Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/04/2026

Le Monografie di Frusciante: M. Night Shyamalan (Febbraio 2017)

Gli Stati Uniti hanno perso il mondo arabo

Praticamente ogni abitante del Medio Oriente è stato toccato, direttamente o indirettamente dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, decine di migliaia di persone, in larga maggioranza palestinesi della Striscia di Gaza, sono state uccise, milioni sfollate e intere aree urbane ridotte in macerie. È in questo contesto che si è prodotta una frattura profonda nelle percezioni collettive della regione, destinata a lasciare tracce durature.

A documentarlo sono i sondaggi condotti dall’Arab Barometer, progetto di ricerca internazionale che negli ultimi anni ha monitorato l’evoluzione dell’opinione pubblica in diversi paesi arabi. Le rilevazioni effettuate tra agosto e novembre 2025 in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, territori palestinesi, Siria e Tunisia confermano che il cambiamento registrato dopo il 7 ottobre non è stato episodico, ma strutturale. La fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti è quasi del tutto erosa.

La percezione diffusa è che Washington e molti dei suoi alleati europei abbiano adottato un approccio selettivo al diritto internazionale, risultando faziosi e moralmente compromessi. Alla domanda su quali paesi difendano maggiormente le libertà, contribuiscano alla sicurezza regionale e sostengano la causa palestinese, gli intervistati indicano sempre più spesso Cina, Russia e Iran piuttosto che Stati Uniti ed Europa. Non si tratta, tuttavia, di una piena adesione ai modelli politici di queste potenze, quanto piuttosto di un rigetto del ruolo occidentale.

La guerra a Gaza rappresenta il punto di rottura. La reputazione degli Stati Uniti è precipitata e non si è più ripresa. I dati sono eloquenti: solo il 12% degli intervistati in Giordania e nei territori palestinesi esprime un giudizio positivo sulla politica estera del presidente Donald Trump, percentuali che salgono appena al 24% in Iraq e al 21% in Libano. Fanno eccezione Marocco e Siria, dove il consenso resta più alto per ragioni specifiche legate a decisioni politiche favorevoli a Rabat e al nuovo governo siriano.

Nel complesso, però, prevale un giudizio negativo. Tra il 47% e il 66% degli intervistati nei vari paesi ritiene che la politica di Trump sia peggiore di quella del suo predecessore Joe Biden. Un dato che riflette non solo la gestione dell’offensiva israeliana contro i palestinesi, ma anche il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran e l’instabilità crescente che ne è derivata.

In parallelo, cresce il consenso verso la Cina, percepita come potenza emergente e meno compromessa. I livelli di approvazione di Pechino oscillano tra il 37% in Siria e il 69% in Tunisia. Anche la Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina, registra un aumento significativo del favore, superando gli Stati Uniti in molti paesi della regione. Più complesso il quadro relativo all’Iran, che continua a essere visto come una minaccia, soprattutto per il suo programma nucleare e la sua influenza regionale, ma beneficia di un crescente sostegno grazie alla sua opposizione a Israele.

Emblematico è il caso dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei (assassinato da Israele e Usa con l’attacco del 28 febbraio), la cui immagine è migliorata sensibilmente. In diversi paesi, la percezione della sua politica estera è passata da negativa a più sfumata, in un contesto in cui l’ostilità verso Israele e i suoi alleati occidentali tende a ridefinire le gerarchie di consenso.

Il nodo centrale resta infatti la questione palestinese. Secondo i dati dell’Arab Barometer, tra il 58% e l’86% degli intervistati nei vari paesi arabi considera gli Stati Uniti schierati con Israele contro i palestinesi. Anche l’Unione Europea è vista in larga misura come favorevole a Tel Aviv, sebbene con differenze tra i singoli paesi: Spagna e Irlanda godono di una percezione più positiva, mentre la Germania è spesso associata a un sostegno più netto a Israele.

Questa percezione si estende alle istituzioni internazionali. Una quota significativa di intervistati ritiene che anche le Nazioni Unite siano sbilanciate a favore di Israele, segno di una crisi più ampia di fiducia nell’intero sistema multilaterale. Non sorprende, in questo quadro, che Israele risulti il paese meno popolare in assoluto: in quasi tutti gli stati analizzati, meno del 5% della popolazione esprime un’opinione favorevole.

Eppure, nonostante la radicalizzazione delle posizioni, l’opinione pubblica araba non appare completamente chiusa a soluzioni diplomatiche. La maggioranza degli intervistati continua a sostenere la prospettiva dei due Stati.

Sul piano geopolitico, i dati dell’Arab Barometer lanciano un avvertimento chiaro: il declino di credibilità degli Stati Uniti rischia di tradursi in un progressivo allontanamento anche dei governi arabi, tradizionalmente legati a Washington. Pur essendo in gran parte autoritari, questi regimi non possono ignorare completamente l’opinione pubblica, soprattutto di fronte al rischio di proteste.

Segnali in questa direzione sono già visibili. Alcuni paesi del Golfo hanno espresso apertamente preoccupazione per l’escalation con l’Iran e valutano una diversificazione delle loro alleanze economiche e militari, rafforzando i legami con Cina e Russia. Allo stesso tempo, cresce la cautela nel mostrare apertamente cooperazione con gli Stati Uniti.

Il futuro, tuttavia, non è ancora scritto. L’esperienza della Francia dimostra che un cambio di posizione può produrre effetti tangibili: il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese nel settembre 2025 ha contribuito a migliorare sensibilmente la sua immagine nella regione.

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Sumud Flotilla bloccata da Israele a sud della Grecia

Nelle acque a sud della Grecia, a centinaia di chilometri dalla Striscia di Gaza, la notte si è riempita del ronzio dei droni e del rumore dei motori militari. Intorno alle 21.30 italiane, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, partite il 26 aprile dal porto siciliano di Augusta con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, sono state intercettate e circondate da unità navali israeliane in acque internazionali, a ovest di Creta.

Le immagini diffuse sui canali Telegram della Flotilla mostrano una scena di grande tensione: attivisti disarmati, raccolti sul ponte con le mani alzate, mentre un militare israeliano armato sale a bordo. È il momento in cui i contatti con la base operativa italiana si sono interrotti.

Secondo le ricostruzioni fornite dall’organizzazione, le imbarcazioni erano state inizialmente sorvolate da droni, quindi raggiunte da almeno due navi della Marina militare israeliana e da diversi gommoni. Tra le prime unità prese di mira vi sarebbe la nave italiana Bianca. Gli attivisti a bordo hanno attivato le procedure di emergenza previste in caso di abbordaggio, salendo sul ponte e rendendosi visibili. In alcuni casi, riferiscono, i militari avrebbero intimato agli equipaggi di stendersi a terra sotto la minaccia di armi e puntatori laser.

Da Tel Aviv hanno confermato l’operazione, spiegando che, a causa delle dimensioni della Flotilla – oltre cento navi e circa mille persone secondo questa versione – si è deciso di intervenire a grande distanza dalle coste israeliane. Una giustificazione che non ha placato le reazioni degli organizzatori e degli attivisti, che parlano di una grave violazione del diritto internazionale.

Sono 22 le imbarcazioni della GSF bloccate con la forza con 175 persone a bordo, tra cui diversi cittadini palestinesi. Altre 36 barche hanno trovato rifugio a Creta.

“Si tratta di pirateria”, afferma la Global Sumud Flotilla in una nota diffusa nella notte, denunciando “il sequestro illegale di esseri umani in alto mare, vicino a Creta”. Un’accusa accompagnata dalla richiesta ai governi di tutto il mondo di intervenire immediatamente per garantire la sicurezza delle oltre 400 persone a bordo e per “ritenere Israele responsabile delle sue azioni”.

Sulla stessa linea Gur Tsabar, addetto stampa della Flotilla, che in dichiarazioni ad Al Jazeera sottolinea come le imbarcazioni fossero civili, disarmate e lontane centinaia di chilometri da Gaza. “Israele non ha giurisdizione in queste acque”, afferma, definendo l’eventuale abbordaggio “una detenzione illegale, potenzialmente un rapimento in alto mare”.

In Italia la vicenda ha suscitato una reazione immediata. Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Italia, parla di “una ulteriore escalation del metodo repressivo” e si interroga sul ruolo delle istituzioni internazionali: “La Ue è al corrente di quanto sta accadendo? La prossima volta verranno ad arrestarci direttamente a casa?”.

Non è la prima volta che una missione della Flotilla viene fermata. Già lo scorso autunno, alcuni attivisti erano stati arrestati e trasferiti nel carcere israeliano di Ketziot, denunciando successivamente maltrattamenti e vessazioni. Tra loro anche il giornalista Saverio Tommasi. Su quei fatti la Procura di Roma ha recentemente aperto un’inchiesta contestando il reato di tortura, un passaggio giuridico significativo e senza precedenti nei rapporti tra Italia e Israele.

La Flotilla, composta da decine di imbarcazioni e centinaia di volontari tra medici, operatori sanitari e insegnanti, non si proponeva soltanto di consegnare beni di prima necessità, ma anche di restare a Gaza per contribuire direttamente alle attività sul campo a sostegno della popolazione che vive una catastrofe umanitaria.

Aggiornamento ore 18

”In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle imbarcazioni della flottiglia alla nave israeliana saranno fatte sbarcare in Grecia nelle prossime ore”. Lo ha afferma il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.

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La sirena d’allarme di Parco Schuster

Il gesto del ragazzotto che a Roma ha sparato – con una pistola ad aria compressa, ma mirando alla faccia – contro due “antifascisti qualunque”, riconoscibili dal fazzoletto dell’Anpi al collo, rompe un primo tabù fasullo ma diffuso: si può essere ebrei e fascisti contemporaneamente.

Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita.

Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei, ed “antisemiti” tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.

La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (subumani, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.

L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.

Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc.), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.

Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.

Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.

È andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.

Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.

È scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma”.

Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.

Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.

Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili che hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.

Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.

Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.

Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).

Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.

La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò la seguente: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?

La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? Verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?

Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.

Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. È già qui.

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La Cina estende l'esenzione dai dazi a tutta l’Africa

Si può essere superpotenze e avere un rapporto con il resto del mondo basato su princìpi diametralmente opposti. Un esempio concreto di seguito. 

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A Nairobi, funzionari e gruppi imprenditoriali provenienti da Cina e Kenya stanno discutendo su come sfruttare la politica dei dazi zero di Pechino per aprire maggiori opportunità alle aziende keniane nell’ampio mercato cinese, mentre i commercianti africani in Cina sono già alla ricerca di più merci da esportare nel paese, poiché la nuova politica inizia a spianare la strada verso un commercio più fluido tra Cina e Africa.

La Cina ha preso atto delle sincere aspettative e del feedback positivo da parte dell’Africa riguardo al trattamento a dazio zero. Si tratta di un’importante iniziativa della Cina per espandere l’apertura unilaterale, ha dichiarato mercoledì il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian.

Mentre il protezionismo e l’unilateralismo sono in aumento e i continenti vicini al Medio Oriente sono colpiti dalle ripercussioni della situazione locale, la Cina condivide le opportunità e persegue lo sviluppo comune con l’Africa attraverso la politica dei dazi zero, e contribuisce alla pace e allo sviluppo globali con una maggiore stabilità nei legami Cina-Africa, ha sottolineato il portavoce.

La Cina continuerà a firmare accordi di partenariato economico per lo sviluppo comune con i paesi africani e allo stesso tempo potenzierà i “canali verdi” per l’importazione di prodotti agricoli e alimentari africani in Cina, in modo da migliorare ulteriormente la facilitazione del commercio tra Cina e Africa, ha affermato Lin.

Secondo la Commissione Tariffaria Doganale del Consiglio di Stato di martedì, la Cina concederà un trattamento a dazio zero, sotto forma di aliquote tariffarie preferenziali, ad altri 20 paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con la Cina e non sono classificati come “paesi meno sviluppati”, dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2028.

Ciò è avvenuto dopo che la Cina aveva concesso un trattamento a dazio zero sul 100% delle linee tariffarie a partire dal 1° dicembre 2024 per 33 paesi africani “meno sviluppati” con cui mantiene relazioni diplomatiche. Ciò significa che il paese estenderà il trattamento a dazio zero a tutti i paesi africani che hanno relazioni diplomatiche con Pechino a partire da venerdì.

La mossa segna il pieno potenziamento della politica dei dazi zero per l’Africa al suo livello più alto e avviene in un momento storico, poiché Cina e Africa celebrano il 70° anniversario delle loro relazioni diplomatiche, riflettendo la coerenza della politica africana della Cina, ha affermato Du Xiaohui, Direttore Generale del Dipartimento per gli Affari Africani del Ministero degli Esteri, definendo la misura una “carta d’oro” della cooperazione bilaterale.

La nuova politica risponde alla difficoltà pratica che questi paesi africani affrontano nel completare i negoziati nel breve termine, mentre i negoziati tra le due parti continueranno, ha dichiarato mercoledì il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM).

Potenziamento istituzionale

Sempre mercoledì, l’autorità doganale cinese ha pubblicato un’interpretazione dettagliata delle regole di origine per le importazioni dai paesi africani idonei nell’ambito della politica dei dazi zero, aggiungendo quella che gli esperti hanno descritto come “chiarezza operativa” a questa storica misura di apertura del mercato, aiutando a tradurla nella pratica doganale.

Il chiarimento è arrivato dopo che la Commissione Tariffaria Doganale ha definito la politica tariffaria martedì e l’Amministrazione Generale delle Dogane (GAC) ha successivamente emanato le corrispondenti misure di gestione dell’origine.

L’interpretazione della GAC dettaglia come le importazioni idonee possano beneficiare del trattamento preferenziale, coprendo la determinazione dell’origine, i certificati d’origine, la spedizione diretta e le procedure di dichiarazione doganale, secondo la dichiarazione ufficiale dell’autorità doganale.

Per gli esportatori e i commercianti africani, il chiarimento doganale è più di un documento tecnico, in quanto offre alle imprese un percorso più chiaro per adattare i piani di produzione, logistica e vendita per il mercato cinese, ha dichiarato mercoledì al Global Times Song Wei, professoressa alla School of International Relations and Diplomacy della Beijing Foreign Studies University.

Sourakhata Tirera, un uomo d’affari senegalese impegnato nel commercio Cina-Africa dal 2003, ha dichiarato al Global Times di essere attivamente alla ricerca di prodotti africani di qualità superiore da esportare in Cina, sperando di sfruttare la nuova politica dei dazi zero per espandere le opportunità commerciali.

“La politica apre l’accesso al più grande mercato di consumo del mondo e offre alle imprese africane la possibilità di passare dall’importazione all’esportazione”, ha affermato Tirera, aggiungendo che potrebbe anche contribuire a guidare lo sviluppo industriale e la creazione di posti di lavoro se i governi africani sosterranno il settore privato nel cogliere questa grande opportunità.

La Greater Bay Area Importers and Exporters Association, una camera di commercio che copre le 11 città della regione meridionale cinese, ha forti legami commerciali con l’Africa. Il suo presidente, Lam Lung-on, ha dichiarato mercoledì al Global Times che “prodotti di consumo africani di qualità come aragoste della Namibia e granchi del fango della Tanzania stanno entrando nel mercato dell’area a un ritmo più rapido”.

Citando l’agricoltura come esempio, Lam ha affermato che la politica dei dazi zero rimuoverà lo svantaggio tariffario dei prodotti trasformati rispetto alle materie prime, incoraggiando la lavorazione primaria e profonda locale in Africa, rafforzando al contempo i legami di produzione e fornitura in settori quali macchinari ed elettronica, tessili e minerali.

La Cina rimane il maggiore partner commerciale dell’Africa da ormai 17 anni consecutivi. Nel primo trimestre del 2026, il commercio Cina-Africa ha raggiunto i 646,56 miliardi di yuan (94,56 miliardi di dollari), in aumento del 23,7% su base annua, secondo i dati ufficiali.

I gruppi imprenditoriali in Africa hanno esortato le aziende a cogliere l’opportunità. In una dichiarazione pubblicata sul suo sito web lunedì, la Camera Nazionale del Commercio e dell’Industria del Kenya (KNCCI) ha affermato che la politica dei dazi zero della Cina offre prospettive di “crescita delle esportazioni senza precedenti”, con il suo presidente Erick Rutto che ha osservato come le opportunità per i prodotti keniani potrebbero diventare “praticamente illimitate” se le imprese agiranno con decisione.

Responsabilità di una grande potenza

Song vede la politica dei dazi zero come un passo strategico che potrebbe aiutare a spostare la cooperazione bilaterale oltre i singoli progetti verso una collaborazione a livello di intera catena industriale che supporterà l’autonomia economica dell’Africa, con implicazioni che vanno oltre i legami bilaterali.

Funzionari africani hanno espresso aspettative simili. Secondo Xinhua, Abraham Korir Sing’Oei, Segretario Principale del Dipartimento di Stato per gli Affari Esteri del Kenya, ha descritto lunedì l’accordo sui dazi zero, in un simposio di alto livello, come un quadro di riferimento fondamentale per incrementare il commercio e gli investimenti reciprocamente vantaggiosi, nonché un modello per altri paesi africani.

L’attuazione efficace della politica sarebbe importante non solo per Kenya e Cina, ma anche come dimostrazione degli sforzi congiunti delle due parti per attuare i risultati del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa del 2024 e sostenere le regole dell’OMC, ha citato il rapporto Regina Akoth Ombam, Segretaria Principale del Dipartimento di Stato per il Commercio del Kenya.

Negli ultimi anni, alcuni media occidentali hanno ritratto il ruolo della Cina in Africa in una luce negativa, avvertendo di un’eccessiva dipendenza dalle esportazioni di materie prime, descrivendo la relazione come “asimmetrica” e persino inquadrando i paesi africani come “pedine” in una più ampia competizione geopolitica. Tuttavia, tali narrazioni per denigrare la cooperazione Cina-Africa sono state sempre più respinte come infondate man mano che il loro impegno reciprocamente vantaggioso avanza, secondo gli analisti.

Mentre gli Stati Uniti inaspriscono il loro mercato e impongono restrizioni, la Cina sta aprendo il suo mercato e creando un nuovo quadro commerciale preferenziale per le nazioni africane, ha affermato un’analisi di RT, indicando i motori pragmatici alla base della cooperazione Cina-Africa, dalla ristrutturazione dei flussi commerciali e dalla standardizzazione delle regole di accesso al mercato alla creazione di legami economici più profondi tra i partner africani e il mercato cinese.

La politica dei dazi zero della Cina sta attirando maggiori risorse di sviluppo nel continente africano, avanzando materialmente l’integrazione regionale e rafforzando la sua capacità di sviluppo autonomo, dimostrando al contempo l’impegno della Cina a condividere i dividendi del mercato con il mondo e a sostenere lo sviluppo del Sud del mondo, ha osservato Song.

Il commercio Cina-Africa è cresciuto di 27,5 volte negli ultimi due decenni, passando da 87,38 miliardi di yuan nel 2000 (10,96 miliardi di euro) a 2,49 trilioni di yuan nel 2025 (312 miliardi di euro), secondo i dati doganali, sottolineando il forte slancio e la crescente integrazione dei legami economici bilaterali.

