Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/09/2026

Il masochismo programmatico del “campo largo”

C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.

Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.

Poi succede la magia.

Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.

Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese”. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.

E mentre “a sinistra” si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quegli 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la “sinistra” che si cannibalizzava in nome del mercato.

Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: “Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un’idea geniale”.

E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c’è Conte che si oppone e fa muro, ma l’intenzione di aprirgli la porta è chiarissima.

E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po’ a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti.

Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta?

Perché vedete, l’incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c’è una vocazione. L’ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell’alternativa.

Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: “Tranquilli, l’opposizione siamo noi, non faremo niente di male”. Fanno finta di essere l’alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero.

È la “sinistra da passerella”: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico.

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29/04/2026

La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa

Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale e la funzione che da almeno trent’anni ricopre, sussumendo, disinnescando o riconducendo nell’alveo della compatibilità al “centrosinistra” anche ogni generoso tentativo di incidere sul segno politico di quella piazza (vedi “25 aprile a Milano: se il nemico marcia alla tua testa”).

La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.

La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.

Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.

La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.

Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.

D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.

Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.

Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?

Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?

Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?

Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.

Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.

La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?

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29/03/2026

Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa?


Una grande manifestazione ha attraversato ieri le strade di Roma. Sicuramente molte più persone delle 15.000 indicate alla vigilia o delle 25.000 dichiarate dalla Questura.

Oltre a moltissime associazioni, reti sociali, e la Cgil, erano presenti – anche se in modo discreto – diversi esponenti politici e sindacali, tra cui Maurizio Landini, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Ilaria Salis. Quest’ultima di prima mattina era stata oggetto di una provocazione da parte della polizia che si era presentata alla porta della sua stanza di albergo “per un controllo” richiesto dalla Germania (??). Una provocazione del tutto gratuita che non lasciava – e non lascia – presagire nulla di buono. Su questo vedi l’articolo su altra parte del giornale.

Chi auspicava tensioni o scontri tirando in ballo la presenza del centro sociale Askatasuna o degli anarchici è rimasto deluso. La manifestazione è stata, come si dice, pacifica e di massa. Askatasuna ha sfilato pacificamente come gli altri e gli anarchici hanno dato vita ad un presidio lungo il corteo con uno striscione che ricordava i due militanti morti nell’esplosione di Roma.

Ad aprire il corteo, lo striscione “Per un mondo libero dalle guerre” seguito da una grande bandiera della pace. Lungo il percorso non sono mancati cori e slogan contro il governo ma non la richiesta di dimissioni.

Una volta raggiunta piazza San Giovanni, gli organizzatori hanno chiesto e ottenuto di poter proseguire fino a piazzale del Verano a causa della grande numero di manifestanti. Il corteo è stato quindi prolungato su via Carlo Felice, Porta Maggiore, via dello Scalo San Lorenzo e la Tangenziale Est, che è stata occupata dalla manifestazione, rievocando in qualche modo le manifestazioni del Blocchiamo Tutto di settembre e ottobre.

Le manifestazioni No Kings, nate negli Stati Uniti in risposta alle brutalità dell’amministrazione Trump, ieri si sono svolte non solo in centinaia di città statunitensi ma anche a Parigi, Londra ed altre città europee.

In Italia la mobilitazione ha assunto un caratteristica particolare andando a raccogliere l’onda lunga del No al referendum costituzionale che ha segnato un pesante stop per il governo Meloni ed ha palesato una esigenza di opposizione e indignazione rimasta sottotraccia per troppo tempo ma già annunciata dalle grandi manifestazioni per la Palestina dell'autunno 2025.

Una manifestazione quella di ieri a Roma decisamente grande e partecipata. Come spesso avvenuto, questo paese e le sue realtà sociali hanno saputo produrre momenti di massa in cui la genericità dei contenuti favorisce l’inclusione, mentre la chiarezza viene allontanata in quanto divisiva. Ma questa mezza verità lascia lo spazio anche alla grande bugia sulle prospettive, quando tutta questa disponibilità alla mobilitazione e le aspettative che crea viene sintetizzato dalla “politica”.

E qui si rischia di ricominciare un eterno gioco dell’oca in cui si ritorna sempre alla casella di partenza. I “movimenti” riempiono le piazze, alimentano aspettative, annunciano rotture sociali importanti, ma invece di definire un proprio spazio politico indipendente vengono poi reclutati e recintati dalla “politica” per diventare il paracarro del centro-sinistra e del Pd alle prossime elezioni, come ci ripropongono esplicitamente Sinistra Italiana/AVS.

È stato questo lo scenario di questi ultimi trenta anni che ha portato ai disastri a sinistra che abbiamo visto, vissuto, verificato. E che, appunto, ci viene ora riproposto da chi marcia alla testa di bellissimi cortei come quello di ieri.

Non è un mistero che riteniamo questa ipotesi niente affatto attraente. Non lo è stata in passato, non lo è nemmeno oggi. Abbiamo scelto di definire – e definirci – dentro uno spazio politico indipendente e incompatibile, a tutto campo.

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28/03/2026

La svolta dei quartieri popolari: “ora basta!”

Sarà il caso di studiare meglio, e soprattutto interpretare nel lavoro politico e sociale, l’importante cambiamento messo in luce – e subito silenziato – dall’analisi del voto referendario.

Stiamo parlando del rovesciamento avvenuto tra voto nei quartieri “bene” e quelli popolari. Da quasi un trentennio, sotto la spinta di politiche liberiste gestite da forze che si dicevano di “centrosinistra” – democristiani ed ex Pci, sostanzialmente – lo spettro delle “riforme” aveva assunto i contorni macabri della perdita di diritti, prestazioni sociali, servizi, che andavano a ridurre salari immobilizzati dall’“austerità” del “ce lo chiede l’Europa”.

Non che i governi berlusconiani abbiano fatto politiche diverse – anzi! – ma la riduzione delle differenze tra “progressisti” e reazionari al solo “conflitto di interessi”, bon ton colloquiale, diritti civili a costo zero (per minoranze effettivamente discriminate), e altri temi tutto sommato “aerei”, avevano prodotto una presa sociale della destra sui settori popolari grazie ad un eloquio “populista” ben rappresentato prima dalla Lega prima, poi dai berlusconiani, per un attimo dai “grillini” e infine dai fascisti ora al governo.

Di fatto i quartieri e le fasce sociali autodefinitesi “progressiste” erano quelle benestanti, acculturate, “ceto medio riflessivo”, creando così il topos della “sinistra ztl”, comunemente chiamata “radical chic”.

Era del resto l’espressione politica di interessi di classe medio-alti, che chiedevano totale libertà d’azione e un quadro di diritti civili/culturali coerente con la medietà europea.

Ai “poveri” – a cominciare dai lavoratori – non restava che affidarsi alle vane promesse di una destra articolata e in grado di presentarsi come una possibile soluzione diversa.

Quasi quattro anni di governo Meloni, di sforzi belluini per i “conti in ordine” come da diktat di Bruxelles, e soprattutto di guerra, con il genocidio di Gaza assurto a reale orizzonte collettivo del laissez faire capitalista, ha generato prima le grandi mobilitazioni dell’autunno, poi – alla prima occasione utile – una bastonata sui denti al governo in carica.

Per universale consenso, infatti, del “merito” della riforma della giustizia non importava niente a nessuno, tranne ai diretti interessati (imprenditori, finanzieri, intermediari d’affari e politici di carriera). Ma era diventato importante far sentire un “basta” furibondo, una centralità dei bisogni di massa, che nessun partito oggi in Parlamento è in grado di rappresentare, ma è la base su cui le soggettività antagoniste attive possono e debbono fondare la ricostruzione di un sistema di organizzazione e anche di rappresentanza politica.

Senza nessuna fregola elettoralistica a breve termine, ma con la determinazione ferrea di costituire un blocco sociale per cambiare tutto. Sul serio.

La lucida notazione di un fine economista marxista come Emiliano Brancaccio, che qui vi proponiamo, è solo il prima stimolante invito ad una riflessione che va sviluppata nel vivo del corpo sociale, non solo o non principalmente a tavolino.

Buona lettura.

*****

La vittoria referendaria presenta il conto alle opposizioni

Emiliano Brancaccio – il manifesto

È stato detto che bisogna avere caos dentro per generare una stella danzante. È un’immagine che descrive bene l’Italia di questi giorni. Il tentativo di Meloni e accoliti di assoggettare anche il potere giudiziario al governo è stato affossato dalla vittoria del NO al referendum.

Ma come si possa trarre dal magma di opposizioni alla riforma una precisa alternativa politica, resta ancora ostico da decifrare.

Dal caleidoscopio di moventi che hanno decretato la vittoria del No, di sicuro emergono due dati cristallini.

Il primo dato è che specie al centro e al nord il “sì” ha prevalso nei quartieri ricchi delle città metropolitane. In gran parte, è quel mondo di proprietari e professionisti serventi che hanno fornito l’interpretazione autentica del referendum, sintetizzata nel monito di Giorgia Meloni: «Non disturbare chi vuole fare».

Il “sì” è stato da questi inteso come l’avvio di una nuova stagione, diciamo pure di «liberismo illiberale», in cui i padroni potessero avere mani più libere anche dinanzi alla legge e ai giudici. Ebbene, il progetto di questa «ztl padronale» è uscito severamente sconfitto dal referendum.

Il secondo dato è la massa inedita di giovani, elettori ed elettrici, pervase dal timore di separarsi dalla Costituzione delle origini e dalla voglia di dare concreta attuazione alla carta. Soprattutto, sconvolti dal genocidio di Gaza e disgustati dall’ignavia compiacente del governo in carica, i giovani del NO hanno rivendicato l’urgenza di rivitalizzare i principi costituzionali. A partire dal ripudio della guerra, invocato come bussola operativa della politica estera.

Partendo da questi due dati, è lecito prevedere che dal gioioso caos della vittoria referendaria si generi la stella di una credibile alternativa politica? Verifichiamolo sul campo più infido: la politica economica, interna e internazionale.

All’interno, sono decenni che il padronato italiano pretende di tagliare anche gli ultimi lacci e lacciuoli con cui il legislatore, i giudici e i sindacati ostacolano i cosiddetti «liberi affari». Sono quegli stessi padroni che invocano, al contempo, generose manne di sussidi pubblici per le loro imprese, anche se decotte.

Ebbene, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe essere intesa come un’occasione per mandare in soffitta questa dominante sottocultura da capitalismo retrogrado, causa principale della storica crisi di produttività del paese.

