Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/10/2022

Putin, la NATO e noi

Di seguito riportiamo il testo del nostro intervento, presentato durante il convegno nazionale dal titolo “La guerra in Ucraina, la crisi economica e il grande caos mondiale in arrivo. Che fare?”

La ‘questione guerra’ ha scompaginato il campo della sinistra radicale, almeno in Italia. Non è stata una novità, a ben vedere: è accaduto anche con la pandemia, pochi mesi prima. Divisioni, contrasti, imbarazzi e una fatidica incapacità di presentare quantomeno una lettura unitaria dei fenomeni in atto hanno confermato i problemi esistenti: invisibile nel “regime ordinario”, la sinistra che pretende di parlare a nome dei subalterni lo è anche in quello “straordinario”, totalmente incapace di “cogliere l’attimo” e di “accelerare la storia”, nonostante l’evidenza di essere una parte minoritaria della società e dunque l’opportunità di “fare di necessità virtù”.

Non fa parte degli obiettivi di questo intervento ipotizzare il perché di questa incapacità, “parossistica” anche rispetto a quanto capita negli altri Paesi occidentali. Qui vogliamo semplicemente sottolineare come le divisioni interpretative sulla guerra in Ucraina altro non sono che il punto di caduta di una questione spesso rimossa, ma che – quando affiorava – già nel passato era stata foriera di polemiche e contrasti. Mentre i contrasti sul Covid e, soprattutto, sulle misure di contenimento della pandemia dimostravano come il conflitto capitale vs lavoro avesse ormai ceduto il passo – nell’agenda di una sinistra radicale a parole, ma riformista nei fatti – alla centralità del sistema di libertà declinato individualmente, l’andare in ordine sparso sulla guerra è la conseguenza delle diverse valutazioni sul carattere imperialistico o meno della Russia di Putin.

Dicendo questo, vogliamo evitare un errore di fondo, che pure connota molte opinioni “di sinistra”: considerare l’attacco russo del 24 febbraio come un evento estrapolato dal contesto, finendo per assolutizzarlo. Basta avere rudimenti minimi di materialismo storico (anche solo di buonsenso, forse) per rigettare questo approccio, che conduce non solo a una visione decisamente parziale della realtà, ma pure all’accettazione della logica della tifoseria: se “la partita” è iniziata adesso, io ho poco tempo per decidere per chi fare il tifo. Finirò per scegliere seguendo la logica delle emozioni, con i risultati che possiamo ben prevedere.

Un evento così complesso come la guerra, invece, richiede “lo sguardo lungo” della Storia, attraverso il quale collocare gli attori in gioco all’interno dello scenario globale. Da questo punto di vista, c’è un consenso piuttosto unanime nel definire la Russia putiniana come un Paese capitalista, ovviamente, ma posizionato in una dimensione periferica e dipendente. La gestione stessa della guerra e le “ritorsioni energetiche” su cui fa perno Putin per minacciare l’Occidente – prima ancora di sventolare lo spaventapasseri nucleare – confermano questa interpretazione, a cui però va aggiunto un addentellato importante (rispetto al quale il consenso non è certo unanime): il carattere imperialista della Russia è equivoco, e non può essere definito in forza di categorie morali. D’altronde, lo status stesso di ‘Paese capitalista dipendente’ non la pone certo sullo stesso piano degli Stati Uniti, dai quali – invece – la Federazione russa intende “emanciparsi”, così da superare la già menzionata condizione di dipendenza e latente sottosviluppo.

La comune impostazione capitalistica non rende, infatti, i due Stati concorrenti su un piano di parità. Un ragionamento valido, da un certo punto di vista, anche per la Cina. Allo stesso tempo, la Russia attuale non ha niente a che vedere con quella sovietica. La Russia di Putin, di contro, va messa a confronto con il dissesto lasciato da Eltsin, pronto a offrire il suo Paese alle scorribande del grande capitale occidentale, fino al rischio di una completa balcanizzazione, come nella vicina Jugoslavia. Giunto al potere, Putin non trova la Rivoluzione bolscevica, ma un Paese intriso di neoliberismo che stava demolendo la sua economia e che sottoponeva lo Stato (e le sue istituzioni interne) a spinte centrifughe che risalivano sino ai tempi della perestrojka. Lo scenario della Guerra Fredda era già abbondantemente archiviato: lo testimoniava l’Anschluss subito dalla DDR e, con modalità appena meno drammatiche, il progressivo inserimento degli altri Paesi dell’ex Patto di Varsavia nell’area di influenza della Nato, spesso dopo una fase di “riscaldamento” nella comfort zone dell’Unione Europea. A corollario di tutto ciò si situano i molteplici tentativi di “regime change” attuati all’interno della Russia – nel momento in cui l’Occidente si rese conto di come Putin non avesse ereditato la compiacenza eltsiniana – e i golpe soavi e “colorati” che ne rendevano incandescenti le frontiere: parliamo di variabili ben note, eppure colpevolmente dimenticate quando si formula un giudizio sul comportamento odierno dello “zar” Putin. Pur non avendo sicuramente niente a che vedere con i Maestri del socialismo, Putin cerca di traghettare il suo Paese verso altri lidi: autonomia internazionale, contenimento dell’espansione Nato, estromissione del dollaro come moneta fiduciaria mondiale. Ovviamente i motivi che spingono l’attuale gruppo dirigente russo a difendere una certa indipendenza strategica non hanno nulla a che fare con il concetto di antimperialismo, men che meno con una qualsivoglia idea di emancipazione. Rimangono interne ad un sistema capitalistico che però respinge la subalternità all’egemonia militare e finanziaria occidentale.

Le sanzioni occidentali alla Russia – che possono essere descritte come una ‘bomba atomica finanziaria’, data la loro virulenza – potrebbero paradossalmente accelerare, nel medio periodo, alcune delle trasformazioni appena descritte: di sicuro hanno spinto Putin ancora più tra le braccia di potenze economiche e demografiche non occidentali, aumentando – di contro – il “rischio default” per milioni di famiglie europee che sono, alla pari della popolazione civile di Russia e Ucraina, le vere vittime del conflitto. Nel silenzio (complice) delle forze istituzionali di sinistra, dallo scorso 24 febbraio l’europeismo ha assunto le vesti di ancella dell’atlantismo (evidente il ruolo di Draghi, in tal senso), ma ha pure spalancato – potenzialmente – un ampio campo di intervento per un’azione politica radicale, volta a denunciare come il bellicismo dell’Occidente sarà un fatto impoverente clamoroso a danno delle masse. È stato squarciato il velo di Maya intorno all’europeismo: non più “forza terza” tra l’aggressività statunitense e l’autocrazia dell’Oriente, ma ciambella di salvataggio per l’unilateralismo americano in crisi. Non che manchino prospettive alternative, in quel di Bruxelles: si pensi alla velleità tedesca di porsi come locomotiva di un treno da lanciare nella competizione imperialistica, ma la fase attuale vede la prevalenza dell’Europa orientale – Polonia in testa – composta dai fedeli scudieri di Washington.

Oggi il multipolarismo non abita più a Bruxelles, casomai a Pechino, Mumbai, addirittura Teheran e, ovviamente, a Mosca, per quanto dirlo in questi giorni ci espone allo scherno degli scriba filo-atlantici, mai così aggressivi, e pure all’incomprensione di tanti compagni e compagne restii a utilizzare uno “sguardo lungo” sull’attualità. La “tendenza alla guerra”, che rende il conflitto elemento costitutivo dell’imperialismo, trova in Ucraina solo una nuova conferma, così da smentire l’interpretazione “psico-soggettivistica” che descrive il 24 Febbraio come il frutto di un gesto sconsiderato e pazzoide del nuovo zar. Tutt’altro: si tratta di un ulteriore riscontro di come oggi la questione della guerra sia quella principale – anche per le sue ricadute sulla classe – e che l’economia di guerra sia la semplice “copertura lessicale” di un aumento del costo della vita che le masse popolari da tempo stavano sperimentando. Il contesto attuale, ovviamente, non ha solo a che fare con l’economicismo: si apre – anzi: si conferma, dato che ne abbiamo avuto avvisaglie già con la gestione del Covid – una stagione di contrazione dei diritti e delle libertà, come lavoratori/trici, come cittadini/e, come militanti politici. Alla luce di un quadro del genere, la sinistra di classe ha l’obbligo di parlare in termini chiari e operativi alle masse. Ci chiediamo, in tal senso, se convenga di più passare al setaccio l’operato di Putin (promuovendolo, bocciandolo oppure rimandandolo a settembre) oppure provare, appunto, a “cogliere l’attimo”, vale a dire abbracciare totalmente la “straordinarietà” (tragica) di questi mesi e inserirvi la nostra prospettiva. Per farlo, pare evidente la necessità di rifiutare un approccio “libresco” con cui valutare la realtà. Al contrario, vi è nel proletariato italiano un bisogno di politica che continua a non trovare sbocchi. In questo senso, le recenti elezioni hanno sancito il fallimento definitivo dell’elettoralismo, tanto di quello sovranista quanto di quello arcobaleno. Il problema, a ben vedere, non consiste nel tentare anche la strada elettorale (qualora si verifichino le condizioni), ma l’incapacità di pensare la propria azione politica a prescindere da esse.

Invitiamo i presenti, dunque, ad adottare un “pensiero spurio”, che non significa sventolare il gagliardetto della Russia e iniziare pure noi a fare belluinamente il tifo, ma provare a “rendere operativa” la nuova fase che si è aperta dal 24 Febbraio, ribadendo come la contraddizione principale, di fronte ai nostri occhi, continui ad essere rappresentata dal capitalismo italiano. In tal senso la nostra lotta alla guerra non può che passare da un’azione in difesa dei salari e contro il carovita che colpisce unicamente i ceti popolari. Allo stesso tempo avere la capacità di interagire con la mobilitazione pacifista, in grado di intercettare la montante insofferenza nei confronti del bellicismo e del militarismo atlantista.

Un evento maestoso e aberrante come una guerra non può non essere usato per fare politica. Sta a noi farla da comunisti al passo con i tempi, ricordando agli strati sempre più larghi di subalterni come l’epoca della socialdemocrazia sia da tempo terminata e che il tentativo difensivo di ripristinare autarchiche comunità nazionali (come proponeva di fare Salvini, ieri, e come propone Meloni oggi) sia inattuabile perché anacronistico. Non farlo significherebbe perdere un’altra grande occasione.

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10/04/2022

In guerra ogni nazista è bell’ ‘a mamma soja

Pur traballante, la memoria storica di questo paese dovrebbe, o avrebbe dovuto, stupirsi della rapida relativizzazione del nazismo in corso dal 24 febbraio in avanti. Il “male assoluto” evidentemente così “assoluto” non era: e non solo per le molteplici accuse di “nazismo” affibbiate ai russi e/o a Putin. In una guerra che è anche – come sempre – una guerra comunicativa, il nemico contingente è sempre il nemico assoluto. Quello che è in corso nel nostro paese, in linea con ciò che accade nel resto d’Occidente (ma solo in Occidente, attenzione), è un fatto diverso: il recupero per fini politico-ideologici del nazismo, anzi del neonazismo.

Quel nazismo e neonazismo presentato fino a ieri, appunto, come non plus ultra del male nella storia, l’anti-uomo e l’anti-umanità par excellance. L’ironia della storia, si dirà. Un’ironia ancor più caustica, se pensiamo che fino al 23 febbraio erano proprio i comunisti ad essere accusati di voler “relativizzare il nazismo”, rifiutando, questi, qualsiasi assolutizzazione del male, ricordando come la storia dell’uomo fosse colma di stermini di massa, genocidi, cancellazione di popolazioni e di etnie, di brutalità inenarrabili che facevano del nazismo una prosecuzione della storia, non il suo apice di brutalità. Il presunto unicum sterminatore degli ebrei non era propriamente così “unico”: gli armeni o gli indiani, gli africani – di ogni latitudine – o i guatemaltechi, gli indonesiani e i vietnamiti, e altri centinaia di popoli massacrati nel corso della vicenda umana impedivano alla razionalità storica di assegnare un vertice solitario al popolo ebraico. E questo, ovviamente, senza togliere nulla dell’orrore Shoà, ma senza neanche assecondare l’operazione postuma, molto postuma, di uso politico del genocidio ebraico ai fini politico-militari dello Stato di Israele. Insomma, che Hitler non fosse il “male assoluto”, ma presenza costante del male nella storia, ne eravamo ben consapevoli, noi molto prima dei corifei liberali.