Il MOFCOM ha dichiarato, nella sua nota di mercoledì, che la decisione della Cina di prendere l’iniziativa nel tagliare i dazi dimostra la sua responsabilità come grande potenza e fa avanzare l’Iniziativa per la Governance Globale e l’Iniziativa per lo Sviluppo Globale, in un contesto di crescente unilateralismo e protezionismo.

La cooperazione economica e commerciale Cina-Africa ha ripetutamente dimostrato di essere reciprocamente vantaggiosa e conveniente per tutti, affermano gli esperti. Come ha affermato il media keniano Business Daily Africa, il messaggio dalla Cina è “chiaro e coerente”: “Siamo partner”, “Rispettiamo la vostra sovranità” e che non ci sono “condizioni politiche”.

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Governare la tendenza. Una discussione intorno al volume Libercomunismo

Brancaccio: “Il consenso del professor Tremonti è andato al di là delle più rosee aspettative. Penso sia interessante, però, se con Tremonti ci soffermiamo soprattutto sui punti di dissenso tra noi. Per esempio, quando Tremonti dichiara che c’è un problema di eccessiva immigrazione e poi aggiunge che c’è anche un problema di crisi del welfare causata dalla crisi demografica, io qui ravviso una contraddizione logica, visto che sotto questo aspetto l’immigrazione sarebbe una soluzione piuttosto che un problema. Inoltre, per evitare di cadere nella retorica mainstream, di cui lo stesso Tremonti è stato un critico, aggiungerei che la crisi del welfare non dipende solo dalle ‘culle vuote’ ma anche e soprattutto dalla bassa produttività del lavoro e dal fatto che il bilancio statale, come cercavo di spiegare prima, è stato utilizzato sempre meno per il welfare e sempre più per sussidi pubblici al capitale privato, cioè a soggetti che del welfare evidentemente non hanno bisogno”.

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La Brigata ebraica. Nata male, finita peggio

1942, agosto, Rommel avanza verso l’Egitto e gli inglesi sono nel panico, non hanno truppe in loco, perciò organizzano in tutta fretta un Reggimento Palestinese nel Mandamento loro attribuito dalla Società delle Nazioni, che controllavano in Terra Santa, forza che arrivò ad avere 7000 uomini arruolati al suo apice, 3800 ebrei e 3200 arabi palestinesi.

Gli ebrei erano tutti volontari, raccolti dall’Agenzia Ebraica per la Palestina (precorritrice del governo del futuro Stato d’Israele) fra i molti che da inizio secolo si erano man mano spostati lì dall’Europa, dove l’antisemitismo era cresciuto fuori misura, fino agli abomini dei campi di concentramento e di sterminio del Reich, che ormai dominava gran parte del continente, dalla Francia al Volga.

In solidarietà con i correligionari, furono in totale 30mila gli ebrei del Mandamento Palestinese che si arruolarono in svariati reparti dell’esercito di sua Maestà britannica. Il nazifascismo era ovviamente percepito come il peggior nemico al mondo di tutti gli ebrei del pianeta.

Gli arabi del Reggimento Palestinese non erano volontari, furono raccolti malvolentieri dai loro maggiorenti locali per compiacere i dominatori britannici. C’erano già state le prime, intense frizioni fra l’immigrazione ebraica e le popolazioni autoctone, che comprendevano bene le mire dell’Agenzia, la quale acquisiva terreni e case, in modi non sempre ortodossi.

I palestinesi lottavano per la propria indipendenza insieme agli altri ebrei e cristiani in loco da secoli, diffidando di quell’invasione europea, sempre più numerosa.

La Brigata Ebraica (Jewish Infantry Brigade Group) nacque dal rapido disfacimento di questo più grande Reggimento Palestinese misto e fu perciò anch’essa un’unità combattente dell’esercito britannico.

Fu attiva dal settembre 1944 al 1946; quando fu sciolta dagli inglesi era di stanza fra l’Olanda e il Belgio.

Combatté in Italia solo a guerra praticamente finita, fra marzo e aprile 1945, mentre i tedeschi sbaraccavano gli ultimi presidi mantenuti al Nord, nella moribonda Repubblica di Salò di Mussolini. La brigata era composta principalmente da volontari ebrei provenienti dalla Palestina del mandamento britannico, presa alla Turchia dopo la prima guerra mondiale; la nuova Brigata Ebraica combatté poco, sotto una propria bandiera con la stella azzurra di Davide.

Ai 3800 soldati ebrei provenienti dal Reggimento Palestinese, anch’esso in precedenza impiegato con parsimonia nei teatri di guerra, in funzioni di presidio e sorveglianza e mai in combattimento, tanto che pagò qualche perdita solo nell’assedio di Bengasi, svuotatosi in seguito per diserzioni, defezioni e contrasti della componente araba, si aggiunsero altri 1200 volontari, sempre e solo questa volta ebrei, reclutati anch’essi fra quelli residenti in Palestina.

Reclutamenti fatti dal governo ombra dell’Agenzia Ebraica, decisione presa nell’ottobre 1944 dopo prolungate discussioni fra Winston Churchill e Chaim Weizmann (capo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, che sarà in seguito il primo presidente dello Stato di Israele) con presente una rappresentanza della Jewish Agency.

La dimensione finale della Brigata Ebraica fu perciò di circa 5000 soldati. Comprendeva il 1º, 2º e 3º battaglione del precedente Palestine Regiment, un reparto di Artiglieria, uno del Genio e un ospedale da campo. Comandante fu il brigadiere canadese Ernest Frank Benjamin, con ufficiali anglo-ebrei all’inizio, ma successivamente sempre più i comandanti furono solo ebrei palestinesi.

Reclutata principalmente tra gli ebrei del Yishuv (la Palestina ebraica mandataria), includeva anche volontari di 54 diverse nazionalità, provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto dall’Europa dell’Est, dove più intense erano state le infamie naziste.

Curioso, ma non troppo, che non ci fosse fra loro alcun ebreo italiano, salvo uno già residente in Palestina, gli ebrei invece furono numerosi nella Resistenza, inquadrati nelle brigate comuniste garibaldine o di Giustizia e Libertà, circa 2000 furono gli ebrei italiani in armi contro il nazismo, nessuno nella Brigata Ebraica, strumento neanche troppo nascosto del futuro Stato di Israele per il quale operò in Italia. Dalla Brigata Ebraica molti ufficiali andarono a formare l’ossatura dell’esercito israeliano delle prima guerra palestinese del 1948.

Per afferrare esattamente il peso e il ruolo della Brigata Ebraica bisogna guardare alle loro numerose organizzazioni, legali e clandestine, presenti allora nel territorio fra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

C’era l’Agenzia Ebraica, di cui abbiamo detto, collegata al Consiglio Nazionale Ebraico, suo vero e proprio braccio esecutivo legale, che organizzò materialmente i reclutamenti, alcuni dei quali provenivano dalla clandestina Haganah, organizzazione paramilitare e spesso terrorista ebraica, operativa dal 1920, che terminò di esistere con la fondazione dell’esercito di Israele (Idf) e del Mossad, nel 1948, con la Repubblica d’Israele.

Pur non essendo radicale e totalmente dedita al terrore come l’Irgun di Menachem Begin o la Banda Stern, parecchi episodi di violenze non difensive sono stati attribuiti direttamente all’Haganah, sui cui quadri fu poi costituito tutto l’esercito del nuovo Paese che si presentava sulla scena internazionale.

La Brigata Ebraica, pur inquadrata nell’esercito inglese, operò in Italia nella più assoluta indipendenza, per un anno dopo la liberazione, nel ruolo soprattutto di punto di raccolta, smistamento e imbarco di ebrei devastati dalla guerra verso la Palestina, compito che l’Haganah svolgeva peraltro fin dal 1920.

La Brigata Ebraica, che poco combatté contro fascisti e nazisti, funzionò perfettamente come collettore della disperazione ebraica, dirigendola a rimpinguare la componente ebreo-europea della popolazione della Palestina. Ma lasciamo parlare date e numeri.

Morirono, nelle due sole operazioni di guerra in cui fu coinvolta la Brigata Ebraica, 83 soldati secondo le stime di quest’anno, che scendono però a soli 30 più si va a ritroso verso le fonti dell’epoca. Nel totale della campagna d’Italia morirono più di 45mila militari inglesi, o meglio, del Commonwealth, compresi perciò quelli di tutti i possedimenti coloniali inglesi e dominions della Corona, che pagarono il prezzo più alto fra gli alleati ‘liberatori’ d’Italia.

Per fare solo un esempio, che però spiega tutto, fra i 50mila indiani e gurkha nepalesi dell’esercito britannico, ne morirono 5782 sul suolo italiano, più del 10 per cento, un tributo di sangue molto alto, ampiamente merito loro fu lo sfondamento alleato della linea gotica e fu sicuramente il gruppo combattente più sacrificato in prima linea dell’intera campagna d’Italia.

Fin dallo sbarco a Taranto (nell’Italia liberata) nel gennaio 1945, la brigata si distinse in quello che era il compito loro precipuamente assegnato dall’Agenzia, ovvero la raccolta dei moltissimi profughi ebrei provenienti dai Balcani, il reperimento di carrette del mare simili a quelle che oggi sbarcano sulle nostre coste siciliane e l’invio delle medesime stracariche verso Tel Aviv da dove furono indirizzate o nell’esercito o nell’occupazione di terre e case sottratte ai palestinesi originari.

Come detto, il loro impegno nella guerra fu scarsissimo, con le truppe tedesche in ritirata, ma per quel mese e mezzo furono distratte dal compito loro principale, l’accumulo di nuova popolazione per lo Stato nascente.

