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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/03/2025

Ucraina - A Odessa ucciso uno dei killer neofascisti della strage alla Casa dei Sindacati

A Odessa, è stato ucciso Demyan Hanul – l’ex capo dell’organizzazione neofascista ucraina Pravi Sector e ritenuto uno degli organizzatori dell’assalto alla Casa dei Sindacati di Odessa del 2 maggio 2014, che provocò decine di vittime, alcune delle quali bruciate vive. Una persona sconosciuta gli ha sparato per strada e poi è fuggita. In un video, l’esecutore con calma, senza prestare attenzione ai testimoni che stavano nelle vicinanze e filmavano ciò che stava accadendo, ha ucciso Hanul con un colpo alla testa. Più tardi è stato arrestato dai militari ucraini.

La testata Interfax/Ucraina riferisce che il Ministro degli Affari Interni ucraino Ihor Klymenko ha preso sotto il suo personale controllo le indagini e la divulgazione pubblica di questo omicidio.

Il dirigente neofascista eliminato è legato a molti episodi cruenti: oltre alle morti nella Casa dei Sindacati di Odessa, ha partecipato alla demolizione di monumenti della Grande Guerra Patriottica, alle aggressioni di residenti di lingua russa. Hanul aveva molti nemici. Il giornale Pravda riferisce che nelle chat di Odessa la notizia è accolta con giubilo, a prescindere dalle convinzioni politiche.

Lo stesso giornale riferisce che questo è il secondo episodio del genere in tempi recenti: nel luglio 2024 a Leopoli, Iryna Farion, le cui attività hanno in gran parte portato all’emergere della base ideologica dell’attuale regime di Kiev, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco.

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03/05/2024

Una macchia indelebile in Europa

Il 2 maggio 2014 a Odessa una manifestazione antifascista, che protestava contro il golpe che a Kiev da poco aveva rovesciato il governo regolarmente eletto, fu aggredita da squadre armate di neonazisti. I manifestanti si rifugiarono nella casa dei sindacati, ma le bande neofasciste, spalleggiate dalla polizia, tirarono molotov che diedero fuoco all’edificio.

Poi poliziotti e nazisti presero a sparare su chi cercava di uscire dall’edificio in fiamme, e chi sfuggiva ai colpi di arma da fuoco veniva massacrato a sprangate.

Alle fine i morti ufficiali, tutti tra gli antifascisti, furono 48, ma decine e decine furono i dispersi mai più ritrovati, per cui le persone effettivamente uccise dai nazifascisti ucraini furono probabilmente più di 150.

Centinaia furono i feriti gravi, in quello che fu un vero e proprio pogrom, simile a quelli che avvennero in Ucraina e nei paesi baltici nel 1941, quando la Germania naziste invase l’Unione Sovietica. Allora i tedeschi e i loro collaborazionisti sterminarono ebrei e antifascisti.

Nel 2014 agli ebrei vennero sostituiti come vittime da ucraini di etnia russa, ma per il resto fu lo stesso. Tornavano ad uccidere gli eredi dei nazifascisti di Stepan Bandera, il Mussolini ucraino colpevole della morte di centinaia di migliaia di ebrei, polacchi, antifascisti, comunisti, divenuto eroe nazionale per il regime di Kiev.

La strage nazista di Odessa fu totalmente coperta dal governo ucraino, che rifiutò qualsiasi indagine su di essa e anzi considerò una provocazione il solo parlarne. I superstiti dovettero passare in clandestinità e fuggire all’estero per salvare le proprie vite di testimoni, mentre i suoi autori ed ispiratori fecero carriera nelle milizie neonaziste e negli apparati di sicurezza di Kiev.

La strage di Odessa venne ignorata e rimossa dalla UE e dai principali governi occidentali. Il più grave crimine nazifascista in Europa dal 1945 non ebbe alcun effetto sulle decisioni di governi che, nel nome della democrazia e della libertà, continuarono a sostenere incondizionatamente il regime di Kiev nei dieci anni di guerra che seguirono alla strage di Odessa.

Quando oggi i liberaldemocratici si indignano per la crescita diffusa del nazifascismo in Europa, fanno finta di non sapere che loro stessi hanno legittimato questa crescita.

Quando i mass media e i politici euroatlantici chiamano “combattenti della libertà” i tagliagole del battaglione Azov, essi legittimano gli assassini di Odessa, la cui strage impunita resta una macchia indelebile in Europa.

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23/07/2023

Guerra in Ucraina - Gli USA armano il "secondo tempo" della confroffensiva ucraina

di Francesco Dall'Aglio

Dopo un paio di settimane in cui la stampa inglese e statunitense pareva piuttosto scoraggiata e ipotizzava scenari foschi per il futuro, nuovo cambio di registro: Zelensky prima e Blinken poi hanno assicurato che la seconda fase dell'offensiva ucraina è sul punto di partire e che stavolta i risultati ci saranno. Particolarmente chiacchierone Blinken, che ha parlato ancora dei reparti addestrati in Occidente e degli equipaggiamenti forniti loro da "noi e circa 50 stati" che quando si metteranno in movimento faranno la differenza e "porteranno a cambiamenti", immagino della linea del fronte. Staremo a vedere, considerando che le esigenze ucraine di ottenere qualcosa sono sempre più forti, dopo ormai 50 giorni di controffensiva (la prima fase, evidentemente) e il mezzo fiasco del vertice di Vilnius.

Per ora l'Ucraina deve accontentarsi di successi d'immagine, come sempre: stamattina due Storm Shadow hanno colpito un deposito di munizioni e un deposito di carburante a Oktobrysky, in Crimea. I danni ovviamente ci sono e meglio sarebbe per i russi che non ci fossero, ma paragonati al trattamento riservato a Odessa nelle ultime notti si tratta di poca cosa.

La questione è sempre la stessa: le possibilità di escalation sono sempre a favore della Russia. Ora si discute se mandare gli MGM-140 ATACMS, missili balistici tattici con una gittata di 300 km che possono essere lanciati dagli HIMARS e dagli MLRS e sono disponibili sia con munizionamento a grappolo che con testata a frammentazione. Ne hanno parlato Biden e Zelensky e la Casa Bianca, tramite Sullivan, ha fatto sapere che la decisione spetta a Biden e che gli USA "sono disposti a correre dei rischi" per ciò che riguarda i futuri invii di materiale bellico in Ucraina, ma che terranno anche conto delle reazioni russe.

Se sulla stampa è riportato che se ne discute, significa molto probabilmente che la spedizione è già stata approvata: basteranno gli ATACMS per cambiare il corso del conflitto? Domanda retorica, risposta scontata.

Riguardo Odessa, visto che ne abbiamo accennato. Le quattro notti di attacchi missilistici al porto (alle quali dobbiamo aggiungere anche questa notte, visto che proprio mentre scrivo si segnalano lanci di missili ed esplosioni - almeno 12 finora) e alle infrastrutture non sono la rappresaglia per l'attacco ucraino al ponte di Crimea. Lo ha detto in televisione Evgeny Bužinsky, generale in pensione e tecnico piuttosto competente, ma non c'era bisogno del suo parere, per quanto autorevole.

Una campagna missilistica di quattro notti su una trentina di bersagli non si improvvisa in poche ore ed è chiaro che era stata preparata in anticipo e programmata per il giorno successivo alla scadenza degli accordi sul grano, così come l'attacco ucraino al ponte di Crimea era stato anch'esso programmato per quella data. Se la Russia si deciderà a una rappresaglia non è questa.

Al momento la minaccia di considerare ogni nave che entri nel Mar Nero diretta verso un porto ucraino come un potenziale bersaglio sta dando i suoi frutti: i siti che seguono la navigazione in tempo reale mostrano come, in quel quadrante, non si muova nulla e le poche navi presenti nei porti siano ferme - allego una schermata da marinetraffic presa proprio adesso.


C'è invece il solito traffico nel resto del Mar Nero, con in più una concentrazione di navi nella zona del delta del Danubio, davanti al porto romeno di Sulina. Alcune delle navi sono dirette in Ucraina, ma risultano ferme da giorni (per la cronaca: i puntini rosa che si vedono vicino alle coste ucraine non sono navi, sono segnalazioni di ostacoli, scogli, secche, boe eccetera). In risposta, anche l'Ucraina ha dichiarato che considererà tutte le navi che si muovono verso i porti russi come potenziali bersagli, ma è piuttosto improbabile che darà seguito alla minaccia e per ora non si segnala nessun problema.

Sulla questione del grano: secondo Erdoğan la Russia sarebbe disposta a rinnovare gli accordi se l'Occidente prendesse in considerazione le sue richieste, che sono sempre le stesse e sono state ripetute il 21 alle Nazioni Unite dal rappresentante permanente russo Dmitry Polyansky: rimozione delle sanzioni sui prodotti agricoli e sui fertilizzanti russi, ritorno di alcune banche russe nello SWIFT, possibilità di acquistare pezzi di ricambio e componenti meccanici per le macchine agricole e l'industria dei fertilizzanti, risoluzione dei problemi assicurativi per le navi russe, rimessa in funzione della condotta che trasporta nitrato d'ammonio. Rispettate queste condizioni, dice Polyansky, la Russia estenderà immediatamente gli accordi sul grano, ma stavolta non si accontenterà di promesse come un anno fa e vuole vedere passi concreti prima di impegnarsi.

Sempre a proposito di navi: esercitazioni navali congiunte tra Cina e Russia, con la partecipazione di 10 navi e 30 aerei. Lo scopo delle esercitazioni è principalmente quello di testare il sistema di comando congiunto tra le due flotte. Intanto, gli USA inviano nello stretto di Hormuz due nuovi gruppi navali, quello della USS Bataan e della USS Carter Hall, entrambe navi da assalto anfibio. Secondo il Telegraph, "La marina USA si prepara per la guerra nel Golfo persico". La colpa, ovviamente, è degli iraniani "che proprio non imparano mai". Un tempo almeno gli inglesi mandavano le loro cannoniere in giro per il mondo, ora si accontentano di tifare per quelle statunitensi.

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15/04/2023

Lettera aperta alla CGIL di un sopravvissuto al massacro di Odessa

Alexey Albu è un esponente dell’organizzazione politica della sinistra ucraina Borotba, perseguitata dal governo di Kiev dopo il 2014. È stato deputato regionale di Odessa prima di EuroMaidan ed è uno dei sopravvissuti e testimoni della strage del 2 maggio 2014, nella quale una quarantina di esponenti di sinistra e antifascisti vennero trucidati da bande di neonazisti ed ultrà afferenti a Pravy Sector all’interno della Casa dei Sindacati.

Alcuni giorni fa una delegazione italiana ha posato davanti al luogo del massacro di Odessa. Dopo aver visto la foto Albu ha scritto una lettera aperta in cui pone delle specifiche domande alla CGIL.

*****

La cooperazione tra le organizzazioni sindacali, la creazione di legami orizzontali tra i rappresentanti della classe operaia di diversi Paesi non può che essere accolta con favore. Tuttavia, quando ho visto una foto congiunta dei rappresentanti del sindacato italiano CGIL e del sindacato ucraino FTU sono stato colpito da una scossa elettrica: dopotutto, è stata scattata sullo sfondo della Camera dei Sindacati di Odessa, diventata una tomba collettiva per più di quattro dozzine di persone.

Io stesso ho vissuto questo terribile massacro compiuto dai radicali di estrema destra il 2 maggio 2014 a Odessa [avvertenza redazionale: le immagini a corredo di questo articolo sono particolarmente “forti”]. Sono miracolosamente fuggito dall’edificio in fiamme, ma sono stato aggredito e mi sono ritrovato con la testa rotta e numerose ferite. Pertanto per me la Casa dei Sindacati rimarrà per sempre il simbolo di una mostruosa tragedia, uno degli eventi più disgustosi del 21° secolo.