Oggi, invece, assistiamo al traumatico capovolgimento. Saranno pure nazisti, quelli del “battaglione Azov”, ma sono i nostri nazisti. E così, “denghianamente”, non importa di che colore è il (nostro) gatto: l’importante è che prenda il topo (russo). Non ne condivideremo la filosofia politica, ma siamo in guerra, poche chiacchiere. E così ecco rivalutata la svastica (un «simbolo slavo di pace», è stato detto in televisione, nell’ora di massimo ascolto, da un’ucraina infame); ecco recuperata la mitologia militare filo-nazista (dal “resistente” Bandera agli Alpini sul Don); ecco recuperato il collaborazionismo nazista anti-sovietico e anti-comunista degli anni Quaranta; ecco recuperata per intero la Polonia, quella stessa Polonia che fino a due mesi fa si presentava come stato paria del consesso europeo, al pari dei suoi sodali di Visegrád, tutti pienamente ritornati “tra i nostri”, anzi tra i migliori dei nostri, tranne Orbàn, colpevole di “filo-putinismo”, oggi massimo degli insulti. L’internazionale nera, sostenuta dall’apparato politico-ideologico-giornalistico-militare, diviene così il braccio armato d’Occidente. Come ogni braccio armato questo è sì poco presentabile in tempo di pace, quando il dibattito langue nelle aule parlamentari, ma necessario in tempi da lupi. Ribadiamo che, a nostra memoria, non vi è alcun precedente nella storia della Repubblica.

Lo sdoganamento fascista, ampiamente avvenuto da un trentennio abbondante, non aveva mai coinvolto il neonazismo. Neanche nei momenti più caldi della guerra fredda in Italia o altrove si erano recuperati “tra i nostri” i nostalgici violenti di Hitler, delle leggi razziali e dei lager. Oggi sì. E questo accompagnato da una sottovalutazione del fenomeno che coinvolge ampi settori di pensiero “democratico”. Democratico, sì, ma anche colonialista, incapace – nonostante l’egemonia dei famigerati post-colonial studies – di pensarsi fuori e contro l’etnocentrismo europeo e occidentale. Persino lo sterile pacifismo cristiano oggi può presentarsi come avanguardia, in un mondo che recupera una visione della nostra storia indifferenziata e opposta alla storia dei popoli stranieri.

Oggi è la Russia, domani la Cina. L’altrove costringe all’intruppamento, ma rompere il fronte interno diviene allora il primo dei compiti politici di chi si vuole “radicale”. L’importante è non collaborare, avrebbe chiosato Luciano Bianciardi.

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30/03/2022

La guerra nella guerra

Il precipitare della situazione ucraina dopo l’invasione da parte della Russia dello scorso 24 febbraio ha scompaginato gli equilibri internazionali determinando una ridefinizione dei campi a livello internazionale e, di riflesso, anche alle nostre latitudini. Senza entrare nel merito di una questione complessa, che andrebbe trattata in termini generali nelle sedi opportune e che potremmo sintetizzare come la certificazione dell’irreversibile emersione di un mondo multipolare in sostituzione di quello a guida del “poliziotto americano”, appare sempre più difficile eludere una serie di questioni che, almeno tra chi non si è accorto il mese scorso che alle porte d’Europa si stava per determinare una situazione esplosiva provocata dalla strutturale crisi in cui l’imperialismo è precipitato, dovrebbero essere sciolte.

Diciamo un’ovvietà – guardando al mondo dei compagni – se ricordiamo che questo conflitto ha radici profonde e non è di certo imputabile a quella che la narrazione personalistica delle più grandi testate giornalistiche (per altro con interessi diretti nel riarmo dell’Europa come notavamo sui social in questi giorni) imputano alla follia di un pazzo – ovviamente Putin – o ai deliri imperial-sciovinisti di una ex-potenza mondiale declassata a potenza regionale come la Russia. Quella che oggi è guerra dispiegata nel cuore d’Europa è infatti stata per otto anni un massacro a bassa intensità per le popolazioni russofone del Donbass e della zona orientale dell’Ucraina. Un massacro che ha prodotto all’incirca 14.000 morti frutto di un martellamento incessante da parte di quella che oggi viene ribattezzata in blocco come la “resistenza” ucraina. Operazione di neutralizzazione delle autoproclamate repubbliche del Donbass, portata avanti non da un esercito qualsiasi ma da formazioni militari e paramilitari dichiaratamente naziste, checché ne dicano i vari Nicastro o penne a servizio dell’industria bellica che hanno buttato al cesso, in sole 3000 battute, qualsiasi residuale dignità della professione giornalistica in questo paese[1].

Questa tragedia, grazie alla generosa iniziativa dei compagni della Banda Bassotti e l’esperienza della Carovana Antifascista di cui abbiamo fatto parte, è riuscita ad emergere anche alle nostre latitudini spezzando l’embargo mediatico imposto all’opinione pubblica e ai compagni di tutto il mondo. Quando parliamo della tragedia del Donbass, stiamo guardando infatti a una guerra durata otto anni che ha visto formazioni di stampo ultranazionalistico e naziste portare avanti un’offensiva che rasentava la pulizia etnica, una riconquista – mai completamente avvenuta per fortuna – che non voleva di certo limitarsi ad un nuovo controllo del territorio perduto dopo il 2014 ma puntava intenzionalmente all’annichilimento di un’etnia, quella russa e russofona, e alla messa in opera di un progetto di riconquista di aree storico-geografiche non assimilabili alle aree “europee” dell’attuale Ucraina, quelle che sostanzialmente vanno dall’area occidentale al confine polacco. E questo è un dato collaterale se si guarda alla dinamica generale innescatasi dopo l’invasione decisa da Mosca, ma se si parla di nazismo e rinascita di movimenti d’ispirazione nazista nel cuore d’Europa non lo è per niente. Un elemento che inoltre, se eluso, ci porterebbe inevitabilmente a non comprendere fino in fondo la situazione in atto e a non cogliere che ad est non si sta combattendo solamente una guerra tra potenze, ma si sta combattendo anche una “guerra nella guerra”. Una guerra tra blocchi, certo, ma anche una guerra ideologica e per la sopravvivenza del popolo del Donbass che fino al 23 febbraio era costretto a subire la minaccia di neutralizzazione da parte di un governo che, dal 2014, non ha in nessun modo nascosto le sue volontà di “ucrainizzazione” del territorio delle Repubbliche indipendenti (né con modalità soft sotto la forma della proibizione della lingua russa, né hard sotto la forma del confronto militare).

Fa specie leggere di analisi che provano a derubricare il macroscopico dato – senza pretendere che lo sia agli occhi della stanca opinione pubblica assuefatta da una gestione emozionale e traumatica dell’informazione, ma almeno tra chi ancora si definisce compagno – lo ripetiamo, macroscopico dato della presenza di organizzazioni naziste con piena agibilità e autonomia a problema minore o, peggio ancora, a problema presente su entrambi i fronti. È naturale – ça va sans dire – che la propagandata “denazificazione” da parte della Russia è un espediente ideologico di legittimazione per un’invasione che ha ben altre mire politico-militari (e ci mancherebbe altro: alle porte di Mosca è la NATO a mettere i missili, non di certo l’Internazionale nera).

Se non fosse così, specularmente, dovremmo infatti credere alle stronzate sull’esportazione della “democrazia” o sulla legittima aspirazione da parte dei popoli extraeuropei ad entrare nell’orbita del blocco occidentale con l’obiettivo di poter democraticamente accedere ad una fetta di benessere occidentale senza diventare serbatoio di manodopera o magazzino per le merci occidentali. La denazificazione è una buffonata tanto quanto l’esportazione della “democrazia” a suon di cannonate, basi militari e destabilizzazioni che ogni area del pianeta ancora indipendente ha dovuto sopportare – per fortuna non sempre finendo sconfitta, come in Siria – dalla caduta del muro ad oggi. Ma se la “denazificazione” attualmente non esiste – anche se speriamo forte e chiaro che tra le ricadute dell’invasione ci sia l’annichilimento del più alto numero di nazisti presente sul territorio – i nazisti, dal confine polacco al confine russo, ci sono eccome. E fanno sorridere tutti coloro che per contrabbandare la loro svolta filo-europeista o per non dover smentire che il cavallo su cui avevano puntato si è rivelato un cavallo nazista, oggi sostengono che «i nazisti ci sono su entrambi i fronti». Vorremmo sperare che si tratti di una battuta o che sia il frutto di un’allucinazione di fronte ad uno degli sconvolgimenti più grossi che il nostro mondo sta vivendo dopo la Pandemia anche se, purtroppo, non sembra essere così.

Che la Russia putiniana sia un regime autoritario con caratteri dispotici, dove non solo qualsiasi forma di politica rivoluzionaria è una lotta quotidiana contro una repressione brutale ma lo è anche per chi si limita a semplici rivendicazioni democratiche lo capisce anche un bambino. Ma, a meno che non ci sia sfuggito qualche cosa di molto grosso, né nella Russia oligarchica, né nelle Repubbliche popolari vediamo organizzazioni fasciste o naziste con un grado di agibilità, influenza culturale e peso politico – in poche parole di Potere – in grado di rievocare fantasmi che non vorremmo mai vedere come in Ucraina[2]. Per organizzazioni naziste non intendiamo i quattro scemi con una passione per le telecamere che sono andati a combattere in Donbass, probabilmente più noti ai giornalisti occidentali che ai loro commilitoni. E neanche le organizzazioni paramafiose, anche di carattere nazionalistico, che pullulano in una società come quella russa e in tante altre società capitalistico-oligarchiche come quella. È più che nota infatti la rinascita di movimenti nazionalisti, panslavisti e di estrema destra in tutta l’area est-europea, Russia compresa. Le piazze stracolme di Varsavia che abbiamo visto crescere all’ombra della NATO e del benessere europeista di cui il governo reazionario di Duda si nutre sono forse la prova – da questa parte della neoeretta cortina – più evidente. Ma allo stesso tempo è un fatto che non è di certo a Mosca che si celebrano giornate nazionali in onore di collaborazionisti delle “SS” come Stepan Bandera. Non è di certo a Pietroburgo che si conferiscono onorificenze a comandanti di battaglioni integrati nell’esercito e riconosciuti dallo Stato che si sono resi autori prima di persecuzioni nei confronti di militanti della sinistra rivoluzionaria e poi di una guerra sporca durata otto anni. E non è neanche qui che il Capo dello Stato sprofonda sempre di più, mano a mano che il conflitto si approfondisce, nelle mani dei battaglioni e reparti dell’esercito più fanatici e combattivi: sempre nazisti. È nell’Ucraina di Zelens’kyj invece che tutto questo avviene con il silenzio della comunità internazionale e dei paesi europei, gli stessi che non appena si muove una critica al più pericoloso stato colonialista quale è Israele fanno piovere scomuniche e accuse di antisemitismo con una ferocia e uno zelo che fanno spavento. È nell’Ucraina che era prossima ad entrare nell’Unione Europea e sempre più vicina ad abbracciare la NATO, se non ci fosse stato lo scontro bellico aperto, che il nazismo in forma organizzata, e non come in decine di altri paesi sotto forma di bande di strada o movimenti populistici edulcorati, risorge. Non nella Russia oligarchica di Putin, ma nella “democratica” Ucraina filo-europeista.

