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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/08/2026

Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile

Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.

Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista

Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI di Braganza che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.

Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari. Mentre Getúlio Vargas, durante tutto il suo governo, si fece paladino di una rivendicazione sovranista legata a processi storici come quelli di Juan Domingo Perón in Argentina o Lázaro Cárdenas in Messico, un colpo di stato seguì a breve, e la dittatura civico-militare sudamericana più longeva dei tempi si appropriò ancora una volta delle bandiere nazionali.

I governi de facto brasiliani costruirono un’appropriazione della bandiera verde e gialla in opposizione alle “bandiere rosse” dei movimenti di resistenza. Hanno costruito il loro progetto di rivendicazione nazionale basato sulla Dottrina Monroe e hanno attuato una persecuzione in stile maccartista contro i partiti politici e i gruppi di resistenza antidittatoriali: chiunque si opponesse alla dittatura veniva considerato un oppositore del Brasile.

Col passare del tempo, e già in epoca democratica, questa retorica è stata ereditata dal bolsonarismo. Pertanto, il clan Bolsonaro e il Partito Liberale sono i legittimi eredi del nazionalismo reazionario costruito dalla dittatura brasiliana.

In questo senso, per il movimento di lotta per la democrazia in cui Lula militava fin dal sindacalismo e che fu il punto di partenza per la costruzione del Partito dei Lavoratori (PT), è sempre stato difficile avvicinarsi ai simboli nazionali: storicamente legati ai settori che li avevano perseguitati, torturati e fatti sparire.

Nazionalismo o subordinazione straniera

Sebbene Lula già nel 2022 si fosse prefissato di sottrarre il simbolo della bandiera al bolsonarismo, nel 2026 questa sfida appare ancora più marcata e persino a favore della sinistra. Per il Partito dei Lavoratori (PT), la difesa nazionale è passata da simbolo a elemento concreto.

Nel programma presentato dalla lista Lula-Alckmin alla Corte Suprema Elettorale, la parola “sovranità” compare in 21 pagine e diventa un asse organizzativo della loro piattaforma elettorale: diplomazia, economia, risorse strategiche, dati, tecnologia, sanità e industria sono tutti strutturati attorno alla difesa nazionale.

In questo modo, il programma di Lula sulla sovranità estende il concetto ad ambiti considerati non tradizionali, ben oltre la difesa del territorio e dei simboli: infrastrutture nazionali per l’intelligenza artificiale, protezione dei dati dei cittadini brasiliani, difesa del portafoglio digitale statale PIX – presentato come una conquista della sovranità finanziaria contro l’avidità dei sistemi stranieri – e regolamentazione dei social network controllati dalle grandi big-tech globali.

Per il PT la difesa nazionale è passata da simbolica a concreta

Il gigante sudamericano, a sua volta, possiede il 23% delle riserve mondiali di terre rare e Lula sa bene che il potere statunitense ci ha messo sopra gli occhi. Pertanto, lo sfruttamento nazionale e la creazione di un’industria interna attorno a queste risorse sono diventati un altro pilastro della difesa nazionale di Lula.

A tal fine, ha istituito il Consiglio Nazionale per le Terre Rare e i Minerali Critici sotto il controllo della Presidenza e sta valutando l’ingresso della compagnia petrolifera statale Petrobras in questo mercato. In tal senso, e nel tentativo di ricostruire i ponti con i militari, Lula ha proposto che le Forze Armate, storicamente legate alla destra reazionaria, costituiscano l’asse fondamentale per la protezione delle risorse brasiliane: i minerali, la foresta amazzonica, l’acqua dolce, ecc.

Il PT [Partito dei Lavoratori] si pone quindi in opposizione alla visione geopolitica e nazionale del bolsonarismo, che si considera subordinata agli interessi stranieri. Il governo di Lula ha reinterpretato le dichiarazioni e le azioni dei governi degli Stati Uniti e dell’Argentina come un attacco alla propria sovranità e ha identificato il clan Bolsonaro come l’alleato fondamentale delle politiche interventiste della potenza imperiale del nord.

Sempre più distante da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e liturgica, l’estrema destra trova sempre più difficile giustificare la propria alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina. Alla sinistra non mancano certo argomenti per accusare il Bolsonarismo di essere anti-brasiliano.

Flavio Bolsonaro, in un discorso tenuto nel marzo 2026 alla CPAC [Conferenza dei Presidenti del Brasile e dei Cittadini], ha esplicitamente chiesto pressioni diplomatiche degli Stati Uniti e ha accusato il governo brasiliano di “proteggere organizzazioni terroristiche”.

Solo pochi giorni fa, in una lettera di sostegno del Segretario di Stato Marco Rubio, ha anche evidenziato l’esplicito appoggio del clan alle direttive geopolitiche del governo Trump, mettendo [l’altro] candidato in una posizione scomoda, visto che gli Stati Uniti hanno aumentato al 25% i dazi sulle importazioni brasiliane, cosa che colpisce fortemente l’economia nazionale e le tasche di tutti i brasiliani.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa”

La liturgia brasiliana sembrava un patrimonio inamovibile del bolsonarismo. Dalle marce pro-impeachment del 2015 contro Dilma Rousseff fino ad oggi, la maglia della nazionale cinque volte campione del mondo era l’uniforme del bolsonarismo.

“La nostra bandiera non sarà mai rossa” era il motto dei bolsonaristi, un chiaro riferimento ai simboli del PT. Pertanto, da una prospettiva culturale, anche il bolsonarismo legava la protezione nazionale ai valori tradizionali della “famiglia” contro l’infiltrazione internazionalista “woke”.

Ma questo discorso ora sembra vecchio. Il fallito tentativo di Eduardo Bolsonaro, nel suo esilio a Miami, di provocare un intervento diretto degli Stati Uniti, la campagna contro le infradito Havaianas (simbolo dell’industria nazionale) e le dichiarazioni di Trump e Rubio a favore dell’estrema destra brasiliana hanno intaccato l’identità nazionalista del clan.

Sempre più distaccata da qualsiasi rivendicazione nazionale che non sia meramente formale e  liturgica, all’estrema destra costa sempre più giustificare la sua alleanza strategica con Stati Uniti, Israele e Argentina.

D’altro canto, mentre la sinistra porta il peso dello stigma dell’anticomunismo storico da parte di gran parte della società brasiliana, nella pratica e nelle politiche Lula sembra ribaltare gli attacchi della destra tentando di combinare le bandiere storiche di uguaglianza e democrazia proprie del PT, con le rivendicazioni sovrane del nazionalismo brasiliano.

In questa epopea, Trump, Rubio e Milei, paradossalmente, hanno giocato un ruolo fondamentale nella “brasilianizzazione” del governo di Lula.

Fonte

14/01/2025

Iran - Il prezzo della Resistenza

Il mio secondo viaggio in Iran per motivi familiari (mia moglie è iraniana e tutta la sua famiglia è residente in Iran) è stato più volte rimandato. L’ultima volta questa estate dopo l’escalation di tensione dovuto all’omicidio da parte di Israele del leader Palestinese Haniye a Teheran.

Torno quindi per la prima volta dal 2019. E trovo un Paese che resiste, pagandone ovviamente il prezzo. Un prezzo salato.

Innanzitutto rispetto a 5 anni fa ho notato un reale e pesante isolamento internazionale: ero l’unico straniero in strada, a parte ovviamente gli immigrati Afghani, Pakistani ed Iracheni (che insieme rappresentano il 10% della popolazione totale in Iran).

Negli hotel di lusso della città si registrano presenze russe, cinesi e arabe, ma si tratta di pochissima cosa: l’isolamento bancario è ancora inaggirabile e l’Iran è finanziariamente sigillato nelle sue frontiere, dato che i turisti devono portarsi tutto il denaro di cui necessitano e cambiarlo in aeroporto. È impossibile anche fare un bonifico o un assegno per pagare l’albergo.

La mia permanenza ha fatto base in una media città di provincia, ad un’ora di viaggio da Teheran, nei giorni dell’arresto di Cecilia Sala, contropartita per l’arresto, per conto e su ordine degli Stati Uniti, del cittadino iraniano Mohammad Abedini, detenuto per “possesso di materiale elettrico che potrebbe servire come componente di un drone”. Insomma un arresto basato su accuse fumose e capi d’imputazione non formalizzati, con l’Italia che dimostra ancora una volta di non essere un Paese sovrano ma una colonia statunitense.

Lasciando perdere considerazioni varie, è sulla situazione del Paese che vorrei concentrarmi, sulla generale propaganda che le nostre TV occidentali martellano, sul fatto che tale propaganda venga spesso rilanciata acriticamente anche da “antisionisti” facendo da grancassa alla propaganda israeliana e all’Imperialismo euroatlantico.

Com’è l’Iran? Il livello di vita, di sviluppo e di infrastrutture è molto simile a quello del Sud Italia, della Turchia o della Grecia con alcune eccezioni di ricchezza come Teheran ed Esfahan (ma anche Qom ed altre città) e con alcune zone più arretrate come quelle al confine con il Pakistan.

In generale c’è comunque una certa omogeneità territoriale per quanto riguarda i servizi pubblici. Strade, autostrade, rete elettrica, metanizzazione, ospedali, scuole, controllo militare e giudiziario coprono tutto il territorio nazionale (ebbi modo nel precedente soggiorno di visitare le zone rurali del Mar Caspio) con un livello di vita minimo garantito a tutto il Paese.

Questo sicuramente va in contrasto con la narrazione di un Paese alla fame o fortemente diseguale. Ma non è l’unica informazione completamente falsa. Ce ne sono moltissime, addirittura alcune grossolane, a cominciare dalle costrizioni religiose. Per andare nell’ordine, riassumerò in due filoni, società e politica, questo articolo.

Società

1. La “libertà delle donne”. Non voglio avventurarmi in ragionamenti personali ma devo dire che provo un certo imbarazzo a parlare di “libertà delle donne” con riferimento al vestiario. Mi piacerebbe parlare di “emancipazione femminile” e per quanto riguarda questo argomento, credo che l’Iran sia in linea con i Paesi occidentali.

Se buttiamo nel gabinetto – e tiriamo lo sciacquone – tutte le balle più grossolane sulla poligamia, la lapidazione, le spose bambine, il divieto di canto, guida e lavoro per le donne, ed andiamo ai numeri, vediamo che l’Iran ha oltre il triplo delle donne laureate dell’Italia (il 66% contro il 23%: fonte Sole24Ore), il 60% di iscritti alle università iraniane è donna; l’alfabetizzazione femminile è più alta in Iran che in Italia.

Resta invece parecchio da fare dal punto di vista dell’occupazione femminile (inferiore al 30%). Ancora, nonostante il ruolo praticamente paritario in famiglia tra uomo e donna, tipico delle società industrializzate, se c’è da scegliere per necessità logistiche, le famiglie iraniane preferiscono ancora che sia la donna a rinunciare alla carriera e restare a casa. Sono queste le battaglie materiali da combattere per le donne iraniane (ed anche quelle italiane) o quelle per la nudità? Davvero è l’iscrizione ad Onlyfans a rendere le donne “libere”?

Passiamo al feticcio numero uno dell’Occidente: l’hijab. Il nuovo diffuso femminismo che reputa un calendario di nudo come una sfida al patriarcato, ci impazzisce sulla questione dell’hijab. Ebbene si resterà delusi. Innanzitutto non è mai stato legge il chador o addirittura il burqa.

Il volto di una donna in Iran non è mai stato né totalmente né parzialmente coperto. La legge islamica in Iran prevede però l’hijab. Tale copertura è rappresentata, in tempi moderni, più comunemente da un cappellino, una sciarpa o un foulard che lasciano libero il ciuffo sulla fronte. Questo è noto nel mondo, ma la propaganda guerrafondaia Occidentale (specialmente d’Israele e dell’Unione Europea) continua a mostrare immagini che in Iran non esistono e che probabilmente non sono mai esistite nemmeno in tempi remoti, se non ai funerali, forse.

Oggi la situazione è comunque cambiata. Ci sono molte donne, soprattutto giovani, che decidono di non indossare più nemmeno il foulard, lasciando la testa completamente scoperta e questo non costa loro alcuna ammenda o rimprovero. L’obbligo di copertura del capo è stato superato dalla consuetudine de facto. E le donne particolarmente religiose che decidono di indossare l’hijab o addirittura il chador, lo fanno secondo la propria volontà.

Questo è palese a chiunque non sia in malafede. Quindi i giornalisti occidentali presenti in Iran che non riportano questo fenomeno visibile, palese e diffuso sono semplicemente dei propagandisti (nella migliore delle ipotesi). Inoltre non esistono divieti inventati dall’Occidente: tenersi per mano tra fidanzati, viaggiare, festeggiare compleanni ed altre allucinazioni da razzismo islamofobico.

2. La “dittatura”. Questa è una questione più delicata. Innanzitutto l’Iran è un sistema repubblicano multipartitico con elezioni a suffragio universale. Gli “Ayatollah” hanno un doppio ruolo. Controllare la costituzionalità delle leggi promulgate dal parlamento e garantire la “collocazione internazionale” del Paese. Per capirci i ruoli ricoperti in Italia da Corte Costituzionale e Trattati internazionali che vincolano il Paese a NATO e UE.

La differenza è rappresentata dalla presenza di precetti religiosi in Costituzione e dal campo internazionale in cui è collocato il Paese. Oltre che dalla percezione della leadership: gli Ayatollah vestono male e parlano peggio. Ma gli Ayatollah sono democratici quanto l’articolo 81 della Costituzione Italiana.

Per quanto concerne la libertà di parola in Iran, l’argomento preferito delle persone è la politica. La gente parla liberamente e pubblicamente anche con gli sconosciuti ed in luoghi pubblici, esprimendo posizioni in linea o meno con le decisioni del Governo in carica. Il punto di dibattito che spacca l’opinione pubblica locale è: “negoziare con l’imperialismo o resistere duramente?”.

Ho parlato con tantissime persone ed ho trovato, con sfumature varie, tre visioni:

a) persone vicinissime ideologicamente ai Guardiani della Rivoluzione che sono per puntare forte sulla deterrenza militare;

b) persone che auspicano senza mezzi termini il disimpegno totale dalla politica estera (Palestina e Siria) con un vera e propria “resa” dell’Iran agli USA;

c) persone che condividono l’orientamento della Repubblica in contrapposizione all’Imperialismo, ma che auspicano la negoziazione con gli USA per concentrarsi sull’economia interna.

Ecco, tutte queste persone discutono liberamente, litigano, e poi si salutano, senza odi o paure particolari. Poi magari il “guardiano della rivoluzione” vota per i Principalisti (islam in politica, Resistenza ad oltranza all’Imperialismo, economia in mano pubblica), il “negoziatore” per i Riformisti di Pezeshkian (appeasement e privatizzazioni) e “l’arrendevole” non vota proprio. Ma tutti hanno una loro legittima opinione.

Certo, se un cittadino provasse attivamente a sovvertire l’ordine costituito in favore di potenze occidentali, è logico possa incappare in sanzioni giuridiche pesanti. Ricordiamoci che stiamo parlando di un Paese sempre sull’orlo della guerra con Israele e con gli USA quindi collaborare con nemici stranieri, o farne gli interessi, può costare caro.

Per fare un esempio analogo all’opposto: in Italia si può dire più o meno liberamente “viva la Russia!” (ovviamente anche questo può avere ripercussioni, tipo sul lavoro), ma cosa accadrebbe se si militasse in una ipotetica organizzazione che faccia propaganda fattiva per la vittoria della Russia, appoggi palesemente il governo Putin ed abbia contatti con politici o similari organizzazioni russe?

