Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/11/2024

Siria - La nuova offensiva jihadista al momento è più lesiva degli interessi iraniani che russi

di Francesco Dall'Aglio

Ieri notte avevo pubblicato la foto di un gruppo di miliziani dell’HTS davanti alla cittadella di Aleppo, che testimoniava come le cose stessero prendendo una piega preoccupante per il governo siriano, oltre che per la città, naturalmente. Oggi pubblico altre due foto (la seconda è lievemente più preoccupante della prima) prese invece oggi, a testimonianza del fatto che non si è trattato di un’incursione isolata ma che il centro della città, e buona parte di tutto l’abitato, è nelle mani dei miliziani che poco fa hanno preso il controllo anche dell’aeroporto. Pare chiaro che l’esercito siriano non solo non ha preso nessun precauzione difensiva negli ultimi anni, dopo la stipula del cessate il fuoco nel 2020, ma non ha opposto alcun tipo di resistenza e continua a ritirarsi verso est; nemmeno l’intervento delle milizie curde, che stamattina avevano pubblicato filmati piuttosto bellicosi del loro arrivo all’aeroporto, è servito a bloccare l’avanzata delle truppe dell’HTS.

Non è chiaro quanto e se le milizie potranno resistere a un contrattacco concertato, dato che non hanno armamento pesante tranne quello che hanno catturato, ma è chiaro che senza il contributo russo e soprattutto (per le regioni del governatorato di Idlib e di Aleppo) iraniano, segnatamente di Hezbollah, nessuna difesa può evidentemente essere messa in piedi, stante l’incapacità o la mancanza di volontà delle truppe siriane di organizzarla, e di contrattacchi non c’è nemmeno da pensare. Non si sa se e quanti soldati di Hezbollah arriveranno in Siria, e quando; per quanto riguarda i russi, non penso proprio intendano inviare truppe di terra. Continuano a martellare le milizie con l’aviazione, come testimoniato da parecchi video abbastanza raccapriccianti diffusi dagli stessi miliziani, ma tranne qualche piccolo gruppo di forze speciali sul terreno, in quella zona, non hanno nessuno e non ce lo manderanno. Del resto le aree sotto diretto controllo russo sono lontane dalla zona dei combattimenti e non pare molto probabile che l’HTS intenda agire direttamente contro gli interessi russi. Contro quelli iraniani, invece, è ovviamente un’altra storia: l’operazione è diretta contro di loro più che contro Mosca, che comunque si trova coinvolta in una situazione complessa e pericolosa della quale avrebbe molto volentieri fatto a meno. Lavrov è stato impegnato in lunghe consultazioni telefoniche con i suoi omologhi iraniano e turco; la Turchia, a sua volta, nega di essere implicata nell’avanzata dei miliziani e si dice anch’essa preoccupata, ma probabilmente più dei vantaggi che i curdi potrebbero eventualmente ottenere che dell’avanzata dell’HTS.

Fonte e foto

29/11/2024

Siria - Poche le certezze sul nuovo attacco jihdista ad Aleppo

di Francesco Dall'Aglio

La situazione in Siria è estremamente dinamica e ancora più confusa, e il fiume di informazioni contraddittorie che viene diffuso non contribuisce a chiarirla, anzi. Quello che si sa per certo è che il gruppo fondamentalista Hayat Tahrir al-Sham, armato e finanziato dalla Turchia, avanza a passo veloce verso Aleppo, dopo aver rotto la tregua del 2020. Tra loro vari reparti di turkmeni, uiguri e centroasiatici assortiti, oltre ai ceceni ‟dissidenti” di Anjad Al-Kavkaz guidati da Rustam Azhiyev, meglio noto come Abdulhakim Ash-Shishani, che fino a poco fa combattevano contro i russi in Ucraina e si sono portati appresso un bel po’ di materiale bellico, soprattutto droni, generosamente distribuito anche ai confratelli. La reale portata dell’avanzata, però, non è chiara. Le tattiche utilizzate sono quelle che abbiamo visto nell’offensiva nell’oblast’ di Kursk, con reparti veloci che aggirano le posizioni nemiche, occupano i nodi logistici e si fotografano e filmano ovunque per dare l’impressione che il territorio sia interamente in mano loro. In pochissimi di questi filmati, però, ci sono tracce di combattimenti:è vero che alcune unità delle FFAA siriane si sono ritirate senza combattere, ma pare probabile che la maggior parte dei filmati sia stata confezionata o lontano dai combattimenti o prima che arrivassero i rinforzi.

Al momento, come appunto nei primi giorni dell’invasione del Kursk, è dunque piuttosto complicato stabilire quali zone sono effettivamente in mano ai jihadisti. Aleppo oggi pomeriggio era data sostanzialmente per conquistata, ma anche in questo caso non si sono visti filmati di operazioni militari e le unità siriane che vi stanno affluendo mostrano una situazione tranquilla, anche se alla periferia occidentale si combatte. Per quanto riguarda poi i russi, va ricordato che ad Aleppo non ci sono reparti militari a eccezione di qualche unità di reparti speciali, che hanno mostrato foto piuttosto granguignolesche di miliziani morti, e lo stesso discorso vale anche per le unità iraniane e di Hezbollah, poco presenti nella zona; molto attiva è invece l’aviazione russa, che dall’inizio delle operazioni sta bombardando con impunità le posizioni arretrate dei fondamentalisti e le loro linee di rifornimento. Se tra gli scopi dell’operazione c’è quello di obbligare i russi a stornare truppe dall’Ucraina, o dalle riserve, per mandarle in Siria (anche qui una similitudine con l’operazione a Kursk, che doveva servire a sguarnire il Donbas), il risultato finora non è stato raggiunto.