E questo dovrebbe dircela lunga anche sulla natura della “resistenza ucraina”. Una resistenza che certamente comprende tutta quella fetta del popolo ucraino che si oppone giustamente ad un’invasione e al pericolo di una guerra di lunga durata che provocherebbe morte e distruzione più di quanto già non stia facendo, ma che comprende anche, e non in forma subordinata, chi morte e distruzione l’ha portata per otto anni in un territorio che concepiva come prateria per scorribande da pulizia etnica. E che se un domani sopravvivesse al conflitto in atto non esiterebbe un secondo a lavorare per la ricostruzione di una Ucraina nazionalista e antirussa che poco ha a che vedere con la cessazione delle ostilità.

Sui paragoni tra “resistenza ucraina” e Resistenza non ci sprechiamo neanche tempo, visto che in una fase in cui la comunicazione politica passa per il continuo cortocircuito politico-ideologico il nesso tra il nome e la cosa ha perso momentaneamente di significato. Crediamo solamente che l’emergere di simili parallelismi, oltre a far accapponare la pelle dovrebbe quantomeno interrogarci sul perché di tanto interesse nel sostegno a una così problematica “resistenza” mentre le decine di resistenze popolari ad un’invasione, da quella palestinese a quella yemenita, vengono sistematicamente eluse e non giudicate degne di essere sostenute. Non stanno forse anche loro combattendo contro un invasore? Oppure il sostegno alle resistenze in giro per il mondo si misura sull’agenda politica dei partiti di governo?

Invece dal 24 febbraio sentiamo crescere – incredibilmente anche tra le nostre fila – la richiesta di sostegno alla “resistenza ucraina” e dell’invio di armi ai “resistenti” prefigurando eclettici parallelismi tra questa e altre “resistenze” dei più disparati colori. Bisognerebbe far notare allora ai cantori orientalisti delle rivoluzioni di ieri, tramutatisi oggi in alfieri dell’interventismo governativo con una verniciatura umanitaristica e da “grandi principi” storico-filosofici, che chi chiede l’invio di armi al nostro “nemico interno” non si sta schierando soltanto nel campo internazionale, ma lo sta facendo anche in casa nostra. Ed è un attimo che le sbandate internazionali, spesso passate in cavalleria e mai fatte pesare in ragione di una relativa lontananza delle questioni trattate rispetto alle priorità del nostro “cortile di casa”, diventano faccende domestiche sui cui è difficile chiudere un occhio.

Una sinistra di classe dovrebbe, in passaggi così delicati, almeno comprendere che organizzare il fronte per una de-escalation è il minimo sindacale per far sì che la situazione non precipiti condannando così l‘Europa ad una condizione di conflitto bellico aperto in un momento in cui questa stessa sinistra si ritroverebbe spiazzata, divisa e in cui anche quelle poche lotte che stanno coraggiosamente portando avanti la prospettiva del conflitto sociale finirebbero inevitabilmente schiacciate dallo sforzo bellico. Se il minimo è questo, dovremmo allora avere la forza di dire che per gettare il cuore oltre l’ostacolo è necessario, a fronte della guerra imperialista in via di dispiegamento, ragionare sull’ hic et nunc per la sinistra di classe. E il “qui e ora”, a fronte di una condannabile e centinaia di volte condannata invasione da parte della Russia, si chiama lotta alla NATO, in tutte le sue forme, sul territorio italiano. Perché a meno che non siamo stati vittima di un’allucinazione collettiva, di basi russe nel nostro paese non ne vediamo come non vediamo testate nucleari controllate da Mosca. Vediamo invece chiaramente le 120 basi NATO, tra cui l’Allied joint force command e il comando del Security force dei Marines americani, oltre che le decine di testate nucleari presenti sul nostro territorio.

Allora sabotare la guerra imperialista da questa parte della barricata, se di questo si tratta, vuol dire sabotare la NATO.

Note

[1] Qui e qui le straordinarie doti giornalistiche dell’attuale corrispondente del Corsera a Mariupl impegnate nella glorificazione del comandante del battaglione Azov, asserragliato nella città sotto assedio dai russi e dalle milizie popolari delle repubbliche.

[2] Qui una recente inchiesta, pubblicata da una rivista non certo di estrema sinistra, dedicata all’influenza delle organizzazioni naziste sulla vita politica ucraina.

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28/03/2022

A pensar male si fa peccato...

Dal giorno dell’invasione e l’inizio della guerra il sistema mediatico italiano si è immediatamente compattato, allineato e uniformato in un’unica voce bellicista. Fatta eccezione per qualche rara voce dissonante la richiesta di una maggiore partecipazione negli aiuti allo sforzo militare che proveniva da Kiev ha così trovato una vasta eco nelle redazioni dei maggiori giornali nazionali.

Sappiamo bene come funziona l’informazione mainstream e come obbedisca ad alcune “leggi” che per certi aspetti prescindono anche dalle linee editoriali. Così come sappiamo altrettanto bene come proprio tali leggi tendano spesso ad innescare reazioni e comportamenti che potremmo quasi definire “automatici”.

L’orrore della guerra, soprattutto quando è “lontana da noi”, alla lunga tende a stancare il lettore o lo spettatore, di questa cosa se ne crucciava pubblicamente pochi giorni fa Concita De Gregorio, quando lamentava in diretta televisiva un calo generalizzato degli ascolti dei talkshow dedicati al conflitto. Potrà pure suonare cinico, ma la guerra produce assuefazione, e per mantenere alta l’attenzione del pubblico pagante è necessario fornirgli dosi sempre più forti di orrore.

L’entourage che cura la comunicazione di Zelenskij, provenendo dal mondo delle fiction televisive, questa legge non scritta la conosce perfettamente, e non a caso periodicamente provvede ad alzare l’asticella dell’allarme mediatico lanciando “notizie” di stragi efferate che, per fortuna, e sottolineiamo per fortuna, almeno per il momento non hanno mai trovato riscontro.

I marinai schiacciati vivi sull’isola dei serpenti che in realtà erano incolumi, il “bombardamento” della centrale nucleare che avrebbe messo a rischio l’intera Europa quando in realtà si trattava di bengala traccianti; le migliaia di morti sotto le macerie nell’ospedale di Mariupol poi ridottesi a 3 vittime e 17 feriti; le altrettanta migliaia di presunte vittime nel bombardamento del teatro, sempre a Mariupol; le donne stuprate ed impiccate di cui però non si è trovata traccia, l’uso di bombe al fosforo successivamente smentito dalle stesse autorità ucraine, ecc. ecc.

Tutte “notizie” la cui veridicità non ha alcuna importanza per i nostri giornali, basta solo che siano “verosimili” e che quindi possano essere utilizzate per vendere copie, ottenere visualizzazioni o far alzare lo share. Proprio come dei tossici ne hanno un bisogno continuo e chi gliele spaccia lo sa bene.

Probabilmente su questo si innesta poi anche un problema generalizzato di “qualità professionale” legata al fatto che da anni le redazioni si reggono sul lavoro editoriale di stagisti, giovani giornalisti o aspiranti tali che vengono pagati una miseria a pezzo, e che dunque il più delle volte si limitano a riprendere le agenzie di stampa e colorirle un po’ e a trasformarle in un articolo, senza nemmeno prendersi la briga di verificarne l’attendibilità. Mettendo così in pratica, probabilmente senza nemmeno averne coscienza, quel vecchio slogan degli anni Settanta che sosteneva che a un salario di merda andasse fatto corrispondere un lavoro di merda, in questo caso più propriamente un prodotto di merda. Che poi questo accada in un campo delicatissimo come quello dell’informazione, e durante un conflitto che potrebbe tracimare in una guerra globale, è solo un ulteriore segnale dei tempi che viviamo.

Oltre a questo c’è poi, però, e forte, l’adesione ideologica al conflitto da parte di chi quelle redazioni le controlla professionalmente, nonché, altrettanto forti, gli interessi materiali di chi invece quelle redazioni le controlla economicamente. D’altronde, come sottolineò acutamente qualche anno fa Raul Castro: da quando è stata inventata la stampa, la libertà di stampa è la volontà del padrone della stampa. Quindi, visto che usando come giustificazione la paura che i cavalli dei cosacchi possano arrivare ad abbeverarsi alle fontane del Vaticano l’Italia si sta apprestando ad alzare le spese militari al 2% del Pil, forse non sarebbe poi così peregrino domandarsi chi ci guadagnerà da questo extrabudget di 10 miliardi di euro all’anno.

A tal proposito è stato molto interessante, quindi, leggere una breve inchiesta pubblicata nei giorni scorsi dai tipi di Radio Città Fujiko 103.1 fm sugli “interessi materiali” della proprietà a cui fa riferimento il Gruppo Gedi.

Tra le 24 testate controllate dal gruppo di cui è presidente John Elkann ritroviamo infatti alcune di quelle più apertamente sbilanciate per un coinvolgimento militare dell’Italia nella fornitura di armi e nel sostegno economico al governo Zelenskij. Su tutte indubbiamente spiccano La Repubblica e La Stampa, i cui direttori “embedded” non solo hanno indossato fin da subito l’elmetto, ma presidiano quotidianamente talkshow e trasmissioni tv, bastonando dialetticamente chiunque venga ritenuto in odore di “criptoputinismo”. Ebbene, come dicevamo e come ricordava l’inchiesta, tutti questi giornali fanno capo a John Elkann e ad una holding, la Exor, di cui lo stesso Elkann è il Ceo.

Tra le società controllate da questa holding figura anche la Cnh che ha come principali marchi la Iveco Defence Vehicle. “Insieme a Leonardo, la principale società italiana a partecipazione pubblica nel settore militare, la Cnh (quindi la Exor, cioè Elkann) ha partecipazioni nel Consorzio Iveco Oto Melara (Cio), capofila dell’industria nazionale degli armamenti terrestri. (…) Basterebbe questo per testimoniare l’interesse e gli affari di Elkann nel settore militare, che ai maliziosi basterebbero a spiegare l’interventismo di molti giornali italiani, ma l’appetito di Elkann per il settore difesa non è terminato. Nel 2020, in seguito alla crisi causata dal Covid, Rolls Royce mostrò gravi problemi di bilancio. Oltre alle celebri auto di lusso, Rolls Royce è attiva nel settore dell’aviazione civile, ma anche nel settore della Difesa. Si calcola che il 25% dei veicoli militari di tutto il mondo abbia motori Rolls Royce e lo stesso bilancio della società è composto per il 28% dai proventi del settore Difesa. Nell’aprile del 2021, in una lettera agli azionisti disponibile sul sito di Exor, John Elkann li informava che «Nel corso dell’anno abbiamo anche aperto una nuova posizione in Rolls-Royce. È il secondo produttore mondiale di motori per aerei civili (dopo GE) ed ha anche grandi imprese nei sistemi di difesa e potenza». Nel corso del 2020 la stessa Rolls Royce ha ricevuto commesse militari da Paesi come Germania, Corea del Sud e Gran Bretagna. (…) Ma non è finita. Il nome di Rolls Royce lo ritroviamo insieme ad un altro nome che abbiamo già visto, Leonardo, all’interno del programma Tempest per la produzione di aerei caccia di nuova generazione da sviluppare entro il 2035.”

Proprio il riferimento alla Leonardo permette di fare un ulteriore link, che forse non prova nulla, o forse invece spiega gli interessi materiali che muovono le scelte del soggetto politico in questo momento più attivo sul fronte della guerra a livello nazionale, il PD. Dal 2017 l’amministratore delegato del gruppo che deve al settore della difesa il 68% del suo fatturato (13,4 mld di euro nel 2020) è infatti Alessandro Profumo (ex Mps), uno che pur non avendone mai avuto la tessera in tasca è da sempre considerato più che organico al Partito Democratico. Un fortunata coincidenza poi vuole che nel 2021 la Leonardo abbia partorito la “Fondazione Med-Or”, con cui promuove un attività di lobbing nel Mediterrano e in Medio Oriente per allargare i propri affari, sempre nel campo della difesa, e che ne abbia affidato la presidenza all’ex ministro dell’interno Marco Minniti, che per ricoprire tale ruolo si dimise da deputato del PD. E sempre allo stesso partito fa riferimento anche il Presidente dell’altra fondazione creata dall’azienda nel 2019, l’omonima Fondazione Leonardo, e in questo caso a ricoprirne il ruolo apicale è invece stato chiamato l’ex ministro Luciano Violante.