Dopo la lunga epoca di tagli dei lacci legali e generose prebende pubbliche ai padroni, potrebbe insomma farsi largo un consenso inatteso per l’opzione opposta: ossia, taglio dei sussidi alle imprese inefficienti e intensificazione dei vincoli normativi, dal rafforzamento delle regole della transizione ecologica, all’aumento dei controlli di legalità nelle aziende, al rilancio dei salari a mezzo di una rinnovata scala mobile e minimi retributivi di livello europeo, capaci finalmente di mordere gli imprenditori italiani e costringerli a innovare.

In fin dei conti, simili misure non farebbero altro che rievocare i sacrosanti «costi del progresso», sociale e civile, che attraversano lettera e spirito della costituzione repubblicana. Se interpretata in questi termini materialisti, la sconfitta referendaria della «ztl padronale» potrebbe diventare un’opportunità per forzare l’imbolsito capitalismo italiano a intraprendere una via di concreta modernizzazione.

Beninteso, l’operazione al momento è lunare. Anche tra le forze d’opposizione, l’ideologia del più retrivo capitalismo ha fatto proseliti. Soprattutto i populisti hanno gareggiato con le destre a blandire gli imprenditori inefficienti, con tagli ai lacci normativi e prebende pubbliche. Se si vuol cogliere l’occasione, bisogna invertire la tendenza.

Resta il versante internazionale, su cui si gioca la partita più dura, sulle condizioni economiche della guerra o della pace. I massacri avvenuti in questi anni, dall’Ucraina al Tigray, dalla Siria al Sudan, dalla Palestina all’Iran, sono tutti riflessi, diretti o indiretti, della crisi egemonica dell’impero americano, afflitto dal declino di competitività e dal debito verso l’estero. Questa crisi durerà a lungo, tra fasi di quiete apparente e nuovi sussulti, che rischieranno ogni volta di gettare il mondo nel fuoco.

In questo esondare di conflitti economico-militari, l’Italia ha scelto finora un indirizzo politico subalterno agli interessi del vecchio impero. Una linea che contrasta con la vocazione del paese quale crocevia di relazioni commerciali con l’intero globo. E che asseconda le pulsioni dei più feroci guerrafondai sullo scacchiere internazionale.

Si potrebbe cambiare rotta, ancora una volta nella lettera e nello spirito di pace che pervade la Costituzione. Ma anche su questo versante la strada è impervia. Nell’opposizione, specie tra le file dei democratici, restano infrattate certe smanie imperialiste verso il grande riarmo. Anche qui ci sarebbe da fare autocritica. Separare il proprio destino da quello dei pifferai della guerra capitalista sarebbe almeno un inizio.

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06/03/2026

Le ambiguità sull’aggressione all’Iran creano “pasticci”. Il caso di Milano

Martedì 3 marzo a Milano abbiamo assistito, al classico “pasticciaccio brutto” di un presidio convocato sotto il Consolato USA che ha rivelato le ambiguità e le debolezze del campo della sinistra “radicale” pur di fronte alla portata enorme degli eventi bellici che si stanno verificando in Iran e Medio Oriente.

Un risultato penoso e controproducente, in qualche modo solo “compensato” dalla buona riuscita della piazza di Roma, che ha avuto ben altre caratteristiche contrapponendosi apertamente alle forze italiane, filo-israeliane e iraniane che sostengono i bombardamenti sull’Iran.

Scattata l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, come Rete dei Comunisti, assieme ad altre forze politiche, ci siamo da subito attivati per scendere in piazza e indicare le responsabilità degli USA e di Israele nel generale attacco ai popoli del Medio Oriente e non solo, ma anche la complicità del nostro governo e delle istituzioni europee nello spingere sull’acceleratore del militarismo e dell’economia di guerra. Un processo che sta accompagnando in tutta evidenza la repressione, la compressione dei diritti e l’attacco sempre più feroce ai settori popolari e di classe, rischiando poi di trascinarci direttamente in guerra.

Abbiamo deciso di rispondere, con le nostre parole d’ordine, alla convocazione chiamata da altre forze politiche e sindacali della piazza a Milano sotto il consolato USA, evitando “settarismi” e senza creare spaccature inutili di fronte alla gravità della situazione, anche perché, in un primo momento, la mobilitazione era stata convocata su una piattaforma debole ma tutto sommato condivisibile.

Nel giro delle successive 48 ore, però, la convocazione e la piazza si è andata configurando come una vera e propria palude politica, ambigua e pericolosa, al punto che la nostra scelta finale è stata di evitare la partecipazione ritagliandoci un momento di protesta precedente e separato.

Ancora una volta c’è chi ha pensato, mantenendo una ambiguità di fondo volta a schivare i problemi, di tentare di accreditarsi nel cosiddetto “campo largo” o ad “allargare” al cosiddetto “popolo della sinistra” (con risultati anche numerici deludenti), facendo di una questione seria come quella della guerra una merce di scambio strumentale.

Questo ha prodotto la voragine che abbiamo visto in piazza martedì a Milano, creando le condizioni affinché si spostasse l’attenzione sullo scontro che si è verificato nella piazza stessa tra le diverse posizioni dei diversi gruppi di iraniani, una ambiguità alimentata dal “né-né-ismo” degli organizzatori che avevano convocato la piazza, fornendo così ampia visibilità e spazio di manovra agli ulteriori contestatori reazionari muniti di bandiera dello scià di Persia e di Israele.

Quanto è accaduto è il frutto della mancanza di una posizione netta e coerente. È del tutto fuorviante continuare ad evitare di assumersi la responsabilità di cogliere nel nostro contesto il nemico principale (Usa e Israele).

Inseguire e farsi poi utilizzare dai corpi intermedi del “campo largo”, rinnovando una subalternità pluridecennale, porta ormai a fare proprie le posizioni da “sinistra imperiale” di Elly Schlein, quella che in nome della superiorità dell’Europa non disdegna affatto di aggredire o sanzionare altri paesi o altri popoli nel resto del Mondo.

Accettare questa logica è stata una discesa negli inferi che ha determinato lo sbandamento delle forze di classe, l’abbandono di una prospettiva internazionalista capace di ricostruire una prospettiva socialista e comunista, cosa che nel tempo ha provocato la sfiducia e a volte persino l’odio per il tradimento subìto da parte dei settori popolari.

C’è bisogno di ben altre indicazioni e determinazione davanti alla crisi sempre più evidente e alla rinnovata aggressività da parte dell’Occidente collettivo dentro (e verso il basso) e fuori i propri confini, piuttosto che anteporre distinguo e i propri desiderata alla necessità di combattere contro l’imperialismo, anche di casa nostra, le sue complicità e responsabilità, senza se e senza ma.

Un atteggiamento esattamente opposto è stato invece quello che ha fatto riuscire le enormi mobilitazioni a fianco del popolo palestinese lo scorso autunno, manifestazioni che hanno rotto gli argini della passività nel nostro paese.

Proprio sulle mobilitazioni per la Palestina queste ambiguità e subalternità dannose si sono manifestate in maniera chiara e limpida. Fin dall’inizio del genocidio la questione di “appoggio/dissociazione da Hamas” è stata utilizzata come una clava contro la possibilità di costruire un movimento di solidarietà col popolo palestinese, mentre era in realtà un elemento secondario di fronte a 76 anni di resistenza di un popolo alla pulizia etnica e ai massacri sfociati nell’orrore di un genocidio vero e proprio.

Oggi e di nuovo, a “sinistra”, molti ricadono nella stessa trappola sulla questione dell’“appoggio/dissociazione dalla Repubblica Islamica”, spingendosi inconsapevolmente o consapevolmente sulla narrazione decisa di fatto da Israele, ieri nella retorica del “massacro del 7 ottobre”, di “liberare i palestinesi da Hamas”, in una spirale disarmante e devastante, oggi sul liberare le donne iraniane dagli ayatollah.

La stessa logica si è vista anche sul Venezuela, nel tentativo di separare l’attacco al paese dal rapimento del Presidente Maduro e dal processo Bolivariano, ma a Milano viene riproposta anche ogni 25 aprile, quando in nome dell’unità antifascista e dei “valori condivisi” si è marciato, spesso in una sfilata con caratteristiche da “rave party”, dietro ai responsabili dell’equiparazione nazismo-comunismo, della brigata ebraica, o alle bandiere dalla NATO, ecc.

Emerge la necessità di costruzione di percorsi coerenti, autonomi e in rottura con queste logiche. È un terreno difficile che spesso ci ha visti andare controcorrente e talvolta in solitudine, ma sulla quale continueremo ad impegnarci con tutte le compagne, i compagni e le realtà che rigettano ogni equidistanza di fronte all’aggressività militare dell’imperialismo.

Per queste ragioni parteciperemo sabato 7 marzo, come tutti i sabati, alla manifestazione indetta a Milano dalle organizzazioni palestinesi per dire “Giù le mani dal Medioriente, fermiamo il genocidio in Palestina, no al progetto della Grande Israele e al dominio imperialista USA”, assieme a chi coerentemente si è sempre mobilitato a fianco del popolo palestinese e contro le aggressioni imperialiste.

Sabato 7 marzo tutte e tutti al corteo “Giù le mani dal Medioriente” da Piazza Scala al Consolato USA.

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17/02/2026

La “corda molle” e il partito unico degli affari

La storia della “corda molle”

La costruzione dell’infrastruttura autostradale “Corda Molle” (A21 racc) a Brescia è stata definita un’“opera strategica”. È lunga circa 30 km. Il progetto aveva l’obiettivo di riordinare la viabilità e alleggerire il traffico nel nodo urbano e provinciale, caratterizzato da un forte congestionamento. Il nome “Corda Molle” deriva dalla forma semicircolare del tracciato, simile a una corda fissata ai due capi ma “allentata”, che unisce i vari comuni della periferia bresciana.

Essa – secondo le intenzioni dei realizzatori – mira a separare la circolazione di attraversamento da quella locale, riducendo l’intensità veicolare sulla tangenziale sud e sulla viabilità ordinaria. Si faciliterebbero così il trasporto merci e la mobilità dei lavoratori.

Dovrebbe costituire infatti un raccordo fondamentale tra le principali autostrade che attraversano la provincia di Brescia (A4 Milano-Venezia, A21 Piacenza-Cremona-Brescia) e la strada statale 45bis Gardesana, migliorando l’accessibilità all’aeroporto di Montichiari, smistando il traffico dalla Valtrompia al Garda, dalla Valcamonica alla Bassa, agevolando insomma tutta la viabilità provinciale. 