Fonte

07/09/2024

Guerra in Ucraina - Il punto, un mese dopo l’inizio dell’operazione Kursk

di Francesco Dall’Aglio

Esattamente un mese fa, all’alba del 6 agosto, reparti dell’esercito ucraino hanno sferrato un attacco a sorpresa oltre il confine russo, prendendo il controllo del posto di frontiera di Sudža e dilagando nella regione di Kursk. A differenza delle operazioni oltrefrontiera organizzate in passato, questa volta non sono stati impiegati i reparti della Legione ‟Libertà alla Russia” e del ‟Corpo Volontario Russo”, che nel marzo e maggio 2023 avevano sconfinato nelle regioni di Brjansk e di Belgorod affermando di averlo fatto di loro spontanea iniziativa e senza l’autorizzazione né del comando ucraino né degli alleati occidentali, ma truppe regolari ucraine. Questo lasciava intendere fin dal principio che non si trattava di una mera operazione di propaganda come le precedenti, ma di un’azione ben più ambiziosa. Non un’incursione, insomma, ma un’invasione.

La sorpresa è stata pressoché totale e le unità ucraine sono avanzate molto velocemente e in profondità. L’area era stata scelta con cura e presentava, per gli attaccanti, una serie di vantaggi non indifferenti. Si tratta infatti di una regione poco antropizzata, formata da campi, boschi, piccoli villaggi collegati tra loro da poche strade, senza grossi centri urbani presidiati da reparti russi. Inoltre la difesa del posto di confine e dell’area circostante era affidata non a reparti di militari professionisti ma ad alcuni nuclei di guardie di frontiera e, soprattutto, a soldati di leva che si sono in gran parte arresi immediatamente: come da tradizione russa, la difesa dei confini è scaglionata in profondità e quel settore era, per motivi non chiari ma evidentemente noti all’intelligence ucraina, più sguarnito di altri. La reazione dell’artiglieria e dell’aviazione russa è stata veloce, ma si è concentrata sulle colonne di blindati che facevano parte della seconda ondata di truppe e che sono state colpite ancora in territorio ucraino, mentre i primi scaglioni, su mezzi mobilissimi e leggeri, erano già oltre la linea di difesa e imperversavano nella regione, evitando con cura di impegnarsi in scontri con le unità russe che iniziavano ad affluire e cercando, con successo, di seminare quanta più confusione possibile, senza che potesse essere subito chiaro quante unità erano impegnate e quali erano gli obiettivi dell’operazione. Dopo alcuni giorni la situazione si è relativamente stabilizzata e l’avanzata ucraina è stata contenuta, ma a tutt’oggi la testa di ponte oltreconfine resiste, tutto sommato senza eccessive difficoltà. Al momento, l’oblast’ di Kursk è diventata un altro attrattore di uomini, mezzi e risorse, come il fronte aperto dai russi a Volčansk. E come di questo fronte secondario se ne parla sempre meno, nel senso che di solito non vi si verificano avvenimenti degni di nota.

Le motivazioni alla base di una operazione tanto audace quanto rischiosa sono varie e di varia natura, sia militari che politiche. Dal punto di vista militare abbiamo provato a sintetizzare nella prima carta l’obiettivo strategico che il comando ucraino si era probabilmente prefissato, e le fasi operative attraverso cui doveva realizzarsi.


Il primo obiettivo era una cintura di cittadine a breve distanza dal confine, che avrebbero garantito sia il controllo dei principali assi viari della zona che la possibilità di trasformarli in centri logistici, per poi muovere in direzione nord-nordest verso Ryl’sk, L’gov e Liubimovka, verosimilmente gli obiettivi finali. L’idea che le forze ucraine intendessero spingersi fino alla centrale nucleare di Kurčatov o addirittura fino a Kursk, come si favoleggiava nei primi momenti dell’invasione, non è mai stata realmente praticabile, sia per le difficoltà oggettive di una simile operazione che per i rischi connessi all’attacco a una centrale nucleare pienamente operativa, oltre che per il prevedibile contraccolpo diplomatico. La protezione del fianco destro sarebbe stata assicurata, per quanto possibile, dal terreno difficile fatto di colline, boschi e corsi d’acqua. Per il fianco sinistro, credo che il comando ucraino avesse obiettivi più ambiziosi: replicare, anche se in tono minore, l’operazione che aveva portato nella tarda estate del 2022 le truppe ucraine a scacciare i russi dalla regione di Kharkiv, non tanto impegnandoli in combattimento quanto, con la stessa velocità dimostrata ora a Kursk, inserendosi in profondità nelle linee, tagliando le vie di comunicazione e di rifornimenti, isolando e liquidando le unità rimaste oltre le linee. Resosi conto della situazione, il comando russo aveva iniziato molto velocemente una serie di ritirate che gli avevano consentito di salvare la gran parte delle truppe e del materiale, a prezzo però di perdere molto territorio come si può vedere dalla seconda carta.


Qui invece l’obiettivo era su scala più ridotta: tagliare l’autostrada E38, l’unica linea di rifornimento per i posti di confine di Kozino e Tetkino, difesi da guarnigioni ben più sostanziose di quella di Sudža ma che a questo punto sarebbero state costrette o a ritirarsi per strade secondarie, con tutte le difficoltà del caso, o a correre il rischio di rimanere isolate. In questo modo le forze ucraine avrebbero preso il controllo di un’area ben più grande di quella dove effettivamente erano in corso i combattimenti, ripetendo così la brillante operazione di Kharkiv su scala certamente minore ma con la grande differenza che questa volta i russi non si sarebbero ritirati precipitosamente da un territorio occupato ma dal territorio della Federazione. Se poi le guarnigioni dei due posti di frontiera fossero state accerchiate e costrette alla resa, o distrutte, oltre al danno in termini pratici ci sarebbero state serissime conseguenze politiche e d’immagine per il comando e la leadership russa. Una prova che questa interpretazione dell’obiettivo strategico ucraino sia valida sta nella distruzione, una decina di giorni dopo l’inizio delle operazioni, dei due ponti sul fiume Seym, a Zvannoe e Glushkovo (segnati sulla prima carta): segno che l’idea di isolare almeno la guarnigione di Tetkino ha continuato ad essere perseguita, anche se non si è realizzata.

