Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

20/05/2026

Bolivia - Le barricate di La Paz e la memoria viva della rivolta

La Bolivia torna a bruciare. Ma sarebbe un errore leggerla come l’ennesima crisi latinoamericana o come una semplice resa dei conti interna tra il governo di Rodrigo Paz e il vecchio ciclo politico del MAS. Perché ciò che sta accadendo in queste settimane racconta qualcosa di più profondo: la riemersione di un paese che, nonostante tutto, continua ad avere una memoria viva del conflitto sociale.

La Paz è blindata da settimane. Plaza Murillo, cuore del potere politico, è circondata da polizia ed esercito. El Alto è praticamente isolata. Le strade che collegano la capitale al resto del paese sono bloccate da barricate, pietre e copertoni bruciati. Le stazioni dei bus sono ferme, l’aeroporto irraggiungibile, iniziano a scarseggiare alimenti, gas e medicinali. Eppure, dentro questo scenario da assedio, la Bolivia continua a mostrare il suo volto più contraddittorio e più reale.

“Questa notte sono andata a camminare attorno a Plaza Murillo”, racconta una testimonianza arrivata da La Paz. “C’erano ancora i resti dei falò e dei gas lacrimogeni. La gola bruciava ancora. E in mezzo a tutto questo ho visto una donna campesina anziana, quasi sorda, con sua figlia e forse sua nipote, che vendeva fave tostate per meno di un dollaro”.

Dentro questa immagine c’è tutta la Bolivia contemporanea: repressione, povertà, resistenza indigena e sopravvivenza quotidiana.

La vittoria di Rodrigo Paz alle presidenziali dello scorso anno era stata interpretata come un doppio rifiuto. Da una parte la stanchezza verso il MAS, ormai percepito da molti settori popolari come una macchina burocratica distante dalle sue origini sociali. Dall’altra il rifiuto di una destra apertamente oligarchica e razzista. Paz aveva promesso equilibrio, modernizzazione, stabilità. Ma nel giro di pochi mesi il suo governo ha finito per rappresentare esattamente ciò che molti boliviani temevano: subordinazione agli interessi agroindustriali, apertura alle privatizzazioni, estrattivismo aggressivo e pieno allineamento geopolitico con Washington.

La scintilla immediata della crisi è stata la questione del carburante. Da oltre un anno il paese vive una crisi di approvvigionamento di benzina e gasolio. Il trasporto urbano e quello pesante hanno iniziato scioperi e proteste denunciando anche la pessima qualità del carburante distribuito. Ma il vero salto politico arriva con la Ley 1720 sulla terra, percepita dai piccoli produttori di Pando e Beni come un tentativo di favorire la frammentazione delle terre collettive e l’avanzata dell’agrobusiness.

Da lì nasce una lunga marcia indigena e campesina verso La Paz. Una mobilitazione inizialmente isolata, lasciata quasi sola persino dalle grandi organizzazioni contadine tradizionali, oggi profondamente divise. Poi però qualcosa cambia. Il malcontento si salda.

Entrano in scena i maestri, che chiedono aumenti salariali. La COB, la storica Centrale Operaia Boliviana, dichiara sciopero indefinito. I trasportatori bloccano le arterie principali. Quartieri interi di El Alto si mobilitano contro il governo. E soprattutto cresce una rabbia sociale che non nasce da una singola sigla politica ma dall’intreccio tra crisi economica, esasperazione quotidiana e sensazione di abbandono.

Il governo risponde alternando repressione e clientelismo. I cosiddetti “corridoi umanitari” organizzati per rompere i blocchi hanno provocato morti e centinaia di feriti. Un giovane ha perso un occhio colpito dai proiettili di gomma. Intanto la polizia riceve bonus straordinari e vengono lanciate applicazioni per denunciare i manifestanti.

Ma soprattutto emerge una doppia morale evidente. Quando a mobilitarsi sono campesinos e organizzazioni indigene, il governo parla di destabilizzazione, violenza e infiltrazioni criminali. Quando invece scendono in piazza i potentissimi “cooperativisti” minerari – formalmente cooperative ma nei fatti grandi imprese private che devastano l’Amazzonia e contaminano i fiumi con il mercurio – allora arrivano immediatamente trattative, condoni e concessioni.

È qui che si rompe definitivamente il fragile equilibrio costruito da Paz. Perché in Bolivia la questione sociale non può mai essere separata da quella etnica e territoriale. Quando le wiphala tornano a essere bruciate nelle manifestazioni governative, quando riemergono gruppi paramilitari civici come la Unión Juvenil Cruceñista, quando il potere ignora le delegazioni indigene accampate fuori dal palazzo presidenziale, la memoria coloniale torna a esplodere.

La Bolivia resta un’anomalia latinoamericana perché continua a essere uno dei pochi luoghi dove il conflitto sociale può ancora paralizzare realmente il paese e mettere in crisi il potere statale spaventando quello economico internazionale. È un paese attraversato da enormi contraddizioni, dove dentro le stesse mobilitazioni convivono istanze popolari radicali e corporativismi feroci, solidarietà indigena e pulsioni reazionarie. L’ombra di Morales, che qualcuno metteva al centro dello scontro, è stata subito cancellata. Le lotte di questi giorni sono un monito anche a chi, nel paese, ha voluto burocratizzare e controllare i movimenti sociali.

Ma proprio questa complessità racconta una verità che Paz sembra aver dimenticato: in Bolivia il neoliberismo non arriva mai in un territorio neutro. Arriva sempre sopra una storia di insurrezioni, memoria indigena e organizzazione popolare. E ogni volta che prova a imporsi come normalità, quella storia torna a bussare violentemente alle porte del potere.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento