L’Ucraina vuole un’adesione piena all’UE e tratta da posizioni di forza. In Italia il governo si divide. Intanto Putin apre di nuovo alla trattativa
Il no dell’Unione Europea alla nuova apertura di Putin, arrivata dopo gli attacchi russi su Kiev, è molto probabile, secondo Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, già corrispondente da Mosca per varie testate. Ma sarebbe un’altra occasione persa per fermare il massacro ucraino e desistere dalla smania baltica di infliggere una “lezione” alla Russia.
Kiev vuole un’adesione all’UE a pari rango degli altri Paesi, sia pure violando le regole, non una associazione di serie B come proposta da Merz. E, dal suo punto di vista, ha ragione, osserva il giornalista, perché a morire sono gli ucraini. Un vicolo cieco dal quale questa Europa potrebbe fare molta fatica a uscire.
Intervista di Federico Ferraù a Fulvio Scaglione.
Dopo l’attacco ucraino al dormitorio studentesco di Starobilsk e la risposta di Mosca su Kiev, ieri Putin ha aperto nuovamente all’Europa. La disponibilità negoziale del Cremlino sarà accolta?
Io credo di no, perché sono quattro anni che l’Europa lavora per una sconfitta della Russia sul campo. E l’Ucraina è lo strumento di questo obiettivo. Il leitmotiv è che con la Russia non si deve trattare perché della Russia non ci si può fidare.
Che è poi la grande giustificazione della politica europea di riarmo.
Esatto. Una scelta, accompagnata e suffragata dalla corrispondente narrativa antirussa, che vede come primi fautori i Paesi dell’Europa centrale e che, a mio avviso, ha due scopi diversi. Uno è di tenere in moto la macchina industriale del continente, che come sappiamo è in grande affanno.
E l’altro?
Rafforzare nelle sue posizioni di potere l’attuale classe politica europea, terrorizzata dal cambiamento. Le attuali élite al potere si preoccupano di scongiurarlo in tutti i modi. Lo hanno fatto in Romania alle ultime politiche; in Germania, Merz vuole mettere fuori legge l’AfD, attuale cassa di risonanza dello scontento tedesco; in Francia la magistratura ha dichiarato ineleggibile Marine Le Pen; in Gran Bretagna Farage è additato come un pericolo per la democrazia.
La cronaca ci parla di due aspetti che riguardano entrambi l’Unione Europea. Il primo è l’annunciata riduzione dell’impegno USA nella NATO; il secondo sono le pressioni di Kiev per entrare nell’UE. Martedì, a Berlino, Rustem Umerov, capo del comitato per la sicurezza nazionale ucraina, ha chiesto un’adesione vera, non l’associazione “light” sponsorizzata da Merz. Come vedi questi due problemi?
Partiamo dal secondo. È paradossale, ma l’Ucraina sta negoziando con l’Europa da una posizione di forza. E non ci vuole molto a capire perché: chi muore al fronte sono gli ucraini. Siamo noi a morire per voi, per questo dovete farci entrare. È un argomento ovvio e inoppugnabile, se visto da Bruxelles.
Trova perfetto riscontro nella scelta dell’UE di fare dell’Ucraina l’avamposto della propria difesa contro la minaccia “esistenziale” russa. Dunque l’Ucraina sta semplicemente esigendo i propri crediti. Ma qui c’è molta ipocrisia.
Vale a dire?
Diversi politici nel continente hanno fortissime riserve e buone ragioni. Ma io non credo affatto che l’Unione Europea, come soggetto politico collettivo, sia così ansiosa di prendersi l’Ucraina.
Eppure...
Dovremmo ricordarci che la crisi dell’Ucraina scoppia nel novembre 2013 quando il governo ucraino, durante la presidenza Yanukovich, sospende l’iter dell’accordo di associazione con l’UE e del DFCTA. Sono passati 12 anni. È vero, c’è la guerra, ma non ricordo di aver visto molta fretta prima del 2022.
E per quanto riguarda il supporto americano?
Il tema del ritiro degli Stati Uniti dalla NATO schierata in Europa rispecchia la politica di Trump. Il presidente americano è mentalmente fuori dalla NATO fin dall’inizio del suo mandato e, nel frattempo, porta avanti politiche bilaterali. Toglie una brigata americana dalle quattro schierate in Europa, però nello stesso tempo sposta 5mila uomini nella fedele Polonia.
Con quali potenziali effetti?
Quello di “investire” soldi e fiducia in Paesi che stanno con gli Stati Uniti senza se e senza ma. Pensiamo alla Polonia, ai Baltici, alla Bulgaria, alla Romania, alla Finlandia. Tutti Stati che hanno il portafoglio a Bruxelles, ma il cuore a Washington.
La difesa europea?
È e resterà un miraggio.
C’è una militarizzazione crescente di alcuni confini orientali in chiave di difesa antirussa, ma ci sono anche politici che fanno dichiarazioni preoccupanti, come il ministro degli Esteri lituano, Kestutis Budrys, secondo il quale la NATO ha i mezzi “per radere al suolo” l’exclave russa di Kaliningrad. È solo propaganda o c’è da preoccuparsi?
I Baltici si ergono a baluardo orientale europeo, esercitano uno standing “morale” nei confronti dell’Unione e, con esso, anche un ricatto politico verso Bruxelles. E funziona: hanno ottenuto un tangibile spostamento di poteri dell’Unione verso Est; tre deleghe importanti della Commissione sono nelle mani di esponenti baltici (Esteri, Kallas; Economia, Dombrovskis; Difesa, Kubilius, nda).
Quanto al resto, sono convinto che la Russia, se volesse, potrebbe occupare la Lituania in un pomeriggio. Finora non è avvenuto.
Non è avvenuto, ma potrebbe succedere?
Sono convinto di no, perché la Russia vuole risolvere il problema ucraino e non cerca altre avventure.
Ti sei detto certo che l’UE non risponderà all’apertura di Putin. Com’è questa Europa vista da Mosca?
La dirigenza russa non si fa troppe illusioni, perché sa che la posizione antirussa è l’unico vero collante dell’Unione Europea. Quali interessi hanno in comune Spagna e Polonia? L’unica cosa che i Baltici hanno in mente è difendersi dalla Russia, o – a seconda del grado di sconsideratezza di certuni – dare alla Russia una “lezione”. Ma non gliene importa né della politica comune, né del Mediterraneo, e neppure, credo, di un esercito comune europeo.
L’Europa che vogliono è quella dei sussidi e dei fondi di coesione. Per la sicurezza vera il loro nume tutelare sono e resteranno gli Stati Uniti.
Per Putin l’adesione dell’Ucraina alla NATO è o non è scongiurata?
Il rappresentante russo all’ONU, Vasilij Nebenzja, ha ripetuto ciò che sappiamo da anni, cioè che la volontà di Kiev di aderire alla NATO è una delle “cause profonde del conflitto”, e un ostacolo alla pace. Ed è per questo che la guerra continua. Al Cremlino sanno perfettamente che l’Ucraina è materialmente già nella NATO, perché il suo esercito è da anni perfettamente interoperabile con quello dell’Alleanza. Le incursioni dei droni ucraini avvengono grazie a Starlink e al supporto dell’intelligence americana e britannica.
Dopo la strage nella scuola di Starobilsk è arrivato l’attacco russo su Kiev e l’avvertimento di Lavrov ai Paesi occidentali di lasciare i centri istituzionali. Adesso cosa succederà?
Io credo che il bombardamento russo su Kiev con anche l’impiego di missili Oreshnik sia stato un messaggio: potremmo agire in maniera molto più cattiva di come abbiamo fatto finora. Se i russi avessero voluto radere al suolo il centro di Kiev, o di Kharkiv, lo avrebbero già fatto. Se così non è stato, è perché pensano che non sia conveniente sul piano politico.
Starobilsk ha avuto in Russia una grandissima eco e il messaggio di Putin è stato in due direzioni: verso Occidente e verso l’interno. Perché in Russia ci sono quelli che non vogliono la guerra, e forse sono più numerosi di quello che pensiamo, ma ci sono anche gli altri, quelli che dicono: facciamola finita, chiudiamo la partita.
In Donbass però la situazione sembra bloccata o quasi.
Laggiù i russi continuano lentamente a occupare porzioni di territorio ucraino non decisive sul piano strategico. Non riescono a prendere le principali postazioni strategiche fortificate, come Kostjantynivka. Di conseguenza ritengo che il loro obiettivo non sia sfondare, ma logorare gli ucraini sul lungo periodo, contando soprattutto sul fatto che, a un certo punto, l’Ucraina finirà gli uomini da impiegare al fronte. In uno scambio di vittime a metà maggio, la Russia ha restituito 528 corpi di ucraini caduti; l’Ucraina, zero.
Come va interpretato l’indice di gradimento di Zelensky?
Sotto questo profilo la situazione è sorprendente. Zelensky sta cercando, senza successo, di stringere accordi con i Paesi europei per riavere le centinaia di migliaia di uomini validi che vivono da rifugiati all’estero e impiegarli al fronte, eppure gli ucraini ritengono che la prima emergenza del Paese non sia la guerra, ma la corruzione.
In tempo di pace Zelensky aveva il 37% di gradimento, oggi è al 61. La responsabilità della situazione è sua, pensano, ma non vogliono elezioni finché non ci sarà un accordo di pace vero. E ritengono che a poter gestire questa fase sia sempre lui, Zelensky, più di chiunque altro.
Sono dati all’apparenza contraddittori.
Sì, lasciano disorientati. Vuol dire che Zelensky è il presidente della guerra, non della pace. Se arrivasse la pace, Zelensky quasi sicuramente non sarebbe la prima scelta degli ucraini.
A proposito di Zelensky e del gruppo dirigente. Nei giorni scorsi i resti di Andrii Melnyk sono stati rimpatriati dal Lussemburgo e sepolti nuovamente a Kiev, con gli onori di Stato presenziati dallo stesso Zelensky. Il colonnello Melnyk nel 1941 inneggiava al “nuovo ordine” di Adolf Hitler in Europa, dava la caccia agli ebrei che cercavano di sopravvivere all’Olocausto, partecipava alle fucilazioni, creò la Divisione Waffen-SS Galizia. Che indicazioni dobbiamo ricavarne?
È una caratteristica della nuova Ucraina. È stato il presidente Viktor Yushenko a riportare in auge Stepan Bandera e Yaroslav Stetsko, collaborazionisti dei nazisti e stragisti di ebrei. L’Ucraina postsovietica ha avuto bisogno di un pantheon di eroi antirussi, e li ha trovati, senza molta fatica, in questi personaggi, che di eroico hanno avuto ben poco.
Nella pancia dell’Ucraina c’è una pulsione di estrema destra, alimentata da questi precedenti storici, che tuttavia non ha effetti elettorali apprezzabili. O meglio: nella nuova Ucraina i partiti di estrema destra hanno avuto scarsissimo consenso politico, ma i loro esponenti hanno avuto molto peso nei momenti decisivi, come nel primo governo post-Maidan.
È un esito estremo del sentimento antirusso?
Sì. Per una parte della popolazione ucraina essere contro la Russia va bene sempre e comunque. A qualsiasi prezzo. Anche se il “patriota” era alleato dei nazisti oppure oggi è un suprematista bianco.
