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12/04/2025

Israele si presenta all’incontro sul genocidio in Ruanda ma gli Stati africani lo cacciano

Lunedì scorso, la Mandela Hall di Addis Abeba, spazio dedicato alla lotta per la libertà e la dignità umana, ha ospitato un acceso braccio di ferro diplomatico.

L’ambasciatore israeliano in Etiopia, Avraham Neguise, è stato allontanato da un incontro dell’Unione africana dedicato al genocidio ruandese. La sua espulsione, avvenuta nelle stanze che onorano la memoria di ha dedicato la sua vita alla ribellione al dominio, ha accentuato il clima di tensione, riflettendo il malcontento di molte delegazioni africane, che hanno interpretato la sua presenza come una provocazione inopportuna.

La notizia, confermata da fonti dell’Ua, rappresenta una frattura diplomatica dalle pesanti ricadute. L’atmosfera durante l’episodio, descritta dai diplomatici presenti come “tesa e quasi irreale”, ha imposto l’immediata sospensione dei lavori finché l’ambasciatore Neguise non è stato scortato fuori dalla sala.

Non è passato inosservato il disappunto espresso dagli stessi vertici dell’Ua, che hanno avviato un’indagine per accertare come sia stato possibile estendere l’invito e, soprattutto, per comprendere i canali che ancora garantiscono a Israele spazi di accesso in contesti dove ormai prevalgono le voci che ne chiedono l’esclusione.

La carica simbolica dell’episodio è innegabile, poiché una conferenza dedicata al genocidio ruandese del 1994, un massacro in cui, in soli cento giorni, circa 800.000 persone, in maggioranza Tutsi, furono brutalmente uccise da estremisti Hutu, è stata interrotta dalla presenza del rappresentante di uno Stato accusato da molti in Africa di perpetrare crimini classificati come genocidio contro i civili palestinesi.

Le contestazioni a Israele

In Ruanda, prima del genocidio, la popolazione era composta principalmente da Hutu, la maggioranza, e Tutsi, una minoranza con una storia di potere. Le tensioni, aggravate da politiche coloniali e post-indipendenza, culminarono con l’abbattimento dell’aereo del presidente Habyarimana, scatenando l’orrore.

Le Interahamwe, milizie estremiste Hutu il cui nome significa “coloro che attaccano insieme”, composte da civili radicalizzati armati, furono protagoniste delle uccisioni di Tutsi e Hutu moderati. La tardiva e insufficiente risposta internazionale è stata ampiamente criticata. Questo genocidio rappresenta un trauma indelebile nella coscienza continentale.

L’interruzione di una sua commemorazione per la presenza del rappresentante di uno Stato accusato di analoghi crimini acquista una risonanza drammatica, nella quale la memoria di uno dei più gravi genocidi del XX secolo sembra aver rifiutato la coesistenza con chi è percepito come parte di un’altra tragedia in corso, evocando spettri di violenza e impunità.

Per Israele, episodi di simile contestazione non sono una novità. Già nel febbraio 2023, una delegazione israeliana fu allontanata durante la cerimonia inaugurale del vertice annuale dell’Unione africana. In quell’occasione, Tel Aviv attribuì la responsabilità dell’accaduto a Sudafrica e Algeria, denunciando un’azione di sabotaggio diplomatico.

La memoria diplomatica è duratura, e la frattura esistente tra Israele e una parte significativa del continente africano affonda le proprie radici in decenni di tensioni, pressioni e dinamiche di alleanze complesse.

Nel 2021, dopo un intenso lobbying diplomatico, Israele ottenne lo status di osservatore presso l’Ua, un traguardo celebrato a Tel Aviv come fondamentale vittoria strategica.

Ma questa parentesi di distensione ebbe vita breve. Appena un anno dopo, di fronte alla crescente opposizione degli Stati membri, l’Unione Africana revocò bruscamente il privilegio. Al centro del contendere rimane, ineludibile, la questione palestinese.

Per il continente africano, la causa palestinese non è semplicemente una disputa geopolitica tra Stati, è diventata una questione identitaria, un riflesso delle lotte anticoloniali che si proietta nelle cancellerie di Kinshasa, nei dibattiti di Dakar e nei palazzi governativi di Algeri.

I parametri dell’Unione africana

Numerosi leader africani percepiscono la persistente occupazione dei territori palestinesi e le operazioni militari a Gaza come una contraddizione insanabile con i principi cardine dell’Unione africana, quali l’autodeterminazione, la dignità e la resistenza all’oppressione. La posizione africana supera la logica dei semplici allineamenti politici, radicandosi profondamente nella storia del continente e nelle sue aspirazioni future.

Anche Hamas ha espresso un giudizio netto, definendo l’espulsione di Neguise “una posizione audace” e sottolineando come essa attesti i valori storici dell’Ua e la sua coerenza nel sostegno alla causa palestinese.

Il movimento ha dichiarato che è oltraggioso che uno Stato che commette un genocidio a Gaza possa avere accesso a un incontro sul genocidio, formulando parole dure e taglienti che denotano una chiara richiesta di cessare la concessione a Israele di piattaforme internazionali per quella che definisce una strategia di insabbiamento.

L’Unione africana, sorta nel 2002 come evoluzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana, mantiene un carattere fortemente selettivo nel suo assetto istituzionale. L’accesso allo status di osservatore per Stati extracontinentali rimane vincolato a parametri rigorosi, tra i quali spicca, caso emblematico, quello della Palestina, riconosciuta come osservatore già dal 1973 e tuttora sostenuta da un consenso trasversale.

La continuità di questo sostegno rievoca non solo le battaglie contro l’apartheid, ma soprattutto la consapevolezza che il potere, per essere legittimo, deve radicarsi in un’etica condivisa.

In tutto ciò, una sfumatura di ambiguità avvolge il concetto stesso di memoria e giustizia. L’evento dedicato al Ruanda, concepito come momento di riflessione collettiva sulle conseguenze dell’indifferenza e della complicità internazionale, ha finito per assumere i tratti di uno spazio di contesa politica. Eppure, in fondo, nessuna deriva semantica, ma l’evoluzione inevitabile di una memoria che, anziché ripiegarsi sul cerimoniale, si fa gesto concreto.

La diplomazia oscilla pericolosamente sul filo della crisi, stretta tra le crude logiche geopolitiche e l’indomita forza degli ideali. In questa coltre di interessi contraddittori, tra omissioni colpevoli e indifferenza verso la tragedia di Gaza, esiste una questione fondamentale che riguarda sia la legittimità di chi parla sia l’urgenza di chi ha disperato bisogno di ascolto.

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22/02/2024

L’Unione Africana mette definitivamente alla porta Israele

Una anticipazione dell’aria che tirava c’era già stata a febbraio del 2023 quando la delegazione israeliana era stata messa alla porta dalla conferenza dell’Unione Africana ad Addis Abeba.

Adesso l’Unione Africana ha ritirato definitivamente lo status di membro osservatore di cui Israele godeva all’interno dell’organizzazione, e così Tel Aviv è stata permanentemente bandita dall’istituzione.

“La guerra nella Striscia di Gaza ha messo fine a questa discussione”, riferisce il corrispondente di Le Monde da Addis Abeba, Noé Hochet Bodin.

“Il dossier relativo all’accreditamento di Israele è chiuso”, ha detto un alto funzionario dell’Unione Africana.

Ebba Kalondo, portavoce del presidente della Commissione dell’Unione Africana, ha affermato che “Israele non è invitato a partecipare al vertice”.

“Dopo un decennio di sforzi diplomatici e due anni dopo l’accreditamento, Tel Aviv è ora permanentemente bandita dall’istituzione”, afferma il rapporto.

“Gaza è stata completamente annientata e il suo popolo è privato di tutti i suoi diritti”, ha detto sabato il portavoce della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, aggiungendo che “condanna l’operazione israeliana (guerra a Gaza), che non ha precedenti nella storia dell’umanità”.

Faki ha continuato dicendo che “il popolo palestinese deve godere della sua piena libertà e del suo stato indipendente e sovrano”.

Il leader africano ha inoltre dichiarato il suo totale sostegno al Sudafrica nella sua posizione, che chiede alla Corte Internazionale di Giustizia di ordinare a Israele di fermare il suo genocidio a Gaza.

Ironia della sorte, era stato proprio Faki, che nel 2022 aveva concesso a Israele lo status di membro osservatore, anche se, secondo quanto riferito, senza consultare i membri del più grande organismo politico africano. Una forzatura esplosa poi nel febbraio del 2023 quando la delegazione israeliana era stata messa alla porta dal vertice dell’Unione Africana. Il genocidio dei palestinesi a Gaza ha reso quella decisione definitiva.

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20/02/2024

Genocidio a Gaza. Lula dice quello che molti pensano

Intervenendo al vertice dell’Unione Africana, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha accusato Israele di aver commesso un “genocidio” contro i civili palestinesi nella Striscia di Gaza ed ha paragonato le sue azioni alla campagna di sterminio degli ebrei di Adolf Hitler.

“Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza non è una guerra, è un genocidio”, ha detto Lula ai giornalisti.

“Non è una guerra di soldati contro soldati. È una guerra tra un esercito altamente preparato e donne e bambini”, ha aggiunto Lula. “Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza con il popolo palestinese non è accaduto in nessun altro momento della storia. In realtà, è successo: quando Hitler decise di uccidere gli ebrei”.

Sabato e domenica, nella capitale etiope Addis Abeba, l’Unione Africana ha tenuto il suo 37° vertice, dove i partecipanti hanno discusso una serie di questioni vitali per il continente, tra cui il massacro di Gaza.

Durante l’incontro, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha accusato Israele di aver commesso un genocidio contro i civili palestinesi, paragonandolo all’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale.

La dichiarazione finale prodotta dall’Unione Africana chiede la fine dell’aggressione israeliana contro il popolo palestinese, la fine della politica di punizione collettiva e del crimine di genocidio.

Ha inoltre chiesto che il regime israeliano rispetti le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia per fermare le sofferenze dei palestinesi.

Il Movimento di Resistenza Palestinese Hamas ha accolto con favore la dichiarazione finale rilasciata dal 37° vertice dell’Unione Africana.

Il giornale israeliano Times of Israel riporta che il ministro degli Esteri Israel Katz questa mattina darà un rimprovero formale all’ambasciatore del Brasile dopo che il presidente brasiliano Lula ha paragonato la campagna di Israele contro Hamas all’Olocausto degli ebrei di Hitler. Secondo il ministero degli Esteri, Katz “chiarirà all’ambasciatore che dichiarazioni come queste sono totalmente inaccettabili”.

Le dichiarazioni di Lula, presidente di uno dei più importanti paesi del mondo, la dichiarazione finale dell’Unione Africana, la posizione assunta dal Sudafrica che ha denunciato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, confermano che il concetto di “comunità internazionale” ormai non è più circoscrivibile ai soli Stati Uniti e Unione Europea. Ormai c’è una parte consistente del mondo che non intende più accettare i crimini di guerra israeliana né farsene complice.

Sul campo si segnala intanto una dichiarazione di un dirigente di Hamas dal Qatar che ha detto all’agenzia di Reuters che il movimento di resistenza islamica palestinese ha stimato di aver perso 6.000 combattenti durante il conflitto di quattro mesi, una cifra che corrisponde a circa la metà dei 12.000 che Israele afferma di aver ucciso.

