Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/10/2026

La lunga scia di sangue di Ludwig

di Gioacchino Toni

Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00

Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo – gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.

La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.

È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).

Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.

Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.

Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.

L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.

Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?

Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.

Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.

Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.

I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.

Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”.

Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.

Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.

«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].

La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

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31/08/2025

Ucraina - Ucciso a Leopoli Andriy Parubiy, uno dei nazisti alla testa di Euromaidan

Ieri è stato ucciso Andriy Parubiy, un criminale nazista ucraino che ha avuto un ruolo di primo piano nel golpe di Euromaidan e nella strage di Odessa. È stato raggiunto in una strada di Leopoli, dove è stato freddato con ben 8 colpi di pistola da una persona vestita come un corriere di Glovo, che ha poi nascosto l’arma nel borsone e si è dileguata.

Andriy Parubiy era un nome importante delle vicende ucraine degli ultimi decenni, sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Infatti, già nel 1991, insieme a Oleh Tjahnybok, Parubiy aveva fondato il Partito social-nazionale d’Ucraina, di stampo neonazista, che si sarebbe poi trasformato nel più conosciuto Svoboda.

Nel 2004 cerca di ripulire il curriculum, abbandonando il partito e avvicinandosi a una destra più ‘moderata’, quella di Blocco Ucraina Nostra: l’obiettivo di farsi eleggere in Parlamento viene raggiunto. Nel 2012 passa nelle liste del partito Patria, della ex primo ministro Julija Tymošenko, altra promotrice delle sommosse del 2014.

I legami con le formazioni paramilitari neonaziste ucraine lo pongono in una posizione centrale negli eventi di Euromaidan. Egli, infatti, è la guida delle “forze di autodifesa del Maidan”. Il ruolo di primo piano svolto nel golpe gli permette di ricoprire poi importanti posizioni, come la segreteria del Consiglio di sicurezza e anche la presidenza del Parlamento ucraino, fino al 2019.

Passato a Solidarietà Europea, il partito di Petro Poroshenko, si ritrova all’opposizione dopo la vittoria di Zelensky. La sua influenza sulla politica ‘alta’, parlamentare, si era molto ridotto, soprattutto da quando il nuovo presidente non accenna a voler cedere i suoi poteri. Ma di certo rimaneva un punto di riferimento per i movimenti di estrema destra dell’Ucraina.

Per questo sono tanti i dubbi intorno al suo omicidio. Per arrestare il ricercato è stata avviata un’operazione speciale, denominata ‘Siren’, e intanto in molti ripensano a un caso simile, avvenuto poco più di un anno fa. Anche Iryna Farion, altra esponente della galassia golpista di Euromaidan e poi parlamentare di Svoboda, era stata uccisa a colpi di pistola per le strade di Leopoli.

Non è facile capire se le motivazioni dell’eliminazione di Parubiy possano essere le stesse di quella della Farion, che rimangono ancora oscure. Dalle autorità ucraine si sente parlare di una possibile pista russa, ma risulta piuttosto difficile pensare che i servizi di Mosca si scomodino per un personaggio che, al di là di tutto, aveva perso il peso che aveva avuto negli anni precedenti.

L’altra ipotesi è che si tratti di un regolamento di conti interno. Forse commissionato dalle stesse formazioni neonaziste, poiché Parubiy non sarebbe riuscito a raggiungere l’obiettivo di riprendere il Donbass, e anzi ora si parla addirittura di una possibile pace con la Russia, con la cessione delle regioni orientali ucraine.

Appena qualche giorno fa, Sergey Sternenko, ex leader di Pravy Sector e anch’egli tra coloro che si è macchiato del sangue delle vittime della Casa dei sindacati di Odessa, ha rilasciato un’intervista durante la quale ha candidamente affermato che Zelensky rischia il collasso politico e poi l’eliminazione fisica, nel caso in cui ritirasse le truppe dal Donbass.

Questo è il clima della ‘democratica’ Ucraina. Intanto, la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, su X si è detta “profondamente sconvolta dal terribile assassinio”. Non sorprende che dai vertici UE si esprima vicinanza a un nazista che aveva fatto il lavoro sporco necessario a legare Kiev a Bruxelles, ponendo le basi del conflitto che dura ormai dal 2014.

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15/04/2025

Simboli neo-nazisti in divisa

Sabato a Milano, durante un corteo pacifico per chiedere la fine del genocidio a Gaza, un poliziotto si è presentato in tenuta antisommossa con una felpa nera che sfoggiava il simbolo di un gruppo neonazista polacco. Non è fantapolitica. È cronaca. È accaduto. In Italia. Nel 2025.