Oggi, la Casa dei Sindacati rimane una prova nelle indagini sull’omicidio di massa degli abitanti di Odessa. Tuttavia, è ancora utilizzata dall’organizzazione regionale di Odessa FTU per i propri scopi, il che è una grande bestemmia contro i morti.

Nella foto vedo una mia vecchia conoscenza, Vyacheslav Buratynsky. L’avevo incontrato nel Consiglio Regionale di Odessa, nel 2010, perché i nostri vicepresidenti erano vicini. Questa fotografia ha immediatamente resuscitato nella mia memoria i ricordi della Casa dei Sindacati in fiamme.

Mi sono ricordato di aver chiamato quest’uomo mentre cercavo una via d’uscita dall’edificio. Gli chiesi come potevamo trovare la porta sul retro. Come potevamo uscire dall’edificio in fiamme? Tuttavia, tutto ciò che ho sentito in risposta è stata una forte indignazione e lamentele sul fatto che non avevamo il diritto di entrare nel suo territorio.

Invece di salvare vite umane, il signor Buratynsky pensava a salvare la proprietà e ha rivolto la sua indignazione non a coloro che hanno organizzato e compiuto un crimine mostruoso, ma a coloro che cercavano di sfuggire a sadici e sociopatici con una visione del mondo radicale di destra.

Capisco che possa aver agito in base all’emozione e che, come molti, non avesse idea di come sarebbe finito il massacro. Non aveva idea delle dimensioni della tragedia, ma il fatto rimane e non lo dimenticherò mai.

Quando ho visto nella foto i rappresentanti del sindacato CGIL, in un primo momento ho pensato che non sapessero dove venivano fotografati. Tuttavia, ho ricordato centinaia di eventi commemorativi organizzati dagli antifascisti italiani. Ho ricordato come nella città di Ceriano Laghetto l’amministrazione, mostrando le sue migliori doti umane di compassione ed empatia, abbia intitolato una delle piazze della città “Ai martiri di Odessa”. Inoltre è stato eretto un monumento “In memoria dei martiri di Odessa”.

A seguito di questa polemica, ho una domanda che voglio porre pubblicamente ai rappresentanti della CGIL: Quando siete stati fotografati sullo sfondo del massacro di Odessa, sapevate dove eravate?

Spero che darete una risposta onesta e pubblica.

Alexey Albu

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11/06/2022

Guerra in Ucraina. L’Africa chiede lo sminamento dei porti. Sentenza capitale per tre mercenari a Donetsk. A Kyev arriva l’artiglieria

Sul grano l’Unione Africana torna a chiedere lo sminamento dei porti ucraini

Il presidente senegalese e presidente di turno dell’Unione Africana, Macky Sall, ha chiesto lo sminamento del porto ucraino di Odessa per consentire l’export dei cereali e ha aggiunto di aver ricevuto rassicurazioni dal presidente russo Putin, che i russi non ne approfitteranno per sbarcare nella regione di Odessa.

Se le esportazioni di grano non riprenderanno, l’Africa “sarà in una situazione di carestia molto grave che potrebbe destabilizzare il continente”, ha detto in un’intervista ai media francesi France 24 e RFI. Il continente africano è fortemente dipendente dalle importazioni di grano ucraine e russe e dai loro fertilizzanti, essenziali per la sua agricoltura.

“Se i fertilizzanti non arrivano quando è inverno (la stagione delle piogge) nella maggior parte dei Paesi africani, significa che non ci sarà raccolto”.

La scorsa settimana il presidente dell’Unione Africana ha incontrato a Mosca Putin. “Fino a quando non avrò dimostrazione del contrario, non ho elementi per contraddire le assicurazioni di Mosca che non cercherà di bloccare il grano ucraino se le acque saranno ripulite dalle mine”.

“Gliel’ho anche detto: gli ucraini dicono che se rimuovono le mine, loro (i russi) entreranno nel porto. Lui assicura che, no, non entreranno, ed è un impegno che ha preso”, ha aggiunto. “Ora dobbiamo lavorare all’eliminazione delle mine, alla partecipazione dell’Onu e di tutte le parti interessate, per iniziare a portare fuori il grano ucraino”.

A Donetsk sentenza capitale per tre mercenari stranieri

La corte suprema della Repubblica Popolare del Donetsk ha condannato a morte i mercenari britannici Aiden Aslin e Shaun Pinner, e Saaudun Brahim, marocchino, catturati al fronte mentre combattevano con l’esercito ucraino. L’agenzia Donetsk news riferisce che i tre mercenari sono stati accusati in base a quattro articoli del Codice penale della Repubblica Popolare del Donetsk: commissione di reati da parte di un gruppo di persone, colpo di stato violento e mantenimento del potere con la forza, mercenarismo e addestramento per attività terroristiche. I mercenari si sono dichiarati colpevoli delle accuse.

Il tribunale ha emesso le sentenze di morte in modo cumulativo. “Il verdetto di colpevolezza si basa sulle prove fornite dall’accusa, senza contare che gli imputati si sono dichiarati colpevoli per tutti i capi d’accusa. Le prove dimostrano che le accuse non si basano esclusivamente sulla loro confessione”.

“Nell’emettere il verdetto, la corte è stata guidata non solo dalle norme e dalla condotta prescritte, ma anche dal principio chiave inviolabile della giustizia. È questo principio che ha permesso alla corte di prendere questa decisione difficile e piuttosto dura sulla pena capitale per gli imputati”, ha dichiarato ai giornalisti il presidente del tribunale Alexander Nikulin.

I mercenari britannici e quello marocchino hanno il diritto di chiedere la grazia.

Il governo di Boris Johnson si è detto “profondamente preoccupato” per la condanna a morte inflitta da una corte del Donetsk ai due mercenari britannici e a un commilitone marocchino. “Abbiamo ripetutamente detto che sono prigionieri di guerra, che non vanno strumentalizzati a scopi politici e che hanno diritto all’immunità in base alla Convenzione di Ginevra”, ha commentato un portavoce di Downing Street.

Poche settimane fa un tribunale ucraino, anche qui con un processo-lampo, ha condannato all’ergastolo un soldato russo catturato al fronte. Altri due soldati russi catturati sono stati condannati a 11 anni di carcere.

Ucraina in difficoltà sul fronte militare. Arriva l’artiglieria dall’estero

Le truppe russe hanno guadagnato terreno nei pressi di Komyshuvakha, un villaggio vicino alla città di Popasna nell’Oblast di Luhansk, e del villaggio di Roty nell’Oblast di Donetsk, ha dichiarato lo Stato Maggiore ucraino. Le forze armate russe stanno ancora assaltando Severodonetsk per ottenere il pieno controllo della città, ma senza successo, ha aggiunto lo Stato Maggiore ucraino citato da Kyev Indipendent.

Le unità della Repubblica popolare di Donetsk (DPR), nell’Est dell’Ucraina, si stanno avvicinando a Sloviansk, ha annunciato il quartier generale della Difesa territoriale della DPR, sul proprio canale Telegram, rilanciato dall’agenzia Ria Novosti. “Stiamo avanzando in direzione Sloviansk”, si legge nel messaggio, in cui le milizie dei separatisti filo-russi rivendicano di aver liberato con l’aiuto delle forze armate russe 235 insediamenti nella Repubblica del Donetsk.

“È una guerra di artiglieria ora e in questi termini la stiamo perdendo”, “Tutto dipende da quello che l’Occidente ci dà”, è quanto affermato da Vadym Skibitsky, vicecapo dell’intelligence ucraina in una intervista al The Guardian. “L’Ucraina ha un pezzo di artiglieria ogni 10-15 pezzi di quella russa. I nostri partner occidentali ci hanno dato circa il 10% di quello che hanno”, ha aggiunto, precisando che le forze di Kiev usano 5-6 mila colpi di artiglieria al giorno.

“Abbiamo quasi esaurito tutte le nostre munizioni – ha confessato Skibitsky – e ora stiamo usando proiettili standard Nato calibro 155. Anche l’Europa fornisce proiettili di calibro inferiore, ma man mano che li esaurisce, la quantità sta diminuendo”.

Mykhailo Podoliak, aiutante del capo di gabinetto del presidente Zelenski, ha dichiarato alla BBC che l’Ucraina sta perdendo tra i 100 e i 200 soldati al giorno. Qualche giorno fa, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy aveva dichiarato che la situazione nell’est del Paese era “molto grave” e che, secondo lui, l’esercito ucraino perde tra i 60 e i 100 soldati ogni giorno al fronte, senza contare i feriti.

Per Podoliak una delle ragioni principali dell’elevato numero di vittime tra i soldati ucraini è la mancanza di parità tra le capacità militari ucraine e russe. Tale parità potrebbe essere raggiunta se l’Ucraina ricevesse centinaia di sistemi di artiglieria dall’Occidente.

Il 9 giugno, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha pubblicato una foto di un obice M777 da 155 millimetri mentre viene caricato su un aereo in rotta verso l’Ucraina. Il giorno prima, il Ministero della Difesa norvegese ha annunciato di aver consegnato all’Ucraina 22 unità di artiglieria semovente M109. L’obice semovente AHS Krab progettato in Polonia è il quinto tipo di artiglieria da 155 mm che l’Ucraina ha ricevuto dai suoi alleati, ha riferito il Ministro della Difesa Oleksiy Reznikov.

Mosca risponderà immediatamente se la Russia verrà attaccata con sistemi d’arma a lungo raggio, ha dichiarato giovedì al canale televisivo Rossiya-24 il capo della delegazione russa ai negoziati sulla sicurezza militare e il controllo degli armamenti a Vienna, Konstantin Gavrilov.

“Abbiamo posto l’accento in particolare sulla consegna all’Ucraina di obici a lungo raggio e di HIMARS MLRS che minacciano non solo il Donbass ma anche la Russia. Abbiamo esposto chiaramente la posizione della Russia: se la Federazione Russa viene attaccata con questi sistemi a lungo raggio, la risposta contro i centri decisionali sarà immediata”, ha sottolineato Gavrilov.

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10/05/2022

Guerra in Ucraina - Offensiva russa nel sud e nell’est. Colpita Odessa, presidente europeo nei rifugi. Su aborto e contraccezione problemi per le donne ucraine in Polonia

Il fronte militare

Le forze armate russe hanno continuato la loro offensiva nell’Est e nel Sud del Paese. Fonti ucraine confermano che nella regione di Lugansk, una delle due aree del Donbass dichiaratesi indipendenti, si stanno svolgendo battaglie molto intense intorno a Rubizhne e Bilogorivka. Mariupol, è ormai sotto il controllo totale dei russi. Le milizie repubblicane di Lugansk hanno confermato di aver preso il controllo dell’insediamento di Popasna, intorno al quale continuerebbero però gli scontri con le forze ucraine.

I miliziani ucraini ancora assediati nelle acciaierie Azovstal hanno escluso ogni possibilità di resa. “Arrenderci non è un’opzione perché la Russia non si preoccupa delle nostre vite. Non si preoccupa di lasciarci in vita”, ha affermato Ilya Samoilenko, un ufficiale dei servizi segreti ucraini.

I civili che erano presenti nell’enorme stabilimento sarebbero stati tutti evacuati. Lo stato maggiore ucraino ha riferito di “operazioni d’assalto russe” contro la fabbrica, con “il supporto dell’artiglieria e il fuoco dei carri armati”.

Odessa. Il presidente europeo Michel di corsa nei rifugi

L’Ovest dell’Ucraina continua a essere bersaglio di attacchi missilistici, il cui principale obiettivo è ostacolare la consegna di armi occidentali alle forze di Kiev, colpendo i depositi dove vengono stoccate e il sistema dei trasporti. Un nuovo attacco su Odessa ha costretto anche il presidente del Consiglio europeo Michel, arrivato a sorpresa in città, a interrompere l’incontro con il primo ministro ucraino, Denys Chmygal, e a correre rapidamente in un rifugio.