“Hamas può continuare a combattere ed è pronto per una lunga guerra a Rafah e Gaza”, ha affermato l’esponente di Hamas che ha chiesto l’anonimato. “Le opzioni di Netanyahu sono difficili e lo sono anche le nostre. Può occupare Gaza, ma Hamas è ancora in piedi e combatte. Non ha raggiunto i suoi obiettivi di uccidere la leadership di Hamas o di annientare Hamas”.

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30/01/2024

Piano Mattei: grandi ambizioni, scarse possibilità

Il governo Meloni ha ufficialmente presentato il “Piano Mattei per l’Africa” nella giornata di ieri a Roma. “Il Piano Mattei può contare su una dotazione iniziale di oltre 5,5 miliardi di euro tra crediti operazioni a dono e garanzie”, ha detto la premier Giorgia Meloni, aprendo la conferenza Italia-Africa nell’Aula del Senato. Meloni ha aggiunto che dei 5,5 miliardi, “circa 3 miliardi arriveranno dal fondo italiano per il clima e circa 2,5 miliardi dalle risorse della cooperazione allo sviluppo. Certo, non basta – ha aggiunto – per questo vogliamo coinvolgere le istituzioni internazionali e altri stati donatori”.

Si può ben dire che se l’intenzione è buona, la dotazione economica che lo sostiene appare piuttosto gracile, ed anche lo standard di credibilità politica dell’Italia in Africa non è più quello di trenta anni fa. Non solo. Neanche l’Africa è più quella di tre-cinque anni fa. L’Italia quindi non ha rendite di posizione da sfruttare, tutt’altro.

Secondo il quotidiano francese Le Monde, espressione di uno storico competitore dell’Italia in Africa, “a differenza della Francia, che si ritira sul continente, Roma, che vi considera intatta la sua immagine, è lieta di sfuggire alle accuse di neocolonialismo, e si atteggia quindi a facilitatore delle relazioni euro-africane. Per Meloni, sia la geografia che la politica predispongono la penisola italiana a diventare un ponte tra i due continenti. A questa idea si affianca un’aspirazione molto concreta a fare dell’Italia un hub tra le risorse energetiche africane e i mercati europei”.

Diversamente il giornale Politico scrive che “vista l’ambizione del progetto, Meloni sta facendo una scommessa significativa. Il successo potrebbe fornire il riconoscimento mainstream che brama come statista conservatrice internazionale; ma l’Africa è un luogo enorme e complesso, e il frutto della sua strategia, se ce ne sarà, potrebbe richiedere anni se non decenni per maturare”. Il giornale statunitense aggiunge che “il piano di Meloni contiene molte potenziali insidie, dicono i critici, a partire dal fatto che i leader africani compreranno ciò che il leader italiano sta vendendo”.

Al vertice di Roma hanno partecipato i rappresentanti di 45 paesi africani tra cui i presidenti di Comore, Congo, Eritrea, Ghana, Guinea Bissau, Kenya, Mauritania, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Senegal, Somalia, Tunisia, Zimbabwe; i vicepresidenti di Benin, Burundi, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea Equatoriale, i primi ministri di Cabo Verde, Eswatini, Etiopia, Gibuti, Libia, Marocco, Sao Tomé e Principe, Uganda; i ministri degli Esteri di Algeria, Angola, Congo, Ciad, Egitto, Malawi, Madagascar, Ruanda, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania, Togo, Zambia, Sud Africa; gli ambasciatori di Botswana, Camerun, Mauritius, Lesotho, Namibia, Seychelles.

Diversi presidenti africani hanno preferito rimanere nel continente per seguire le partite delle varie nazionali nella Coppa d’Africa.

Presenti al vertice anche il presidente dell’Unione africana Azali Assoumani e il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki. Quest’ultimo ha gelato la Meloni quando nel suo intervento ha sottolineato che l’Unione Africana non era stata consultata per la convocazione del vertice in Italia. Ma a molti sarà anche tornata in mente l’imitazione dello stesso Faki da parte di due comici russi che ingannarono in uno scherzo telefonico proprio la Meloni alcuni mesi fa.

A presentare “i pennacchi” si sono precipitate a Roma anche le massime autorità europee come la Von Der Leyen, Michel e la Metsola. E fin troppo spesso le foto immagini del vertice hanno visto più primi piani degli invitati europei piuttosto che di quelli africani.

Il governo Meloni spera dunque di lasciare un’impronta sul piano dell’iniziativa internazionale e si dice pronto a investire in Africa per avere in cambio un forte contenimento dei flussi migratori.

Il piano Mattei è sotto il controllo diretto della Meloni e con una cabina di regia composta dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e dal ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Collaborano all’iniziativa anche la Conferenza delle regioni, l’Agenzia italiana per la cooperazione e quella per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, ma soprattutto Cassa Depositi e Prestiti, la Sace, e la Simest che supporta la presenza internazionale delle imprese italiane.

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16/10/2023

Non solo Gaza. Salgono i toni sul conflitto in Medio Oriente

I fatti dicono che, in Medio Oriente, stiamo ormai andando oltre lo scontro storico tra la resistenza palestinese e l’occupazione israeliana.

Da un lato Israele scopre che la sua consuetudine alla punizione collettiva contro i palestinesi mette in seria difficoltà i suoi alleati del blocco euroatlantico. Il fatto che a gestire la “vendetta” sia ancora un governo con a capo Netanyahu e il suo contorno di ministri ritenuti “estremisti messianici”, ha scavato in profondità nelle relazioni tra Tel Aviv e alcune cancellerie occidentali. La presenza dentro Gaza di ostaggi di vari paesi tra quelli sequestrati dai palestinesi nel raid del 7 ottobre, complica ulteriormente il quadro.

Gli Stati Uniti soprattutto appaiono in confusione. Hanno spostato un secondo gruppo di portaerei nel Mediterraneo orientale ma hanno precisato che le navi da guerra statunitensi non intendono partecipare alle operazioni militari israeliane. La loro presenza dichiara lo scopo di inviare un messaggio di deterrenza all’Iran e a Hezbollah, per dissuaderli dall’approfittare della situazione per attaccare Israele. Antony Blinken, il segretario di Stato americano, ha però chiesto, paradossalmente, alla Cina di usare la sua influenza sull’Iran per evitare che il conflitto si diffonda in tutto il Medio Oriente.

Dall’altro lato anche paesi che hanno sempre tenuto un basso profilo, limitandosi fino ad oggi a chiedere il rispetto della legalità internazionale sul “conflitto israelo-palestinese” (che in questo caso è indubbiamente a favore dei palestinesi), stanno alzando i toni.

È il caso proprio della Cina, secondo cui le azioni di Israele sono andate “oltre l’ambito dell’autodifesa” e il governo israeliano deve “cessare la punizione collettiva del popolo di Gaza”. Pechino ha chiesto a tutte le parti “una de-escalation e di tornare al tavolo del negoziato il prima possibile”. L’inviato cinese Zhai Jun sarà in Medio Oriente la prossima settimana per spingere per un cessate il fuoco nel conflitto tra Israele e Hamas e per colloqui di pace, riferisce l’emittente statale cinese CCTV.

La Russia ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di votare oggi su un progetto di risoluzione sul conflitto Israele-Hamas che chiede un cessate il fuoco umanitario e condanna la violenza contro i civili e tutti gli atti di terrorismo.

La prevista invasione di Gaza da parte dell’esercito israeliano “potrebbe portare ad un genocidio di proporzioni senza precedenti”. È l’allarme lanciato dai capi della Lega Araba e dell’Unione Africana in una dichiarazione congiunta. Entrambe le organizzazioni hanno chiesto “all’Onu e alla comunità internazionale di fermare la catastrofe che si sta svolgendo davanti a noi, prima che sia troppo tardi”. L’Arabia Saudita ha dichiarato seppellita la normalizzazione dei rapporti con Israele.

Ma anche tra potenze rivali storiche di Israele come l’Iran i toni sembrano andare oltre quella della retorica utilizzata in questi decenni. “Se continueranno i crimini del regime sionista nei confronti del popolo palestinese, nessuno può garantire che la situazione nella regione rimanga la stessa”. L’avvertimento di Teheran a Israele arriva tra l’altro dopo l’incontro avvenuto a Doha, in Qatar, tra il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian e il leader di Hamas Ismail Haniyeh.

L’attentato a Teheran contro un alto ufficiale dei servizi di sicurezza iraniani potrebbe stavolta essere un serio passo falso per Israele, così come lo sono stati i bombardamenti sugli aeroporti siriani di Damasco e Aleppo, ultimi in ordine di tempo di ripetuti raid aerei contro la Siria in questi anni.

La missione di pace Onu in Libano (UNIFIL) ha fatto sapere che il suo quartier generale è stato colpito da un razzo nella città meridionale di Naqoura, durante scontri al confine tra soldati israeliani e Hezbollah.

Sul confine tra Libano e Israele, dopo il lancio di missili anti-carro dal Libano che hanno causato un morto e alcuni feriti in una pattuglia dell’esercito israeliano che operava al confine, l’esercito di Tel Aviv ha fatto sapere di aver “attaccato obiettivi militari” di Hezbollah.

Nella regione mediorientale la “ferita palestinese” è rimasta aperta in tutti questi anni ma la strategia israeliana, statunitense ed europea, ha ritenuto di avere in qualche modo liquidato come irrilevante la questione palestinese, cercando solo di favorire la ripresa di rapporti economici e diplomatici tra Israele a paesi arabi. Ma l’ultima illusione di Washington e Tel Aviv sugli “accordi di Abramo” è venuta giù fragorosamente.

Mentre il mondo e le relazioni internazionali cambiavano profondamente, le leadership israeliane e occidentali pensavano che i palestinesi – ma anche un risentimento che veniva crescendo in Iraq, Siria, Maghreb, Africa – non fosse un problema. I fatti si sono incaricati di smentirli. Dolorosamente come è inevitabile in questi casi.

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28/08/2023

Niger - La posta in gioco

Le attuali autorità del Niger – il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) formatosi dopo il colpo di Stato del 26 luglio – venerdì 25 agosto hanno chiesto la partenza entro 48 ore dell’attuale ambasciatore francese a Niamey, Sylvain Itté, comunicando che gli verranno tolte le credenziali diplomatiche.

Nella lettera al Quai d’Orsay inviata dall’attuale ministro degli esteri nigerino le autorità legittimano tale scelta a causa del «rifiuto dell’ambasciatore di rispondere all’invito del ministro» e per «altre iniziative del governo francese, contrarie agli interessi del Niger».

Il Ministero degli Esteri francese ha rigettato la richiesta affermando che «gli autori del putsch non hanno l’autorità per fare questa richiesta, e l’agrément dell’ambasciatore deriva dalle sole autorità nigerine legittimamente elette».

Una dichiarazione che non può che gettare ulteriore benzina sul fuoco in un contesto già esplosivo.

Mercoledì, lo stesso Emmanuel Macron era intervenuto, facendo appello per un «ripristino dell’ordinamento costituzionale», e la liberazione dell’ormai ex presidente Bazoum.

Ha rincarato la dose affermando che «questo colpo di Stato è un colpo contro la democrazia in Niger, contro il popolo nigerino e contro la lotta al terrorismo».

Una linea che con ogni probabilità ribadirà anche lunedì 28 agosto alla conferenza annuale degli ambasciatori francesi a Parigi.