Ci dicono che la Digos “sta cercando di identificarlo”. Ma dai, davvero? Non prendiamoci in giro. In un sistema militarizzato dove ogni agente è schedato, tracciato, inquadrato, ci vogliono far credere che non sappiano chi è? No, non stanno cercando di scoprirlo. Stanno solo cercando di proteggerlo. Di metterlo al riparo dall’opinione pubblica. Dalle sanzioni. Dalla giustizia.

E sapete perché possono permettersi di farlo? Perché dentro la Polizia c’è un codice non scritto, un’omertà da manuale mafioso, dove chi denuncia è un “infame” e chi copre gli abusi è “uno dei nostri”. E questa mentalità non è un’eccezione: è sistema. È cultura. È tollerata, se non incoraggiata.

E non parliamo di un povero scemo di periferia. Quell’agente indossava abiti diversi dagli altri. In un’operazione in assetto antisommossa. Questo vuol dire che aveva un grado, un ruolo, un’autorizzazione. Non era lì per caso. E nessuno gli ha detto di cambiarsi.

È questo lo Stato che dovrebbe garantire i diritti costituzionali? Quello che reprime manifestazioni pacifiche con manganelli e simboli fascisti in bella vista? Quello che mena chi dissente, ma protegge chi flirta con l’estrema destra?

È anche per questo che la battaglia per l’identificativo obbligatorio sui caschi va avanti da anni. Perché senza nomi, senza numeri, senza responsabilità, la divisa diventa una maschera dietro cui si può fare tutto. Anche il peggio.

E se chi comanda chiude un occhio o due, allora il problema non è il singolo agente. Il problema è l’intero apparato. E a quel punto non si chiama più “forza dell’ordine”. Si chiama apparato repressivo.

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La solidarietà non arretra.
Sulla provocazione all’imponente corteo del 12 aprile a Milano


Milano 12 aprile: un enorme corteo di massa denuncia il GENOCIDIO palestinese, il riarmo e il nuovo decreto sicurezza. Il governo Meloni risponde con una provocazione in linea con le nuove politiche securitarie! – NO ALLO STATO DI POLIZIA –

La strada è quella giusta.

È quella dell’allargamento e dell’inclusione di ogni anima della solidarietà. L’abbiamo detto e scritto mille volte: parlare una lingua “di massa” perché, dalla semplice empatia umana alla militanza antimperialista, ognuna e ognuno si senta chiamato/a a dare il proprio contributo, senza più alcun alibi.

Volti diversi con un obiettivo comune, fermare il genocidio, fermare la mano assassina dei sionisti, denunciare la complicità degli assassini delle cosiddette “democrazie occidentali” imperialiste che supportano il genocidio e la pulizia etnica in diretta streaming del popolo palestinese. Lavoratori e lavoratrici provenienti dalle molte periferie del mondo, dai quartieri emarginati delle metropoli capitaliste, studenti, disoccupati, donne e giovani che non si piegano ad una vita di sfruttati che si immedesimano nella lotta al colonialismo e all’imperialismo. Donne e uomini semplicemente solidali.

Voci diverse e diversamente motivate a sostegno del popolo palestinese e della sua Resistenza.

Il corteo di sabato 12 aprile è stato una grande manifestazione di massa con la partecipazione di famiglie intere con numerosissime bambine e bambini con la bandiera palestinese che è stata il filo conduttore dalla testa alla fine del corteo. Un grande, largo e caldo fiume animato da molte decine di migliaia di persone e attraversato dalla consapevolezza che il popolo palestinese non può essere lasciato solo davanti ai crimini dell’imperialismo statunitense/occidentale insieme alla sete di sangue colonialista dell’entità sionista israele.

Una grande manifestazione di massa che non ha parlato solo di GENOCIDIO ma ha parlato anche di riarmo, di cieca corsa verso la guerra tra imperialismi come soluzione ad una crisi di un sistema globale basato sullo sfruttamento di donne, uomini e dell’intero pianeta, di politiche securitarie per comprimere diritti e azzerare una possibile ribellione sociale a partire dalla classe.

Ma proprio perché questo grande corteo di massa ha messo in moto un effetto rilancio delle mobilitazioni a fianco del popolo palestinese e la denuncia della complicità occidentale/italiana, questa forza di massa ha fatto paura al governo Meloni che, sabato 12, ha messo in pratica un’operazione politico repressiva pericolosissima e devastante per il messaggio che lancia.