Il piano era sicuramente ben congegnato e, sulla carta, molto valido. Nella realtà, però, nonostante l’effetto sorpresa e una risposta russa abbastanza confusa nelle prime 48 ore, gli obiettivi sono stati raggiunti solo in minima parte, come si può vedere dalla terza carta tratta dal sito deepstatemap.live, fonte ucraina molto autorevole e molto citata.


Dei quattro centri più vicini al confine sono caduti in mano ucraina solo Sudža e Malaya Loknya (quest’ultima contestata), e in direzione nord, quella più importante, non è stato raggiunto nessuno degli obiettivi intermedi. Soprattutto non è stato raggiunto il secondo scopo militare, ancora più del controllo di una porzione di territorio nemico: obbligare il comando russo a stornare uomini e mezzi per far fronte all’invasione, spostandoli dagli altri settori del fronte. Questo avrebbe portato non solo a un arresto delle operazioni nel Donbass ma anche a una riduzione del numero di soldati russi presenti sui fronti di Zaporižia e Cherson, cosa che avrebbe potuto essere sfruttata dal comando ucraino per organizzare qualche operazione offensiva, o almeno per far rifiatare le proprie truppe. Questo però non solo non si è verificato, ma sono stati gli ucraini a spostare alcune unità proprio dal Donbas in direzione dell’oblast’ di Kursk: questo ha consentito alle truppe russe di avanzare in maniera piuttosto veloce nel Donbass e prendere sotto controllo una serie di capisaldi importanti, generando malumori e perplessità non solo nell’esercito ucraino ma anche negli alleati occidentali [1]. Il comando russo, messo di fronte alla possibilità concreta di dovere interrompere un’avanzata che, dalla presa di Avdiivka in poi, stava procedendo con ottimi risultati, ha preferito non metterla a rischio, accettando anche di vedere parte del proprio territorio occupato dalle truppe ucraine. Sono stati spediti nell’oblast’ di Kursk rinforzi sufficienti a impedire che la zona sotto controllo ucraino si allargasse ulteriormente e raggiungesse qualche punto nodale, ben sapendo che non sarebbero stati sufficienti a ricacciarli oltreconfine. Al tempo stesso il comando ucraino ha fatto, per il Donbass, un ragionamento di segno opposto, anche se proprio negli ultimi giorni sono stati inviati più rinforzi che hanno parzialmente stabilizzato la situazione e limitato i progressi russi. La situazione può sembrare paradossale: entrambe le parti stanno dando la priorità non al recupero del proprio territorio ma alla conquista di quello altrui. Ma entrambe le parti hanno ottimi motivi strategici per farlo. I russi perché il centro di gravità del conflitto è il Donbas, e gli ucraini perché, oltre agli obiettivi militari, questa offensiva ha anche obiettivi politici, probabilmente ancora più importanti.

La leadership ucraina è stata fin dall’inizio molto poco chiara su questi obiettivi, un po’ per giocare sull’ambiguità di una operazione complessa e non approvata da tutti, un po’ perché si sono naturalmente evoluti e modificati col passare del tempo. Quello dichiarato per primo era stato avere una pedina di scambio per sedersi al tavolo delle trattative, quando si fossero aperte, da una posizione di forza. La reazione russa però è stata, come era lecito aspettarsi, molto dura: qualsiasi idea di trattative è stata dichiarata d’ora in avanti irricevibile, anche se la leadership russa ha stemperato i toni parlando di ‟provocazione” e non di ‟invasione” del territorio russo, cosa che avrebbe potuto invece portare a conseguenze diplomatiche estreme quali una dichiarazione di guerra o la richiesta di aiuti agli alleati militari. Poi c’è stato, da parte di Zelensky, l’accenno a un ‟fondo di scambio”, subito interpretato dai media come scambio territoriale. Il Presidente ucraino si riferiva, però, allo scambio di prigionieri, il cui numero è molto sbilanciato a favore della Russia, che detiene molti più prigionieri ucraini dei russi catturati dalle forze di Kiev. Uno scambio di prigionieri infatti c’è stato il 24 agosto: 115 soldati di leva catturati il primo giorno, in pratica tutta la guarnigione del posto di frontiera, per 115 soldati ucraini. Di scambi di territori però non si è mai parlato, sia perché nessuna delle due parti vuole negoziare una cosa del genere, sia perché anche in questo caso la Russia occupa di gran lunga molto più territorio ucraino di quando non faccia l’Ucraina in Russia, e non si capisce per cosa dovrebbe scambiare Sudža. Un altro scopo era quello di provare a colpire psicologicamente la popolazione russa e provocare un’ondata di malcontento diretta verso Putin. Questo è sicuramente successo, ma paradossalmente negli ambienti del nazionalismo più oltranzista che già criticavano la sua gestione del conflitto come troppo ‟morbida”, non nel resto dell’elettorato.

Ma c’era soprattutto la necessità di modificare la narrazione del conflitto, che ormai vedeva da più di un anno l’Ucraina come parte esclusivamente soccombente. Invertire questa tendenza, mostrarsi nuovamente non solo vittoriosi ma propositivi, coraggiosi, sorprendenti in un conflitto che è anche mediatico, ha come scopo più importante quello di riconquistare il favore degli alleati, mettersi al sicuro da eventuali esiti infausti nelle elezioni presidenziali statunitensi, assicurarsi nuove forniture di materiale militare, nuovi finanziamenti, e magari la revoca del vincolo imposto dagli USA sull’utilizzo delle armi a lungo raggio sul territorio russo. Se gli Stati Uniti temono che questo possa portare a una escalation con la Russia, parrebbe essere il sottinteso, la presenza delle truppe ucraine sul suolo russo dimostra invece che quelle di Putin sono parole vane e che da parte della Russia non c’è la volontà o la capacità di opporsi, che le ‟linee rosse” sono solo propaganda.