Si apre quindi, un ennesimo capitolo nello scontro tra Parigi e Niamey, che aveva già chiesto la partenza, entro un mese, dei 1500 militari francesi presenti in Niger dal 2013, dopo la messa in discussione degli accordi di cooperazione militare intercorsi dal 1977 a oggi.

Il Paese, è bene ricordalo, è stato al centro della strategia di ridispiegamento delle truppe francesi dopo la fine dell’operazione «Barkhane» in Mali, e poco dopo il ritiro delle forze speciali stazionate in Burkina Faso (la task force «Sabre»), entrambi paesi teatro di colpi di stato che hanno portato al potere giunte di militari “patriottici”.

I quali, negli ultimi giorni, hanno ribadito la propria volontà di dare man forte a Niamey in caso di un intervento armato delle truppe della Comunità degli Stati dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO).

Le organizzazioni che da tempo si battono contro la presenza di truppe militari straniere in Niger – cui il presidente deposto aveva di fatto annullato l’agibilità politica – hanno annunciato che intendono manifestare, a partire dal 3 settembre, di fronte alla base militare francese di Niamey per esigere la partenza dei soldati dell’Esagono.

Intanto, sabato 26 agosto, circa 20 mila persone – secondo quanto riporta Le Monde – si sono ritrovate allo stadio Seyni Kountché, il più grande del paese, in sostegno del CNSP.

Si tratta della seconda mobilitazione del genere ad un mese dal golpe.

Un membro del CNSP, il colonnello Ibro Amadou, ha arringato le folle dichiarando: «la battaglia non si fermerà fino a quando non ci sarà più alcun militare francese in Niger». Ha aggiunto «siete voi che li caccerete».

Mentre i rapporti con Parigi sembrano essere al punto zero, vanno avanti i tentativi diplomatici, mentre incombe l’ipotesi dell’opzione bellica della CEDEAO, per cui un contingente multinazionale sarebbe pronto ed “in attesa”, e sarebbe già stata decisa l’“ora X” per l’intervento.

In una intervista concessa alla BBC Abdulsalami Abubakar, l‘ex-presidente della Nigeria nonché alla testa della delegazione della mediazione diplomatica della CEDEAO con le attuali autorità nigerine, ha detto che i militari restano fermi rispetto alla decisione di non ripristinare nel suo incarico il presidente deposto.

La delegazione della CEDEAO era giunta a Niamey il 19 agosto, alla fine della scorsa settimana, e secondo quando riporta Abubakar, «Hanno sottolineato che hanno già destituito il presidente Bazoum e che la questione del suo ritorno al potere non sarà possibile».

Si tratta di una conferma di quello che era emerso nel discorso televisivo che il capo della CSNP, Tiani, aveva pronunciato il 19 sera, in cui ha parlato di una transizione di 3 anni e della istituzione di un “dialogo nazionale” per delinearne i tratti.

Come riporta Mali Actu: «i militari hanno indicato che erano disposti a discutere della durata della transizione», ma non del ritorno allo status quo ante.

LA CEDEAO aveva già espresso la contrarietà a tale proposta con parole piuttosto dure.

Ed è chiaro che nulla sembra far intravedere un superamento dell’attuale stallo tra Niger (insieme a Mali e Burkina Faso) e la CEDEAO, se non l’opzione militare al prezzo quindi di una sorta di guerra civile nel Sahel, che diventerebbe così la seconda “guerra mondiale dell’Africa” dopo quella in Congo.

La posizione di Capo Verde dentro la CEDEAO, disposta ad accettare il nuovo status quo a Niamey e a trattare rispetto alla transizione, sembra essere piuttosto isolata.

I dirigenti di Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio e Ghana, tra gli altri, sembrano essere i più propensi ad imbarcarsi in una avventura militare dagli esiti molto incerti.

L’Unione Africana, in un difficile esercizio di equilibrismo diplomatico ha preso atto delle decisioni della CEDEAO ed ha sospeso il Niger, ma ha indicato la via preferenziale della soluzione diplomatica e auspicato che le dure sanzioni approvate celermente nei confronti di Niamey non colpiscano la popolazione.

L’Algeria – che è un ‘pezzo da novanta’ dell’UA – ha più volte ribadito la sua contrarietà all’intervento armato in Niger da parte della CEDEAO, e prosegue i suoi sforzi diplomatici con propri emissari ora in Sahel.

Ed anche il Ciad, che non fa parte della CEDEAO, è dello stesso avviso.

Il Ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, aveva annunciato la scorsa settimana che si sarebbe recato in tre paesi della CEDEAO per fare visita ai propri omologhi ed iniziare dei negoziati con il fine di dare una soluzione politica alla crisi in atto, che «eviterà a questo paese e a tutta la regione le conseguenze di una eventuale escalation militare», afferma il comunicato ufficiale.

La delegazione diplomatica algerina si recherà in Nigeria, Benin e Ghana.

Il presidente algerino Abdelmadjdid Tebboune, ha incaricato il Segretario generale del ministero degli esteri, Lounes Magramane, di una missione in Niger, iniziata con il suo viaggio in aereo a Niamey lo scorso giovedì.

Secondo quanto scrive il sito d’informazione Tsa Algerie, riportando i contenuti di una trasmissione di Radio Algérienne di lunedì scorso, Algeri avrebbe rifiutato la richiesta formulata dalla Francia di sorvolo dei propri cieli da parte di aerei militari francesi, aggiungendo che avrebbe poi sollecitato – ed ottenuto – una risposta positiva anche dal Marocco.

La Francia ha smentito la richiesta il giorno successivo con un comunicato attraverso l’agenzia stampa Reuters.

Ma è chiaro che tra Algeri e Parigi da tempo non scorre buon sangue, e che la dirigenza algerina mal tollera questa ennesima “chiamata alle armi” da parte della leadership francese.

Sabato scorso il Segretario di Stato aggiunto statunitense, incaricato degli affari africani – Molly Phee – ha incontrato nuovamente i responsabili della CEDEAO a Abuja, la capitale della Nigeria, che ne assicura attualmente la presidenza.

Secondo quanto riferisce il Dipartimento di Stato USA la Phee tra il 25 ed il 29 agosto si recherà in Nigeria, Ciad e Ghana e si consulterà anche con i senior officials in Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Togo.

Gli USA hanno due basi militari in territorio nigerino – tra cui la propria seconda base più importante nel continente – ed un contingente di 1.100 soldati. Sembrano più inclini alla soluzione diplomatica, e per il ritorno dello status quo ante, ma contemporaneamente stanno studiando anche lo scenario di un disimpegno dal Niger.

Come abbiamo più volte fatto notare, non sappiamo quale saranno gli eventuali sviluppi della crisi in Sahel, ma appare chiaro che nella regione un ciclo politico – durato circa una decina d’anni – è decisamente finito.

La destabilizzazione della Jamahiriya in Libia nel 2011 e l’assassinio di Muammar Gheddafi sembravano avere “spianato la strada” alla riconquista neo-coloniale del Sahel da parte dell’Occidente senza incontrare sostanziali ostacoli, oltre ad avere contribuito alla diffusione “a macchia d’olio” dell’insorgenza jihadista.

I risultati dell’intervento della NATO nel marzo del 2011, ora, sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere; ed i sogni occidentale di “nuova spartizione” di una parte del continente africano sono sfumati, anche per opera di potenti competitor (Russia, Cina e Turchia).

È chiaro che una convergenza di interessi portò allora a “sbarazzarsi” del leader che maggiormente auspicava l’unità africana e che aveva usato la carica di presidente dell’UA per far compiere un passo in avanti alla sua agenda politica, insieme ad una serie di altre scelte in chiave pan-africanista.

Da tre anni a questa parte la situazione è però mutata.

In un contesto in cui la democrazia è solo una formula superficiale e le elezioni sono spesso una partita truccata; dove i movimenti per un cambiamento di orientamento sono stati duramente repressi nel sangue; ed in cui l’”aiuto occidentale” contro le bande dell’estremismo islamico non ha sortito nessun effetto, si è concretamente prodotta una rottura degli assetti politici attraverso golpe militari che hanno trovato un notevole sostegno popolare.

Eventi che hanno segnato l’inizio di processi di transizione in cui la presenza militare dell’ex colonizzatore – la Francia, ma non solo – è apparsa subito come una delle contraddizioni principali ed una mutilazione della propria sovranità.

In questo contesto gli assetti politici internazionali stanno mutando in maniera abbastanza repentina, con rapporti di forza sempre meno favorevoli all’Occidente, ed in Sahel un gruppo di tre Stati si stanno coordinando (quattro, se aggiungiamo la Guinea) per dare filo da torcere ai novelli harkis pronti a fare la guerra al proprio popolo per conto degli imperialisti.

Il tutto mentre le opinioni pubbliche dei paesi più inclini all’intervento militare si esprimono contro di esso.

Le difficoltà di Francia – della intera UE – e Stati Uniti nel gestire questa crisi sono lo specchio del piano inclinato che ha imboccato l’Occidente in Africa.

La partita che si sta giocando in Niger, quindi, va oltre la sua proiezione regionale ed oltre il solito equilibrio tra grandi potenze.

Fonte

26/08/2023

Le truppe del Mali e del Burkina Faso al fianco del Niger

Il leader della giunta militare al potere in Niger, Abdourahamane Tchiani, ha firmato un’ordinanza che autorizza i governi di Mali e Burkina Faso ad inviare le loro truppe nel Paese per aiutarlo a difendersi in caso di attacco armato. L’annuncio, riferiscono i media nigerini, segue la visita conclusa ieri a Niamey dei ministri degli Esteri del Mali e del Burkina Faso.

La Comunità economica dei Paesi dell’Africa occidentale (Cedeao) ha minacciato di intervenire militarmente in Niger per reinsediare il presidente filoccidentale Mohamed Bazoum, deposto dai militari che hanno preso il potere lo scorso 26 luglio. Sebbene le iniziative diplomatiche stiano proseguendo, la Cedeao ha avvertito di essere pronta ad inviare le truppe in caso di un loro fallimento.

L’Unione Africana, i cui delegati avevano espresso contrarietà per un intervento armato, ha infine “preso atto” della decisione Cedeao in un comunicato, senza opporvisi in modo ufficiale.

Fonte

20/08/2023

Niger - Una crisi politica “internazionale”

Dopo due giorni di riunione ad Accra in Ghana, da giovedì scorso, i capi di stato maggiore dei paesi della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cédéao, l’acronimo in francese, ECOWAS in inglese) hanno raggiunto un accordo per un possibile intervento militare «in vista di ristabilire l’ordine costituzionale» in Niger, a tre settimane dal colpo di stato che il 26 luglio ha deposto il presidente Mohamed Bazoum.

Dei 15 Stati che compongono la Comunità, tre (Mali, Guinea, Burkina Faso) sono stati sospesi a causa dei “colpi di Stato” verificatisi in questi ultimi anni, mentre due (Capo-Verde e Guinea-Bissau) non erano rappresentati in questo incontro.

«Il D-day è stato deciso», ha affermato il commissario agli affari politici della Cédéao, il nigeriano Abdel-Fatau Musah.

Il commissario precisa che l'accordo riguarda l’equipaggiamento e le risorse.

«Siamo pronti a partire», afferma Musah, precisando che non ci saranno ulteriori riunioni dei capi di stato maggiore, se non nel corso dell’operazione stessa.