Vi sono documenti dell’Esercito inglese che rivelano un forte fastidio per questo corpo, quasi estraneo e poco obbediente alla disciplina, dedito più all’Aliyah Bet (immigrazione clandestina, osteggiata dagli inglesi verso la Palestina mandataria) che a funzioni operative militari.

La prima carretta partì da Taranto mentre il grosso della Brigata combatteva sulla linea gotica, il 5 marzo 1945, ma altre logistiche furono sapientemente impiantate, soprattutto a Bari e nel Salento e altre carrette acquistate per poche lire, in partenza anche da porti del nord, come Vado Ligure, La Spezia, Civitavecchia, Venezia (Pellestrina).

Nel frattempo si consolidò anche quella struttura segreta che si sarebbe poi chiamata Mossad. Vi fu a Selvino un poco chiaro caso di 800 bambini ebrei rinvenuti in valle, alcune fattorie vennero impiegate come luoghi di transito mentre si organizzavano le partenze nei vari porti.

Questa logistica fu impiantata dalla Brigata Ebraica, sempre più scomoda per il comando inglese che dopo un anno di disobbedienze la sciolse definitivamente.

Per anni non se ne sentì più parlare finché non cominciarono ad apparire alle manifestazioni del 25 aprile i primi striscioni, e bandiere e bracciali biancazzurri della rediviva “brigata”, spacciata per italiana e perciò sospinta nella propaganda dal governo Renzi, e poi Gentiloni, che ebbero la bella idea di concederle la medaglia d’oro al valor militare con un’apposita legge approvata in Parlamento che consentì il decreto con cui il presidente Mattarella conferì l’onorificenza, che fu consegnata dal nostro ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti alla 7ª Brigata dell’Idf (esercito israeliano) come erede naturale della brigata premiata.

Nessuno controllò i precedenti della 7ª Brigata ebraica che nel 1948, il 30 ottobre, era entrata nel villaggio del nord palestinese di Saliha, dove massacrò 100 palestinesi nel corso della prima grande espulsione di palestinesi (la Nakba, 700mila espulsi) proseguendo poi nella ‘pulizia etnica’ nel resto della Galilea.

Come nessuno avrebbe potuto aspettarsi che la 7ª Brigata corazzata dell’Idf fosse impiegata dopo il 7 ottobre 2023 in operazioni poco chiare su Gaza City, la parte più densamente abitata a Nord della Striscia, per le quali l’intero apparato dirigente dell’esercito israeliano è oggi sotto inchiesta per crimini contro l’umanità nei tribunali internazionali.

Beh, di motivi ce n’erano a iosa, per contestare queste presenze provocatorie nei cortei dello scorso 25 aprile.

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I miraggi non salvano

La storia delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti è lastricata di miraggi, ma nessuno così abbagliante come il biennio 2015-2017. Quando l’Air Force One atterrò all’Avana, il mondo credette di assistere all’atto finale dell’ultimo grande teatro della Guerra Fredda. Tuttavia, dietro l’entusiasmo diplomatico, l’attracco di navi da crociera e la valanga di licenze dell’Ufficio per il Controllo delle Attività Straniere statunitense (OFAC), si nasconde un’architettura legale estremamente fragile.

Il “disgelo” promosso da Barack Obama fu un esercizio audace di potere esecutivo, sì, ma anche un castello di carte edificato sull’abisso che è il blocco. A distanza di anni da quel climax diplomatico, persiste una domanda scomoda: quanto della violenta regressione impulsata da Donald Trump era veramente evitabile? La risposta richiede di andare oltre i rimproveri superficiali per analizzare i limiti strutturali di Washington e le incrollabili cautele storiche dell’Avana.

Un consenso che si è diffuso ovunque, e che condividono persino gli amici di Cuba, è che, in un certo modo, la grave crisi economica che il paese soffre oggi sia un risultato – più o meno diretto – del fatto che il governo cubano non abbia “sfruttato” l’opportunità che avrebbe potuto rappresentare la luna di miele con Obama. Così si attribuisce alle note pigrizia e lentezza burocratiche cubane il non aver ancorato in tempo interessi corporativi statunitensi all’isola prima del maremoto politico che rappresentò il trumpismo.

Secondo questa logica, se grandi aziende come Google o le catene alberghiere statunitensi avessero messo radici nel paese, l’Amministrazione Trump non avrebbe potuto assumersi il costo politico di invertire il riavvicinamento.

Ma è tutto completamente vero? Per analizzare questa ipotesi e capire cosa sia stato veramente sprecato, è imperativo guardare sia alla dinamica interna dell’Isola che all’immutabile architettura del potere a Washington.

Da un lato, è innegabile che la politica ufficiale di avanzare “senza fretta, ma senza sosta” abbia avuto il suo costo strategico. Durante quel biennio, si generò un genuino interesse per Cuba da parte di aziende statunitensi, dalle telecomunicazioni all’agricoltura fino alle crociere e alle linee aeree. Tuttavia, molte di queste negoziazioni naufragarono nelle acque della burocrazia, nella paura della dipendenza o nell’assenza di un quadro legale agile.

Nella spietata politica statunitense, il denaro e gli interessi corporativi dettano gran parte della politica estera. Mancò tempo, e forse audacia, per creare quegli “ostaggi economici”: aziende che, vedendo minacciati i propri interessi a Cuba, si sarebbero erette come un potente lobbista al Campidoglio contro qualsiasi tentativo di regressione delle relazioni.

Non si sfruttò nemmeno il momento per dotare l’emergente settore non statale di un’impalcatura legale che gli permettesse di tessere una rete economica iperconnessa con fornitori del Nord, nonostante fosse proprio un settore speciale e intenzionalmente favorito dalla nuova politica statunitense.

Tutto questo è vero. Tuttavia, incolpare esclusivamente la lentezza dell’Avana pecca di ingenuità e omette le severe limitazioni strutturali del disgelo.

La normalizzazione di Obama fu costruita quasi interamente mediante prerogative presidenziali e ordini esecutivi. Il presidente democratico non riuscì mai, né fu vicino a riuscirci – né sembrava fosse la sua priorità – che il Congresso, allora dominato dai repubblicani, rimuovesse i pilastri del blocco, come la Legge Torricelli e la Helms-Burton.

L’accordo era edificato sulla sabbia; il prossimo inquilino della Casa Bianca poteva cancellarlo con un tratto di penna; e così fu. Non possiamo dimenticare che, con l’approvazione della Legge Helms-Burton nel 1996, il Congresso strappò al presidente la prerogativa di revocare l’embargo, codificandolo come legge.

Infatti, durante il periodo, la stessa Amministrazione Obama non cessò la persecuzione dei movimenti commerciali e finanziari da e verso Cuba che violavano la politica delle sanzioni e che si discostavano di un millimetro dal modo in cui loro volevano condurre l'“apertura di Cuba”. Per esempio, nel 2015, l’OFAC degli Stati Uniti multò la compagnia statunitense di assicurazioni marittime Navigators con 271.000 dollari, e nel febbraio 2016 sanzionò l’azienda francese CGG Services SA con più di 600.000 dollari.

A questo si aggiunge la prospettiva della leadership cubana, per la quale il riavvicinamento non era esattamente un ramo d’ulivo, ma una tattica di soft power. L’obiettivo strategico di Washington non era cambiato, solo i suoi metodi, e lo confessò senza remore lo stesso Obama: la scommessa era dare potere al settore privato per generare una classe media con il potenziale di sovvertire il sistema dall’interno. Oltre a “guidare” l’inserimento internazionale di Cuba con la politica di licenze selettive e discrezionali che caratterizzarono il riavvicinamento. Questo timore storico, fondato su decenni di ostilità, giustificava dalla prospettiva della sicurezza nazionale l’estrema e talvolta paralizzante cautela istituzionale dei cubani.

Finalmente arrivò Trump sulla scena, un magnate che in non poche occasioni aveva mostrato interesse per gli investimenti a Cuba.

Tuttavia, il suo arrivo dimostrò che la regressione non sarebbe dipesa tanto da ciò che Cuba faceva o smetteva di fare, quanto dall’implacabile politica domestica degli Stati Uniti. La violenta regressione non fu una punizione per la mancanza di apertura caraibica, ma il risultato di un accordo, un accordo che il nuovo inquilino della Casa Bianca si vide obbligato a fare con elementi della lobby cubano-americana, e di fronte al quale la politica verso Cuba costituì una merce di scambio troppo a buon mercato.

Non dimentichiamo chi fiancheggiava il signor Trump durante quel discorso al Teatro Manuel Artime della Piccola Avana nel 2017: Marco Rubio, Mario Díaz-Balart… “Sto cancellando l’accordo completamente unilaterale del governo del presidente Obama con Cuba”, disse. La sala esplose in applausi.

Questo ci parla dell’infinito dilemma della politica cubano-americana dell'“esilio” storico nel sud della Florida. Per quella base politica, qualsiasi concessione all’Isola è anatema: l’unica politica possibile e accettabile per loro è la vendetta, la massima aggressione e la riconquista del paese. Anche se Cuba avesse privatizzato metà della sua economia nel 2016, questo settore non avrebbe cessato di sfruttare qualsiasi opportunità per recuperare la politica di massima pressione, perché la loro differenza con Cuba non riguarda regimi commerciali o di proprietà, e non è nemmeno più strettamente ideologica.

Alla fine della tirata, la lezione è che i miraggi non salvano. Incolpare l’Avana per non aver corso abbastanza velocemente verso il mercato statunitense durante quel brevissimo biennio è, nel migliore dei casi, un’analisi ingenua e, nel peggiore, una scusa per scagionare l’immutabile architettura del blocco.