Che la Leonardo sarà una dei maggiori beneficiari di questa generalizzata corsa al riarmo è indubbio. Oggi ad esempio il Fatto Quotidiano pubblica un interessante articolo sulla fabbrica di Cameri (Novara), di proprietà dell’Aeronautica militare, ma gestita proprio dalla Leonardo, in cui verranno prodotti i cacciabombardieri F35 destinati non solo all’Italia ma al mercato europeo. Proprio in virtù di questo clima belligerante si stima che la fabbrica, che adesso occupa circa 1100 addetti, verrà fortemente ampliata con stime che parlano di un ritorno industriale di almeno 30 mld di euro. Si tratta ovviamente solo di un esempio, ma che da l’idea della grandezza degli interessi in campo. Alla luce di ciò, e riguardando la postura guerrafondaia del PD e dei media, viene il sospetto che più che la sorte degli ucraini a lorsignori interessino i profitti delle multinazionali del settore militare. Come ebbe a dire Andreotti con un battuta diventata famosa: a pensar male si fa peccato, ma il più delle volte ci si indovina.

Collettivo Militant

20/07/2021

Vent’anni invano

A vent’anni di distanza da Genova, riproponiamo l’intervento che Paolo Cassetta svolse all’assemblea fondativa della rete politica nazionale “Noi saremo tutto” (maggio 2012). Nonostante la distanza temporale tanto dall’oggi, quanto da Genova, potrebbe apparentemente rendere superata la diagnosi, molte delle questioni centrali dell’estrema sinistra italiana dell’ultimo quarantennio sono qui evocate e affrontate con rara precisione. I problemi del movimento operaio italiano si confermano dunque sistemici, forse irrisolvibili. Vent’anni di smobilitazione sembrano ormai costituire qualcosa di più di una semplice fase transitoria, costringendoci in qualche modo a fare i conti non più (solo) con i nostri limiti soggettivi. Che pure, in questa ritualistica celebrazione mainstream dell’”evento” Genova, permangono ancora imperturbati. Come evidenzia l’autore, continuiamo a pensare le giornate di mobilitazione genovesi come “evento” generazionale, e non come esperienza – una delle tante – del movimento operaio e anticapitalista italiano, da cui ricavare lezioni e smentite. Il ricordo, dunque, degenera immediatamente nell’epopea, alimentando quel presentismo incapace di fare i conti con se stessi e con il proprio passato. Delegando a Repubblica o al Corriere della Sera quella critica dell’evento, ovviamente sviante e interessata, che alle nostre latitudini continua a partorire apologie commemorative inutili a capire tanto Genova quanto il futuro della sinistra anticapitalista italiana.

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Nosce te ipsum
Appunti sulle condizioni soggettive della sinistra anti-capitalistica italiana


Il dato da cui vorrei partire, macroscopico, innegabile, e anche un po’ scontato, è quello della crisi attuale. Si tratta evidentemente della più seria crisi economica degli ultimi anni. È una crisi che sta peggiorando in modo concreto le condizioni di vita della stragrande maggioranza delle classi popolari italiane. È una crisi che oltretutto si accompagna a una caduta verticale del prestigio e della credibilità del sistema politico dei partiti borghesi. Ebbene, sin dal suo emergere, questa crisi si consuma senza che a giovarsene sia alcuna ipotesi, moderata o radicale, di alternativa anti-capitalistica.

Di fronte a questo fatto si può reagire in molti modi. Il più diffuso, e per certi versi comprensibile, è quello di richiamare i caratteri internazionali dei fenomeni economici e politici in atto. Si sottolinea la globalità dei movimenti del capitale, alimentati da tecnostrutture anonime ormai dotate di una ulteriorità inattingibile a partire dalla scala nazionale. Di fronte a essa, la dimensione interna delle vicende politiche italiane apparirebbe svuotata di importanza e priva di potenziale incidenza sui rapporti di forza fra le classi. Inoltre, è diffusa la sensazione che i modelli analitici e strategici provenienti dalla tradizione classica del movimento operaio, quella del Novecento, per intenderci, siano definitivamente spuntati. I mutamenti intervenuti nella fisionomia del proletariato contemporaneo li avrebbero resi inservibili nella loro fiduciosa aspettativa di ricomposizioni sociali automatiche. La sconfitta schiettamente politica e ideale subita dal comunismo all’indomani del fatidico 1989, li avrebbe resi impresentabili nella loro pretesa di rappresentare un orizzonte di più avanzata civiltà rispetto al mondo della borghesia.

Comunque la si metta, resta la circostanza sbalorditiva. Le classi al potere dichiarano apertamente i propri limiti, e la propria intrinseca inclinazione a risolvere i problemi di funzionamento del sistema attraverso la compressione delle condizioni di vita dei ceti subalterni. Ma questo non produce una qualche ripresa su larga scala delle opzioni alternative al mondo della borghesia. Le osservazioni che cercherò di sviluppare non si propongono di fornire una spiegazione generale di questa deplorevole situazione. Vorrei soltanto attirare l’attenzione su alcune caratteristiche della vicenda recente della sinistra anti-capitalistica italiana. Sono infatti convinto che, in ogni momento storico, esiste una dimensione sovrapersonale dei nostri pensieri e delle nostre pratiche difficile da padroneggiare per intero, ma nella quale occorre procedere ogni tanto a oneste operazioni di inventario e di pulizia. In altre parole, una migliore conoscenza di noi stessi, del nostro mondo e dei modelli di pensiero e di azione depositati nel cosiddetto movimento negli ultimi vent’anni, può senz’altro giovare alla riflessione operativa e alla definizione di una prospettiva di lavoro teorica e politica specificamente comunista.

Il punto di partenza del mio ragionamento risale, per forza di cose, alla fine degli anni Ottanta. È il momento in cui si consuma interamente la sconfitta del movimento operaio italiano del secondo dopoguerra, nelle sue versioni moderate e radicali. Ciò su cui mi concentrerò, lo ripeto, non è l’analisi complessiva, internazionale, della tragedia occorsa al comunismo sul finire del Novecento. Solleciterò invece la vostra attenzione sulla forma assunta in Italia da questo fenomeno di enormi proporzioni, con particolare riferimento alle aree esplicitamente o implicitamente eredi della nuova sinistra degli anni Settanta.

Nuova Sinistra, del resto, è espressione che ha senso solo in rapporto al suo opposto: alla Vecchia Sinistra. E la cosa notevole è proprio questa, che, all’inizio degli anni Novanta, la fine del Partito Comunista Italiano e la nascita di Rifondazione Comunista, aboliscono di fatto le antiche demarcazioni, quasi avverando il sogno più antico di tutti gli estremismi italiani, la spaccatura del PCI. Da un lato vengono meno gli equivoci e le ambiguità a lungo coltivati da un gruppo dirigente che smette le vecchie bandiere, riconoscendosi completamente interno al mondo della proprietà privata e della democrazia borghese. Dall’altro, le forze che confluiscono nella nuova formazione comunista, anche a causa della lunga battaglia congressuale condotta contro la maggioranza di Occhetto e D’Alema, appaiono spostate sensibilmente più a sinistra dell’orizzonte precedente del vecchio partito. Ciò, tuttavia, non si traduce in reale capacità innovativa né sul piano ideologico, né sul piano dell’azione politica. La Rifondazione di Cossutta e Garavini è ingessata e resta in mezzo a un guado. La mancata adesione di Ingrao e del grosso della sua corrente privano il nuovo soggetto della fisionomia accogliente di un largo, aperto e inconnotato movimento anti-capitalista. L’egemonia della corrente di Cossutta impedisce invece una reale rivisitazione della fase berlingueriana degli anni Settanta, nonché una reale apertura al mondo variegato dell’estrema sinistra.

Un mondo variegato, ho detto. Ma soprattutto un mondo diviso, per molti versi piegato, attraversato da rancori, recriminazioni, tentazioni trasformistiche e inamovibili rigidità. Sul finire degli anni Ottanta, anche qui siamo in chiusura di partita. Giunge a compimento il percorso della sinistra rivoluzionaria italiana che aveva conteso al PCI la direzione dei movimenti di massa e, sull’onda del lungo ‘68 italiano, si era proposta come alternativa generale alla “via italiana al socialismo” di impostazione togliattiana, evoluta (non senza traumi) in strategia del “compromesso storico” con Berlinguer.

Ricorderò le cose nell’essenziale.

Democrazia Proletaria è l’unica formazione proveniente dalla storia dei cosiddetti “gruppi” a essere rimasta in vita. Il lungo periodo di direzione, saccente e pomposa, affidata a Mario Capanna, l’ha abituata a un vivacchiare elettorale che vorrebbe trovare la sua ragione d’essere nei nuovi temi dell’eco-pacifismo. La cultura del limite, la non-violenza come scelta strategica, l’inclinazione federativista in campo organizzativo, sono tutti filoni che vengono sviluppati in questa area, con la benedizione del quotidiano il manifesto e della sterminata e collosa area ingraiana. È qui che inizia quel processo di trasformazione del comunista in boy scout, che rende immancabilmente le manifestazioni una “festa”, e abitua le nuove generazioni a pensarsi immacolate e giustificate dalla natura pacifica dei mezzi della lotta. Di fatto, nella vita di partito, Democrazia Proletaria conosce le sue pene, srotolando tutto il rosario dei litigi possibili attraverso le scissioni con i Verdi-Arcobaleno e le accanite lotte interne di corrente impegnate fra i dirigenti provenienti da Avanguardia Operaia e quelli di derivazione PDUP e ingraiana. È anche interessante che si faccia spazio al suo interno la componente derivata dalla Lega Comunista Rivoluzionaria, i cui anni d’oro sono stati proprio gli Ottanta, regno della confusione e del risveglio del probo e innocuo trotskismo italiano. Alla fine, l’insieme delle forze mantenutesi in DP non può che scegliere la confluenza in Rifondazione Comunista. Ciò nonostante, sarà vana la speranza di incidere sul profilo della nuova formazione, mettendone in questione l’elemento “continuista” con la storia del PCI.

L’area della Autonomia Operaia appare invece esausta e sconvolta dalle vicende della repressione e delle varie evoluzioni, in alcuni casi esplicitamente dissociatorie, dei suoi gruppi dirigenti. È l’unica ad aver tenuto in qualche modo nel territorio, con i suoi collettivi e le sue reti mobili di relazioni. Ma è risultata spiazzata dalla controffensiva capitalistica degli anni Ottanta, che ha preso di petto la classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, rendendo momentaneamente inservibili i temi agitatori dei “non-garantiti” e dell’”operaio sociale”. In questo senso, ha subito una sorta di metamorfosi spontanea che è opportuno registrare. Si è come ripiegata su stessa. Da soggetto politico capace di intercettare e mobilitare un antagonismo sociale più vasto, si è trasformata in un mondo assorbito dalla difesa del proprio spazio vitale, dei propri stili di comportamento e dei propri linguaggi. Giova notare che questo cambiamento, là dove è ammesso, non è considerato sinonimo di debolezza, ma giustificato come sviluppo di una pratica di autovalorizzazione sociale coerente con la propria storia. In concreto, però, ciò che accade è semplice. In primo luogo, il forzoso ripiegamento su se stessi dei collettivi dell’Autonomia Operaia sopravvissuti alla bufera della repressione, costituisce l’antefatto metamorfico del nuovo mondo dei centri sociali. In secondo luogo, il travaso della carica politica dirompente dei temi del Settantasette nell’analisi leziosa del metabolismo quotidiano del general intellect, rende il discorso post-operaista talmente proteiforme da configurarlo come prodotto polivalente, potenzialmente manipolabile in molti modi.