A 2 giorni dall’approvazione di Mattarella – il “difensore dei valori democratici e antifascisti della Costituzione” – del nuovo fascista Decreto Sicurezza, il governo Meloni ci ha detto che è caduto ogni “freno inibitorio” alla repressione, che si potranno permettere ogni arbitrio repressivo sicuri di una protezione legislativa e del controllo su media e organi di informazione.

Sabato 12, con la scusa di dover identificare i “responsabili” di qualche sporadica azione di contorno al corteo, il ministero degli interni è intervenuto pesantemente contro di esso preparando un consapevolmente provocatorio (se non si vogliono incidenti si evita lo “struscio” con il corteo) imbuto di caschi, scudi e manganelli in cui far transitare il corteo fino a procedere con un’irruzione violenta ed arbitraria, spingendo e manganellando i partecipanti per portarsi via a caso 7 manifestanti infatti poi rilasciati.

Non “disordini” e “scontri” quindi, deliberatamente invece voluti provocare dal ministero degli Interni e come riportano i media servi delle “veline” dello stesso, ma una deliberata aggressione che ha prodotto il risultato di spaccare deliberatamente il corteo in 2 spezzoni.

Una grandissima azione provocatoria e repressiva del governo per criminalizzare la grande e potente voce della solidarietà e provare ad azzerare mediaticamente la grande ed entusiastica riuscita del corteo.

LA SOLIDARIETÀ NON ARRETRA!

Non facciamo cadere nel silenzio questa provocazione.

Non tacciamo sui crimini dell’imperialismo e del sionismo.

Non facciamo passare senza opposizione le politiche securitarie del governo Meloni. La vera sicurezza non è repressione, azzeramento del dissenso e dell’opposizione nelle fabbriche e nei territori, non sono le zone rosse, non è precarietà e stipendi da fame ma lavoro, salario, istruzione e sanità universalistica e una Palestina libera dal fiume al mare dal colonialismo suprematista sionista!

CONTRO IL GENOCIDIO E LA CORSA VERSO LA GUERRA IMPERIALISTA.

NO ALLO STATO DI POLIZIA!

L’Europa si arma, la guerra si avvicina, resistere, resistere, come in Palestina!

CON LA PALESTINA NEL CUORE!

Le compagne e i compagni del Csa Vittoria

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15/03/2025

Ucraina - A Odessa ucciso uno dei killer neofascisti della strage alla Casa dei Sindacati

A Odessa, è stato ucciso Demyan Hanul – l’ex capo dell’organizzazione neofascista ucraina Pravi Sector e ritenuto uno degli organizzatori dell’assalto alla Casa dei Sindacati di Odessa del 2 maggio 2014, che provocò decine di vittime, alcune delle quali bruciate vive. Una persona sconosciuta gli ha sparato per strada e poi è fuggita. In un video, l’esecutore con calma, senza prestare attenzione ai testimoni che stavano nelle vicinanze e filmavano ciò che stava accadendo, ha ucciso Hanul con un colpo alla testa. Più tardi è stato arrestato dai militari ucraini.

La testata Interfax/Ucraina riferisce che il Ministro degli Affari Interni ucraino Ihor Klymenko ha preso sotto il suo personale controllo le indagini e la divulgazione pubblica di questo omicidio.

Il dirigente neofascista eliminato è legato a molti episodi cruenti: oltre alle morti nella Casa dei Sindacati di Odessa, ha partecipato alla demolizione di monumenti della Grande Guerra Patriottica, alle aggressioni di residenti di lingua russa. Hanul aveva molti nemici. Il giornale Pravda riferisce che nelle chat di Odessa la notizia è accolta con giubilo, a prescindere dalle convinzioni politiche.

Lo stesso giornale riferisce che questo è il secondo episodio del genere in tempi recenti: nel luglio 2024 a Leopoli, Iryna Farion, le cui attività hanno in gran parte portato all’emergere della base ideologica dell’attuale regime di Kiev, è stata uccisa a colpi di arma da fuoco.

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08/02/2025

Guerra in Ucraina e mercato del lavoro dei profughi ucraini

Può esserci davvero una pace stabile in Ucraina, finché in strada e nei centri di comando continueranno a dettar legge le bande naziste e nazionaliste? Più di un dubbio sorge ogni volta che gli squadristi usciti dal majdan del 2014 danno voce ai propri deliri criminali.