La premessa che il governo cubano potesse alterare radicalmente tutta la sua struttura economica in appena ventiquattro mesi per “ancorare” interessi corporativi e, per giunta, anticipare e neutralizzare lo scisma politico e reazionario che rappresentò il trionfo di Donald Trump, sfiora il pensiero magico.

La regressione non fu la conseguenza della lentezza burocratica insulare, ma la cronaca di una fatalità dettata dalla fragilità legale di ordini esecutivi che non toccarono mai il nucleo dell’assedio – né potevano farlo. Capire che il collasso del disgelo era strutturalmente inevitabile, almeno per Cuba, è il passo inevitabile per smettere di flagellarsi con passati ipotetici e mettere il focus dove realmente va posto: nell’ostilità ininterrotta che continua a definire la politica statunitense.

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29/04/2026

Le Monografie di Frusciante: Roman Polanski (Gennaio 2017)

Individuato lo sparatore del 25 aprile a Roma: è della Brigata ebraica

Le indagini sull’uomo che ha sparato a pallini contro due manifestanti dell’Anpi a Roma lo scorso 25 aprile hanno portato ad un fermo. Il sospettato è un ragazzo di 21 anni legato alla Comunità ebraica di Roma. Il giovane, Eithan Bondi, che avrebbe ammesso la propria responsabilità, è stato fermato nella notte ed è stato interrogato dai pm e dagli investigatori della Digos di Roma.

I fatti sono avvenuti nei pressi di Parco Schuster, lo scorso 25 aprile dove era in corso la conclusione del corteo per la Festa della Liberazione dal nazifascismo, organizzata dall’Anpi.

Il ragazzo a bordo di uno scooter bianco e vestito un giubbotto verde militare, è accusato di essersi avvicinato a una coppia di militanti dell’Anpi e di aver sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa. Le vittime sono marito e moglie, Nicola Fasciano, 65 anni, e Rossana Gabrieli, 62 anni. L’uomo è stato colpito vicino al collo e alla guancia, la donna invece alla spalla. I due non indossavano la kefiah palestinese tanto odiata dai sionisti ma il fazzoletto dei partigiani dell’Anpi.

Il giovane, Eithan Bondi, è stato raggiunto dalla Digos nella serata di ieri presso la sua abitazione ed è stato perquisito. L’accusa è di tentato omicidio e porto d’armi abusivo. Bondi avrebbe dichiarato di far parte della Brigata Ebraica di Roma. Gli investigatori sono riusciti ad individuarlo grazie alle telecamere di sorveglianza che hanno seguito la sua fuga dalla Basilica di San Paolo prima verso Piramide, poi per via del Porto Fluviale e infine per il Lungotevere. Durante il tragitto il ragazzo aveva gettato la pistola softair in un cassonetto.

Gli interrogativi posti da questa vicenda sono parecchi. La zona di Roma in cui è avvenuto l’attentato – Ostiense/Marconi – è da tempo oggetto di ripetute aggressioni e attentati attribuiti ai gruppi di ultrà sionisti della Capitale contro attivisti o locali filopalestinesi. Ultima in ordine di tempo la vandalizzazione dell’aula studenti all’università di Roma Tre due giorni fa.

Alla particolare aggressività di questi settori della comunità ebraica romana va connesso anche l’alto numero di cittadini con doppio passaporto italiano-israeliano che sono andati a combattere in questi tre anni in Israele nelle forze armate. Degli 828 individuati, molti infatti sono romani.

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Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica

Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.

Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).

E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.

Il sistema Opec

Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”. Formulazione elastica che più volte ha creato dissidi e contrasti interni, quando qualche paese membro improvvisamente alzava unilateralmente la dimensione delle riserve – senza che fosse stato scoperto alcun nuovo giacimento (cosa peraltro difficile, se non impossibile, nell’aerea più setacciata del Pianeta) – allo scopo di poter aumentare la produzione e quindi gli introiti.

La regola, voluta e difesa in genere dall’Arabia Saudita, aveva ed ha lo scopo di mantenere sotto controllo il prezzo del greggio, evitandone il crollo per eccesso di produzione, nella consapevolezza che si tratta di una risorsa naturale non riproducibile, quindi destinata ad esaurirsi in tempi non troppo lunghi.

C’è da dire che tutti i paesi Opec hanno sempre operato vicino al limite fisico della propria capacità produttiva e ben pochi avevano o hanno un margine per aumentarla in tempi brevi. Tra questi soprattutto l’Arabia Saudita e a seguire gli Emirati.

Il mercato del greggio è di fatto piuttosto “rigido” per ragioni fisiche. Aumentare la produzione significa aprire nuovi pozzi estrattivi, per giacimenti vergini o già sfruttati. Il che richiede investimenti e tempi di installazione dipendenti dal grado di difficoltà presentato da ogni singolo giacimento (c’è differenza tra estrarre a livello della superficie terrestre oppure in fondo al mare, sotto la sabbia o sotto strati rocciosi, ecc.). Più semplice ridurre la produzione – fermando alcuni pozzi – quando il prezzo scende troppo.

La mossa degli Emirati

Già da anni Abu Dhabi dava segni di voler uscire da questo sistema di regole ed aumentare la propria quota produttiva. Avendo 1,9 milioni di barili al giorno come spare capacity – pozzi già installati, ma tenuti fermi – il salto dimensionale era possibile in qualsiasi momento.

La guerra Usa-Israele contro l’Iran, e la conseguente “internazionalizzazione” del conflitto a tutti i paesi che nel Golfo ospitano basi Usa (Emirati e sauditi in testa), ha tramutato il desiderio in decisione. A metà tra geopolitica e macroeconomia.

Gli Emirati erano stati i più duri nel chiedere agli altri paesi arabi di prender parte alla guerra contro Teheran, ricevendo cortesi “no, grazie” per l’evidente incapacità statunitense di fornire la promessa “protezione” militare.

Non è un mistero che questi paesi sono, sì, ricchissimi, ma scarsamente dotati di popolazione autoctona, tanto da affidare in genere tutte le mansioni lavorative di medio-basso livello a immigrati temporanei da India, Bangladesh, Sri Lanka, ecc., trattandoli peraltro come schiavi.

In altri termini, hanno armi, ma non un esercito, perché con quel Pil pro-capite è difficile convincere i propri sudditi (sono tutte monarchie, mica “democrazie”) ad andare in guerra. Al massimo possono fare i piloti dei cacciabombardieri, ma – come si è visto nella lunga e perduta guerra contro gli Houthi dello Yemen – questo non basta a vincere.

La ragione della scelta di lasciare l’Opec sembra però soprattutto economica. Tutti i paesi del Golfo, notoriamente, hanno lavorato per diversificare la composizione del proprio prodotto interno lordo sviluppando altri settori, proprio in previsione del progressivo esaurimento del greggio. E gli Emirati erano andati molto avanti su questa strada. Nel 2025, circa il 77,3% del PIL proveniva da settori non petroliferi.

La guerra all’Iran ha rotto questo processo, distruggendo in pochi giorni l’appeal turistico-immobiliare dell’area, diventata una Las Vegas esotica per affaristi “perbene” e soprattutto “permale” (evasori fiscali, riciclatori, bancarottieri, ecc.). Che ora sono tutti in fuga, capitali compresi, ovviamente.

Dunque tornare a pompare greggio come se non ci fosse un domani diventa un’esigenza primaria per mantenere flussi di cassa almeno paragonabili a quelli scritti nei piani di sviluppo.

Tirare su più petrolio, però, è in questo momento più facile che non caricarlo sulle navi per l’esportazione. Il blocco dello Stretto di Hormuz, inaugurato da Teheran e poi implementato dal controblocco statunitense, rende problematico il trasporto e pressoché inutile l’aumento della produzione, che anzi diventa un problema per i siti di stoccaggio dimensionati sulle esigenze ben minori dei tempi di pace.

E al momento non si vede luce. Trump, ancora nella notte, ha minacciato “un blocco prolungato”. Diretto contro le navi che commerciano con l’Iran, ovviamente. Il Wall Street Journal ha riferito che il presidente “ha incaricato i suoi consiglieri di prepararsi a un blocco a lungo termine dell’Iran... Durante recenti incontri, comprese le discussioni nella Situation Room, Trump ha deciso di continuare a esercitare pressione sull’economia iraniana e sulle esportazioni di petrolio impedendo alle navi di entrare o uscire dai porti iraniani”.

Il quotidiano, citando fonti ufficiali, ha indicato che Trump riteneva altre opzioni – riprendere i bombardamenti o ritirarsi dal conflitto – più pericolose del mantenimento del blocco.

Ma è impensabile che Teheran stia con le mani in mano lasciando passare il greggio della concorrenza. Specie di quella che ormai non è neanche più nell’Opec...

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Italia il gradimento per la Nato ancora tiene, ma sui Trattati internazionali ancora paura di andare a verifica

Il direttore del Tg de “La 7”, Enrico Mentana, il 27 aprile si è premurato di rendere pubblico un sondaggio Swg sugli italiani e la Nato che ha dato risultati spacciati come confortanti per i sostenitori della subalternità all’Alleanza Atlantica, ma a ben guardare sono tutt’altro che lusinghieri.

Alla domanda “Se ci fosse un referendum per valutare la permanenza o meno nella Nato, lei che voterebbe”, secondo il sondaggio, il 52% degli intervistati da Swg risponde che il nostro Paese deve rimanere nella Nato. E qui vengono i problemi. Infatti questa percentuale è calata del 4% rispetto ad un analogo sondaggio del 2022.

Non solo. Il 25% vede bene l’Italia fuori dalla Nato e il 23% risponde di non sapere. Curiosamente gli elettori di destra e del Pd sembrano pensarla in modo molto simile. Infatti, nel 52% di chi vuole rimanere fedele alla Nato, stando ai dati raccolti da SWG, il 74% sono elettori di Fratelli d’Italia; il 72% di quelli di Forza Italia e il 61% quelli del Partito Democratico.