La “corda molle” e la piramide di Cheope

La “Corda Molle” è stata pubblicizzata perciò come “vitale” per il territorio. Il progetto ha avuto inizio negli anni Novanta del secolo scorso. Dopo circa un trentennio tra progettazione e lavori, l’opera è stata completata. Insomma, c’è voluto più tempo di quello occorso per edificare la piramide di Cheope, perché nel corso degli anni, l’opera ha vissuto lunghe fasi di stallo con cantieri bloccati, specialmente nel tratto tra Azzano Mella e Ospitaletto.

Controversie vecchie e nuove

Perciò la “Corda Molle” è stata oggetto di lunghe controversie. L’ ultima in ordine di tempo, fresca di pochi giorni, ruota attorno all’introduzione di un pedaggio per transitarvi (prevista da marzo 2026). La decisione ha trasformato una strada di scorrimento gratuita, in sostanza un raccordo autostradale, in una arteria a pagamento.

Il sistema prevede un balzello automatico senza caselli (Free Flow), con telecamere che rilevano la targa, al costo di circa 12 centesimi al chilometro per le auto e 31 per i mezzi pesanti.

La polemica principale riguarda il fatto che si fa pagare una originaria strada provinciale riqualificata, con critiche sulla disparità di trattamento rispetto ad altre zone d’Italia. Per attenuare le polemiche, sono state previste esenzioni per i residenti di alcuni comuni (circa 20) e sconti del 50% per i Bresciani, ma questo non ha placato i malumori.

Le associazioni di categoria dei camionisti hanno criticato fortemente l’introduzione del pedaggio, definendolo una violazione del principio di equità.

Nonostante il tentativo del Ministero delle Infrastrutture di limitare l’impatto economico, la questione ha suscitato intensi dibattiti politici e tra la cittadinanza. Sul piano politico l’articolazione di centrosinistra del Partito Unico degli Affari è partita all’attacco di quella di destra.

Ma da che pulpito viene la predica!

La costruzione e il completamento della “Corda Molle” hanno visto infatti, nel corso dei lunghi anni di lavori, l’appoggio di entrambi gli schieramenti politici con un forte impulso – più recentemente – da parte del centrodestra. I principali attori politici e istituzionali che hanno sostenuto l’infrastruttura sono stati negli ultimi tempi la Lega e Fratelli d’Italia. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), guidato da Matteo Salvini, ha spinto per giungere al termine dei lavori e per l’accordo sul pedaggio con esenzioni, considerati “un traguardo fondamentale per il territorio”.

Storicamente tutte le giunte di centrodestra che dominano in Regione Lombardia ormai da più di un trentennio hanno sostenuto la “Corda Molle” come “opera strategica”.

La Provincia di Brescia, ultimamente governata dalla destra ma per lungo tempo amministrata da una sorta di sistema bipartisan, ha giocato un ruolo chiave nel portare avanti le trattative per lo sblocco dei cantieri e l’accordo con Autovia Padana per la gestione dell’opera.

Ma il centrosinistra locale nel Bresciano ha sempre riconosciuto l’utilità dell’opera, non ha mostrato contrarietà alla sua costruzione. Ha portato avanti una opposizione alla conduzione del suo completamento e, soprattutto, all’introduzione del pedaggio, sostenendo che il Governo e il ministero non abbiano mantenuto le promesse di gratuità. In questo senso il centrosinistra ha presentato mozioni in Provincia per respingere il balzello.

Esso, d’ altra parte, è stato inserito per ottemperare agli accordi convenzionali presi con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e per finanziare la manutenzione, la sicurezza e la conclusione delle opere gestite da Autovia Padana. Il pedaggio infatti serve a coprire i costi futuri di gestione dell’infrastruttura nonché quelli dei lavori di completamento del raccordo. Tali costi, infatti, sono cresciuti significativamente nel corso degli anni. Un classico nella storia delle “grandi opere”. Anzi, la costruzione di un’infrastruttura simile nella zona bresciana ha raggiunto cifre così alte, da essere citate talvolta come tra le più costose in Italia per chilometro realizzato.

Insomma, la vicenda della “Corda Molle” è un plastico esempio di quale sia il tipo di contrapposizione esistente in Lombardia all’interno del Partito Unico degli Affari. Entrambe le consorterie che lo costituiscono (destra e centrosinistra) sono d’accordo sulle scelte fondamentali a favore del business, ammantate da motivazioni di “efficientamento ed efficacia”. Il centrosinistra imposta quindi la sua “opposizione” sul concetto che le stesse cose che fa la destra, esso le farebbe meglio se andasse al potere in Regione. È dal 1995 che va avanti così ed è dal 1995 che la destra governa vincendo sempre tutte le tornate elettorali. 

La vera opposizione

Tornando alla questione della “Corda Molle”, l’unica opposizione netta, coerente e continua a questa presunta “opera di importanza vitale” l’hanno portata avanti, dalle lontane origini della storia, le associazioni ambientaliste, in particolare Legambiente Brescia.

Esse hanno infatti fin dall’inizio espresso forte contrarietà al progetto. Sono arrivate a presentare ricorsi al TAR per l’annullamento del collegamento autostradale. Hanno definito l’opera stessa come parte di un contesto infrastrutturale impattante, contraddistinto da elementi pesantemente negativi. Ne ricordiamo alcuni: cementificazione di vaste aree agricole nella pianura bresciana, creazione di squilibri con ecosistemi locali, sovradimensionamento rispetto alle reali esigenze di mobilità, modalità di costruzione per lotti funzionali poco trasparente e spesso avviata prima di una reale necessità, pedaggio come tassa ingiustificata.

Le associazioni hanno individuato nella “Corda Molle” l’ennesimo caso di “investimento inefficace e opaco”, sottolineando che non ha decongestionato il traffico dell’A4 e del nodo di Brescia come previsto. Si è trattato più che altro di uno spreco di denaro.

Anche “Potere al Popolo” di Brescia e Provincia, sulla base della impostazione politica generale dell’organizzazione, si pone in antitesi rispetto alle politiche di privatizzazione e pedaggiamento delle infrastrutture pubbliche, che sono attualmente – come abbiamo visto – al centro del dibattito sulla “Corda Molle”.

L’ area in cui ci collochiamo si oppone alla logica dei pedaggi sulle arterie viarie che collegano il territorio, considerando queste ultime beni comuni o infrastrutture che dovrebbero essere gestite dal pubblico senza gravare sui cittadini.

In questo senso, balzelli come quello inventato per la “Corda Molle” possono essere considerati una violazione al principio di democrazia. E questo al netto del fatto che anche per “Potere al Popolo” di Brescia e Provincia la “Corda Molle” rappresenta un monumentale esempio di “grande opera” che sacrifica risorse naturali e paesaggistiche in nome della mobilità inquinante su gomma, in un contesto territoriale già fortemente provato dal punto di vista ambientale.

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23/12/2025

A Brescia la sindaca delle meraviglie future

Chi si loda s’imbroda

La casta politica lombarda vanta una presunzione che basta per l’Italia. E quella bresciana è ancora più presuntuosa della milanese, soprattutto se si tratta del pezzo di casta di centrosinistra.

I cittadini della Leonessa ne hanno avuto conferma dal discorso di fine anno tenuto il 20 dicembre dalla sindaca Castelletti nella prestigiosa location di Palazzo Tosio, circondata – come nei migliori rituali delle nomenklature – dalla sua Giunta.

“Niente slogan”, ha promesso la Prima Cittadina. Dopodiché è stato tutto un autoincensamento, sintetizzato nella perentoria affermazione: “Brescia non è solo una buona amministrazione locale, è una città che si muove con ambizioni europee”. Precisando che “una città europea non è quella che assomiglia alle altre, è quella che guida, che anticipa”.

E Brescia, secondo lei, lo starebbe facendo. Anzi di più. La spinta verso la modernizzazione punta ora all’ambizione planetaria. Con la nascita della “Fondazione per la Cittadella dell’Innovazione Sostenibile”, la Leonessa intende infatti accreditarsi come “un ecosistema capace di proiettarsi su scala internazionale”.

Castelletti ha dichiarato che il suo sarebbe “un modo diverso di governare, fatto di responsabilità e di capacità di tenere insieme sviluppo e giustizia sociale”. Un meccanismo virtuoso che non lascia indietro nessuno (anche se poi si viene a sapere che le persone assistite dai servizi sociali sono passate in meno di un anno da 4.159 a 4.817, e sono solo la punta dell’iceberg della povertà dilagante).

Giochi di potere

C’è probabilmente, in una attività propagandistica così accentuata, un obiettivo politico, che è quello di creare le condizioni favorevoli per una ricandidatura nelle elezioni del 2028. Castelletti ha sostenuto infatti che “il mandato di un sindaco è decennale come impostazione mentale e i miei alleati in più occasioni hanno richiamato la necessità di questa continuità”.

Raggiunta la metà della prima sindacatura, ha dunque giocato d’anticipo parlando di cantieri, progetti ecc. che dovrebbero trovare compimento in un arco temporale che arriva fino al 2050, tanto per stare sul sicuro. Insomma tutto deve essere visto come un filo unico che lega presente e futuro... 

In un lontano futuro

Anzi, verrebbe da dire che lo sguardo è rivolto prevalentemente al lontano futuro.

Ad esempio, l’“Agenda Urbana Brescia 2050” è il documento avviato dal Comune per definire una visione condivisa e sostenibile della città al 2050,che però ha già raccolto nel 2025 centinaia di contributi da cittadini, imprese, professionisti e mondo accademico, costituendo la base per le scelte strategiche future.

Il Piano Aria e Clima «stabilisce obiettivi vincolanti: –55% di CO₂ al 2030, neutralità climatica al 2040 per Comune e Partecipate, un’infrastruttura adattiva contro ondate di calore e dissesto idraulico».

Anche per ciò che concerne la Caffaro “il Comune ha affiancato stabilmente il Commissario straordinario nella fase dell’appalto integrato che porterà alla demolizione degli edifici e alla bonifica dell’intera area, con conclusione prevista nel 2030”.

Considerando che la bonifica dell’area Caffaro era stato uno dei cavalli di battaglia del predecessore Emilio Del Bono nella campagna elettorale del 2013, e ripensando a tutti gli altri già citati fondamentali traguardi previsti per il 2030, 2040 e 2050, non può non tornare in mente la famosa frase dell’economista George Maynard Keynes: «Nel lungo periodo siamo tutti morti».

D’ altra parte, perfino la metropolitana, la più piccola del mondo, sarà dal 2029 che beneficerà di un incremento delle frequenze grazie a due nuovi treni.

Quanto alla raccolta differenziata, fortunatamente va meglio sui tempi di attesa, l’obiettivo resta l’83,3% per il 2027.