Un ragionamento certamente pericoloso che a Washington continuano a rifiutare anche aggrappandosi, come ha fatto Kirby ieri, ad argomentazioni speciose quali quella che il 90% degli asset militari russi sarebbe comunque oltre la gittata delle armi a disposizione dell’Ucraina, anche se cadesse il divieto di usarle [2]. Nell’intervista rilasciata alla NBC News il 3 settembre Zelensky ha, ancora una volta, parlato della lentezza con cui arrivano gli aiuti militari occidentali [3]. Segno evidente che questo continua ad essere il problema principale di cui soffre l’Ucraina, e che per risolverlo la sua leadership è disposta anche a operazioni rischiose e non concordate con gli alleati. La guerra sta forse entrando nella sua fase finale, ma proprio per questo le azioni imprevedibili potrebbero moltiplicarsi.

Note

[1] Tra il 17 e il 19 agosto The Economist, Guardian, Forbes, Times, Financial Times, New York Times e Washington Post hanno pubblicato una serie di articoli molto simili tra loro, nei quali venivano appunto espressi diversi dubbi e perplessità sull’operazione ucraina

[2] https://www.newsweek.com/white-house-russian-aircraft-out-ukraine-atacms-range-1949214

[3] https://www.nbcnews.com/news/world/zelenskyy-ukraine-russia-territory-seized-putin-kursk-rcna169280

Fonte

29/08/2024

Sudzha, Kursk, Enorgodar. La guerra contro l’Europa prosegue

Nei giorni scorsi alcune migliaia di uomini delle forze ucraine sono penetrate nelle aree della regione di Kursk (Federazione russa) a ridosso del confine russo-ucraino. Secondo il comandante delle forze speciali russe “Akhmat” Apti Alaudinov i militari ucraini coinvolti inizialmente nelle manovre sarebbero stati circa 12mila, di cui un certo numero di mercenari stranieri.

Con questo sforzo, costato già un non trascurabile numero di perdite, Kiev ha ottenuto il controllo di un fazzoletto di territorio russo ed alcuni villaggi, alcuni dei quali già tornati sotto il controllo di Mosca.

Per avere la misura della questione, si può considerare che il principale centro dell’area attualmente sotto controllo ucraino è Sudzha, centro in cui all’inizio del 2024 sono stati censiti meno di cinquemila abitanti: come misura preventiva le autorità russe hanno imposto misure di sicurezza in una zona ben più ampia di quella occupata dalle forze ucraine ed interessata dai combattimenti, evacuando complessivamente, secondo il governatore della regione Alexey Smirov, oltre 120mila civili.

Quello di Kursk rappresenta il maggiore attacco condotto dalle forze ucraine in territorio russo dopo due anni e mezzo di operazioni militari su larga scala: la principale ragione di queste manovre è quella relativa all’ultima stazione di misurazione e filtraggio in territorio russo – a Sudzha – del gasdotto “Fratellanza” (conosciuto anche come gasdotto della Siberia occidentale) che percorre il tracciato Urengoy – Pomary – Uzgorod distribuendo poi il gas in Europa centrale ed occidentale attraverso Slovacchia, Repubblica Ceca ed Austria.

È opportuno ricordare come la fornitura di gas tramite questa condotta, pur riducendosi, non si sia mai interrotta nonostante la fase apertasi con l’attacco all’Ucraina del 24 febbraio 2024.

È evidente come le forze ucraine possano aver avviato una manovra del genere soltanto con il consenso di Washington, dal momento che i rifornimenti di Kiev e tutte le decisioni fondamentali dipendono in modo determinante da quest’ultima.

Del resto non è un segreto il fatto che i principali beneficiari della campagna contro l’energia russa in Europa occidentale siano proprio gli Stati Uniti. È opportuno sottolineare anche come le forze ucraine non abbiano incontrato una resistenza rilevante nella direzione di Sudzha: del resto il cospicuo afflusso di rinforzi russi dopo l’occupazione del piccolo centro sembra aver neutralizzato il tentativo di penetrazione ucraina in direzione nord-ovest.

Considerando le migliaia di chilometri di condotte che attraversano l’Ucraina il governo di Kiev non avrebbe avuto nessuna difficoltà tecnica a interrompere il transito di gas russo sul proprio territorio all’indomani del 24 febbraio 2022, ma facendolo avrebbe danneggiato soprattutto i propri interessi. L’Ucraina infatti continua a percepire cospicui onorari per i diritti di transito relativi all’attraversamento del gas sul proprio territorio.

La scadenza dei contratti di transito, ormai prossima, offre certamente dei buoni spunti per comprendere le ragioni profonde delle manovre nella regione di Kursk e del perché Mosca non stesse presidiando massicciamente la zona in termini miliari.

Se l’incursione nella regione di Kursk rappresenta un problema in più per le forze russe questa sottrae risorse allo schieramento ucraino su tutta la linea del fronte, schieramento già inferiore per mezzi, risorse e uomini a disposizione. A conferma di questo ci sono i piccoli ma costanti avanzamenti delle forze russe sul fronte del Donbass.

A meno di cento chilometri da Sudzha si trova peraltro la centrale nucleare di Kursk, altro obiettivo strategico in direzione del quale le forze ucraine avrebbero già condotto attacchi con dei droni.

Quasi in contemporanea all’inizio delle manovre nella regione di Kursk si è verificato il più grave attacco compiuto dalle forze ucraine ai danni della centrale nucleare di Energodar (regione di Zaporozhe), sotto controllo russo da oltre due anni: l’attacco, condotto con dei droni, ha incendiato una delle torri di raffreddamento della centrale, rischiando seriamente di causare un incidente nucleare.