Qualche giorno prima, la pagina Termometro Politico aveva pubblicato i risultati di un proprio sondaggio che dava risultati decisamente diversi da quelli rilevati da Swg e pubblicizzati con grande eccitazione da Enrico Mentana su “La 7”.

Nel 2022 in un altro sondaggio – in questo caso di IndexResearch per Piazzapulita – quelli che mostravano di gradire “poco o per nulla” l’operato della Nato raggiungevano il 60,8%, quelli che invece la apprezzavano “molto o abbastanza” si fermavano al 25,4% e i “non sa/non risponde” al 13,8%.

A marzo scorso era stato reso pubblico un altro sondaggio di Youtrend in cui per il 43% degli intervistati, l’esercito comune europeo è auspicabile ma difficile da realizzare, e per il 50% degli italiani che ritengono auspicabile l’esercito comune europeo, non si deve abbandonare la Nato.

Sul fatto che l’Europa investa di più sulla difesa invece il 45% è favorevole, mentre il 34% contrario. Su quale debba essere lo scopo principale dell’esercito unitario europeo il 31% ritiene che sia la difesa dei confini, mentre per il 30% è rendere l’Europa autonoma dagli Stati Uniti.

A dicembre scorso invece, un sondaggio condotto dall’Ispi, aveva dato come risultato una vera e propria doccia fredda per i volenterosi guerrafondai che vorrebbero continuare la guerra in Ucraina e il sostegno militare a Kiev.

Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali. Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.

Diciamo che gli Atlantisti possono ancora dormire, ma non del tutto, sonni tranquilli. Del resto vivono ancora al riparo del fatto che in Italia i referendum sui trattati internazionali – come la Nato o Maastricht – non sono consentiti dalla Costituzione.

Ma proprio il fatto che l’adesione ai Trattati non sia mai stata oggetto di una consultazione popolare vera e propria, ha reso questi vincoli esterni i fattori di una subalternità politica e culturale ritenuta immutabile da gran parte delle forze politiche, di destra e “di sinistra” e di gran parte dei loro elettori.

Anche alla luce dei risultati dei sondaggi questa verifica democratica e popolare potrebbero trovare il coraggio per farla, finalmente, soprattutto in un contesto in cui il coinvolgimento dell’Italia in guerre e conflitti della Nato o dell’Unione europea potrebbe scattare quasi automaticamente. E l’aria che tira, almeno stando alla propaganda e all’isteria che vediamo sull’Ucraina, sembra proprio quella.

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Uno sparo che non agita le borse

di Alessandro Volpi

Ho visto le immagini e letto i commenti sull’attentato a Trump. Si potrebbero dire molte cose. Mi limito a esprimere due considerazioni.

La prima è epidermica. Trump utilizzerà questo attentato per arginare le difficoltà enormi in cui si trova per effetto della crisi strutturale dell’economia reale degli Stati Uniti non certo semplificata dalla guerra all'Iran.

La seconda è più strutturata. È interessante notare che ormai le Borse non sono affatto agitate da simili attentati. In passato, quello a Kennedy e quello a Reagan, avevano imposto l’immediata chiusura delle Borse per evitare sconquassi troppo forti. Gli ultimi attentati a Trump non hanno provocato alcuna reazione degna di questo nome: e non si tratta solo del “fenomeno” Trump.

Il vero dato è che le Borse americane sono cresciute pressoché continuativamente negli ultimi 10 anni così come il listino S&P 500 è lievitato nello stesso periodo. Il Nasdaq è passato da 4500 punti nel 2016 a 24500 nel 2026 con una crescita del 415%, il Dow Jones da poco meno di 18000 a oltre 50000, con un incremento del 172% mentre l’indice S&P è passato da 2065 punti a 7100 con una crescita del 245%. Dunque una corsa senza troppi intoppi.

A ciò hanno contribuito due fattori. Il primo è rappresentato dal peso quasi monopolistico dei tre grandi gestori del risparmio mondiale: BlackRock, Vanguard e State Street hanno ormai il 25%, in termini di valore, delle azioni delle società presenti in S&P 500, risultando i primi azionisti con la maggioranza relativa nell’88% di tali società e con diritti di voto pari ad un decisivo 25-30%.

In sintesi, le Borse e le società quotate Usa hanno un solo regolatore, gestore e proprietario, costituito da questi tre grandi fondi; un “governo” per cui, in termini finanziari, contano poco gli attentati ai presidenti. I Padroni sono padroni, poi qualche presidente può fare anche una brutta fine, ma il capitalismo finanziario monopolistico deve reggere.

La seconda considerazione riguarda la costante divaricazione fra i dati delle Borse e quelle dell’economia reale, che dalle Borse ha tratto ben poco alimento. Il Pil Usa infatti è cresciuto mediamente di poco più del 2% con una spinta decisa dal debito federale che ora è a 40 mila miliardi, mentre i redditi dei ceti con redditi medio bassi hanno perso ben oltre il 4%.

Il capitalismo finanziario ha diviso nettamente gli Stati Uniti in due: pochissimi super ricchi finanziari e moltissimi impoveriti e poveri, con un unico governo dei grandi fondi per i quali gli attentati ai presidenti possono avere un valore politico ma un decisamente minore impatto finanziario.

A meno che il presidente non voglio cambiare davvero le leggi della finanza, ma Trump ha dimostrato rapidamente che non è questo il suo intento.

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La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa

Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale e la funzione che da almeno trent’anni ricopre, sussumendo, disinnescando o riconducendo nell’alveo della compatibilità al “centrosinistra” anche ogni generoso tentativo di incidere sul segno politico di quella piazza (vedi “25 aprile a Milano: se il nemico marcia alla tua testa”).

La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.

La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.

Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.

La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.

Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.

D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.

Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.

Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?

Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?

Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?

Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.

Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.

La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?

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Scenario “ungherese” per Israele

Ripubblichiamo l’interessante articolo di Eliana Riva comparso su il manifesto di ieri. In Israele sembra delinearsi uno scenario simile a quello che in Ungheria ha visto una formazione di destra battere un’altra formazione destra per dare vita ad un nuovo governo di destra.

Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.

Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.

Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).

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Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»

di Eliana Riva - il manifesto

Sarà un governo sionista, su questo non c’è dubbio, quello che potrebbe nascere dall’unione tra l’ex premier israeliano di destra, Naftali Bennett, e quello di centro-destra, Yair Lapid. Sono riusciti a superare le divergenze e hanno annunciato il nuovo movimento partorito dalla fusione dei rispettivi schieramenti e denominato Beyahad, «Insieme».

Un colpo di scena nella campagna elettorale non ancora ufficialmente lanciata ma alla quale il primo ministro Benyamin Netanyahu sta già lavorando ormai da mesi. La notizia non lo avrà reso certo felice, perché potrebbe raffigurare un serio pericolo per la sua rielezione e per tutta la sua carriera.

I due leader dell’opposizione hanno dichiarato che una volta al governo istituiranno immediatamente una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità politiche dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023. Quella commissione a cui Netanyahu si è opposto con tutte le sue forze e che potrebbe per sempre legare la sua figura a quella di un terribile fallimento piuttosto che alla bramata gloria.

Bennet e Lapid hanno già sconfitto Netanyahu, nelle elezioni del 2021, per poi guidare un esecutivo di breve durata – con il sostegno esterno del partito arabo Raam – alternandosi nella carica di primo ministro secondo un patto di rotazione.

Questa volta il partito sarà guidato da Bennett e potrebbe vedere la partecipazione di quello che rappresentava fino a poco fa uno degli sfidanti più insidiosi dell’attuale premier. Gadi Eisenkot, leader del nuovo partito di opposizione Yashar ed ex capo dell’esercito israeliano, è stato invitato da Lapid e Bennett a partecipare all’impresa e non è detto che rifiuti.

L’obiettivo dichiarato da Bennett è istituire un percorso «di destra liberal-sionista». In un post su X l’ex premier ha affermato: «La coalizione Netanyahu-Dery-Smotrich non è di destra. Io sono di destra». Bennett ha guidato per 15 anni un Consiglio di coordinamento delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata e di recente ha ricordato i suoi propositi: «non cedere la terra e impedire l’istituzione di uno stato palestinese», precisando anche che un accordo con il Libano potrebbe essere firmato solo dopo aver «neutralizzato» Hezbollah.

Nessuna sorpresa, invece, sul fronte delle elezioni amministrative in Cisgiordania, che hanno decretato di nuovo la vittoria di Fatah e dei seguaci di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Secondo i dati della Commissione elettorale centrale, il 56% degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza nella prima votazione dal 2022 (le elezioni legislative non si tengono dal 2006).

In diverse città, anche importanti come Ramallah e Nablus, il seggio è stato attribuito d’ufficio per la presenza di un unico candidato. Gruppi palestinesi come Fronte popolare e Jihad islamico non hanno preso parte alla votazione, boicottandola a causa di un nuovo emendamento alla legge elettorale locale, voluto proprio dall’Anp.

Oltre al riconoscimento dello Stato d’Israele, al supporto della soluzione a due stati, la revisione obbliga tutti i partecipanti alla competizione elettorale a rispettare gli accordi sottoscritti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Tali accordi includono gli impegni di cooperazione con Israele – anche nell’arresto e la consegna dei palestinesi – nodo centrale del dissenso verso l’Anp.

L’Autorità di Abu Mazen, infatti, nell’ansia di mostrarsi partner «affidabile» agli occhi dell’Occidente, continua a ottemperare alle richieste di Tel Aviv, anche se quest’ultima non abbia mai smesso, negli anni, di allargare l’occupazione, togliere terra e libertà ai palestinesi, agendo in violazione dei medesimi accordi.