Nessuna manipolabilità e nessuna metamorfosi si danno infine nell’esperienza della lotta armata, e in particolare in quella delle BR, che sul declinare degli anni Ottanta approdano a definitiva conclusione. Qui c’è il vero caput mortuum degli anni Settanta. Ci sono le condanne penali. Ci sono i numerosi prigionieri politici. C’è il sentimento secco e non sofisticabile della sconfitta, dilatato dalla riprovazione generalizzata che tipicamente si abbatte su chi ha osato violenza contro il mondo della borghesia, legale per definizione e giustificato dal suffragio universale. Sottolineiamo che questa sconfitta è resa ancora più netta dall’assenza di una reale discussione sulla storia politica degli anni Settanta, che inizia anzi a divenire il terreno di edificazione di una variopinta mitologia negativa, tuttora vegeta e operante. E aggiungiamo che i deboli e infruttuosi tentativi di intraprendere campagne a favore di provvedimenti di amnistia, fiaccano e sbriciolano il già difficoltoso rapporto fra militanti imprigionati e nuovi movimenti, gli uni polverizzati e immiseriti nelle proprie divisioni interne, gli altri sempre più calamitati da orizzonti e esperienze biografiche lontani dalle scelte crude del decennio precedente.

Ecco, nel contesto che ho cercato velocemente di delineare, e che risulta grosso modo assestato a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, anche in ciò che resta dell’estrema sinistra italiana l’esigenza di novità appare dunque preponderante. Il taglio con il passato risulta percepito come liberatorio, come sinonimo di inventività politica. E può essere utile ricordare che un movimento come quello della Pantera, attivo fra l’inverno del 1989 e la primavera-estate del 1990, stabilisce già il suo rapporto con gli anni Settanta come l’obbligata e complicata relazione con un periodo storico che va conosciuto, filtrato, quasi tenuto a distanza. A questa data è del resto obiettivamente in moto l’esperienza dei centri sociali, da intendere ormai alla stregua di fenomeno specifico. Ho appena detto che essa nasce come semilavorato di momenti e vicende radicate nel percorso dell’estrema sinistra classica. Ma è importante precisare che ben presto diviene il bacino collettore di un forte bisogno di autonomia dalla tradizione, a partire dal quale prende corpo un combinato di pratiche e ideologie configurante un nuovo ciclo della sinistra anti-capitalistica italiana.

È un ciclo che, ovviamente, va collocato sullo sfondo dello scenario internazionale degli anni Novanta. Dirò brevemente che in questo decennio sorge e prende corpo il nuovo sentimento di critica all’ingiustizia sociale che ruota intorno al cosiddetto “alter-mondialismo”. Tale espressione è ovviamente generica. Però ci aiuta a denotare la differenza con l’atteggiamento generale dei movimenti precedenti, tutti più o meno inseriti, in modo riformista o radicale, nell’orizzonte di trasformazione reale aperto dalla Rivoluzione d’Ottobre. L’alter-mondialismo assume invece, di fatto, l’esistenza del capitalismo triumphans, laureato vincitore sul campo nella lunga contesa ingaggiata fin dal 1917 con il movimento operaio classico, giunto o meno al potere. Questo capitalismo, libero dalla confrontation con i paesi dell’Est, e dalla pressione del movimento operaio organizzato nelle democrazie borghesi occidentali, compie un ulteriore salto di complessità e di connessione interna. È un salto alimentato innanzitutto della terza rivoluzione industriale legata all’automazione e all’informatica, che può esprimersi senza limiti in un paesaggio ormai bonificato dalla contestazione operaia. È un salto edificato, in secondo luogo, sullo sgretolamento dell’alleanza istituita nel secondo dopoguerra fra borghesie nazionali dei paesi dipendenti e campo socialista, ciò che consente il riemergere di atteggiamenti apertamente coloniali e l’affermazione della vocazione capitalistica alla completa integrazione del mercato mondiale. È la cosiddetta “globalizzazione”. È il cosiddetto “pensiero unico”. È una situazione di sfrenatezza imperialistica alla quale inizia a rispondere confusamente un arco di soggetti animato da un originale miscuglio di riformismo e utopismo, necessariamente privo di una strategia e di una tattica definite.

Cerchiamo di capire meglio. L’ingrediente che ho definito riformistico delle nuove figure della contestazione è molto diverso da quello tradizionale delle socialdemocrazie storiche, fatto di welfare e aumento dei salari. Esso ruota intorno alla critica morale e legale della finanziarizzazione, a piccoli e speranzosi keynesismi locali, a una idea di democrazia economica che evita di nominare radicalmente la questione della proprietà privata. L’ingrediente utopistico è suscitato invece dalla percezione sociale delle potenzialità civili connesse al livello di sviluppo delle forze produttive raggiunto con la terza rivoluzione industriale. Per esempio, l’idea molto antica di una organizzazione razionale dell’impiego delle risorse mondiali, esce rafforzata, rinnovata, e in qualche modo svincolata dalle esperienze classiche della pianificazone, grazie alle nuove connettività rese possibili dall’informatica. Nello stesso tempo, la nuova coscienza ambientale produce una critica della categoria della crescita, che ridisegna e riapre gli orizzonti di pensiero sui modelli alternativi di società. Da tutto questo prende corpo ciò che potremmo definire una nuova figura storica del sentimento anti-capitalista. È una figura pesantemente segnata da connotati morali pre-marxisti, e dalla indignazione contro rapacità e povertà, intese come malattie estirpabili a partire dall’ambigua categoria dell’equità. È una figura estremamente recalcitrante ad affidarsi al noi impersonale e autosufficiente del partito e molto più incline a pensarsi come rete di io e di soggettività, all’interno della quale, per forza di cose, assumono funzioni di supplenza nuovi santini e santoni: intellettuali acclamati in conferenze e comici investiti di mansioni di denuncia. È una figura che inizia a osservare le periferie del mondo con grande ambivalenza: simpatizzando con esse, nella misura in cui si presentano come depositi di saggezza e di relazioni da preservare; distogliendone lo sguardo, quando la reazione alle pratiche e alla mentalità neo-coloniale assume forme violente e talora culturalmente regressive, come nel caso del fondamentalismo islamico. Ad ogni buon conto, il decennio culmina icasticamente a Seattle, nel 1999, con una settimana di battaglie campali ingaggiate contro l’astrazione onnivora e anonima della “globalizzazione”, incarnata dal WTO. In Italia i protagonisti di questa dinamica, come ho già detto, sono prevalentemente i centri sociali. Essi, tuttavia, devono essere esaminati anche e soprattutto come fenomeno collegato per differenze e assonanze, per richiami e rotture, al ciclo specifico di lotte di classe che, unico in Europa per durata e intensità, il nostro paese aveva conosciuto tra gli anni Sessanta e Settanta.

E, allora, abbiamo ricordato che, agli occhi dei protagonisti italiani del nuovo movimento, il paesaggio consegnato in eredità dal Novecento appare particolarmente disastrato. Ebbene, il primo elemento che risulta tipico della cultura dei centri sociali, è il rifiuto di pensare in modo strategico. In sostanza, non esiste un prima e un poi del cambiamento. Non esiste un percorso immaginato e ragionato di pratiche che conducano da un oggi dominato dagli apparati economici e politici del capitale a un domani caratterizzato dall’effetto di padronanza della presa del potere. Ciò che si rivendica, sulla base di un empirico sincretismo fatto di suggestioni operaiste e rimandi al vecchio mutualismo pre-marxista, è l’autonomia e la centralità del presente. Ciò che si postula è la compiutezza di significato dell’adesso generato dalle relazioni costruite all’interno della sfera, conquistata e difesa, delle autogestioni.

Per capire cosa intendo, vorrei leggere poche righe tratte dai Manoscritti economico-filosofici di Marx:

«Quando gli operai comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo, è diventato scopo. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi, se si guarda ad una riunione di “ouvriers” socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare, ecc., non sono più puri mezzi per stare insieme, mezzi di unione. A loro basta la società, l’unione, la conversazione che questa società ha a sua volta per iscopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell’animo s’irradia verso di noi da quei volti induriti dal lavoro».

Come vediamo, in questo brano, Marx coglie acutamente il doppio significato di qualunque associazione proletaria generata dalla coscienza di classe. Da un lato quella di essere espressione sintetica di una volontà di lotta e di trasformazione della società. Dall’altro quella di essere società in sé stessa, luogo di relazioni emancipate, prefigurazione, entro una certa misura, della società complessivamente liberata dal giogo dello sfruttamento e della alienazione. Ora, ciò che prende corpo nella cultura dei centri sociali è l’autonomizzazione dell’elemento presentista. Fumare, bere, mangiare, cioè costruire esperienze di nuova socialità entro spazi sottratti alle logiche mercantili, diviene l’asse intorno a cui far ruotare il pensiero e l’azione del nuovo antagonismo. Ma ciò avviene a scapito del momento necessariamente diacronico e processuale della lotta generale, che inizia a essere percepito come mero investimento bellico-sacrificale sul futuro e irriso in quanto esca della grande truffa ordita dal Novecento ai danni dell’irripetibilità della vita individuale.

Vorrei precisare che questa caratteristica non va considerata una semplice evoluzione del discorso sulla “maturità del comunismo” tipico dell’operaismo degli anni Settanta. Ha senz’altro importanti agganci con esso. Però trae spunto anche da tradizioni più antiche, legate a quell’anarchismo e comunismo degli artigiani con il quale Marx ebbe sempre rapporti difficili. In ogni caso, il presentismo che ho cercato di delineare, ci conduce al secondo tratto rilevante del nuovo mondo dei centri sociali: l’idea molecolare della connessione sociale e politica. Qui possiamo andare più svelti. Se infatti il mio presente è autonomo, a suo modo compiuto grazie alle pratiche vitali esperite nel luogo di comune aggregazione, allora anche il mio collegamento con l’esterno risulterà emancipato dal modulo particolare-generale. Capiamo facilmente che un soggetto autosufficiente non acquista il suo senso dalla integrazione, intesa come completamento, con una dimensione generale sovrastante. La relazione con il proprio simile preferirà pertanto seguire percorsi molecolari, simpatetici, rizomatici; itinerari legati a modelli biologici più che alle linee, eventualmente complicate dal calcolo tattico, del more geometrico tipico del movimento operaio classico.

Per questo, il modo materiale di lottare dei centri sociali evidenzia una duplice tendenza. Primo, gli obiettivi concreti, perseguibili ed effettivamente perseguiti, ruotano quasi sempre intorno a pratiche di riappropriazione di spazi fisici all’interno dei quali generare esperienze di nuova socialità. Secondo, il proprio punto di vista sul mondo viene espresso attraverso iniziative che non sono reiterabili e generalizzabili, ma testimoniali e simboliche. Si tratta di un modello alternativo a quello, sia riformista sia rivoluzionario, del movimento operaio classico. Le sue radici affondano nelle battaglie della democrazia radicale anglosassone, nelle esperienze della resistenza civile, nelle performances delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Intendiamoci, negli anni Settanta qualcosa del genere era ovviamente già comparso nella storia dell’estrema sinistra. Ma si trattava più di un ingrediente utopico-creativo della forza del movimento (un ingrediente carnascialesco bachtiniano, direi), che di un reale vettore dell’antagonismo. Negli anni Novanta, le difficoltà a immaginarsi e accreditarsi come maggioranza potenziale conducono a pensarsi e organizzarsi come minoranza attiva, capace di azioni testimoniali dotate di alto valore simbolico. Pensiamo all’intera vicenda della “tute bianche”. Pensiamo a molte delle azioni organizzate contro la prima e la seconda guerra del Golfo. Pensiamo al modo in cui viene gestita la piazza nel corso degli anni Novanta, cercando, creando e gestendo momenti di scontro a bassa intensità, piccole battaglie quasi simulate, con polizia e carabinieri.