Le parole del responsabile della Cédéao gettano ulteriore benzina sul fuoco: «noi vogliamo liberare il Niger dai militari al potere affinché il paese si concentri sul suo obiettivo principale, la lotta contro il terrorismo».

Se la via del dialogo resta aperta anche per la Cédéao – che aveva annunciato una possibile missione diplomatica per sabato 19 agosto – è chiaro che l’opzione militare è stata messa sul tappeto e sembra avvicinarsi sempre più.

C’è da segnalare che la diplomazia internazionale cerca di fare il suo corso con una missione dell’ONU arrivata venerdì pomeriggio a Niamey, dove ha incontrato l’attuale autorità di governo del Paese – il Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria (CNSP) – con colloqui che si sono protratti anche sabato.

Non era presente nessuna personalità della Cédéao, né dell’Unione Africana.

I rappresentanti del Niger hanno denunciato ai rappresentanti delle Nazioni Unite le sanzioni economiche «inumane e illegali», ed hanno voluto rassicurare la delegazione sulle condizione del presidente deposto e della sua famiglia.

Ma torniamo alle decisioni della Cédéao.

Musah ha reso esplicito – senza fornire un preciso arco temporale – che i negoziati non si svolgeranno a lungo, volendo di fatto evitare il ripetersi di ciò che si è visto di recente con i tre paesi sospesi dalla Cédéao.

Da quanto traspare, sono state definite le modalità dell’intervento militare e sono iniziati i primi spostamenti di truppe al confine con il Niger, sia in Nigeria che in Benin riporta il sito d’informazione in lingua francese Rfi-Afrique.

D’altro canto, secondo quanto riporta il quotidiano spagnolo El País, che cita senza specificarne “fonti vicine all’Esercito del Niger”, la giunta militare ha dispiegato a sua volta truppe al confine con il Benin e la Nigeria.

Il progetto di intervento militare deve essere ratificato dalla conferenza dei capi di Stato della Cédéao, ma è chiaro che il “punto di non ritorno” sembra avvicinarsi.

Contro questa escalation militare si sono espressi due importanti attori politici regionali come l’Algeria ed il Ciad, oltre all’Unione Africana; mentre le autorità della Guinea, del Mali e del Burkina Faso hanno solidarizzato contro le sanzioni promosse dalla Cédéao al Niger.

Mali e Burkina Faso hanno inoltre affermato che considererebbero l’intervento militare contro Niamey una atto di aggressione contro i loro stessi paesi.

Per dovere di cronaca è giusto riportare che dalla riunione del Consiglio della Pace e della Sicurezza (CPS) dell’Unione Africana avvenuta il 14 agosto non è stato licenziato ancora alcun comunicato ufficiale, con una bozza fatta circolare il 17 tra i suoi membri con l’obbligo di non renderla pubblica fino alla sua convalida.

Secondo le indiscrezioni provenienti da fonti diplomatiche africane, la presidenza della Consiglio – attualmente tenuta dal Burundi – ha voluto proseguire la discussione con i paesi membri della Cédéao rispetto alle misure da adottare nei confronti dei “golpisti” del Niger.

Sembra infatti confermato che tranne Gambia, Senegal, Ghana e Nigeria, tutti i membri del CPS abbiano rigettato l’intervento militare, aprendo una spaccatura evidente tra i due organismi sovranazionali africani.

Numerosi aspetti di tale intervento – tra cui la data di inizio – resteranno «segreto militare», ed i capi di stato maggiore mantengono il più rigoroso riserbo sugli effettivi, l’armamento ed il piano d’attacco.

In pratica, al momento, per passare alle vie di fatto manca solo l’avvallo politico e quindi l’esaurirsi dei canali diplomatici tra Cèdéao e Niger.

I paesi che contribuiranno a questa forza multi-nazionale – come Benin, Costa d’Avorio, Senegal e Guinea-Bissau – potrebbero fornire circa 5.000 mila uomini, mentre non è conosciuta l’entità dei militari della Nigeria, che dovrebbe mobilitare il contingente più grande.

Ogni paese contributore dovrebbe finanziare i primi 90 giorni dell’intervento, e se si dovesse prolungare spetterà alla Cédéao sostenere il costo addizionale.

L’avventurismo militare delle classi dirigenti di alcuni paesi di questa Comunità Economica non è per nulla condiviso dalle opinioni pubbliche dei rispettivi paesi, in particolare in Nigeria ed in Senegal, che rischiano di vedere il già labile “fronte interno” sgretolarsi.

Il possibile intervento in Niger diventa così un precipitato della crisi radicale dell’attuale assetto del Sahel e del neo-colonialismo occidentale, aumentando il solco nei rispettivi Stati tra ‘paese legale’, pronto all’opzione bellica contro un paese sovrano, e ‘paese reale’.

L’Unione Europea e gli USA sembrano smarcarsi dalla linea decisamente più interventista di Parigi, ma sono intenzionate entrambe a voler strumentalizzare politicamente la condizione del presidente deposto, che le autorità attualmente al potere potrebbero giudicare per “alto tradimento”, con l’accusa di aver mantenuto contatti con leader stranieri durante i suoi arresti domiciliari.

Il primo ministro del governo nominato dal CNSP del Niger, – Ali Lamine Zeine – in un’intervista concessa al New York Times, ha elogiato la «la posizione estremamente ragionevole» dell’amministrazione Biden, che auspica la via diplomatica piuttosto che militare per ristabilire un potere democratico.

Lamine assicura che non ci sarebbe alcuna intenzione da parte degli attuali dirigenti militari di avvicinarsi alla Russia e alla milizia paramilitare Wagner, ma allo stesso mette in guardia: «non spingete i nigerini verso dei partner che voi non volete vedere qui».

Un preciso monito, considerata l’importanza strategica che il Niger ha per gli Stati Uniti con diverse basi militari sul territorio, 1.100 soldati, droni armati e non, oltre ad altri mezzi militari.

La base di Agadez, per esempio, operativa dal 2019, è la seconda più grande base statunitense in Africa dopo quella di Gibuti, con un costo di circa 110 milioni di dollari.

Sabato il quotidiano francese Le Monde, in un articolo a firma di Elise Barthet e Morgane Le Cam, ha confermato che «una richiesta d’intervento è stata indirizzata ai francesi presenti in Niger nelle ore che sono seguite al colpo di stato della guardia presidenziale, e che questa richiesta è stata seriamente presa in considerazione».

Questo era già stato denunciato pubblicamente dai “golpisti” la notte tra il 30 ed il 31 luglio, e avallerebbe le accuse di ingerenza francese negli affari interni nigerini, continuamente reiterate dalla “giunta”.

Due testi che facevano richiesta a Parigi per un colpo di mano con il fine di “liberare” il presidente nigerino sarebbero stati firmati rispettivamente da Hassoumi Massaoudou, ministro degli Esteri di Bazoum (che avrebbe agito come primo ministro ad interim), e dal colonnello-maggiore Mido Guirey, comandante della guardia nazionale del Niger.

In pratica, durante le ore piuttosto convulse successive alla notte del 26 – quando ancora non era possibile comprendere che piega avrebbero preso gli eventi – si sarebbe chiesto l’intervento francese che, per Parigi, necessitava di una richiesta scritta.

Sembra che alle 4 di mattina del 27 luglio – riporta il quotidiano francese citando la propria fonte anonima – ci fossero una dozzina di veicoli appoggiati da alcuni elicotteri pronti ad intervenire e che sia stato lo stesso Bazoum, chiamando di persona il capo delle operazioni francesi in Niger, a bloccare l’intervento, convinto di un esito positivo delle trattative in corso.

Nel giro di qualche ora il quadro delle forze “lealiste” al presidente è, poi, andato notevolmente assottigliandosi, rimanendo di fatto solo il proprio entourage politico.

In conclusione, la crisi politica nigerina potrebbe sfociare nella “seconda guerra mondiale africana” dopo quella del Congo, o “internazionalizzarsi” come – mutatis mutandis – hanno fatto molte vicende legate al corso politico degli Stati africani dopo l’indipendenza; ad esempio per lo Zaire (ex Congo Belga) negli Anni Sessanta, o l’Angola (ex colonia portoghese) negli Anni Settanta, od il Sudafrica dell’Apartheid.

In un momento in cui gli assetti politici internazionali stanno mutando, e la tendenza alla guerra sta riaffiorando come principale modalità di risoluzione delle tensioni geo-politiche, senza che vi sia una cornice condivisa per “raffreddarli”, il Sahel potrebbe divenire l’ennesimo campo in cui si sviluppa quella “guerra mondiale a pezzi” che ha preso forma negli ultimi anni.

Nel mentre scriviamo, una delegazione della Cédéao è arrivata in Niger, ed è forse l’ultima chance – per quanto labile – di dare uno sbocco diverso a quella che è diventata a tutti gli effetti una “crisi internazionale”.

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18/08/2023

Niger - Unione Africana e Algeria contrarie all'intervento militare

Si è aperta un’altra grossa contraddizione tra i paesi africani sulla situazione in Niger. Il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana (55 Stati) ha infatti deciso di respingere l’opzione dell’uso della forza contro la giunta militare che ha preso il potere in Niger, anche se ha adottato la sospensione temporanea del Niger da tutte le attività dell’UA.

La decisione dell’Unione Africana si pone in aperto contrasto con quella assunta la scorsa settimana dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Cedeao, 15 paesi).

Quest’ultima aveva esplicitato l’intenzione di dispiegare una “stand-by force” per ripristinare l’ordine costituzionale in Niger, pur enfatizzando la priorità di una soluzione pacifica alla crisi innescata dal colpo di Stato avvenuto il 26 luglio.

Secondo quanto riportato da fonti raccolte da Le Monde, un diplomatico dell’Unione Africana ha dichiarato che “Pur rimarcando l’impegno per la tolleranza zero nei confronti dei cambiamenti di governo incostituzionali, è stato scelto di non sostenere un’azione militare, perché questa potrebbe portare a un’escalation di violenza e causare ulteriori danni rispetto a quelli già presenti”.

Nei giorni scorsi migliaia di manifestanti in Niger hanno sventolato bandiere russe, oltre a quelle nigerine, davanti alla base francese alle porte di Niamey, urlando il loro sostegno ai soldati che hanno preso il potere, in particolare al loro leader, il generale Abdourahamane Tchian.

Per il sindacato studentesco che sostiene il regime militare la Cedeao non è indipendente, ma è manipolata dalla Francia e sottoposta ad un’influenza esterna.

Il capo di stato maggiore dell’esercito algerino, il tenente generale Said Chanegriha, ha confermato martedì l’opposizione del suo Paese all’intervento militare straniero in Niger, sottolineando che esso porterebbe a una maggiore instabilità nella regione del Sahel.

Durante il suo intervento all’11ma Conferenza di Mosca sulla sicurezza internazionale, Chanegriha ha chiesto che la situazione costituzionale in Niger venga ripristinata al più presto, lontano da interferenze straniere che “creerebbero maggiore instabilità nella regione“.

Ha sottolineato come la situazione nella regione del Sahel africano sia “una diretta conseguenza delle ripercussioni negative della crisi libica, degli interventi stranieri nella regione dal 2011 e dell’allarmante evoluzione del conflitto armato in Sudan dall’aprile 2023“.

Ma l’eventuale intervento militare dei paesi africani filo-occidentali non è l’unica minaccia da cui devono guardarsi i militari saliti al potere in Niger.