Tre missili Kinzhal – i nuovi missili ipersonici della Russia – sono stati lanciati da un aereo su un edificio che ufficialmente risulta essere un hotel nella zona di Odessa, colpito anche un centro commerciale con altri sette missili.

Niente aborto o contraccezione per le donne ucraine rifugiatesi in Polonia

È stato The Guardian a sollevare un problema concreto con cui stanno facendo i conti molte donne ucraine rifugiatesi in Polonia a causa della guerra. Più di 2 milioni di ucraini hanno trovato rifugio in Polonia dall’inizio della guerra a febbraio, la maggior parte di loro sono donne con bambini.

“Mentre i due paesi condividono storia, cultura e un confine, l’accesso delle donne alla salute riproduttiva è radicalmente diverso” scrive il Guardian“In Ucraina, gli aborti sono legalmente forniti su richiesta nelle prime 12 settimane di gravidanza, la contraccezione orale è venduta al banco senza prescrizione e la pillola del giorno dopo è facilmente disponibile. In Polonia, l’aborto è quasi completamente fuori legge e l’accesso alla contraccezione è classificato come il peggiore in Europa, secondo il Forum parlamentare europeo. Molti medici si rifiutano di prescrivere la contraccezione d’emergenza o anche gli IUD (dispositivi intrauterini) per motivi etici, sostenendo che sono simili a un aborto”.

Biden ancora arrabbiato con i giornali

Secondo la CNN, il presidente americano Joe Biden ha intimato ai vertici della sicurezza di mettere fine alla fuga di notizie sulla condivisione da parte degli Usa di informazioni di intelligence con l’Ucraina. Le notizie finite sul New York Times e il Washington Post hanno mandato su tutte le furie Biden. La CNN citando una fonte interna, ha fatto sapere che il capo della Casa Bianca la settimana scorsa ha parlato con il segretario alla Difesa, Llyod Austin, il direttore della Cia William Burns e il direttore dell'intelligence nazionale Avril Haines, dopo che sui media era circolata la notizia che informazioni fornite dagli Usa avevano aiutato gli ucraini a uccidere generali russi e affondare l’incrociatore russo Moskva (con un velivolo partito dalla base Usa di Sigonella, in Italia, ndr). Biden ha preteso che queste fughe di notizie finiscano. Interpellata in proposito la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha riferito che il presidente era “contrariato” e le considerava “errate”.

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08/05/2022

Guerra in Ucraina - Conclusa evacuazione civili da Azovstal. La Nato blocca proposta negoziato. Missili su Odessa. Bombardamenti in Transnistria

Evacuati tutti i civili dall’acciaieria Azovstal. Restano assediati i miliziani e...

Il ministero della Difesa russo ha confermato ieri sera che si è conclusa l’evacuazione dei civili dalla Azovstal di Mariupol. “L’operazione umanitaria che consisteva nell’evacuare civili pacifici dall’accieria Azovstal si è conclusa oggi”, ha spiegato Mikhail Mizintsev, direttore del Centro di controllo della Difesa russa. “Nell’evacuazione, iniziata il 5 maggio, sono state soccorse 51 persone (18 uomini, 22 donne e 11 bambini)”, ha aggiunto Mizintsev precisando che “solo una persona è stata soccorsa oggi”. Anche la vice premier ucraina, Iryna Vereshchuk ha confermato su Telegram che tutte le donne, i bambini e gli anziani che si trovavano all’interno dell’acciaieria Azovstal di Mariupol sono stati evacuati. Poco prima le forze della Repubblica di Donetsk avevano riferito che altre 50 persone erano state evacuate dal complesso siderurgico. I civili evacuati che volevano partire per le zone controllate da Kiev sono stati consegnati ai rappresentanti dell’ONU e del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Parlando della situazione a Mariupol, Zelensky ha detto che sono ancora in corso gli sforzi per evacuare “tutti gli eroi che difendono” la città. Poi in modo piuttosto sibillino ha sottolineato che “Quest’obiettivo è estremamente difficile. Ma è importante. Sono sicuro che tutti comprendano la causa principale di queste complicazioni, così come quale sia la causa”, confermando così che “il problema” è chi è rimasto intrappolato dentro l’Azovstal circondata dalle truppe russe. Certamente i miliziani nazisti del battaglione Azov, con i quali è prevista una “resa dei conti” attesa da anni, ma anche consiglieri militari e “mercenari” dei paesi Nato la cui cattura sarebbe motivo di serio imbarazzo per molti governi occidentali.

La Nato stoppa bruscamente ogni ipotesi di negoziato

La Nato ha sbarrato unilateralmente la strada all’apertura negoziale avanzata dal presidente ucraino Zelenski. In una intervista al quotidiano tedesco Die Welt il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg ha affermato che “l’Ucraina deve vincere questa guerra perché difende il suo territorio. I membri della Nato non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea. Ci siamo inoltre sempre opposti al controllo russo su parti del Donbass nell’Ucraina orientale”. Stoltemberg ritiene che la guerra della Russia contro l’Ucraina non finirà presto, ma che l’Ucraina la vincerà con l’aiuto dell’Alleanza Atlantica “anche se ci vorranno mesi o anni” per battere Putin. E rimarca la volontà di “fare tutto il possibile” perché il conflitto non si espanda.

Il fronte militare

L’aeroporto di Odessa e una fabbrica sono stati oggetto di un nuovo bombardamento con missili russi e le autorità locali hanno annunciato il coprifuoco per lunedì 9 maggio, giorno della celebrazione della vittoria nella seconda guerra mondiale.

Nella regione di Luhansk si starebbero intensificando gli scontri a Popasna che sarebbe per la maggior parte sotto il controllo dei militari russi. Il governatore regionale ucraino, Serhiy Gaidai, ha ammesso questa mattina che le forze armate dell’Ucraina si sono ritirate dall’area di Popasna.

Bombardamenti da droni sulla Transnistria

Si segnalano bombardamenti in Transnistria. Quattro esplosioni sono avvenute venerdì sera in Transnistria, regione separatista filorussa nell’area orientale della Moldova, nei pressi del confine con l’Ucraina. A provocare le esplosioni sarebbero stati degli ordigni sganciati da un drone probabilmente arrivato dall’Ucraina. “Quattro esplosioni si sono verificate vicino al villaggio di Voronkovo, distretto di Rybnitsa, nell’area dell’ex aeroporto. La sera del 6 maggio, intorno alle 21:40 (le 20:40 in Italia), i primi due ordigni esplosivi sarebbero stati sganciati da un drone. Un’ora dopo è avvenuto un attacco analogo”, si legge in una nota pubblicata sul canale Telegram del ministero dell’Interno. Il rischio di un allargamento del conflitto si va palesando.

I fondi Usa per le armi all’Ucraina si “esauriscono” velocemente

Dagli Usa arriveranno aiuti militari all’Ucraina per altri 150 milioni di dollari. Si tratta soprattutto di munizioni per l’artiglieria e di radar, ma i fondi destinati alle armi per Kiev sono già praticamente finiti, ha detto Biden. È evidente che la distruzione di molti rifornimenti militari stranieri da parte dei russi sta creando problemi. “Il Congresso deve rapidamente sbloccare il pacchetto richiesto per rafforzare l’Ucraina sul campo di battaglia e sul tavolo del negoziato”, ha chiesto il presidente americano riferendosi al pacchetto da 33 miliardi di dollari proposto al Parlamento Usa.

Fonte

29/04/2022

Venti di guerra: su Wikipedia la strage di Odessa del 2014 diventa un “casuale incendio”

Il 2 maggio 2014, a Odessa, avvenne una terribile strage, ad opera di sostenitori del governo golpista guidati da squadre di neonazisti ucranini, davanti e all’interno della Casa dei sindacati, che ufficialmente provocò 48 vittime ma che, secondo stime non ufficiali, potrebbero essere state anche 150, cui vanno aggiunti diversi centinaia di feriti scampati per poco all’eccidio.

Le autorità ucraine non effettuarono alcuna indagine approfondita come accertato da un rapporto delle Nazioni Unite.

Ebbene, se andate a vedere ora la pagina di Wikipedia sulla strage alla Casa dei sindacati di Odessa del 2014 scoprirete che è stata stravolta già a partire dal titolo della pagina che da “Strage di Odessa” è stato cambiato in “Incendio della Casa dei sindacati di Odessa”. Anche il contenuto stesso della pagina è stato completamente cambiato e stravolto.

Se nella versione precedente la “strage di Odessa” veniva definita: “un massacro avvenuto il 2 maggio 2014 ad Odessa presso la Casa dei Sindacati, in Ucraina, ad opera di estremisti di destra, neonazisti e nazionalisti filo occidentali ucraini ai danni dei manifestanti sostenitori del precedente governo filo russo”, nella nuova versione troverete scritto: “il rogo di Odessa è un incendio verificatosi a seguito di violenti scontri armati fra fazioni di militanti filo-russi e di sostenitori del nuovo corso politico ucraino”.

Il numero delle fonti utilizzate è sceso da 23 a 13 e sono cambiate quasi tutte ad eccezione di un paio (evidentemente utili alla nuova versione). Peraltro, le fonti utilizzate nella versione precedente alla modifica comprendevano rapporti dell’ONU oltre una serie articoli di testate mainstream di carattere nazionale e internazionale quali il New York Times, Bloomberg, Panorama e Radio Free Europe.

Sulla strage alla camera del lavoro di Odessa vedi qui.

Fonte

24/04/2022

Guerra in Ucraina - Deliri di onnipotenza di Zelenski. Missili russi su Odessa. Amerikani a Kiev. Sottosegretaria Usa non esclude l’uso di armi nucleari

Odessa ieri è stata colpita da un attacco missilistico che avrebbe provocato almeno tre morti riferiscono le autorità ucraine. Anton Gerashchenko, consigliere del ministro dell’Interno ucraino, ha affermato che le forze russe hanno lanciato almeno sei missili da crociera sulla città.

Le forze armate russe hanno distrutto un terminal logistico in un aeroporto militare vicino a Odessa, dove era immagazzinato un lotto di armi provenienti da paesi stranieri.

Lo ha annunciato il portavoce del Ministero della Difesa della Federazione Russa, il maggiore generale Igor Konashenkov. Secondo Mosca, nel deposito c’erano armi consegnate a Kiev da Usa e Unione Europea.

“Malgrado l’intensificarsi dell’attività militare, le forze russe non hanno fatto significativi passi avanti nelle ultime 24 ore a causa dei contrattacchi ucraini che ne ostacolano gli sforzi“, si legge in una nota della Defence Intelligence di Londra, citato da vari media fra cui la Bbc.

Ma, secondo l’Ansa, le valutazioni dell’intelligence britannica sembrano, però smentite da Kiev che riferisce che le forze russe hanno conquistato decine di piccoli centri del Donbass, dove continuano intensi i combattimenti nelle regioni di Donetsk e Lugansk.

Olena Symonenko, consigliera dell’ufficio di presidenza ucraina, in commenti in tv ha detto che in 24 ore sono caduti in mano russa non meno di 42 piccoli centri solo nella regione di Donetsk.

Secondo una nota diffusa dalle forze armate ucraine due generali russi sono stati uccisi durante un attacco ucraino a un posto di comando nei pressi di Kherson, città occupata dalle forze di Mosca. Un terzo generale sarebbe in condizioni critiche.

La Russia denuncia nuove operazioni come Bucha

L’agenzia russa Tass riferisce che secondo Mikhail Mizintsev, capo del Centro di gestione della difesa nazionale della Russia il Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU) e i servizi speciali del Regno Unito stanno “tramando una provocazione a Lisichansk simile a quella di Bucha, ha detto sabato. I rappresentanti dei mass media che hanno preso parte alle riprese inscenate a Bucha sono arrivati in città”, ha detto il funzionario russo.