Le cose dette sin qui ci portano a una conclusione. L’effetto di padronanza legato al generale, al reiterabile e al prognostico, appare perduto o non più praticabile a fronte delle “sparse membra” di una composizione di classe devastata dalla sconfitta e dalla terza rivoluzione industriale. Di conseguenza, essere radicali assume progressivamente il significato di ritagliare e reinventare porzioni di mondo sottratte alla logica mercantile, testimoniando la propria avversione al sistema generale della proprietà privata mediante azioni simboliche capaci di spiazzare e interrogare il senso comune. Vorrei suggerire di non prendersi gioco con leggerezza di questo atteggiamento. Gli ultimi venti anni di storia ci dicono infatti che, nei paesi a capitalismo avanzato, il vecchio “generalismo” del movimento operaio è risultato singolarmente incapace di proporre modelli di azione efficaci, che non fossero stancamente ripetitivi o semplicemente abbarbicati alla necessità di conservare mere rendite di posizione. Ma il modulo originale e relativamente incisivo della minoranza attiva, qualora venga considerato come strategia autosufficiente, lascia emergere ben presto problemi non indifferenti. Nella misura in cui si sviluppa e riscuote successo, conduce necessariamente al confronto di natura generale con l’istituito nelle sue varie articolazioni. Nella misura in cui resta legato alla mera testimonianza e simbolicità, subisce impreparato l’effetto di ritorno della dimensione (mai assunta a reale problema) della politica tradizionale, con il doppio e speculare contraccolpo della istituzionalizzazione non governata o della repressione introiettata come monito e terrore.

Di fatto, gli anni Novanta sono il periodo della progressiva destrutturazione dei moduli classici dell’agire politico, e insieme della progressiva ricerca e formulazione di nuovi orizzonti teorici e pratici. In questo decennio si forma e si consolida una nuova generazione di militanti e dirigenti della sinistra anti-capitalistica, animata dalla convinzione che si debbano praticare terreni nuovi, rompendo ingessature ideologiche ormai prive di utilità. Si pensi agli effetti della lunga direzione di Fausto Bertinotti in Rifondazione Comunista. Si pensi alla alleanza fra i centri sociali del Nord-Est, il Leoncavallo di Milano e l’area egemonizzata dal Corto Circuito di Roma, con i primi esperimenti di partecipazione e uso dei meccanismi istituzionali di rappresentanza. Si pensi all’impatto culturale dello zapatismo. Si pensi, infine, al ritorno di influenza di un post-operaismo ormai evidentemente segnato dagli stilemi fluidi e onnivori del pensiero di Foucault e Deleuze. Nello spazio di un decennio si accumulano molte esperienze incontestabilmente interessanti. Ma si crea anche una sorta di koinè, un dialetto culturale generalizzato fatto di espressioni e categorie che muovono tutte verso l’incremento di distanza con il passato, senza per questo assumere la responsabilità di un nuovo pensiero strategico. Camminare domandando, si dice. E in questo contesto ciò che progressivamente evapora è la grande occasione che, dall’incontro fra le varie eredità non pentite del marxismo italiano, sorga un nuovo ciclo di esperienze comuniste capace di dare orizzonte comune alla resistenza operaia balbettante nelle dimensioni post-fordiste, all’antagonismo rabbioso del proletariato metropolitano confinato nelle nuove periferie, alla estraneità ammutolita della forza-lavoro immigrata generata dalla ridefinizione mondiale dei flussi dello sfruttamento.

Verrebbe da dire che non poteva andare altrimenti. Verrebbe da giudicare scontato che in Italia si dovesse pagare un prezzo di particolare disillusione e trasformismo, a fronte delle speranze e battaglie così intense vissute durante gli anni Sessanta e Settanta dalla classe operaia, dal proletariato, e anche dai famosi intellettuali gramscianamente organici. In ogni caso, nella nuova post-storia del capitalismo tornato dominatore incontrastato del mondo, il 2001 fa realmente da spartiacque. George W. Bush è eletto alla fine del 2000, come espressione di un blocco di poteri estraneo all’utopia clintoniana della governance mondiale e ben deciso a patrocinare selvaggiamente gli specifici interessi nord-americani. Nel nostro paese, con più modestia, il secondo governo Berlusconi attesta che la coalizione di centro-destra, restata solo nove mesi al potere fra il 1994 e il 1995, non è una bizzarra parentesi della storia italiana, ma il modo in cui la borghesia ha costruito un assestamento tale da consentirle la meritata sfrenatezza dopo le convulsioni di Tangentopoli. È vero che a gennaio del 2001 si tiene a Porto Alegre il primo Forum Sociale Mondiale del movimento dei movimenti, quasi a costituire fisicamente la base soggettiva dell’”altro mondo possibile”. Ma qualche mese dopo, a Genova, gli apparati dello stato gettano la maschera prendendo in contropiede il work in progress del movimento. E a settembre l’attacco alle Torri Gemelle dimostra in modo desolante agli alter-mondialisti impregnati di pacifismo e cultura delle differenze che la rabbia dei popoli oppressi, priva di orizzonti laico-socialisti, non prende affatto sembianze amichevoli. È quel che si dice un cambio di marcia.

Ebbene, questa svolta macroscopica non è affatto negata. Tuttavia, essa si produce in una atmosfera ormai satura di luoghi comuni e connotata da una dinamica ideologica monocorde. Farò solo qualche esempio. Escono due libri, Impero di Negri e Hardt e Oltre il Novecento di Marco Revelli. Vorrebbero fare il bilancio degli anni Novanta, e in qualche misura ne fotografano lo spirito. Vorrebbero sancire i nuovi linguaggi dell’attivismo e della contestazione post-fordista, e in un certo senso ci riescono. La duplice e speculare versione delle moltitudini negriane e del volontariato revelliano sembra realmente dare corpo culturale, se non teorico, a un decennio di esperienze. Nella partitura hard, quella di Negri, viene celebrata la simil-cristiana sovversione dell’Impero scavata dai nipotini sempreverdi dell’operaio sociale. Nella partitura soft, quella di Revelli, i boy scout del Terzo Settore sono i protagonisti dell’”uscita di sicurezza” dalle mostruosità dell’homo faber novecentesco. Ce n’è per tutti i gusti. Eppure, a dispetto della loro fortuna, i due libri escono vecchi, sorpassati da una realtà che propone nuove, drastiche semplificazioni, e nuove, obbligatorie strettoie.

D’altra parte, è proprio in questo periodo che lo zapatismo, inteso come cultura di importazione, raggiunge lo zenit della popolarità. I suoi punti forti (quelli che ne decretano la grande suggestività) ruotano tutti intorno al rifiuto della tradizione comunista. Il problema del potere politico è giudicato sbarazzinamente una questione secondaria. L’atteggiamento dialogico viene enfatizzato come alternativa alla identità maturata nella lotta. L’onere e l’obbligo di formulare un punto di vista teorico e politico sul mondo vengono elusi, e dissolti bellamente nella doxa del “camminare domandando”. Marcos stesso perde il senso delle proporzioni, e, forse per meglio denotare la sua estraneità al mondo dei terrori contrapposti, pensa bene, nella seconda metà del 2002, di promuovere la resa dell’ETA suggerendo, sono espressioni sue, di «dare un’opportunità alla parola». Ne scaturisce una seria polemica con il movimento basco, che lascia attoniti i militanti sperimentati, ma piace assai alle nuove burocrazie del Forum Sociale Mondiale. Marcos, infatti, critica pesantemente la pretesa dell’ETA di rappresentare gli interessi del popolo basco e insiste sulla necessità di puntare sulla sola forza della ragione, contro la logica della violenza. Inoltre, chiude il battibecco con una lettera datata 12 gennaio 2003, nella quale spicca il seguente post-scriptum: «Forse è già chiaro, ma lo ribadisco: me ne frego anche delle avanguardie rivoluzionarie di tutto il pianeta».

Perché mi dilungo in questi particolari? Perché danno il senso di quei mutamenti culturali, di quegli slittamenti di significato, che hanno lavorato nel profondo, rendendo l’estrema sinistra italiana diversa da se stessa e sempre più lontana dalla capacità di elaborare specifiche prestazioni politiche. Le grandi mobilitazioni contro la guerra, e per la difesa dell’articolo 18, la vedono ancora protagonista e massicciamente presente. Ma lo scontro si indurisce. La repressione subita a Genova non viene analizzata come esperienza ma vissuta come evento, mitico e terribile. D’altro canto, la contesa politica regredisce progressivamente a livelli elementari che non giovano alle ipotesi più radicali. Sul piano interno, prende il sopravvento la retorica legalitaria e farisea dell’anti-berlusconismo di Repubblica, che man mano, quasi carsicamente, lambisce ampi settori di movimento, modificando il modo di pensare istintivo delle nuove generazioni. Sul piano internazionale, si afferma invece un pacifismo che predica la sottrazione dallo scontro fra le opposte inciviltà di Bush e di Bin Laden, che inizia a essere reticente sulla questione palestinese, e che, è inutile negarlo, risulta soprattutto impaurito dalla rabbia dei popoli oppressi covata indistintamente, con i mezzi ideologici e pratici volta a volta a disposizione, in tutte le banlieues del mondo.

Oltretutto, per un fenomeno tipicamente italiano già messosi in luce nella fase terminale della vicenda del PCI, le lezioni della storia vengono prese al contrario. Le difficoltà e i vicoli ciechi affiorati nelle nuove esperienze dalla sinistra radicale vengono interpretati come altrettante conferme della necessità di allontanarsi ancora di più dai modelli teorici e pratici del passato. Si evocano Machiavelli, Spinoza e Althusser per straparlare di immanenza, aleatorietà e contingenza. Si accoppia loro il messianico Benjamin, censurando tuttavia la sua difesa dell’odio di classe, della volontà di sacrificio, e del «timbro metallico» del nome di Blanqui. Alla categoria del militante, si sostituisce quella, più accattivante e concreta, dell’attivista. All’orizzonte dialettico della rivoluzione, si fa subentrare quello indistinto della ribellione, eventualmente rimpicciolita nel riot, e resa infine bonsai nel flash-mob. In tutto questo, ciò che colpisce è la tendenza a unire una certa esagitazione verbale, tratta essenzialmente dalla cultura di strada americana egemone nei video-clip musicali, con una grande avvedutezza pratica. All’insegna di un non meglio precisato e un po’ vanaglorioso potere costituente, si fanno spazio espressioni più modeste quali “democrazia partecipativa” e “beni comuni”. Dovrebbero caratterizzare l’identità alternativa delle nuove soggettività anti-liberiste. Ma sembrano soprattutto legittimare, con scarsa attenzione ai possibili effetti di ricaduta negativi, il pur comprensibile uso dei meccanismi della democrazia rappresentativa, generando piccole rendite di posizione e nuovi motivi di frattura e dissenso.

Giungiamo così alla effimera vittoria elettorale del centro-sinistra del 2006. Una vittoria che, certo, è anche il frutto della ventata di opposizione cresciuta nel paese nella prima metà del decennio, e alla quale ha portato il proprio testardo contributo innanzitutto il mondo represso a Genova nel 2001. Ma esso vi arriva sguarnito, diviso, estenuato da polemiche interne, e incapace di reale incidenza sugli equilibri delle forze che compongono la coalizione al potere. Nel periodo del secondo governo Prodi, l’azione dei soggetti alternativi è opaca, vittimisticamente rivendicativa, sostanzialmente limitata ai temi del precariato e del reddito di cittadinanza. L’implosione di Rifondazione Comunista e l’ultima fase del bertinottismo tolgono del resto al movimento l’interlocutore che, nel bene e nel male, in tutti gli ultimi anni aveva funzionato da sponda per i suoi esperimenti politici e per il suo alterno e inorganico affacciarsi alla dimensione istituzionale. La sinistra radicale subirà pertanto il ritorno di Berlusconi, e l’azzeramento parlamentare delle rappresentanze di ispirazione comunista, in posizione alquanto marginalizzata. A dispetto della sua strutturale alternatività al mondo delle istituzioni, non avrà modo di fruire degli effetti di quella “crisi della politica”, che pure, negli anni del “bunga bunga” e della totale insipienza dell’opposizione parlamentare, fa cadere a livelli straordinari la fiducia delle classi popolari nel sistema dei partiti.