Nonostante il boicottaggio in Cisgiordania, Hamas ha partecipato – sotto copertura – alla prima elezione in venti anni a Gaza. Il turno amministrativo si è tenuto solo a Deir al-Balah, tra enormi difficoltà di gestione: le votazioni sono state chiuse in anticipo a causa della mancanza di elettricità e Israele non ha permesso l’ingresso di urne, schede elettorali, inchiostro.

L’affluenza è stata bassa, il 23% su più di 70mila iscritti alle urne ma non c’è stato modo di aggiornare le liste degli aventi diritto, espungere i morti, cancellare chi è sfollato altrove. In ogni caso, la lista indipendente denominata «Deir al-Balah ci unisce», all’interno della quale erano presenti elementi riconducibili ad Hamas, è riuscita a raccogliere solo due dei 15 seggi a disposizione. La lista «Rinascita di Deir al-Balah» sostenuta da Fatah e dall’Anp si è aggiudicata sei seggi e altri sette sono stati assegnati a due liste indipendenti.

Abu Mazen e il suo vice, Hussein Sheikh, speravano in un esito che riconoscesse, in qualche modo, la presenza di Fatah e dell’Anp a Gaza, per potersi mostrare come legittimi rappresentanti dell’intera Palestina occupata, e guidare l’amministrazione della Striscia attraverso le istituzioni promesse dal piano del presidente Usa Trump.

Pur non impegnandosi nella campagna elettorale, Hamas sperava, invece, di ottenere la conferma del mantenimento di un consenso e comunque intendeva dimostrarsi aperta a libere votazioni.

Anche durante il turno elettorale Israele ha continuato i suoi attacchi mortali quotidiani, uccidendo sette palestinesi in meno di 24 ore, compreso un ragazzo di 15 anni. Mentre scriviamo, a nord di Gerusalemme è in corso da oltre quindici ore una violenta operazione militare tra il campo profughi di Qalandiya e le località di Al-Ram e Kafr Aqab, che al momento ha portato all’arresto, senza accuse, di oltre 35 palestinesi.

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Minaccia di sanzioni UE a Israele… per il grano da Mosca, non per il genocidio palestinese

Mentre il bilancio delle vittime a Gaza continua a salire (il “cessate il fuoco”, nella singolare interpretazione di Israele, per ora ha fatto 818 morti, secondi gli ultimi dati del ministero della Salute della Striscia: circa 4 morti al giorno da ottobre), a sollevare l’indignazione di Bruxelles non è la continuazione del genocidio o i crimini contro l’umanità, ma un singolo carico di grano arrivato nello stato sionista dai territori ucraini sotto controllo russo.

L’accusa che sta affrontando Tel Aviv è quella di aver fornito aiuto logistico per eludere le sanzioni imposte a Mosca sui raccolti nelle aree conquistate dalle truppe russe. È questo che emerge dalle rivelazioni fornite dal quotidiano israeliano Haaretz e da Barak Ravid, analista di Axios.

Al centro degli eventi c’è la Panormitis, una nave battente bandiera panamense, carica di 6.200 tonnellate di grano e 19.000 di orzo, salpata dal porto russo di Kavkaz, ma il cui carico si sospetta provenire da Berdyansk, città dell’oblast di Zaporižžja oggi sotto il controllo del Cremlino.

Stando ai dati raccolti tramite Vessel Finder, la nave è arrivata nel porto di Haifa, e non sarebbe stato l’unico caso negli ultimi giorni: due settimane fa, l’imbarcazione russa Abinsk avrebbe scaricato nel medesimo porto grano che Kiev considera sottratto ai campi ucraini, per un valore di milioni e milioni di dollari.

Ravid ha citato una fonte diplomatica ucraina di alto livello, secondo la quale le autorità dell’Ucraina stanno monitorando gli avvenimenti riguardanti la nave e il suo carico. “Non lasceremo correre”, ha detto, e nel caso venisse confermato quello che per Kiev è un aiuto a Mosca, allora “ci saranno ripercussioni, in particolare per i nostri rapporti bilaterali. Ci riserviamo il diritto di rispondere a livello legale e diplomatico”.

I numeri spiegano la natura del legame tra il governo di Benjamin Netanyahu e quello di Putin. Per la stagione 2025-2026, si prevede che la Russia coprirà il 90% del fabbisogno di grano di Israele (circa 2,16 milioni di tonnellate). Questa percentuale era solo del 39%, prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina. Dal 2022, sarebbero almeno 30 le spedizioni “sospette” arrivate ai porti israeliani di Haifa e Ashdod. L‘export di grano, da solo, valeva per la Russia quasi 10 miliardi di dollari nel 2024.

Visti i numeri, sembra che il caso venga ora sollevato soprattutto per ri-attirare l’attenzione sulla guerra ucraina, mentre Kiev ha sempre indicato Israele come modello di “nazione armata” candidandosi a imitazione da impiantare nel cuore dell’Europa. E anche per ribadire che l’Ucraina sta sostenendo a livello materiale e di consiglieri militari l’aggressione israeliana all’Iran, e sui vari fronti aperti dai sionisti in Asia Occidentale: in sostanza, è un modo per ridare innanzitutto lustro al peso del paese est-europeo nel sistema guerrafondaio occidentale, in senso lato.

Il riverbero di questa faccenda ha però risonanza maggiore per gli orizzonti della UE, che sta giocando strumentalmente sulla questione iraniana per millantare un profilo più autonomo nello scenario globale, mentre ha materialmente sostenuto l’aggressione. Dalla diplomazia europea sono arrivate minacce mai sentite in 2 anni e mezzo di genocidio.

Anouar El Anoumi, portavoce per gli affari esteri dell’UE, ha confermato che Bruxelles sta chiedendo chiarimenti ufficiali a Tel Aviv. “Condanniamo tutte le azioni che contribuiscono a finanziare gli sforzi militari illegali della Russia – ha detto – e a eludere le sanzioni dell’UE, e restiamo pronti a contrastare tali azioni, anche inserendo individui ed entità in paesi terzi, se necessario”.

Ricordiamo che, a livello interno, la UE sta anche affrontando la continuazione delle proteste al fianco del popolo palestinese. Nel giro di tre mesi, sono state raccolte oltre un milione di firme per la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, sulla base della violazione del prerequisito di rispetto dei diritti umani, palesemente violato da Tel Aviv.

Anche in questo caso, dunque, sembra che lo scopo delle minacce sia quantomeno duplice, e risponda soprattutto all’esigenza di disorientare i manifestanti che continuano ad animare le piazze del Vecchio Continente. Tuttavia, un tale atteggiamento rivela il vero volto della UE, che continua a ignorare le denunce presso la Corte Penale Internazionale e anche quelle per genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia.

Insomma, la linea rossa della UE non è rappresentata da 72 mila persone massacrate, ma il commercio di frumento, che viene visto come un possibile sostegno allo sforzo bellico di Mosca sul teatro ucraino. A ribadire che, come ha detto il cancelliere tedesco Merz, Israele sta facendo “il lavoro sporco” per gli interessi del nostro imperialismo in quel quadrante di Mondo, mentre la discriminante fondamentale della politica europea riguarda la scelta guerrafondaia su cui Bruxelles vuole improntare il suo posizionamento internazionale.

Il nostro parere, da sostenitori del boicottaggio totale e della rottura di qualsiasi rapporto con lo Stato genocida di Israele, è chiaro: anche la Russia sta sbagliando nel mantenerli. Non siamo soliti usare doppi standard...

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28/04/2026

Le monografie di Frusciante: Danny Boyle

Un’istruzione da turista

Non voglio entrare nell’annosa e ripetitiva polemica su Manzoni Sì/Manzoni No al biennio delle superiori. Per me è Manzoni Sì e le ragioni si potranno dedurre da una riflessione che vorrei svolgere a margine della discussione, non dunque su Manzoni ma sulle motivazioni addotte da Valditara contro la lettura dei Promessi sposi al biennio.

Secondo Valditara questo romanzo sarebbe infatti “troppo difficile” e “lontano dal presente”. Ha detto anche altro, ma per ragioni di spazio limitiamoci a queste due affermazioni. Vorrei tentare di esaminarle per il loro significato generale. Dietro queste parole del ministro si può infatti ricavare un’intera visione del mondo di cui è importante esplicitare i contenuti.

Relativamente alla prima affermazione (“troppo difficile”), sarebbe curioso sapere se mai il ministro si permetterebbe di fare affermazioni simili sulle materie scientifiche. Credo di no. Nel senso comune attuale la difficoltà non s’addice alla letteratura, che al contrario deve essere immediata, trasparente... Per averne una conferma è sufficiente vedere quello che si pubblica oggi e le richieste degli editori (per fortuna non tutti) agli autori.

L’ideale consumistico ha da tempo trasformato la letteratura e le arti. Non devono essere un luogo di riflessione, di spazio tra grandi conflitti tra io e storia, finito e infinito, tra forme espressive e contenuto sociale, politico, culturale legato a una collettività, a una dimensione sovra individuale e alla storia. Le arti devono essere semmai il luogo del puro piacere edonistico. Secondo questa concezione, la fruizione artistica è in altre parole consumo, per cui via I promessi sposi, via tutto ciò che non legittima un rapporto puramente esteriore e superficiale tra il singolo e le arti.

La scuola deve in altre parole insegnare agli studenti ad avere un rapporto “turistico” con le manifestazioni artistiche. Del resto è questo il modo in cui i ministri della cultura (anche di sinistra) considerato il nostro patrimonio nazionale.