Altro punto di pressione della propaganda occidentale è l’oscuramento dei social network in Iran e l’intolleranza religiosa. Quasi tutti i negozi espongono il proprio contatto Instagram e tantissimi negozi e ristoranti, anche tradizionali, espongono alberi di Natale con annessi auguri “Merry Christmas”. Avete mai visto in un Paese occidentale cristiano gli auguri di buon Ramadan ai musulmani in un negozio o in locale pubblico?

Politica

La situazione economica del Paese è invece indubbiamente peggiorata da 5 anni a questa parte. Questo si evince non tanto nelle città, seppur medie e periferiche, ma dalla degradata manutenzione dei piccoli centri isolati. Terreni di riporto a bordo strada, asfalto vecchio, insegne dei negozi non curate.

È l’inflazione però a balzare agli occhi. Decine di migliaia di ryal per comprare una bottiglietta d’acqua. Questo fa sì che anche per un pacchetto di chewing-gum o di sigarette, si paghi con carta che ha un circuito esclusivamente nazionale. In generale, il prezzo dei generi alimentari è aumentato in maniera contenuta (in Iran un kg di pomodori costa circa 0,45€), mentre quello delle automobili (anche di produzione nazionale) e delle case è salito vertiginosamente, ingenerando malcontento.

Per capirci, acquistare una casa da 120mq in una media città iraniana costa 300 stipendi di un operaio e l’affitto della stessa casa arriva al 100% dello stesso stipendio. I giovani dunque restano più a lungo in casa con i genitori nonostante lavorino, a meno che non si accontentino di case davvero minuscole in periferia.

Soprattutto questi ultimi fattori hanno determinato un invecchiamento generale del parco auto e del trasporto pubblico (con conseguente inquinamento ambientale) e, come tra l’altro negli altri paesi industriali, un decremento della Natalità (non siamo ancora all’inverno demografico italiano, ma la fecondità è scesa sotto 2).

Le sanzioni hanno condizionato sensibilmente anche la velocità di avanzamento delle tecnologie. L’Iran è un Paese sostanzialmente autarchico. Qualsiasi cosa è prodotta in Iran con tecnologie e materiali iraniani. Un esempio sono le case, tutte nuove ed antisismiche, costruite in materiali locali e soprattutto marmo giallo estratto in loco, tanto che sembrano estensioni del deserto. Sembrerà strano ma l’Iran ha pochissimi “centri storici” come li intendiamo noi in Italia. Negli anni ‘90 sono iniziate ricostruzioni con tecnologie antisismiche, fatto dovuto allo shock procurato dal devastante terremoto del 1990.

Nonostante la completa sovranità energetica, alimentare, tecnologica e di materie prime, l’inflazione galoppa. Perché non dobbiamo dimenticarci che comunque l’Iran è un paese capitalista che segue le regole di mercato. Se quindi il prezzo dei generi alimentari è regolato in base alla produzione interna, mantenendosi abbastanza basso, il prezzo delle materie prime, di cui l’Iran è ricco, viene stabilito in base al mercato internazionale. Ed il mercato lo fanno ancora i dollari.

E questo non può essere indolore, date le privatizzazioni in atto e le concessioni anche internazionali. Perché la contraddizione capitalistica è che per quanto i rapporti diplomatici siano rotti, in Iran ci sono ancora delle fabbriche di Coca Cola e, ad esempio, l’Iran non ha nulla da invidiare ai Paesi scandinavi ed alla Germania.

La settimana lavorativa è di 6 giorni per 6 ore (8-14, sabato-giovedi) o 7 ore più un’ora di pausa pranzo, con pasto fornito dall’azienda anche se questa avesse un solo dipendente, per 5 giorni settimanali. Nelle piccolissime aziende non è raro che l’imprenditore prepari il pranzo a casa per i propri dipendenti.

Le ferie ammontano a 30 giorni annui con molti ponti e festività nazionali (ironizzano anche i dipendenti per quante festività ci siano in Iran, tra religiose, civili e tradizionali).

Sono entrato in una piccola azienda, uno studio di ingegneria con 7 dipendenti, di cui 3 donne (tutte sui 30/35 anni e sposate). Le donne hanno diritto a 9 mesi di maternità piena invece che ai 5 dell’Italia. L’imprenditore mi ha riferito che è impensabile imporre uno straordinario, e tanto meno non pagarlo. I controlli sul rispetto dei contratti e dei diritti del lavoro sono stringenti e le sanzioni severissime. Straordinari non pagati od impiegare un lavoratore a nero possono avere come conseguenza la chiusura dell’azienda da parte delle autorità competenti. Tutto questo ha portato ritmi di lavoro non ossessivi.

Si nota subito inoltre che i luoghi di lavoro hanno molti dipendenti ed agli occhi di un occidentale certamente la parola migliore per definire la situazione è “over employment”. Ad esempio nei negozi ci sono di solito due persone dietro la cassa ed in un ristorante c’è la media di un cameriere ogni 3 tavoli. Nei supermercati anche uno scaffalista fisso ogni due corsie. Un esempio emblematico sono gli uffici comunali delocalizzati in alcuni parchi di quartiere con le giostrine per i bambini. Questi si occupano anche di coordinare la manutenzione e la sicurezza dei parchi. Una cosa improponibile in Italia che recinta i parchi, li privatizza e li chiude alle 8 di sera.

Questo determina un abbassamento fortissimo della disoccupazione volontaria (sotto il 7,5% al momento) un livello di burnout molto basso, gente poco stressata ed una vita notturna o serale molto attiva tutti i giorni della settimana. In pensione si va a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne con 30 anni di anzianità lavorativa. L’importo della pensione si determina sugli anni di lavoro e le retribuzioni durante la carriera, ed è sensibilmente più basso dello stipendio.

L’economia è di tipo “misto” con lo Stato che tiene in mano i settori chiave (acqua, gas, elettricità, materie prime, carburanti), garantendo ai cittadini bollette di acqua-luce-gas praticamente “simboliche” (4 o 5 euro al mese), ma le privatizzazioni stanno iniziando anche in Iran, soprattutto nel campo dell’import-export, creando una nuova classe di ricchi che si concentra in piccole “Beverly Hills di montagna” a Nord di Teheran.

In un Paese che ha negozi di tappeti e librerie di proprietà di stato, il sistema sanitario è invece paradossalmente sempre stato molto privatizzato. Gli ospedali pubblici sono generalmente in buone condizioni, ma pochi e quindi con lunghissimi tempi di attesa. Le prestazioni sanitarie pubbliche sono insufficienti a soddisfare il fabbisogno della popolazione e per il resto delle cure vige un sistema di assicurazioni private sul tipo statunitense. Lo Stato dà comunque alcuni sussidi ed aiuti su medicinali e latti artificiali per i bambini.

Tra mille difficoltà, il welfare tiene ancora botta, con un sistema unico in Medio Oriente. A partire dal salario minimo per gli orfani e dalle vaccinazioni gratuite, direttamente in aeroporto, per i rifugiati afgani per finire con un’edilizia popolare estesa e di discreta qualità e servizi assistenziali sufficienti a non avere alcun mendicante o senzatetto in strada. Infatti esistono unità paramediche di cura e casa famiglia, in cui la persona può mangiare, dormire al caldo e lavarsi a spese dello Stato per un tempo anche prolungato.

La pulizia delle strade è decente, la raccolta rifiuti è differenziata in secco/organico. Esiste un’industria del riciclo abbastanza sviluppata. La normativa igienica per gli esercizi commerciali è stringente ed i negozi (anche fruttivendoli, pescherie e pollerie) sono estremamente puliti e curati. Nei ristoranti il pane non arriva tagliato nel cestino come in Italia ma sigillato in plastica in porzioni monouso direttamente dal panificio.

Nonostante le condizioni economiche non perfette non si ha la sensazione di un Paese in smobilitazione (non ci sono serrande abbassate, edifici in disuso etc) ma certamente la sensazione che le potenzialità siano ampiamente inespresse. L’isolamento ha rallentato l’avanzamento delle tecnologie con auto nuove di fabbrica che sembrano nella tecnologia e nella forma le Croma, le Tempra e le Tipo della fine degli anni ‘90. Ma come dicono gli iraniani “ci hanno rallentati, ma non fermati”.

Dove invece non si sono riscontrati rallentamenti è il Settore della deterrenza militare. Nonostante le sanzioni, l’Iran ha messo tutto quello che aveva, soldi, intelligenze, ricerca scientifica e risorse militari nella Resistenza all’Imperialismo. Avanzata tecnologia militare soprattutto nelle “forze missilistiche strategiche e tattiche” dimostrata soprattutto nell’attacco di ottobre ad Israele.

I media iraniani sostengono, con tanto di video, una tesi completamente diversa da quella israeliana: in primo luogo che gli israeliani hanno colpito solo siti dismessi nel deserto e che non hanno affatto sorvolato i cieli iraniani, tanto meno quelli della capitale (e questo è ampiamente dimostrato anche in occidente), sparando da oltre confine.

In secondo luogo che Iron Dome sia debole e che molti missili, ipersonici anche “datati” con testate depotenziate per evitare perdite civili, siano andati a bersaglio, ed a raffica, senza alcuna difesa nei pressi dell’aeroporto. Sinceramente su questo non commento: si sa, la cortina fumogena in guerra esiste da ambo le parti.

Ma è un fatto incontestabile che lanciare 200 missili, senza uccidere nessuno pur saturando le difese antiaeree, significa avere qualità e controllo. Oltre che quantità: 1 milione e mezzo di testate convenzionali stimate, tra cui missili ipersonici che l’Iran ha fornito anche agli Houthi dello Yemen. Ma la proiezione internazionale dell’Iran, come accennato precedentemente, non piace a tutti gli iraniani. Non tutti sono disponibili a pagare il prezzo della Resistenza.

Per esempio, in molti sono arrabbiati per la sconfitta subita in Siria, per i due miliardi di dollari buttati nel tenere artificialmente in piedi Assad. Ho sentito l’opinione di molte persone sul tema ma una, molto interessante, espressa da più persone di diverso orientamento, mi ha davvero impressionato perché ribalta la prospettiva: alcuni sostengono che l’Iran abbia mollato Assad poiché non più conveniente né economicamente né militarmente e poiché il governo siriano stava comunque tentando una normalizzazione con i Paesi arabi moderati espellendo di fatto i commandos iraniani.

Riporto: “una cosa è intervenire su invito di un Governo legittimo come nel 2011, un’altra è invadere un Paese sovrano. Semplicemente non siamo stati invitati ad intervenire. Ma non si tratta di una sconfitta strategica. Gli occidentali hanno una concezione del tempo diversa da noi orientali. Noi sappiamo che l’ordine stabilito in Siria durerà poco. Avete idea di cosa si muova lì? Curdi, Daesh, HTS, lealisti di sinistra, milizie sciite, forze speciali di molti paesi, esercito sionista. Non è un Paese sotto il controllo di Al Jolani come non era un Paese sotto il controllo di Assad. Chi agiva allora agirà adesso. D’altronde il Governo Assad pagava un soldato 17€ al mese, che controllo del territorio credete potesse avere?”

L’Asse della Resistenza, secondo loro, quindi, continua. Una Resistenza vista come doppia guerra per procura. Il nemico principale sono gli USA ed Israele è un suo proxy, da combattere con i propri proxy. Hezbollah, certo, ma anche gli Houthi, gli sciiti iracheni, le unità lealiste siriane. Anche la resistenza vincente dei talebani, secondo l’opinione di alcuni iraniani, ha ricevuto aiuti. Tutto molto più complicato di quanto si pensi, appunto. Per quanto invece concerne la Palestina, beh è impressionante vedere sui muri dei palazzi, ma anche nelle Moschee, gigantografie di Sinawar e Haniye insieme a quelle di Nasrallah, Solemaini ed a quelle di tutti i caduti nella Resistenza.

Sulle facciate dei condomini poi ci sono murales anni ‘80 anche giganteschi e belli di ragazzi del quartiere, in abiti militari, caduti nella guerra contro l’Iraq. La Resistenza che si respira ovunque. Dando il senso di assedio, ma anche di fierezza di essere indipendenti, parte di un blocco ma non subalterni, e di orgoglio di essere un Paese (ed un Popolo) che ha fatto la Storia e di non poter mollare di fronte a chi ha fatto capolino nella civilizzazione da un paio di secoli.

A proposito, come vedono l’altra civiltà millenaria? Beh, per gli iraniani ormai l’Italia è un esempio di paese-colonia, sia per la vicenda Abedini-Sala (a loro è chiaro che la decisione non sia italiana) sia anche perché ha indegnamente lasciato i propri soldati sotto le bombe israeliane in Libano, senza muovere un dito né diplomaticamente né tantomeno militarmente per evitare di contrariare gli USA.

Insomma ho ascoltato tanti pareri, su tanti argomenti e visto tante cose che da sole contraddicono senza appello la miserabile propaganda occidentale. Una propaganda ormai trita e ritrita, visibile ad occhio nudo e contraddittoria, che ha l’obbiettivo finale di convincere l’opinione pubblica occidentale a muovere guerra all’Iran, a tentare di cambiare il regime, tanto “anche se li bombardiamo e facciamo due milioni di morti... è sempre meglio di come stanno adesso”.

Lo stesso discorso utilizzato in Siria, Afghanistan, Libia, Iraq, Jugoslavia, Vietnam, etc. Ma la NATO non lo ha ancora fatto perché l’Iran evidentemente non è né l’Iraq né la Libia ed attaccarlo massivamente potrebbe significare la distruzione totale di Israele senza per altro certezza di vittoria finale e sperando che la Cina, dipendente dall’energia iraniana, resti a guardare mentre le tagliano gas e luce.

Nel frattempo si continua con la propaganda e le bugie, che vengono sempre buone. Balle su balle vengono accreditate dagli stessi iraniani all’estero, molti dei quali cittadini americani che mai hanno visto l’Iran o personaggi vicini all’ultimo Scià, fantoccio degli Usa e degli Inglesi, che imponeva i costumi dell’Occidente e ne faceva gli interessi. Un Paese di donne in minigonna ma senza diritto di voto, ottenuto solo con gli Ayatollah. Lo Scià, che impose un regime criminale che sparava sugli scioperi e che riteneva reato punibile con il carcere avere una foto di Khomeini. Ancora oggi gli Iraniani usano dire “nascondi bene Khomeini” per dire “guardati le spalle”.

Un regime, quello dello Scià, senza opposizione, senza diritto di associazione in partiti o sindacati, che praticava tortura ed omicidio politico. Ma la compagnia petrolifera nazionale era proprietà inglese, il sistema era capitalista, quindi tutto bene.

È obbiettivo il salto in avanti economico, infrastrutturale e di giustizia sociale apportato dalla Rivoluzione del 1979, ma ovviamente a questi “dissidenti” iraniani l’Occidente dà molto credito. E sorprendentemente anche in Iran le loro dichiarazioni circolano con grande facilità dato che le persone hanno tutti il satellite e guardano BBC e CNN. Non c’è repressione nel rendere fruibile a tutti la versione del nemico o di questi “dissidenti”, poiché tra l’altro questa è talmente irrealistica, sciocca ed offensiva per gli iraniani stessi che diventa un boomerang che rafforza la coesione interna.

E agli iraniani non frega nulla se gli Occidentali siano talmente stupidi da crederci. Siamo solo noi, suprematisti bianchi ed eurocentrici a prescindere da come la possiamo pensare politicamente, che crediamo che il Mondo dipenda dal nostro giudizio, in quanto esponenti della “cultura vera e dominante”.

Mentre il Mondo, in realtà, del nostro giudizio se ne fotte.