Solo la cementificazione andrà veloce

C’è solo un settore dove gli avanzamenti sono previsti in tempi assai rapidi: quello della cementificazione. La sfida principale del Partito Unico degli Affari si gioca sull’abitare, con l’operazione Sanpolino, che la sindaca – garante di tale Partito – definisce “l’ultima grande operazione urbanistica della nostra città”. Si preannuncia un grande business.

«È già pronto uno studio, realizzato da Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito del Programma InvestEu, che prevede la realizzazione fino a 600 alloggi, integrando diverse soluzioni abitative: edilizia convenzionata in locazione, residenze temporanee per lavoratori, abitazioni per anziani autosufficienti, edilizia libera e un insieme di servizi di prossimità», ha detto Castelletti.

Che ha poi aggiunto: «Il nostro obiettivo resta azzerare gli appartamenti comunali sfitti entro il 2028, grazie a 26 milioni di euro di investimenti in quattro anni». Che cosa significhi quest’ultima frase non è chiarissimo.

Il triste destino di un quartiere popolare

Di sicuro chi già vive a San Polino non crede alle “migliori pratiche (qualità architettonica, mix sociale, mobilità sostenibile e integrazione con il contesto urbano)” cui sarebbe impostata, a detta della sindaca, tutta l’ operazione. Secondo lei infatti “il modello adottato combina intervento pubblico, partnership istituzionali e strumenti innovativi, in linea con le città europee più dinamiche”.

Tanto più che ai complessi abitativi andrebbero ad aggiungersi il nuovo impianto indoor e il Centro di preparazione olimpica per la ginnastica artistica, per collocare “Brescia tra le principali città sportive italiane”.

Ma gli abitanti di San Polino sentono che l’edificazione a tappeto avrà un impatto non positivo sulla qualità dell’aria e della vita degli abitanti del quartiere.

Ovviamente certe cose si fanno nelle periferie popolari e altrettanto ovviamente senza dialogare con gli abitanti.

Il quartiere era verde e vivibile. Dopo le enormi infrastrutture sportive e i 3 palazzi di 5 piani, quasi completati, sarà definitivamente devastato dal cemento di 600 nuovi appartamenti e dal conseguente incremento di traffico e inquinamento.

Cementificare significa non solo consumare suolo ma anche emettere ingenti quantità CO2 in atmosfera (altro che zero consumo di suolo!). Nuova distruzione di terreno permeabile, di piante, di biodiversità. Brescia è la provincia che consuma più suolo in Italia e ci sono 800 ettari di aree dismesse.

Costruire (mai recuperare!), perché è questo che serve al Partito Unico degli Affari, delle cui esigenze Castelletti e la sua maggioranza comprendente finanche ambientalisti e antagonisti di vario tipo si fa interprete.

La prolusione di fine anno della sindaca, tirando le somme, ha confermato ancora una volta che Brescia è una città in mano a un comitato d’affari che ne indirizza le svolte essenziali da molti anni.

Il centrosinistra in tutte le sue sfumature lo spalleggia e fa credere a molti elettori che questa amministrazione sia veramente il meglio in circolazione. Il baluardo contro il ritorno del nazifascismo, la città dei diritti, la capitale green, l’a2a che favorisce gli utenti ecc.! Ma certe ferite non rimarginate, come l’enorme fallimento della Freccia Rossa in pieno centro cittadino, stanno lì a ricordare di cosa siano capaci gli uomini del grande business.

E tutto ciò dopo aver abbattuto la Torre Tintoretto con 190 appartamenti di Erp andati in polvere, in una città con migliaia di appartamenti di proprietà pubblica (Aler e Comune) che avrebbero potuto essere sistemati e affittati a canoni sociali, risolvendo il problema dell’emergenza abitativa. Ma non lo si è fatto e non sembra proprio che lo si voglia fare, per non turbare “il mercato immobiliare”.

Eppure se si pensa che, almeno fino a quando andiamo a pubblicare questo articolo, l’unica reazione critica ai progetti edificatori della Giunta è stata quella dei suprematisti razzisti di estrema destra, che si dichiarano sì favorevoli alla cementificazione, purché nessun alloggio a canone agevolato venga assegnato “alle pseudo risorse d’importazione che stanno sfigurando l’identità dei Nostri quartieri e della Nostra Città!!”, si può intuire che Castelletti dormirà sonni tranquilli.

Oscena stabilità della “democrazia matura”

Da oltre tre decenni si è creato in Italia un regime oligarchico che ci ha raccontato che per avere il bene supremo della “stabilità” occorrevano leggi elettorali post-fasciste con doppi turni, e/o premi di maggioranza e altri marchingegni truffaldini che solo i gerarchi partitocratici riescono cinicamente a concepire.

Chiunque voglia capire sa che ormai il problema sta nei partiti di Sistema i quali, grazie a sistemi elettorali come quelli in vigore nelle amministrazioni locali, si sono trasformati in opache somme di clientele e quindi sono senza un’idea politica in grado di guidare la loro azione, senza una visione di società e di sviluppo che non sia quella di favorire i propri gruppi di riferimento.

La conseguenza è che la maggioranza degli aventi diritto al voto non si reca più alle urne, avendo intuito l’imbroglio. D’ altra parte, è proprio questo l’obiettivo che si riproponevano gli oligarchi. E l’ hanno raggiunto, chiamandolo “democrazia matura”. Tutto ciò al di là delle chiacchiere cui ci ha abituati qui a Brescia Laura Castelletti.

Quel che va riformato è il sistema dei partiti con una legge che definisca le loro funzioni e imponga trasparenza e partecipazione nei processi decisionali interni, nell’affidamento degli incarichi, nella definizione dei programmi, nella selezione dei candidati. Così come vanno riformate in senso proporzionale vero le leggi elettorali degli enti locali. E così come va ridata una funzione fondamentale alla dimensione pubblica dell’amministrazione, senza deleghe all’associazionismo privato delle cerchie.

Brescia e la Lombardia, governate da un trentennio dagli stessi schieramenti, uno di centrosinistra, l’ altro di destra, sono un esempio eclatante della compiuta degenerazione. Cosa serve ancora per comprendere che solo un cambio di modello può invertire il processo di distruzione della democrazia in atto?

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24/06/2025

La maggioranza degli italiani è contro l’esercito europeo

La maggioranza degli italiani è contraria alla costituzione dell’esercito europeo. Lo dice l’insospettabile giornale La Repubblica, sulla base di un sondaggio condotto da Demos. Alla fine i nodi vengono al pettine, e alla fine anche quella redazione deve mettersi l’anima in pace e riportare la realtà delle opinioni più diffusi nella popolazione.

Certo, a leggere l’articolo con cui sono stati presentati i dati sembra di leggere un lamento propagandistico, tipico di chi non si capacita come sia possibile che la gente comune non voglia alimentare le mire di potenza di un imperialismo europeo, che sa di doversi dotare di un esercito per muovere guerra dove serve. E un nucleo lo ha già approvato.

Ma i numeri rimangono numeri. Nel 2022, quando le sirene dell’allarmismo atlantista sul pericolo russo erano sulla cresta dell’onda, il 57% degli italiani era favorevole alla formazione di un esercito europeo, il 4% era indeciso e gli intervistati rimanenti erano contrari. Oggi, questa proporzione si è ribaltata, e i dubbiosi sono spariti.

Dice Repubblica che solo il 48% degli italiani vuole l’esercito europeo, “poco meno di quanti, al proposito, manifestano dissenso”. Che è un bel giro di parole per evitare di scrivere chiaro e tondo che il restante 52%, ovvero la maggioranza della popolazione, non vuole tale follia bellicista, utile solo a proiettare Bruxelles sui teatri di guerra che vanno moltiplicandosi.

C’è poi un altro dato interessante. Il grado di fiducia verso la UE è sceso al 30%, il valore più basso dal 2016 a oggi, 15 punti percentuali sotto il livello raggiunto a inizio di questo decennio. Ovviamente, la responsabilità viene addossata all’incapacità dei paesi europei di muoversi come un sol corpo in uno scenario internazionale in cui Washington ha squarciato l’illusione dell’unità euroatlantica.

Non viene in mente che parte della sfiducia sia derivata proprio dal fatto che, seppur nell’evidente inconsistenza delle sue posizioni, in molti abbiano visto con preoccupazione la crescente deriva bellicista di Bruxelles e la copertura dei più efferati crimini, come quelli commessi da Israele. La retorica del ‘giardino’ contro la ‘giungla’ si è rivelata un bluff.

Così come, per ciò che riguarda l’entusiasmo per un esercito europeo, una volta che la propaganda iniziale sulle sorti progressive di una UE armata fino ai denti hanno adombrato una reale partecipazione a un conflitto, come ad esempio per le basi USA in Italia in occasione del recente attacco all’Iran, allora le opinioni sull’importanza di indossare un elmetto per ‘esportare democrazia’ sono cambiate.

Infine, è utile sottolineare che il sostegno maggiore all’esercito europeo arriva dai giovani. Ma se si va a vedere come tale sostegno si divide tra le forze politiche emerge un elemento particolare: per lo più si osserva tra coloro che sono vicini ai partiti di centro-sinistra.

Innanzitutto, com’era forse scontato, tra i guerrafondai di +Europa, Azione e Italia Viva. Ma vengono poi i simpatizzanti del PD e di AVS. Il sostegno scende fra i sostenitori dei partiti di governo, e tra la base del 5 stelle. La posizione di Conte, che dice di essere contro il riarmo ma per la razionalizzazione delle spese militari attraverso una difesa europea, comincia a scricchiolare.

Quello che è certo è che, in generale nel paese, si aprono ancora più opportunità per chi vuole rappresentare una reale opposizione alla guerra, e agli strumenti che, per prepararsi ad essa, la UE sta mettendo in campo.

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19/06/2025

La manifestazione del 21 giugno contro la guerra, un passaggio necessario

Sulla giornata di mobilitazione nazionale del 21 giugno contro il riarmo europeo e il vertice NATO dell’Aja, non si è trovata una quadra, né sui contenuti né su un unico corteo. Dunque sabato ci saranno due cortei che confluiranno nella zona del Colosseo.

Non sono pochi quelli che si rammaricano per questo esito. Anche i tentativi di arrivare ad un comunicato congiunto sulle due manifestazioni sono saltati e non certo per tignoseria del coordinamento Disarmiamoli che dà appuntamento a Piazza Vittorio, e neanche per alcuni rappresentanti dell’altra manifestazione che avevano cercato una mediazione possibile. Altri settori di quella piattaforma non hanno voluto sentire ragioni, al contrario. Paradossalmente dobbiamo ammettere di comprendere la ragione di questa posizione così oltranzista, potremmo dire quasi esistenziale.

