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06/05/2026

Trump si è fermato ad Hormuz

I contrordini sono diventati la nuova normalità della Casa Bianca. Praticamente non c’è neanche il tempo di registrare una nuova iniziativa Usa che arriva in contemporanea la sua sospensione. Come se anche la geopolitica e la guerra fossero ormai triturate dentro i ritmi della speculazione finanziaria (e la “banda Trump”, ormai è provato, sta facendo miliardi proprio su questi stop and go che fanno salire o scendere le borse, a comando).

La “grande operazione Project Freedom” – che doveva “liberare lo Stretto di Hormuz” spedendo navi militari americane a fare la scorta a navi commerciali di mezzo mondo – è durata in tutto 24 ore. Giusto il tempo di accendere i motori, togliere l’ancora e poi ricalarla in mare.

Nel frattempo, sia dal Pentagono che dai vertici iraniani si vantavano scambi di missili e droni, ma senza farsi troppo male (fanno eccezioni alcuni civili persiani uccisi a bordo di un’imbarcazione non militare). Ma da entrambe le parti si assicurava anche che “la tregua regge” e il “cessate il fuoco” continua anche mentre si sparacchia un po’.

Poi, nella tarda serata di ieri, si veniva a sapere che prima ancora dell’inizio della “grande operazione” – domenica – un funzionario dell’amministrazione Trump di alto livello aveva informato l’Iran dell’imminente operazione degli Stati Uniti per “guidare” le navi attraverso lo Stretto, avvertendo Teheran di “non interferire”.

Di fatto un “ci muoviamo un po’, ma non stiamo facendo sul serio; vediamo di non farci male”.

Teheran, a quanto pare, ha colto il segnale ed è stata al gioco, sparando un po’ senza colpire nulla (gli Emirati lamentano qualche danno, ma non cambia l’equazione).

Subito dopo l’annuncio twittato dalla Casa Bianca: “Su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, e tenuto conto dell’enorme successo militare e dei grandi progressi compiuti verso un accordo completo e definitivo con i leader iraniani, il Project Freedom verrà sospeso per un breve periodo di tempo per vedere se l’accordo può essere finalizzato e firmato”. Anche se “L’embargo rimarrà in vigore a tutti gli effetti”.

Movimenti militari preannunciati come blanda forma di pressione sulla controparte, insomma, ma ad alto impatto mediatico nel proprio campo.

D’altro canto le due navi mercantili statunitensi che aveva provato a seguire la “nuova rotta” indicata dal Pentagono, e che la propaganda Usa aveva descritto come “scortate” dalla Marina... si sono incagliate. Diverse fonti hanno spiegato che “le acque vicino alla costa dell’Oman sono rocciose e le navi non possono né lasciare né far ritorno da quest’area”. Una metafora involontaria della situazione in cui si è andato ad infilare Trump...

Anche un ex capo negoziatore dell’amministrazione Obama, come Robert Malley, ha commentato sarcasticamente: “Sto facendo marcia indietro perché sto vincendo alla grande. Ma se questo è ciò che serve per ridurre le tensioni e cercare di negoziare seriamente un accordo, perché no...”

La notizia seria è una sola: i negoziati continuano e fanno progressi. Il ministro degli esteri iraniano, Seyed Abbas Araghci, è volato a Pechino – il vero “adulto nella stanza”, in questa commedia sanguinosa recitata dalla superpotenza affidata a pagliacci – dove ha incontrato l’omologo Wang Yi. Incassando un supporto importante: “La guerra è illegittima”, ha detto Wang. “Siamo pronti a proseguire i nostri sforzi per allentare le tensioni. Stabilire un cessate il fuoco completo è sia necessario che inevitabile. La regione si trova a un bivio decisivo e gli incontri diretti tra le due parti sono essenziali”.