Questo ultimo attacco verso la centrale di Energodar rappresenta il culmine di una larga serie di pericolosi atti compiuti da Kiev. Contribuendo a compromettere le future capacità di ripresa economica dell’Ucraina e a devastare la struttura demografica del paese, atti come quelli di Kursk, pur costando all’Ucraina mezzi, risorse e soprattutto vite umane, non aggiungono complessivamente alcun potere negoziale a quello detenuto da Kiev.

La loro prosecuzione è piuttosto destinata ad indebolire ulteriormente la posizione ucraina negli inevitabili compromessi che presto o tardi saranno raggiunti. Il loro principale obiettivo è invece quello di persuadere le opinioni pubbliche ma soprattutto i governi e le rappresentanze politiche occidentali della necessità di continuare ad inviare armi e alimentare così la maggiore guerra che si sta combattendo in Europa dopo il 1945.

Fonte

24/08/2024

Guerra in Ucraina - L’utilizzo degli armamenti Nato dietro l’escalation ucraina in Russia

Gli obiettivi russi a Kursk sono stati colpiti da bombe di precisione fornite dagli USA all’Ucraina. Ad ammetterlo è stato Mykola Oleshschuk, comandante dell’Aeronautica militare ucraina.

I vertici militari della Forza aerea ucraina, citati dall’Ukrainska Pravda, hanno specificato che si è trattato di un attacco aereo condotto con bombe guidate modello Gbu-39. La bomba Gbu-39 è una munizione guidata che una volta rilasciata, si connette al sistema Gps per “navigare autonomamente fino al punto di impatto desiderato” con estrema precisione.

L’attacco in questione – se confermato – è stato effettuato dall’Aeronautica militare ucraina nel pomeriggio del 22 agosto e potrebbe essere stato portato dagli F-16 Fighting Falcon forniti dai paesi della Nato a Kiev.

Nelle ultime ore il sito di tracciamento dei voli Flightradar24 ha registrato un aumento del numero dei sorvoli di aerei da ricognizione della Nato lungo le coste occidentali del Mar Nero, vicino all’Ucraina.

Intanto l’amministrazione Biden si appresta a inviare all’Ucraina ulteriori aiuti militari per un importo complessivo pari a 125 milioni di dollari. Lo anticipano funzionari governativi citati dalla stampa Usa. Stando alle anticipazioni, i nuovi aiuti includeranno nuovi missili, munizioni per i sistemi lanciarazzi multipli Himars, missili anticarro Javelin e una serie di altre armi anticarro e sistemi per l’intercettazione e il disturbo elettronico dei droni, in aggiunta a proiettili d’artiglieria da 155 e 105 millimetri.

Sul campo intanto le Forze armate russe hanno impedito a una squadra di sabotaggio e ricognizione ucraina di penetrare il confine nella regione occidentale di Brjansk, a circa 240 chilometri dal luogo da dove è iniziata l’offensiva nella vicina area amministrativa di Kursk. Lo ha dichiarato il governatore della regione russa, Aleksander Bogomaz, specificando che ieri “le guardie di frontiera del Servizio di sicurezza federale (Fsb) e le unità militari russe hanno respinto un attacco da parte di una squadra di sabotaggio e ricognizione ucraina”.

Una fonte dell’intelligence ucraina citata dai media di Kiev ha rivendicato un bombardamento con droni sull’aeroporto militare di Marynivka, nella regione di Volgograd, ad oltre 300 chilometri dal confine ucraino.

Il ministero della Difesa di Mosca ha detto da parte sua che le truppe russe hanno conquistato un altro villaggio nella regione ucraina di Donetsk, quello di Mezhevoye, in direzione della cittadina di Pokrovsk.

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22/08/2024

Guerra in Ucraina - Mercenari statunitensi insieme alle truppe di Kiev sul territorio russo

Nei giorni scorsi, la Forward Observations Group – una compagnia militare privata statunitense – ha pubblicato una foto sul social network Instagram, in cui tre uomini in tenuta militare con armi e fasce blu al braccio posano all’aperto, mentre dietro di loro c’è un veicolo blindato. “Ragazzi a Kursk”, recita la didascalia della foto, con dati di geolocalizzazione che indicavano che la foto era stata scattata dalla regione russa.

La Forward Observation Group, è una compagnia paramilitare privata statunitense i cui combattenti risultano coinvolti nell’offensiva delle Forze armate ucraine contro la regione di Kursk. La FOG si è rifiutata di commentare il suo coinvolgimento nelle operazioni di Kiev, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa russa “Ria Novosti”. I rappresentanti della Forward Observation Group non avrebbero voluto rilasciare dichiarazioni a causa del divieto imposto dal Servizio di sicurezza dell’Ucraina (Sbu). “Con tutto il rispetto per i vertici del Servizio di sicurezza ucraino, tutte le domande devono essere rivolte a loro. Non abbiamo commenti da fare”, ha dichiarato un portavoce dell’azienda alle domande di “Ria Novosti” sul coinvolgimento nell’attacco contro la regione di Kursk.

Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che la partecipazione della compagnia paramilitare privata statunitense al fianco delle Forze armate ucraine durante l’incursione della regione di Kursk dimostra il coinvolgimento degli Stati Uniti e che i loro mercenari sono da considerarsi, di conseguenza, un obiettivo militare legittimo.

Ma le rimostranze russe potrebbero dover essere rivolte anche in altre direzioni e non solo verso gli USA.

A conferma che i mandanti dell’attacco militare ucraino sul territorio russo siano rintracciabili più in Europa che alla Casa Bianca, è arrivata la dichiarazione del portavoce della Commissione europea per gli affari esteri Peter Stano secondo cui “L’offensiva ucraina nella regione russa di Kursk è solo il risultato e la conseguenza delle azioni illegali di Putin contro l’Ucraina. L’Ucraina sta combattendo contro una guerra brutale di aggressione e ha diritto di difendersi”. Una esplicita rivendicazione a sostegno degli attacchi ucraini sul territorio russo.