“Avvertiamo in anticipo il cosiddetto Occidente civilizzato che questi falsi da parte delle autorità di Kiev sulle presunte ‘atrocità russe’ saranno presto diffusi ampiamente attraverso i media occidentali“, ha aggiunto.

Il ministero della Difesa russo ha rivelato scenari di provocazioni da parte degli Stati Uniti contro la Russia con l’uso di armi di distruzione di massa

La Russia, secondo l’agenzia russa Ria Novosti, ha anche dati su una provocazione vicino al porto di Odessa di Yuzhny. Secondo Mizintsev, “lo scenario più probabile di messa in scena potrebbe essere un attacco missilistico simulato sulla base navale occidentale della Marina ucraina, che farebbe saltare in aria il magazzino frigorifero del porto, che si trova a 500 metri dalla struttura militare“.

Secondo il ministero russo, un’autocisterna contenente dieci tonnellate di ammoniaca è stata consegnata al sito da Odessa il 18 aprile per realizzare l’operazione.

Zelenski evoca per l’Ucraina una Israele in Europa

Zelensky ha affermato che i partner occidentali hanno finalmente iniziato a fornire a Kiev le armi di cui ha davvero bisogno. “Siamo stati ascoltati finalmente” e l’Ucraina sta ricevendo “esattamente quello che abbiamo chiesto“.

Ma nella conferenza stampa con i giornalisti stranieri, il presidente ucraino Zelenski ha detto qualcosa di decisamente inquietante, affermando testualmente che: l’Ucraina vivrà in uno stato di “prontezza militare” come Israele per anni.

“Siamo già diventati un Paese di questo tipo. Siamo un Paese che sa di doversi difendere. Penso che una volta che avremo vinto avremo l’esercito più forte e, per quanto riguarda le garanzie di sicurezza, saremo uno dei più forti Paesi d’Europa”, ha continuato Zelensky.

In preda ormai a deliri di onnipotenza, Zelenski ha anche criticato il Segretario dell’Onu Guterres perché andrà prima a Mosca e poi a Kiev.

È “sbagliato” e appare “illogico” che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, incontri prima Vladimir Putin a Mosca e poi si rechi a Kiev. Lo ha dichiarato in conferenza stampa il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.

“Così sembra che Guterres voglia mandarmi il messaggio di Putin, invece se vuole conoscere la situazione deve prima venire qui e poi parlarne con Putin, non troverà cadaveri sulla Kutuzovsky Prospekt“, ha detto Zelensky, “bisogna chiarire di avere ben presente chi sia l’aggredito e chi sia l’aggressore“.

Dichiarazioni, quelle del presidente ucraino, che pongono legittimamente una domanda: siamo sicuri che nel futuro dell’Europa non sarà l’Ucraina una minaccia più grave della stessa Russia?

Sottosegretaria Usa non esclude l’uso delle armi nucleari

Il presidente ucraino ha anche annunciato che oggi arrivano a Kiev il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, e il segretario per la Difesa, Lloyd Austin.

In una intervista alla European Pravda, la sottosegretaria di Stato statunitense Vittoria Nuland (ex ambasciatrice Usa a Kiev e regista del colpo di stato del 2014, ndr), rispondendo ad una domanda se sia possibile che si arrivi all’uso delle armi nucleari ha affermato che “Nessuno può escluderlo. Dato che Vladimir Putin ha già ordinato crimini di guerra terribili e brutali, tutto potrebbe accadere. Potrebbero essere usati diversi tipi di armi catastrofiche“.

Victoria Nuland ha sottolineato come gli Usa in modo molto determinato stiano cercando di rendere “consapevole” il Cremlino che una simile ipotesi “sarebbe catastrofica non solo per l’Ucraina e il mondo” ma anche per “Putin e la Russia“.

Fonte

27/12/2019

Guerra, colonialismo, razzismo, autoritarismo ed austerity: la grande rimozione europea

La storia dei paesi europei dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni è costellata di orrori, tragedie e buchi neri e noi – proprio mentre è appena trascorso il cinquantennale della strage di piazza Fontana – ne sappiamo qualcosa.

Lungi dall’aver segnato una discontinuità rispetto a quella storia, l’Unione Europea, così come è stata concepita e strutturata, sembra incarnare e rendere ancora più oscuri/e complessi/e i vizi e le dinamiche della solita vecchia Europa.

Il lato oscuro della Francia

”Si des Arabes se promènent in a forét, le printemps i n’a rien ay voir. Ce ne peut étre que pour assassiner leurs contemporains” [1] scriveva, con ironia mista a dolore, Albert Camus nel maggio del 1947. Nella Francia del dopoguerra quelli che osserva lo scrittore sono “segni”: un titolo di giornale che suona già come condanna di un cittadino di origini arabe sospettato d’omicidio e che sottende il pregiudizio che se si è arabi e si passeggia per un bosco, la ragione non può essere la primavera.

Che cosa “segnalavano” per Camus quei segni? Segnalavano come si sta diffondendo la «malattia stupida e criminale» del razzismo. Ebbene, 14 anni dopo, il 17 ottobre del 1961, circa 30.000 persone sfilavano pacificamente per le vie di Parigi. I cortei, che avevano l’intenzione di raggiungere il centro della città, erano costituiti da donne, uomini e bambini; furono aggrediti dalla polizia a colpi di pistola e di armi da fuoco, vennero uccisi, gettati vivi nella Senna ed alcuni furono ritrovati impiccati nei boschi. I morti furono quasi 300 più alcune migliaia di feriti.

Quello fu, forse, il più grave massacro di lavoratori avvenuto in Europa nel secolo scorso. Perché quel massacro è così poco ricordato e/o dimenticato? La risposta è semplice: perché le vittime erano tutte algerine. Si trattava di immigrati, di gente proveniente da quella parte del mondo considerata come una civiltà inferiore alla “civiltà occidentale”. Quello stesso Occidente che, anche dopo la seconda guerra mondiale, ha continuato e continua ancora a seminare morte, distruzione e guerre ovunque nel mondo.

I valori della rivoluzione francese del 1789 sono ancora ritenuti, dai più, fondativi delle democrazie occidentali e dell’Europa moderna. Ma come possiamo non vedere che un conto è stata la Francia “dei lumi” e un altro è stata la Francia colonialista?

Come possiamo non vedere che le democrazie occidentali si trovano dentro la pancia le pancia le missioni militari in Iraq, in Afghanistan ed in tanti altri luoghi sotto l’egida di un’alleanza politica-militare aggressiva – la NATO – sempre meno compatta ma ancora attiva e costituente una minaccia terribile e potente per ogni paese libero o che aspiri ad essere tale?

Oggi la Francia ha rilanciato il suo progetto neocolonialista e le sue truppe sono presenti in molte parti del mondo, soprattutto nelle sue ex colonie, in cui interferisce pesantemente negli affari interni, rovesciando gli eventi e imponendo uomini di propria fiducia per appropriarsi delle risorse di quei paesi. E se la Libia è diventata un inferno, lo si deve anche e soprattutto alla politica estera aggressiva e neocoloniale della Francia che, in ciò, ha potuto avvalersi del decisivo intervento della NATO.

Non è bastato sapere che un secolo di dominio francese, solo in Algeria, causò un milione di morti.

La Spagna puzza ancora di franchismo

In Spagna, ad esempio, la puzza del franchismo è ancora fortissima. Il processo eminentemente politico al quale il tribunale supremo ha sottoposto gli indipendentisti catalani, le decine di aggressioni ai giornalisti di cui si è resa protagonista la polizia e l’uso indiscriminato delle pallottole di gomma, hanno spinto in un numero crescente di osservatori a denunciare la persistenza di vizi antichi nelle attuali istituzioni statali.

È il caso della deputata portoghese Joana Mortágua (del Bloco de Esquerda), che ha affermato: “Madrid rischia di rimanere dal lato sbagliato della storia. Sembra che la Spagna non abbia imparato niente né da mezzo secolo di dittatura, fondato su un ferreo spagnolismo, né dalla repressione violenta della realtà nazionale. Il castiglianismo, che fu l’arma dell’aristocrazia, ora è usato per servire gli interessi della élite economica in una Spagna unica diretta da Madrid”. Invece di essere messo al bando, il nazionalismo spagnolo viene oggi usato senza risparmio, anche al di fuori della sua area di provenienza. Secondo la deputata portoghese “È inevitabile scorgere in questo atteggiamento sia il fatto che la democrazia non ha imparato la lezione, sia l’avvicinamento del PSOE allo spagnolismo più reazionario, che ha sempre animato i partiti di destra. Comunque sia la questione, il governo spagnolo non può negare la sua deriva autoritaria.”[2]

Una violenza brutale di Stato che hanno subito per decenni anche gli indipendentisti baschi sottoposti in massa a terribili torture, esecuzioni stragiudiziali e carcerazioni durissime in esito a processi sommari o lunghe dentezioni “amministrative”.

La guerra alla ex Jugoslavia è stata uno spartiacque

La notte tra il 23 e il 24 marzo del 1999, la NATO diede avvio al primo dei 78 giorni di bombardamenti sull’allora Repubblica Federale di Jugoslava, a Belgrado, Serbia odierna. L’obiettivo politico-militare era lo smembramento della Jugoslavia, inserito in un piano più grande di generale frammentazione di quei territori che, dalla caduta del muro di Berlino in poi, si trovarono nella complicata condizione di essere quella ex-terra di mezzo tra i due blocchi protagonisti della Guerra fredda, e quindi preda di Usa, NATO e nascente Unione europea. Quei 78 giorni posero fine ad una guerra sanguinosa e fraticida tra popoli e persone che, fino alla fine degli anni ottanta, avevano convissuto pacificamente.

Per 78 giorni furono bombardate le città, le fabbriche come a Kraugujevac e Pancevo, i ponti sul Danubio, le ferrovie mentre transitavano i treni, con molti morti, feriti e profughi che nessuno ha voluto vedere. Una ben precisa cortina di silenzio coprì ciò che che è stato fatto alla fabbrica Zastava che produceva componenti per la FIAT e che fu ridotta ad un mucchio di macerie. Perché la zona dell’azienda è quella della città di Kragujevac – un tempo centro propulsivo dell’industria pesante jugoslava – che gli aerei della NATO, durante la guerra di aggressione, misero a ferro e fuoco e su cui scaricarono tonnellate di bombe.

La fabbrica Zastava venne distrutta: persero così la propria occupazione 38.000 operai, con ripercussioni sull’economia di almeno 100.000 persone. Inoltre, nei bombardamenti furono uccise circa 200 persone e furono distrutte almeno 800 abitazioni, tra case ed appartamenti; oltre alla Zastava furono ovviamente distrutte altre fabbriche, istituzioni culturali, scuole, presìdi sanitari ed altro.

La chiamano “esportazione della democrazia”. L’uranio impoverito contenuto nelle bombe e nei proiettili utilizzati dalla Nato durante i bombardamenti aerei contro la Federazione Jugoslava nella primavera del 1999 è stata la principale causa dell’impennata delle morti per cancro registrata nel sud della Serbia.

Gli Stati Uniti, con la promozione dell’UCK (sigla albanese delle forze indipendentiste kosovare) da organizzazione terroristica a paladini della libertà, diedero mano libera a questi ultimi di alzare la tensione nella regione e giustificare così l’intervento armato “umanitario” per mezzo della NATO. Il mancato accordo dei colloqui di Rambouillet, fu la trappola finale. Una proposta irricevibile per le Repubbliche rimaste federate in cui, tra le altre cose, si “chiedeva” a queste ultime la piena agibilità militare della Nato sul proprio territorio.