Come Andry Biletsky, primo comandante del Battaglione Azov e attualmente del terzo Corpo di armata ucraino?
E attuale leader del partito di estrema destra Corpo nazionale.
Proprio ieri Biletsky ha dichiarato alla Reuters che Kiev ha sei mesi per resistere e cambiare il corso della guerra, soprattutto grazie a droni e robot di nuova concezione. Non sembra solo un programma, sembra anche un ultimatum.
Il punto non sono i droni di ultima generazione, ma chi aiuta gli ucraini a portarli sul bersaglio. Sono quattro anni che sentiamo parlare di armi risolutive e ci stiamo ancora domandando come finirà questa guerra.
La tua previsione?
Se l’Ucraina non sarà sconfitta nel senso tradizionale del termine, senza una svolta forse lo sarà in un altro modo, perché di questo passo esaurirà sé stessa.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/05/2026
“Bruxelles preferisce annientare l’Ucraina quando potrebbe ancora salvarla”
03/04/2026
Guerra in Ucraina - Mosca rivendica il controllo totale del Lugansk, Zelensky parla di ultimatum sul Donbass
Al momento, non è giunta alcuna conferma ufficiale da parte di Kiev riguardo alla perdita totale del Lugansk, regione che, insieme al Donetsk, forma il cuore industriale del Donbass. I media italiani hanno nascosto la notizia (che, però, si può trovare appena si mette il naso fuori dall’asservimento dei media nostrani, ad esempio leggendo Reuters o Al Jazeera), rilanciando invece l’ultimatum che Mosca avrebbe lanciato contestualmente a Kiev.
Il presidente ucraino Zelensky ha parlato di due mesi di tempo che il Cremlino avrebbe dato agli Stati Uniti, passati i quali le condizioni per porre fine alle ostilità da parte della Russia si farebbero più esigenti. In questi due mesi, le forze ucraine dovrebbero ritirarsi dalle zone ancora sotto il loro controllo nel Donbass.
Ma il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha gelato tutti mettendo in chiaro che “non si tratta di due mesi. Zelensky deve prendere una decisione oggi stesso riguardo al ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e al loro spostamento oltre i confini amministrativi della Repubblica Popolare di Donetsk”.
Zelensky continua a ribadire che l’idea che la Russia possa conquistare il resto del Donbass nel breve periodo è irrealistica, e che Kiev è disposta ad accettare una soluzione diplomatica, ma sulle attuali linee del fronte. Una narrazione che va bene per fare contenti i tifosi della giunta ucraina, ma che oltre a ignorare una serie di nodi riguardanti l’assetto di sicurezza internazionale una volta concluse le ostilità, fa finta anche che non sia chiaro il messaggio russo.
Mosca può continuare la guerra e prendersi i territori del Donbass, che sia in due mesi o più tempo. Del resto, nonostante le narrazioni roboanti che ogni tanto appaiono sui social, l’Ucraina continua a perdere terreno. La Russia ha rifiutato la proposta di una tregua pasquale fatta da Zelensky. Il Ministero degli Esteri russo, citato dall’agenzia Ria Novosti, ha liquidato l’iniziativa come una “trovata pubblicitaria”, sostenendo che servirebbe a Kiev solo per riorganizzare le forze e recuperare le perdite.
Ma oltre ai fatti sul campo, c’è l’allarme sulla tenuta militare ed economica a medio termine del paese, che deve fare i conti con un clima internazionale sempre meno favorevole. I 90 miliardi del prestito UE ancora bloccati, anche se la Commissione sta cercando di aggirare l’opposizione ungherese, ma soprattutto gli smottamenti sempre più evidenti all’interno della NATO rischiano di mettere una serie ipoteca sulla questione.
Mentre alcune indiscrezioni hanno parlato delle forniture statunitensi a Kiev, pagate dagli europei, usate come leva di ricatto per imporre ai paesi NATO del Vecchio Continente la partecipazione all’aggressione all’Iran, Zelensky era in una chiamata telefonica con Steve Witkoff e Jared Kushner, a cui hanno partecipato anche il senatore Lindsey Graham e il Segretario Generale dell’alleanza atlantica, Mark Rutte.
Le dichiarazioni di Kiev parlano di buoni risultati, in particolare intorno alle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ma appare evidente che si tratta di parole di circostanza. E anche le precedenti dichiarazioni e narrazioni mediatiche appaiono più come la propaganda necessaria a preparare il terreno per la telefonata senza far trasparire una situazione critica.
Il nervosismo è tanto, e la faccenda ucraina, come era naturale che fosse (almeno per chi non pensi che si tratti semplicemente di una “invasione russa”), risente in maniera sempre più netta dell’esacerbarsi delle contraddizioni del campo occidentale, e delle ripercussioni di altri fronti di guerra aperti dall’imperialismo.
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25/02/2026
Da quanto dura la guerra in Ucraina
In quell’anno un golpe sostenuto dagli USA e dalla NATO aveva rovesciato il governo regolarmente eletto dell’Ucraina e stabilito un regime nazionalista etnico. Le province di popolazione russa del Donbass erano insorte ed una parte di esse, con il sostegno della Russia, si erano costituite in stati indipendenti.
Da allora, dal 2014, c’è la guerra in Ucraina.
Nel 2017 partecipai ad una iniziativa di solidarietà con le popolazioni del Donbass, guidata e organizzata dal gruppo musicale della Banda Bassotti e dalla USB. Con noi c’era anche Eleonora Forenza, allora europarlamentare di Rifondazione comunista.
Abbiamo portato medicinali, quaderni e giocattoli, abbiamo incontrato la popolazione e abbiamo visto i rifugi di campagna dove venivano protetti i bambini, quando piovevano le bombe delle truppe di Kiev. Quei rifugi, di cui pubblico una foto, mi avevano particolarmente colpito perché mi ricordavano le immagini del Vietnam.
Insomma nel 2017 in Ucraina la guerra c’era già da tre anni. Chi oggi vuol far davvero far finire questa tremenda guerra, deve partire dal 2014 e non da quattro anni fa. Chi cambia la data d’inizio della guerra in Ucraina, ha intenzione di continuarla.
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24/01/2026
Guerra in Ucraina, trattative prudenti ad Abu Dhabi
Nei colloqui iniziati ad Abu Dhabi la novità formale sta nel fatto che per la prima volta, dopo Istanbul 2022, una delegazione russa ed una ucraina si sono ritrovate nella stessa sala insieme a quella statunitense, sempre guidata dall’inviato speciale Steve Witkoff, affiancato dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, appena usciti da un colloquio di quattro ore con Vladimir Putin, ovviamente a Mosca.
Diciamo che il dato negativo è proprio quest’ultimo: se due incaricati passano indifferentemente da un dossier di crisi all’altro (Ucraina, Gaza, Medio Oriente in generale, ecc.), o sono dei geni assoluti di cui il mondo non si era mai accorto, oppure il loro stile di lavoro e il loro ruolo è superficiale, puramente politico, un velo sovrapposto allo sforzo degli sherpa che devono occuparsi della “ciccia”.
In ogni caso, che russi e ucraini si rivedano è un segno che il lavoro preparatorio – l’eliminazione di questioni “irrisolvibili”, l’entità e la struttura delle “compensazioni” per ogni mediazione, ecc. – è andato abbastanza avanti.
La voce più circolante riguarda proprio l’ultimo miglio, che sarebbe rappresentato dal ritiro ucraino anche dalla piccola parte di Donbass ancora non conquistato dall’esercito russo. Se si osservano le carte geografiche, ci si accorge subito che in pratica non si tratta di una questione immensa, ma è simbolicamente importantissima sia per Mosca che per Kiev.
Non solo, o non tanto, per l’appartenenza della popolazione lì residente al gruppo “russofono” o viceversa (dopo quattro anni di guerra su quel territorio di civili ce ne sono rimasti ben pochi, il resto è fuggito “dalla sua parte” del fronte). Entrambi gli eserciti hanno pagato carissimo lo sforzo – ci risparmiamo per una volta la contestazione dei numeri mandati in giro dagli uffici propaganda – e l’accettare che il confine sia fissato un po’ più a nord o a sud, a est o ad ovest, può diventare “accettabile” o “inaccettabile” per il consenso interno.
Sul terreno, però, le cose sono abbastanza definite. Quel che resta in ballo è una parte limitata dell’oblast di Donetsk e di Kherson.
Che la questione territoriale sia considerata “l’ultimo ostacolo” dovrebbe significare che tutte le altre – ingresso di Kiev nella Nato, e delle truppe occidentali in Ucraina, garanzie di sicurezza reciproche, ecc., sono state grosso modo risolte. Se fosse davvero così, la pace non dovrebbe essere lontanissima.
Zelenskij, però, dopo la “strigliata” suicida data agli europei in quel di Davos, continua a cercare soldi e armi, missili Patriot (anti-missile) e altri a lunga gittata per colpire direttamente Mosca o altre città russe importanti.
Mentre il consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, ha confermato che la posizione russa resta quella definita con la “formula di Anchorage”, quando Trump e Putin si erano incontrati di persona.
E raffredda le aspettative di svolta anche il fatto che la delegazione russa è fondamentalmente “tecnica”, composta quasi solo da militari, che naturalmente sono incaricati di soppesare le diverse soluzioni proposte, ma non decidono politicamente nulla. Il “politico” presente è per il momento Kirill Dmitriev, consigliere presidenziale per gli investimenti esteri e negoziatore per le questioni economiche, con grande esperienza nei rapporti con gli americani, ma non certo un “decisore”.
Oggi si sta aprendo la seconda giornata di colloqui e quindi entro sera si dovrebbe capire qualcosa di più.
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27/12/2025
Prove di accordo sull’Ucraina, “europei” fuori dalla porta
Partiamo da chi conta. Trump ha convocato Zelenskij, stavolta direttamente a casa sua, in quel di Mar-a-lago, in Florida. Lo stesso presidente ucraino ha dato il la alle ipotesi più speranzose, parlando del piano in 20 punti su cui stanno lavorando i rappresentanti degli Stati Uniti e dell’Ucraina come «pronto al 90%». «Il nostro compito è garantire che tutto sia pronto al 100%. Non è facile e nessuno dice che sarà pronto al 100% subito. Ma nonostante ciò, dobbiamo avvicinarci al risultato desiderato con ogni incontro, ogni colloquio», ha affermato.
I due nodi ufficialmente ancora da districare sarebbero il destino delle parti di Donbass ancora non riconquistate da Mosca e la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Tutto il resto, a cominciare dai territori perduti, non ci sarebbe più un contenzioso plausibile… Ma non è proprio così, come stiamo per vedere.
Sui territori del Donbass il governo di Kiev vorrebbe partire dall’attuale linea del fronte per disegnare una zona smilitarizzata in parti uguali sui due lati, mentre Mosca ufficialmente pretende di arrivare al confine dell’oblast di Donetsk.
Sulla gestione della centrale nucleare – fisicamente nelle mani dei russi da quattro anni – Trump vede un menage a trois con Ucraina, Usa e Russia, mentre Zelenskij sogna ancora di escludere Mosca, la quale ovviamente non ne vuole neanche sentir parlare, ammettendo al massimo una compartecipazione statunitense.