E così veniamo all’oggi. Il tempo non passa invano. L’essere stati sostanzialmente insignificanti nel processo che ha condotto alle dimissioni di Berlusconi da presidente del Consiglio comporta un prezzo di evidente marginalità nello scenario politico. E d’altro canto, se la crisi economica inizia a far sentire seriamente il suo morso sul tenore di vita delle classi popolari, ciò non rende automatico uno spostamento delle correnti di opinione verso una rinnovata critica di massa alla proprietà privata. Niente è più chiaro del fatto che l’attuale situazione, compresi i nuovi assetti convulsamente abborracciati dalla borghesia italiana attraverso il “governo dei tecnici”, esprime una dittatura del capitale sorda a ogni istanza di equità. Eppure niente appare più lontano di una reale ripresa della lotta sociale, intesa, secondo le efficaci parole di Marx, come «movimento della classe per imporre i suoi interessi in forma generalizzata, in una forma che possiede forza universale, socialmente vincolante».

È proprio questo carattere generale, ricompositivo, universalizzante, che è stato progressivamente espunto dal linguaggio della sinistra e che, invece, appare oggi grottesco appannaggio del vocabolario capitalista, con le sue leggi di mercato imperscrutabili e le sue compatibilità monetarie inviolabili. Ma non risulterà facile scovare il bandolo della matassa, perché, come abbiamo visto, nel frattempo i modi di pensare e di agire sono cambiati, e non sarà certo qualche saccente lezione di marxismo a invertire un corso delle cose consolidato da vent’anni di pressappochismo ideologico e di egemonia culturale della piccola borghesia intellettuale.

Larga parte degli arretramenti, degli smarrimenti, delle abiure che abbiamo visto in opera nei due decenni qui brevemente ripercorsi erano infatti prevedibili. La sconfitta del movimento operaio classico è stata profonda e, come si dice, epocale. Però è mancata una battaglia culturale. È mancata la lotta di classe nelle idee. È mancata la convinzione che la difesa della propria storia potesse fruttare in ogni caso un valore aggiunto nella attività pratica quotidiana. Alla borghesia non è sembrato vero. Fascisti e leghisti sono entrati a gamba tesa nel territorio dell’identità, utilizzando tutte le armi del semplicismo propagandistico e consolidando in questo modo una vena populista ormai pericolosamente radicata in ampie zone di proletariato. I media e il sistema politico tradizionale hanno invece proceduto a una riscrittura integrale dell’immaginario delle classi popolari, accreditando come nuovi eroi del presente i poliziotti e i magistrati, e riplasmando quelli del passato come la “meglio gioventù” sconfitta a tradimento dai servizi segreti e dal terrorismo. Siccome, poi, di un pizzico di cattiveria c’è sempre bisogno, ecco la banda della Magliana a coprire le esigenze estetiche di rudezza di una generazione allevata a forza di videogiochi. Il risultato è che la linea andiamo a prenderla da Sabina Guzzanti, e che ci facciamo raccontare le storie del mondo diviso in classi da un adoratore di Berlinguer come Ascanio Celestini.

Forse sono sgradevole. Ma, in sostanza, quello che voglio dire è che, quasi inavvertitamente, abbiamo perduto l’autonomia politica e ideologica del proletariato. Abbiamo perduto qualcosa che davamo per scontato, e che invece dovevamo difendere certo con intelligenza, sicuramente affrontando i nostri errori, ma anche qualche volta con cocciuta brutalità. Questo è particolarmente importante, perché ci aiuta a capire come mai arriviamo sfiatati all’appuntamento con il ritorno del rimosso, all’incontro con il “ritorno del generale” che la crisi economica comporta. Molti segnali ci dicono che il vento sta cambiando. Ma occorre saperli interpretare. Occorre analizzarli con quel composto di duttilità e decisione che dovrebbe essere tipico di ogni tattica rivoluzionaria. Per esempio, io non penso che sia stato sbagliato, in tutti questi anni, praticare il terreno della democrazia rappresentativa. Non penso che sia stato sbagliato contrattare candidature con Rifondazione Comunista, partecipando alle elezioni degli enti locali e talora a quelle nazionali o europee. Questi mezzi si sono rivelati utili. In alcuni casi hanno anche costruito dirigenti amati e rispettati in fasce autenticamente proletarie dei nuovi territori metropolitani. Credo però che questa dimensione dovrebbe meglio interagire con quella che, per comodità, definirò la nuova spinta del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011. E credo che dovrebbe accompagnarsi a una capacità di sobbarcarsi nuovamente della critica esplicita alla proprietà privata, senza le perifrasi ambigue dei “beni comuni”, e senza complessi di inferiorità verso il pure necessario tradeunionismo difensivo della FIOM, che invece, inteso come progetto politico, reca evidenti limiti di orizzonte strategico.

Qui il discorso si fa pratico e deve essere lasciato alla discussione che va fatta. Non la ritengo per niente facile, anche perché non può essere impostata sulla chiamata a raccolta di tutte le forze che, in un modo o nell’altro, hanno osteggiato in questi anni la fuoriuscita ideologica e pratica dalle tradizioni del Novecento. Per chi crede in certe cose, dire comunismo è facile. Ma bisogna essere sinceri, e ammettere che, in tutto il periodo successivo al 1989, le prestazioni politiche dei marxisti, per non dire dei leninisti, sono risultate alquanto scadenti. Ora, questo non ci deve abbattere, né tantomeno lasciare in difetto di iniziativa. Il mondo contemporaneo è pieno di ipocrisia, di manipolazione e di contraddizioni, proprio perché è intriso di potenzialità cooperative di ordine superiore. Sta a noi saper far vivere questo elemento negletto con la forza di una proposta generale. Sta a noi rimeditare per intero il significato delle famose parole di Lenin secondo cui «la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni». C’è, nel leninismo, una idea costitutiva della funzione della soggettività che può risultare particolarmente utile oggi, nel momento in cui la composizione di classe si presenta in un massimo di frammentazione ribaltabile in un massimo di generalità. Ma l’insieme dei compiti tipici dell’avanguardia deve essere obbligatoriamente ripensato con la creatività di chi non può più dare nulla per scontato: né l’esistenza alle spalle di una socialdemocrazia coerente con la propria ragion d’essere riformista, né un retroterra popolare caratterizzato dalla egemonia di una cultura e di una etica proletarie. Lenin è molto preciso su questo. Far politica da comunisti significa intervenire nel «campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi». Oggi, un atteggiamento del genere implica mobilità, rapidi cambiamenti di marcia e di fronte, capacità di cogliere gli interessi e lo scontento delle masse, saldandoli a una lotta ideologica tutta da inventare, a campagne politiche sintetiche ed efficaci, a comportamenti pratici coerenti che rigenerino la fiducia in se stessi e nel futuro, anche a costo di pagare qualche prezzo, e di imbarazzare le immancabili anime belle.

In fondo, la crisi attuale, con il sistema di compatibilità obbligate e di imposizioni coatte che squaderna senza eccezioni davanti ai ceti subalterni, ravviva nuovamente la percezione della diseguaglianza sociale. Questo sentimento, orfano di una visione generale, si fa strada in molti modi: attraverso l’invidia plebea, attraverso le critiche moraleggianti al cattivo capitalismo della finanza, attraverso ingenue utopie di redistribuzione fiscale destinate regolarmente a essere frustrate. Le cose sono giunte a un punto tale che la generalità intrinsecamente disordinata del capitale può essere messa in discussione soltanto da una generalità di segno contrario. Fare ordine, riattualizzare la necessità di un programma complessivo di controllo della proprietà privata, è sicuramente il compito che ci attende. Ma bisogna anche aggiungere che un tale incarico non può essere confinato nelle astrattezze della modellistica sociale, ma deve vivere in campagne di spiccato valore pratico, da condurre con decisione, e nelle quali guadagnare nuova credibilità e nuovo prestigio agli occhi delle masse.

Per esempio, non è nemmeno ipotizzabile l’idea di aprire una serio rapporto con il proletariato immigrato contemporaneo, un rapporto che vada oltre il tutoraggio e la compassione, se non la si rompe con l’eurocentrismo che, in questi anni, ci ha portato a preferire il Libanese della banda della Magliana al Libanese di Hezbollah. E lo stesso si può dire della lotta al precariato, che deve certamente rappresentare gli interessi dell’artista, del performer, e del lavoratore cognitivo, ma meglio farebbe a capire qualcosa dell’interinale esecutivo, del semplice barista, dei ragazzi di Tor Bella Monaca che contendono al bengalese il posto del benzinaio, ma potrebbero anche essere attirati da una giornata di piazza vissuta sino in fondo. In altre parole, a me sembra che la via da seguire non sia quella degli stanchi rassemblement di comunisti traditi, onesti e rancorosi, ma quella di un’azione necessariamente sperimentale, che valorizzi le esperienze interessanti degli ultimi venti anni (e ce ne sono), mettendole al servizio di una prospettiva all’altezza dei tempi. Penso anche che nelle aree di movimento molti equilibri sono in corso di ridefinizione, e che in questi equilibri sia possibile incidere con il coraggio e la franchezza di chi sa azzardare proposte ambiziose.

Con il che, il mio intervento è praticamente concluso. Ho iniziato a parlare sottolineando l’opportunità di conoscere se stessi, attraverso un inventario dell’ideologia spontanea che si è depositata in noi negli ultimi venti anni. Terminerei dicendo che è ora di scrollarsene di dosso la gran parte, come si fa ogni tanto nei cambi di stagione. Senza dubbio può aiutarci la coscienza che, alle accelerazioni della storia, non si arriva quasi mai preparati a perfezione. Ma il professionismo rivoluzionario è sempre stato anche questo: imparare in fretta, scommettere in proprio, calcolare e poi azzardare. E, naturalmente, non nascondere la mano, dopo aver lanciato il sasso.

Note

Ho preferito mantenere intatto il testo della relazione letta al seminario Noi siamo tutto, organizzato dal collettivo Militant il 19 maggio 2012 a Roma. Mi è sembrato opportuno conservare l’intervento nella sua forma originaria, pensata per essere ascoltata senza interruzioni, precisazioni o digressioni di sorta. In questo modo, anche il lettore dovrebbe poter avvertire il senso intenzionalmente drastico, e quindi schematico, del discorso che ho tentato di sviluppare. La sinistra anti-capitalistica italiana è profondamente cambiata: questo è il fatto, assolutamente banale, da cui sono partito. Ma le trasformazioni tanto volute, i rinnovamenti tanto inseguiti e agognati, si sono prodotti in condizioni equivoche, tutte da decifrare. A conti fatti, si è trattato di una lunga e noiosa corrida, priva di un vero matador. Il toro stanco del Novecento è stato infilzato da una folla variopinta di picadores e banderilleros, reclutata senza fatica contro l’impersonalità esigente tipica della cultura classica del movimento operaio.

Ma andiamo con ordine.

L’insieme della relazione dà per presupposto che gli anni Settanta siano stati un intenso periodo di lotte di classe, caratterizzato dal ritorno all’ordine del giorno del problema del potere politico. Non è affatto una tesi scontata. O, almeno, non lo è più, dal momento che le ideologie egemoni nell’ultimo decennio offrono visioni quasi sempre distorte della partita giocata in Italia fra il 1968 (anno in cui si riaccendono le micce della contestazione di massa) e il 1985 (anno in cui la sconfitta del referendum per il ripristino della scala mobile segna il definitivo isolamento del movimento operaio, a quella data già abbondantemente indebolito nelle sue componenti riformiste e rivoluzionarie). Una analisi delle variazioni subite dalle immagini storiografiche degli anni Settanta sarebbe utilissima, se condotta con rigore. Ma, di fatto, ancora oggi i libri migliori sull’argomento sono quelli più vecchi, cioè quelli scritti a immediato ridosso della fine del periodo, quando ancora era difficile inventare le “meglio gioventù” composte di militanti non violenti e di poliziotti democratici, santificare la Prima Repubblica come luogo naturale dell’abbraccio fra Moro e Berlinguer, o dipingere, per esempio, l’Autonomia Operaia e il movimento del 1977 come rigogliosi laboratori di “linguaggi” volti all’affermazione nomadistica del general intellect. Non c’è bisogno di consigliare cupi e noiosi trattati marxisti-leninisti. Basta leggere N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro, Milano, 1988 (ora disponibile nella seconda edizione del 1997).