Fonte

20/08/2024

Guerra in Ucraina - “L’autogol di Zelensky che rischia di indebolire Kiev nei negoziati”

Un attacco a sorpresa, giustificato da parte ucraina con rivendicazioni territoriali velleitarie su alcune zone di confine in Russia, pensato da Zelensky per risollevare il morale del Paese, ma che potrebbe rivelarsi un boomerang, scoprendo ulteriormente le difese già malridotte dell’Ucraina. Di certo, l’effetto principale, osserva Maurizio Boni, generale di Corpo d’armata e opinionista di Analisi Difesa, è che i russi saranno ancora più determinati al tavolo delle trattative a chiedere che le forze di Kiev vengano rese inoffensive, che non abbiano più la possibilità di attaccarli sul loro territorio, né tantomeno di aderire alla NATO. Una situazione che potrebbe costare caro allo stesso presidente ucraino, che in caso di fallimento sarebbe chiamato a rispondere di una nuova débâcle dopo la controffensiva dell’anno scorso.

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L’attacco ucraino in Russia sembra continuare, si parla addirittura di puntare alla zona di Belgorod: durerà?

Gli ucraini non hanno le risorse per aprire altri fronti. Sono avanzati di una trentina di chilometri, ma con distaccamenti mobili, molto veloci. La forza iniziale è stata stimata in non più di 2-3mila uomini. Tuttavia, all’ospedale di Sumy, il più vicino alla zona dei combattimenti, si parla di 1.600 ricoveri tra combattenti ucraini e prigionieri russi. Vorrebbe dire aver già dimezzato il contingente.

I russi parlano di 2.030 morti ucraini, possibile?

Dobbiamo prendere le distanze dalle comunicazioni ufficiali. Le unità che hanno dato vita a queste iniziative sono un miscuglio di varie unità, costituite a scapito di altre, rimaste sottoalimentate e che ora stanno affrontando i russi in Donbass. E non stanno prevalendo. Questo avvalora la tesi dell’attacco suicida. Il comandante dell’ottantesima brigata di assalto aviotrasportato ucraina si è rifiutato di eseguire l’ordine di attacco ed è stato sostituito: aveva definito l’azione a Kursk, appunto, un suicidio.

Per Kiev sarà difficile tenere le posizioni conquistate?

Sì, i russi si dovranno impegnare per respingere l’aggressore, ma di fatto sarà molto difficile che Kiev possa mantenere i territori conquistati, né potrà utilizzare questa avanzata per negoziare con la Russia da una posizione più forte.

Georgi Tykhiï, portavoce del ministero degli Esteri ucraino, dice che Kiev non vuole annettersi dei territori, ma raggiungere obiettivi militari: in estate dalla zona di Kursk sarebbero partiti 2mila attacchi verso l’Ucraina. Quella parte di Russia non interessa a Zelensky?

Una dichiarazione che non trova riscontro nella realtà. Zelensky stava già pianificando incursioni nel territorio russo da tempo, era già emerso un anno fa. L’obiettivo era negoziare da una posizione di forza con Putin. Nel gennaio di quest’anno il presidente ucraino ha firmato un decreto per preservare l’identità etnica degli ucraini in Russia, che comportava rivendicazioni territoriali su alcune regioni di confine che comprendono Belgorod e Kursk. C’era un disegno politico-militare, insomma, che già da tempo stava prendendo piede. Una rivendicazione strumentale, perché in quelle regioni prevale la popolazione ucraina che vuole rimanere in Russia.

Ci sono anche altre motivazioni?

L’attacco a Kursk serve ad alzare il morale del fronte interno, soldati e popolazione, di fronte a un andamento poco favorevole della guerra. Da molto tempo, inoltre, Zelensky sta chiedendo agli USA di usare armi a lungo raggio per colpire la Russia. L’obiettivo che non ha potuto perseguire con queste armi ha cercato di raggiungerlo con le forze convenzionali.

Molti analisti parlano di sostegno della NATO o perlomeno dell’intelligence britannica. Un elemento che fa il paio con la notizia di fonte russa secondo cui gli USA vorrebbero avvicendare Zelensky, sostituendolo con l’ex ministro degli Interni Arsen Avakov. Il presidente è ancora sostenuto dagli occidentali o no?

Sono tutte dinamiche che fanno parte di un momento delicato delle relazioni fra Kiev e Washington. Sicuramente c’è stato un appoggio occidentale, probabile quello inglese: ci sono filmati di prigionieri ucraini che dicono di aver sentito parlare in inglese, polacco e francese nelle comunicazioni intercorse nell’operazione. Dire NATO è eccessivo, non si può identificare l’alleanza con tutte le iniziative dei singoli Paesi. L’Italia, per esempio, ha preso le distanze. Della dialettica fra Kiev, Washington e Londra poco si sa. La matrice politica dell’operazione è ucraina e la pianificazione lascia pensare che ci sia stato un contributo esterno importante, però gli USA sembrano molto irritati da quello che è accaduto. Già la controffensiva dello scorso anno è fallita proprio per le differenze di approccio che Kiev aveva rispetto agli americani.

Quindi l’ipotesi della SVR russa (servizi segreti) che gli Stati Uniti vogliano sostituire Zelensky non è così peregrina?

I russi hanno tutto l’interesse a portare avanti questa narrativa. Concordo che debba accadere prima o poi. Nell’attacco a Kursk vedo, comunque, tutta la disperazione di Zelensky.

Putin intanto ha chiuso a eventuali negoziati. Che conseguenze avrà questa situazione sulle trattative?

Questa aggressione non fa altro che confermare alla Russia l’assoluta priorità strategica di non concedere all’Ucraina, in futuro, di violare il suo territorio. Le condizioni di sicurezza in un processo di pace saranno durissime. Putin ancora di più non potrà accettare un’espansione della NATO vicino ai suoi confini. Questo è l’effetto principale che l’incursione sta provocando.