La seconda affermazione (“lontano dal presente”) si inserisce nella medesima traiettoria di rifiuto della storia. Il rapporto con le arti deve essere il più possibile confermativo dell’esistente e dunque del tempo presente. Volgere lo sguardo al passato significa invece esercitarsi a uscire dall’attualità, a porsi fuori dal perimetro entro il quale il singolo sa facilmente e confortevolmente riconoscersi. Vuol dire in altre parole esercitarsi nel confronto con realtà diverse.

Valditara senza accorgersene ha proprio per questo negato ciò che la scuola dovrebbe insegnare: l’inattualità. Non c’è infatti niente di più formativo dell’inattuale, niente che sfidi in modo più diretto le false certezze del presente quanto il tempo storico passato, la scoperta di sensibilità, codici culturali, costumi di mondi diversi dal presente.

Anche con questa affermazione Valditara non ha fatto altro che replicare il medesimo principio per cui lo studio della letteratura deve essere confermativo dell’esistente, superficiale e improntato al soddisfacimento di un bisogno estetico facile, immediato e individuale. Niente riflessione, nessuna inquietudine, dunque, e censura di qualsiasi indizio che possa indurre a riconoscere una processualità, un mondo in movimento che richiama alle grandi contraddizioni della storia.

Vediamo il lato positivo. Questa concezione che combina pensiero reazionario ed edonismo neoliberale ci dice qualcosa sul potenziale della letteratura e delle arti. Il tentativo di addomesticare queste forme espressive, in fondo, ne ribadisce il dato politico, ovvero la capacità di introdurre una discontinuità nel presente, una contraddizione e, dunque, i primi rudimenti del conflitto sociale e della lotta culturale. E allora, care ragazze e cari ragazzi, seguite Valditara per fare esattamente il contrario di quello che dice.

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L’Iran fa il pieno di consensi, Washington di pressioni

La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano.

Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran.

Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre il proprio schieramento e far concentrare nell’Oceano Indiano (non “nello Stretto di Hormuz”) tre delle otto portaerei di cui dispone, Tehran ha preso a tessere il filo dei rapporti diplomatici facendo viaggiare il suo ministro degli esteri – Seyed Abbas Araghci – tra Pakistan, Oman e Russia, presentando nel frattempo agli Usa un proposta di percorso per le trattative.

Vediamoli separatamente. Dalla Casa Bianca l’unica informazione che filtra è sullo “scetticismo” dell’amministrazione rispetto alla proposta iraniana. Nulla di particolarmente complicato: prima sblocchiamo Hormuz, da entrambe le parti, e poi affrontiamo il dossier sul nucleare.

Un modo per allentare la tensione sui mercati internazionali – l’Australia, per esempio, lamenta che la continua chiusura dello Stretto di Hormuz si sta facendo sentire in modo sproporzionato in tutta la regione Asia-Pacifico – ed anche di riprendere parte del proprio traffico commerciale.

Ma è chiaro che lo sblocco del Golfo toglierebbe agli Stati Uniti la principale forma di pressione (economica) alternativa alla ripresa degli attacchi militari. Se però è Tehran a mostrarsi al mondo disponibile a “riaprire i rubinetti”, allora tutta la pressione politica si scarica addosso a Washington, che continua a ostacolare il traffico navale.

Entrambe le parti giocano sui tempi nella speranza che l’altro sia costretto a cedere prima e riprendere seriamente a trattare. Sempre meglio che sparare, comunque... 

Da parte Usa, invece, il ricorso alle armi sembra avvicinato proprio dalla concentrazione di portaerei nell’area. La Gerald Ford, costretta a riparazioni in Croazia per un ammutinamento dei marinai condotto intasando i bagni e dando fuoco alle lavanderie, ha riattraversato il Canale di Suez e si trova ora nel Mar Rosso. La Abraham Lincoln, accompagnata da una coppia di cacciatorpediniere di classe Arleigh Burke, non si è invece mai allontanata dalla zona e resta a circa 330 km dalla costa iraniana, oltre cioè la presunta gittata dei missili antinave di Teheran (300 km). Idem per la George H. Bush.

La linea del “blocco” statunitense, peraltro, è collocata ben fuori dello Stretto, e si concretizza nel fermo delle sole navi commerciali battenti bandiera iraniana o comunque dirette nei porti di quel Paese.

Più complicata appare la situazione nelle basi collocate nei paesi del Golfo che – secondo diversi giornali americani – avrebbero riportato danni ben superiori a quelli dichiarati dal Pentagono.

Si delinea qui anche una prima frattura ai vertici dell’amministrazione, col vicepresidente J.D. Vance che ha espresso dubbi, durante incontri a porte chiuse, sul modo in cui il Pentagono descrive la guerra in Iran.

Secondo il giornale The Atlantic, infatti, la critica sarebbe rivolta alla narrazione “eccessivamente ottimistica” da parte del Pentagono, in particolare in relazione alla disponibilità di alcuni sistemi missilistici (“ne abbiamo quanti vogliamo”, ha detto più volte Pete Hegseth, imboccando anche Trump).

A supporto ci sarebbero anche rapporti dell’intelligence secondo cui l’Iran conserva ancora due terzi della sua aviazione, la maggior parte della sua capacità di lancio missilistico e la maggior parte delle sue piccole e veloci imbarcazioni che “gli consentono di posare mine e interrompere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz”. L’esatto contrario delle sparate trumpiane...

Non è finita. Mine a parte, l’inquietudine dei militari di professione è per la “flotta delle zanzare” composta da centinaia o migliaia di motoscafi leggeri e ad alta velocità, equipaggiati con mitragliatrici, razzi e, a volte, missili antinave. In un ambiente ristretto come Hormuz, dove le grandi navi devono muoversi secondo tracciati precisi e limitati per evitare di incagliarsi sui fondali, questa imbarcazioni possono agire “a sciame”, provocando seri danni anche a navi da guerra incomparabilmente più potenti.

Come si vede, lo scarto che si apre nei calcoli anche puramente militari diventa piuttosto ampio, tale da segnare le possibilità o meno di fare operazioni “decisive”, vendibili come “vittoria” definitiva nella guerra. E questa incertezza grava sulle scelte che a questo punto la Casa Bianca deve fare per mettere in qualche modo fine al conflitto.

Anche perché l’internalizzazione della guerra è ormai acclarata. Martedì, il ministro degli Esteri iraniano Aragchi, uscendo dall’incontro con Putin e Ushakov, ha affermato che “i recenti eventi hanno dimostrato la profondità del partenariato russo-iraniano”, esprimendo la sua soddisfazione per aver potuto comunicare con Mosca al più alto livello in un contesto di significativi cambiamenti nella regione.

Tradotto dal diplomatichese: l’alleanza tiene e si è rafforzata, l’Iran non è affatto isolato.

La dimostrazione è arrivata dall’Onu, dove gli Stati Uniti hanno inutilmente cercato di opporsi alla nomina del rappresentante di Teheran come uno dei vicepresidenti della conferenza volta a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare. Il presidente della conferenza, l’ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, ha affermato che l’Iran è stato scelto dal “gruppo dei paesi non allineati e da altri Stati”.

La pressione internazionale su Washington cresce. Saranno in grado di ragionare, invece di scoppiare?

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Bologna. La Repubblica ammette che la foto sul nostro redattore era modificata con l’AI

Tana. Come avevamo denunciato già da domenica sul nostro giornale, la foto pubblicata da La Repubblica e veicolata sui social da tutti i volenterosi guerrafondai filo-ucraini, era stata ritoccata con l’intelligenza artificiale per corroborare una versione distorta dei fatti e demonizzare il nostro redattore Giacomo Marchetti reo di aver tenuta a distanza e – lo ripetiamo ancora: lo ha fatto con garbo – un anziano che voleva entrare con una bandiera dell’Ucraina in una manifestazione per il 25 aprile apertamente convocata e schierata contro la Nato e il riarmo. Insomma nel corteo sbagliato.

L’edizione bolognese di La Repubblica – un quotidiano che ormai sulle guerre in Ucraina, Iran, Gaza sta dando il peggio di se stesso – ha dovuto ammettere che la foto pubblicata era stata manipolata con l’IA, una manipolazione realizzata per dimostrare che il nostro Giacomo avesse messo le mani addosso all’anziano professore sostenitore dell’Ucraina, cosa che si è ben guardato dal fare, per scelta e per indole.

La Repubblica riconosce di aver preso la foto da quelle che circolavano in rete, sulla quale i bellicosi sostenitori della Slava Ukraina da giorni stanno attaccando Giacomo Marchetti e il nostro giornale.

Particolarmente penosi sono i tentativi di mettere in evidenza l’età avanzata del professore filo-ucraino e militante renziano. Non ci pare che abbiano avuto la stessa sensibilità o premura quando i giovanottoni filo-ucraini hanno preso di petto un altro anziano professore come Angelo D’Orsi. Al contrario, venivano istigati dall’alto a farlo con convinzione.

All’elenco dei dispensatori di lezioni si è aggiunto poi un altro volenteroso che non poteva mancare: Adriano Sofri che attacca Giacomo Marchetti e Contropiano dalle pagine dell’autorevolissimo Il Foglio, ossia uno dei giornali da mazzetta mattutina più filo-sionista e filo Nato.

Le realtà politiche della sinistra alternativa bolognese hanno già fatto sapere la loro valutazione sulla manifestazione del 25 aprile e su quella riteniamo che andrebbe concentrato il dibattito e l’attenzione politica.

Ci teniamo a far sapere, sia ai nostri lettori che ai detrattori, che questi attacchi non ci impensieriscono affatto. Dalle nostre parti non si fa un passo indietro. Il nostro lavoro editoriale e quotidiano ha questioni più importanti da seguire e da resocontare.

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