Nel 2014, gli uomini dell’UCK, che governano in Kossovo con metodi apertamente mafiosi, sono stati accusati dal Tribunale Penale Internazionale di crimini contro l’umanità e di pulizia etnica.

Peraltro, quel marzo del 1999 registrò, per noi italiani, un salto di qualità importante: il neo governo capeggiato da D’Alema, sostenuto tra gli altri dal PdCI di Cossutta, certificò la sudditanza della “sinistra” italiana alla NATO e all’aggressione armata all’ex Jugoslavia. Sulla stessa linea si schierarono Cgil, Cisl e Uil ed il mondo dell’”associazionismo”.

Tutti insieme si allinearono con la «dolorosa necessità» menzionata dall’allora segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati, di quell’attacco militare. Tra le altre cose, i dati finanziari della “Missione Arcobaleno” – una missione umanitaria del valore di 32 miliardi di lire messa in piedi dal governo – rendono di sicuro più chiaro le ragioni profonde di un tale posizionamento.

“Per me la Jugoslavia era l’Europa [...] La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l’Europa del futuro. Non l’Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con la sua zona di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l’una con l’altra, soprattutto come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l’Europa, per come io la vorrei. Pertanto, in me l’immagine dell’Europa è stata distrutta dalla distruzione della Jugoslavia“.

Così scrisse Peter Handke all’indomani dei bombardamenti sulla Serbia e, per quelle parole, divenne un “reietto” subendo un ostracismo quasi trentennale da parte dell’intera comunità culturale ed accademica europea ed occidentale.

L’aggressione e i bombardamenti contro la Federazione Jugoslava (quella tra Serbia e Montenegro), furono l’ultima guerra del XX Secolo e la “prima guerra in Europa” alla vigilia del nuovo secolo. Non fu responsabilità solo degli Stati Uniti, perché tutte le maggiori potenze europee (Germania, Italia, Gran Bretagna, Francia) presero parte attivamente all’aggressione attraverso una risoluzione della NATO che aveva aggirato ogni eventuale ostacolo da parte dell’ONU.

“Quell’aggressione porta la responsabilità di quello che fu definito “l’Ulivo mondiale”, infatti i capi di stato dell’epoca erano tutti dell’area liberal e socialdemocratica: Clinton, Schroeder, Jospin, Blair e D’Alema. Per la nascente Unione Europea, l’aggressione alla Jugoslavia fu una sorta di “guerra costituente” nella quale le potenze europee – Germania e Francia soprattutto – non intesero lasciare tutto lo spazio di manovra agli Stati Uniti per una guerra sostanzialmente alla periferia dell’Europa. In questo senso l’aggressione alla Jugoslavia diventerà uno spartiacque tra un prima e un dopo nelle relazioni transatlantiche (la cui crisi diventerà più leggibile quattro anni dopo con lo smarcamento di Francia e Germania dall’invasione Usa dell’Iraq). I bombardamenti su Belgrado e le altre città serbe (tra cui i ponti sul Danubio, lo stabilimento della Zastava di Kragujevac presidiato dagli operai, il petrolchimico di Pancevo che inquinò per anni tutta la regione), furono preceduti e seguiti da una imponente – e umiliante per molti giornalisti onesti – campagna mediatica volta a demonizzare la Serbia e la popolazione serba, a far credere all’opinione pubblica mondiale che i Serbi stessero ponendo in atto, scientemente e con premeditazione, un tentativo di genocidio ai danni della popolazione kosovara di etnia albanese.”[3]

Come non ricordare la coraggiosa diretta Tv di Michele Santoro dai ponti di Belgrado, dove la popolazione si affollava offrendosi come bersaglio per impedire che venissero bombardati dagli aerei e dai missili della Nato? Oppure le isolate corrispondenze Rai di Ennio Remondino? I cartelli e le spillette indossate dai civili serbi riproducevano l’immagine del “Target”, il bersaglio, che divenne ben presto il simbolo di chi si opponeva alla guerra.

La strage di Odessa del maggio 2014: un massacro impunito

Il 2 maggio di 5 anni fa si consumava uno dei più efferati e sanguinosi delitti della storia recente eppure nessun telegiornale ne parla o ricorda questa data. Perché? Il massacro avvenuto nella Camera del Lavoro di Odessa, in Ucraina fu il prologo al colpo di stato preparato e finanziato da potenze straniere e consumatosi in piazza Maidan a Kiev.

Un presidio permanente si svolgeva da giorni ad Odessa ed in questa importante città, strategica per le potenze organizzatrici della rivolta colorata, doveva essere spenta nel sangue ogni scintilla di ribellione. Fu così che gli ucraini inviarono le milizie naziste mascherate da tifosi di calcio, approfittando di una partita che si sarebbe svolta in quel giorno. Ma nessuno di quelli andò allo stadio. Si recarono invece, organizzate in bande armate e preparate al massacro di ogni resistente alla Casa dei sindacati. Attaccarono dapprima i manifestanti pacifici, li fecero a pezzi con le spranghe di ferro e innumerevoli furono i ricoveri per ferite anche gravi.

Gruppi organizzati portavano le bottiglie molotov per costringere i gruppi più riottosi a ritirarsi, e li fecero arretrare fino alla piazza antistante la Casa dei sindacati. Qui si svolse la tragedia. Alcune tv locali filmarono i capi dei nazisti ucraini che sparavano contro i resistenti al golpe asserragliati dentro la casa dei sindacati, che pensavano di aver trovato scampo al suo interno ma finirono invece in trappola.

Squadre di assassini penetrarono all’interno dell’edificio, uccidendo tutti coloro che vi si trovavano dentro a mano a mano che li incrociavano. Furono trovati corpi di donne denudati, corpi semicarbonizzati, corpi abusati in maniera oscena ed indicibile, una barbarie infinita e terribile.

Tutta la macabra operazione fu coperta con il lancio continuo di bombe molotov all’ingresso per cancellare con il fuoco quel che era stato appena compiuto e per bloccare chiunque tentasse di abbandonare l’edificio. Alcune immagini mostrano come chi tentasse di uscirne per il fuoco ed il fumo veniva poi pestato a morte. Altri furono colpiti dal fuoco dei cecchini appena si affacciavano alle finestre.

La versione ufficiale parlò di 48 morti ma il conteggio ufficiale non rese mai conto delle denunce di scomparsa che si accumularono, fino ad ipotizzare un numero di molto superiore alle 100 vittime. Nessun processo è mai arrivato a stabilire una responsabilità per quanto accaduto, come per i cecchini di piazza Maidan, i golpisti non cercarono mai i colpevoli di quelle stragi, per evitare di autoaccusarsi. Se cercate su Wikipedia non trovate informazioni complete al riguardo, se non due righe mal scritte e che ricalcano la versione delle autorità bollando il tutto come scontro tra tifoserie ed incidente dovuto al fumo dell’incendio.

Ai notiziari della RAI si parlò di un “incidente” ad Odessa nonostante già si contassero decine di morti e mentre le tv presenti trasmettevano in diretta le immagini dalla piazza, le fiamme, le urla, gli spari, e la furia assassina dei nazionalisti ucraini. Fu un “pogrom”, un massacro, programmato, preordinato, e portato a compimento con spietata determinazione. Il silenzio alternato a racconti inverosimili fu il modo in cui i media occidentali trattarono quell’orrore.

I golpisti ucraini godevano del pieno sostegno dell l’Unione Europea e degli USA, pertanto andava difesa un’immagine che tenesse lontana la realtà delle bande di assassini nazisti, di criminali al governo, di stragi commesse, di giornalisti e esponenti politici massacrati di botte od eliminati fisicamente, come di lì a poco sarebbe accaduto anche al nostro connazionale, il coraggioso e bravo Andrea Rocchelli, fotografo e giornalista, ucciso dagli stessi nazisti ucraini il 24 dello stesso mese di maggio, assieme al suo interprete Andrei Mironov.

Il 2 maggio di quest’anno ricorreva il quinto tragico anniversario della strage alla Casa dei sindacati di Odessa. Il 28 aprile 2019 neonazisti e veterani nazisti ucraini hanno celebrato a L’vov il 75° anniversario della formazione della divisione SS “Galizia”. Il truce rituale si è svolto con l’intervento dell’orchestra militare di stato e di rappresentanti ufficiali, a testimoniare come, su questo versante, i “cambiamenti” da un Presidente all’altro non riguardino la natura dello Stato golpista ucraino.

Il leader del gruppo terroristico-nazionalista “C14”, Evgenij Karas, da sempre braccio armato del (a questo punto, ex) Presidente golpista Petro Porošenko, ha farneticato che quanto commesso cinque anni fa a Odessa sia stato “il trionfo della vita e del bene”. Questa è l’Ucraina della “democrazia europeista” così cara anche agli italici demoindivisivi. Per quella strage nazista: nessun colpevole, nessun mandante, secondo la magistratura golpista di Kiev.

Anche il nuovo presidente ucraino, Vladimir Zelenskij, che di Kolomojskij è la pedina e che ha promesso di consegnare alla giustizia i responsabili delle sconfitte di Ilovajsk e Debaltsevo, non ha detto una parola su autori e mandanti della moderna “Katyn” nazista, quella di Odessa. E anche in Occidente nessuno ha mai scritto “Je suis Odessa”. Nessun “democratico”, di quelli che declamano la “democrazia assoluta”, senza distinzioni di classe e di epoca e nessuno di loro ha mai tremato stringendo la mano ai golpisti ucraini, mandanti ed esecutori diretti della strage di Odessa. [4]

L’11 luglio 2017 il Consiglio Europeo ha adottato una decisione relativa alla conclusione, a nome dell’UE, dell’”accordo di associazione con l’Ucraina”. Si è trattato della fase finale del processo di ratifica, che ha consentito la piena attuazione dell’accordo a partire dal 1º settembre 2017.

L’accordo, nei suoi enunciati principali, “promuove l’approfondimento dei legami politici; il rafforzamento dei collegamenti economici; il rispetto dei valori comuni”(!). Ma la sostanza dell’accordo sta nella sua parte economica ed è nell’istituzione della ” zona di libero scambio globale e approfondita (DCFTA). I negoziati con l’Ucraina erano stati avviati nel 2007.

I primi capitoli politici sono stati firmati nel marzo 2014, esattamente un mese dopo il golpe. Dopo le elezioni presidenziali in Ucraina, i capitoli rimanenti sono stati firmati il 27 giugno 2014, a margine del Consiglio europeo. Parti importanti dell’accordo erano già applicate in via provvisoria dal 1º settembre 2014, ovvero, 7 mesi dall’avvento del governo golpista riconosciuto dalle potenze occidentali.

L’Unione Europea era ben consapevole che a quel governo partecipavano diversi membri di organizzazioni esplicitamente naziste. [5]

La Grecia, un paese distrutto

E poi c’è la Grecia che è lì a testimoniare di quale sostanza sia fatta questa Unione Europea. Per padre Ioannis Patsis, vice presidente di Caritas Grecia e direttore di Caritas Atene, la Grecia di oggi è un po’ come “la vedova del Vangelo che, nella sua miseria, dona al Tempio tutto quanto aveva. I due spiccioli necessari per vivere”.

Dal 20 agosto 2018 la Grecia è uscita ufficialmente dal “programma di aiuti europeo”, avviato a maggio del 2010 ma è ancora dentro un tunnel nerissimo. Con oltre 288 miliardi di euro da restituire alla Troika (BCE, FMI e UE) non si può certo dire che la Grecia sia fuori da una crisi di cui non si vede la fine.