L’Ucraina deve estendere anche ai ranghi intermedi russi la pratica dei massacri terroristici contro gli alti comandi. Lo ha dichiarato al canale “Armija TV” lo storico e docente (!) Vladislav “Dotsent” Dutchak, ufficiale di “Azov”, tornato dalla prigionia nel settembre 2022. «La società ucraina deve riflettere e gettar via le illusioni» dice; «non ci sarà pietà. Dirò una cosa crudele ma ovvia: dobbiamo ucciderli affinché non uccidano noi. Sono loro sulla nostra terra, non noi sulla loro. Dopodiché? Dopo, forse, i negoziati.
Ma questi bastardi devono essere eliminati. E quando parliamo di criminali di guerra, ci sono già i primi precedenti, quando il nostro “Mossad” ucraino si mette all’opera; ma questa pratica dovrebbe essere estesa ai ranghi intermedi. E se ci sarà un po’ di preoccupazione o apprensione da parte di qualche organizzazione internazionale, dovremmo prendere esempio da Israele: non prestarvi attenzione»
, ha dichiarato il nazista, evidentemente dispiaciuto per non essere stato consentito a Kiev di operare alla stregua dei criminali sionisti contro la popolazione civile palestinese.

Nulla di “stupefacente” in quelle parole: è questa la loro pratica, ormai da dieci anni e forse più; nonostante sia raro sentir parlare delle formazioni naziste e nazionaliste nell’Ucraina ante-golpe, quelle esistevano e operavano, addestrate dagli istruttori euroatlantici e tollerate da troppi governi di Kiev.

E, leggendo quegli sproloqui, vien da pensare che quando qualcuno, dall’alto di massime cariche istituzionali, dice di voler mettere in guardia dal ripetere strategie che non funzionarono nel 1938 e, ponendo sullo stesso piano Russia odierna e Terzo Reich hitleriano, sostiene che se ne deve tener conto a proposito della pace in Ucraina, delle due l’una: o è il caso che dia una ripassata alla storia – ricordando chi fossero stati i padrini dell’appeasement – oppure si pone sulla medesima riga di quanti vogliono, di fatto, la continuazione della guerra «fino alla vittoria di Kiev», alimentando con ciò i profitti miliardari di quei «neo-feudatari del Terzo millennio» contro cui, a parole, pare scagliarsi.

“Dotsent” ha anche detto che l’Ucraina dovrà costruire qualcosa di nuovo sulla base delle “ideologie” dei collaborazionisti di OUN-UPA e dei fascisti di Petljura: «Nel contesto di “Azov” non parlerei di ideologia, ma piuttosto di cultura corporativa di un’unità militare, che era propria di UPA, dei petljuriani (i fascisti di Simon Petljura, alleati dei fascisti polacchi di Jozef Pilsudskij contro la giovane Russia sovietica), dei fucilieri del “Sich” austro-ungarico... si deve costruire qualcosa di nuovo, sulle solide basi gettate da Nikolaj Mikhnovskij e Dmitrij Dontsov».

Dunque, ecco che oggi simili “docenti” rivendicano il “diritto” di dirigere il paese, procedendo a un “repulisti” di due terzi di burocrati, come ha dichiarato a “Pro ua” il politologo Sergej Gajdaj: «Dopo la guerra potrà pretendere al posto di funzionario solo chi è stato al fronte. Non tutti, naturalmente, ma tra chi ha esperienza e capacità, andrà avanti chi è stato al fronte».

E, per sfuggire a quest’inferno, ormai da anni milioni di ucraini vagano per le “democrazie” europeiste in cerca di condizioni di vita e di lavoro quantomeno accettabili. Già nel 2018, l’allora Ministro degli esteri della junta Porošenko, Pavel Klimkin, parlava di un deflusso di 100.000 ucraini ogni mese, calcolando in 20-21 milioni gli ucraini all’estero e non più di 25-30 milioni quelli ancora in patria.

Ma, fuggendo all’estero, spessissimo i profughi si vedono costretti ad adattarsi a condizioni meno che passabili che, invariabilmente, rimpolpano le tasche dei padronati “euro-democratici”: il tutto presentato, ça va sans dire, come “assistenza umanitaria” per “l’Ucraina aggredita” e compassionevole “accoglienza dei profughi” che scappano da una guerra da quegli stessi “euro-democratici” provocata e tuttora alimentata.