Martedì 15 agosto, un distaccamento delle Forze armate del Niger (FAN), in movimento tra Boni e Torodi, è stato vittima di un’imboscata terroristica da parte dei gruppi jihadisti alla periferia di Koutougou. Il bilancio provvisorio è di 17 soldati uccisi e 20 feriti, di cui sei gravi.

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20/02/2023

Israele messa alla porta dal vertice dell’Unione Africana

Una delegazione di osservatori israeliani è stata espulsa, sabato, dalla cerimonia di apertura del vertice dell’Unione Africana (UA), ad Addis Abeba. A renderlo noto è stato lo stesso Ministero degli esteri israeliano, accusando Sudafrica e Algeria per la “grave violazione diplomatica”.

Le guardie di sicurezza del vertice africano in corso ad Addis Abeba si sono avvicinate alla delegazione israeliana invitandola ad andarsene.

Un video mostra gli israeliani, guidati dalla Vicedirettrice generale per l’Africa del Ministero degli esteri, Sharon Bar-Li, che se ne vanno dopo una discussione di diversi minuti. “Israele considera grave l’incidente in cui la vice per l’Africa, ambasciatrice Sharon Bar-Li, è stata rimossa dalla sala dell’Unione Africana nonostante il suo status di osservatore accreditato con badge di accesso” ha dichiarato il portavoce del Ministero, Lior Hayat.

Israele aveva appena ottenuto lo status di osservatore ufficiale dell’Unione Africana nel 2021. L’Autorità Nazionale Palestinese aveva ripetutamente fatto appello ai leader africani per ritirare l’accreditamento di Israele presso l’Unione Africana, alla quale risultano accreditati come osservatori 72 paesi tra cui l’Unione Europea.

La disputa sullo status di osservatore di Israele nell’Unione Africana è stata avviata nel luglio 2021 quando l’allora presidente della Commissione dell’UA, Moussa Faki Mahamat, aveva accettato unilateralmente l’accreditamento di Tel Aviv. La mossa ha scatenato le proteste da parte di un certo numero di Stati membri che chiedevano la revoca dello status.

La protesta è stata guidata dal Sud Africa e dall’Algeria, due membri che hanno sostenuto che la decisione era contraria alle dichiarazioni dell’UA a sostegno dei Territori Palestinesi occupati.

Ieri l’African National Congress (ANC), che paragona Israele a uno “stato di apartheid”, ha pubblicato una dichiarazione dando un chiaro sostegno alla cacciata della delegazione israeliana.

L’ANC ha affermato che la sua rimozione mirava a “sventare un tentativo di indebolire l’attuale vertice dell’Unione Africana dal prendere in considerazione un rapporto che dovrebbe guidare le discussioni sulla concessione o meno dello status di osservatore a Israele”.

Le organizzazioni palestinesi hanno salutato positivamente la rimozione di Bar-li. “L’espulsione è coerente con il sostegno dell’UA al nostro popolo e ai suoi legittimi diritti”, ha affermato in una dichiarazione il movimento Fatah.

Il resto del mondo non è indulgente e complice come l’Unione Europea e gli Usa nei confronti dei crimini israeliani contro i palestinesi.

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29/06/2022

Strage di Melilla. L’Africa stavolta non farà finta di niente

Circa 50 Ong, tra cui l’Associazione marocchina per i diritti umani e la spagnola Caminando Fronteras, hanno denunciato la strage dei migranti a Melilla, l’enclave spagnola in Marocco, “un tragico simbolo delle politiche di esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea” ed hanno aggiunto che: “La morte di questi giovani africani rivela la natura mortale della cooperazione di sicurezza sulla migrazione tra Marocco e Spagna”.

Intanto il capo della Commissione dell’Unione Africana, il ciadiano Moussa Faki Mahamat, ha denunciato il “trattamento violento e degradante riservato ai migranti africani” durante il tentativo di entrare nell’enclave spagnola di Melilla ed ha chiesto un’indagine sulla tragedia, che oggi, mercoledi, sarà esaminata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

“Esprimo la mia profonda emozione e preoccupazione per il trattamento violento e degradante riservato ai migranti africani che cercavano di attraversare il confine internazionale tra Marocco e Spagna”, ha twittato domenica sera Moussa Faki.

“Chiedo un’indagine immediata su questa vicenda e ricordo a tutti i Paesi i loro obblighi di diritto internazionale di trattare tutti i migranti con dignità e di dare priorità alla loro sicurezza e ai loro diritti umani, limitando al contempo qualsiasi uso eccessivo della forza”, ha aggiunto il capo della Commissione dell’Unione Africana.

L’ambasciatore del Kenya alle Nazioni Unite Martin Kimani ha annunciato che, su iniziativa del suo Paese e con il sostegno di Gabon e Ghana – gli altri due Paesi africani attualmente membri non permanenti del Consiglio di sicurezza – si sarebbe tenuta una riunione a porte chiuse sulla violenta repressione dei migranti di venerdì.

Secondo i diplomatici, la sessione era inizialmente prevista per lunedì, ma alla fine è stata posticipata a oggi. La riunione si concentrerà sulla “violenza mortale subita dai migranti africani che entrano” nell’enclave spagnola di Melilla dal territorio marocchino, ha dichiarato il diplomatico keniota.

“I migranti sono migranti: che provengano dall’Africa o dall’Europa, non meritano di essere brutalizzati in questo modo”, ha dichiarato Martin Kimani. Interrogato sulla tragedia di venerdì durante il briefing quotidiano con la stampa, il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric ha dichiarato che l’ONU “deplora questo tragico evento e la perdita di vite umane” che ne è derivata.

Lunedì il governo spagnolo aveva invece elogiato la “collaborazione” di Rabat “nella difesa dei suoi confini”, mentre molte voci chiedono un’indagine sulla morte dei migranti. La magistratura marocchina ha deciso di perseguire 65 migranti, per lo più sudanesi, per aver partecipato al tentativo di passaggio della frontiera.

L’ufficio del procuratore del tribunale di prima istanza della città di Nador, nel nord del Marocco, che confina con Melilla, ha accusato 37 migranti di “ingresso illegale in Marocco”, “violenza contro le forze dell’ordine”, “assembramento armato” e “rifiuto di conformarsi”, ha dichiarato all’AFP Khalid Ameza, legale dei migranti arrestati.

Un secondo gruppo, composto da 28 migranti, sarà processato anche per “partecipazione a una banda criminale per organizzare e facilitare l’immigrazione illegale all’estero”.

Il bilancio delle vittime è il più alto mai registrato nei numerosi tentativi dei migranti subsahariani di entrare a Melilla e nella vicina enclave spagnola di Ceuta, le uniche frontiere terrestri dell’Unione Europea con il continente africano.

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11/06/2022

Guerra in Ucraina. L’Africa chiede lo sminamento dei porti. Sentenza capitale per tre mercenari a Donetsk. A Kyev arriva l’artiglieria

Sul grano l’Unione Africana torna a chiedere lo sminamento dei porti ucraini

Il presidente senegalese e presidente di turno dell’Unione Africana, Macky Sall, ha chiesto lo sminamento del porto ucraino di Odessa per consentire l’export dei cereali e ha aggiunto di aver ricevuto rassicurazioni dal presidente russo Putin, che i russi non ne approfitteranno per sbarcare nella regione di Odessa.

Se le esportazioni di grano non riprenderanno, l’Africa “sarà in una situazione di carestia molto grave che potrebbe destabilizzare il continente”, ha detto in un’intervista ai media francesi France 24 e RFI. Il continente africano è fortemente dipendente dalle importazioni di grano ucraine e russe e dai loro fertilizzanti, essenziali per la sua agricoltura.

“Se i fertilizzanti non arrivano quando è inverno (la stagione delle piogge) nella maggior parte dei Paesi africani, significa che non ci sarà raccolto”.

La scorsa settimana il presidente dell’Unione Africana ha incontrato a Mosca Putin. “Fino a quando non avrò dimostrazione del contrario, non ho elementi per contraddire le assicurazioni di Mosca che non cercherà di bloccare il grano ucraino se le acque saranno ripulite dalle mine”.

“Gliel’ho anche detto: gli ucraini dicono che se rimuovono le mine, loro (i russi) entreranno nel porto. Lui assicura che, no, non entreranno, ed è un impegno che ha preso”, ha aggiunto. “Ora dobbiamo lavorare all’eliminazione delle mine, alla partecipazione dell’Onu e di tutte le parti interessate, per iniziare a portare fuori il grano ucraino”.

A Donetsk sentenza capitale per tre mercenari stranieri

La corte suprema della Repubblica Popolare del Donetsk ha condannato a morte i mercenari britannici Aiden Aslin e Shaun Pinner, e Saaudun Brahim, marocchino, catturati al fronte mentre combattevano con l’esercito ucraino. L’agenzia Donetsk news riferisce che i tre mercenari sono stati accusati in base a quattro articoli del Codice penale della Repubblica Popolare del Donetsk: commissione di reati da parte di un gruppo di persone, colpo di stato violento e mantenimento del potere con la forza, mercenarismo e addestramento per attività terroristiche. I mercenari si sono dichiarati colpevoli delle accuse.

Il tribunale ha emesso le sentenze di morte in modo cumulativo. “Il verdetto di colpevolezza si basa sulle prove fornite dall’accusa, senza contare che gli imputati si sono dichiarati colpevoli per tutti i capi d’accusa. Le prove dimostrano che le accuse non si basano esclusivamente sulla loro confessione”.

“Nell’emettere il verdetto, la corte è stata guidata non solo dalle norme e dalla condotta prescritte, ma anche dal principio chiave inviolabile della giustizia. È questo principio che ha permesso alla corte di prendere questa decisione difficile e piuttosto dura sulla pena capitale per gli imputati”, ha dichiarato ai giornalisti il presidente del tribunale Alexander Nikulin.

I mercenari britannici e quello marocchino hanno il diritto di chiedere la grazia.

Il governo di Boris Johnson si è detto “profondamente preoccupato” per la condanna a morte inflitta da una corte del Donetsk ai due mercenari britannici e a un commilitone marocchino. “Abbiamo ripetutamente detto che sono prigionieri di guerra, che non vanno strumentalizzati a scopi politici e che hanno diritto all’immunità in base alla Convenzione di Ginevra”, ha commentato un portavoce di Downing Street.

Poche settimane fa un tribunale ucraino, anche qui con un processo-lampo, ha condannato all’ergastolo un soldato russo catturato al fronte. Altri due soldati russi catturati sono stati condannati a 11 anni di carcere.

Ucraina in difficoltà sul fronte militare. Arriva l’artiglieria dall’estero

Le truppe russe hanno guadagnato terreno nei pressi di Komyshuvakha, un villaggio vicino alla città di Popasna nell’Oblast di Luhansk, e del villaggio di Roty nell’Oblast di Donetsk, ha dichiarato lo Stato Maggiore ucraino. Le forze armate russe stanno ancora assaltando Severodonetsk per ottenere il pieno controllo della città, ma senza successo, ha aggiunto lo Stato Maggiore ucraino citato da Kyev Indipendent.

Le unità della Repubblica popolare di Donetsk (DPR), nell’Est dell’Ucraina, si stanno avvicinando a Sloviansk, ha annunciato il quartier generale della Difesa territoriale della DPR, sul proprio canale Telegram, rilanciato dall’agenzia Ria Novosti. “Stiamo avanzando in direzione Sloviansk”, si legge nel messaggio, in cui le milizie dei separatisti filo-russi rivendicano di aver liberato con l’aiuto delle forze armate russe 235 insediamenti nella Repubblica del Donetsk.