Il corteo che partirà da piazza Vittorio ha tra i suoi obiettivi la denuncia e lo sganciamento dalla Nato.

Ma se alla vigilia di una manifestazione indetta proprio contro il vertice della NATO, viene suggerito di non porre la questione della NATO come discriminante perché è un tema “divisivo”, è evidente che di presupposti e punti di convergenza ne saltano parecchi.

La questione della NATO infatti è dirimente, oggi più che mai. È questo organismo che spinge verso l’escalation militare contro la Russia, alimentandosi reciprocamente con tutte le forze guerrafondaie prosperate in Europa in questi anni. Saltare questo passaggio non è più possibile, anche e soprattutto per gli automatismi di impegno che scattano verso i paesi membri, Italia inclusa.

Ed è sul rispetto di questi automatismi che “cascano” le migliori intenzioni di chi afferma una cosa quando sta all’opposizione e poi ne sostiene un’altra quando si avvicina o addirittura assume posizioni di governo, un meccanismo micidiale che negli anni scorsi ha risucchiato e trasformato anche esponenti e partiti della sinistra radicale

Il movimento contro la guerra nel primo decennio del Duemila fu logorato, neutralizzato e scomposto proprio da questa ambiguità, scassando amicizie e attestati di stima pre-esistenti, stritolando autonomia dei movimenti e credibilità delle forze della sinistra alternativa nel nostro paese.

Come in un eterno gioco dell’oca, l’errore si ripete, cercando di riportare tutti alla casella di partenza, con una coazione a ripetere che, appunto, assume il carattere di una scelta esistenziale per alcune forze di accreditarsi dentro il campo largo del centro-sinistra.

Che questa illusione abbagli anche qualche settore “antagonista” non è una sorpresa, è la conferma di quanto detto sopra.

In sostanza viene giocata la carta della “non divisività” per riportare tutti indietro, e proprio mentre la drammatica situazione internazionale richiede un passo in avanti, sia sui contenuti che sulla funzione da svolgere in un paese pienamente coinvolto nella subalternità alla Nato e nella complicità con il terrorismo di stato israeliano.

Se qualcuno pensa che il campo largo del centro-sinistra possa essere l’antidoto alle scelte di guerra dell’attuale governo, sta alimentando una illusione piuttosto perniciosa. Facilitare la strada a chi non vuole prendersi impegni chiari già da oggi, significa riconsegnare le sorti del movimento contro la guerra a chi, una volta al governo, ci riporterà nel gorgo fatto di mezze misure formali e scelte sostanziali, anche se in Parlamento siederà qualche deputato di buona volontà costretto però a piegare la testa a “ragioni superiori” e a cercare poi di giustificarle maldestramente.

Se a Roma sabato 21 giugno sfileranno due cortei contro il riarmo e la guerra, sarà come una proiezione sul futuro che ci attende, anche dentro “tempi di ferro e di fuoco” come quelli che stiamo attraversando.

Il problema non è la riuscita o meno di una manifestazione sacrosanta ma il “come” pensiamo di attraversare questi tempi e, come diceva qualcuno, “per unirsi occorre definirsi”. Meglio farlo adesso che quando i fatti saranno ancora più drammatici e incombenti di quanto lo siano adesso.

Per questa ragione sabato 21 giugno saremo in piazza, con il corteo che partirà da Piazza Vittorio.

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18/06/2025

Dire no al riarmo è dire no alla Nato. Perché saranno due i cortei a Roma il 21 giugno

Quello che sta succedendo è sotto gli occhi di tutte e tutti: la “Terza guerra mondiale a pezzi” ha un’accelerazione senza precedenti con l’attacco diretto di Israele contro l’Iran, il genocidio a Gaza, l’investimento europeo nel conflitto ucraino, la guerra commerciale degli USA di Trump, la corsa folle al riarmo a cui assistiamo da mesi.

Tutto ciò non sta avvenendo per caso o per la “pazzia” di singoli leader politici, ma è il frutto del nostro sistema economico e politico. Ormai ci viene detto senza alcuna ipocrisia: le classi dominanti degli Stati Uniti, e il blocco “occidentale” che hanno costruito intorno a loro, vogliono continuare a mantenere il predominio a livello mondiale, e per farlo devono impedire a nuovi attori, che siano la Cina o potenze regionali, di acquisire spazio e di crescere.

Questa rinnovata aggressività imperialista ovviamente va a danno di tutti i popoli e delle classi lavoratrici: innanzitutto di quelle del Sud del Mondo bombardate, affamate, sterminate, o costrette a intrupparsi dietro i loro leader quasi sempre tradizionalisti e autoritari, ma anche di quelle occidentali, che sempre più si vedono spinte verso l’economia di guerra e i sacrifici che questa comporta, mentre subiscono gli effetti della crescita dell’estrema destra, che negli USA e nella UE torna ad essere lo strumento politico per gestire la crisi del capitalismo.

È in questo contesto che prende tutto il suo senso il vertice della NATO previsto a L’Aja dal 24 al 26 giugno. Si tratta di un momento estremamente importante perché in quest’occasione i leader della NATO dovranno decidere di quanto dovrà crescere la spesa militare dei membri dell’Alleanza. All’attuale obiettivo del 2% del PIL ne subentrerà uno nuovo: 3%, 3,5%, forse addirittura 5% come richiesto da Trump. Quest’aumento della spesa manderà un segnale chiaro al mondo: “facciamo sul serio, siamo disposti a tutto, state al posto vostro e accettate di trattare alle nostre condizioni”.

Proprio perché questo momento è così importante, e proprio perché è la NATO a guida USA che impulsa i vari piani di riarmo europei, sono state chiamate il 21 giugno manifestazioni in tutta Europa, in modo da far sentire come i nostri popoli rifiutano il riarmo e rifiutano il macello che, come la Storia insegna, puntualmente gli fa seguito.

L’Italia, da sempre paese a sovranità limitata perché occupato dagli USA con cento basi militari e perno dell’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo, con il Governo Meloni, uno dei più filo-atlantici di sempre, alla faccia del “sovranismo” della destra, si sta allineando. 40 miliardi in più saranno progressivamente incanalati verso la guerra e non ai nostri veri bisogni, a scuole, ospedali, messa in sicurezza del territorio e transizione ecologica, sostegno sociale per chi è in difficoltà.

Il ministro Crosetto lo dice chiaramente: “Il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti. Ogni Paese ha un ruolo assegnato. Così, contribuiamo anche a costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato”. Sono insomma gli USA e la NATO che impulsano le mosse dell’Unione Europea e il suo piano di riarmo (che peraltro finanzierà tante imprese statunitensi).

Per questo anche in Italia, facendo seguito alla piazza del 15 marzo che si opponeva alla NATO e al piano di riarmo europeo, come Disarmiamoli abbiamo lanciato un appello per costruire il 21 giugno, in concomitanza con il vertice NATO (infatti proprio a L’Aja e in diversi paesi europei è prevista una mobilitazione contro il summit!), per accendere un riflettore e indicare i veri responsabili a un’opinione pubblica italiana che in stragrande maggioranza è contraria alla guerra, ma non agisce poi politicamente perché non sa bene come e con chi prendersela o cosa si può fare.

A questo nostro appello hanno risposto circa 80 realtà, tra cui le realtà giovanili e studentesche più attive del paese, i sindacati di base che hanno indetto un coraggioso sciopero per il 20 giugno, i portuali che a Genova e Salerno hanno bloccato il transito di armi verso la Palestina, i giovani palestinesi, il movimento NO TAV e chi resiste alla devastazione del territorio.

Altre realtà vicine al centrosinistra non hanno risposto, e hanno deciso di lavorare a una seconda piazza. Un errore a nostro avviso, perché una piazza unica sarebbe stata molto più forte nel denunciare ciò che NATO, Unione Europea e Governo Meloni stanno determinando, e perché le cose che ci accomunano sono tante. Ma è un errore che dipende da una presa di posizione politica di fondo per le prospettive. Tanto che anche i tentativi di mediazione che sono stati fatti, sono stati rifiutati da chi ha indetto la seconda piazza che ha precisato che intendeva fare “un loro corteo”. È giusto esplicitare quindi le motivazioni, perché possono rappresentare un momento di dibattito e crescita politica.

Per noi è del tutto evidente – lo ammette persino Crosetto! – il ruolo della NATO in questo passaggio e che il 21 giugno bisogna scendere in piazza mettendo al centro questo tema. Di cortei “contro la guerra”, senza altri aggettivi, ce ne sono stati tanti in questi anni. Ora abbiamo l’occasione, perché sono le nostre stesse classi dominanti a fornircela, di poter far compiere un salto in avanti al movimento contro la guerra.

Gli organizzatori della seconda piazza invece sulla questione NATO tacciono e vogliono tacere. Il motivo è lampante: si tratta di una piazza dell’area del centrosinistra che mira a fare assumere a tutto il centrosinistra e in particolare al PD, una posizione più “pulita” su questo tema e contraria al riarmo, visto che il PD si è diviso tra chi è a favore e chi contro al piano europeo.

E che così costruisca una coalizione larga, che recuperi il movimento No War verso le elezioni 2027. Se questo è lo scopo politico, bisogna per forza tenere il livello di politicizzazione più basso, tenere l’appello generico, limitarsi a contrastare il piano europeo, mentre si enuncia la possibilità di una “difesa comune europea” che sarebbe l’alternativa. Come se la difesa comune non implicasse una maggiore integrazione tra le borghesie europee e le loro imprese di morte, come se la “difesa comune” non implicasse individuare dei “nemici comuni”.

Noi di Disarmiamoli vogliamo affermare invece con chiarezza che la prospettiva che ci propongono i “campisti” del centro sinistra non ci piace e vogliamo lavorare per un’alternativa politica e di classe distinta fortemente dagli aggregati ambigui che periodicamente si ripresentano e che spesso portano alla sconfitta.

Insomma, è ovvio che se bisogna costruire un centrosinistra di Governo bisogna essere “responsabili” e non ce la si può prendere né con la NATO né con i motivi profondi di questa situazione. D’altronde i 5 Stelle che saranno in piazza sono stati i primi ad accettare l’aumento al 2% delle spese militari come richiesto in passato dalla NATO, a far crescere l’export di armi verso Israele, oltre a votare per l’invio delle armi in Ucraina e il PD – intorno a cui è nato il solito balletto c’è/non c’è Schlein, che toglie spazio ai motivi della manifestazione – ha sempre votato per le avventure militari italiane, dai banchi del governo e dell’opposizione.