Guerra che, in quanto tale, di per sé assicura enormi entrate al complesso militare-industriale euro-americano e, allo stesso tempo, garantisce, appunto, alle economie occidentali forza lavoro di masse di “biondi e bianchi”, di cui oltre il 63% con istruzione superiore o specialistica.

Ora, osserva giustamente Maksim Stoletov su Stoletie.ru, è proprio per questo che paesi come Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Spagna e Francia sono tra i più “generosi” sostenitori di Kiev. La UE ha prorogato fino a marzo 2026 il meccanismo di protezione temporanea per i rifugiati ucraini, che consente loro di regolarizzarsi con procedura semplificata, ricevere servizi sanitari, assistenziali e istruzione, accedere a mercato del lavoro e alloggi.

Secondo l’Alto Commissariato ONU per i rifugiati, la Germania è il Paese con il maggior numero di ucraini (oltre 1,2 milioni) e, in due anni, Berlino ha speso 30,6 miliardi di euro per assisterli. La Polonia (circa 957.000 rifugiati) ha speso 26,5 miliardi di euro, mentre Rep. Ceca (370.000) e Spagna (oltre 200.000), 7 miliardi ciascuna. Parigi (66.600 profughi) ha stanziato 3,9 miliardi. Soldi che, invariabilmente, dovrebbero tornare con ricchi interessi, ma solo se “Kiev vince” e se i rifugiati vengono intanto messi al lavoro a prezzi stracciati.

In base a una ricerca dell’Università della Nord Carolina, relativa all’impatto dei rifugiati ucraini (erano 7 milioni all’inizio della ricerca e 8 milioni alla sua pubblicazione, nel 2023) sul PIL dei paesi UE, i ricercatori ipotizzavano che, nel breve periodo, i paesi ospitanti avrebbero dovuto sostenere spese non indifferenti; ma concludevano che, quanto più governo e settore privato del dato paese siano in grado di investire in strutture capitali, tanto più trarrebbero vantaggi dal crescente accesso a manodopera altamente qualificata.

Un anno dopo, il rapporto del FMI “Migrazioni nella EU” certificava che l’afflusso di migranti, grazie all’arrivo dei rifugiati ucraini, ha permesso alla UE di risolvere parzialmente i problemi legati a una carenza di manodopera «senza precedenti». Così, si dice, la rapidità di integrazione dei migranti nel mercato del lavoro è in gran parte dovuta alle grosse misure di sostegno adottate specificamente per i profughi ucraini.

Ora, astraendo per un momento dalle cifre ufficiali relative a occupazione e disoccupazione (le centinaia di migliaia di “contratti” di lavoro per un giorno, di cui si ha esperienza in Italia, vorranno pur dire qualcosa) è un fatto che, come sostiene l’economista moscovita Vladimir Osipov, la stragrande maggioranza di braccianti di Polonia e Germania sia costituita da emigrati ucraini: «la manodopera a basso costo è una fonte di discrete fortune».

Col pretesto di proteggere i migranti dalla guerra, dice Osipov, quei paesi non hanno alcuna intenzione di rimpatriare i rifugiati, per non ridurre il proprio tasso di crescita, almeno nel settore agricolo.

Nell’ipotesi di cessazione del conflitto, è molto probabile che milioni di ucraini rimangano nei paesi dell’Europa centrale e orientale. Se se ne andranno, ci saranno tensioni sul mercato del lavoro, con aumento dell’inflazione; a detta dell’economista Aleksandr Šatilov, la produttività dei lavoratori ucraini è molto più alta dei migranti da Terzo Mondo, Africa e Asia e, in particolare, paesi come Germania e Polonia sono in qualche modo legate alla presenza di “gastarbeiter” ucraini.

La Reuters osserva che l’afflusso di ucraini nell’Europa centrorientale ha contribuito allo sviluppo economico di quell’area; in base alle stime della Raiffeisen Bank International, la crescita economica nella regione lo scorso anno è stata del 2,2%, mentre per l’intera eurozona si prevede una crescita dello 0,8%.

Nel caso di conclusione delle operazioni militari e rientro in patria di molti profughi ucraini, il governo ceco, per esempio, già parla di possibile carenza di manodopera: una tendenza che si riscontra anche in altri paesi della regione. L’ONU stima che quasi 6,7 milioni di ucraini vivano all’estero, senza contare i migranti cosiddetti economici trasferitisi in Occidente già prima del 2022.