Sulle “garanzie di sicurezza” invece la nebbia è fitta, anche perché la junta ucraina parla di solito soltanto di quelle che pretende da Mosca ma non di quelle che la Russia vuole dall’Occidente. La questione è sempre quella dell’ingresso, oppure no, di Kiev nella Nato, che si porta dietro quella della presenza o meno di truppe Nato sul territorio ucraino, a diretto contatto con quelle russe.
È sempre da ricordare che questo è stato il principale motivo della guerra, per Mosca. E qualunque soluzione che permetta alla Nato di ammassare truppe e basi da quelle parti non può trovare nessuna approvazione dal Cremlino.
Il quale però – evidentemente in possesso delle bozze “vere” del piano statunitense – sembra a sua volta cautamente ottimista. La portavoce del ministero degli esteri, Maria Zakharova, lo ha detto in modo estremamente chiaro: “Siamo pronti a firmare un patto di non aggressione [con la Nato e l’Ucraina, ndr]. Nero su bianco, giuridicamente vincolante“. Niente più giochetti come per Misnk 1 e 2, stipulati dall’Occidente solo per avere il tempo di riarmare i neonazisti in fregola per la guerra, che hanno continuato per otto anni ad attaccare le due repubbliche autonomiste del Donetsk e di Lugansk.
Messa così sembrerebbe quasi fatta. Al 90%, diciamo...
E invece chi non conta prova ancora a mettere ostacoli seri su un percorso comunque non facile.
Sentite come se ne è uscito ieri Manfred Weber, capogruppo tedesco del Partito Popolare Europeo a Strasburgo: «Vorrei vedere soldati con la bandiera europea sulle uniformi, lavorare a fianco dei nostri amici ucraini per garantire la pace». Ossia soldati tedeschi, francesi, placchi, ecc, direttamente al fronte. «Dopo un cessate il fuoco o un accordo di pace, la bandiera europea deve sventolare lungo la linea di sicurezza».
Siamo sicuri che Weber non ignora il fatto, piuttosto semplice, che “l’Europa” ha agito fin qui come parte in causa nella guerra e quindi non può pretendere nessun ruolo “fintamente neutrale”. Ossia la condizione minima per selezionare – eventualmente – quali paesi potranno mandare soldati a garantire la pace interponendosi tra i contendenti.
È quello che fa l’Onu, insomma, quando forma i contingenti Unifil. Pretendere invece di mandare “alleati” significa voler riprendere la guerra appena possibile (dopo aver ricostruito strade, ferrovie e un po’ di esercito ucraino, ormai agli sgoccioli.
Persino il rozzo fascistone che guida l’Ungheria, Viktor Orbàn, sembra quasi un essere ragionevole quando commenta questa “esternazione” tedesca: «Die Zeit ha pubblicato un’intervista in cui Manfred Weber dichiara apertamente che vorrebbe vedere i soldati tedeschi in Ucraina sotto una bandiera Ue. […] In realtà, questa non è pace, è una chiara escalation verso la guerra».
Coerentemente, la sedicente “coalizione dei volenterosi” prosegue nell’organizzazione di altri vertici “per l’Ucraina”, già in gennaio, con Macron tuttora impegnatissimo nel mediare il “dispiegamento di un contingente multinazionale deterrente” in Ucraina.
La pace ha molti nemici, a quanto pare. Deve essere per questo che “i volenterosi” restano esclusi dalle trattative vere e proprie.
«Sarò in contatto costante con loro, vorremmo [noi ucraini, ndr] che gli europei fossero presenti», ha detto Zelenskij ammettendo che Trump non li vuole in presenza. «Come minimo, ci collegheremo online e i nostri partner saranno in contatto». Così forse prenderanno atto di quanto sono inutili… Anzi. Dannosi.
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17/12/2025
Voci dal fronte degli invisibili
Sara Reginella; Il Fronte degli invisibili; Exorma Edizioni; Roma 2025; 260 pp. 16,90€
Dal 2022, con lo scoppio della guerra, il Donbass è diventato una terra proibita per i testimoni occidentali. Non che prima fosse sulle prime pagine ma la caccia ai filoputiniani e la conseguente russofobia hanno avvelenato il discorso pubblico.
Tra i pochi testimoni che hanno raccontato dal campo le vicende della popolazione delle due repubbliche separate di Donetsk e Lugansk c’è Sara Reginella, reduce ormai di diversi viaggi. L’ultimo dei quali è raccolto ne “Il fronte degli invisibili”, un volume a metà tra il reportage e il diario di viaggio sentimentale.
Non cerca l’imparzialità; anzi, è chiara la sua affezione al mondo russo. Un’affezione però che non è da propagandista, ma da chi trova casa in una cultura e un luogo lontani da quello natio. Non a caso, infatti, il volume è un continuo gioco di rimandi tra le scene raccontate in presa diretta – tra le persone che vivono vicino alla linea del fronte, a ridosso delle trincee e sotto i bombardamenti – e i propri ricordi d’infanzia, ponti che si creano nella sua vicenda personale tra le geografie dell’Anconetano e quelle di Donetsk.
Ciò che rende interessante il volume è uno sguardo rivolto non tanto alla ricostruzione storica o geopolitica, né agli sviluppi della guerra sul fronte. Sono poche le testimonianze dei generali; piuttosto, quello che emerge è il ritratto delle famiglie, delle persone comuni, storie di lutti personali e aspirazioni frustrate, voci di chi lavora, vive e muore sul fronte senza indossare la divisa. Di quelle persone sulle cui teste si decidono i rapporti di forza delle grandi potenze.
Nei racconti di questi soggetti emerge la concretezza di ciò che significa vivere in guerra.
Viene restituita la realtà dei pensieri e delle ambizioni di una fetta di popolazione che i nostri media hanno rapidamente etichettato come filorussi senza tenere in considerazione, minimamente, le storie di quei territori, le differenti memorie ed eredità che vivono nelle menti di quei cittadini. Nati e cresciuti nello spazio post-sovietico, l’identità di ciascuno è segnata dalla storia del crollo dell’Unione Sovietica e da una vertiginosa quanto drammatica fine di un mondo che ancora non è riuscito a rimettere in equilibrio i propri pezzi.
Attraverso il racconto di Reginella e le altre testimonianze della vita sui due lati del fronte – dal punto di vista delle persone comuni e dei soldati di fanteria – ci si può affacciare oltre le retoriche belliche e dare corpo a questioni geopolitiche che altrimenti restano astratte e imperscrutabili in tutta la loro sterile crudeltà.
La realtà non fa male quando è ridotta a numeri e formule, il sangue lo restituiscono solo le storie.
Fonte
22/03/2025
Guerra in Ucraina - Kursk, o del doppio fallimento ucraino
Mentre l’operazione Kursk volge al suo triste fallimento (i russi avevano prorogato a lunedì 17 marzo, 06:00 ora di Mosca, l’ultimatum per la resa delle forze ucraine), se ne può fare un bilancio sia in termini militari che, ancor più importante, in termini politici. Perché ovviamente – e rivendicatamente – lo scopo è sempre stato politico.
Sotto il profilo militare, è sin troppo ovvio che è stato un disastro: decine di migliaia di morti e feriti, centinaia di mezzi perduti, e non solo l’obiettivo operativo (distrarre truppe russe dal fronte del Donbass) è stato completamente mancato, ma è avvenuto esattamente il contrario, poiché l’operazione ha richiesto l’impiego di considerevoli risorse ucraine, sottratte alla difesa delle linee sul fronte di Donetsk e di Zaporizhzhie.
Il che ha reso ancora più facile l’avanzata delle forze russe in queste regioni, ormai giunte a ridosso dell’ultima linea difensiva ucraina ben strutturata.
Ma, per certi versi, il fallimento è ancora più macroscopico sotto il profilo politico.
Il senso dell’operazione, infatti, al di là di quello tattico-operativo summenzionato, era di prendere e controllare un pezzo di territorio russo, da far valere come merce di scambio.
In questo, si è innanzitutto vista l’errata valutazione, da parte dei vertici politico-militari ucraini (e dei loro consiglieri NATO, britannici in testa), della posizione che avrebbe assunto Mosca a riguardo; che infatti è stata sin dal primo momento di netto rifiuto, rispetto a qualsiasi ipotesi del genere. E, come ammoniva Sun Tzu, “se conosci te stesso, ma non il nemico, per ogni vittoria ottenuta soffrirai anche una sconfitta”.
Sotto questo profilo, quindi, c’è quanto meno stato un grossolano errore di valutazione. Ma, ancor peggio, la condotta di guerra da parte di Kiev (e dei suoi sponsor) è stata del tutto incoerente con le premesse.
Se, infatti, l’idea di utilizzare quella porzione della regione di Kursk come merce di scambio già partiva debole, non tenendo conto del (prevedibilissimo) rigetto russo, è stata poi definitivamente affossata dal non aver neanche saputo cogliere l’attimo. Nel momento in cui, esaurita la spinta offensiva, il fronte di Kursk si è temporaneamente stabilizzato, Kiev avrebbe dovuto avanzare delle concrete proposte di trattativa, mettendo da parte il risibile oltranzismo che caratterizza l’abituale atteggiamento ucraino.
Ancora a novembre, quando erano già passati quasi quattro mesi dall’inizio dell’operazione, e l’elezione di Trump alla Casa Bianca preannunciava il prossimo rovesciamento della posizione statunitense, avrebbe avuto ancora un senso mettere in campo una reale (e realistica) volontà di porre fine al conflitto, avviando trattative che inevitabilmente non avrebbero potuto prescindere dal fatto che c’era un pezzo di territorio russo in mano ucraina.
La scelta di Zelensky, di Syrsky, e dei loro sponsor a Londra, è stata invece quella di continuare ad inseguire il sogno irrealistico di rovesciare l’andamento dei combattimenti, o quanto meno di poter impegnare le forze armate russe tanto a lungo da spingere Mosca a cercare un compromesso. Ripetendo quindi l’errore esiziale già fatto in precedenza.
In buona sostanza, si può sicuramente affermare che l’intera operazione non solo è stata un fallimento militare – il che può pur sempre accadere, perché nulla è mutevole ed imprevedibile come la guerra – ma è stata un fallimento totale; sotto il profilo strategico, sotto quello tattico-operativo, ma anche e soprattutto sotto quello politico, poiché non solo si poneva obiettivi difficilmente conseguibili, ma non è stata nemmeno supportata da comportamenti coerenti con tali obiettivi, rendendo quindi assolutamente vano il sacrificio di migliaia di uomini.
Il che, peraltro, sembra essere in effetti il fil rouge dell’intera condotta di guerra da parte ucraina.
di Piero Orteca
In «Tutto è finito: le truppe ucraine rivivono la ritirata da Kursk», di Jonathan Beale e Anastasiia Levchenko, la BBC propone analisi dirette dei protagonisti. Cioè degli uomini appena sfuggiti al fuoco nemico, che stremati cercano di mettersi in salvo. «I soldati ucraini impegnati nella battaglia di Kursk – scrive Verify – hanno descritto scene da film dell’orrore durante la ritirata dalle linee del fronte».