Fonte

06/07/2024

L’Iran ha scelto il suo nuovo presidente, Pezeshkian

Dall’Iran. Già al sesto comunicato ufficiale di Mohsen Eslami, portavoce del quartier generale elettorale del paese, la vittoria di Massoud Pezeshkian per diventare presidente al posto di Raisi, morto in un incidente aereo poco più di un mese fa, si profilava molto chiara.

Oltre un milione e mezzo di voti in più rispetto a Saeed Jalili, l’ex capo negoziatore nelle trattative con l’Occidente sul nucleare iraniano e certamente il candidato prediletto dell’ayatollah Khamenei.

Il settimo aggiornamento – alle 5:35, le 4 in Italia – il vantaggio si allargava ancora, ad oltre due milioni di voti, e lasciava capire che non c’erano possibilità di recupero da parte dei “conservatori”.

Fino al risultato finale, comunicato alle 6:50 locali: su 30 milioni e 530mila votanti (il 49,8% degli aventi diritto), Pezeskhian ottiene 16 milioni 384mila 403 preferenze e Saeed Jalili 13 milioni 538mila.

Pezeskhian diventa così il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran.

Non è invece sicuramente semplice spiegare cosa significhi questo voto per il popolo iraniano e, in generale, per le dinamiche internazionali, ovviamente nello scenario mediorientale. Tanto più se si usa la chiave interpretativa abituale nell’Occidente neoliberista, fin qui inchiodata sulla più piatta propaganda di guerra, con una articolazione minima tra la versione che descrive Pezeshkian come il “finto riformista” o, al meglio, come “la foglia di fico” del regime.

Viste dall’Iran, invece, queste elezioni dicono decisamente altro.

Intanto l’affluenza al secondo turno, risultata in netto aumento rispetto al 40% del primo, che già aveva fatto registrare più preferenze per il settantenne cardiochirurgo di Urmia. Segno che sia il “fronte conservatore”, sia quello “riformatore”, hanno spinto al massimo per la partecipazione al voto, con qualche penosa forzatura regolamentare, tipo il prolungamento dell’orario di chiusura delle urne (alle 22).

Affluenza comunque bassa, avevano già scritto in molti, che “delegittima il regime” di Tehran. Come se invece il 49% dell’affluenza italiana alle recenti elezioni europee – identica a quella persiana del secondo turno – fosse invece la prova di un eccellente stato di salute della “democrazia” in casa nostra...

Girando per le città iraniane e parlando con le persone, come qui da noi, era facile capire che la distanza tra “la politica” e “il popolo” è molto simile. Poca fiducia nelle possibilità di “cambiamento” e nei meccanismi istituzionali. Un forte desiderio di pace, disinnescando le dinamiche guerrafondaie che qui sono a avvertite in misura decisamente più concreta (Israele ha bombardato di recente nei dintorni di Esfahan, oltre ad uccidere diversi scienziati nucleari con attentati mirati). Una chiara voglia di regole di vita meno dipendenti dalle paturnie del clero, anche se “dio” è una parola di frequente pronunciata anche dai più espliciti critici degli ayatollah.

Fin qui, insomma, sembrerebbe che che le narrazioni occidentali sull’Iran siano in qualche modo corrispondenti al vero. Ma le cose stanno molto diversamente. Quelle narrazioni, infatti, sono incentrate sull’ossessione – tipicamente colonialista – di descrivere una società e un popolo come una “brutta copia” delle società occidentali, misurando la distanza e cercando “il nostro uomo” nella classe politica locale.

Non trovandolo, ci si accontenta di tifare per il “boicottaggio delle elezioni”, interpretando l’astensionismo come un vuoto riempibile a piacimento.

Lo stesso Pezeshkian, dicevamo all’inizio, è stato descritto spesso come un “finto riformatore” perché le sue dichiarazioni – ad esempio – sulla necessità di garantire maggiormente la libertà delle donne e le aspirazioni dei giovani non fanno il paio con la genuflessione ai comandi occidentali a proposito della Palestina o di altri punti focali della politica internazionale.

E qui diventa possibile chiarire quel che traspare anche agli occhi del più disattento viaggiatore: voglia di cambiamento e orgoglio nazionale da queste parti vanno a braccetto.

Il popolo iraniano, 45 anni fa, si è liberato di botto dalle presenza invasiva del potere imperialista occidentale, con una “rivoluzione” certamente diversa (e spesso opposta, nei princìpi fondanti) rispetto a quelle del Novecento. E nessuno vuole tornare indietro...

Da allora il processo di ammodernamento del paese è stato intenso, perché i proventi delle risorse energetiche sono stati impiegati – bene o male, ci sono molte critiche in proposito – per assicurare una produzione industriale autonoma, lo sviluppo dell’agricoltura e dell’urbanistica, un esercito e milizie che hanno un ruolo importante nella regione, ecc.

Girando per Tabriz, Esfahan, Tehran, ma anche in tante città minori, è visibile ad occhio nudo che questo è oggi un paese moderno, non del “terzo mondo”, con molte malattie tipiche della modernità (il traffico è allucinante, per esempio), ma dove è forte la consapevolezza di avere un ruolo autonomo nel mondo. E nessun senso di inferiorità rispetto all’Occidente.

Questa consapevolezza può ovviamente essere declinata in molti modi (“dio guida le nostre scelte” oppure “siamo stati capaci di fare da soli”), ma appare irreversibile. E non sembra lasciare spazio a improbabili “Guaidò” teleguidati da Washington…

Del resto l’Iran è diventato membro dei Brics e le pluridecennali sanzioni occidentali, se pure hanno limitato alcune possibilità di sviluppo, hanno paradossalmente favorito la ricerca di soluzioni alternative che oggi rendono questo paese un pilastro robusto nella costruzione di un ordine multipolare senza più un “gendarme”.

Un pilastro che può permettersi di provare ad ammodernare anche le proprie regole sociali senza per questo diventare un vassallo di qualche improbabile “maestro” liberal-liberista...

Un paese e un popolo di grande complessità, con una storia millenaria e capacità create solo di recente. Tra cui quella di scegliersi un presidente che, in qualche misura, gli corrisponda.

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24/09/2023

Siamo alla fine del neocolonialismo francese in Africa?

Il 16 settembre, a Bamako, in Mali, i governi di Burkina Faso, Mali e Niger hanno creato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Su X, la piattaforma di social media un tempo nota come Twitter, il colonnello Assimi Goïta, capo del governo di transizione del Mali, ha scritto che la Carta di Liptako-Gourma che ha creato l’AES stabilirà “un’architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni”.

L’esigenza di una simile cooperazione regionale risale al periodo in cui la Francia pose fine al suo dominio coloniale. Tra il 1958 e il 1963, Ghana e Guinea hanno fatto parte dell’Unione degli Stati africani, che avrebbe dovuto essere il seme di una più ampia unità panafricana. Anche il Mali ne ha fatto parte tra il 1961 e il 1963.

Ma, più di recente, questi tre Paesi – e altri della regione del Sahel, come il Niger – hanno lottato con problemi comuni, come la presenza delle forze radicali islamiche scatenata dalla guerra del 2011 della NATO contro la Libia.

La rabbia contro i francesi è stata così intensa da provocare almeno sette colpi di Stato in Africa (due in Burkina Faso, due in Mali, uno in Guinea, uno in Niger e uno in Gabon) e scatenare manifestazioni di massa dall’Algeria al Congo e, più recentemente, in Benin.

La frustrazione nei confronti della Francia è tale che le sue truppe sono state espulse dal Sahel, il Mali ha declassato il francese dallo status di lingua ufficiale e l’ambasciatore francese in Niger (Sylvain Itté) è stato di fatto tenuto “in ostaggio” – come ha detto il presidente francese Emmanuel Macron – da persone profondamente irritate dal comportamento francese nella regione.

Philippe Toyo Noudjenoume, presidente dell’Organizzazione dei popoli dell’Africa occidentale, ha spiegato le basi di questo sentimento antifrancese a cascata nella regione. Il colonialismo francese, ha detto, “è rimasto in vigore dal 1960”. La Francia detiene le entrate delle sue ex colonie nella Banque de France a Parigi.

La politica francese, nota come Françafrique, prevedeva la presenza di basi militari francesi da Gibuti al Senegal, dalla Costa d’Avorio al Gabon. “Di tutte le ex potenze coloniali in Africa”, ci ha detto Noudjenoume, “è la Francia che è intervenuta militarmente almeno sessanta volte per rovesciare governi, come quello di Modibo Keïta in Mali (1968), o assassinare leader patriottici, come Félix-Roland Moumié (1960) ed Ernest Ouandié (1971) in Camerun, Sylvanus Olympio in Togo nel 1963, Thomas Sankara in Burkina Faso nel 1987 e altri”.

Tra il 1997 e il 2002, durante la presidenza di Jacque Chirac, la Francia è intervenuta militarmente 33 volte nel continente africano (a titolo di confronto, tra il 1962 e il 1995, la Francia è intervenuta militarmente 19 volte negli Stati africani). La Francia non ha mai veramente sospeso la sua presa coloniale o le sue ambizioni coloniali.

La rottura della schiena del cammello

Due eventi nell’ultimo decennio hanno “rotto la schiena del cammello”, ha detto Noudjenoume: la guerra della NATO in Libia, guidata dalla Francia, nel marzo 2011, e l’intervento francese per rimuovere Koudou Gbagbo Laurent dalla presidenza della Costa d’Avorio nell’aprile 2011.

“Per anni”, ha detto, “questi eventi hanno imposto un forte sentimento anti-francese, in particolare tra i giovani. Questo sentimento non si è sviluppato solo nel Sahel, ma in tutta l’Africa francofona. È vero che è nel Sahel che attualmente si esprime più apertamente. Ma in tutta l’Africa francofona questo sentimento è forte”.

Le proteste di massa contro la presenza francese sono ormai evidenti in tutte le ex colonie francesi in Africa. Queste proteste non sono state in grado di sfociare in semplici transizioni civili di potere, soprattutto perché l’apparato politico di questi Paesi è stato eroso da cleptocrazie di lunga data sostenute dalla Francia (come la famiglia Bongo, che ha governato il Gabon dal 1967 al 2023, e che ha saccheggiato le ricchezze petrolifere del Gabon per il proprio tornaconto personale; quando Omar Bongo è morto nel 2009, la politica francese Eva Joly ha detto che governava per conto della Francia e non dei suoi cittadini).

Nonostante la repressione sostenuta dalla Francia in questi Paesi, i sindacati, le organizzazioni contadine e i partiti di sinistra non sono stati in grado di guidare l’ondata di patriottismo antifrancese, anche se sono riusciti ad affermarsi.

La Francia è intervenuta militarmente in Mali nel 2013 per cercare di controllare le forze che aveva scatenato con la guerra della NATO in Libia due anni prima. Queste forze islamiste radicali hanno conquistato metà del territorio del Mali e poi, nel 2015, hanno attaccato il Burkina Faso. La Francia è intervenuta, ma ha poi mandato i soldati degli eserciti di questi Paesi del Sahel a morire contro le forze islamiste radicali che aveva appoggiato in Libia. Questo ha creato molta animosità tra i soldati, ci ha detto Noudjenoume, ed è per questo che settori patriottici dei soldati si sono ribellati ai governi e li hanno rovesciati.

Lo schieramento anti-intervento militare

Dopo il colpo di Stato in Niger, l’Occidente sperava di inviare una forza di interposizione – guidata dalla Commissione economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) – ma i leader militari africani hanno rifiutato.

In tutta la regione, la popolazione ha creato comitati di solidarietà per difendere il popolo nigerino da qualsiasi attacco, con la minaccia di provocare “rivolta e indignazione tra le popolazioni”, ha spiegato Noudjenoume.

Il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu è stato persino costretto a ritirarsi dalla crociata dell’ECOWAS quando il Congresso del suo Paese ha respinto la misura e si sono verificate proteste di massa contro l’intervento militare nel Paese vicino. Allo scadere degli ultimatum dell’ECOWAS per ripristinare il deposto leader nigeriano Mohamed Bazoum, divenne chiaro che la sua minaccia era vuota.

Nel frattempo, non solo è emerso che il popolo nigerino avrebbe resistito a qualsiasi intervento militare, ma il Burkina Faso e il Mali hanno immediatamente promesso di difendere il Niger da qualsiasi intervento di questo tipo. La nuova AES è il prodotto di questa solidarietà reciproca.

Ma l’AES non è solo un patto militare o di sicurezza. Alla cerimonia della firma, il ministro della Difesa del Mali Abdoulaye Diop ha dichiarato ai giornalisti: “Questa alleanza sarà una combinazione di sforzi militari ed economici [tra]… i tre Paesi”. Si baserà sull’accordo del febbraio 2023 tra Burkina Faso, Guinea e Mali per collaborare a uno scambio di carburante ed elettricità, per costruire reti di trasporto, per collaborare nella vendita di risorse minerarie, per costruire un progetto di sviluppo agricolo regionale e per aumentare il commercio all’interno del Sahel.

È da vedere se questi Paesi saranno in grado di sviluppare un’agenda economica a beneficio dei loro popoli e quindi di garantire che la Francia non abbia i mezzi per esercitare la sua autorità sulla regione.

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18/09/2023

La lotta tra il campo patriottico e quello neocoloniale in Africa e la questione della democrazia

Mentre in Senegal, dopo la Repubblica Centrafricana, la seconda fase della liberazione nazionale ha assunto la forma di una lotta elettorale aperta tra il campo patriottico e quello neocoloniale, in Mali, Burkina Faso e Niger è l’esercito a condurre al potere l’opzione patriottica espressa dalla mobilitazione popolare contro la sanguinosa repressione delle potenze neocoloniali.

Questa polarizzazione segue l’emergere di una ribellione patriottica tra i giovani sia civili che militari, in particolare tra gli intellettuali, che inizialmente avevano creduto alle sirene della ri-globalizzazione liberale nata dalla sconfitta del campo socialista in Europa, che millantava l’illusione della “fine della storia”, dell’“effetto a cascata del successo individuale”, dell’“aiuto allo sviluppo” attraverso l’imprigionamento di Stati, nazioni e popoli nel sistema del debito e dei piani liberali di aggiustamento strutturale sotto la guida del FMI e della Banca Mondiale.

I diktat liberali sono stati accompagnati dall’imposizione del “pensiero unico” che sostiene la “democrazia pluralista ed elettorale” e persino “l’alternanza democratica” tra liberali, social-liberali e persino comunisti di sinistra riconvertiti al liberalismo.

Ma alla fine di questi esperimenti tutti si rendono conto che la “democrazia” è servita solo come copertura per l’arricchimento spudorato di una borghesia nazionale burocratica asservita alla Françafrique, all’Eurafrique e all’Usafrique.

Il neocolonialismo non ha prodotto solo parole inconsce come “quando finirà l’indipendenza?”, mentre la “democrazia” del saccheggio dei fondi pubblici produrrà parole come “la democrazia, non la mangiamo, abbiamo fame” e persino “quando finirà la democrazia?”

La realtà socio-economica era in contraddizione inconciliabile con l’ideologia e la politica degli imperialisti, a cui hanno fatto eco la borghesia burocratica e la cosiddetta intellighenzia, che hanno dichiarato che “l’Africa ha bisogno di istituzioni forti, non di uomini forti”, un’aberrazione terribile che nega la dialettica per cui sono gli esseri umani a elaborare e applicare le leggi e a gestire le istituzioni in qualsiasi società che abbia definito regole comuni per se stessa.

È quindi rassicurante che si torni a parlare della necessità di sovranità nazionale e di democrazia al servizio della liberazione nazionale e panafricana. Il legame tra sovranità, democrazia e sviluppo nazionale in una prospettiva panafricana si sta facendo strada tra i ranghi della gioventù patriottica civile e militare dell’Africa.