Secondo El Pais, però, la cifra potrebbe superare i 10 milioni, diventati estremamente necessari per Kiev, oggi, per ridurre la voragine demografica, come anche per alimentare la “chair à canon” al fronte: ci sono quasi un milione di ucraini (a voler tenere basse le stime) in età di leva in Europa ed è quantomeno poco probabile che abbiano intenzione di rientrare, almeno fino a che la guerra andrà avanti.

Secondo un sondaggio della polacca Rzeczpospolita, solo il 42% degli ucraini in Polonia è disposto a tornare a casa, ma potrebbero essere anche molti di meno: nonostante le condizioni capestro a cui sono costretti a lavorare, le giudicano evidentemente preferibili a quelle ucraine. Lo stesso per la Germania: a detta del presidente dell’agenzia statale tedesca per i rifugiati, Mark Seibert, il 65% degli ucraini arrivati in Germania è fermamente deciso a non tornare in patria.

I padroni sono padroni, che si ammantino di “pietismo” umanitario o “generosità” verso i lavoratori: Germania o Polonia, o Italia, Francia, ecc., le condizioni di sfruttamento della forza lavoro possono distinguersi per più o meno elementi di “reminiscenze semi-feudali” adattate al XXI secolo.

Ma, se a queste condizioni si aggiungono situazioni di abbrutimento poliziesco e squadristico, con il concreto rischio quotidiano di essere accalappiati per strada e spediti al macello, il quadro diventa del tutto inaccettabile e anche “l’assistenza” euro-liberale ai profughi delle guerre, si palesa per quello che è nella sostanza: volontà di non por fine alla guerra, per appropriarsi del lavoro di persone eucaristicamente ricattabili.

Sporca resilienza criminale dei padroni e dei loro rappresentanti.

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11/01/2025

I pagliacci criminali dell’Afd, da Hitler a Musk

Il circo dei pagliacci dementi che si muove per conto del capitalismo finanziario si è arricchito di un nuovo personaggio, a suo modo sorprendente: Alice Weidel, “capa” del partito neonazista Alternative für Deutschland che si appresta a contendere la vittoria alla Cdu/Cdu nelle elezioni tedesche, tra sei settimane.

La signora, com’è noto, nel corso dell’intervista su X, realizzata direttamente da Elon Musk, ha deciso che era ora di togliersi dalla spalla l’ingombrante eredità di Adolf Hitler definendolo “un comunista”.

Definirla dunque un pagliaccio demente potrebbe sembrare sufficiente, viste le migliaia di comunisti tedeschi morti o imprigionati da Hitler in Germania, a cominciare dal segretario Ernst Thälmann, ucciso nel ‘44 nel campo di concentramento di Buchenwald. Stiamo parlando del segretario di un partito che nel ‘32, nelle ultime elezioni celebrate e che videro i nazisti in testa, aveva ottenuto il 20%.

Per non parlare poi dei 22 milioni di sovietici, comunisti e non, che morirono nella Seconda Guerra Mondiale, prima sotto l’attacco nazista e poi – dopo la battaglia di Stalingrado – nell’offensiva che portò l’Armata Rossa fin dentro il Reichstag, a Berlino, ponendo fine all’esistenza del nazismo come regime e alla vita infame del suo capo/fondatore.

Ma non stiamo qui a misurare il grado dell’offesa che l’ennesimo pagliaccio demente ha fatto nei confronti di tanta parte dell’umanità, segnatamente la migliore. Per quell’offesa, come si dice da sempre, col nazifascismo non si parla, lo si combatte. Punto.

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È importante invece mettere bene in luce l’operazione ideologica che sta alla base dello sproloquio di Weidel, perché involontariamente chiarisce quale sia la vera natura del risorto nazifascismo del Terzo Millennio, nelle pieghe della radicale crisi dell’imperialismo occidentale.

L’operazione si regge su due pilastri decisamente contemporanei.

In primo luogo Hitler, secondo lei, era “comunista” perché “ha nazionalizzato l’economia, voleva le grandi imprese collettive”, mentre lei e l’AfD sono “per il libero mercato”.

Come si vede, la realtà storica del nazifascismo così scompare quasi del tutto. La teoria della “razza ariana”, “geneticamente superiore”, il disprezzo per tutte le altre etnie – anche “bianche”, oltre che “colorate” – il suprematismo razzista, il Mein Kampf e qualsiasi altro carattere fondamentale del ventennio “nazional-socialista” viene dimenticato.

E soprattutto il “complotto demo-pluto-giudaico”, i “protocolli dei savi di sion” e tante altre invenzioni che hanno prodotto i lager...