La BBC ha ricevuto resoconti dettagliati dalle truppe ucraine, che raccontano di un ritiro ‘catastrofico’ di fronte a un fuoco pesante, a colonne di equipaggiamento militare distrutte e a continui attacchi da parte di sciami di droni russi.
Alcuni hanno raccontato di un ‘crollo’ «quando l’Ucraina ha perso Sudzha, la città più grande che deteneva». Più nello specifico, i soldati ucraini citati da Verify (ai quali sono stati dati degli pseudonimi, per proteggerli) hanno confermato la precarietà delle condizioni in cui sono costretti a combattere.
Volodymyr parla dell’incubo dei droni «24 ore su 24» e denuncia come l’unica linea di rifornimento, la strada tra Sudhza e Sumy sia ormai praticamente impercorribile.
Maksym, invece, scrive su Telegram che i relitti di veicoli blindati ucraini disseminano le strade. Almeno 70 mila russi, compresi 12 mila nordcoreani, stanno attaccando gli ucraini superstiti a Kursk. «I russi – spiega la BBC – utilizzano varianti di ‘droni-kamikaze’ e con ‘visuale in prima persona’ (FPV) per assumere il controllo del fuoco sulle principali rotte logistiche». Tra questi rientrano anche i droni collegati agli operatori tramite cavi in fibra ottica, impossibili da bloccare con contromisure elettroniche.
Maksym ha affermato che «come risultato il nemico è riuscito a distruggere decine di unità di equipaggiamento, e che i relitti hanno creato congestione sulle rotte di rifornimento».
Per Anton, invece, che lavorava al quartier generale ucraino, la situazione è semplicemente ‘catastrofica’. «Anton ha detto che le rotte di rifornimento sono state interrotte. La logistica non funziona più e le consegne organizzate di armi, munizioni, cibo e acqua non sono più possibili». Secondo la sua esperienza, il soldato ha previsto «che l’intero punto d’appoggio ucraino a Kursk sarebbe stato perso, ma che da un punto di vista militare, la direzione di Kursk si è esaurita. Non ha senso mantenerla ancora».
Più disperato e senza appello il giudizio di Dmytro, che ha paragonato la ritirata dal fronte a «una scena di un film dell’orrore». «Le strade sono disseminate di centinaia di auto distrutte – scrive – veicoli blindati e ATV (All Terrain Vehicles). Ci sono molti feriti e morti. Spesso i veicoli vengono inseguiti da più droni. La situazione – ha aggiunto – si è trasformata da difficile e critica a catastrofica. Nella regione di Kursk è tutto finito... l’operazione non ha avuto successo».
L’unico soldato, dal suo lettino d’ospedale, a conservare un minimo di speranza è Artem: «Abbiamo combattuto come leoni», sostiene. Ma la sua resta una logica conservativa. In realtà, per lui Kursk avrebbe dovuto essere solo una zona-cuscinetto, per difendere Sumy e la frontiera ucraina. Invece sta mettendo in crisi tutto il fronte del Donbass e le trattative sul cessate il fuoco.
Fonte
02/11/2024
Guerra in Ucraina - Truppe di Kiev arretrano nel Donetsk. Russi alle porte di Pokrovsk
Le Forze armate russe hanno conquistato Leonidivka, si tratta dell’ultimo successo militare di Mosca nella regione di Donetsk negli ultimi giorni in cui hanno preso il controllo anche di Selidove, Hirnyk, Tsukuryne e Izmailivk.
Il mese di ottobre è stato di quello maggior successo militare per la Russia da luglio 2022. Dopo mesi di linee del fronte per lo più stagnanti, le truppe russe hanno sfondato nella regione del Donbass costringendo ad arretrare le forze ucraine. Secondo il New York Times, i russi hanno preso il controllo di almeno 160 miglia quadrate (414 kmq) di territorio e stanno conquistando altre città e località strategiche.
Gli esperti dubitano che il previsto aumento delle spese militari possa ribaltare a favore di Kiev l’andamento della guerra nelle regioni orientali. Il bilancio ucraino proposto per il 2025 prevede uno stanziamento di circa il 26% del Pil per la difesa. Le spese militari cresceranno di 1,6 miliardi di dollari rispetto al 2024, raggiungendo circa 53,4 miliardi di dollari.
L’obiettivo fondamentale dei russi nel Donbass è prendere la città ferroviaria di Pokrovsk, per ostacolare seriamente la capacità dell’Ucraina di rifornire le sue forze nella regione. Pokrovsk è una delle roccaforti del fronte orientale dell’Ucraina. La sua posizione geografica non solo la rende uno degli hub logistici più importanti, ma è anche vicina a quella che è vista come la retroguardia profonda dell’Ucraina. Dnipro, con una popolazione di circa 1 milione di persone, dista solo due ore di auto da Pokrovsk. Per Kiev, perdere Pokrovsk significherebbe anche avere la guerra più vicina all’Ucraina centrale e alle sue retrovie più protette.
Per Mosca, l’importanza di Pokrovsk è enorme. Solo 17.000 dei 60mila abitanti vivono ancora nella città, che è stata quasi distrutta dai bombardamenti continui. Tuttavia, le rovine di Pokrovsk si trovano a soli 20 chilometri dal confine amministrativo della regione di Donetsk, la linea che il Cremlino si è dato come obiettivo.
Gli esperti affermano che i progressi della Russia nel mese scorso sono dovuti a diversi fattori. L’Ucraina starebbe perdendo terreno anche a causa dell’impiego da parte della Russia di missili e razzi a guida computerizzata e della mancanza di fortificazioni ucraine nella regione. Kiev inoltre soffre di una cronica mancanza di truppe fresche. Per questo ha avviato una nuova campagna di mobilitazione, per reclutare altri 160.000 soldati: questo piano incontra resistenze sempre più forti tra la popolazione.
A sostegno della Russia sono pronti almeno 10.000 soldati nordcoreani, ora in fase di addestramento, che verranno impiegati in prevalenza nella regione di Kursk, in territorio russo, dove è in corso da alcuni mesi una offensiva ucraina. La Corea del Nord difende la sua decisione di assistere militarmente la Russia, contestata dagli Stati Uniti e gli altri alleato di Kiev. In una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’ambasciatore nordcoreano Kim Song ha affermato il diritto delle nazioni a “sviluppare relazioni bilaterali in tutti i campi”.
07/09/2024
Guerra in Ucraina - Il punto, un mese dopo l’inizio dell’operazione Kursk
Esattamente un mese fa, all’alba del 6 agosto, reparti dell’esercito ucraino hanno sferrato un attacco a sorpresa oltre il confine russo, prendendo il controllo del posto di frontiera di Sudža e dilagando nella regione di Kursk. A differenza delle operazioni oltrefrontiera organizzate in passato, questa volta non sono stati impiegati i reparti della Legione ‟Libertà alla Russia” e del ‟Corpo Volontario Russo”, che nel marzo e maggio 2023 avevano sconfinato nelle regioni di Brjansk e di Belgorod affermando di averlo fatto di loro spontanea iniziativa e senza l’autorizzazione né del comando ucraino né degli alleati occidentali, ma truppe regolari ucraine. Questo lasciava intendere fin dal principio che non si trattava di una mera operazione di propaganda come le precedenti, ma di un’azione ben più ambiziosa. Non un’incursione, insomma, ma un’invasione.
La sorpresa è stata pressoché totale e le unità ucraine sono avanzate molto velocemente e in profondità. L’area era stata scelta con cura e presentava, per gli attaccanti, una serie di vantaggi non indifferenti. Si tratta infatti di una regione poco antropizzata, formata da campi, boschi, piccoli villaggi collegati tra loro da poche strade, senza grossi centri urbani presidiati da reparti russi. Inoltre la difesa del posto di confine e dell’area circostante era affidata non a reparti di militari professionisti ma ad alcuni nuclei di guardie di frontiera e, soprattutto, a soldati di leva che si sono in gran parte arresi immediatamente: come da tradizione russa, la difesa dei confini è scaglionata in profondità e quel settore era, per motivi non chiari ma evidentemente noti all’intelligence ucraina, più sguarnito di altri. La reazione dell’artiglieria e dell’aviazione russa è stata veloce, ma si è concentrata sulle colonne di blindati che facevano parte della seconda ondata di truppe e che sono state colpite ancora in territorio ucraino, mentre i primi scaglioni, su mezzi mobilissimi e leggeri, erano già oltre la linea di difesa e imperversavano nella regione, evitando con cura di impegnarsi in scontri con le unità russe che iniziavano ad affluire e cercando, con successo, di seminare quanta più confusione possibile, senza che potesse essere subito chiaro quante unità erano impegnate e quali erano gli obiettivi dell’operazione. Dopo alcuni giorni la situazione si è relativamente stabilizzata e l’avanzata ucraina è stata contenuta, ma a tutt’oggi la testa di ponte oltreconfine resiste, tutto sommato senza eccessive difficoltà. Al momento, l’oblast’ di Kursk è diventata un altro attrattore di uomini, mezzi e risorse, come il fronte aperto dai russi a Volčansk. E come di questo fronte secondario se ne parla sempre meno, nel senso che di solito non vi si verificano avvenimenti degni di nota.
Le motivazioni alla base di una operazione tanto audace quanto rischiosa sono varie e di varia natura, sia militari che politiche. Dal punto di vista militare abbiamo provato a sintetizzare nella prima carta l’obiettivo strategico che il comando ucraino si era probabilmente prefissato, e le fasi operative attraverso cui doveva realizzarsi.
Il primo obiettivo era una cintura di cittadine a breve distanza dal confine, che avrebbero garantito sia il controllo dei principali assi viari della zona che la possibilità di trasformarli in centri logistici, per poi muovere in direzione nord-nordest verso Ryl’sk, L’gov e Liubimovka, verosimilmente gli obiettivi finali. L’idea che le forze ucraine intendessero spingersi fino alla centrale nucleare di Kurčatov o addirittura fino a Kursk, come si favoleggiava nei primi momenti dell’invasione, non è mai stata realmente praticabile, sia per le difficoltà oggettive di una simile operazione che per i rischi connessi all’attacco a una centrale nucleare pienamente operativa, oltre che per il prevedibile contraccolpo diplomatico. La protezione del fianco destro sarebbe stata assicurata, per quanto possibile, dal terreno difficile fatto di colline, boschi e corsi d’acqua. Per il fianco sinistro, credo che il comando ucraino avesse obiettivi più ambiziosi: replicare, anche se in tono minore, l’operazione che aveva portato nella tarda estate del 2022 le truppe ucraine a scacciare i russi dalla regione di Kharkiv, non tanto impegnandoli in combattimento quanto, con la stessa velocità dimostrata ora a Kursk, inserendosi in profondità nelle linee, tagliando le vie di comunicazione e di rifornimenti, isolando e liquidando le unità rimaste oltre le linee. Resosi conto della situazione, il comando russo aveva iniziato molto velocemente una serie di ritirate che gli avevano consentito di salvare la gran parte delle truppe e del materiale, a prezzo però di perdere molto territorio come si può vedere dalla seconda carta.