Per questo motivo è importante che queste nozioni vengano chiarite, in modo da spogliarle di tutte le trappole concettuali e pratiche escogitate dalla borghesia imperialista e dai suoi scagnozzi borghesi nelle nostre neocolonie.

Anche se le alleanze strategiche e/o tattiche sono spesso necessarie nella lotta per l’emancipazione sociale e nazionale, sovranità, democrazia, panafricanismo e internazionalismo non sfuggono alla dimensione della lotta di classe. Il contenuto di questi concetti non è lo stesso per la borghesia, i feudatari, la classe operaia o le classi lavoratrici.

Ecco perché stiamo rivisitando questi concetti attraverso le lotte attualmente in corso da parte dei lavoratori e dei popoli.

La “democrazia” non è il potere del popolo, ma quello delle classi sociali

Formata dall’egemonia ideologica imperialista della democrazia formale, la condanna a priori dei colpi di Stato in linea di principio è sistematica.

Il caso Sankara contraddice questa impostura, frutto dell’ingiunzione del capitalismo imperialista sacralizzata dall’ormai famoso detto di Winston Churchill: “La democrazia è il peggior sistema di governo, ad esclusione di tutti gli altri che sono stati sperimentati nella storia”.

La democrazia formale repubblicana o parlamentare è stata storicamente il fondamento ideologico del rovesciamento del feudalesimo nei Paesi in cui è nato il capitalismo. La rivoluzione borghese ha rovesciato la monarchia assoluta, che rappresentava politicamente il potere di classe della nobiltà e dell’aristocrazia terriera.

La sacralizzazione della “democrazia” con la formula che “la democrazia è un cattivo sistema, ma è il meno cattivo di tutti i sistemi” fa di un sistema multipartitico (in realtà spesso bipartitico), di giostre elettorali, di urne e di istituzioni borghesi repubblicane o monarchiche, presidenziali o parlamentari, soggette alle lobby dei miliardari, l’alfa e l’omega di una “democrazia pura” la cui caratteristica fondamentale è quella di essere separata dalla sua base economica e sociale.

Il processo consiste nel nascondere l’intrinseco legame pratico tra la sovrastruttura politico-ideologica e la realtà socio-economica.

È così che la democrazia, definita come “potere del popolo”, è stata usata impropriamente per camuffare, separando la sfera politica da quella economica della società, il controllo dello Stato da parte dei ricchi, dei capitalisti, degli imperialisti e della loro estensione neocoloniale, della borghesia burocratica associata alla borghesia “import-import”, cioè agli “operatori economici” locali improduttivi che sono appendici del commercio mondiale nelle semicolonie e nei Paesi dipendenti.

Il potere esecutivo, legislativo, giudiziario e mediatico, al di là delle elezioni per le quali il popolo è invitato a votare, si svolge attraverso un meccanismo in cui il denaro, attraverso il lobbismo, gioca il ruolo decisivo a vantaggio degli azionisti miliardari che detengono il capitale finanziario e industriale.

Quando questo sistema è in crisi e il suo inganno viene smascherato, la borghesia si spoglia del suo piumaggio democratico a favore del fascismo totalitario.

La borghesia burocratica detiene il potere politico nelle neocolonie. Utilizza il potere statale per perpetuare il dominio economico dell’imperialismo sull’economia nazionale e quindi per prolungare, sotto i colori della bandiera nazionale e delle istituzioni nazionali, l’oppressione economica imperialista che, attraverso l’estroflessione economica, rallenta e impedisce l’uscita dal sottosviluppo.

È per questo che Engels sintetizza che
“lo Stato… è piuttosto un prodotto della società in un determinato stadio del suo sviluppo; è l’ammissione che questa società è impigliata in una contraddizione insolubile con se stessa, essendosi divisa in opposizioni inconciliabili che è impotente a scongiurare.
Ma se gli antagonisti, le classi con interessi economici contrapposti, non vogliono consumare se stessi e la società in una lotta sterile, sorge la necessità di un potere che, apparentemente posto al di sopra della società, deve smorzare il conflitto, mantenerlo entro i limiti dell’“ordine”; e questo potere, nato dalla società, ma posto al di sopra di essa e che le diventa sempre più estraneo, è lo Stato” (da “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”).
È importante, quindi, ritornare all’approccio di classe a questo concetto di “democrazia”, spogliandolo dell’ampio inganno di cui Nina Andreeva, la prima oppositrice comunista sovietica della Perestrojka e della Glasnost, ha parlato come segue:
“L’esacerbazione della coscienza della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato era stata considerata da Lenin una delle conquiste fondamentali di Marx ed Engels. Stalin non fece che confermare e mantenere questa posizione.

È proprio questa parte dell’insegnamento marxista-leninista che è stata sempre più attaccata da politici e ideologi borghesi e che alla fine è quasi scomparsa dal programma di tutta una serie di partiti comunisti.

Non è una questione terminologica, ma di contenuto, il contenuto di questo concetto. Ogni Stato è una dittatura, la dittatura di una classe o di un’altra. Una classe che esercita il potere economico.

Tuttavia, non dobbiamo confondere il contenuto del potere – cioè nell’interesse di chi il potere di classe viene applicato e difeso – con la forma, i mezzi e il regime di esecuzione di tale potere. Il fascismo è quindi una forma terroristica di dittatura borghese. Il fascismo nasce quando il capitale è costretto ad abbandonare le forme democratiche di governo a favore di un regime di sottomissione diretta e brutale dei lavoratori.

La dittatura del proletariato è garantita dalla classe dei lavoratori e dai loro alleati. La dittatura del proletariato può manifestarsi in forme di potere estremamente diverse. I lavoratori vogliono che questo metodo di attuazione del loro potere sia democratico. Tuttavia, come la storia ha dimostrato, questa possibilità non dipende sempre dai lavoratori stessi. L’opposizione alla borghesia può richiedere forme di potere molto più brutali. La rivoluzione deve essere in grado di difendersi per sopravvivere.

Gli ideologi e gli opportunisti borghesi confondono deliberatamente il contenuto della dittatura del proletariato, come sostanza di classe del potere statale proletario, con i metodi e le forme della sua applicazione. Questo per identificare socialismo e fascismo in modo da disorientare i lavoratori. I socialdemocratici e l’“eurocomunismo” hanno intrapreso questa strada. La cosa spiacevole è che alcuni comunisti non la vedono nemmeno come una trappola.

Tuttavia, non dobbiamo opporre dittatura e democrazia in termini di contenuto del potere. La dittatura e la democrazia si possono opporre solo dal punto di vista della forma, dei mezzi, delle modalità di attuazione del potere da parte di una classe o dell’altra. Questa è la sostanza dell’opposizione tra dittatura e democrazia.

Il leitmotiv degli opportunisti di Gorbaciov nel PCUS era la pace civile nel momento in cui la controrivoluzione attaccava le vittorie del socialismo nel Paese.

L’esperienza degli ultimi tre o quattro decenni di storia dell’URSS ha dimostrato che il principale nemico della gestione stalinista, l’opportunismo, porta inevitabilmente all’aperta restaurazione del capitalismo. L’isteria antistalinista ha fatto da schermo al rafforzamento della campagna antileninista e anticomunista” (dalla Conferenza stampa del 2 maggio 1992 a Bruxelles, pubblicata sul quotidiano belga Solidaire n. 823 del 27 maggio 1992).
Le principali tappe delle lotte dei popoli africani per la democrazia

Le lotte dei popoli africani per l’indipendenza nazionale hanno assunto varie forme: lotte armate (Algeria, Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Zimbabwe, Sudafrica, Sahara, ecc.), lotte politiche (Guinea Conakry, Ghana, Mali, RDC, ecc.).

In molti Paesi, la decolonizzazione ha assunto molto rapidamente la forma di un accordo concertato chiamato “accordi di cooperazione” per organizzare la transizione da colonie a neocolonie (Senegal, Costa d’Avorio, Marocco, Tunisia, Benin, Togo, ecc.).

In altri Paesi, gli imperialisti hanno assassinato i leader e massacrato i popoli in rivolta per imporre l’indipendenza neocoloniale (Madagascar, Camerun, ecc.). I tentativi post-indipendenza di svincolarsi dagli “accordi di cooperazione” sono stati bloccati da colpi di Stato che hanno riportato questi Paesi al “cortile di casa” franco-africano (Togo, Gabon, Benin, Congo, Mali, Niger, Ciad, Repubblica Centrafricana, Comore, ecc.).

Le “conferenze nazionali” degli anni ‘90 hanno ristrutturato la dominazione franco-africana per frenare e recuperare le rivolte popolari, nonostante gli innegabili guadagni in termini di progresso democratico. L’Africa del franco coloniale CFA è stata così integrata nella dissoluzione monetaria delle monete nazionali europee nell’euro, una tappa della graduale evoluzione della Françafrique verso l’Eurafrique.

L’epoca nota come “vento orientale di democratizzazione” è stata segnata dalla svalutazione del franco CFA dopo oltre un decennio di imposizione di piani liberali di aggiustamento strutturale per ripagare l’iniquo debito.

La svalutazione ha aperto la strada alla privatizzazione e alla svendita di settori economici strategici (acqua, elettricità, telecomunicazioni, porti, ferrovie, aeroporti, miniere, terreni, ecc.) precedentemente detenuti dagli Stati africani per ripagare, in base ai leonini “accordi di cooperazione”, la potenza coloniale di un presunto “debito” coloniale per la costruzione di infrastrutture durante l’era coloniale.

Questo processo di spoliazione è identico al risarcimento pagato agli schiavisti al momento dell’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera nel XIX secolo.

Quest’epoca di democrazia multipartitica è succeduta all’epoca dei colpi di Stato civili e militari neocoloniali e delle dittature civili neocoloniali (Senegal, Costa d’Avorio) e militari in altre parti del mondo negli anni ‘60/’70/’80, segnati dall’insediamento ovunque del potere di partiti filoimperialisti singoli o unificati di destra o di “sinistra” socialista.

Imbrigliata da politiche economiche liberali neocoloniali, la “democratizzazione” africana degli anni ‘90 si è impantanata in un’esplosione esponenziale di corruzione che ha travolto liberali, social-liberali e persino la sinistra rivoluzionaria storica, o addirittura i comunisti, nella palude del nepotismo, della cattiva gestione e dell’arricchimento illecito.

La sfera della borghesia burocratica si è così estesa alla maggior parte della classe politica. Fare “politica”, diventare ministro, è diventata la via più breve per diventare miliardario nelle neocolonie, dove la maggior parte dell’attività economica è divisa tra il settore formale, detenuto principalmente dalle imprese imperialiste, e il settore informale, dove lottano gli imprenditori nazionali.

Tutti questi sviluppi predatori in Africa riflettono a livello locale l’aggravarsi della crisi sistemica di sovrapproduzione e sovraccumulazione del capitale globalizzato, che genererà una resistenza sociale all’interno dei Paesi imperialisti e una resistenza nazionale nei Paesi dominati.

I Paesi sopravvissuti nel campo socialista, come la Cina Popolare, il Vietnam, la Corea del Nord e Cuba socialista, saranno in prima linea nella resistenza al diktat del pensiero unico liberale, sviluppando un’alternativa socio-economica e politica che ha reso la Cina Popolare la prima economia mondiale, il Vietnam una potenza in divenire, la Corea del Nord una potenza nucleare difensiva e Cuba una potenza medica internazionalista.

Anche altri Paesi capitalisti come l’India, il Brasile e la Russia stanno combinando protezionismo e liberismo economico per crescere di potere.

L’imperialismo occidentale negli Stati Uniti e nell’Unione Europea si imbarcherà in un nuovo ciclo di guerre volte a controllare le fonti di materie prime in tutto il mondo per contrastare i Paesi emergenti, che stanno concentrando sempre più la maggior parte della produzione mondiale di beni e servizi.

Questo è il motivo per cui gli imperialisti (NATO/USA/UE) hanno lanciato la famosa “guerra al terrorismo”.

Non appena la strategia imperialista della “guerra al terrorismo” è stata estesa all’Africa, in concomitanza con la “crisi migratoria”, la rivolta dei giovani in cerca di una vita migliore in patria è divenuta una realtà forte.

Il sottosviluppo imposto costringe i figli dell’Africa a seguire il percorso delle materie prime per fuggire dalla miseria verso il chimerico “El Dorado” europeo o americano, dove vengono maltrattati come “schiavi senza documenti” che alimentano l’economia sommersa capitalista dei Paesi imperialisti.

L’equazione si riduce quindi a scegliere la morte nell’attraversare il deserto o il mare, o i maltrattamenti razzisti all’arrivo negli Stati Uniti o in Europa, oppure rimanere a casa e lottare per cambiare il Paese e conquistare una vita migliore.

In tutta l’Africa, i giovani sono sempre più inoculati contro le illusioni della “globalizzazione liberale per tutti”, di “un mondo che è diventato un villaggio globale per tutti”, della “globalizzazione dell’arricchimento individuale che si riversa sulla collettività”, del “fare della globalizzazione un’opportunità per tutti e per ogni Paese”, sta gradualmente scoprendo la realtà dello sfruttamento di classe e dell’oppressione dei popoli e sta cercando di rinnovare la lotta patriottica collettiva contro l’egemonia secolare dell’imperialismo NATO/USA/UE.

A seconda dei Paesi, le lotte popolari assumono la forma di un colpo di Stato patriottico come culmine temporaneo e provvisorio della mobilitazione popolare, come in Mali, Burkina Faso e Niger, oppure assumono la forma della conquista del potere attraverso le urne, come nella Repubblica Centrafricana o come sta per accadere in Senegal e altrove.

Questi colpi di Stato, come l’ascesa al potere di Sankara, non sono in alcun modo paragonabili ai putsch franco-africani degli anni ‘60 e ‘70.

L’attuale ingerenza militarista nella scena politica è il risultato del crescente bisogno di sicurezza di fronte al terrorismo jihadista, della crescente consapevolezza del doppio gioco della cosiddetta “lotta al terrorismo” dell’imperialismo, delle rivolte popolari fallite e selvaggiamente represse e del discredito della classe politica civile altamente corrotta.

Questi fattori oggettivi stanno favorendo una crescente consapevolezza tra i giovani e l’esercito – che è in prima linea contro il “terrorismo jihadista” – della necessità di sovranità nazionale, del panafricanismo patriottico e dell’opportunità di capitalizzare il graduale avvento di un mondo multipolare guidato dall’opposizione delle potenze in ascesa alla secolare egemonia dell’imperialismo occidentale.

Questi fattori stanno politicizzando non solo i giovani ma anche gli eserciti nazionali, come diceva giustamente Sankara: “Un soldato senza formazione politica è un potenziale criminale”.

I colpi di Stato di oggi in Mali, Burkina Faso e Niger hanno quindi un significato politico diverso dai colpi di Stato franco-africani degli anni ‘60 e ‘70 e dal colpo di Stato in Mali del 1991, recuperato e integrato nella strategia di “democratizzazione multipartitica delle conferenze nazionali” lanciata dal vertice franco-africano di La Baule presieduto dal socialista Mitterrand.

La democratizzazione multipartitica è una conquista delle lotte popolari, ma è stata dirottata dall’integrazione della classe politica, di destra e di sinistra, nella globalizzazione dell’unica mentalità liberale, che proclama a parole libertà individuali e collettive escludendo nella pratica la maggioranza povera della popolazione.

Questa è la democrazia dell’inganno, in cui i poveri, i lavoratori e il popolo sono invitati a votare per l’uomo o la donna che governerà al servizio dei profitti dei ricchi.

Mentre nei Paesi imperialisti il potere è direttamente o indirettamente al servizio dei grandi azionisti borghesi, nelle neocolonie le cariche ministeriali o a capo dell’alta amministrazione sono la strada maestra per l’arricchimento illecito della borghesia burocratica, che è anche il mezzo con cui il “politico” riempie il suo portafoglio di poveri elettori per le elezioni.