La Grecia odierna, dopo la “cura” che le è stata imposta dalla UE ci appare come un paese distrutto: non ha più industrie, il settore edilizio è fermo, le imprese chiudono, gli investimenti sono un miraggio, sanità e scuole sono al collasso. Sempre più gente non si cura per mancanza di soldi ed è aumentata la mortalità infantile. Non ci sono soldi e non c’è lavoro. A ciò si aggiunge la presenza di tantissimi rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Siria, Pakistan, Afghanistan, Africa, Albania e, adesso, anche dalla Turchia (negli ultimi tre anni sono arrivati in Grecia migliaia di turchi che hanno richiesto asilo politico).

Non basta. Ad aggravare la situazione è l’età avanzata della popolazione. Oggi arrivare a percepire la pensione è miracolo e, in ogni caso, si tratta di assegni poverissimi dopo i 14 tagli(!) che hanno subito nel giro di pochi anni.

Conclusione? “Oggi in Grecia è molto difficile vivere, devi pregare e sperare di avere forza e salute per affrontare questa situazione”. La Grecia oggi è l’estrema periferia dell’UE e il vice presidente di Caritas Grecia non nasconde la sua rabbia per questo. “Non dovevamo entrare nell’Euro. Non ne avevamo le capacità e le possibilità. La vita sembra fermarsi come dimostrano il netto calo dei matrimoni e delle nascite e l’aumento delle morti”[6].

Secondo stime della Banca centrale di Grecia mezzo milione di ellenici, quasi tutti ben istruiti, sono emigrati all’estero con famiglie al seguito. Dal 2008 ad oggi il PIL greco ha fatto registrare un meno 28% e solo lo scorso anno è tornato a crescere ma molto al di sotto delle previsioni. Resta grave la disoccupazione ed il debito è salito al 190% del PIL per effetto dei prestiti ricevuti dalla Troika e dei prestiti delle banche oggi sommerse da rate non pagate. E così anche il boom del turismo – con 30 milioni di presenze nel 2018 – rischia di rivelarsi un brodino caldo.

Ma perché la Grecia è stata ridotta così? Perché altri paesi europei stanno seguendo la stessa direzione? Perché l’Italia continua al applicare ininterrottamente dal 2011 leggi finanziarie improntate all’austerity più dura a prescindere dai cambi di governo? Eppure a settembre gli stessi esperti della UE (European Fiscal Board) hanno ammesso il fallimento delle politiche di austerity dato che hanno prodotto solo recessione ora anche in Germania.

Un nuovo olocausto, ai confini dell’Europa

Ed in ultimo, ma non per ultimo, il tacito rinnovo degli accordi italo-libici del 2017, voluti e firmati da Unione Europea, Gentiloni e Minniti, (principali criminalizzatori delle ONG del mare) che sancirono la complicità italiana con le torture ed i lager libici e di cui si hanno, da tempo, inconfutabili evidenze e prove sostenute dall’ONU.

Se ad est l’Unione Europa versa miliardi di euro ad Erdogan perché trasferisca i profughi siriani nell’ex Rojava – dal quale sta cacciando il popolo Curdo a suon di bombe vendutegli da fabbriche europee ed italiane con il placet della NATO – obbligandoli, sotto la minaccia di essere torturati o uccisi, a sottoscrivere una “autodichiarazione di volontà a voler tornare in Siria”, a sud la UE paga altrettanto lautamente il capomafia Bijia ed Al Serraji perché impediscano i soccorsi nel loro tratto di mare e trattengano i profughi africani nei lager in cui vengono torturati, stuprati e tenuti come ostaggio per estorcere alle povere famiglie di provenienza qualche centinaio di dollari o euro.

A poco a poco, si stanno, così, ricreando le condizioni di un vero e proprio nuovo olocausto che, man mano che gli effetti del cambiamento climatico si estenderanno, rischia di assumere proporzioni fini qui inimmaginabili.

Peraltro, a marzo di quest’anno la UE aveva ridotto la già discutibile Operazione “Sophia” abbandonando migranti e rifugiati nelle mani della famigerata Guardia costiera libica.

“[…] Dopo aver usato ogni pretesto a loro disposizione per precludere il Mediterraneo alle navi di soccorso delle ONG e avendo già interrotto diversi mesi fa le loro operazioni di soccorso, i governi dell’Unione europea stanno ora togliendo le proprie navi in modo che nessuno possa salvare le vite di uomini, donne e bambini in pericolo“.

Così commentava Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International sull’immigrazione, all’indomani della ratifica del 27 marzo 2019 da parte dei governi dell’Unione europea, della decisione di sospendere le attività di pattugliamento nel Mediterraneo previste dalla missione militare “Sophia” lasciando mano libera ai libici mentre già si impediva il soccorso in mare alle ONG.

Certo, i Salvini, gli Orban ed i Kazynski hanno costruito sul fenomeno delle migrazioni la propria narrazione propagandistica dell’“invasione” e della “sostituzione etnica” (e gli funziona benissimo) per alimentare la guerra tra poveri sfruttando un format ben collaudato nel corso del novecento. Ma quelli che sono ora al governo della UE stanno continuando a girarsi dall’altra parte e pagano altri per fare il lavoro sporco ammantandosi, tuttavia, di un tanto vago quanto ipocrita umanitarismo.

La guerra in casa

L’Unione Europea è in un delicato passaggio di fase dovuto alla competizione inter-imperialistica che da un lato la costringe ad intensificare la propria politica neo-coloniale – in special modo in Maghreb e nell'Africa sub-sahariana – e dall’altro è costretta a proseguire nelle politiche di austerity, producendo una torsione autoritaria che se appare evidente solo quando viene sfidata da un movimento sociale di rottura nel Continente, è un dato strutturale e quotidiano per i movimenti politici e sociali che si muovono sulla “Sponda Sud”.

In questo contesto “la guerra” come paradigma della politica sta divenendo sempre più il cuore della proiezione di potenza della UE, così come la messa in campo di una macchina militare all’altezza una sua priorità. Ma l’ostilità, e non la cooperazione, sembra essere allo stesso modo il nesso con cui le oligarchie continentali vorrebbero che si relazionassero i popoli delle due sponde del Mediterraneo, allineandosi con le strategie di governance che fanno della guerra dei “penultimi” contro “gli ultimi” il perno della possibilità di perpetuare l’attuale sistema, e che hanno nel “patriottismo europeo” il più marcio dei suoi frutti ideologici.

Per l’Unione Europea democrazia e diritti umani sono valori negoziabili

La costruzione dell’Unione Europea è una creazione delle élite politiche, economiche e finanziarie continentali per dar vita a un mercato unico sovranazionale con il fine di creare uno spazio economico continentale per favorire un sistema politico capace di fare competere le proprie imprese con quelle delle altre grandi potenze. Ma per far questo la UE ha sottratto competenze sovrane ai Parlamenti consegnandoli nelle mani di un’oligarchia formata da governi, Commissione di Bruxelles, Banca centrale di Francoforte.

Con il Fiscal Compact, il Patto Fiscale, con il Trattato del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), con il pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, Bruxelles ha imposto le politiche di austerità che hanno deregolamentato e liberalizzato il mercato del lavoro, privatizzato sanità e servizi pubblici, aziendalizzato scuola e Università per renderle funzionali ai bisogni di formazione delle imprese capitalistiche, tagliato le pensioni e innalzato l’età pensionabile, semplificato le procedure amministrative e giudiziarie per favorire la competitività delle imprese private; hanno dato garanzie e sostegni finanziari alle banche mentre hanno tagliato i finanziamenti ai Comuni che hanno tagliato a loro volta i servizi al cittadino.

Quando ci si lamenta dell’assenza di un’Europa politica e di un’Europa sociale e dei diritti, si evoca una questione di fondo che viene tanto continuamente evocata quanto ignorata: quella che abbiamo davanti è un’Europa senz’anima che si occupa solo di banche, finanza, capitali e troppo poco di esseri umani.

L’Unione Europea ha costruito una retorica su sé stessa che si basa sull’idea che solo all’interno di quella costruzione sia possibile mantenere pace e stabilità tra le nazioni che vi fanno parte onde evitare che si ripetano tragedie come le due guerre mondiali oltre che sull’idea che essa stessa sia l’infallibile garante dei diritti umani e della democrazia. Oggi sappiamo che questa narrazione non ha retto alla prova dei fatti.

Tanti, troppi buchi. Perché la UE chiede conto da anni al Venezuela e poi dichiara il proprio appoggio ai golpisti massacratori di indios boliviani nonché quello al pinochettista Pinheira? Come mai la UE invece di chiedere la fine dei bombardamenti in Yemen che stanno causando una delle più grandi catastrofi umanitarie del dopoguerra, riempie i Sauditi di bombe ed armi devastanti? E come mai la UE non chiede conto al regime di Al Sisi delle continue sparizioni di oppositori, giornalisti ed avvocati? Per queste ed altre domande simili troverete una sola risposta: “business as usual“ (affari, come al solito).

Quando si parla di Europa, di Unione Europea e di nuovi razzismi, ci si dovrebbe interrogare anche su tutte queste inquietanti rimozioni. La Germania sembra abbia fatto più di altri, al suo interno, i conti con il proprio terribile recente passato ma alcune sviste sono ancora lì e certo è ancora vivo il ricordo di Stammheim. Gli altri paesi europei, invece, si dimenano da svariati decenni intorno alle crisi delle proprie fragili democrazie in preda a revanscismi e ad improvvise torsioni autoritarie occultando i capitoli più neri del proprio passato che poi continuamente riemerge in varie forme e modi.

Se è vero, come scrisse Giorgio Agamben che “[. ..] quasi nessuno dei princìpi etici che il nostro tempo ha creduto di poter riconoscere come validi ha retto alla prova decisiva, quella di una Ethica more Auschwitz demonstrata” [7] è altrettanto vero che l’Europa ha già tradito il giuramento “mai più Auschwitz” dal momento in cui l’Unione Europea, da anni, risponde al fenomeno delle migrazioni con politiche che sollecitano, supportano e finanziano attività di respingimento e di segregazione aberranti e disumane fino alla creazione di un nuovo mostruoso, gigantesco universo concentrazionario ai suoi confini marini e terrestri.

Dall’oblio, dalla mistificazione e dalla manipolazione della storia non può venire fuori nulla di buono e questo dovrebbero capirlo pure quelli che stanno a Bruxelles e Francoforte. Ma soprattutto dovremmo iniziare a capirlo noi.

Note:

[1] Albert Camus, La contagione, in Acteuelles, Ecrits politiques, Paris, Gallimard, 1977

[2] Andrea Quaranta, Spagna, la puzza del franchismo, da Catalunya senza articolo/Contropiano del 23/10/2019

[3] Sergio Cararo, Noi non dimentichiamo nulla. Venti anni fa le bombe della Nato sulla Jugoslavia, Contropiano del 23/03/2019

[4] Fabrizio Poggi, Cinque anni fa la strage di Odessa, Contropiano del 03/05/2019

[5] Thierry Meyssan, chi sono i nazisti nel governo ucraino? Voltairenet.org del 03/04/2014

[6] Daniele Rocchi, Crisi in Grecia: p. Patsis (Caritas), “aiutateci! Da soli non ce la facciamo più a dare aiuto ” , da Agensir del 13/12/2018

[7] Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone. Homo sacer di Giorgio Agamben, ed. Bollati Boringhieri, 1998

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03/05/2019

Ucraina - Cinque anni fa la strage di Odessa

Vasilij Prozorov, ufficiale dei Servizi ucraini (SBU), ma da anni al servizio dell’intelligence russa, (lo scorso marzo, in una conferenza stampa a Mosca, aveva rivelato la mano ucraina nell’assassinio dei comandanti più in vista delle milizie del Donbass, del leader della DNR Aleksandr Zakharčenko e nell’abbattimento del Boeing malese) continua la pubblicazione di documenti riservati, da lui stesso denominati “UkrLeaks”.