Qui invece l’obiettivo era su scala più ridotta: tagliare l’autostrada E38, l’unica linea di rifornimento per i posti di confine di Kozino e Tetkino, difesi da guarnigioni ben più sostanziose di quella di Sudža ma che a questo punto sarebbero state costrette o a ritirarsi per strade secondarie, con tutte le difficoltà del caso, o a correre il rischio di rimanere isolate. In questo modo le forze ucraine avrebbero preso il controllo di un’area ben più grande di quella dove effettivamente erano in corso i combattimenti, ripetendo così la brillante operazione di Kharkiv su scala certamente minore ma con la grande differenza che questa volta i russi non si sarebbero ritirati precipitosamente da un territorio occupato ma dal territorio della Federazione. Se poi le guarnigioni dei due posti di frontiera fossero state accerchiate e costrette alla resa, o distrutte, oltre al danno in termini pratici ci sarebbero state serissime conseguenze politiche e d’immagine per il comando e la leadership russa. Una prova che questa interpretazione dell’obiettivo strategico ucraino sia valida sta nella distruzione, una decina di giorni dopo l’inizio delle operazioni, dei due ponti sul fiume Seym, a Zvannoe e Glushkovo (segnati sulla prima carta): segno che l’idea di isolare almeno la guarnigione di Tetkino ha continuato ad essere perseguita, anche se non si è realizzata.
Il piano era sicuramente ben congegnato e, sulla carta, molto valido. Nella realtà, però, nonostante l’effetto sorpresa e una risposta russa abbastanza confusa nelle prime 48 ore, gli obiettivi sono stati raggiunti solo in minima parte, come si può vedere dalla terza carta tratta dal sito deepstatemap.live, fonte ucraina molto autorevole e molto citata.
Dei quattro centri più vicini al confine sono caduti in mano ucraina solo Sudža e Malaya Loknya (quest’ultima contestata), e in direzione nord, quella più importante, non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi intermedi. Soprattutto non è stato raggiunto il secondo scopo militare, ancora più del controllo di una porzione di territorio nemico: obbligare il comando russo a stornare uomini e mezzi per far fronte all’invasione, spostandoli dagli altri settori del fronte. Questo avrebbe portato non solo a un arresto delle operazioni nel Donbass ma anche a una riduzione del numero di soldati russi presenti sui fronti di Zaporižia e Cherson, cosa che avrebbe potuto essere sfruttata dal comando ucraino per organizzare qualche operazione offensiva, o almeno per far rifiatare le proprie truppe. Questo però non solo non si è verificato, ma sono stati gli ucraini a spostare alcune unità proprio dal Donbas in direzione dell’oblast’ di Kursk: questo ha consentito alle truppe russe di avanzare in maniera piuttosto veloce nel Donbass e prendere sotto controllo una serie di capisaldi importanti, generando malumori e perplessità non solo nell’esercito ucraino ma anche negli alleati occidentali [1]. Il comando russo, messo di fronte alla possibilità concreta di dovere interrompere un’avanzata che, dalla presa di Avdiivka in poi, stava procedendo con ottimi risultati, ha preferito non metterla a rischio, accettando anche di vedere parte del proprio territorio occupato dalle truppe ucraine. Sono stati spediti nell’oblast’ di Kursk rinforzi sufficienti a impedire che la zona sotto controllo ucraino si allargasse ulteriormente e raggiungesse qualche punto nodale, ben sapendo che non sarebbero stati sufficienti a ricacciarli oltreconfine. Al tempo stesso il comando ucraino ha fatto, per il Donbass, un ragionamento di segno opposto, anche se proprio negli ultimi giorni sono stati inviati più rinforzi che hanno parzialmente stabilizzato la situazione e limitato i progressi russi. La situazione può sembrare paradossale: entrambe le parti stanno dando la priorità non al recupero del proprio territorio ma alla conquista di quello altrui. Ma entrambe le parti hanno ottimi motivi strategici per farlo. I russi perché il centro di gravità del conflitto è il Donbas, e gli ucraini perché, oltre agli obiettivi militari, questa offensiva ha anche obiettivi politici, probabilmente ancora più importanti.
La leadership ucraina è stata fin dall’inizio molto poco chiara su questi obiettivi, un po’ per giocare sull’ambiguità di una operazione complessa e non approvata da tutti, un po’ perché si sono naturalmente evoluti e modificati col passare del tempo. Quello dichiarato per primo era stato avere una pedina di scambio per sedersi al tavolo delle trattative, quando si fossero aperte, da una posizione di forza. La reazione russa però è stata, come era lecito aspettarsi, molto dura: qualsiasi idea di trattative è stata dichiarata d’ora in avanti irricevibile, anche se la leadership russa ha stemperato i toni parlando di ‟provocazione” e non di ‟invasione” del territorio russo, cosa che avrebbe potuto invece portare a conseguenze diplomatiche estreme quali una dichiarazione di guerra o la richiesta di aiuti agli alleati militari. Poi c’è stato, da parte di Zelensky, l’accenno a un ‟fondo di scambio”, subito interpretato dai media come scambio territoriale. Il Presidente ucraino si riferiva, però, allo scambio di prigionieri, il cui numero è molto sbilanciato a favore della Russia, che detiene molti più prigionieri ucraini dei russi catturati dalle forze di Kiev. Uno scambio di prigionieri infatti c’è stato il 24 agosto: 115 soldati di leva catturati il primo giorno, in pratica tutta la guarnigione del posto di frontiera, per 115 soldati ucraini. Di scambi di territori però non si è mai parlato, sia perché nessuna delle due parti vuole negoziare una cosa del genere, sia perché anche in questo caso la Russia occupa di gran lunga molto più territorio ucraino di quando non faccia l’Ucraina in Russia, e non si capisce per cosa dovrebbe scambiare Sudža. Un altro scopo era quello di provare a colpire psicologicamente la popolazione russa e provocare un’ondata di malcontento diretta verso Putin. Questo è sicuramente successo, ma paradossalmente negli ambienti del nazionalismo più oltranzista che già criticavano la sua gestione del conflitto come troppo ‟morbida”, non nel resto dell’elettorato.
Ma c’era soprattutto la necessità di modificare la narrazione del conflitto, che ormai vedeva da più di un anno l’Ucraina come parte esclusivamente soccombente. Invertire questa tendenza, mostrarsi nuovamente non solo vittoriosi ma propositivi, coraggiosi, sorprendenti in un conflitto che è anche mediatico, ha come scopo più importante quello di riconquistare il favore degli alleati, mettersi al sicuro da eventuali esiti infausti nelle elezioni presidenziali statunitensi, assicurarsi nuove forniture di materiale militare, nuovi finanziamenti, e magari la revoca del vincolo imposto dagli USA sull’utilizzo delle armi a lungo raggio sul territorio russo. Se gli Stati Uniti temono che questo possa portare a una escalation con la Russia, parrebbe essere il sottinteso, la presenza delle truppe ucraine sul suolo russo dimostra invece che quelle di Putin sono parole vane e che da parte della Russia non c’è la volontà o la capacità di opporsi, che le ‟linee rosse” sono solo propaganda.
Un ragionamento certamente pericoloso che a Washington continuano a rifiutare anche aggrappandosi, come ha fatto Kirby ieri, ad argomentazioni speciose quali quella che il 90% degli asset militari russi sarebbe comunque oltre la gittata delle armi a disposizione dell’Ucraina, anche se cadesse il divieto di usarle [2]. Nell’intervista rilasciata alla NBC News il 3 settembre Zelensky ha, ancora una volta, parlato della lentezza con cui arrivano gli aiuti militari occidentali [3]. Segno evidente che questo continua ad essere il problema principale di cui soffre l’Ucraina, e che per risolverlo la sua leadership è disposta anche a operazioni rischiose e non concordate con gli alleati. La guerra sta forse entrando nella sua fase finale, ma proprio per questo le azioni imprevedibili potrebbero moltiplicarsi.
Note
[1] Tra il 17 e il 19 agosto The Economist, Guardian, Forbes, Times, Financial Times, New York Times e Washington Post hanno pubblicato una serie di articoli molto simili tra loro, nei quali venivano appunto espressi diversi dubbi e perplessità sull’operazione ucraina
[2] https://www.newsweek.com/white-house-russian-aircraft-out-ukraine-atacms-range-1949214
[3] https://www.nbcnews.com/news/world/zelenskyy-ukraine-russia-territory-seized-putin-kursk-rcna169280
Fonte
04/09/2024
Guerra in Ucraina - Pessime notizie dal fronte, 4 ministri si dimettono. Se ne va pure Kuleba
“Mentre il mondo osservava la straordinaria offensiva transfrontaliera dell’Ucraina nell’oblast di Kursk, che celebrava un colpo inaspettato a Mosca, le forze russe avanzavano con una velocità allarmante nell’est dell’Ucraina” – scrive il giornale ucraino Kyev Indipendent – “Un mese dopo, in cui le nuove linee del fronte nella regione di confine russa formate sulla scia dell'incursione di Kursk hanno iniziato a stabilizzarsi, nell’oblast di Donetsk la Russia ha continuato ad avanzare sulla città chiave di Pokrovsk”.
Secondo quanto riporta lo stesso Kyev Indipendent, il 27 agosto scorso, Oleksander Syrskyi, comandante in capo delle forze armate ucraine, ha fatto un’ammissione sorprendentemente candida: “Costringere la Russia a ritirare le sue forze dalle offensive lungo la linea del fronte nell’Ucraina orientale è stato infatti uno degli obiettivi principali dell’offensiva a sorpresa dell’Ucraina a Kursk” – ha detto Syrskyi – “ma proprio dove contava di più, il piano è fallito”.
Sirskyi ha affermato che Mosca ha rischierato circa 30.000 delle sue truppe da altri settori nella direzione di Kursk, “e questo numero è in crescita”. Allo stesso tempo, la Russia ha schierato le sue unità più pronte al combattimento nel settore di Pokrovsk.
Ancora più esplicito è un analista militare ucraino con buone entrature nelle intelligence occidentali, citato dal sito specializzato Analisi Difesa. Con lo pseudonimo di Tatarigami, questo analista scrive su Euromaidanpress che “nonostante i tentativi ucraini di dirottare le forze russe da Pokrovsk con l’incursione di Kursk, la leadership russa rimane riluttante a distogliere un numero significativo di forze da questo fronte, anche a scapito dei costi reputazionali e politici”.
L’analista ucraino spiega poi l’importanza di Pokrovsk, una città con una popolazione prebellica di 60.000 abitanti, a ovest di Avdiivka, in un crocevia fondamentale di più linee ferroviarie, diventato un hub chiave per le consegne e la distribuzione ferroviaria, facilitando l’approvvigionamento delle forze ucraine su un’ampia linea del fronte, da Vuhledar al nord di Donetsk e oltre.
Secondo quanto scrive su Euromaidanpress “Attualmente, solo due luoghi nel Donbass svolgono questa funzione vitale: Pokrovsk e Kramatorsk. Nel valutare la situazione, dovremmo ricordare che la Russia non ha bisogno di catturare Pokrovsk per ottenere il controllo della ferrovia. La semplice vicinanza alla città consente alle forze russe di prendere di mira treni e veicoli con artiglieria, mortai e droni, rendendo di fatto inutilizzabile lo snodo ferroviario. È molto probabile che le operazioni ferroviarie in città siano già state sospese a causa di questi rischi”.