Le elezioni possono essere “una trappola per cretini”, come dicono i nostri cugini politici anarchici, ma sono anche un momento in cui noi comunisti possiamo misurare il grado di coscienza delle classi lavoratrici.

È quindi un criterio importante, ma non sufficiente per elogiare la democrazia borghese al capolinea. Lo stesso vale per il sistema multipartitico e per il monopolio dei miliardari sulla stampa d’opinione.

La democrazia è di per sé una dittatura di classe, che può assumere forme democratiche o fasciste (e quindi terroristiche). La forma, il metodo di attuazione, le istituzioni, le leggi sono determinate dall’equilibrio di potere tra le classi sociali di un Paese, di una nazione.

Colpi di Stato, democrazia multipartitica e sovranità nazionale

Questi colpi di Stato avvengono in un contesto in cui ci sono due questioni immediate da risolvere se vogliamo iniziare a prevedere la liberazione nazionale africana: liberarsi dell’occupazione militare da parte dell’imperialismo francese, africano, euro-africano e statunitense-africano, un’occupazione che avevamo previsto in un articolo del 2010 dal titolo “Ostaggi, Areva, Total, Africom: la posta in gioco nascosta dell’occupazione militare del Sahel”, e sconfiggere l’aggressione jihadista-terroristica fomentata dalla distruzione dello Stato nazionale libico da parte dell’imperialismo.

Ecco cosa scrivevamo all’epoca:
“Sempre più ostaggi vengono presi nel Sahel. Dopo la liberazione di P. Camatte in cambio di denaro, Michel Germaneau è stato ucciso in seguito a un attacco militare franco-mauritano in territorio maliano in condizioni ancora poco chiare secondo i giornali africani (Algeria, Mali, ecc.). Altri sette sono stati rapiti in Niger.

Ogni rapimento è stato l’occasione per aumentare la presenza militare francese, che ora è supportata da truppe d’élite e dalla tecnologia di sorveglianza spaziale statunitense. Viene da chiedersi se, persa la battaglia di Algeri, i terroristi islamico-fascisti armati che hanno insanguinato l’Algeria negli anni ‘90, questi ‘combattenti per la libertà’ finanziati, armati e addestrati dagli USA contro l’Afghanistan laico e progressista sostenuto dall’URSS, non si siano ritirati nei Paesi del Sahel?

Ma la presa in ostaggio ad Arlit in Niger dei dipendenti del monopolio capitalista franco-africano AREVA non ha forse sollevato un angolo di velo sul ventre nascosto della stampa borghese imperialista?”.
Altre tappe da conquistare devono combinare questi compiti immediati e urgenti del momento o farli susseguire a seconda dell’evoluzione dei rapporti di forza a livello nazionale, africano e internazionale tra il campo patriottico e quello neocoloniale: la sovranità monetaria, di bilancio, diplomatica, militare e di sicurezza sulle ricchezze nazionali e la ricostruzione di una democrazia elettiva che rispetti realmente sia la separazione dei poteri, sia il ruolo regolatore e sanzionatorio degli organi di controllo dello Stato, sia la democrazia popolare partecipativa.

Contro la dipendenza secolare che è stata inflitta alla nostra amata terra d’Africa, non dovremmo definire il rispetto della sovranità nazionale costituzionale come uno dei criteri democratici per il riconoscimento dei partiti politici?

Questo criterio si ritrova, ad esempio, nella Cina popolare, nel Vietnam socialista e nella Cuba socialista, che legalizzano solo i partiti o i movimenti che hanno partecipato alla liberazione nazionale e non i partiti apolidi filo-imperialisti. Questi partiti apolidi sono formalmente vietati.

Dobbiamo davvero porre fine al totalitarismo ideologico del preteso “universalismo” del cosiddetto ‘modello democratico’ nato dagli esperimenti rivoluzionari antifeudali in Europa che hanno dato origine alla repubblica borghese e alla monarchia parlamentare, o alla repubblica nordamericana – indipendente ma schiavista – che il feudalesimo ha lasciato in eredità al capitalismo nascente.

L’antitesi storica democratica dell’esperienza statunitense è la rivoluzione di Haiti, con la sua indipendenza e l’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera.

Nonostante le conquiste democratiche del movimento antirazzista per i diritti civili contro l’apartheid statunitense, “la più grande democrazia” che si suppone essere gli Stati Uniti porta ancora le cicatrici di un razzismo endemico, come si può vedere dal macabro conteggio delle persone di colore uccise e dal fatto che i neri costituiscono il 90% della popolazione carceraria degli USA (13% della popolazione).

Inoltre, c’è un lavoro di decolonizzazione mentale da fare sulla nozione, sul concetto di democrazia e sulla sua operatività in evoluzione, integrando i valori positivi ante-coloniali o pre-coloniali della democratizzazione africana, come quello di Thierno Souleymane Baal nel 1776 e la Carta di Mandé nel XIII secolo.

Fonte

28/08/2023

Niger - La posta in gioco

Le attuali autorità del Niger – il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) formatosi dopo il colpo di Stato del 26 luglio – venerdì 25 agosto hanno chiesto la partenza entro 48 ore dell’attuale ambasciatore francese a Niamey, Sylvain Itté, comunicando che gli verranno tolte le credenziali diplomatiche.

Nella lettera al Quai d’Orsay inviata dall’attuale ministro degli esteri nigerino le autorità legittimano tale scelta a causa del «rifiuto dell’ambasciatore di rispondere all’invito del ministro» e per «altre iniziative del governo francese, contrarie agli interessi del Niger».

Il Ministero degli Esteri francese ha rigettato la richiesta affermando che «gli autori del putsch non hanno l’autorità per fare questa richiesta, e l’agrément dell’ambasciatore deriva dalle sole autorità nigerine legittimamente elette».

Una dichiarazione che non può che gettare ulteriore benzina sul fuoco in un contesto già esplosivo.

Mercoledì, lo stesso Emmanuel Macron era intervenuto, facendo appello per un «ripristino dell’ordinamento costituzionale», e la liberazione dell’ormai ex presidente Bazoum.

Ha rincarato la dose affermando che «questo colpo di Stato è un colpo contro la democrazia in Niger, contro il popolo nigerino e contro la lotta al terrorismo».

Una linea che con ogni probabilità ribadirà anche lunedì 28 agosto alla conferenza annuale degli ambasciatori francesi a Parigi.

Si apre quindi, un ennesimo capitolo nello scontro tra Parigi e Niamey, che aveva già chiesto la partenza, entro un mese, dei 1500 militari francesi presenti in Niger dal 2013, dopo la messa in discussione degli accordi di cooperazione militare intercorsi dal 1977 a oggi.

Il Paese, è bene ricordalo, è stato al centro della strategia di ridispiegamento delle truppe francesi dopo la fine dell’operazione «Barkhane» in Mali, e poco dopo il ritiro delle forze speciali stazionate in Burkina Faso (la task force «Sabre»), entrambi paesi teatro di colpi di stato che hanno portato al potere giunte di militari “patriottici”.

I quali, negli ultimi giorni, hanno ribadito la propria volontà di dare man forte a Niamey in caso di un intervento armato delle truppe della Comunità degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO).

Le organizzazioni che da tempo si battono contro la presenza di truppe militari straniere in Niger – cui il presidente deposto aveva di fatto annullato l’agibilità politica – hanno annunciato che intendono manifestare, a partire dal 3 settembre, di fronte alla base militare francese di Niamey per esigere la partenza dei soldati dell’Esagono.

Intanto, sabato 26 agosto, circa 20 mila persone – secondo quanto riporta Le Monde – si sono ritrovate allo stadio Seyni Kountché, il più grande del paese, in sostegno del CNSP.

Si tratta della seconda mobilitazione del genere ad un mese dal golpe.

Un membro del CNSP, il colonnello Ibro Amadou, ha arringato le folle dichiarando: «la battaglia non si fermerà fino a quando non ci sarà più alcun militare francese in Niger». Ha aggiunto «siete voi che li caccerete».

Mentre i rapporti con Parigi sembrano essere al punto zero, vanno avanti i tentativi diplomatici, mentre incombe l’ipotesi dell’opzione bellica della CEDEAO, per cui un contingente multinazionale sarebbe pronto ed “in attesa”, e sarebbe già stata decisa l’“ora X” per l’intervento.

In una intervista concessa alla BBC Abdulsalami Abubakar, l‘ex-presidente della Nigeria nonché alla testa della delegazione della mediazione diplomatica della CEDEAO con le attuali autorità nigerine, ha detto che i militari restano fermi rispetto alla decisione di non ripristinare nel suo incarico il presidente deposto.

La delegazione della CEDEAO era giunta a Niamey il 19 agosto, alla fine della scorsa settimana, e secondo quando riporta Abubakar, «Hanno sottolineato che hanno già destituito il presidente Bazoum e che la questione del suo ritorno al potere non sarà possibile».

Si tratta di una conferma di quello che era emerso nel discorso televisivo che il capo della CSNP, Tiani, aveva pronunciato il 19 sera, in cui ha parlato di una transizione di 3 anni e della istituzione di un “dialogo nazionale” per delinearne i tratti.

Come riporta Mali Actu: «i militari hanno indicato che erano disposti a discutere della durata della transizione», ma non del ritorno allo status quo ante.

LA CEDEAO aveva già espresso la contrarietà a tale proposta con parole piuttosto dure.

Ed è chiaro che nulla sembra far intravedere un superamento dell’attuale stallo tra Niger (insieme a Mali e Burkina Faso) e la CEDEAO, se non l’opzione militare al prezzo quindi di una sorta di guerra civile nel Sahel, che diventerebbe così la seconda “guerra mondiale dell’Africa” dopo quella in Congo.

La posizione di Capo Verde dentro la CEDEAO, disposta ad accettare il nuovo status quo a Niamey e a trattare rispetto alla transizione, sembra essere piuttosto isolata.

I dirigenti di Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio e Ghana, tra gli altri, sembrano essere i più propensi ad imbarcarsi in una avventura militare dagli esiti molto incerti.

L’Unione Africana, in un difficile esercizio di equilibrismo diplomatico ha preso atto delle decisioni della CEDEAO ed ha sospeso il Niger, ma ha indicato la via preferenziale della soluzione diplomatica e auspicato che le dure sanzioni approvate celermente nei confronti di Niamey non colpiscano la popolazione.

L’Algeria – che è un ‘pezzo da novanta’ dell’UA – ha più volte ribadito la sua contrarietà all’intervento armato in Niger da parte della CEDEAO, e prosegue i suoi sforzi diplomatici con propri emissari ora in Sahel.

Ed anche il Ciad, che non fa parte della CEDEAO, è dello stesso avviso.

Il Ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, aveva annunciato la scorsa settimana che si sarebbe recato in tre paesi della CEDEAO per fare visita ai propri omologhi ed iniziare dei negoziati con il fine di dare una soluzione politica alla crisi in atto, che «eviterà a questo paese e a tutta la regione le conseguenze di una eventuale escalation militare», afferma il comunicato ufficiale.

La delegazione diplomatica algerina si recherà in Nigeria, Benin e Ghana.

Il presidente algerino Abdelmadjdid Tebboune, ha incaricato il Segretario generale del ministero degli esteri, Lounes Magramane, di una missione in Niger, iniziata con il suo viaggio in aereo a Niamey lo scorso giovedì.

Secondo quanto scrive il sito d’informazione Tsa Algerie, riportando i contenuti di una trasmissione di Radio Algérienne di lunedì scorso, Algeri avrebbe rifiutato la richiesta formulata dalla Francia di sorvolo dei propri cieli da parte di aerei militari francesi, aggiungendo che avrebbe poi sollecitato – ed ottenuto – una risposta positiva anche dal Marocco.

La Francia ha smentito la richiesta il giorno successivo con un comunicato attraverso l’agenzia stampa Reuters.

Ma è chiaro che tra Algeri e Parigi da tempo non scorre buon sangue, e che la dirigenza algerina mal tollera questa ennesima “chiamata alle armi” da parte della leadership francese.

Sabato scorso il Segretario di Stato aggiunto statunitense, incaricato degli affari africani – Molly Phee – ha incontrato nuovamente i responsabili della CEDEAO a Abuja, la capitale della Nigeria, che ne assicura attualmente la presidenza.

Secondo quanto riferisce il Dipartimento di Stato USA la Phee tra il 25 ed il 29 agosto si recherà in Nigeria, Ciad e Ghana e si consulterà anche con i senior officials in Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Togo.

Gli USA hanno due basi militari in territorio nigerino – tra cui la propria seconda base più importante nel continente – ed un contingente di 1.100 soldati. Sembrano più inclini alla soluzione diplomatica, e per il ritorno dello status quo ante, ma contemporaneamente stanno studiando anche lo scenario di un disimpegno dal Niger.

Come abbiamo più volte fatto notare, non sappiamo quale saranno gli eventuali sviluppi della crisi in Sahel, ma appare chiaro che nella regione un ciclo politico – durato circa una decina d’anni – è decisamente finito.

La destabilizzazione della Jamahiriya in Libia nel 2011 e l’assassinio di Muammar Gheddafi sembravano avere “spianato la strada” alla riconquista neo-coloniale del Sahel da parte dell’Occidente senza incontrare sostanziali ostacoli, oltre ad avere contribuito alla diffusione “a macchia d’olio” dell’insorgenza jihadista.

I risultati dell’intervento della NATO nel marzo del 2011, ora, sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere; ed i sogni occidentale di “nuova spartizione” di una parte del continente africano sono sfumati, anche per opera di potenti competitor (Russia, Cina e Turchia).

È chiaro che una convergenza di interessi portò allora a “sbarazzarsi” del leader che maggiormente auspicava l’unità africana e che aveva usato la carica di presidente dell’UA per far compiere un passo in avanti alla sua agenda politica, insieme ad una serie di altre scelte in chiave pan-africanista.

Da tre anni a questa parte la situazione è però mutata.

In un contesto in cui la democrazia è solo una formula superficiale e le elezioni sono spesso una partita truccata; dove i movimenti per un cambiamento di orientamento sono stati duramente repressi nel sangue; ed in cui l’”aiuto occidentale” contro le bande dell’estremismo islamico non ha sortito nessun effetto, si è concretamente prodotta una rottura degli assetti politici attraverso golpe militari che hanno trovato un notevole sostegno popolare.

Eventi che hanno segnato l’inizio di processi di transizione in cui la presenza militare dell’ex colonizzatore – la Francia, ma non solo – è apparsa subito come una delle contraddizioni principali ed una mutilazione della propria sovranità.

In questo contesto gli assetti politici internazionali stanno mutando in maniera abbastanza repentina, con rapporti di forza sempre meno favorevoli all’Occidente, ed in Sahel un gruppo di tre Stati si stanno coordinando (quattro, se aggiungiamo la Guinea) per dare filo da torcere ai novelli harkis pronti a fare la guerra al proprio popolo per conto degli imperialisti.

Il tutto mentre le opinioni pubbliche dei paesi più inclini all’intervento militare si esprimono contro di esso.

Le difficoltà di Francia – della intera UE – e Stati Uniti nel gestire questa crisi sono lo specchio del piano inclinato che ha imboccato l’Occidente in Africa.

La partita che si sta giocando in Niger, quindi, va oltre la sua proiezione regionale ed oltre il solito equilibrio tra grandi potenze.

Fonte

19/08/2023

[Contributo al dibattito] - Egemonia e rivoluzione

di Nico Maccentelli

Introduzione

Questo intervento non vuole dare certo un quadro esaustivo dell’attuale fase politica italiana e internazionale, ma articolare alcuni aspetti politici, che sino a oggi non mi risulta siano stati sviscerati con compiuta contezza.