Da parte Usa c’è sempre il problema del presentare la marcia indietro come una grande avanzata, ma gli sceneggiatori di Hollywood ci stanno lavorando. In fondo quasi nessuno ricorda più che il disastro di Isfahan è stato raccontato come il “glorioso recupero” di due piloti rimasti sconosciuti e senza alcuna medaglia. Forse perché non sono mai esistiti... Nè che due giorni dopo – ma deve essere soltanto una coincidenza – Trump ha dichiarato il cessate il fuoco.

La situazione sul campo resta quella di un mese fa. E le notizie prima nascoste cominciano ad emergere. Per esempio la CNN riporta le confidenzei di un “alto funzionario del Dipartimento di Stato” (il ministero guidato da “Narco” Rubio) che ammette le difficoltà enormi incontrate nel vicino Iraq, dove la maggioranza della popolazione è di fede sciita, quindi “sensibile” alle sorti dell’Iran.

Durante la guerra di Stati Uniti e Israele contro Teheran, in 40 giorni, sono stati effettuati oltre 600 attacchi di rappresaglia contro strutture americane, numerosi dei quali missilistici o con droni contro l’ambasciata a Baghdad, il Centro di supporto diplomatico statunitense e il consolato americano a Erbil.

La stessa ambasciata avverte che “le milizie terroristiche irachene allineate con l’Iran continuano a pianificare ulteriori attacchi contro cittadini statunitensi e obiettivi associati agli Stati Uniti in tutto l’Iraq, compresa la regione del Kurdistan iracheno (Ikr)”. Sotto assedio, insomma.

Uscire da questo pantano è quindi urgente e necessario, ma senza farlo sembrare una fuga.

I problemi, come sempre, vengono da Israele. Il quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, rivela che i vertici delle Forze di Difesa dello Stato ebraico cominciano a far filtrare la loro irritazione per una guerra che a loro avviso è stata un vero buco nell’acqua. Certo, dicono, ci sono stati diversi successi “tattici”, peraltro facili bombardando una nazione di fatto senza copertura antiaerea. Ma i risultati che ci si attendeva di conseguire nel lungo periodo restano fuori portata. Nonostante l’immenso sforzo militare, politico ed economico, l’Iran resta con la stessa forza posseduta prima dell’attacco. Uranio arricchito in testa.

«Alti funzionari della Difesa a Tel Aviv – sostiene il giornale – hanno dichiarato che l’ultima guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sarà considerata un fallimento a meno che Israele non riesca a ottenere lo smantellamento del programma nucleare iraniano e la rimozione dell’uranio arricchito [ma il tentativo di impossessarsene è fallito ad Isfahan, ndr].
Secondo i funzionari, se la guerra si concludesse con un regime stabile a Teheran e il suo programma nucleare intatto, ciò metterebbe in discussione tutti i successi della campagna. Nel frattempo, i funzionari militari hanno affermato che, nonostante i lunghi preparativi dell’aeronautica israeliana per combattere l’Iran – che ne hanno costituito il principale fronte operativo – le azioni preparatorie non erano commisurate alla portata della sfida.
I funzionari hanno affermato che, nonostante i successi operativi, tra cui l’eliminazione di alti funzionari iraniani e gli attacchi alle industrie della difesa, i piani per rovesciare il regime sono stati rapidamente abbandonati dopo aver compreso che gli attacchi contro l’apparato repressivo del regime non stavano raggiungendo il loro obiettivo e non stavano spingendo le masse in piazza»
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Di fatto, i vertici dell’esercito chiedono di continuare la guerra e di “prepararla meglio”. Anche se si rendono conto che il loro alleato americano non ha gli stessi interessi e non condivide del tutto la loro paranoia.

Ma la popolazione di Israele sì. Secondo un sondaggio condotto dall’Israel Democracy Institute (IDI), la maggior parte degli israeliani ritiene che porre fine alla guerra con l’Iran nelle condizioni attuali non tutelerebbe a sufficienza i loro interessi di “sicurezza nazionale”. Complessivamente, il 59% degli israeliani si oppone alla fine della guerra in questa fase.