Dal canto loro le fonti russe (agenzia Tass) riportano i dati delle perdite di soldati e mezzi militari ucraini nell’incursione su Kursk e affermano di aver colpito le loro riserve nelle retrovie in 15 località della regione di Sumy.
L’agenzia Ria-Novosti riporta inoltre che le truppe russe hanno pesantemente bombardato l’Istituto Militare delle Comunicazioni di Poltava, una delle città ucraine più lontane dal fronte. Secondo le fonti russe l’istituzione è specializzata nella formazione del personale nei settori del radar e della guerra elettronica.
Nella giornata di ieri ben quattro ministri ucraini si sono dimessi anche se non è ancora chiaro il motivo. A riportarlo è Rbc Ukraine. Il presidente del parlamento ucraino ha dichiarato che il ministro responsabile della supervisione della produzione di armi durante la guerra Oleksandr Kamyshin, in carica dal marzo 2023 e anche consigliere di Zelensky, il ministro della Giustizia Denys Maliuska e il ministro dell’Ambiente Ruslan Strilets hanno presentato la lettera di dimissioni. Una lettera di dimissioni è stata consegnata anche dal presidente del Fondo demaniale dell’Ucraina Vitalii Koval.
Ma il più importante, e internazionalmente noto, è il ministro degli Affari esteri, Dmitro Kuleba, che ha presentato le sue dimissioni in una lettera indirizzata alla Verkhovna Rada (il Parlamento), come annunciato dal capo della Camera, Ruslan Stefanchuk, sul suo account Facebook: “La Verkhovna Rada ha ricevuto una dichiarazione dal Ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina sulle sue dimissioni”, ha scritto Stefanchuk, il quale ha anche annunciato che le dimissioni saranno discusse in una delle prossime sessioni plenarie del Parlamento.
Kuleba, insieme al “consigliere” Podolyak, costituiva il gotha del gruppo dirigente intorno a Zelenskij. Sembra evidente che le pessime notizie dal fronte, le difficoltà della Nato (direttamente colpita nei suoi istruttori nella base di addestramento di Poltava), le divisioni interne ai guerrafondai europei su un più esplicito coinvolgimento militare nella guerra (come chiesto tutti i giorni dall’inner circle zelenskijano), stiano provocando smottamenti sostanziali della junta golpista ucraina.
Mettere altri fantocci al loro posto non sarà complicato, me è chiaro che la “prima linea” del ponte di comando non regge più.
E come al solito, in casi come questo, c’è chi viene dimissionato per trovare un capro espiatorio, chi per migliorare l’efficienza e chi se ne va per godersi quanto accumulato nel frattempo in qualche paese più sicuro. Tutti segni di un tracollo che potrebbe avvenire molto prima di quanto “analizzato” dall’Occidente collettivo...
Fonte
17/08/2024
Guerra in Ucraina - Gli ucraini rallentano a Kursk, i russi accelerano in Donbass
Ieri il capo di Stato maggiore delle forze armate di Kiev, generale Oleksandr Syrskyi, ha annunciato la costituzione di un comando nei territori sotto il loro controllo nella regione di Kursk affidato al generale di divisione Edouard Moskaliov, con il compito di “mantenere la legge e l’ordine e garantire le urgenti necessità della popolazione nei territori controllati”.
Mosdkalov era stato rimosso nel febbraio 2023 dal presidente Volodymyr Zelensky dall’incarico di comandante delle Joint Forces Operation: una rimozione attribuita secondo alcuni agli insuccessi nel Donbass, secondo altri a casi di corruzione emersi nel suo comando.
Syrsky ha osservato che dall’inizio dell’operazione nella regione di Kursk, le forze ucraine sono avanzate di 35 chilometri nelle difese del nemico assumendo il controllo di 1.150 chilometri quadrati di territorio (solo 700/1.000 secondo fonti russe) dei circa 30mila della regione di Kursk, contenenti 82 insediamenti inclusa la cittadina di Sudzha che vede i russi mantenere la pressione a pochi chilometri a est del centro abitato.
Gli ucraini sembrano però aver perso slancio, e nelle ultime ore anche un po’ di terreno, complice l’arrivo di ingenti rinforzi russi che colpiscono anche le retrovie nemiche nella regione ucraina di confine di Sumy e che hanno annunciato di aver riconquistato le località Spalnoye, Krupets e Martynovka (pochi chilometri a est di Suddzha) come ha reso noto il comandante della Forza Akhmat cecena, il maggiore generale Apty Alaudinov, secondo il quale sarebbero circa 12mila i militari ucraini presenti sul territorio russo di Kursk. Le truppe apparterebbero a due brigate meccanizzate, una di fanteria leggera e una della Guardia Nazionale.
Il rallentamento dell’avanzata delle forze ucraine, con qualche puntata a nord- est di Guyevo, è stato confermato anche da analisti occidentali che rilevano gli sforzi russi per stabilizzare il fronte e costituire linee difensive contigue che impediscano ulteriori penetrazioni alle colonne mobili ucraine.
Citando fonti ucraine e russe, l’Institute for the Study of War (ISW) evidenzia il miglioramento della situazione per le forze russe che hanno fatto affluire rinforzi da diverse regioni russe inclusa Kaliningrad e, in misura limitata, dai fronti ucraini di Kherson e Zaporizhia oltre alla 810a brigata di Fanteria di Marina che si trovava nelle retrovie della regione di Donetsk.
Media ucraini hanno rilevato, tramite l’analisi delle immagini satellitari raccolte da Mexar il 12 agosto, la costruzione di fortificazioni a sud-ovest di Lgov lungo l’autostrada E38 Lgov-Rylsk-Glukhov, a circa 17 chilometri a nord del punto di massima avanzata ucraina nella regione di Kursk.
Il 15 agosto il ministero della Difeso russo aveva reso noto che i tentativi ucraini di avanzare in profondità nel territorio russo nelle aree di Varvarovka, Safonovka, Sheptukhovka, Kauchuk, Alekseevsky e Matveevka erano stati sventati.
Nei giorni scorsi i russi hanno mostrato il video di un carro armato britannico Challenger 2 in dotazione all’92° brigata aeromobile distrutto da una munizione circuitante. Dei 14 tank di questo tipo forniti da Londra almeno tre esemplari sono stati distrutti dai russi e l’ultima apparizione di questi mezzi era avvenuta sul fronte di Zaporizhia, nel settore di Rabotino. Sollecitati dal canale tv britannico Sky News, il ministero della difesa britannico e le forze armate ucraine hanno rifiutato di commentare la notizia.
Oltre ai carri armati britannici, gli ucraini stanno impiegando sul territorio russo veicoli da combattimento Bradley, Stryker e Marder 1A3 oltre a obici M777, blindati trasporto truppe francesi VAB e MRAPP statunitensi MaxxPro mentre tre lanciarazzi campali HIMARS sarebbero stati distrutti dai russi nella regione di confine di Sumy da dove offrivano supporto di fuoco alle truppe ucraine nel territorio di Kursk.
Ieri la CNN ha reso noto che gli Stati Uniti non intendono consentire all’Ucraina di utilizzare i missili balistici tattici ATACMS (lanciati dagli HIMARS) per colpire la regione russa di Kursk. Non si tratterebbe di una limitazione dovuta al rischio di escalation del confronto con Mosca ma allo scarso numero di tali armi che gli USA possono cedere a Kiev e che il Pentagono vorrebbe venissero impiegati per colpire obiettivi in Crimea e soprattutto il ponte di Crimea. Mosca ha reso noto ieri di aver abbattuto ben 12 missili ATACMS lanciati contro il ponte che unisce la Crimea alla Penisola di Kerch.
Sempre nella regione di confine di Sumy, un missile balistico Iskander-M ha distrutto ieri, secondo quanto riferito da Mosca, un sistema mobile di difesa aerea IRIS-T di costruzione tedesca. Si tratterebbe del settimo lanciatore di missili terra-aria ucraino distrutto dopo i tre Patriot e altrettanti BUK individuati dai droni da sorveglianza russi. Ieri il ministero della Difesa russo ha mostrato il video di un altro Iskander-M che ha distrutto altri 2 lanciatori di Patriot insieme al veicolo radar AN/MPQ-65 nei pressi di Lyubimovka, nella regione di Dnepropetrovsk.
A suggerire che a Kursk gli ucraini intendano porsi sulla difensiva sembra contribuire anche la notizia, diffusa dal portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che le truppe ucraine hanno distrutto un ponte sul fiume Seim nel distretto di Glushkovsky, nella regione di Kursk, con razzi lanciati dai semoventi HIMARS di fabbricazione statunitense. Secondo l’agenzia di stampa statale TASS la distruzione del ponte ostacolerebbe l’evacuazione, disposta dalle autorità regionali russe, dei 18 mila residenti del distretto di Glushkovsky, a 10 chilometri dal confine, ma l’obiettivo ucraino potrebbe essere di ostacolare l’afflusso di truppe russe.
Mosca sta inviando rinforzi anche nella regione russa di confine di Belgorod, già in passato oggetto di incursioni e bombardamenti ucraini e che, secondo quanto rivelato da fonti ucraine al Washington Post è stata oggetto nello scorse ore di un attacco ucraino condotto lungo il confine da centinaia di militari con decine di blindati respinto con forti perdite dalla “resistenza accanita” dei militari russi.
Lo ha annunciato il 15 agosto il ministro della Difesa russo, Andrei Belousov, spiegando che è stato messo a punto un maggior coordinamento del sistema di comando e controllo delle forze militari e di sicurezza.
Le autorità russe hanno annunciato che dal 19 agosto evacueranno e bloccheranno l’accesso a cinque villaggi situati molto vicino al confine ucraino nella regione di Belgorod, confinante con quella di Kursk. “Dal 19 agosto bloccheremo l’accesso a cinque località, evacueremo i residenti e aiuteremo a spostare le merci”, ha spiegato su Telegram il governatore della regione di Belgorod, Vyacheslav Gladkov, precisando che anche l’accesso a un sesto villaggio sarà “temporaneamente” vietato.
Circa le ragioni dell’attacco ucraino alla regione di Kursk va rilevato quanto scritto oggi dal Washington Post: Ucraina e Russia avrebbero dovuto inviare delegazioni a Doha verso la fine di agosto per negoziare un accordo storico che fermasse gli attacchi alle infrastrutture energetiche ed elettriche da entrambe le parti, ma l’offensiva Ucraina nel Kursk ha fatto saltare questa iniziativa.
Lo hanno affermato al WP diplomatici e funzionari a conoscenza delle discussioni. La speranza era che i negoziati potessero portare a un accordo più completo per porre fine alla guerra, secondo i funzionari che hanno parlato in condizione di anonimato.
Se lungo il confine ucraino i russi rafforzano le difese passando occasionalmente al contrattacco, sui fronti ucraini le forze di Mosca avanzano con maggiore rapidità, forti di un crescente supporto aereo e d’artiglieria, rispetto alle scorse settimane soprattutto intorno ai capisaldi di Pokrovsk, Toretsk e Korakhova.