L’eredità analitica della Terza Internazionale, ci diceva che i processi rivoluzionari hanno delle proprie peculiarità in base alle composizioni sociali e ai rapporti tra le classi sociali, seguendo uno schema interno alle diverse formazioni economico-sociali: rivoluzioni democratico-borghesi nei paesi in via sviluppo (o sottosviluppati) con diverse gradazioni in base al livello raggiunto dalle forze produttive e alla crescita dei mezzi di produzione del capitale nella formazione delle classi operaie, fino alle rivoluzioni proletarie socialiste a guida proletaria nei paesi a capitalismo avanzato. Ora nel sistema mondo, per essendoci ancora le diverse gradazioni di sviluppo e la diversità delle composizioni sociali, non si può non aver capito come la questione nazionale sia in realtà questione dirimente anche nelle società complesse, di fronte a un dominio imperialista fortemente gerarchizzato che ridisegna le colonie e neocolonie anche dentro la catena dei paesi imperialisti stessi.

Le lotte per l’emancipazione di settori sociali e di classe, per la liberazione della donna, per l’indipendenza nazionale, sono tutte parti di un mosaico che definisce nella sua generalità la lotta di classe nel sistema capitalista. Dentro questo sistema vigente vi sono forme di egemonia e di oppressione differenziate che vanno a comporre un mosaico assai frammentato. Le lotte non seguono un percorso e non hanno un posizionamento definito, ma sono divise e spesso anche in conflitto tra loro.

Tuttavia, le particolarità rischiano di fuorviare la direzione rivoluzionaria giusta nei conflitti sociali e ogni particolare rischia di assumere una sua centralità. È il limite contraddittorio delle istanze sociali spesso giuste e sacrosante, ma che non colgono più il cuore del problema dell’oppressione generale da parte dell’imperialismo sui soggetti, sicché ciò favorisce quel lavoro controrivoluzionario che stiamo vedendo nelle “rivoluzioni” e nei movimenti colorati.

Un primo passo per comprendere se delle istanze di liberazione siano manipolate e usate contro la rivoluzione socialista o siano nella direzione giusta è appunto la direzione stessa che prendono nel conflitto, la scelta di campo. L’egemonia sociale, ma soprattutto politica (in dialettica tra loro) definiscono il carattere rivoluzionario o quanto meno progressivo di un processo. Per meglio intenderci vanno fatti esempi concreti.
 Un esempio tipico riguarda il Rojava da una parte e l’Ucraina dall’altro.

Due contesti che rivelano come i nostri fan della rivoluzione curda abbiano preso un abbaglio, riportando meccanicamente la Resistenza del popolo curdo, il municipalismo comunitario dell’autogestione popolare democratica dei popoli in quella zona, in una frase: l’autodeterminazione dei popoli in un contesto in cui questa no c’è. L’Ucraina: la direzione politica e le forme di gestione del potere sono addirittura naziste banderiste, non vige certo alcuna resistenza di popolo ma una direzione dall’alto della NATO nella guerra contro la Russia, dopo anni di aggressione sanguinaria alle popolazioni russofone del Donbass. Semmai è nel Donbass, tra la popolazione russofona che si è ripresentata questa questione, dopo il golpe di Euromaidan e una vera e propria pulizia etnica da parte dei nazi banderisti. Semmai è la miriade di azioni di Resistenza alla repressione della SBU (servizi segreti, la Gestapo ucraina), atti di diserzione, tentativi di espatrio e di darsi alla macchia per non divenire carme da cannone a rappresentare l’autodeterminazione del popolo.

Il primo processo di guerra rivoluzionaria contro poteri esterni (la Turchia), ossia quello curdo nel Rojava è a direzione popolare dal basso, esattamente come lo zapatismo o le guerriglie come quella filippina. E poco importa, in questo caso, se tatticamente può avere avuto un sostegno militare degli USA, nel fornire loro appoggio contro il Daesh. Qui siamo davvero su un terreno della tattica come fu per il CLN e in particolare i comunisti nella guerra al nazifascismo del 1943-45, dove l’apporto militare degli alleati (paesi imperialisti) fu addirittura decisivo per la Liberazione.

Il secondo è il mero esercizio sotto il giogo anglo-euroimperialista di un regime nazista che ha soppresso in Ucraina le più elementari libertà democratiche, perseguito le opposizioni, adottato assassinii e torture come prassi dominanti, in un quadro politico nei rapporti tra potere e opposizioni del tutto inesistenti. Un paese terrorista che nel perseguire le politiche di potenza e di aggressione dell’unipolarismo, non determina nulla a vantaggio delle masse popolari di quel paese.

Dunque fa specie che personaggi della sinistra radicale, “libertari” che hanno vissuto l’esperienza del Rojava, o sindacalisti di base, o ancora realtà che si dicono autonome, municipaliste o anarchiche finiscano con il sostenere i nazi-banderisti del governo di Kiev e in ultima analisi la NATO.

1. Cosa ha significato la lotta politica di massa in questo periodo di pandemia da Covid-19: indipendenza e classe

Molti soggetti e piccole organizzazioni si sono battute in questi tre anni contro le restrizioni che sono state adottate dai sistemi politici dominanti e contro l’imposizione dei sieri genici alla popolazione. C’è chi si è limitato a vedere la questione come un attacco alle libertà civili che definisco borghesi, ossia nate dai cambiamenti messi in atto dalle borghesie liberali negli ultimi duecento anni, considerandoli come libertà assolute ed esaustive, ma senza inquadrare il problema dentro gli scopi fondamentali dei ristretti ceti dirigenti che sono essenzialmente quelli del capitalismo dominante.

Questo insieme di vertenze avevano il denominatore comune nei principi costituzionali che sono inscritti nella nostra Carta, nella visione di una loro applicazione che non si è mai realizzata e quindi della conquista finalmente di una sovranità nazionale, del popolo per il popolo.

La comprensione di un passaggio autoritario di portata epocale, ossia che ha chiuso e aperto un’epoca nuova per le democrazie liberali nel divenire democrature: democrazie borghesi senza nemmeno una soglia minima di rappresentatività, non ha corrisposto a una piena comprensione di questo passaggio, poiché la fase precedente è stata letta da una pletora di apprendisti dell’antagonismo interclassista come un periodo ideale, democratico, non viziato (in realtà) dalle politiche di regime delle classi dominanti del capitale e quindi priva di un’analisi marxista rivoluzionaria che ci porti dalla fase precedente a quella attuale con una lettura politica coerente.

Infatti, dopo il ciclo espansivo del capitalismo nel secondo dopoguerra del secolo scorso, alla crisi strutturale e di sistema si accompagna da circa quattro decenni una risposta neoliberista di distruzione dello stato sociale e della politica keynesiana con l’inizio del tatcherismo e reaganismo e a una progressiva separazione tra democrazia rappresentativa e politica coercitiva dominante di tali ceti basata sul TINA: there is not alternative. Questo passaggio politico autoritario è il prodotto storico ed epocale di questo processo di dominio di classe e di sistema a livello planetario, con il quale procede l’imperialismo, ossia la catena di paesi imperialisti a dominanza USA.

Considerata questa traiettoria politica di sistema, il passaggio pandemico coincide con l’avvento di un totalitarismo dei grandi gruppi oligopolistici multinazionali e finanziari sul resto dei settori sociali, compreso il piccolo capitalismo e le attività territoriali di prossimità. Dunque, le restrizioni delle più elementari libertà, per un approccio marxista al problema, rappresentano una vera e propria svolta autoritaria, biopolitica, tecnologica di controllo e irreggimentazione dei rapporti sociali e di produzione e circolazione del capitale, che oppongono le oligarchie transnazionali del capitale al resto della società che vive e produce in un dato territorio.

Per questo, le lotte dei sabati contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, contro il lockdown e le norme che di sanitario non avevano nulla, sono elemento fondamentale sia sul terreno della questione nazionale, dell’indipendenza dall’oligarchia sovranazionale del capitalismo, sia su quello della lotta di classe tra basso contro l’alto, tra classi popolari che vanno dal proletariato più o meno precario ai ceti medi colpiti da tale irreggimentazione, contro i ceti politici di regime e gli apparati che dentro lo stato capitalista conducono per campagne emergenziali, in modo bipartisan, destra o sinistra che sia, gli interessi del TINA, dalla pandemia alla guerra. Occorre pertanto comprendere che la politica di questo sistema di potere del grande capitale degli oligopoli multinazionali e finanziari ha due fronti:

a) un fronte esterno di riaffermazione manu militari dell’egemonia atlantista messa in discussione dalle tendenze economiche e geopolitiche al multipolarismo di popoli e paesi sul piano internazionale, ben rappresentata dal suo epicentro bellico (su cui non mi soffermo per ragioni di spazio) della guerra in Ucraina, gravida di un’escalation autodistruttiva in una guerra su vasta scala, dove l’obiettivo è separare la Russia dall’Europa e sottomettere quest’ultima al disegno suprematista dell’anglosfera a dominanza USA;

b) un fronte interno, in cui il grande capitale finanziario e multinazionale riconduce le filiere, i flussi di capitale, i rapporti commerciali e di committenza, le modalità consumistiche, l’accesso alle risorse, i sistemi di relazioni sociali e di welfare, la catena del valore sotto il proprio diretto controllo, configurando questo totalitarismo politico, tutt’altro che transitorio. In questo si spiega il superamento della democrazia borghese liberale e non certo il suo trionfo. Per questo anche se spontaneamente e istintivamente sono scese in campo componenti di borghesia colpita da questa irreggimentazione.

Questa duplicità delle questioni pone una duplicità nella lotta per l’egemonia. Ma questo lo vedremo in seguito, sul finire di questo saggio.

2. Lo scenario internazionale

Nello scenario internazionale vediamo due tendenze scontrarsi:

– quella egemonica dell’imperialismo atlantista a dominanza USA e i suoi vassalli, i paesi imperialisti come UE, Canada, Giappone e Australia;

– e dall’altra potenze mondiali e regionali capitaliste come Cina e Russia, India ossia i BRICS, ma anche paesi che procedono in processi di transizione al socialismo, da Cuba al Vietnam, dalle esperienze sudamericane di ALBA e il bolivarismo.

Questa seconda tendenza rappresenta nel complesso quella parte maggioritaria di mondo che non costituisce un blocco omogeneo come quello atlantico. Sono paesi spesso in frizione tra loro, ma che rappresentano la spinta alla decolonizzazione, ossia a rompere i vincoli coloniali e neocoloniali della supremazia dell’Occidente che fino ad oggi si è espressa con lo sfruttamento delle risorse, il monopolio commerciale e finanziario: dall’egemonia del dollaro a quella del franco CFA. È uno scenario diverso dalla tripartizione di mezzo secolo fa tra capitalismo, socialismo e paesi non allineati, ma è comunque l’espressione che assume oggi la contraddizione globale tra imperialismo e popoli emergenti, per la quale un sincero schierarsi verso questi ultimi, al di là dei singoli sistemi politici in campo, costituisce una scelta di campo strategica antimperialista e internazionalista.

Questo schierarsi con il multipolarismo e la decolonizzazione, con tutte le loro contraddizioni sociali e culturali, non significa ripudiare lotte sacrosante come la laicità dello stato contro le teocrazie, l’emancipazione della donna o la stessa lotta proletaria contro gli specifici capitalismi, ma comprendere che l’emancipazione globale dal lavoro salariato, la democrazia socialista dei consigli e della socializzazione dei mezzi di produzione passa strategicamente dall’individuazione del nemico principale su scala planetaria, che è unipolare e suprematista sul piano economico, dalla sua sconfitta e dall’affermazione di un sistema mondiale multipolare che aprirà a nuovi cicli di lotte popolari in ogni specificità, ma soprattutto ci farà uscire dallo spettro sempre più imminente di un conflitto atomico. E dalla polvere radioattiva non nasce nessuna società democratica, né tanto meno socialista. Così come, nella migliore delle ipotesi, non nasce certo da un’imposizione bio-tecno-fascista di modelli di sfruttamento e consumo basati su un sempre più goebbelsiano sistema mediatico di consenso valoriale. Non nasce nulla di buono da un società della sorveglianza discriminatoria e selettiva sui comportamenti compatibili e acquiescenti, aderenti alle varie emergenze imposte e alle campagne del terrore allarmistico di cui il capitalismo unipolare si nutre e domina.

Occorre dunque riappropriarci di una politica del cambiamento radicale dei rapporti sociali e di forza tra classi, a partire dalla composizione sociale, dai settori sociali che nel nostro paese ci troviamo ad avere, per quello che essi sono, senza rievocare rivoluzioni del passato nelle modalità in cui sono avvenute e costruirci mentalmente proletariati granitici e coesi, che esistono solo nei giornaletti e nei proclami di una sinistra comunista ormai in confusione e priva di una visione realistica della fase e del contesto socioeconomico e culturale che ha davanti a sé.

Occorre comprendere le contraddizioni economiche e sociali, e quindi politiche, della nostra contemporaneità, che muovo dialetticamente bidirezionalmente dal generale al particolare e dal globale al locale, riconoscendo in questa dialettica le tre contraddizioni fondamentali dell’epoca attuale.

3. Le tre contraddizioni

Partendo dal generale e arrivando al particolare, dal mondiale al locale, ci troviamo davanti a tre contraddizioni entro le quali operare, senza distorsioni meccanicistiche e nostalgie del passato che fu.

1. La contraddizione tra imperialismo e popoli/paesi (già trattata nel punto precedente), dentro la quale in chiave capitalistica o welfariana-statalista, pur burocratica ci stanno varie forme di capitalismo regionale o nazionale. Ma anche esperienze di carattere socialista, come il bolivarismo. In sintesi: la contraddizione tra unipolarismo e multipolarismo. Da una parte abbiamo un blocco coeso di paesi imperialisti che riproducono, o intendono farlo, le dinamiche di accumulazione capitalistica di sempre, di stampo predatorio coloniale e neocoloniale, di supremazia negli scambi basati sul dollaro, di controllo dei flussi economici sulle materie prime, sulle filiere, sulla ripartizione dei mercati e sulle politiche di sfruttamento intensivo della forza-lavoro. Dall’altra il resto del mondo, piuttosto diversificato per realtà economico-sociali e culturali.

A questa politica di supremazia, quindi, non corrisponde un blocco contrapposto omogeneo, se non un’alleanza tra due potenze: Cina e Russia. Il resto è una rete di partenariati a livello mondiale, coordinati da alleanze economiche come i BRICS o l’alternativa alla Banca Mondiale: NDB (New Development Bank), che sta attraendo sempre di più paesi. Più che di “interimperialismo” (con buona pace delle tesi neutraliste e manichee nel loro essere dottrinarie quanto eurocentriche) si tratta di uno scontro tra il dominio colonialista e predatorio ultrasecolare del sistema imperialistico occidentale e il processo di decolonizzazione e sganciamento della parte di mondo fatta di questi paesi e popoli in via di sviluppo.

2. La contraddizione dentro le nazioni stesse tra le diverse frazioni di capitale e di borghesia, che corrisponde del resto a quelle frazioni capitaliste che rispondono alle politiche di potenza del capitalismo unipolare e delle sue cancellerie occidentali e dall’altra quel piccolo capitale che ha i propri interessi economici e le sue attività sul territorio di riferimento.