“È una guerra di artiglieria ora e in questi termini la stiamo perdendo”, “Tutto dipende da quello che l’Occidente ci dà”, è quanto affermato da Vadym Skibitsky, vicecapo dell’intelligence ucraina in una intervista al The Guardian. “L’Ucraina ha un pezzo di artiglieria ogni 10-15 pezzi di quella russa. I nostri partner occidentali ci hanno dato circa il 10% di quello che hanno”, ha aggiunto, precisando che le forze di Kiev usano 5-6 mila colpi di artiglieria al giorno.

“Abbiamo quasi esaurito tutte le nostre munizioni – ha confessato Skibitsky – e ora stiamo usando proiettili standard Nato calibro 155. Anche l’Europa fornisce proiettili di calibro inferiore, ma man mano che li esaurisce, la quantità sta diminuendo”.

Mykhailo Podoliak, aiutante del capo di gabinetto del presidente Zelenski, ha dichiarato alla BBC che l’Ucraina sta perdendo tra i 100 e i 200 soldati al giorno. Qualche giorno fa, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy aveva dichiarato che la situazione nell’est del Paese era “molto grave” e che, secondo lui, l’esercito ucraino perde tra i 60 e i 100 soldati ogni giorno al fronte, senza contare i feriti.

Per Podoliak una delle ragioni principali dell’elevato numero di vittime tra i soldati ucraini è la mancanza di parità tra le capacità militari ucraine e russe. Tale parità potrebbe essere raggiunta se l’Ucraina ricevesse centinaia di sistemi di artiglieria dall’Occidente.

Il 9 giugno, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato una foto di un obice M777 da 155 millimetri mentre viene caricato su un aereo in rotta verso l’Ucraina. Il giorno prima, il Ministero della Difesa norvegese ha annunciato di aver consegnato all’Ucraina 22 unità di artiglieria semovente M109. L’obice semovente AHS Krab progettato in Polonia è il quinto tipo di artiglieria da 155 mm che l’Ucraina ha ricevuto dai suoi alleati, ha riferito il Ministro della Difesa Oleksiy Reznikov.

Mosca risponderà immediatamente se la Russia verrà attaccata con sistemi d’arma a lungo raggio, ha dichiarato giovedì al canale televisivo Rossiya-24 il capo della delegazione russa ai negoziati sulla sicurezza militare e il controllo degli armamenti a Vienna, Konstantin Gavrilov.

“Abbiamo posto l’accento in particolare sulla consegna all’Ucraina di obici a lungo raggio e di HIMARS MLRS che minacciano non solo il Donbass ma anche la Russia. Abbiamo esposto chiaramente la posizione della Russia: se la Federazione Russa viene attaccata con questi sistemi a lungo raggio, la risposta contro i centri decisionali sarà immediata”, ha sottolineato Gavrilov.

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04/06/2022

L’Africa entra in ballo nella guerra in Ucraina

Venerdì, nel corso di un incontro con il presidente russo Putin, il presidente di turno dell’Unione Africana (UA) e presidente del Senegal, Macky Sall, ha esortato a rimuovere le restrizioni che impediscono l’esportazione di grano e fertilizzanti russi.

“Sono venuto a trovarvi per chiedervi di essere consapevoli che i nostri Paesi sono vittime di questa crisi a livello economico”, ha detto all’inizio dell’incontro. L’ONU teme “un uragano di carestie”, soprattutto nei Paesi africani che importano più della metà del loro grano dall’Ucraina o dalla Russia, soprattutto perché nessuna nave può più lasciare l’Ucraina a causa del conflitto.

Nel corso dell’incontro a Sochi, il leader africano ha denunciato come le sanzioni contro la Russia hanno interrotto l’accesso dei paesi africani “al grano, in particolare al grano russo e, soprattutto, ai fertilizzanti”. “Ci sono due problemi principali: la crisi alimentare e le sanzioni. Dobbiamo lavorare per risolvere questi due problemi e quindi eliminare le sanzioni sui prodotti alimentari, in particolare cereali e fertilizzanti”, ha affermato Sall. Poco dopo l’incontro, il leader senegalese ha twittato: “Il presidente Putin ci ha espresso la sua disponibilità a facilitare l’esportazione del grano ucraino. La Russia è pronta a garantire l’esportazione del suo grano e dei suoi fertilizzanti”. “Chiedo a tutti i partner di revocare le sanzioni su grano e fertilizzanti”, ha aggiunto.

Il presidente dell’Unione Africana aveva annunciato questo viaggio in Russia “per contribuire alla tregua della guerra in Ucraina” e “allo sblocco delle scorte di cereali e fertilizzanti il cui blocco colpisce in particolare i Paesi africani”. L’attuale presidente dell’Unione Africana e il presidente della Commissione dell’organizzazione panafricana hanno ricevuto un chiaro mandato dall’Unione Africana: rendere possibile all’Ucraina e alla Russia l’esportazione di cereali e fertilizzanti di cui il mondo ha bisogno.

Il Senegal, in sede Onu, si è astenuto dal primo voto sulla risoluzione delle Nazioni Unite che condannava la Russia, Macky Sall sta agendo come mediatore. Al momento non è prevista una tappa successiva a Kiev dopo quella in Russia.

Più della la metà dei paesi africani si è astenuta o non ha votato alle due risoluzioni dell’Onu del 2 e del 24 marzo contro la Russia sulla guerra in Ucraina.

Molti Paesi africani dipendono infatti dai fertilizzanti prodotti in Russia, Ucraina e Bielorussia.

Il Senegal, in particolare, importa il 57% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina. Il Pil del paese, a causa della guerra, potrebbe ridursi del 3%.

L’effetto delle sanzioni alla Russia, la guerra e l’aumento dei prezzi del gas hanno reso il prezzo dei fertilizzanti azotati inaccessibile per gli agricoltori africani.

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03/05/2019

Sudan - L'Unione Africana chiede ai militari di cedere il potere entro 60 giorni

Aumentano le pressioni sui militari in Sudan: a quelle di migliaia di cittadini che chiedono da settimane un governo civile, ieri si sono aggiunte quelle dell’Unione Africana (UA) che ha dato ai generali 60 giorni di tempo per trasferire il potere ad una autorità civile, minacciando la sospensione del Paese dall’Unione nel caso in cui non dovesse essere rispettata questa scadenza.

Minacce, però, che potrebbero anche questa volta restare inascoltate: già lo scorso 15 aprile l’UA aveva dato 15 giorni di tempo ai leader dell’esercito per farsi da parte. Cosa che alla fine non è avvenuta. In un comunicato, il Consiglio di Sicurezza e Pace dell’Unione Africana fa sapere che considera “con gran dispiacere” il fallimento attuale del trasferimento dei poteri ai civili, ma che, ciononostante, darà “un periodo aggiuntivo di 60 giorni” affinché ciò possa avere luogo. Il blocco africano ha ribadito poi la sua “convinzione che una transizione a guida militare in Sudan sarà inaccettabile e contraria alla volontà e alle legittime aspirazioni [della popolazione], alle istituzioni democratiche così come al rispetto dei diritti umani e delle libertà dei sudanesi”.

La palla passa ora ai militari che hanno assunto il potere dopo che è stato deposto lo scorso 11 aprile l’ex presidente Omar al-Bashir in seguito mesi di proteste anti-governative. Il Consiglio militare, guidato dal Generale Abdul Fattah al-Burhan, ha finora promesso di indire elezioni entro due anni, una proposta che i manifestanti hanno rifiutato perché chiedono sin da ora la formazione di un governo civile. Negli ultimi giorni al-Burhan ha provato a negoziare con i leader della protesta per la creazione di un esecutivo transitorio. Ma le due parti restano molto distanti: la Dfc (la Dichiarazione della Libertà e il Cambiamento, federazione delle forze di opposizione nata dalla mobilitazione popolare di questi mesi) chiede che i seggi del Consiglio siano a maggioranza civili (otto contro i sette ai militari), mentre l’esercito ne rivendica sette per sé e ne lascia solo tre a figure civili. Senza poi dimenticare che tra i militari, denunciano gli attivisti, ci sono uomini legati a doppio filo con Bashir.

Secondo l’Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), la principale organizzatrice delle manifestazioni, i generali stanno facendo di tutto per restare al potere e pertanto ha indetto per oggi un raduno di piazza nelle strade della capitale e ha minacciato di paralizzare il Paese con uno sciopero generale qualora le istanze dei manifestanti (prima fra tutte il trasferimento dei poteri ai civili) non verranno accolte. La Spa ha anche denunciato il tentativo dell’esercito di disperdere il sit-in a Khartoum di fronte al quartier generale dell’esercito che dura dal 6 aprile ed è diventato il cuore della protesta. Da parte loro, invece, i militari hanno avvertito che non tollereranno ulteriore “caos” e hanno perciò chiesto ai dimostranti di rimuovere immediatamente i blocchi dalle strade e smobilitare il presidio fuori la sede dell’esercito.

Nella crisi sudanese, intanto, si fanno sempre più evidenti le influenze di attori esterni. A partire da quelli arabi: ieri Anwar Gargash, ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, ha scritto su Twitter che gli stati arabi guardano con favore ad una transizione “ordinata” nello stato africano che “equilibri attentamente le aspirazioni popolari con la stabilità istituzionale”. “Assistiamo al caos totale nella regione, non ne abbiamo bisogno di altro” ha poi aggiunto. Parole, queste ultime, che fanno sorridere se si pensa che Abu Dhabi è in prima fila insieme all’Arabia Saudita nel distruggere da 4 anni lo Yemen e nell’attuare un duro embargo contro il vicino Qatar.

Emirati Arabi e Arabia Saudita hanno chiesto tre miliardi di dollari di aiuti per il Sudan nel tentativo di mantenere al potere i leader militari e così da impedire quanto già visto nel mondo arabo durante le rivolte del 2011. L’influenza dei Paesi del Golfo in Sudan è evidente: Khartoum ha bisogno del sostegno finanziario di emirati e sceicchi vista la sua disastrata economia. Non sorprende perciò come una delle prime decisioni del Consiglio militare sia stata quella di rassicurare i ricchi alleati arabi che il coinvolgimento sudanese nella guerra in Yemen non cesserà nonostante le tensioni interne.

Con la perdita di gran parte della sua produzione petrolifera a causa dell’indipendenza del Sud Sudan nel 2011, il Sudan ha subito un durissimo colpo economico che ha causato negli anni una grave inflazione e ha portato ad una significativa diminuzione dei prodotti importati. Proprio l’aumento vertiginoso dei prezzi del pane a causa della mancanza di farina ha dato il via lo scorso dicembre alle proteste che finora hanno portato alla deposizione di Bashir.

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30/03/2018

Libero scambio tra i paesi africani, ma non tutti ci stanno

Il trentesimo summit dell’Unione Africana (UA) tenutosi ad Addis Abeba a fine gennaio ha avuto un seguito.

Qualche giorno fa, in Ruanda, è stato siglato un accordo che da il via libera a una zona di libero scambio in Africa. Protagonisti i leader del Ruanda (Kagame) e quello del Ciad (Faki).