Nel settore di Pokrovsk, ove gli ucraini stanno disponendo l’evacuazione dei civili, i russi hanno conquistato diversi centri abitati negli ultimi giorni: Novotoretskoye, Novgorodskoye, Orlovka a buona parte della cittadina di di Zhuravka.
Le autorità militari ucraine hanno invitato i civili ad accelerare l’evacuazione dalla città perché l’esercito russo si sta rapidamente avvicinando. Le truppe russe “stanno avanzando a ritmo sostenuto. Ogni giorno che passa c’è sempre meno tempo per raccogliere gli effetti personali e partire verso regioni più sicure”, recita un comunicato. Truppe russe sono ormai a ridosso del perimetro urbano di Toretsk dopo aver preso possesso del sobborgo di Zheleznoye.
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Guerra in Ucraina - L'operazione di Kiev nel Kursk è l'indicatore di una esclation?
Sembra ormai assodato che le truppe ucraine abbiano preso il controllo di Sudža, mentre a nord, verso l’autostrada, non riescono a passare. In quella direzione avanzare è complicato non solo per i rinforzi russi ma anche per il fatto che questi ultimi hanno il controllo delle colline che circondano l’area in mano ucraina, e possono quindi godere di questo ulteriore vantaggio. Come avevo detto giorni fa, l’obiettivo che l’Ucraina intenderà mantenere è proprio Sudža, per un complesso di motivi: è una ‟città” (come lo è Avdiivka, ovvero una città molto piccola), il che ne aumenta il prestigio dal punto di vista della propaganda, è una buona base logistica per potenziali altre operazioni verso est o verso sud, ed essendo il centro abitato più grande della zona sarà complicato per i russi sloggiarli da lì, e non è detto che ci provino.
In effetti il comando russo, a più di una settimana dall’inizio dell’operazione, non sembra per niente intenzionato ad aumentare il numero dei rinforzi, e soprattutto non sta facendoli arrivare dal Donbas dove continua ad avanzare. È un atteggiamento sostanzialmente speculare a quello del comando ucraino che invece, pur di avanzare nel Kursk, vi sta trasferendo oltre a reparti della riserva strategica anche unità finora impiegate in Donbas, e sta sacrificando i rifornimenti per questa zona per favorire l’avanzata in territorio russo: lo riferisce Politico (link 1) riportando le parole del portavoce della 110a brigata meccanizzata dal fronte di Pokrovsk, il quale sostiene che per loro le cose stanno andando peggio, per ciò che riguarda i rifornimenti. Le avanzate russe nel Donbas, ovviamente, sono mediaticamente scomparse sui canali occidentali, ma sono tutt’altro che indifferenti.
Allego quattro carte prese da DeepState, ovvero dal servizio di mappatura ‟ufficiale” ucraino (ufficiale nel senso che collabora con le FFAA ucraine), per fare un confronto tra la situazione del 6 agosto, il giorno dell’inizio dell’offensiva ucraina, e il 14 agosto (DeepState aggiorna sempre le mappe al giorno precedente). La prima è quello che un tempo abbiamo chiamato fronte di Avdiivka il 6 agosto, la seconda lo stesso fronte il 14; la terza è il fronte di Torestk/Niu-Iork il 6, la quarta il 14. Ovviamente le carte sono nella stessa scala. Non sono avanzate indifferenti, considerando il passo solito delle avanzate russe.
Avevo già scritto della differente antropizzazione del Donbas rispetto alla regione di Kursk: qui (Donbas) si combatte sostanzialmente un’unica grande battaglia urbana con posizioni fortificate predisposte da dieci anni, lì (Kursk) in un ambiente totalmente diverso e quasi del tutto sgombro da posizioni militari. Fessi i russi a non averle predisposte? Sicuramente, ma in guerra i chilometri non sono uguali e un’avanzata di 10 chilometri nel Kursk è cosa molto diversa da un’avanzata di un chilometro nel Donbas. E questo anche andrebbe valutato nel momento in cui si fanno raffronti entusiasti del tipo ‟l’Ucraina ha conquistato x in tempo y, la Russia invece bello stesso tempo solo z” - x e z sono differenti, non di poco.
Detto questo, veniamo al problema reale per la Russia, che non è la velocità dell’avanzata propria o altrui ma che questa offensiva ucraina ha chiarito, se mai ce ne fosse ancora bisogno, due cose fondamentali. La prima è che l’Ucraina mobiliterà chiunque e farà qualsiasi cosa pur di ottenere lo scopo di vincere la guerra o, almeno, far pagare alla Russia il prezzo più alto possibile. La seconda, ancora più seria, è che l’Occidente la lascerà fare, per non dire che la incoraggerà, e giustificherà qualsiasi tipo di attacco in nome del diritto all’autodifesa – del resto si è giustificato pure Basaev, all’epoca, e non eravamo ancora in guerra con la Russia. Nel Kursk ci sono i Challenger inglesi, gli Stryker statunitensi, i Senator canadesi (non se la passano benissimo, ma questo è un altro discorso) e tutta la pletora delle armi leggere inviate dalla NATO, la logistica russa è colpita dagli HIMARS statunitensi, le basi e gli aeroporti dagli Storm Shadow/SCALP inglesi e francesi, per non parlare dell’intelligence aerea e satellitare (no, non si sono messi col binocolo a vedere come se la passava la guarnigione di Sudža e come era organizzata la rete di difesa russa da quelle parti, hanno usato informazioni un po’ più raffinate). Ogni finzione sull’utilizzo delle armi occidentali su territorio russo è caduta, anche se gli USA fanno ancora finta di non saperne niente.
E se domani l’Ucraina deciderà di dare l’assalto alla centrale di Enerdogar, cosa che pare possibile (la stessa fonte che segnalava da tempo un accumulo di truppe ucraine a Sumy segnala adesso colonne di camion militari a Zaporože, quindi un minimo di credito glielo darei), nessuno avrà niente da ridire come nessuno ha avuto niente da ridire sulla distruzione del Nord Stream 2, cioè di una infrastruttura strategica per la sicurezza energetica di un paese centrale nella NATO fatta saltare, secondo le ultime indiscrezioni, da un commando appartenente a un paese extra-NATO con la complicità o la connivenza dei servizi segreti di altri paesi NATO e della Polonia, che non ha dato seguito alla richiesta di estradizione di uno degli autori dell’attentato fatta dalla Germania (vedi l’articolo del Wall Street Journal; premetto che a parer mio ci sono un po’ di cose che continuano a non quadrare, e che questa insistenza sull’innocenza di Zelensky e la colpevolezza di Zalužnyj mi pare parecchio sospetta, soprattutto ora. Però al momento è la ricostruzione più dettagliata che abbiamo e quindi ce la dobbiamo tenere). Il problema reale è questo, non i chilometri quadrati conquistati.
Ovviamente la Russia sta facendo queste valutazioni, e il fatto che non ci sia ancora stata una risposta di nessun tipo, né militare né diplomatica, lascia probabilmente intendere che al momento sono in corso colloqui a livello piuttosto alto, e certo non con l’Ucraina: anche se, dato il discorso fatto sopra, resta misterioso il livello di fiducia che la leadership russa ripone nell’occidente. Se la Russia vorrà continuare a combattere come ha fatto finora, ossia facendo finta di non essere in guerra, andrà incontro a brutte sorprese e già ne ha avute parecchie; se deciderà invece di essere in guerra le brutte sorprese, oltre all’Ucraina, potremmo averle pure noi. Dal punto di vista ucraino, naturalmente, si cerca di provocare quanto prima possibile una reazione, possibilmente scomposta. Vanno in questa dichiarazione i provvedimenti annunciati oggi da Zelensky e dalla vice prima ministra Iryna Vereščuk: il generale Eduard Moskalov, già rimosso dal suo ruolo di comandante del settore del Donbas nel febbraio 2023, è stato nominato comandante militare della regione occupata e sono stati annunciati ‟corridoi umanitari” per l’evacuazione dei civili. Vereščuk ha specificato cosa significa: i civili verranno trasferiti a Sumy, ovvero in Ucraina. Non penso che queste mosse contribuiranno a rasserenare la situazione; se poi a Kiev qualcuno dovesse pensare di spedire a Sudža qualche esponente della corte dei miracoli di ‟Russia libera” e fargli proclamare l’indipendenza della regione penso che le conseguenze saranno molto, molto negative.
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21/06/2024
Guerra in Ucraina - Il successo dell’operazione di Kharkiv si misura nel Donbass
Il successo o l’insuccesso di una operazione militare si valutano, ovviamente, alla fine della stessa. Nonostante questa norma di cautela, l’offensiva russa nella regione di Kharkiv è stata molto sbrigativamente qualificata come un fallimento, con le truppe russe bloccate ancora a poca distanza dal confine e nessun obiettivo raggiunto. In effetti, se l’obiettivo fosse Kharkiv questa valutazione sarebbe assolutamente corretta: ma l’obiettivo di una operazione militare non è necessariamente il territorio in cui questa operazione si svolge. In questo caso, infatti, l’obiettivo è sempre il Donbass, e da questo punto di vista l’operazione, per quanto visto finora, è un successo.
La rappresentazione mediatica della fase attuale del conflitto in Ucraina si sofferma, più che sui movimenti del fronte o sulle operazioni militari, sul ‟contorno” diplomatico e politico. Nelle ultime settimane, infatti, si è assistito a un aumento abbastanza marcato di dichiarazioni escalatorie da entrambe le parti, e a un apparente irrigidirsi delle posizioni che hanno catturato l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica: dalla proposta di Macron di inviare truppe francesi, pur senza specificare con quale ruolo, alle esercitazioni nucleari tattiche di Russia e Bielorussia per finire con l’autorizzazione, concessa a fatica alle FFAA ucraine dagli USA e con maggiore entusiasmo dalla Gran Bretagna, di impiegare gli armamenti occidentali sul territorio russo, ma solo nella zona del nuovo fronte aperto nella regione di Kharkiv. Proprio il fatto che molte delle dichiarazioni occidentali siano giunte in conseguenza delle difficoltà che l’apertura di questo fronte ha provocato al comando ucraino ci fa, invece, intendere che la dimensione militare resta preponderante, e che il fronte non è affatto fermo o in stallo come spesso è stato affermato.
Il nuovo fronte è stato aperto poco più di un mese fa, il 10 maggio. Unità russe del gruppo ‟Nord” recentemente costituito hanno passato la frontiera in direzione di due insediamenti, Lyptsi e Vovčans’k, sostanzialmente senza incontrare resistenza, e nei giorni successivi sono avanzate fino ad attestarsi nell’abitato di Vovčans’k, teatro da allora di combattimenti sostenuti, e a poca distanza da Lyptsi che si trova a una quindicina di chilometri da Kharkiv. L’avanzata delle truppe russe consente loro adesso di colpire, come da prove filmate, mezzi militari ucraini sulla circonvallazione di Kharkiv, cosa prima impossibile per via della distanza, ma nulla più: come è accaduto spesso durante questo conflitto, il fronte si è stabilizzato abbastanza velocemente e a questa avanzata non ne sono seguite altre, né in quel settore né altrove lungo la frontiera. Del resto, le unità che i russi hanno impiegato per l’operazione sono, anche contando i rinforzi affluiti nelle settimane successive, intorno al 20% degli effettivi del gruppo ‟Nord”, ed era prevedibile che l’afflusso di riserve ucraine avrebbe provocato un arresto dell’avanzata che, nella sua prima fase, aveva goduto sia del fattore sorpresa che della presenza di poche unità poste a difesa (essendo la prima linea di difesa sul confine tra Russia e Ucraina posta qualche chilometro dietro l’effettiva frontiera, da entrambe le parti). Resta dunque da chiedersi se, visto l’esito abbastanza scontato, era davvero Kharkiv l’obiettivo di questa operazione, che in questo caso dovremmo qualificare come fallimentare, o se invece non siano altre le motivazioni e, di conseguenza, i risultati che il comando russo si aspettava di raggiungere.