In ogni caso, la relazione parte dalla sconfitta incontestabile di questo grande movimento, e cerca di offrire un veloce ritratto delle metamorfosi subite dai suoi continuatori o eredi. È chiaro che la dissoluzione del PCI e la sua divisione in PDS e Rifondazione Comunista hanno costituito uno dei momenti decisivi di questo processo, contribuendo a incrinare la tradizionale fiducia delle masse popolari italiane nella politica di impronta togliattiana, intesa come orizzonte superiore, anche pedagogico, delle aspirazioni e preoccupazioni immediate del proletariato. Altrettanto chiaro è che la sconfitta e la repressione delle organizzazioni armate hanno determinato un contesto di spaesamento e di ripulsa verso la militanza rivoluzionaria classica, assimilata a un dio vorace e cruento, mai sazio di sacrifici, e capace soltanto di forsennate dissipazioni esistenziali. Chi ricorda la particolare temperie degli anni Ottanta, fatta di ideologie della dissociazione e di riscoperte dell’irripetibilità dell’individuo, può capire quanto abbia lavorato nel profondo questa subcultura vittimistica e narcisista, dissodando il terreno per l’azzeramento del pensiero strategico, che è sempre anche un pensiero della messa al lavoro e della disciplina delle soggettività. Non ci sono libri importanti da leggere su questa materia. La secolare inclinazione italiana al trasformismo, alla dissimulazione e al nicodemismo ha tacitamente difeso se stessa in ogni componente della sinistra. Pertanto, si può rimandare unicamente a lavori di carattere generale sulla modificazione delle prospettive pedagogico-politiche (per tutti Z. Bauman, La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Torino 1992); si possono studiare, per analogia, i periodi immediatamente successivi a grandi sconfitte dei movimenti rivoluzionari (utile S. Luzzatto, Il terrore ricordato, Torino, 2000); ci si può soffermare infine sulle modificazioni più evidenti intervenute nello statuto contemporaneo dell’individualità (ove resta insuperato C. Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, 2001).

C’è invece molto da leggere sul movimento alter-mondialista. Ma non si tratta di studi strutturati, bensì di un alluvione di pubblicazioni di stampo giornalistico o pamphlettistico. Pensiamo a N. Klein, No logo, Milano, 2000, considerato a suo tempo la bibbia della nuova contestazione. Oppure allo sciocco e vanitoso libretto di J. Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, Napoli, 2004, che pure destò interesse in molti appassionati di zapatismo. Di fronte a questa minutaglia, i due libri citati nella relazione (M. Hardt – A, Negri, Impero, Milano, 2002 e M. Revelli, Oltre il Novecento, Torino, 2001) costituiscono effettivamente tentativi di analisi dotati di profondità e legittima ambizione. A distanza di anni, tuttavia, i due lavori impressionano soprattutto per la loro funzione singolarmente simmetrica. La nuova politica post-fordista dei movimenti viene magnificata come circostanziale, obbligata e felice empiria delle moltitudini e del volontariato. Si percepisce nettamente l’intento apologetico. E si capisce quanto i due libri abbiano sostanzialmente fotografato l’ascesa e l’affermazione di un nuovo personale politico, contribuendo a coniarne i linguaggi, e gli specifici tic intellettuali. Per esempio, nel libro di Hardt e Negri è depositato quel particolare composto di estremismo verbale e di gigioneria pratica (si pensi all’exhortatio finale francescana) che ha tanto caratterizzato l’educazione sentimentale delle ultime generazioni post-operaiste. Invece, nel volume di Revelli è contenuto un repertorio praticamente completo di tutte le accuse possibili al Novecento, che torna immensamente utile al dirigente del Terzo Settore, al politico tardo-bertinottiano, al leader del centro sociale impegolato negli enti locali. In entrambi i casi, sarebbe difficile estrarre serie indicazioni per confrontarsi con gli ultimi sviluppi della situazione economica e politica mondiale. Ma la verità, come ho cercato di sottolineare nel corso della relazione, è che i due testi erano già sorpassati al momento della svolta impressa dai fatti di Genova e dagli attentati dell’11 settembre 2001.

Questo è un punto molto importante. È importante, cioè, capire quanto la generazione aggregatasi intorno alle esperienze dei centri sociali si sia trovata impreparata, ideologicamente e materialmente, di fronte non solo alla repressione di Genova o alle guerre irachene e afghane, ma anche al cospetto dei nuovi scenari politici interni determinati dagli ultimi governi Berlusconi. È come se si fosse regalato a Di Pietro, a Travaglio, o a qualche comico in cerca di notorietà, il ruolo di rappresentante dell’opposizione sociale. E questo è tanto più vero, in quanto è incontestabile che molte lotte concrete (per il diritto alla casa, in difesa dei migranti, contro devastazioni del territorio determinate da interessi economici o militari) sono state sostenute negli ultimi anni proprio e solo dall’area dei centri sociali, divisa in molti rivoli e confinata nell’isolamento all’indomani dell’implosione della Rifondazione bertinottiana.

Occorre probabilmente spezzare il cerchio della mentalità che, nella relazione, ho definito presentista e molecolare. È un modo di pensare estremamente radicato. Eppure, conduce soltanto all’altalena fra immodeste presunzioni (le “potenze” spinoziane evocate per un nonnulla) e frustranti depressioni (la coscienza di essere gli ascari di progetti politici altrui). Non si tratta, beninteso, di innalzare i vecchi argini dell’extra-parlamentarismo. Si tratta di riappropriarsi del concetto e della dimensione della strategia, malamente spodestati dalla retorica adolescenziale del project. Fa male vedere come tanti pensatori classici e contemporanei (ad esempio il Benjamin delle Tesi di filosofia della storia o lo Jesi di Spartakus) siano stati utilizzati in questi anni per accreditare la superiorità della rivolta sulla rivoluzione. I deboli e i poveri hanno fatto paura ai potenti e ai ricchi solo quando hanno imparato ad allenare i tumulti e le ribellioni, solo quando hanno concepito l’ambizione di correre la maratona della storia, distillando l’odio di classe in una razionale linea di condotta. Guardiamoci intorno. Guardiamo bene. Non è mai troppo tardi per rimettersi al lavoro.

Gli unici riferimenti letterali presenti nel testo sono nell’ordine:

• K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino, 1968 pag. 137;

• K. Marx, Lettera a Bolte, 1871, in K. Marx – F. Engels, Critica dell’anarchismo, Torino, 1972, pag. 410;

• V. Lenin, Che fare?, Torino, 1971, pag. 97.

Fonte

19/11/2020

Al bivio della protesta: insistere, rilanciare, o tornare a giocare alla politica

Dopo circa tre settimane di mobilitazione siamo ad uno snodo determinante. Le, anzi la manifestazione di Napoli dello scorso 24 ottobre, al di là delle sue notevoli ambiguità di fondo, ha segnato un passaggio politico a suo modo decisivo. Dopo dieci mesi di politica a distanza, di testimonianze inconcludenti, di riunionismo telematico e di sostegno al governo Conte, la situazione si è rimessa in movimento. Potere del conflitto. Ovviamente ciò che abbiamo visto in queste settimane è davvero troppo poco per incidere  sulla realtà e sulla coazione a riperdere della sinistra del paese. È un’evidenza talmente ovvia da non dover neppure essere ricordata. Eppure, è tutto ciò che abbiamo in questo momento. L’alternativa l’abbiamo vista: da febbraio a ottobre la sola idea di manifestare gettava nel panico le organizzazioni e i militanti. Figuriamoci quei settori sociali annichiliti dalla crisi, privi di sponde politiche e di orizzonti ideali alternativi al disciplinamento emergenziale. Ha poco senso allora lambiccare sui limiti di questa mobilitazione, di per sé, come detto, evidenti: siamo tutti vaccinati alla critica politica per intravederne i problemi. Molto più senso assume l’idea di provare a fare politica nella mobilitazione, spingendola fino alle sue estreme conseguenze, superando se stessa. Facendo i conti con quel che c’è, non con quello che vorremmo ci fosse. Questa è la ragion d’essere del nostro investimento nella costruzione di questo movimento.

Fin qui la mobilitazione ha dato prova di raggiungere obiettivi fino a un attimo prima insperati. Manifestazioni di massa, cortei non autorizzati, azioni di protesta, assemblee pubbliche aperte e partecipate. È poco, ma è già qualcosa. Manca il salto di qualità: da un lato la composizione sociale della protesta è ancora troppo aderente agli aggregati militanti, vive del continuo sforzo dei compagni e fatica ad andare oltre loro, oltre noi; dall’altro quella radicalità che si esprime a parole e nei ragionamenti pubblici fatica a tradursi in pratica di lotta. Le critiche di chi non è mai uscito da Facebook lasciano il tempo che trovano, va da sé. Eppure è un problema reale: se stiamo qui a parlare di una mobilitazione è solo grazie all’esempio della piazza napoletana. Una piazza non replicabile, per una lunga serie di ragioni, altrove e soprattutto a Roma. Nondimeno, ha determinato un fatto politico in grado di imporsi. Stiamo tentando di raccogliere questa istanza, niente di più, niente di meno. Spurgandola, diciamo così, dalla contaminazione tossica dell’egoismo proprietario, piccolo borghese, bottegaro. Non ci interessano improbabili sintesi politiche tra imprenditori e lavoratori dipendenti e disoccupati. La crisi non è uguale per tutti, nonostante anche quel pezzo – e forse soprattutto quel pezzo – di borghesia uscirà con le ossa rotte da questa ricaduta pandemica autunnale. È la direzione politica della protesta che ci interessa, non includere o escludere questo o quel pezzo di società depauperata dalla crisi. Quella direzione fino a Napoli era in mano all’estrema destra – non quella folcloristica di Castellino ovviamente – ma quella proprietaria, evasora, parassita dell’assistenzialismo statale quando serve, prontamente evasora e antistatale quando tornerà a commerciare. La libertà di profitto non ci interessa.

Dopo Napoli qualcosa è cambiato: la destra ha perso agilità, rinfrancata soprattutto dai famigerati “ristori” con cui lo Stato, attraverso la fiscalità generale, sta sostenendo questa plebe borghese anarco-vittimista. È rimasta sul campo della reazione solo l’opzione ideologica neofascista o negazionista, ovvero le curiosità fisiologiche della politica italiana. Roba davvero poco interessante. Viceversa, l’unica alternativa presente è quella che in queste settimane si è presa piazza Indipendenza, e poi ancora via del Corso e il centro di Roma, Porta Pia e San Lorenzo, e che mercoledì, a piazza dei Mirti, si vedrà ancora una volta pubblicamente per ragionare insieme sul futuro di questo percorso fragile e ancora giovane, inesperto e stupito del suo resistere nonostante tutto. Infine, sabato 21 ci sarà la manifestazione di piazza del Popolo. L’appuntamento centrale, che segnerà un passaggio chiave della mobilitazione di queste settimane. L’appuntamento che indicherà se riusciremo ad andare oltre noi stessi o no. Converrà rischiare qualcosa allora. Abbiamo bisogno di ragionare su di un piano di proposte credibile, su di un “programma” concreto e ideale al tempo stesso, capace di dialogare con quell’enorme porzione di società marginale e di proletariato urbano priva di referenti e oggi disinteressata alla politica prima ancora che alla protesta. Non ce la caveremo coi “tu ci chiudi tu ci paghi”, fin troppo pregni di ideologia reazionaria. Abbiamo bisogno di pensare dunque. Ma prima ancora abbiamo bisogno di esistere, di essere visibili, di manifestare, di segnare una nostra presenza, di imporre una lotta di classe. Se la politica, come piace filosofare ai guardiani del bidone, è rapporto di forze, ecco allora la costruzione della nostra forza passa a Roma per questa mobilitazione. È ora di crederci.

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