Prozorov parla ora della strage del 2 maggio 2014, alla Casa dei sindacati di Odessa, in cui 48 attivisti anti-majdan (questa è la cifra ufficiale fornita dai golpisti, ma si parla addirittura di oltre trecento uccisi) morirono bruciati vivi dalle molotov lanciate contro l’edificio dai gruppi neonazisti, con la partecipazione delle forze di sicurezza ucraine – le immagini trasmesse all’epoca, con la presenza di numerosi uomini in uniforme, parlavano chiaro – mentre coloro che cercavano scampo calandosi dalle finestre, venivano finiti in strada, a pistolettate e anche a bastonate.

Prozorov produce documenti che provano la responsabilità dei Servizi di Kiev in quella strage. In particolare, un rapporto datato 2 maggio 2014 (ore 19), indirizzato al Centro antiterrorismo del Servizio di sicurezza ucraino, e un secondo rapporto dello stesso Centro, sul monitoraggio degli eventi di massa, stilato sulla base delle informazioni inviate al Quartier generale dai vari dipartimenti.

In base a quel secondo rapporto, nel pomeriggio del 2 maggio, nel corso della marcia “Per l’unità dell’Ucraina”, elementi delle organizzazioni nazionaliste “Maidan”, “Pravyj Sektor”, “Autodifesa”, insieme a ultras del “Černomorets” di Odessa e del “Metalist” di Kharkov (circa 600 persone), prima dell’incontro di calcio attaccarono un presidio di circa 300 filo-russi, accampati da giorni nei pressi della Casa dei sindacati. Alla fine della partita, verso le 19, gli stessi elementi mossero ancora verso il Campo di Kulikov, devastarono la tendopoli degli attivisti filo-russi e cominciarono ad assaltare la Casa dei sindacati, dove questi ultimi si erano rifugiati. Le prove di come la strage fosse premeditata, sono fornite dal fatto che numerosi elementi neonazisti erano già appostati sul tetto dell’edificio e altri fossero già penetrati all’interno, muniti di maschere antigas, pronti a lanciare materiale infiammabile: i rifugiati non avevano scampo.

Tutto ciò è noto da cinque anni. E non è nemmeno un segreto, dice Prozorov, che, sia tra i “nazionalisti”, sia tra gli “ultras”, i Servizi, per dirla nella loro lingua, tenessero “alcune posizioni operative”. Ciò è ora confermato dall’altro documento presentato dall’ex ufficiale del SBU; un documento che non si riferisce però a Odessa, bensì a Kiev, nel febbraio 2016. In quell’occasione, i nazionalisti insoddisfatti dei risultati del majdan, tentarono di dar vita a nuove azioni di massa. Nessuno scontro violento, nessun appello al rovesciamento del potere; ma i Servizi tenevano ovviamente sotto controllo gli avvenimenti e dunque ci sono informazioni su chi, dove e in quale entità li avesse organizzati, chi li avesse finanziati, quali “informazioni” fossero state diramate a media e social network.

E’ questo un documento voluminoso, dice Prozorov, “ma vorrei concentrare l’attenzione su alcuni nomi”: “Forze patriottiche” (Jaroš, Berëza, Levus); speaker “Medved” (30 persone, responsabile D. Dotsenko); Stelmaščuk (50 persone, responsabili Greščuk e Ševčenko); speaker Andrej “Vysota”, Autodifesa majdan (20 persone, responsabili Greščuk e Ševčenko); Kostyančuk (50 persone, responsabile Petrov), speaker “Bišut”; “Centuria Nera”, Ruslan (30 persone, responsabile Petrov), speaker “Ruslan”. Chi sono le persone presentate nel documento come “responsabili”, dice Prozorov? Danil Dotsenko: attualmente Maggiore-Generale, Capo del Dipartimento per la Difesa nazionale. All’epoca del majdan, era stato trasferito a Kiev, incaricato dei contatti con Pravyj Sektor e Dmitro Jaroš. Stepan Greščuk, nel 2014 addetto dell’Ufficio centrale del SBU; nel 2015, “per meriti nella lotta contro il separatismo”, nominato a capo dell’Amministrazione SBU per la regione di Kiev. Da questi documenti emerge chiaramente come le “forze patriottiche” siano pienamente controllate dal SBU e lo fossero già nel 2014 e sapessero cosa si stesse preparando”.

Ora, come suol dirsi: lo sapevamo, ma non disponevamo delle prove. Si sapeva come, durante la strage, il capo dell’Amministrazione regionale di Odessa, Vladimir Nemirovskij, fosse in continuo contatto con l’oligarca Igor Kolomojskij, (all’epoca, governatore della regione di Dnepropetrovsk) finanziatore ufficiale di Pravyj Sektor e come quest’ultimo assicurasse all’allora presidente ad interim golpista, Aleksandr Turčinov, che avrebbe pacificato la recalcitrante Odessa.

Cinque anni da quella strage nazista: nessun colpevole, nessun mandante, secondo la magistratura golpista di Kiev. Anche il nuovo presidente ucraino, Vladimir Zelenskij, che di Kolomojskij è la pedina e che ha promesso di consegnare alla giustizia i responsabili delle sconfitte di Ilovajsk e Debaltsevo, non ha detto una parola su autori e mandanti della moderna “Katyn” nazista, quella di Odessa.

E anche in Occidente nessuno ha mai scritto je suis Odessa. Nessun “democratico”, di quelli che declamano la “democrazia assoluta”, senza distinzioni di classe e di epoche, che strepitano contro “i fascio-razzisti amici di Mosca”, che a suo tempo hanno chiesto con quale “spirito” il Presidente del Consiglio “intende soggiornare alla corte di Putin” e lo hanno esortato a “non rinunciare a fare sentire la nostra voce in difesa dei diritti umani ... a riprova del nostro tradizionale impegno nella protezione e promozione dei diritti fondamentali nel mondo”, nessuno di loro ha mai tremato stringendo la mano ai golpisti ucraini, mandanti ed esecutori diretti della strage di Odessa.

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24/10/2017

A Odessa fu strage neo-nazista, ora anche per il Viminale

Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico.

Un documento rilasciato dalle autorità del Viminale conferma le testimonianze dei superstiti della strage consumatasi il 2 maggio del 2014, l’uso sistematico della violenza neonazista e della tortura da parte dei golpisti ucraini.

Ad oltraggiare la memoria dell’orrore consumatasi ad Odessa il 2 maggio del 2014 sono stati l’infangamento della verità, la censura mediatica ed il mandato politico che l’ha permessa insieme ad una guerra costata oltre diecimila morti ed un paese messo in ginocchio.

Una strage, quella di Odessa, per la quale ufficialmente non esistono dei responsabili, benché esistano delle vittime ufficialmente riconosciute.

Svetlana, la sopravvissuta della strage di Odessa a cui abbiamo dato voce lo scorso anno, con un documento che alleghiamo ha ricevuto ufficialmente il riconoscimento dello status di rifugiata da parte degli organismi del Viminale.

Il documento, dal quale abbiamo rimosso ogni riferimento sensibile per tutelare la sicurezza e l’incolumità di Svetlana, è stato prodotto dal Ministero dell’Interno dopo la valutazione della commissione territoriale di riferimento: Svetlana ha redatto per la commissione un documento in cui ha ripercorso la sua vicenda personale nelle tappe dei tragici eventi che con un colpo di stato hanno condotto l'Ucraina nella guerra civile che si trascina da oltre tre anni. Oltre ad offrire una descrizione puntuale della strage consumatasi nella Casa dei Sindacati di Odessa il 2 Maggio 2014, Svetlana ha descritto le pratiche dell’SBU (acronimo di Sluzhba Bezapaznosti Ukrainii, Servizi di Sicurezza dell’Ucraina), le violenze e le intimidazioni sistematiche subite da lei in prima persona così come da migliaia di oppositori in Ucraina.

Nel documento redatto da Svetlana e consegnato alle autorità italiane per il conseguimento dello status di rifugiata compare anche il nome di Alexey Albu, ex deputato regionale di Odessa e leader dell’organizzazione Borotba, anche lui sopravvissuto all’incendio della Casa dei Sindacati del 2 Maggio del 2014 dopo essere stato linciato dai neofascisti arrivati da ogni parte dell’Ucraina per schiacciare la resistenza dei numerosi odessiti del movimento Antimaidan.

La notizia che divulghiamo in anteprima segue una serie di riconoscimenti istituzionali importanti che nonostante il ritardo con cui hanno preso forma contribuiscono a sbugiardare le menzogne con cui ancora oggi si continuano a voler coprire le atrocità commesse in Ucraina in nome degli interessi oligarchici e delle politiche di strangolamento sociale progettate dal Fondo Monetario Internazionale.

Numerosi cittadini ucraini – come Svetlana – hanno ricevuto lo status di rifugiato in Italia ed in altri paesi dell’Unione Europea. Oltre agli oppositori, molti hanno lasciato il paese ed hanno deciso di non farvi ritorno quando è arrivata la chiamata alle armi nell’ambito della cosiddetta “Operazione antiterrorismo”: rientrare nell’Ucraina di Groisman e di Poroshenko significherebbe per loro finire nelle galere insieme agli attuali mille prigionieri politici – molti dei quali rinchiusi nelle carceri a regime speciale “SIZO”.

Per un approfondimento sulla strage di Odessa del 2 maggio 2014 rimandiamo all’intervista a Svetlana ed ai materiali presenti nell’appendice.

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05/05/2017

Ancora sulla strage neonazista del 2 maggio 2014 a Odessa

A proposito della strage del 2 maggio 2014 a Odessa, Jurij Tkačev scrive su Vzgljad di sette “miti” diffusi ad arte, sin dai giorni successivi all'eccidio al Dom Profsojuzov, alla Casa dei sindacati, da chi aveva e ha interesse a nascondere i fatti. La prima di tali “leggende” recita che sarebbero stati gli attivisti antimajdan ad aggredire gli ultras calcistici: numerosi video mostrano come questi ultimi fossero armati di bastoni, spranghe, bottiglie incendiarie e anche armi di vario genere già prima di arrivare sul luogo dello scontro, al Campo Kulikov, dove erano i gazebo degli antigolpisti. In Piazza Grecia ci furono i primi sei morti – due ultras e quattro antimajdanisti – colpiti da armi da caccia e fucili ad aria compressa.

Altro mito: l'incendio alla Casa dei sindacati venne appiccato in più punti; secondo Tkačev, l'unico grosso focolaio, fu quello appiccato contro la barricata innalzata nell'ingresso principale dell'edificio da coloro che vi si erano rifugiati e le foto mostrano come i majdanisti lanciassero bottiglie incendiarie contro la barricata stessa. Per l'alta temperatura (200-300 gradi, fino a 600 gradi in alcuni punti) e il fumo, l'intera tromba delle scale della Casa dei sindacati si trasformò presto in una “zona di morte”: molti cadaveri furono rinvenuti in quest'area dell'edificio; inoltre, i vigili del fuoco furono volutamente tenuti a distanza fin quando non fu tropo tardi e il sistema antincendio interno risultò essere stato manomesso, con le manichette antincendio tagliate e privo di acqua.

Vari testimoni dichiararono successivamente di aver notato fiamme dagli strani colori giallastri, come se fossero state usate anche sostanze velenose. Ci sono in ogni caso video e testimonianze di antimajdanisti gettatisi dalle finestre dell'edificio per salvarsi dalle fiamme e poi uccisi a bastonate, una volta a terra. Altri cadaveri furono rinvenuti in zone della Casa dei sindacati in cui, teoricamente, il fuoco non avrebbe potuto raggiungerli e dove non c'erano evidenti tracce dell'incendio. Al mito secondo cui gli euromajdanisti, con lo scontro del 2 maggio, avrebbero impedito che si ripetesse a Odessa uno scenario tipo Donbass, dato che gli antimajdanisti sarebbero stati fortemente armati e in maggioranza, Tkačev replica che tra febbraio e aprile questi ultimi, se davvero avessero voluto, avrebbero potuto agire in quel senso, ma non lo avevano fatto e che i sostenitori del golpe, in minoranza, attesero proprio il 2 maggio per scatenare il loro attacco, allorché a Odessa dovevano concentrarsi masse di ultras e molti attivisti del Campo Kulikov non erano già più presenti nell'area della loro resistenza. La strage di Odessa, sostiene Tkačev, non fu che la prima di una scia di sangue che, in quei soli primi mesi del 2014, doveva proseguire con la strage di Mariupol il 9 maggio, il bombardamento aereo dell'amministrazione regionale di Lugansk il 2 giugno e i massicci tiri di artiglieria su Gorlovka del 27-29 luglio.

