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13/05/2026

Donald Trump andrà in Cina portandosi dietro una montagna di problemi (e di debiti)

di Alessandro Volpi

Il 14 e il 15 maggio Donald Trump dovrebbe recarsi a Pechino per incontrare Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente degli Stati Uniti in Cina da dieci anni: e l’ultima volta era stato lo stesso Trump.

In previsione di questa visita il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha chiesto alla Cina, dopo aver criticato il suo appoggio a uno “Stato terrorista” come l’Iran, di aiutare gli Stati Uniti nella risoluzione della crisi. Al di là della retorica, è molto probabile che una simile richiesta sia un atto non banale che rivela le profonde difficoltà della presidenza Trump alle prese, in primo luogo, con un debito esplosivo.

La gigantesca montagna di circa 40mila miliardi di dollari è infatti ormai in larghissima parte posseduta da americani. Il 20% fa capo ai fondi pensione dei cittadini statunitensi, il 18% alla Fed che lo sta vendendo, il 25% ai grandi gestori Usa, il 5% alle banche e il 10% ai ricchissimi cittadini statunitensi.

Il capitale estero detiene meno del 25%, il minimo storico: i rendimenti alti, dunque, servono a pagare i cittadini statunitensi, che vedono però deprezzarsi il valore dei loro titoli. È evidente che si tratta di una situazione difficilmente sostenibile: gli interessi costano troppo e il debito si svaluta rischiando di trascinare a fondo l’economia Usa. In questo quadro la guerra è troppo onerosa, Trump ha bisogno di chiuderla ma anche di ritrovare la fiducia dei compratori internazionali del debito federale per ridurre i tassi e alleggerire l’esposizione, enorme, degli statunitensi.

Ma il presidente ha un secondo problema: la corsa delle Borse Usa è garantita dai grandi fondi – quelli che hanno in portafoglio il 25% del debito federale – che forniscono liquidità ai listini statunitensi, dove dirottano i risparmi mondiali per far sovrappesare le azioni delle grandi società tecnologiche nei loro Etf, con cui, in un circolo vizioso, raccolgono quegli stessi risparmi.

L’impressione evidente è che siamo di fronte a un complicato e pericoloso gioco di moltiplicazione dei pani e dei pesci che gli Stati Uniti non possono reggere senza una almeno parziale legittimazione cinese, destinata a riparare i canali mondiali di acquisto del debito Usa e di mantenimento in vita del dollaro, grazie al quale tornare a finanziare lo stesso debito: una legittimazione che i cinesi non sembrano ormai più disposti a dare, oppure a concederla a carissimo prezzo.

La condizione degli Stati Uniti è, peraltro, aggravata dal quadro energetico globale rispetto al quale non sono affatto tranquilli. In questo momento molti dei gasdotti e degli oleodotti utilizzati negli ultimi decenni in Europa sono chiusi: l’approvvigionamento via terra passa dalla Norvegia, dall’Azerbaijan e dall’Algeria, che sono naturalmente oggetto di contesa fra i vari Paesi europei.

A questa insufficienza si sta provando a far fronte con il trasporto marittimo che è però difficilissimo per tre ragioni. La prima è la scarsità assoluta di navi da trasporto, la seconda è la difficoltà estrema di trovare chi assicura quelle navi e la terza, più importante, è costituita dalle pochissime rotte aperte. In pratica l’unica veramente sicura è quella atlantica che, naturalmente rende l’Europa ancora più dipendente dagli Stati Uniti ma che sconta, peraltro, le difficoltà di trasporto interno all’Europa stessa. Hormuz è chiuso, Yemen-Gibuti ridottissimo, Suez ridotto, Panama in difficoltà e Malacca intasatissimo.

Ciò significa un’enorme difficoltà nel trasporto anche del gas “naturale” liquefatto (Gnl) statunitense e nell’approvvigionamento del mercato delle benzine, centrale per gli Stati Uniti, dovuto all’insufficiente capacità di raffinazione degli stessi USA a cui, con il blocco dei trasporti, viene messa in crisi la decisiva possibilità di importazione.

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