Il primo aveva presieduto il vertice di Addis Abeba, il secondo presiede invece la Commissione dell’Unione.

Come sempre accade in questi casi il diavolo potrebbe nascondersi nei dettagli; più precisamente andrebbe visto chi ci guadagna e chi ci rimette, o comunque teme che i danni superino i benefici.
Non basta infatti sottolineare che, sulla carta, gli scambi economici in atto tra le nazioni africane rappresentano meno di 1/5 del totale e che quindi l’operazione pare effettivamente in grado di ridurre la dipendenza dei paesi dai finanziamenti internazionali.

A cancellare il dubbio che tale operazione possa essere magari bypassata con qualche escamotage dai paesi più ricchi sarebbe allora ancora più interessante l’adozione concreta di un altro provvedimento, previsto nel quadro di una riforma più generale, volto ad introdurre una tassa dello 0,2% su determinate importazioni, al fine di potenziare l’autonomia economica della UA.

Resta peraltro il nodo politico. Anche se ben 44 paesi hanno aderito all’accordo, su di esso pesa come un macigno il fatto che se ne sia tirata fuori la più consistente potenza petrolifera del continente, la Nigeria, timorosa che una accentuata concorrenza dei vicini indebolisca la crescita di un Pil peraltro accompagnato da pesanti diseguaglianze.

Ma anche l’assenza di altre nazioni è indicativo di come i problemi del continente siano lontani da un decisivo punto di svolta e che la loro natura politica sia in grado di neutralizzare all’atto pratico i benefici del provvedimento adottato il 21 marzo.

A parte dunque i timori della potenza nigeriana, vediamo che negli altri paesi che si sono rifiutati di firmare è ricorrente una situazione di guerra e di miseria. Esemplare la situazione della Sierra Leone che, appena uscita dalla pestilenza dell’Ebola, si è trovata a fare i conti con gli scontri militari di chi è interessato alla appetitosa consistenza diamantifera del paese. E di diamanti è ricca pure la Namibia, altro paese non sottoscrittore, che evidentemente preferisce far da sé.

Un paese ai confini con le emergenze belliche è il Burundi (anche lui non sottoscrittore), che risente della vicinanza con il Congo e le sue tragedie infinite.

D’altronde, anche tra chi ha sottoscritto l’accordo, è pensabile che i così detti “dolci costumi” del commercio internazionale, evocati da Montesquieu, siano in grado di sopire il fragore delle armi (come nella Repubblica Centroafricana e nel Congo medesimo)? O non avverrà piuttosto che, altrove, il libero mercato possa innescare inizialmente una aspra competizione non violenta destinata però sul lungo periodo a ripercussioni di ordine militare, magari sobillate da qualche ex colonizzatore dell’occidente già presente su molti territori in assetto armato e con ripetute ingerenze.

E infine, sarà possibile in questo modo rompere l’isolamento di un paese alla fame come l’Eritrea, sempre al vertice nel numero di migranti che cercano protezione in Italia; ancora dentro ai meccanismi della guerra, sia pure fredda, con l’Etiopia, oltre che leader nella violazione dei diritti umani? Oppure il suo ruolo di Corea del Nord africana, lo spingerà a trovare partnership non raccomandabili di altro genere, come pare stia già facendo coi sauditi?

Tutti interrogativi che la svolta recente della UA lascia aperti. Con un briciolo di ottimismo si potrebbe pensare che l’accordo possa comunque servire a smuovere le acque di una situazione mefitica e paludosa.

Ma incombe sulla previsione degli ottimisti il giudizio tagliente che della UA fornisce Domenico Quirico. Il giornalista de La Stampa, già sequestrato dall’Isis e conoscitore della zona, che dell’Unione e della sua gestione dice peste e corna, sottolineando la diffusione al suo interno di macroscopici fenomeni di corruzione e ritenendola subordinata a interessi che poco hanno a che fare con quelli delle genti che dovrebbe tutelare.

Peraltro, anche di corruzione il summit aveva discusso, facendo i conti coi dati di Transparency International che indicano la Somalia, il Sud Sudan, la Libia e la Guinea Bissau, rispettivamente ai posti n. 176, 175, 170, e 168 in materia, vale a dire tra i più corrotti al mondo.

La speranza è venuta da Botswana,(n.35), Capo Verde (38) e Maurizio (50), i paesi meno corrotti del continente; una speranza che l’esempio dia i frutti desiderati da chi ama l’Africa.

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30/11/2017

La lezione del professor Macron agli africani

L’Unione Europea fa la corte all’Unione Africana. In Senegal, prima del vertice di Abidjan, i rappresentanti dell’UE vanno di villaggio in villaggio per informare i giovani dei loro progetti, con l’obiettivo di scoraggiare l’emigrazione. In una dichiarazione comune del presidente della Commissione europea e di quello della Commissione Africana, l’UE promette aiuti per 31 miliardi di euro fino al 2020 «per dare una chance alla gioventù africana».

Ai Paesi dove l’emigrazione è più massiccia arriveranno fondi per la formazione professionale e lo sviluppo di piccole e medie imprese. E, naturalmente, per blindare le frontiere. Un particolare di cui nel documento non si fa parola. In sintesi, l’UE dà i soldi e gli Stati africani si riprendono i migranti. Una cosa che fanno già – discretamente – dato che sono nell’impossibilità di offrire un futuro ai loro giovani.

Il vertice UE-AU coincide con un viaggio in Africa del presidente francese, Emmanuel Macron, che ha tenuto martedì un discorso di quasi tre ore a 800 studenti dell’università di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Macron era atteso da dimostranti del sindacato degli studenti e dell’organizzazione democratica della gioventù, che manifestano contro la sua visita. Rimproverano alla Francia il saccheggio delle risorse del loro Paese, una presenza militare insopportabile e il mantenimento del franco CFA, moneta coloniale. Sono stati dispersi dai gas lacrimogeni.

Un blogger del Senegal scrive: «cosa mi aspetto da Macron? Niente. Aspetto qualcosa da quelli che ho eletto. Nulla da un presidente straniero». Nel suo discorso, Macron parla di emigrazione, lotta contro il terrorismo e l’oscurantismo, demografia ed ambiente. Parla di istruzione, di uguaglianza fra i sessi, promette di restituire le opere d’arte, di concedere più visti per gli studenti e di prolungare i loro permessi di soggiorno. Tenta di sottolineare con formule-choc le nuove relazioni franco-africane. Secondo lui, la Francia non avrebbe più una politica africana e non sarebbe là per impartire lezioni. Un passaggio molto applaudito.

Per molti, si tratta di un un déjà-vu. Macron non è certo il primo presidente francese a parlare di un nuovo inizio. E’ nuovo il suo stile disteso, il gioco piuttosto libero delle domande e delle risposte con gli studenti (quelli selezionati per dialogare con lui), ma per il resto niente è cambiato. Per quanto riguarda la promessa dell’apertura degli archivi francesi relativamente all’assassinio di Thomas Sankara, l’attesa è d’obbligo. Se uno dei suoi presunti assassini, Blaise Compaoré, ha potuto restare al potere quasi trent’anni è «merito» della Francia. Ed è la Francia presieduta da François Hollande che ha protetto la sua fuga in Costa d’Avorio, paese che gli ha concesso la cittadinanza. Vi risiede tuttora, indisturbato.

Il «professor» Macron parla con arroganza e disprezzo del franco CFA, la moneta africana stampata a Parigi fin dal primo giorno dell’indipendenza delle sue ex colonie dell’Africa occidentale, dichiarando che è compito degli statisti africani di abbandonare quella valuta, se lo desiderano. Ma il problema è proprio quello: è Macron a proteggerli. Et pour cause!...

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Unione Europea e Unione Africana sulle macerie di un continente

L’Unione europea e l’Unione africana si ritrovano nel loro 5° summit dal 29 al 30 novembre ad Abidjan (Costa D’Avorio), a distanza di 17 anni dall’accordo adottato in sostituzione della Convenzione di Lome (Togo) del 1975, sulle macerie di scelte politico-economiche e ambientali imposte all’Africa non senza la complicità di alcuni dirigenti africani.

L’accordo di Cotonou (Benin) del 2000, firmato tra la Ue e il gruppo degli stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, con scadenza nel mese di febbraio del 2020 mirava, secondo i suoi promotori, a sradicare la povertà poggiando su tre pilastri:

• la cooperazione allo sviluppo
• la cooperazione economica e commerciale
• la dimensione politica

Oggi il contesto non è quello della Conferenza di Berlino, tenutasi dal 15 novembre 1884 al 26 febbraio 1885, con la spartizione del continente africano tra Germania, Francia, Portogallo, Italia, Spagna, Danimarca, Belgio, Olanda, Austria, Turchia (allora Impero ottomano), Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti senza che gli africani potessero dire una sola parola mentre venivano decisi il presente e il futuro di un intero continente.

Dopo 132 anni da quella conferenza, l’Africa vive ancora, insieme alle sue popolazioni, con un cappio al collo nonostante la crescita macroeconomica. L’Africa oggi ha circa 1,25 miliardi di abitanti, sul totale di 7,5 miliardi della popolazione mondiale, il 60% dei quali ha meno 25 anni.

L’impoverimento sistematico e continuo del continente africano è ascrivibile ai danni del fenomeno coloniale e neo coloniale, ma anche a fattori quali i conflitti geopolitici, spesso orchestrati direttamente o indirettamente da chi oggi alza muri e fili spinati. Non è infatti casuale che 489 milioni delle 815 milioni di persone ridotte alla fame vivano in paesi colpiti da conflitti.

Non bastasse questo quadro, va denunciato come nuovi fenomeni quali la sottoscrizione di accordi iniqui – spesso sotto ricatto – stanno facendo sprofondare ancora di più nella miseria e nel caos l’intero continente insieme alla sua giovane popolazione.

L’indipendenza economica continua ad essere ostacolata, eppure essa sola è “il preludio di una lotta nuova e più complessa per la conquista del diritto di gestire le nostre questioni economiche e sociali, fuori dalle pressioni schiaccianti ed umilianti della dominazione e dell’intervento neocolonialista” come diceva Kwame Nkrumah.

A tal proposito è da notare che dal 1945, la moneta di scambio dei paesi dell’Africa occidentale e dell’Africa centrale continua ad essere il Franco CFA (franco delle colonie francesi africane). Oggi, il valore del franco CFA, con il suo collegamento all’euro, è determinato molto di più dagli avvenimenti in seno alla zona euro (1 euro = 655,957 F CFA) che dalla congiuntura in seno ai paesi dove viene utilizzata questa moneta, come sottolineato dall’economista Kako Nubukpo.

Così la vita monetaria ed economica alle Comores ed in quattordici Stati in Africa (Benin, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Gabon, Guinea-Bissau, Guinea equatoriale, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Senegal, Ciad, Togo) resta legata, dopo più di settant’anni “dall’indipendenza”, a una politica monetaria imposta dalla Francia. Quindi un controllo totale e sistematico anche attraverso i depositi bancari obbligatori presso la Banca Centrale francese.