La vera critica a Hitler sarebbe insomma solo la “nazionalizzazione” delle imprese.

Si comprende che un’ex funzionaria di Goldman Sachs sia rimasta colpita da quella scelta politica del “padre ignobile” del suo movimento.

Seppur ai “gradi bassi” – premette il Corriere della Sera – di una grande banca d’affari, ha comunque respirato a pieni polmoni il clima “intellettuale” che portava per esempio i colleghi di JP Morgan a stigmatizzare, già nel 2014, le Costituzioni dei paesi del Sud Europa perché “mostrano una forte influenza delle idee socialiste”.

Nel cervello bipolare di un finanziere, insomma, “socialismo” è sinonimo di “nazionalizzazione”. Il resto è contorno...

Si potrebbe parlare a lungo della Grande Depressione degli anni ‘30 del secolo scorso, conseguenza di lungo termine della “crisi del 1929”, esplosa con il crollo di Wall Street. Depressione particolarmente grave per la Germania, appesantita dal dover rimborsare i “danni di guerra” previsti dal Piano Dawes e dai Trattati di Versailles con cui si mise fine al primo conflitto mondiale.

Un “debito pubblico esorbitante”, anche quello, ma non certo dovuto ad una grande spesa sociale...

A quella crisi, tutti i principali paesi capitalistici reagirono ad un certo punto con “politiche keynesiane”. Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, indipendentemente dal regime politico vigente, “nazionalizzarono” parte del sistema economico.

L’Italia fascista, per esempio, lo fece in modo piuttosto radicale, nel tentativo (solo in parte riuscito, anche se a forza di olio di ricino) di modernizzare un paese ancora fondamentalmente agricolo.

Lo stesso New Deal rooseveltiano, pur senza toccare la proprietà privata delle grandi imprese, promosse i consumi popolari con grandi iniezioni di spesa pubblica, anche a costo di far lavorare milioni di persone “per scavare buche e poi riempirle”.

In Germania la “nazionalizzazione” fu molto parziale – altrimenti i Krupp non avrebbero finanziato il regime... – e concentrata soprattutto nella produzione di armamenti destinati ad allargare lo “spazio vitale” per il “popolo eletto” (un altro...).

Ma tutto questo è inutile spiegarlo a gente come Weidel, che ora deve solo legittimarsi agli occhi di un elettorato che potrebbe essere meno entusiasta del previsto (i grandi “padroni” non ci fanno più caso...). Via dunque il fantasma di Hitler, quel “comunista inconsapevole” che ha cercato di sterminarli...

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Il secondo pilastro del nuovo nazifascismo è ancora più infame. Siamo nel 2025, c’è un genocidio a Gaza commesso da Israele, ovvero dallo Stato che ha preso vita su decisione dell’Onu per cercare di “rimediare” all’orrore dell’Olocausto. Creando sciaguratamente le premesse di un altro genocidio da parte di un altro “popolo eletto”...

Il peso dell’accusa di antisemitismo, per quanto screditata dall’uso strumentale quotidiano che ormai ne fanno i sionisti, soprattutto in Germania e soprattutto per gli eredi ufficiali del nazismo, è ancora decisamente invalidante.

Cosa c’è di meglio, dunque, che rigettarla sulla “sinistra” e quindi scaricare Hitler perché “antisemita in quanto comunista”? In fondo c’è l’aiuto di Musk, ex sudafricano con miniere di diamanti, che sa altrettanto bene come si trattano “i negri” e i sindacati...

Anche qui, è inutile elencare gli innumerevoli ebrei – russi e non – che hanno avuto ruoli di rilievo nel movimento comunista internazionale e in genere nel movimento operaio.

Con i nazifascisti non si parla, è uno spreco di tempo.

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Con due frasette da avanspettacolo, insomma, Weidel (grazie a Musk) prova a scrollarsi di dosso una storia che non ha avuto eguali per livelli di infamia inumana.

Ma proprio questo – il fatto che sia possibile “aprire la bocca” e sparare la qualsiasi, senza trovare qualcuno che ti sputi in faccia togliendoti il microfono – spiega cosa sta avvenendo nel panorama ideologico della crisi di egemonia capitalistico-occidentale.

In ogni paese dell’Occidente ci sono movimenti o partiti nazifascisti che accrescono la propria presenza, influenza, presa elettorale. Tutti questi soggetti, nel loro paese e nel loro insieme, vengono quotidianamente “sdoganati” dal sistema mediatico, oltre che dal resto del panorama politico. Ovvero dai leccapiedi del capitale finanziario e industriale (che possiede quasi tutti i media e foraggia “la politica”).