Se l’attacco dovesse fallire, scoprendo le difese interne dell’Ucraina e risultando dannoso per la difesa del Paese, potrebbe essere il canto del cigno di Zelensky?

Molti lo pensano e io concordo con questa prospettiva. Dal punto di vista militare, questa iniziativa non ha alcuna logica, la pagano i soldati sulla loro pelle. Anche il comandante delle forze armate Sirsky ha delle responsabilità, non avendo consigliato una condotta più prudente. D’altronde, Zaluzhny era stato silurato proprio perché aveva consigliato di rafforzare le difese in Donbass e di non perdere così tanti uomini a Bakhmut e Avdiivka. Sirsky è più remissivo e obbediente. Ripiegare non significa arrendersi, ma riorganizzare le difese. Più l’Ucraina perde uomini e materiali, più sarà difficile garantirne la sicurezza nel dopoguerra: ci sarà da affrontare il tema del suo riarmo, ma con condizioni che la Russia pretenderà vengano rispettate. Da questo punto di vista, l’azione è assolutamente controproducente.

Le operazioni militari si sono sviluppate anche nella zona della centrale nucleare di Kurchatov e di Sudzha, dove passa il gasdotto che da Russia e Ucraina porta il gas in parte dell’Europa. Si voleva colpire proprio lì?

Un effetto indiretto c’è stato, perché anche se gli ucraini non controllano Sudzha c’è già stato un aumento del prezzo del gas. Può darsi che tutto ciò faccia parte del disegno. Certo, se Kiev non riesce a controllare il territorio, tutto rientrerà nelle mani dei russi. Per quanto riguarda la centrale nucleare, nella disperazione dell’iniziativa l’aspetto più pericoloso è che le artiglierie ucraine giungano a una distanza tale da poter fare fuoco contro di essa. Una sorta di terrorismo nucleare con armi convenzionali. D’altronde, gli ucraini hanno appena colpito la centrale di Zaporizhzhia. Militarmente non ha senso, l’unico aspetto è di provocare un disastro nucleare, che possa provocare danni senza l’impiego di armi di questo tipo.

L’attacco alle centrali è l’arma nucleare che gli ucraini non hanno?

Esattamente. Questa potrebbe essere una prospettiva decisamente da scongiurare. Il limite tra un’escalation nucleare convenzionale e una di questa portata è veramente labile. Ma provocare una nuova Chernobyl attaccando una centrale nucleare significherebbe aver perso veramente il senso delle cose.

Fonte

09/04/2023

La strana storia dei “piani ucraini” pubblicati on line

di Francesco Dall'Aglio

L’articolo recentemente pubblicato dal New York Times e ripreso con molta enfasi dai media in tutto il mondo aggiunge un nuovo tassello alle voci e alle psyop (“operazioni psicologiche”) che circondano il progetto di controffensiva ucraina nelle regioni occupate dalle truppe russe.

Facciamo il punto della situazione (sulla quale il NYT è un po’ reticente).

Due giorni fa sono comparse, su alcuni canali russi, delle foto che allego a questo post. Si tratta, o si tratterebbe, di alcuni documenti per ovvio uso interno NATO che descrivono in dettaglio la composizione, il numero di mezzi e il grado di preparazione di una serie di unità ucraine di nuova costituzione che dovrebbero essere impiegate nella controffensiva, oltre ad altri dettagli interessanti quali la stima delle perdite sia di parte russa che ucraina e il numero di specialisti NATO presenti sul territorio ucraino.

Le foto sono state pubblicate o senza commenti o con commenti molto cauti (Zoka, propagandista notorio, ha commentato così: 🤔), e vari canali, tra cui tutti quelli più seri, non le hanno prese in considerazione.

Non ne ho parlato nemmeno io, che non sono un canale serio (né tantomeno un canale russo). Varie cose, nelle foto in questione, mi convincono poco: soprattutto il fatto che non c’è una scansione in alta definizione dei documenti e la qualità delle foto è molto bassa, a tratti sfocata. Se si prova a ingrandirle non si ottiene molto. E altre cose, che non hanno a che vedere con le foto in sé ma con i dati che riportano.

Ad ogni modo, l’articolo del NYT ci obbliga a riconsiderare la questione, e quantomeno a credere all’esistenza fisica di quelle pagine. Credere alla veridicità del contenuto è naturalmente un altro paio di maniche.

Lo stesso NYT ritiene che le foto siano state alterate “dalla propaganda russa”, mentre vari canali russi ritengono al contrario che siano in toto un prodotto degli uffici di disinformazione occidentali.

Se sono opera di disinformazione sarebbe più logico ritenerle opera di disinformazione occidentale, visto che le unità ucraine di cui nelle foto si discute non verranno certo informate di se stesse da queste foto, né lo sarebbe il comando ucraino sulla composizione e il numero delle unità russe schierate nella zona di operazioni.

Dunque, qual è il contenuto di queste foto?

Innanzitutto la data delle stesse, questo va ricordato subito, è D+370, ossia il 370° giorno dall’inizio dell’invasione. Essendo la stessa incominciata il 24 febbraio, i documenti sono datati 1° marzo e arrivano, in proiezione, fino alla fine del mese di marzo: se anche fossero veri fotograferebbero una situazione già vecchia di più di un mese. Veniamo al dettaglio delle foto.


La prima foto è un quadro generale del fronte con l’indicazione delle forze russe presenti sul campo e una valutazione della loro capacità di combattimento. I dati sono tutti noti e non sono diversi da quelli delle fonti open source, quindi nessuna novità.