Se non fosse quel bastardo che è, verrebbe quasi da compatirlo, a Trump...

Aggiornamento: il sito americano Axios ha citato funzionari statunitensi secondo i quali Washington e Teheran sarebbero “vicine a un accordo su un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”. Washington “si aspetta una risposta da Teheran su diversi punti chiave entro 48 ore”.

Anche Reuters ha citato una fonte pakistana secondo cui Stati Uniti e Iran sarebbero “vicini a raggiungere un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra”, aggiungendo: “La concluderemo molto presto con un accordo americano-iraniano”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”; questi negoziati “potrebbero tenersi a Islamabad o a Ginevra”.

Nello specifico, il memorandum “prevede la sospensione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, la revoca delle sanzioni da parte di Washington e lo sblocco dei fondi iraniani”.

Secondo Axios, l’accordo “prevede anche la revoca, da entrambe le parti, delle restrizioni al passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Secondo un funzionario statunitense, “le restrizioni iraniane alla navigazione attraverso lo stretto e il blocco navale statunitense saranno gradualmente revocati nell’arco di 30 giorni”.

Per quanto riguarda i negoziati sulla durata della sospensione dell’arricchimento dell’uranio, alcune fonti indicano che “sarà di almeno 12 anni, mentre un’altra fonte suggerisce che potrebbe arrivare a 15 anni”. È da ricordare che “l’Iran ha proposto una sospensione di 5 anni, gli Stati Uniti ne hanno richiesti 20”.

La fonte ha spiegato che gli Stati Uniti “vogliono includere una clausola che stabilisca che qualsiasi violazione da parte dell’Iran dei termini di arricchimento comporterà un’estensione della moratoria”. Ciò consentirebbe all’Iran di arricchire l’uranio fino a un livello basso del 3,67% dopo la scadenza della moratoria.

“L’Iran si impegnerà inoltre, nell’ambito del memorandum d’intesa, a non cercare di acquisire un’arma nucleare né a intraprendere attività connesse al suo armamento”

Secondo un funzionario statunitense, le due parti stanno discutendo una clausola “in base alla quale l’Iran si impegna a non gestire impianti nucleari sotterranei, oltre a impegnarsi a un regime di ispezioni rafforzato, che include ispezioni a sorpresa da parte di ispettori delle Nazioni Unite”.

In cambio, “gli Stati Uniti si impegneranno, nell’ambito del memorandum d’intesa, a una graduale revoca delle sanzioni imposte all’Iran e al graduale sblocco di miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in tutto il mondo”.

Due fonti a conoscenza della questione hanno inoltre affermato che l’Iran “accetterà di rimuovere l’uranio altamente arricchito dal Paese”, una richiesta chiave degli Stati Uniti che Teheran ha finora respinto. La Russia si era comunque offerta per rilevarlo.

Molte delle disposizioni del memorandum dipendono dal raggiungimento di un accordo definitivo, il che lascia aperta la possibilità di una ripresa della guerra o di una continua situazione di stallo, in cui il conflitto si interrompe senza una reale soluzione alla crisi.

In questo contesto, il ministro degli Esteri Marco Rubio ha dichiarato martedì: “Non siamo obbligati a redigere l’accordo in un solo giorno”.

Nella sua forma attuale, il memorandum d’intesa “dichiarerà la fine della guerra nella regione e l’inizio di 30 giorni di negoziati per raggiungere un accordo dettagliato sull’apertura dello stretto, la limitazione del programma nucleare iraniano e la revoca delle sanzioni statunitensi”.

Tra i punti sollevati figurano la garanzia che non si verifichino attacchi militari, il ritiro delle forze statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di risarcimenti, la revoca delle sanzioni, la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, oltre a un nuovo meccanismo per la gestione dello Stretto di Hormuz e altri ancora.

Fonte: Al Mayadeen

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