A noi, nel rispetto della sensibilità di tutti, non interessa portare acqua a questo tipo di operazioni politiche o portare a Roma 40 bus, come stiamo facendo, per poi ascoltare dichiarazioni politiche di forze che non ci rappresentano. Noi vogliamo scendere in piazza per mettere in evidenza questi punti:

- No alla NATO e all’aumento della spesa militare a cui ci obbliga la partecipazione all’Alleanza, sì a diplomazia, negoziati, coinvolgimento dell’ONU;

- No al piano di riarmo europeo, alla formazione di un esercito comunitario e a ogni politica bellicista dell’UE, sì a spese sociali, in sanità, istruzione, transizione ecologica;

- No alla costruzione della fortezza Europa, al respingimento e alla morte di migranti, all’Iinquisizione degli attivisti che salvano vite;

-No all’estrema destra, ai decreti sicurezza, ai software israeliani usati per spiare giornalisti, alla “guerra sporca” contro i movimenti sociali;

- Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso Israele, rottura delle relazioni diplomatiche e militari con lo stato sionista;

- Sostegno alla Resistenza palestinese e ai popoli che subiscono le aggressioni imperialiste.

Per noi questa è la piattaforma che conta se vogliamo avere una reale autonomia, evitare che il movimento No War venga recuperato e tradito di nuovo, se vogliamo dimostrare proprio a quel ceto politico, come è successo con la Palestina, che la società che si sta mettendo in moto è molto più consapevole di lui e ha voglia di posizioni chiare e non del solito cerchiobottismo italiano. Facciamolo, dando spazio alla ricchezza e alla diversità di ognuno. Non è troppo tardi per scegliere chiaramente da che parte stare.

Continueremo a confrontarci con chiunque voglia mobilitarsi, ci auguriamo che entrambe le piazze siano strapiene e debordanti, ma crediamo che questo sia il momento delle parole e delle lotte senza se e senza ma. Ci vediamo il 21 giugno alle 14 in Piazza Vittorio a Roma!

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10/02/2025

Il primo esperimento storico di un governo di centro sinistra fu un disastro...

di Luciano Canfora

...che si è ripetuto nel tempo, fino ai giorni nostri.

Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni, Noske, commissario del popolo all’esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del «Vorwärts» occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio).

Ma la soluzione parlamentare era pronta: il centro-sinistra. [...]

Sul peso dell’affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel cruciale gennaio 1919 si è molto speculato.

Il perbenismo socialdemocratico si è speso tutto in difesa di Noske, per scagionarlo dalla responsabilità dell’assassinio di Liebknecht e della Luxemburg.

Tempo sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps, bensì che la neonata «democrazia» tedesca tollerasse – per spirito legalitario – l’esistenza dei Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i militanti di sinistra.

Il loro apporto alla nascita del movimento nazista è ben noto.

Peraltro un po’ di gratitudine dall’estrema destra Noske se la guadagnò con la sua azione (egli era ministro dell’Esercito e della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di quella che consacrò ad espugnare la sede del «Vorwärts»). [...]

Ad ogni modo, la tesi che l’insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l’opinione pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale è fragile.

Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo «anti-democratico» proveniente da sinistra.

Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della «democraticità» della dirigenza socialdemocratica.

Il contraccolpo elettorale poté averlo, semmai, l’Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court assimilata – dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico) – alla Lega di Spartaco.

Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico.

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25/11/2024

Uruguay - Vince il centro-sinistra: Orsi è il nuovo presidente

La vittoria al ballottaggio del fronte di centro-sinistra è stata riconosciuta dalla coalizione avversaria già prima che lo spoglio dei voti fosse ufficialmente terminato. Il nuovo presidente, Yamandù Orsi, 57enne insegnante di storia ha dichiarato che intende governare un Paese che sia “per tutti”, annunciando la volontà di dialogare con le opposizioni e con il suo avversario elettorale di destra, Álvaro Delgado.

La coalizione di governo uscente, di centro-destra, aveva preso il potere nel 2020 quando, dopo 15 anni, la sinistra era stata sconfitta alle urne.

Le prime elezioni, tenute circa un mese fa, non avevano decretato un vincitore, pur evidenziando il trend che è stato nella notte confermato: con un’affluenza del 90% (il voto è obbligatorio in Uruguay) il Frente Amplio, la coalizione di centro-sinistra, ha ottenuto circa il 49% dei voti rispetto al 46% del Partido Nacional, la coalizione di destra.

La coalizione di governo, come avvenuto in altri Paesi dell’America Latina, è stata scalzata dalle opposizioni ma la campagna elettorale e il passaggio di testimone sono stati meno agitati che altrove. Probabilmente anche perché quella di Orsi è una sinistra moderata, che prevede politiche di welfare e ambientali ma non disdegna progetti di legge a sostegno del mercato e degli investimenti privati.

Il 57enne, che entrerà formalmente in carica a marzo, ha sempre dichiarato di ammirare e ispirarsi all’ex presidente Pepe Mujica, che ha riconosciuto Orsi come suo delfino e ha annunciato prima delle elezioni il suo addio alla vita politica dopo 40 anni.

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07/03/2023

Giorgia su TikTok, Elly su Twitter, antropologia del centrosinistra

La politica istituzionale italiana degli ultimi 30 anni ha subito diverse mutazioni antropologiche, riguardanti comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. All’inizio degli anni ’90, Max Gallo, storico della politica poi membro dell’Académie française, definì l’Italia, allora nel periodo della fine dei partiti di massa, come un laboratorio utile per capire le mutazioni della politica in generale.

È per questo che, dopo anni di Silvio Berlusconi, nel nostro paese non ci si è certo stupiti per il fenomeno Trump anche se, con l’emergere dei social di massa a metà anni 2000, il terreno per le mutazioni della politica si è fatto globale con il declino di quelli che un tempo erano i laboratori privilegiati di analisi.

Nelle scorse settimane abbiamo fatto uscire una antropologia della destra basata sull’analisi di TikTok come social paradigmatico di un comportamento legato all’identità politica. Questa volta, se vogliamo delineare una antropologia digitale del centrosinistra, il social paradigmatico da analizzare è Twitter.

Questo non significa che a sinistra non si usi TikTok oppure che a destra non si faccia largo uso di Twitter ma, piuttosto, che il primo è paradigmatico per la formazione di identità e comportamenti di destra e il secondo è paradigmatico per la formazione di questi fenomeni in area centrosinistra.

Del resto l’antropologia digitale, quella che si occupa delle evoluzioni della natura umana intrecciate con le mutazioni tecnologiche, da tempo è in grado di farci capire quanto sia cambiata lo società in fenomeni che, dalla fine degli anni ’90, non sono più di nicchia o emergenti ma dominanti.

Dallo storico libro di John Postill dedicato alla politica digitale e all’impegno politico si comprende come Twitter serva a identità politiche come quelle progressiste per strutturarsi sia in quanto opinione pubblica, soggetto informato, soggetto di dibattito e fenomeno di mobilitazione. Nonostante l’enorme uso di immagini, video e meme, e l’uso della parola in pochi caratteri, Twitter è un’eredità dell’opinione pubblica liberale classica: è guidata dalla parola, dalla presa di posizione, dal dibattito e dalla polemica. Non a caso, prima dell’acquisto da parte di Elon Musk, Donald Trump fu espulso da Twitter: negava pienamente, oltre agli interessi del management di allora, questi caratteri costitutivi progressisti del social.

Allo stesso tempo Twitter è il social che viene usato per commentare in tempo reale i dibattiti televisivi. E qui bisogna dire che Elly Schlein ha vinto il recente duello con Bonaccini nonostante quest’ultimo abbia fatto largo uso di Bot. Molto semplicemente perché il Bot, che è una estensione seriale di prese di posizione a favore di un candidato, non può essere originale, e quindi trascinante, quanto le prese di posizione dei sostenitori reali.

Elly Schlein ha quindi bucato lo schermo televisivo e Twitter sia come strumento di coesione identitaria e comportamentale, come riproposizione del modello classico di opinione pubblica, che come strumento di commento alla tv.

La differenza con il modello di riproduzione dell’identità di destra è palese: dove quest’ultimo attinge a una cultura meno politica, con l’uso rituale della danza, come rappresentazione simbolica dell’espulsione del diverso su TikTok, la formazione dell’identità di centrosinistra si esalta su Twitter in un uso del discorso pubblico più apertamente politico, più attento alle dinamiche dettagliate dell’informazione. Questo non significa che non ci siano ibridazioni tra questi modelli, e ce ne sono, solo che se vogliamo trovare un fondamento ultimo nelle due formazioni identitarie lo troviamo per il social cinese nella cultura di destra e in quello americano, che politicamente emerse nelle rivoluzioni arabe, per la cultura centrosinistra.

Quali ceti sociali riempiono le strutture rilevate da questa antropologia digitale? Gli stessi per destra e centrosinistra dal ceto medio, alle classi subalterne, ai nuovi poveri ai ceti medio-alti. L’egemonia di un social utilizzato, piuttosto che l’altro, serve per capire dove stanno i confini antropologico-politici di un paese che appare nettamente spaccato come una mela, in ogni ceto sociale, come accaduto durante la recente polarizzazione Lula-Bolsonaro. Del resto tra destra e centrosinistra è diversa anche la valorizzazione dello spazio: più utilizzato a destra lo spazio postpolitico (la rappresentazione digitale di salotti, palestre, discoteche) mentre il centrosinistra tende a esaltare la presenza nella piazza classica (come recentemente a Firenze).

Definito questo confine, tra TikTok e Twitter, tra luogo postpolitico e piazza, si capisce dove si trovino comportamenti, lotta per il potere, dimensione simbolica, distribuzione della ricchezza, rituali e modalità di partecipazione di massa. Una nuova antropologia politica è in corso, indubbiamente, in una società che è statica solo per i distratti.

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28/09/2022

ll centrosinistra è finito

La tornata elettorale del 25 settembre 2022 marca diversi spartiacque storici. È chiaro quello del centrodestra – nel quale la mutazione si compie nel cambio di egemonia da un partito più legato a una multinazionale della comunicazione a uno che deve tenere in equilibrio rapporti con grandi aziende, governance europea e rabbia che viene dal basso – mentre è probabilmente meno chiaro il fatto che il centrosinistra ha esaurito il proprio percorso storico. Naturalmente una serie di riflessioni post voto che non partono da come si muove la società, ma giusto dalla lettura della legge elettorale, suggeriscono un centrosinistra nuovo entro “campi larghi” per non dire sconfinati. In realtà è la materialità del processo storico detto centrosinistra che è venuta meno e qui il problema è solo di quanto tempo avrà bisogno la politica per adeguarsi alla realtà. Di qui qualche riflessione meno legata al presente che poi sfocia negli scenari futuri di questo paese.