Invece è interessante l’indicazione nel riquadro nero intitolato “Total assessed losses”: 16-17.500 caduti russi e dal 61 ai 71.500 caduti ucraini. Stime basse per entrambi gli eserciti ed è strano che i caduti ucraini siano una stima, se il documento è originale: ci si aspetterebbe non dico un numero esatto, ma quantomeno non una discrepanza di 10.000 perdite.

Manca poi il numero delle perdite ucraine di mezzi corazzati (carri e trasporto truppe) mentre quelli russi sono quantificati in 600 (un numero sensato). Le perdite di aerei ed elicotteri certificano anche qui quello che già sappiamo: 15 tra aerei ed elicotteri russi abbattuti, 92 (rispettivamente 60 e 32) ucraini.

Inoltre ci sono le perdite ucraine di sistemi antiaerei, abbastanza ingenti – e anche questo lo sappiamo – 95 tra strategici e tattici. Se il documento fosse vero, si capirebbe l’insistenza del NYT a dire che la propaganda russa ci ha messo le mani, visto che il quadro delle perdite non corrisponde affatto a quanto solitamente riportano i media occidentali (che poi sia più vicino alla realtà, abbiamo già capito, importa poco).


La seconda foto è il quadro generale delle attività NATO nel teatro europeo, con particolare attenzione alle attività di addestramento delle FFAA ucraine (segnate come “train and advise UAF”), con tanto di calendario dei corsi, alle attività di ricognizione aerea, alle munizioni GMLRS e 155 mm impiegate (fino al 1 marzo 9612 GMLRS e 952.856 proiettili da 155).

Al centro della pagina un dettaglio molto interessante: gli operativi delle forze speciali NATO in Ucraina, quantificati in 14 USA, 50 UK, 15 Francia, 17 Lettonia, 1 Olanda, per un totale di 97 – ma mancano i polacchi, che sappiamo per certo essere presenti – e il totale del personale militare USA in Ucraina, 100 unità di cui 71 del Dipartimento di Stato (i servizi segreti) e 29 del Dipartimento della Difesa (i militari).

Cosa facciano in Ucraina queste persone non è ovviamente specificato.


La terza foto è quella più interessante: il quadro delle unità delle FFAA ucraine di nuova costituzione che saranno impegnate nella controffensiva, con il dettaglio di tutti i mezzi a disposizione e del livello di addestramento.

Sono 9 addestrate ed equipaggiate dai paesi NATO e 3 dal comando ucraino (queste tre non sono descritte nello schema e della loro composizione, equipaggiamento e addestramento non si sa nulla), e sono considerate pronte per il 30 aprile.

In realtà, andando a controllare l’ultima colonna, si nota come addestramento (A) ed equipaggiamento (E) abbiano ancora bisogno di parecchio lavoro.

Sempre al 1 marzo, infatti, seguendo l’ordine dall’alto in basso notiamo che la 116a meccanizzata è A 60%, E 79%; la 47a meccanizzata è A 40%, E 40%; la 33a meccanizzata è A 20%, E 32%; la 21a meccanizzata è A 0%, E 38%; la 32a meccanizzata è A 0%, E 56%; la 37a meccanizzata è A 10%, E 43%; la 118a meccanizzata è A 0%, E 65%; la 117a meccanizzata è A 0%, E 50%; l’82à meccanizzata è A 0%, E 14%.Non un quadro esaltante, specie per ciò che riguarda l’addestramento.

Se il materiale fa sempre in tempo ad arrivare, al 1 marzo ci si troverebbe con 5 brigate su 9 completamente prive di addestramento, che durerebbe meno di due mesi.

Anche il computo dei mezzi è sensibilmente inferiore a quello che ci si aspetterebbe da nove brigate meccanizzate a pieno organico. Non faccio il breakdown brigata per brigata altrimenti questo post già lungo diventa l’Iliade, mi limito a fornire i dati in generale.

In dettaglio, i carri sono 43 T-64, 38 T-72, 31 PT-91 Twardy (i T-72 polacchi rimodernati), 28 T-55S (rimodernati), 14 Leopard 2A4, 18 Leopard 2A6, 14 Challenger 2, 31 AMX-10 (che si insiste a considerare carri armati anche se tecnicamente non lo sono), e altri 53 ancora non specificati e che potrebbero essere Leopard 1 o carri già in dotazione all’esercito ucraino.

I trasporto truppe e veicoli ruotati sono 131 M-113, 180 MaxxPro, 99 Bradley, 70 Senator, 51 Husky, 20 Bulldog, 28 Viking, 20 Xa185, 30 Wolf e 90 BMP di vario tipo.

L’artiglieria semovente conta 6 M-109, 20 SVRT, 20 AS-90, 10 2C1. Completano il quadro 100 pezzi di artiglieria trainata, che ovviamente assorbiranno parte dei veicoli ruotati per essere trainate sul campo di battaglia. Gli Stryker, alcuni dei quali già presenti in Ucraina, e il resto dei Bradley probabilmente andranno a equipaggiare le tre brigate organizzate dal comando ucraino.

Molto in sintesi, coi numeri non ci troviamo. Nessuna di queste brigate è a pieno organico e la media è di 30 carri e 90 blindati per brigata. Il personale dovrebbe aggirarsi intorno 20.000 uomini a volere abbondare, più le tre brigate ucraine con, ragionando per eccesso, altri 10.000 uomini.

Naturalmente (sempre ammesso chele cifre siano vere) all’offensiva potrebbero aggiungersi altre brigate non contemplate nel numero di quelle di nuova costruzione, col che si potrebbero raggiungere i 50-75.000 uomini che, a detta di molti analisti, l’Ucraina può mettere in campo. Tutto sta a vedere, appunto, se questi documenti sono reali o fasulli.



Le foto 4 e 5 ci interessano poco. La 4 è il dettaglio delle forze presenti in Donbas, per le quali vale il discorso fatto per la foto 1. La 5 è una stima dei tempi di disgelo, che pone verosimilmente l’inizio dell’offensiva per i primi di maggio.

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