Del numero limitato di uomini e mezzi impiegati dalla Russia abbiamo già detto: troppo pochi e del tutto insufficienti per attaccare una città che, per fare un raffronto con una delle battaglie più famose di questo conflitto, è grande sette volte e mezzo Bakhmut e meglio difesa. Anche il dato geografico ci porta a dubitare che l’obiettivo fosse questo: l’avanzata è avvenuta in un settore abbastanza decentrato, a nord-est di Kharkiv, e senza che in quell’area siano presenti importanti vie di comunicazione. Il discorso naturalmente sarebbe diverso se, parallelamente all’avanzata a nord-est, ce ne fosse stata anche un’altra a nord-ovest, in modo da dirigersi verso Kharkiv da due direzioni come il comando ucraino temeva: ma le unità in quel settore non sono intervenute e restano, apparentemente, inoperose al di là del confine. Certamente è possibile che l’obiettivo, pur non essendo Kharkiv, fosse diverso da quello conseguito finora e più ambizioso, ma non si capirebbe allora perché il comando russo non abbia impiegato ulteriori truppe e mezzi per raggiungerlo, visto che è noto che queste truppe e questi mezzi sono disponibili. Se dunque l’obiettivo, almeno in questa fase, non è Kharkiv, resta da chiedersi qual è. O meglio quali sono, visto che è possibile individuarne immediatamente due.
Il primo, immediato, è quello di allontanare il fronte da Belgorod, che dista una trentina di chilometri dal confine ed è spesso oggetto di lanci di droni e, soprattutto, di missili: il ‟cordone di sicurezza” di cui aveva parlato Putin poco prima che l’operazione iniziasse. Visti i pochi chilometri conquistati la città resta a tiro, ma i russi hanno ora tre vantaggi: hanno obbligato i pezzi ucraini a spostarsi più indietro, sono in grado di effettuare con maggiore successo operazioni di controbatteria, e soprattutto obbligano il comando ucraino a destinare le risorse a sua disposizione per colpire le unità russe sul fronte, non più la città. Non a caso, il fuoco su Belgorod è sensibilmente diminuito. Accanto a questo obiettivo immediato, però, ce n’è un altro, molto più importante. Ogni operazione militare va inquadrata non solo nel settore in cui si svolge ma nel contesto generale del conflitto. Così, per ottenere risultati in una determinata zona può rendersi necessario operare altrove, in aree non necessariamente fondamentali per il proprio piano strategico. L’area fondamentale per la Russia, più che Kharkiv, è il Donbass: ed è anche il settore del fronte più complesso, più fortificato, quello dove entrambi i contendenti dispiegano le unità e i mezzi migliori. Quello, in sintesi, dove avanzare è più difficile. Dopo la presa di Avdiivka, ufficialmente datata al 17 febbraio 2024, le truppe russe erano ulteriormente avanzate in direzione ovest e nord-ovest, cogliendo un altro importante successo a Očeretine, ma avevano poi incontrato la seconda linea di difesa messa in piedi dall’esercito ucraino e si erano arrestate. Contemporaneamente avanzavano, o provavano a farlo, in altri settori del Donbass, seguendo la costellazione di villaggi e paesi trasformati in roccaforti dagli ucraini che vi si difendono validamente, così ché guardando una carta si possono distintamente vedere delle ‟dita” russe incuneate in territorio ucraino lungo le vie principali di comunicazione, quasi tutte in direzione est-ovest: dita, però, non solo non del tutto estese ma spesso isolate le une dalle altre, e a perenne rischio di controffensiva.
Contemporaneamente c’era e c’è tuttora, in Russia, una certa preoccupazione per gli effetti delle nuove disposizioni ucraine sulla mobilitazione. Considerando che i tempi di addestramento delle nuove reclute sono stati ridotti e che ora possono essere mobilitate persone che prima erano valutate ‟parzialmente abili”, è improbabile che la qualità delle truppe che deriverà da questa mobilitazione sarà particolarmente alta. Tuttavia, per difendere il fronte andranno benissimo e potrebbero, in certi settori, rivelarsi decisive per ribaltare i rapporti di forza e condannare al fallimento gli sforzi russi di avanzare.
Giocoforza, per il comando russo era necessario sfoltire il numero di unità ucraine presenti al fronte, sia per continuare ad avanzare sia per evitare uno squilibrio in futuro. Da questo punto di vista l’apertura del fronte di Kharkiv ha funzionato alla perfezione. Passato lo sbandamento delle primissime ore, il comando ucraino ha organizzato con efficacia l’invio dei rinforzi ma ha dovuto prelevarli anche dalle unità già schierate, non disponendo di un numero sufficiente di riserve strategiche. Vari reparti schierati nel Donbass hanno dovuto cedere parte dei loro effettivi per inviarli a nord, e i russi ne hanno immediatamente approfittato. Dalla metà di maggio hanno preso il controllo di Klishiivka (a sud-ovest di Bakhmut), Georgiivka (a ovest di Marinka), Paraskoviivka, Netailove, Umanskoe, Novoaleksandrivka, Novopokrivskoe (a ovest-nordovest di Avdiivka), Rabotino e Staromajorske. Nulla di fondamentale dal punto di vista strategico, ma un’avanzata continua e in continuo sviluppo.
Il successo dell’operazione di Kharkiv, dunque, non si misura a Kharkiv ma nel Donbass. Per ora il saldo è positivo per la Russia, al di là delle perdite in alcuni settori anche molto pesanti. Resta da vedere se i nuovi reparti di mobilitati ucraini saranno in grado di invertire questa tendenza, o se non sarà invece il comando russo a decidere che è giunto il tempo per un’offensiva che coinvolga un numero di unità molto maggiore di quelle schierate finora.
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08/04/2024
Da Trump a Stoltemberg espliciti inviti all’Ucraina a cedere territori in cambio di pace
Secondo quanto riporta il Washington Post, Donald Trump ha fatto conoscere il suo orientamento sulla possibile conclusione della guerra in Ucraina. “Premere su Kiev affinché ceda la Crimea e la regione di confine del Donbas alla Russia”. È questo secondo il WP il piano segreto di Donald Trump per mettere fine alla guerra fra Ucraina e Russia. L’ex presidente e candidato a riesserlo, ritiene che sia la Russia sia l’Ucraina “vogliono salvare la faccia e avere una via di uscita”. Trump è convinto anche che per alcune aree dell’Ucraina andrebbe bene essere parte della Russia.
Se le idee di Trump non sono proprio una novità, a sorprendere ancora di più sono state le affermazioni del segretario della Nato Stoltemberg rilasciate in una intervista alla BBC. “La maggior parte delle guerre finisce al tavolo delle trattative e l’Ucraina dovrà fare qualche concessione per fermare la guerra” è stata la dichiarazione a sorpresa del segretario generale della NATO, il quale per la prima volta dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia fa esplicito riferimento a concessioni da parte di Kiev per arrivare a una soluzione del conflitto. Stoltemberg non aggiunge dettagli se non che sarà Kiev a dover decidere quando, come e cosa concedere a Mosca.
“In ultima analisi deve essere l’Ucraina a decidere a quali compromessi è disposta a fare, dobbiamo permetterle di trovarsi in un a posizione in cui possano raggiungere un risultato accettabile al tavolo negoziale” ha spiegato il Segretario generale della Nato nell’intervista alla BBC, sottolineando che non sta spingendo Kiev verso alcuna concessione.
La Nato, dunque, dovrebbe aiutare l’Ucraina a non trovarsi in una situazione troppo sfavorevole al tavolo di trattativa con la Russia per una tregua o la pace, che non esclude però concessioni da parte di Kiev.
Va da se che il sostegno militare occidentale viene ritenuto fondamentale dal segretario della Nato per costringere la Russia a rinunciare agli obbiettivi di ulteriore occupazione di territori ucraini ma alla fine anche l’Ucraina potrebbe trovarsi costretta a qualche “tipo di compromesso”.
Dagli Usa e dal segretario della Nato (a fine mandato però) giungono segnali di cui Kiev e Zelenski dovranno tenere conto. Resta però l’incognita dei guerrafondai europei, soprattutto di Polonia, Baltici, Germania e Francia, i quali sembrano invece orientati ad una escalation contro la Russia piuttosto che sostenere ipotesi di negoziato. Hanno avviato il meccanismo dell’economia di guerra ed hanno sdoganato l’idea stessa del ricorso alla guerra nei propri paesi.
In questi anni ci si è trastullati spesso sull’idea che gli oltranzisti fossero gli Stati Uniti per poi scoprire che i fautori dell’escalation erano diventati più di casa a Bruxelles che a Washington.
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21/02/2024
Guerra in Ucraina - La conquista di Avdeevka modifica la logistica del fronte
Per quanto riguarda le operazioni militari di solito ci si concentra su quello che c'è sulla linea del fronte o nelle sue immediate vicinanze: e così ci si chiede quale sarà l'effetto pratico della presa di Avdeevka per le successive operazioni militari russe e, di converso, le conseguenze della sua perdita per l'architettura difensiva ucraina nel Donbas.
Non ci si concentra però mai abbastanza su quello che c'è alle spalle della linea del fronte, e delle conseguenze che il suo spostamento può avere per la logistica. Da questo punto di vista avere neutralizzato Avdeevka è per i russi di grande importanza. Ora che la linea dei combattimenti si è allontanata si può iniziare a pensare di rimettere in sesto l'autostrada Donetsk-Gorlovka e, soprattutto, la stazione di Yasinuvata, all'epoca dell'URSS uno dei più importanti nodi ferroviari per il trasporto merci dell'intera Unione.
Questo consentirebbe anche di riaprire al traffico la stazione ferroviaria di Donetsk, al momento inattiva, oltre che per il pericolo di bombardamenti proprio per l'interruzione delle linee ferroviarie a Yasinuvata. Il vantaggio per la logistica russa è, come si può facilmente intuire, molto grande.
Ci vorrà ovviamente del tempo, perché è vero che le linee si sono spostate verso ovest ma Donetsk resta nel raggio d'azione delle artiglierie ucraine. Però, appunto, quando si discute delle conseguenze di una battaglia ci sono molte altre cose, oltre al luogo che si è conquistato o perso, che vanno prese in considerazione.
Nella foto, l'area di Yasinuvata al momento (o almeno al momento dell'ultima foto satellitare di Google).
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