Passato

L’espressione politica “centrosinistra” precede di oltre dieci anni la nascita dello stato unitario italiano. Definiva uno dei due schieramenti, l’altro era ovviamente il centrodestra, del parlamento dello stato sabaudo. Dovrebbe aiutare a capire qualcosa di oggi, visti i processi di mimesi e di adattamento al presente di mondi del passato, il fatto che si trattasse di un parlamento di uno stato monarchico votato su base censitaria. Un qualcosa di simile ai consigli di amministrazione odierni eletti da un numero ristretto di proprietari di pacchetti azionari, in questo senso non molto lontano da tante forme di funzionamento delle organizzazioni del presente.

Qui troppi anni di un lessico politico, soprattutto mediale, fatto di centrosinistra come parte di un “bipolarismo”, elemento di “efficienza” che deve presidiare il “centro strategico per vincere” hanno drogato, di molto, la comprensione dei processi antropologici in politica, specie quelli della verticalizzazione del potere. Processi che, tra l’altro, ci rivelano come la statualizzazione delle relazioni sociali, dove è contenuto lo spazio istituzionale del politico, non elimina la tribalizzazione dei rapporti di potere troppo spesso banalizzati come fenomeno di folklore legato a pratiche di corruzione.

La prima stagione storica, repubblicana, del centrosinistra in Italia è comunque quella degli anni ’60, l’Unione europea è praticamente un neonato che porta ancora un altro nome. Qui l’alleanza tra forze di centro e di sinistra comincia con le riforme della scuola media e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, importanti per la modernizzazione del paese in quel periodo ma finisce presto per impantanarsi nella lotta tra gruppi clientelari, di tutti i partiti, per l’accaparramento di risorse tramite la politica. Quando arriva il ’68 sarà quest’ultimo il volto del centrosinistra con il quale farà i conti la grande contestazione generale. Il centrosinistra degli anni ’70, successivamente rinominato pentapartito, sarà soprattutto una questione di redistribuzione ineguale di spesa pubblica tramite i partiti, predazione di risorse pubbliche, paralisi delle grandi scelte strategiche poi pagata, dal paese, dagli anni ’90 in poi.

A partire dalla vittoria di Berlusconi del 1994 il centrosinistra rinasce non come rielaborazione critica del ventennio ’60-’80 ma come risposta speculare all’emergere del centrodestra con alcune caratteristiche: definizione, sulla base soprattutto dell’esperienza americana, di un sistema elettorale bipolare dove il “centro” è comunque il terreno decisivo per vincere le elezioni e la “sinistra” un elemento portatore di voti. Questo entro due esigenze materiali: il centro, inizio anni ’90, esprimeva le esigenze ordoliberali della nascente ristrutturazione UE e della stabilizzazione sociale, la sinistra portava voti in nome dell’emergenza democratica rappresentata dalla crescita del centrodestra. Fino al secondo governo Prodi, per il centrosinistra, questo schema ha, con qualche scossone, tenuto. Con le elezioni del 2008, la sinistra parlamentare, sfinita dal consenso garantito alle ristrutturazioni economico-sociali imposte dal centro, svanisce (da 150 parlamentari a zero in una elezione) e rimane come simulacro entro un PD soprattutto attento alle esigenze delle privatizzazioni e delle politiche di bilancio e della mai sopita economia della predazione di risorse che si attua attraverso la politica istituzionale. Questa dinamica, con un PD denominato centro e sinistra assieme più qualche partito ascaro ai lati, durerà fino ai nostri giorni. Fino a oggi, periodo nel quale Fratelli d’Italia, nella analisi dei flussi di voto, fa il pieno nei ceti sociali – dai giovani al ceto medio a quelli definiti “deboli” – pensati come la struttura elettorale del centrosinistra.

Presente

È nell’evaporazione del centro la spiegazione di una delle cause fondamentali dell’esaurirsi del centrosinistra. Il “centro” pensato negli anni ’90 sia come terreno di stabilizzazione sociale espresso dai ceti medi e medio alti e inteso come terreno propulsore di ristrutturazione e innovazione. Intendiamoci, la middle class è da tempo materialmente esplosa negli Usa, paese a cui si rifà molta della letteratura elettorale italiana, trasformandosi da elemento di stabilizzazione in fattore anche socialmente e politicamente tellurico (l’esperienza Trump insegna qualcosa) ma in Italia ci sono della particolarità. La prima è il modo nel quale il centro è un fattore di destabilizzazione sociale. L’alto voto giovanile alla lista Calenda-Renzi, quella che promuove il liberismo attaccando le esigenze dei ceti deboli, è un esempio di destabilizzazione della società da parte del centro fattasi proposta politica che esprime un tipo di sociale nel quale domina la lotta per sottrarsi reciprocamente le risorse. La seconda è che le ristrutturazioni e le innovazioni promosse dall’UE, e gradite al centro, non stabilizzano la società ma la espongono a dinamiche di serio rischio che poi producono una forte domanda elettorale di ordine, quindi di destra. Il centrosinistra degli anni ’90 poggiava tra l’altro su un tessuto volontaristico e mutualistico oggi ridotto spesso a dinamiche di aziendalizzazione anche queste fattore di destabilizzazione nella produzione di solidarietà sociale. In un contesto d’invecchiamento demografico, ridotta mobilità sociale, crisi del legame sociale e d’inesistente redistribuzione della ricchezza è evidente che la sinistra trova molto difficoltosamente uno spazio materiale che, storicamente, ha visto nei più giovani un elemento propulsivo assieme alla cura del legame sociale e al conflitto inteso come dinamica di redistribuzione della ricchezza. In questo senso dovrebbe far riflettere che l’unico cartello elettorale esplicitamente di sinistra, l’allenza SI-Verdi, ha raccolto poco più del tre per cento e, a parte un programma concettualmente scheletrico, soprattutto voti tra i ceti medi riflessivi e quelli medio alti.

Il centrosinistra è quindi finito come dinamica sociale, quella degli anni ’90, con il centro strategico e la sinistra in grado di garantire i voti che mancavano per vincere le elezioni per esaurimento di una parabola sociale e politica nell’effetto impoverimento, di cui lo stesso centrosinistra ha gravi responsabilità storiche, della società italiana. Non è ancora finito come dinamica di estrazione e predazione di risorse, strategia di collocazione sociale, attraverso la politica istituzionale. In questo senso i campi larghissimi del prossimo futuro servono a questa dinamica di accumulazione di ricchezza tramite le politica, nel tentativo di aggregare i ceti politici esistenti, ma molto poco alla società.

Futuro

Ci sono due forme di aggregazione sociale che, nella politica, tendono a riprodursi nel tempo. La prima è una dinamica di centralizzazione di risorse e decisioni simile ai consigli di amministrazione o eletti da un numero ristretto di proprietari di pacchetti azionari. Come abbiamo visto è una dinamica che viene da lontano, dall’Italia preunitaria. La seconda è legata al fatto, che si riproduce nel tempo che la statualizzazione delle relazioni sociali, dove è contenuto lo spazio istituzionale del politico, non elimina la tribalizzazione dei rapporti di potere riproducendo, anche in periodi storici diversi e in formazioni “progressiste”, dinamiche di forte diseguaglianza sociale.

La forma politica del centrosinistra riproduce, nel tempo, queste due forme. La novità è che sembra proprio socialmente esaurita, la realtà, come sempre accade, è che proverà a riprodursi a prescindere da una base materiale concreta. Se il centrosinistra è socialmente finito, il problema delle sinistre è quello di trovare spazio in una società del genere, centrifuga, invecchiata, desolidarizzata, attraversata da conflitti per le risorse scarse tra ceti sociali, le cui dinamiche economiche sono pesantemente condizionate dall’alto (sia in senso finanziario sia di governance europea). Ci vogliono iniezioni di conflitto? Bisogna insistere sulla redistribuzione? Sono domande sensate ma l’impressione è che senza un modello economico, nel quale si connettono produzione di ricchezza e solidarietà diffusa riducendo fortemente la forbice sociale, a sinistra non si va da nessuna parte. E questo modello manca dalla caduta del muro di Berlino e dalla nascita della seconda globalizzazione. Da quando il centrosinistra, nella debolezza strutturale delle sinistre, si è ricavato uno spazio del politico durato circa tre decenni. Ora si aprono nuovi spazi mentre nel frattempo, come si vede, sono occupati da una destra che non ha avuto difficoltà a conquistare giovani, donne, operai, partite IVA, ceto medio, tutte categorie nelle quali è egemone nelle analisi dei flussi elettorali.

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12/03/2019

La voce del padrone

Mr tamburino non ho voglia di scherzare
Rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare

A forza di concentrare tutta la critica politica su Renzi e il presunto “renzismo”, in perfetta continuità con Berlusconi e il “berlusconismo”, Craxi e il “craxismo” e via scivolando, eccoci servita la riesumazione del centrosinistra. Messa in naftalina la parentesi democristiana, la voce del padrone torna a farsi rappresentare dalla più gestibile genia socialdemocratica. Zingaretti dunque, attorno a cui ricostruire le ragioni elettorali del nuovo fronte antipopulista. Fa specie, come sempre, la reazione della “sinistra”. Sembrava, il Pd, messo definitivamente al suo posto: il partito del grande capitale, soggetto neocentrista attorno al quale coagulare la classe dirigente dello Stato, veniva indicato come avversario naturale delle ragioni delle lotte di classe. E invece, scopriamo con la solita ingenuità, era solo Renzi il problema. Estromesso il giglio magico, riecco le alleanze territoriali, i cantieri politici, i fronti unitari. Ecco di nuovo le speranze future e gli appelli alla convergenza.

Ingenui, ripetiamo, e come diciamo spesso l’ingenuità in politica è una delle colpe più gravi. Ancora una volta ci siamo cascati. Davamo per scontata la naturale avversità al Pd esattamente come naturale appare l’avversità a Forza Italia, alla Lega o a chissà quale altro soggetto politico della piccola e grande borghesia. Illusi. La critica al renzismo mascherava il risentimento verso qualcosa che veniva scippato dall’alto: la possibilità di riproporre sine die l’alleanza tra diverse sinistre, quella “moderata” e quella “radicale”, prima e unica strategia politica delle “forze” “a sinistra” del Pd. E’ l’Unione l’obiettivo, con Ferrero al dicastero della briscola e i comunisti filosovietici al ministero dell’ingiustizia. Quello è l’obiettivo minimo e massimo pensabile, dileguato dal renzismo “a vocazione maggioritaria” e proprio per questo odiato senza mediazioni. Con Zingaretti è tornato il liberismo dal volto umano, la buona gestione amministrativa, l’attenzione al territorio, la comprensione delle istanze sociali (in realtà meramente corporative) “dal basso”. Scompare dalla sera alla mattina la natura obiettiva e impersonale del Pd, la sua vocazione politica che prescinde dai singoli rappresentanti, selezionati in base alla contingenza politica.