In definitiva è la contraddizione interna agli stati nazione tra classi capitaliste locali, nazionali e imperialismo atlantista unipolare. E anche in questo caso vive la lotta di classe tra diverse frazioni borghesi: capitale sovranazionale delle oligarchie dell’alta finanza e delle multinazionali e piccolo capitale, borghesia nel vero senso della parola, ossia che ha i suoi interessi prevalenti nel borgo, mentre questo viene devastato dalle grandi filiere della produzione multinazionale, della logistica che impone nuove modalità di accesso alle merci e al consumo, l’amazonizzazione della circolazione del capitale. A farne le spese, dunque, è anche l’economia di prossimità. E anche in questo caso dentro i settori sociali legati al territorio abbiamo la composizione di classe proletaria, spesso non facilmente distinguibile se non dal fatto che il TINA delle politiche neoliberiste imposte dal grande capitale oligopolistico ha imposto il blocco dell’ascensore sociale e la pauperizzazione o proletarizzazione di vasti settori di piccola e media borghesia. Sicché ci si chiede se una famiglia composta da un piccolo commerciante ortofrutticolo con moglie operaia in cassa integrazione è proletaria o piccolo borghese. O ci si chiede per esempio se un impiegato licenziato che si mette a fare il fontaniere con partita IVA è collocabile sempre nella medesima categoria del lavoro subordinato o cosa un operaio o cosa. Una visione schematica dell’esercito industriale di riserva, dopo decenni in cui si è passati dall’operaio massa all’operaio sociale, e in cui abbiamo avuto forti cambiamenti tecnologici nei processi di produzione, non solo non aiuta ma è fuorviante e occorre agire nell’ambito di una composizione sociale subordinata estremamente (questo sì) fluida e mobile dentro i recinti dello sfruttamento capitalistico nelle sue varie modalità di lavoro subordinato.

3. È precisamente questo il terzo punto: il proletariato con la sua contraddizione capitale/ lavoro esiste, è il cuore epocale e apicale del problema, la contraddizione di ultima istanza, che non va trascurata, ma fatta vivere dentro le altre contraddizioni. Chi la mette al centro tatticamente e meccanicisticamente agendo su vecchi schemi politici e modelli di classe anacronistici, elidendo, ossia, cassando le altre due contraddizioni è destinato a fare la fine che sta facendo: essere esterno e marginale allo scontro tra unipolarismo e multipolarismo, tra popoli ed élite, nel conflitto intercapitalistico e interborghese in atto, come se la questione non riguardasse il proletariato stesso. Significa costruirsi un recinto politico avulso dal resto della società e della classe stessa, dalla composizione sociale di classe, restringere il campo dei referenti sociali e condannarsi alla marginalità politica. E nel nostro paese la forza politica di un soggetto di classe non esiste proprio per questo. Si approda, per esempio, a un mutualismo missionaristico, che surroga la funzione del pubblico di welfare invece di rivendicarlo come sottrazione/riappropriazione di ricchezza sociale, pianificazione e centralità dei bisogni sociali delle classi popolari, ripensando a un ruolo socialista dello stato anche dentro un’economia di mercato (che diverrebbe così di transizione), con una forte presenza di settori sociali di piccola e media impresa che non possono certo essere kolkovizzati tutti d’un colpo.

In definitiva è questa la scommessa non solo dei comunisti, ma di tutte le forze realmente democratiche che intendono liberare il paese dalla dominazione di un imperialismo che ha la sua testa a Davos e non certo a Roma. Con buona pace di chi chiacchiera ancora di polo imperialista europeo: un consesso di paesi vassalli senza una politica economica che non sia interna ai processi di capitale continentali (dove la Germania la fa da padrona, ma solo dentro il perimetro del dominio USA), senza una politica estera di potenza (se eccettuiamo la Francia in Africa, anche in questo caso subordinata agli USA) che china la testa e accetta una guerra che va contro i suoi stessi interessi, contro scelte commerciali e di partner imposte da Washington dentro una catena imperialista strutturata dagli USA attraverso il G7 e la NATO e organismi di compensazione intercapitalistica come la Trilateral, il Bildelberg, l’Aspen.

Nei tre anni di lotte sociali contro il greenpass e l’obbligo vaccinale, soggetti e piccole forze come l’Assemblea Antifascista cGP di Bologna, più o meno consapevolmente hanno agito come piccoli nuclei di avanguardia, avendo come comune denominatore ideologico tra comunisti e libertari, l’anticapitalismo dentro un movimento ideologicamente borghese, incentrato sulle libertà civili e su una concezione generica di democrazia, ma a composizione sociale eterogenea tra ceti medi settori di proletariato precario ancora più precario sotto questo attacco. Con l’Assemblea Militante abbiamo avuto il primo esperimento di ingegneria tattica casualmente leninista, poiché uscito dall’ambito autoreferenziale per agire nell’insieme di un vasto movimento sottovalutato dai dogmatici abitudinari, divenuti addirittura ascari del regime nella sua torsione autoritaria biopolitica e tecnologica. Come i riformisti di sempre, attori al servizio del capitale nel nome di uno scientismo demenziale, con una concezione neutrale e non di classe (di critica sul piano euristico) della scienza borghese, improntata sul controllo sociale, dei soggetti e sulla massimizzazione del profitto di big pharma e, in ultima istanza di Black Rock, Vanguard e State Street. Esponiamo la questione con riferimenti politici precisi riguardo gli artefici della debacle di gran parte della sinistra di classe organizzata in questi tre anni: gran parte del sindacalismo di base, eccettuate componenti interne alla CUB e ad altre, ma anche gli svarioni di svariati centri sociali e, soprattutto, quella sinistra che si autodefinisce antagonista e che ha partecipato a diverse elezioni in questi ultimi anni.

La strada intrapresa invece dai nuclei d’avanguardia prima menzionati si è rivelata corretta: è stato il primo tentativo serio di operare una sortita fuori dalle “riserve indiane”, dai recinti politici e mentali, per relazionarsi con uno dei più vasti movimenti di massa degli ultimi decenni. Propositiva è stata la sua la presenza nel movimento di massa anti-GP, anche se non ha saputo sedimentare organizzazione di massa e politica d’avanguardia. Nei momenti di riflusso, come ora, deve però prevalere il lavoro di organizzazione, nell’ipotesi di costruzione di un fronte ampio dei soggetti e delle forze rimaste e di lavoro culturale per realizzare un processo di crescita egemonica dentro le lotte e i momenti aggregativi che ci sono e che ci saranno.

4. Per cosa e come lottiamo

Un cambiamento politico (rapporti tra forze politiche) e sociale (rapporti classe) può avvenire in tre modalità:

1. Hai dietro le masse come avanguardia e vai allo scontro sociale (opzione ideologizzata, vedi parole d‘ordine come “governo operaio”, ecc.), riducendo la lotta di classe alla sola questione “operaia”.

2. C’è una crisi di potere, data dalle contraddizioni tra forze di regime, nella quale irrompe l’incognita di quali di queste monopolizzerà un movimento sociale o partirà dalle posizioni di potere interna alle istituzioni, in chiave populista, ed effettuerà per esempio un colpo di mano istituzionale verso una fase elettorale o costituente plebiscitaria, anche attraverso la forzatura di un conflitto sociale. Ma tale fase è solitamente favorevole alle destre fasciste per quella visione centrata di Gramsci sul concetto di egemonia, dove la cultura nazionale rispecchia l’emergere di un sentimento popolare che in questo caso non prenderebbe una strada rivoluzionaria ma determinerebbe una sostituzione del blocco al potere con conseguente “orbanizzazione” del nuovo governo.

3. Un blocco popolare d’opposizione, populista, anti-sistema, che rappresenti l’interesse nazionale di più settori (maggioritari) della società: piccola borghesia produttiva, mondo precario e salariato, classi subalterne, che si uniscono in chiave anti-oligopoli finanziari e multinazionali in un patto politico patriottico di uscita dalla NATO e dalla UE per liberare l’Italia dal nodo scorsoio di queste élite atlantiste e unipolari. In pratica un terzo polo antagonista e alternativo agli altri due: da una parte le sinistre euroimperialiste e i loro lacchè più o meno consapevoli, con un PD centrale che rappresenta da anni il capitalismo delle multinazionali e della finanza da una parte, e dall’altra le destre che da Renzi-Calenda fino a Lega e Fratelli d’Italia rappresentano il tentativo di unire gli interessi del piccolo capitale con quelli oligopolistici del grande capitalismo sovranazionale.

a) Il primo è totalmente irrealistico e, va da sé, non c’è bisogno di spiegare che non avremo le masse proletarie dalla nostra né oggi, né domani, a causa di due fattori:

– la composizione di classe scomposta (gioco di parole e ossimoro che ben spiega lo stato della produzione e riproduzione sociale e dei soggetti “fluidi” sul piano del posto che occupano dentro questo contesto), tipico della configurazione economico-sociale del nostro paese;

– l’egemonia (sul piano gramsciano) e la “rivoluzione passiva” che la borghesia dominante, imperialista e oligopolista esercita su tutta la società e che può tutt’al più lasciare spazi di manovra alla...

b) ... seconda modalità: l’emergere politico degli interessi dei ceti medi e del piccolo capitale che dirigono lo scontro sociale per un semplice ricambio al vertice, che va oltre il melonismo filo-atlantista per andare a contrattare seriamente il riposizionamento del nostro paese nei rapporti internazionali e con un programma populista di stampo “peronista” che va incontro demagogicamente ad alcune delle istanze popolari in chiave nazionalistica.

Di fatto da qui possono prendere piede forze che rappresentano in embrione questa opzione, mescolando la critica alla guerra e alla NATO e il filo-multipolarismo putiniano a una sorta di resistenza ultracattolica e trumpiana all’avvento della società fluida che attacca le identità individuali e collettive. Il che dimostra come da tendenze reazionarie possono nascere controtendenze altrettanto reazionarie. E che quindi il punto non è tenersene alla larga, ma impegnare una battaglia politica e culturale dentro un campo anti-atlantista e anti-autoritario che inevitabilmente oggi si manifesta come espressione di settori di borghesia di stampo nazionalista e ultra-cristiana, occupando uno spazio politico fino a contenderne l’egemonia.

Questione spinosa, forse vissuta come forche caudine di una sinistra di classe e rivoluzionaria allo sfascio, ma in realtà opportunità da cogliere di fronte a quella parte di popolazione che non crede più nei partiti di regime ed è stata abbagliata prima da pentastellati e da Salvini e poi dalla Meloni, tutti pifferai di Hamelin nella stessa partitocrazia che si batte semplicemente per rappresentare gli interessi dei poteri forti. Davanti all’egemonia di una destra reazionaria che contratta gli interessi medio-borghesi e piccolo-capitalistici dentro il perimetro atlantista, ossia, davanti alle prossime e imminenti ondate populiste, occorre agire come opzione politica più avanzata sul piano progettuale e dell’azione militante, essere come i montoneros (1) nel movimento peronista, con o senza caudillo di turno, che potrebbe sempre esserci e affermarsi se non si contende l’egemonia alle forze della borghesia che agiscono e aggregano dentro le stesse contraddizioni tra ceti medi colpiti dall’attacco del grande capitale che rispolverano un nostalgico nazionalismo da una parte e appunto oligarchie capitaliste dominanti, transnazionali e atlantiste dall’altra. Un teatrino dei pupi, l’ennesimo che andrebbe spezzato con la lotta e l’affermazione del terzo punto di vista, quello dei settori sociali depauperizzati, proletari e proletarizzati, in una battaglia sociale per l’egemonia e di prospettiva per una reale alternativa costituente di sistema.

c) Ed è qui che entra in ballo la terza modalità: quella che si innesta in questo scontro sociale, e si relazione alla seconda per le questioni poste al punto 3, senza vaneggiare di rivoluzioni proletarie in marcia al socialismo, ma riconoscendo che occorrono una o più tappe intermedie, la prima di queste basata sull’indipendenza del paese riguardo finanza e multinazionali, sull’uscita dallo schieramento atlantista per il multipolarismo, avviando la politica economica del paese al welfare pubblico, al controllo della finanza privata, alla moneta sovrana, al rilancio della produzione interna, alla pianificazione economica e alla nazionalizzazione degli asset portanti, governando sugli interessi di parte che sono espressione delle diverse componenti produttive e sociali del paese.

Siamo in ritardo perché la quasi totalità della sinistra di classe non ha compreso le tre contraddizioni nel loro divenire, le forze in campo e la dura realtà che ci dice gramscianamente come siamo distanti da una qualsivoglia egemonia proletaria o popolare di classe in chiave socialista. Siamo fuori e marginali dallo scontro sociale, perché il cuore di questo scontro vede opporsi tra loro le diverse frazioni borghesi con una massa di manovra popolar-proletaria che funge da massa di sostegno di volta in volta a rappresentazioni populistiche interne o esterne al regime, ma tutte egemonizzate dalla borghesia.

Se vogliamo irrompere sulla scena politica e costruire una testa di ponte rossa e proletaria in uno scontro che è dominato dalle borghesie, occorre riconoscere questa realtà in quanto tale e agire conseguentemente sul piano delle alleanze senza essere ideologicamente schizzinosi. Occorre essere leniniani.

Puntare a uno scontro che delimiti il perimetro del soggetto sociale e storico di classe in una visione retrò e anacronistica di proletariato porta a romperci le corna amaramente. La lotta di classe deve continuare ovviamente, ma intervenendo nelle contraddizioni del campo avverso, portando su un terreno anti-UE e anti- NATO e di indipendenza nazionale reale quei settori di piccola borghesia pauperizzata e vessata dalle politiche del grande capitale, favorendo un fronte ampio che apra a una prima tappa del processo rivoluzionario al socialismo. Obiettivo che oggi appare assai arduo: l’egemonia interna al fronte.

L’obiettivo è costruire l’egemonia a partire dalle lotte per quelle che esse sono, senza “selezionarle” o peggio ripudiarle sul piano di un ideologismo schizzinoso ed élitario (tipico di un atteggiamento questo sì borghese anche se insieme alla birretta degli aperitivi “autogestiti” ci metti pane e salame...) e spingendole in avanti per contenuti e progettualità, a partire dai soggetti sociali che oggi si muovono, quando e come si muovono. Prepararsi per i futuri cicli di lotte contro gli oligopoli imperialisti, rappresentando gli interessi di classe e gli elementi di programma minimo, dentro un crogiolo variegato di manifestazioni ed espressioni sociali, ponendo le questioni di un welfare pubblico, di una politica economica pianificata e di un processo costituente che, facendo leva sugli elementi progressivi della nostra Costituzione, punti a scalzare i poteri forti dalla loro funzione totalitaria decisionale, ridando senso al pubblico, ai bisogni sociali della popolazione e ai suoi diritti contro le logiche di smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione, contro la messa a profitto di servizi, beni comuni e risorse.

Ogni forma di lotta che si apre nello scenario politico non va scartata, anche quella elettorale, portando per esempio più antagonisti e rivoluzionari dentro le istituzioni borghesi. Sul piano sociale, ogni spazio conquistato è una casamatta da cui ripartire e attaccare politicamente e culturalmente il nemico, per creare confronto tra soggetti, organizzazione e iniziativa di lotta.

5. La questione nazionale

Ma a questo punto intendo affrontare la seconda questione spinosa: la questione nazionale. Per chi è internazionalista può sembrare un boccone indigesto perché oggi nel nostro paese gran parte della sinistra la associa al nazionalismo di stampo fascista, campanilista, etnocentrico, al razzismo. In realtà la lotta per l’indipendenza nazionale è largamente patrimonio delle forze progressiste e socialiste in oltre cento anni di lotta di classe e antimperialista. Le lotte latinoamericane da Cuba al sandinismo, passando per le sinistre rivoluzionarie cilene, uruguayane, argentine, fino alle questioni irlandese, basca, catalana, corsa, sarda, ma anche alla rivoluzione cinese, algerina e vietnamita, pur nei diversi contesti e processi la liberazione patriottica non ha certo fatto a cazzotti con una visione più ampia di liberazione antimperialista e internazionalista delle masse proletarie e contadine di transizione al socialismo.