Parliamo quindi di accordi firmati in un’ottica di dominazione mentre risorse naturali e umane vengono saccheggiate. In altri termini parliamo di processi di colonizzazione che possiamo sintetizzare nelle parole di Aimé Césaire: “Tra il colonizzatore e il colonizzato, c’è posto solo per il lavoro duro, l’intimidazione, la repressione, la polizia, l’imposta, il ladrocinio, lo stupro, le imposizioni culturali, il disprezzo, la sfiducia, l’alterigia, la sufficienza, la villania, élites senza cervello, masse avvilite. Nessuno spazio per il contatto umano, ma rapporti di dominazione e di sottomissione che trasformano l’uomo colonizzatore in pedina, in maresciallo, in guardia-ciurme, in frusta e l’indigeno in strumento di produzione. Adesso tocca a me porre un’equazione: colonizzazione = cosificazzione”.

L’appuntamento di Abidjan, che va letto anche in ottica di riposizionamento rispetto alla presenza di alcuni paesi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud-Africa) quali la Cina in particolare sul Continente, vede al centroquesti temi:

• pace e sicurezza;
• governance, democrazia, diritti umani, migrazioni e mobilità
• investimenti e commercio
• sviluppo di competenze
• creazione di posti di lavoro

Come già avvenuto in più circostanze, si tratta di “maquillage” linguistico per camuffare e manipolare la realtà rispetto alle disuguaglianze sociali con tassi di disoccupazione equiparabili ad una bomba a orologeria. Proprio le scelte economiche, attraverso la balcanizzazione dell’Africa da parte di multinazionali europee, asiatiche, e statunitensi, trasformano l’intera popolazione africana in dannati della globalizzazione, con la fuga di persone di ogni età verso i confini militarizzati da parte della stessa Ue.

Occorre prendere atto della dimensione disumana e ricattatoria di questi vari accordi, compresa la Strategia comune Ue – Africa del 2007 e l’accordo firmato al vertice di La Valletta (Malta) nel 2015, che dovrebbero portare l’Italia, insieme alla Ue e all’Unione Africana, ad interrogarsi sulle proprie responsabilità morali davanti ai corpi senza vita migliaia di persone morte nel Mediterraneo e nel deserto. Tuttavia questi governanti non sembrano aver l’intenzione di interrogarsi sulle conseguenze del loro operato e della distanza che li separa dal popolo. Già Thomas Sankara, assassinato 30 anni fa, diceva che: “Preferiamo un passo col popolo che dieci passi senza il popolo”.

Le popolazioni, preso atto di questa distanza, hanno avviato processi di costruzione di una coscienza collettiva attraverso iniziative sociali, culturali e di piazza contro l’operato dei dirigenti europei ed africani. La ricerca di convergenze tra i dannati delle politiche di austerità, sia in Africa che in Europa, non può che essere un obiettivo da perseguire. Prova di questa convergenza, oltre alle infinite denunce contro questi accordi e contro ogni forma di schiavitù, è il Summit alternativo “Europa-Africa” in corso sempre in Costa D’Avorio, che vede la partecipazione di delegazioni della CISPM (Coalizione Internazionale Sans Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti Asilo), di studenti, contadini, associazioni per la giustizia sociale, di movimento di donne, di lavoratori e disoccupati. Tante le iniziative e gli argomenti al centro dei lavori: giovani e disoccupazione, debiti e nuove forme di colonizzazione, guerre, ambiente, agricoltura, accordi bilaterali e militarizzazione delle frontiere, accaparramento delle terre e sovranità alimentare, lotte sindacali e sociali, libertà di circolazione e di residenza, risorse miniere e naturale, ecc...

Il Summit alternativo “Europa-Africa” va a rafforzare un processo che si vuole popolare coinvolgendo tutti gli esclusi e dannati della globalizzazione, indipendentemente dal colore della pelle, proprio come diceva Toma Sankara: “Le masse popolari in Europa non sono opposte alle masse popolari in Africa ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa, sono gli stessi che sfruttano l’Europa; abbiamo un nemico comune”.

E la manifestazione del 16 dicembre prossimo a Roma sarà un’altra occasione per fa vivere questa necessità di convergenza, poiché le popolazioni in Africa come in Europa sono col cappio al collo per via delle stesse politiche che stanno generando guerra alle persone e Continenti impoveriti.

Coalizione Internazionale Sans Papiers e Migranti (Cispm).

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12/11/2015

L'Unione Europea mette all'asta i migranti con i paesi africani

Stamattina a Malta si tiene il vertice tra Unione Europea e Unione Africana per cercare di dare soluzione all'emergenza dei flussi migratori che arrivano in Europa. Gli stati europei si confronteranno con gli stati africani, mentre nel pomeriggio si consulteranno solo tra loro sulla Siria, o più precisamente sulla Turchia, intenzionati a definire una posizione comune nei confronti del paese da dove parte la maggioranza dei profughi siriani e con cui bisogna trovare un modo di concordare come gestire la fuga di migliaia e migliaia di profughi.

Sulla gestione dei flussi di migranti, gli stati europei sono profondamente divisi, quelli africani parecchio inquieti e la Turchia sembra godersi la scena per trarne il massimo vantaggio dopo le ultime e contestate elezioni. La Commissione Europea parla di uno stanziamento di circa 1 miliardo e 800 milioni di euro, invitando però i paesi membri dell’Unione ad aggiungere ulteriori risorse. Con questi fondi, da una parte, i governi interessati – quelli africani – dovrebbero finanziare sul proprio territorio, iniziative economiche e sul piano della sicurezza per bloccare ulteriori esodi, dall’altra dovrebbero finanziare il reinsediamento di quei loro cittadini che, entrati in Europa affermando di avere diritto all’asilo politico, siano stati invece respinti perché giudicati persone che migrano per motivi esclusivamente economici.

Nella misura in cui verranno davvero messe in atto, tali operazioni avranno come principale effetto quello di riempire le tasche di molti politici africani nonché delle aziende e delle organizzazioni europee, e occidentali in genere, che lavorano su loro incarico. “Come emerge dal vertice da oggi in corso a Malta, siamo davanti ad una vera messa all’asta dei migranti da parte dell’Unione Europea in quanto merce di scambio con i capi di Stato e di governo africani”, è la denuncia di Aboubakar Soumahoro, portavoce della CISPM (Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo) e membro dell’Esecutivo nazionale USB.

Prosegue Soumahoro: “La creazione da parte della UE di un Fondo Fiduciario d’urgenza per l’Africa, con una dotazione di 1,8 miliardi in cambio delle deportazioni dei migranti africani, è l’emblema della nuova politica diplomatica anti migranti a carattere colonialista dell’Europa”. “L’attivismo del Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, esprime tutta la decadenza e l’ipocrisia della politica del governo italiano – attacca  Soumahoro – perché dell’accordo che si prefigura a Malta ci saranno ricadute drammaticamente pericolose sul piano dell’incolumità fisica dei migranti e le persone verranno rimandate nelle mani dei loro boia dai quali sono fuggite. Inoltre, con queste deportazioni, i migranti saranno rimandati nell’inferno prodotto dalle guerre e le politiche del Fondo Monetario Internazionale”.

Annuncia il portavoce CISPM: “Siamo lavorando proprio in queste ore con le associazioni e movimenti in Africa per la condivisione di azioni contro queste politiche anti umane. Perché solo la generalizzazione e l’internalizzazione della lotta, attraverso una campagna di informazione diffusa, consentirà di smascherare i veri responsabili politici e morali del crimine in corso”, conclude Soumahoro.

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05/05/2015

Egitto - Fratellanza "Unione Africana fermi ondata di condanne a morte

di Sonia Grieco

Finora è stata eseguita una sola sentenza capitale (quella di Mahmoud Ramadan) delle centinaia comminate dai tribunali egiziani dopo il golpe del luglio 2013, ma nel braccio della morte ci sono centinaia di persone sulla cui condanna si stagliano numerosi dubbi.

A sollevarli, di recente, sono stati i legali del partito Giustizia e Libertà (FJP), braccio politico dei Fratelli Musulmani, i cui esponenti e sostenitori affollano le carceri del nuovo Egitto del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, l’architetto del golpe che ha messo fine al mandato dell’ex capo di Stato Mohamed Morsi, il primo eletto dell’era post-Mubarak ed esponente della Fratellanza. Messi fuorilegge, i Fratelli Musulmani sono stati arrestati in massa e condannati a pene severissime. In cella è finito anche Morsi, mentre la guida suprema del movimento, Mohamed Badi’, è tra i condannati al patibolo.

Gli avvocati del partito della Fratellanza si sono rivolti alla massima autorità in materia dell’Unione Africana, alla Commissione dei diritti dell’uomo e dei popoli, per rivedere e fermare questo massiccio ricorso alla forca in atto in Egitto. Per la prima volta sabato scorso, hanno depositato le prove di un sistema repressivo che passa attraverso i tribunali, spesso corti militari che giudicano civili in processi celebrati in pochi giorni, con decine di accusati alla sbarra.

Secondo Ong e attivisti, dall’inizio dell’anno sono finiti nel braccio della morte 194 egiziani, mentre l’anno scorso le sentenze capitali sono state 509. Inoltre, 20mila persone sono in cella in attesa di giudizio. Numeri che fanno dell’Egitto il campione regionale di condanne a morte, già richiamato due volte dalla Commissione nel corso dell’ultimo anno, ma senza risultati. Questa volta i legali sperano di portare la questione all’attenzione delle autorità dell’Unione africana, i cui capi di Stato e di governo si riuniscono a giugno e hanno il potere di sanzionare il Cairo. L’Egitto è segnatario dell’African Charter, lo strumento di difesa dei diritti umani adottato dall’Unione africana, che sancisce il rifiuto della pena di morte.

Il ricorso a sentenze di massa fa parte “della diffusa e sistematica imposizione di pene capitali al fine di reprimere l’opposizione democratica e pacifica”, ha detto Tayab Ali, socio dello studio legale londinese ITN e legale dei Fratelli Musulmani, al sito Middle East Online. “Il sistema giuridico egiziano è usato per mettere in piedi gravi atti di repressione di stato”.

Una repressione fatta in nome della lotta al “terrorismo”, che alla miriade di processi e condanne contro la Fratellanza -ma anche contro gli oppositori e gli esponenti dei movimenti laici scesi in piazza per chiedere la fine del regno di Mubarak nel 2011- ha affiancato leggi draconiane che imbavagliano la stampa, limitano la libertà di espressione e di manifestazione, danno ampi poteri a polizia ed esercito.

Negli ultimi due anni, Ong e gruppi per la difesa dei diritti umani hanno più volte denunciato i processi nei tribunali militari, l’estorsione delle confessioni con la tortura, il mancato riconoscimento del diritto alla difesa, gli arresti arbitrari. E anche la Commissione è intervenuta: ad aprile ha chiesto la sospensione di 529 condanne a morte comminate dal tribunale di Minya a conclusione di un processo durato meno di due giorni. Secondo i legali dell’FJP, la maggior parte degli imputati è stato condannato in contumacia e senza avere un rappresentante legale. Tre giorni dopo l’intervento della Commissione, il giudice ha confermato la pena capitale per 37 dei 529 imputati, ma in un altro caso ha inflitto 683 condanne a morte.

Tanti dubbi si stagliano anche sul procedimento che ha portato alla morte per impiccagione Mahmoud Ramadan, sinora l’unica sentenza eseguita. L’uomo era stato condannato per la morte di un adolescente nell’agosto del 2013, durante le proteste seguite al golpe militare, represse nel sangue. Ramadan aveva denunciato le torture subite in prigione per costringerlo a confessare, ma neanche l’intervento della Commissione dei diritti dell’uomo e dei popoli, che chiedeva ulteriori indagini, ha fermato il boia.

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