Ancora Jurij Tkačev, ma sul sito ucraino strana.ua (prezioso peraltro per molti video di quanto accaduto il 2 maggio 2014, anche nelle ore precedenti la strage) scrive che se può non esser stata pianificata la carneficina alla Casa dei sindacati, è però certo che da tempo gli euromajdanisti stavano preparando, con la protezione della polizia, l'assalto ai gazebo di Campo Kulikov, in cui si raccoglievano settimanalmente dagli 8 ai 10mila attivisti di antimajdan. Lo sgombro di Campo Kulikov doveva servire anche alla lotta di potere ai vertici del governatorato regionale di Odessa, conteso tra pedine di Arsenij Jatsenjuk e di Kolomojskij-Porošenko, con i secondi che accusavano i primi di mancanza di energia nel liquidare “il focolaio di separatismo” rappresentato dal Campo Kulikov.

Nello specifico dell'eccidio del 2 maggio: nel tardo pomeriggio di quel giorno, il reparto di polizia che presidiava il Campo Kulikov viene “inspiegabilmente” dirottato verso Piazza Grecia, dove però ogni scontro era già cessato. Poco dopo, fanno la loro comparsa al Campo Kulikov i primi gruppi di ultras e attivisti di euromajdan. Così come ci sono testimonianze e immagini del fatto che alcuni attivisti di euromajdan, resisi conto delle proporzioni dell'incendio, lanciarono funi alle finestre affinché gli assediati potessero calarsi a terra, è un fatto che altri di loro colpirono a morte alcuni dei sopravvissuti o spararono verso le finestre, mentre altri ancora entrarono nell'edificio già dopo l'incendio, uccidendo i pochi sopravvissuti che vi si trovavano. Così come è un fatto che la polizia procedesse all'arresto non degli assalitori, bensì di quanti erano scampati alla strage.

Sono tuttora accusati – roba da non credere – scrive Vzgljad di “provocare l'inimicizia tra Pravyj Sektor e il popolo russo fratello” e dei 21 arrestati, 10 dimorano tuttora presso le galere ucraine. Anzi, nel terzo anniversario dell'eccidio, la polizia ha proceduto ieri alla perquisizione delle abitazioni di vari attivisti del Campo Kulikov, presidiando in forze il Campo stesso, per timore che le persone raccoltesi per commemorare le vittime potessero attentare “alla sicurezza del paese”. Uno degli accusati, Evgenij Mefedov, un russo residente a Odessa, avrebbe raccontato al proprio avvocato la propria versione degli avvenimenti del 2 maggio. Uscito in strada nel pomeriggio, racconta, vide in centro assembramenti di ultras che gridavano slogan antirussi: per la prima volta, racconta “ho sentito gruppi di giovani che gridavano in ucraino: una cosa che non avevo mai sentito prima a Odessa”. La milizia rimaneva a guardare mentre in vari punti della città si bastonavano persone sospettate di essere di nazionalità russa. Verso le 19, Mefedov arrivò in prossimità della Casa dei sindacati: lì, tra i 200-300 attivisti di Kulikov, già qualcuno gridava di ritirarsi all'interno, per timore di violenze da parte di alcune migliaia di ultras e neonazisti che si stavano avvicinando. Anche Mefedov entrò nell'edificio; si alzò una barricata all'ingresso, mentre le donne venivano accompagnate al secondo piano. Qualcuno degli assalitori, secondo Mefedov, era però già evidentemente penetrato nel cortile interno. Cominciarono a volare molotov e pietre, anche fino al secondo piano. Dopo circa un'ora arrivò il camion dei pompieri, ma la folla gli impediva di proseguire, mentre la milizia si limitava a osservare. Lui, insieme ad un altro uomo e due donne, riuscì a calarsi da una finestra e fu tra quelli che un cordone di milizia sottrasse ai neonazisti, per condurli però al commissariato. Altri gruppi di sopravvissuti uscivano dall'edificio con segni evidenti di bastonature e bruciature. Secondo Mefedov, una parte dei neonazisti era già all'interno dell'edificio e aspettava solo che gli attivisti di Kulikov vi si rifugiassero; a suo parere, c'erano provocatori infiltrati tra questi ultimi, che spingevano apposta gli assediati a entrare all'interno. Per due volte, in appello, Mefedov è stato riconosciuto non colpevole e per due volte i neonazisti fuori del tribunale hanno minacciato una nuova “Casa dei sindacati” se fosse stato rilasciato.

In ogni caso, da tre anni, la versione ufficiale è che “i separatisti si dettero fuoco da soli”. Qualcuno, in questi tre anni, a occidente, ha mai innalzato un cartello o si sono visti cortei inneggianti a “Je suis Dom Profsojuzov”?

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17/12/2015

Kiev: traballa la poltrona di Jatsenjuk. Vietata l'attività del Partito comunista


I segnali che giungono da oltre oceano non sembrano particolarmente incoraggianti per il primo ministro ucraino Arsenij Jatsenjuk. Prima la visita del vice presidente USA Joe Biden a Kiev, accompagnato dalla “curatrice” degli affari (nel senso letterale del termine) ucraini Victoria “fuck the UE” Nuland, con una sonora strigliata al parlamento del “paese più corrotto del mondo”. Quindi un consiglio dei Ministri, allargato ai Governatori, nel corso del quale ci si sono scambiate accuse reciproche di ladrocinio che hanno coinvolto direttamente anche il premier, con epiteti che la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marja Zakharova, ha definito “ingiuriosi per la lingua russa”: la presenza alla riunione del governatore di Odessa, l'ex presidente yankee della Georgia Mikhail Saakašvili, aveva costretto i “patrioti” ucraini a ricorrere alla ex lingua plurinazionale sovietica.

Quindi, ecco le parole dell'ex ambasciatore USA a Kiev e direttore del Centro euroasiatico del Atlantic Council, John Herbst. “Il governatore di Odessa Mikhail Saakašvili non può lottare vittoriosamente contro la corruzione nella propria regione perché il primo ministro Arsenij Jatsenjuk e il Ministro degli interni Arsen Avakov fanno di tutto per ostacolarlo”, avrebbe detto Herbst, il cui cognome appare simbolicamente annunciare l'autunno di Jatsenjuk.

L'ex ambasciatore ha detto che la dogana di Odessa costituisce un immenso pozzo di corruzione e quando Saakašvili ha tentato di metterla sotto controllo e riformarla, il primo ministro glielo ha semplicemente impedito con un divieto che ha del geniale: occorre riformare l'intera dogana in tutto il paese e non in una regione, avrebbe detto Jatsenjuk. Che l'intervento di Herbst lasci intendere qualcosa d'altro, lo dice la semplice constatazione che anche Saakašvili – che oggi paragona il PIL ucraino, caduto al di sotto di quello del 1991, a quello dello Zimbawe – non ha tardato a mettere ai posti chiave della polizia di Odessa e delle strutture portuali (le più appetibili, anche per i traffici di petrolio) della città, propri uomini della sua vecchia guardia georgiana. Quindi, la cosiddetta “lotta alla corruzione” non è che il paravento della “lotta per la poltrona”.


Dunque, se gli stessi padrini statunitensi lanciano tali chiari avvertimenti, qualcuno reputa giunto il momento per dare la spallata a un premier il cui rating di consensi è ormai da quasi sei mesi vicino allo zero. Ecco che Julija “sterminiamo i russi del Donbass con l'atomica” Timošenko prova di nuovo a lanciare la zampata: “Jatsenjuk è inadeguato; sinceramente, mi fa paura. Aveva previsto per il 2015 un'inflazione al 26,7%; di fatto, è al 45,8%. Abbiamo un bilancio gonfiato dall'inflazione e non dalle entrate reali del paese. Aveva previsto una caduta del PIL del 5,5% e si è avuta del 9%”. La conclusione è che “Il premier deve essere chiamato a rispondere, amministrativamente e penalmente. Perché come si sta sgretolando oggi il paese, non si era mai verificato prima”, ha tuonato l'ex beniamina occidentale, icona della “rivoluzione arancione”, poi sfociata nel golpe di euromajdan.

Proprio quel golpe e quella guerra terroristica contro i civili del Donbass che oggi sfociano definitivamente, dopo un anno e mezzo di processi e controprocessi, appelli e nuove sentenze, di lotte, di minacce aperte ai militanti, di assassinii anche di deputati, nel definitivo divieto, sancito “dalla legge”, di ogni attività del Partito comunista, dopo averne sciolto da tempo la frazione parlamentare. Il cerchio cominciatosi a delineare proprio con la bionda “regina del gas”, quella che i romantici media occidentali hanno a lungo qualificato come la “pasionaria” ucraina (con ciò stesso offendendo la memoria della Pasionaria combattente contro il golpe franchista, Dolores Ibarruri) per i traffici energetici che le erano costati qualche mese di carcere; quel cerchio avviatosi con l'intervento diretto dei curatori yankee dell'Ucraina e sfociato nel golpe del febbraio 2014, oggi si completa nella trasformazione dell'Ucraina, come scrive la nnr.su, in uno stato totalitario, che non tollera manifestazione alcuna di dissenso, a dispetto dei proclami cari alla UE su democrazia e libertà.

Dopo l'adozione delle “leggi equidistanti” sulla condanna dei “regimi totalitari comunista e nazista”, che ne proibisce la simbologia e la propaganda; dopo la qualifica a “combattenti per l'indipendenza ucraina” ed “eroi nazionali”, dei reparti filonazisti inquadrati nelle SS durante la guerra mondiale, ecco che ora si completa il cosiddetto “pacchetto sulla decomunistizzazione”. La democrazia UE alla maniera di Kiev.

E poco importa che gli attori principali del dramma vengano attaccati da destra, come a voler presentare al mondo la propria “equidistanza”, la propria “democraticità”, la propria “tolleranza” verso quella gran parte della popolazione, nelle regioni più diverse del paese e non solo nel Donbass, che chiede a Kiev di poter decidere autonomamente del proprio destino e non legarlo alle scelte terroristiche del centro. Se ora i neonazisti di Pravyj sektor, in crisi e prossimi allo sfaldamento, minacciano di fare la pelle a Petro Porošenko, il presidente e la sua squadra golpista non cessano da parte loro, come scrive l'agenzia DAN, di “preparare i regali di fine anno per la Novorossija".

Il portavoce della Repubblica popolare di Donetsk continua a riferire dei forti timori per una possibilissima offensiva delle forze armate ucraine, testimoniata dall'incessante affluire di uomini e mezzi a ridosso della linea del fronte. I reparti avanzati ucraini, le cui punte di lancia sono costituite, come per il passato, dai battaglioni neonazisti e da sezioni della Guardia nazionale (cioè: parti degli stessi battaglioni, “istituzionalizzati” in una struttura ufficialmente agli ordini del Ministero degli interni) tentano in ogni modo di provocare la reazione delle milizie e aver così il pretesto per un attacco in grande stile. USA e Nato sono lì pronti a dar man forte, dicono nella DNR. Per intanto, la “decomunistazzazione” interna prepara il terreno a soffocare ogni reazione della popolazione alle avventure del regime.

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