Qualcuno dirà: sì, ma si parla sempre di terzo mondo. Fanon e Nguy Giap funzionano lì.
 Ma è proprio questo il punto: non c’entra il grado di sviluppo delle forze produttive di un paese, o la composizione sociale di classe, quanta classe operaia c’è o no, bensì la questione nazionale pertiene le diverse tipologie di lotta per l’indipendenza dei paesi e l’autodeterminazione dei popoli.

Ovviamente la questione nazionale italiana non è quella coloniale di un paese africano nella rapina imperialista di risorse. Non è neppure associabile alle lotte anti-neocoloniale basca, irlandese o catalana, che hanno radici nella specificità culturali di questi popoli e nel loro assoggettamento e sfruttamento salariato da parte di classi dominanti che hanno costituito nazioni su confini del tutto arbitrari e non consensuali. Anche se l’aspetto culturale, del dominio valoriale, hollywoodiano, mitopoietico del “sogno americano” attraversi di fatto e globalmente tutti i popoli (ma è un aspetto che merita una trattazione diversa e a parte), da quasi ottant’anni.

Tuttavia, questioni nazionali dove l’oppressione neocoloniale si basa non tanto sulla rapina di risorse ma sullo sfruttamento della forza-lavoro e sul controllo dei processi produttivi, come sui mercati interni, si avvicinano alla questione nazionale italiana. Da 77 anni siamo una portaerei degli USA attraverso la NATO, non abbiamo nemmeno più quella politica estera con margini di autonomia che aveva la Prima Repubblica. Economicamente siamo assoggettati alle euroburocrazie che con il pareggio di bilancio e le astruse regole imposte da Bruxelles (ma non rispettate dalla Germania) e oggi con il MES che sta arrivando, una moneta non stampata ma comprata a strozzo, siamo diventati un terminale delle economie più forti, delle multinazionali dominanti e dei movimenti di capitale dell’alta finanza che ci mettono in costante ricatto. Siamo commissariati, siamo un vero e proprio bantustan dell’anglosfera e delle euroburocrazie attraverso organismi come NATO e UE.
 Per questo la questione nazionale nella sua originalità che nulla ha a che vedere con Ulster, Euskadi e Catalunya, ha connotati più direttamente di classe, che comprendono più classi interessate a sciogliere i legami di dominazione.

Come giustamente osserva Carlo Formenti, la contraddizione è tra un capitalismo dei flussi di capitali e di merci sul piano transnazionale e chi vive e lavora nel territorio, che sia autoctono o proveniente da altrove.

Riporto integralmente la sua riflessione ne “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi:
“...la lotta di classe tende a presentarsi come conflitto fra flussi globali di segni di valore, informazioni, merci e manager da un lato, territori e comunità locali che si oppongono alla colonizzazione da parte dei flussi dall’altro.

Accettare la sfida del populismo a partire da questi due eventi significa comprendere che non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare, la quale, a sua volta, comporta la riconquista della sovranità nazionale. Se a egemonizzare la lotta sarà il populismo di destra, assisteremo al trionfo di razzismo e xenofobia, se sarà invece quello di sinistra, potremmo assistere alla nascita di un’idea «post-nazionalista» di nazione, intesa cioè come comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un determinato territorio.” (2)
E questo aspetto:

a) distingue il patriottismo progressista dal nazionalismo sciovinista da piccola potenza e di esclusione e divisione delle masse popolari alla Salvini e Meloni;

b) contende questo terreno proprio a loro e a quelle forze interne al sostegno anti-bellico al multipolarismo che ripropongono divisioni interne ed esclusione.

Dunque è un patriottismo partigiano come quello della Resistenza, che ha lottato contro il nazifascismo unendo tutto il popolo di fronte a oggettivi interessi nazionali: finire la guerra, scacciare l’invasore e avviare una democrazia rappresentativa di tutto il popolo e le sue forze di Liberazione. L’accostamento è solo valoriale, non certo di analogia storico-politica. Ma indipendenza, antifascismo e liberazione da forze straniere, sono la conditio sine qua non affinché possa avvenire la liberazione dall’oppressione salariata di un capitalismo che va battuto sia quello estero che quello interno.

Formenti arriva quindi alla logica conseguenza di questo impianto politico:
“...accettare questo punto di vista implica assumere un atteggiamento totalmente controcorrente rispetto a quello delle sinistre europeiste: difendere questa Europa oligarchica, ordoliberista e irriformabile significa scambiare il cosmopolitismo borghese per internazionalismo proletario. La lotta anticapitalista, nel nostro continente, passa inevitabilmente dalla lotta contro l’Europa.” (3)
E oggi è ancora più vero (l’opera qui citata fu pubblicata nel 2016), considerando che questa guerra in Ucraina ci ha consegnato e rivelato un’Europa completamente supina alla politica militarista statunitense attraverso la NATO e a quella sanzionatoria e finanziaria del dollaro, di più: acriticamente aderente al Washington consensus, con gruppi dirigenti e cancellerie che da Berlino a Parigi ci stanno portando verso la catastrofe di una guerra imperialista nel continente e nella migliore delle ipotesi a perdere nell’economia di una guerra ibrida permanente alle forze multipolari, quel posizionamento autonomo che, se da sempre privo di una politica estera ed economica che non fosse nell’ambito delle gerarchie NATO e ordoliberale sui salari e sullo svendita ai privati del welfare pubblico, oggi si riduce a essere una mera protesi della potenza statunitense.

A maggior ragione l’impostazione data da Formenti alla questione della sovranità popolare è una via obbligata per qualsiasi forza antimperialista, progressista e comunista.

Nulla di nuovo del resto: è la dialettica che intercorre tra liberazione nazionale e internazionale, perché la nostra liberazione pone le basi per la liberazione di altri popoli e paesi. E viceversa.

6. In definitiva...

Il posizionamento politico di un terzo polo nella società italiana, di fronte antagonista al sistema di potere dominante tiene conto delle contraddizioni prima esposte e si schiera contro l’atlantismo unipolare e con le entità nazionali e i movimenti che nel mondo si battono per la liberazione dal giogo imperialista degli USA e dei suoi vassalli, quindi a favore di tutte le tendenze e le politiche che favoriscono l’avvento di un mondo multipolare. 
Nel nostro continente l’opposizione alla guerra imperialista della NATO deve diventare la spranga negli ingranaggi della macchina bellica e del sistema imperialista stesso, a trazione USA e della sua subordinata UE, per l’indipendenza nazionale del nostro paese.

Sul fronte sociale il lavoro è più complesso, poiché tocca istanze oppositive al capitalismo finanziario e delle multinazionali, che sono sempre in contraddizione tra loro, risultato di interessi anche contrapposti. Il che spiega che nei tempi lunghi di maturazione politica di massa è la classe operaia anche nella sua composizione sociale in divenire che può e deve ricoprire un ruolo egemone e dirigente nello scontro di classe, poiché i settori intermedi sono da sempre una palude, sono ondivaghi e basta una vittoria parziale, un contentino (una volta si diceva un piatto di lenticchie) o la stessa macchina repressiva nell’innalzamento dei livelli di scontro, per renderli inerti o far loro cambiare campo. Ovviamente quando parlo di classe operaia, o più estensivamente classe lavoratrice, ho in mente quanto affermato in precedenza sulla composizione sociale: certo le linee di demarcazione non sono ben definibili, ma è piuttosto chiaro oggi che il lavoro salariato, subordinato, seppur frammentato include quel mondo sociale precario che definisce una forza-lavoro che non riesce a entrare in pianta stabile nel mondo del lavoro, per lo più giovanile, migranti sottopagati e ricattati, forza-lavoro a “fine vita”, totalmente priva di coperture previdenziali e servizi, frutto delle politiche criminali dei governi di destra come di sinistra all’insegna del privato è bello, del più mercato meno stato.

Se l’interesse dei populismi di destra è quello di ritagliare uno spazio per la borghesia e il piccolo capitale nel quadro internazionale, che non tocchi i rapporti di sfruttamento sul piano nazionale, usando una retorica nazionalista da potenza stracciona, il patriottismo antimperialista passa attraverso l’affermazione dei diritti proletari e dei mutamenti dei rapporti di forza interni alle classi sociali, in una sorta di contropotere o potere costituente.

Nell’immediato, con tutta la consapevolezza che non esiste un movimento contro la guerra e un pacifismo organizzato, l’attività delle forze democratiche e popolari patriottiche devono avere come obiettivo di fondo lo:

SPEZZARE LA MACCHINA IMPERIALISTA MILITARE CON LE MOBILITAZIONI DI MASSA

Oggi al centro dell’agire, che sia di movimento o di avanguardie organizzate, c’è la lotta contro la guerra della NATO, nelle più diverse forme possibili della disobbedienza, del boicottaggio, del sabotaggio e della diserzione anche simbolica da parte dei civili. Dove c’è presenza politica, culturale, anche istituzionale, dichiarare ogni contesto zona demilitarizzata, che ripudia la guerra e diffonde una cultura di pace, inclusiva, contro le campagne denigratorie e criminalizzanti nei confronti di chi critica la politica guerrafondaia di regime e dei suoi lacchè, di chi si oppone al razzismo sciovinista antirusso e al filonazismo nelle sue varie forme fluide e sinistresi, centrosocialare come istituzionali. Man mano che la guerra con le sue logiche e narrazioni, con la sua neolingua avanza, occorre diffondere l’opposizione organizzata a tutto questo.

COSTITUIRE LE BASI PATRIOTTICHE ANTIMPERIALISTE COME TESTE DI PONTE PROGRESSIVE IN UNO SCHIERAMENTO LARGO

È ciò che occorre per scatenare questa opposizione di massa, intransigente, irriducibile, collegando i temi sociali e delle costrizioni biopolitiche delle libertà e dei diritti sociali (quelli veri, non i desideri di qualcuno…), le condizioni di vita e di lavoro al militarismo guerrafondaio dominante.

Gli sforzi che vanno fatti a più livelli e in più ambiti sono quelli di:

COSTRUIRE IL FRONTE DEMOCRATICO POPOLARE E PATRIOTTICO, PER L’USCITA DELL’ITALIA DALLA NATO E DALL’UE

Non sappiamo come sarà questo fronte, ma certamente non sarà quello compromissorio di una sinistra sinistrata e decotta, che si dichiara ancora “di classe”, che si va unendo tra pentastellati e cespugli del PD nell’ennesimo inciucio che taglia fuori le reali opposizioni organizzate contro la NATO, quelle dei tre referendum che costituiscono un patrimonio politico e di esperienza sociale nelle masse preziosa. Il lavoro svolto dalle componenti politiche nei referendum contro l’invio di armi e per la sanità pubblica ha avuto il pregio e il merito di avvicinarsi molto al metodo maoista dell’inchiesta popolare. Chi pensa a un’alleanza con i pentastellati guarda caso è lo stesso che sui tre referendum non ha mosso un dito per non mischiarsi con i “novax” e i “terrapiattisti”. Tutte scuse di chi non ha capito che dalle forze di regime non può nascere nulla.

Un terzo polo non può nascere dai partiti che, destra o sinistra che siano, rappresentano o si candidano a farlo le élite atlantiste, le oligarchie capitaliste dell’Occidente a dominanza USA, o le euroburocrazie di Bruxelles. Destra e sinistra sono politicamente morte, sono del tutto interne a un bipolarismo di regime, al teatrino dei pupi.

Appendice

Mentre chiudo questo intervento, giunge dall’Africa la notizia di un putsch dell’esercito in Niger: deposto il presidente Bazoum, la folla solidarizza con i militari e assalta l’ambasciata francese sventolando le bandiere della nazione e della Russia. La Francia e il fronte di paesi africani dell’Ecowas minaccia un intervento, ma Burkina Faso e Mali si schierano con gli insorti nigerini minacciando a loro volta di intervenire, mentre il parlamento della Nigeria vota contro l’intervento e truppe della Wagner arrivano nella capitale Nigerina Niamey per difenderla.

Mi pare piuttosto chiaro che la funzione della Russia, paese innegabilmente retto da una classe capitalista, abbia comunque in questo frangente una funzione storica antimperialista.

Mi pare altrettanto chiaro che per l’Occidente atlantista si ripeta lo stesso copione ucraino con la democrazia da una parte e la dittatura dall’altra, quando la peggiore dittatura totalitaria e antidemocratica in secoli di colonialismo è proprio quella dell’attuale neoliberalismo occidentale. Lo scontro tra unipolarismo imperialista e multipolarismo dei popoli e dei paesi che si affrancano dal dominio imperialista mi sembra ormai piuttosto evidente e foriero di implicazioni in Occidente: un'Europa ridotta a bantustan degli USA che rischia la distruzione di una guerra allargata nel continente, e paesi imperialisti che si ritrovano senza uranio a buon prezzo mentre sul campo mondiale i flussi delle risorse si capovolgono a vantaggio di Cina e Russia.

Ciò comporta l’acuirsi delle contraddizioni economiche e sociali nei centri metropolitani dell’imperialismo a partire dall’Europa stessa.

Pertanto va da sé, che al netto di tutte le posizioni ideologiche e diritto-umanitarie colorate, è urgente inserirsi in questo conflitto mondiale per volgerlo anche nei nostri paesi occidentali a favore dei processi di liberazione popolare, che siano frutto di insurrezioni, elezioni o golpe. La democrazia borghese è andata ormai a farsi friggere e a questa storiella ci credono ormai solo i vari Mentana.

Il fascismo biopolitico e ipertecnologico delle democrature è quello che parla di democrazia a vanvera, mentre il patriottismo autentico e non quello nazionalista delle destre classiche, è internazionalista poiché non sostiene volontà di potenza contro i popoli, la predazione ultrasecolare, ma appoggia questi processi di liberazione. E questo (Cuba docet) è autentico internazionalismo.

Concludo ponendo come fondamentale, secondo quanto Gramsci definì come decisiva per un cambio rivoluzionario, la questione dell’egemonia, che oggi è duplice:

– affermare nella società italiana l’interesse vitale all’indipendenza nazionale del paese dalle gabbie imposte con organismi e dispositivi di potere sovranazionale: UE con i suoi trattati, Eurozona con la moneta unica, l’euro, la NATO;

– affermare in questo processo costituente, di liberazione e costruzione che ha basi costituzionali l’egemonia delle classi popolari e lavoratrici in una visione di transizione al socialismo, a partire dai bisogni delle classi popolari che corrispondono alla centralità dello stato sociale, di un’economia pianificata, di un processo di socializzazione dei mezzi della riproduzione sociale e di una partecipazione popolare sul piano decisionale.

Se non comprendiamo questo passaggio storico e politico di questa epoca è come se non avessimo compreso nulla dei movimenti di liberazione e anticoloniali del Ventesimo secolo, come se dei comunisti non avessero capito nulla di Cuba socialista, di Sandino, del bolivarismo, del Cile di Allende, Corvalan e del MIR, del Vietnam di Ho Chi Min e Nguy Giap, proseguendo con una politica fessa e spanata, poiché dottrinaria e autoreferenziale.

Note

1. I Montoneros furono un’organizzazione peronista argentina operante tra gli anni ’60 e ’70 per combattere l’ascesa del fascismo, culminato nel golpe dei generali nel 1976, e che di fatto rappresentava l’ala sinistra del peronismo. Sul peronismo suggerisco la lettura dell’opea di Alfredo Helman Il peronismo, Edizioni Clandestine, 2005 Saggistica

2. Carlo Formenti “La variante populista”, Comunità concrete, ed. DeriveApprodi, pag. 9

3. Ibidem, pag. 9

Fonte