’60 e ’70 per combattere l’ascesa del fascismo, culminato nel golpe dei generali nel 1976, e che di fatto rappresentava l’ala sinistra del peronismo. Sul peronismo suggerisco la lettura dell’opea di Alfredo Helman Il peronismo, Edizioni Clandestine, 2005 Saggistica

2. Carlo Formenti “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi, pag. 9

3. Ibidem, pag. 9

Fonte