Certo: di fronte all’incompetenza manifesta e al liberismo mediato dalle retoriche sovraniste dell’attuale maggioranza, persino il Pd si trasforma in soggetto credibile, quantomeno più credibile dell’accrocco governativo gialloblu. Eppure, due cose. La prima, che il Pd non è, neanche nel peggiore dei casi, “meglio” del populismo al governo: il Pd è un problema maggiore del M5S o della Lega. La seconda, che il populismo che oggi governa contro la propria capacità lo fa perché esiste il Pd, cioè esiste una destra che si presenta mediaticamente sotto la veste narrativa della “sinistra”, per quanto moderata, moderna, liberale e via eufemizzando, rinnovando quotidianamente l’assioma (verissimo) “sinistra = mercati finanziari, palazzinari e Unione europea”. Tutto questo è però, evidentemente, incomprensibile. Sarà solo una nuova stagione di lotte di classe, in cui si faranno le ossa nuovi militanti e futuri nuovi dirigenti, che spazzerà via questa stanchissima riproposizione in trentaduesimi del fatidico centrosinistra, mostro politico dai mille volti e dall’unico significato: ricostruire un tetto giuridico-salariale al mondo dell’attivismo sociale momentaneamente sotto attacco del populismo.

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05/03/2019

Elezioni europee, De Magistris rinuncia

Si sapeva da sabato sera, dopo la conclusione dell’assemblea di DemA, ma soltanto stamattina è arrivata la conferma ufficile: “Per quanto mi riguarda non ci sono gli spazi per essere presente alle europee e nemmeno con una lista che faccia riferimento al movimento DemA”.

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a margine della presentazione di un’iniziativa a Palazzo San Giacomo, ha spiegato che “tutti volevano una mia presenza totalizzante per le europee, ma chi ha esperienza politica e come me ha il dovere di amministrare deve avere la maturità, la saggezza e l’attenzione a valutare bene ogni cosa”.

Il progetto politico, ha affermato il sindaco, comunque “va avanti e vede in demA uno dei punti di riferimento insieme ad altri”.

Si chiude così la possibilità di mettere insieme una coalizione alternativa al Pd e alla destra leghista, oltre che ai Cinque Stelle, su cui tutta l’area cosiddetta “di sinistra” si era come sempre attivata soltanto in vista delle elezioni.

Anche Potere al Popolo, com’è noto, ha partecipato alle fasi di discussione tra le varie “anime” di questo mondo tanto composito quanto socialmente ormai poco radicato, dopo un voto in piattaforma. Bisogna dire che PaP è stata anche l’unica formazione a portare alla discussione dei contenuti chiari, “sconvolgendo” molti dei presenti, abituati a “badare alla ciccia” (le candidature in collegi potenzialmente interessanti) piuttosto che alle proposte da portare all’attenzione degli elettori. Un’attitudine, questa, che spiega già da sola perché “la sinistra” sia ormai estranea alle dinamiche sociali effettive.

Ma il tempo speso in questo tentativo, inutile girarci intorno, appare oggi come tempo perso.

Il sindaco e il suo entourage hanno provato in tutti modi a trovare la quadra tra orientamenti ideali opposti (gli “europeisti senza se e senza ma” di Diem, Possibile, Sinistra Italiana, sia pure con accenti critici diversi, ostili financo alla presenza di PaP al tavolo), interessi pratici urgenti (molti “partiti” rischiano di sparire se non riescono ad eleggere almeno un parlamentare), veti reciproci e quant’altro si può immaginare.

Alla fine ha dovuto dire basta: troppo grande il rischio di andare alle europee con una lista più ristretta di quella considerata indispensabile per superare la soglia di sbarramento (4%), senza poter raccogliere le firme necessarie (180.000, con almeno 3.000 per ogni regione, per quanto piccola), con una coalizione litigiosa su quasi tutto.

Per chi legittimamente punta, il prossimo anno, a lanciare la sfida per la Regione Campania, le elezioni europee potevano essere un trampolino di lancio. Ma guai a trasformarlo in un flop.

Di certo hanno giocato un ruolo negativo altri “tavoli” allestiti in parallelo, che coinvolgevano parte delle forze che nel frattempo discutevano con De Magistris; e che oggi appaiono come semplici ostacoli posti per far fallire quel tentativo e portare – secondo logica – qualche vecchio “cespuglio” nell’alveo ammuffito del “centrosinistra”. Ovviamente quello riverniciato con le icone di Zingaretti e Landini, ma con l’identico programma di Renzi e Confindustria (a partire dalla Tav).

I micromondi che avevano pensato ancora una volta di poter ottenere un risultato mediante semplice affastellamento di soggettività restano dunque in mezzo al guado. Rifondazione ha comunque – sembra – la possibilità di presentarsi grazie al simbolo della “Sinistra europea”, che nella scorsa legislatura continentale aveva raccolto tre parlamentari italiani (Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli) e ha “preso l’iniziativa di proporre la presentazione di una lista unitaria della sinistra antiliberista mettendo a disposizione i simboli della Sinistra Europea e del nostro gruppo parlamentare ‘Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica’ GUE/NGL”, allo scopo di “favorire un’ampia confluenza di formazioni politiche e settori di movimento a pochi mesi dalle elezioni europee del 26 maggio 2019”.

In mancanza di candidature mediaticamente forti come quella del sindaco di Napoli, però, le potenzialità di una lista così sono inevitabilmente ridotte.

Resta perciò totalmente inevasa la domanda di una rappresentanza politica in grado di essere anche rappresentanza elettorale per orientare il “blocco sociale” popolare in direzione opposta a quella piddin-leghista-grillina.

E, da quel che abbiamo visto anche in questa occasione, questa rappresentanza politica va costruita con pazienza, determinazione, serietà, prendendo in considerazione la partecipazione a momenti elettorali in funzione di questo obbiettivo, e non “ad ogni costo”.

Ossia fuori dai miti consolatori, dalla coazione a ripetere sempre lo stesso errore, dalle logiche perverse della “sinistra” che scopre “il bisogno di unità” quando c’è da fare una lista elettorale e si divide il giorno dopo le elezioni. E qualche volta anche prima...

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23/02/2019

La “mossa” del Cinese

Si era parlato di lui nei giorni scorsi come candidato “forte” (in verità più nei corridoi che pubblicamente), ma con l’intervista di oggi a il manifesto, Sergio Cofferati è tornato a materializzarsi nello scenario politico della cosiddetta “sinistra” in previsione delle elezioni europee. E il “Cinese” lo ha fatto alla sua maniera, andando dritto al problema e sparecchiando il tavolo su ogni illusione che in Italia ci potesse essere una “sinistra” diversa da quella impaludatasi da anni.

Cofferati infatti ha in mente una lista europeista in salsa rosso-verde “che vada da Rifondazione comunista, Sinistra italiana, Diem, Possibile ai Verdi”. Ma che tenga fuori Potere al Popolo e qualsiasi interlocuzione europea che non sia compatibile all’europeismo riformista (come Melenchon e la France Insoumise per esempio).

Nell’intervista Cofferati lo chiarisce con nettezza: “De Magistris, per ragioni a me incomprensibili ha provato a mettere insieme formazioni incompatibili fra loro. Fra queste Prc, Si, L’Altra Europa, Diem, Possibile, fanno riferimento al partito della sinistra europea e sono europeiste. Invece Potere al popolo ha un orientamento distruttivo verso l’Europa. Non c’era convergenza possibile.”

Distruttivo? PaP è contro i Trattati, proprio come le altre forze di quel tavolo.

“Noi siamo contro alcuni Trattati. PaP non c’entra con il partito della sinistra europea, ne è un feroce oppositore, come il francese Mélanchon a cui si collega, che è contro l’Europa”.

Bisogna ammettere che “il Cinese” dice con chiarezza l’esatta ragione della discesa in campo della “sua” coalizione nel mentre le stesse forze stavano dialogando con il sindaco di Napoli: impedire che “alla sinistra” del Pd si realizzasse – anche sul piano elettorale – un qualcosa di davvero dirompente, ossia capace di indicare con nome e cognome il vero “potere politico” negli equilibri di questo Continente. E quindi di proporne la rottura come condizione minima indispensabile per realizzare una qualsiasi politica economica e sociale a favore delle classi popolari.

Appare dunque fin troppo evidente come l’uscita di Cofferati sia la “rivendicazione” di aver lavorato con successo, insieme ad altri, per costruire sulle elezioni europee un’altra ipotesi rispetto a quella di cui si va discutendo da mesi; una lista classicamente “europeista senza se e senza ma”, con qualche tiepida velleità di revisione di alcuni trattati (quali però, non è mai stato dato sapere: Maastricht, Six Pack, Two Pack, Mes, Fiscal Compact, Dublino, il complessivo impianto del Trattato di Lisbona, etc.), o comunque una operazione tesa a far fallire l’ipotesi di lista elettorale su cui sia Potere al Popolo sia De Magistris avevano provato – con maggiori o minori aspettative – a lavorare.

Nella giornata di ieri avevamo parlato di tavoli di discussione multipli e a geometrie politiche variabili nelle varie anime della “sinistra”, dal ritorno della “Ditta” alla direzione del Pd, alle centrifughe anime di Si e Leu e quant’altro. Come al solito la realtà ha superato la fantasia.

Come abbiamo scritto in molte occasioni, le elezioni non sono sempre un certificato di esistenza in vita, perpetuando sulle solite modalità rischiano di diventare un certificato di morte, politica ovviamente.

C’è urgenza di un’altra visione politica e della ricostruzione di nuove forme di interconnessione e rappresentanza con i settori popolari devastati dalla crisi e dall’impoverimento, settori che hanno affidato il loro rancore sociale alle forze che hanno costruito un governo anomalo. Un governo che porta dentro di sé la brutalità dei governi di centro-destra e contemporaneamente la capacità di ammortizzazione sociale dei governi di centro-sinistra. Un combinato disposto micidiale.

Per romperlo serve molto di più delle mosse del Cinese, in Italia come a livello europeo. Anzi, l’esatto opposto. E la rottura del quadro esistente è un presupposto decisivo per costruire e indicare qualsiasi alternativa popolare, democratica e internazionalista degna di questo nome.

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