Non è un caso, non è una tendenza fortuita, non è un imprevisto della Storia, né una disattenzione...

Il fiato del “sistema economico” è corto, le disuguaglianze sociali sono abissali, il mercato mondiale si va frammentando a velocità crescente, da nessuna parte c’è un’idea minima di come ricreare un “modello per il futuro” che sia appetibile per tutti gli strati sociali. O almeno per la maggioranza delle popolazioni.

Si va ad occhi chiusi verso la disoccupazione di massa (solo in questi giorni esce fuori che l’Intelligenza Artificiale farà prestissimo fuori almeno 200.000 funzionari di banca, a Wall Street e dintorni), salari sempre più bassi anche per le funzioni “cognitive”, servizi sociali solo a pagamento, ecc..

Per governare le prevedibili tensioni sociali in tutto l’Occidente la “democrazia” e i “diritti” sono un lusso non più funzionale. I nazisti, invece, tornano utili. Quindi “di moda”. Qualsiasi cazzata dicano...

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04/12/2024

Neofascisti vecchio stile. 12 arresti per armi e terrorismo

Mentre la masnada politica che è oggi “maggioranza” nel Parlamento italiano – con parecchie “sintonie” anche nel PD – erano tutti attentissimi a quanta “violenza” si esprimeva nelle piazze dell’opposizione reale (magari enfatizzando al massimo qualche fotografia bruciata, roba da riderci sopra...), gli aficionados più rozzi dei neofascisti di governo si organizzavano per fare qualcosa di molto pericoloso.

Apprendiamo dall’agenzia Agi (niente di “sovversivo”, è di proprietà dell’Eni!) che:
È di 12 arresti in tutta Italia il bilancio di un”operazione della Polizia di Stato contro un gruppo neonazista e suprematista denominato “Werwolf Division”. Le accuse sono di associazione con finalità di terrorismo, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa e detenzione illegale di arma da fuoco.

Le misure cautelari in carcere sono state emesse dal Gip del Tribunale di Bologna, su richiesta della locale Procura della Repubblica. Contestualmente, sono in corso altre 13 perquisizioni domiciliari. L’operazione è coordinata dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione.

La ‘Werewolf Division’ (il nome viene dai ‘lupi mannari’ nazisti guidati da Heinrich Himmler per contrastare l’avanzata delle forze alleate e sovietiche in Germania alla fine della Seconda guerra mondiale) era già finita nel mirino di un’inchiesta della Procura di Napoli nel maggio 2023 con otto indagati. In quell’occasione era emersa una rete Telegram gestita da Bologna che sarebbe servita per organizzare “atti eversivi violenti“, inneggiando alla Shoah.
Sottolineatura redazionale: forse è solo per quest’ultima ragione che qualcuno, “ai piani alti”, si è preoccupato... In pieno trip amoroso dell’estrema destra italiana col genocida Netanyahu, ci mancava solo che qualche scombinato neonazista si mettesse a fare – davvero – qualche azione antisemita “vecchio stile”...

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24/05/2024

L’esercito francese addestra i neonazisti ucraini

Pubblichiamo la traduzione di questa inchiesta del sito d’informazione indipendente francese Mediapart sull’addestramento impartito dall’esercito francese alla 3° brigata d’assalto dell’esercito ucraino, ovvero l’unità che ha “ereditato” il reggimento, l’ex-Battaglione Azov.

I media occidentali hanno cercato di rimodellarne l’immagine trasformando gli eredi dei collaborazionisti ucraini con il nazismo in uomini “ispirati da sinceri sentimenti patriottici”, nonché “lettori di Kant” – allineandosi così alla propaganda di guerra di Kiev.

Ma la loro identità, tutt’altro che occultata da loro stessi (fin dai tatuaggi), caratterizza ancora l’unità operativa, nonostante il cambio di nome, come dimostra efficacemente anche questa breve inchiesta.

Che a contribuire a questo tentativo di ripulirsi la faccia sia stata proprio Israele, non sorprende.

Come aveva riportato Michele Giorgio su il manifesto, dopo l’assalto di Mariupol, Ilya Samoilenko, uno degli ufficiali dell’Azov che si sono barricati per mesi nelle acciaierie dell’Azovstal, era giunto a Gerusalemme, visitando anche Masada, uno dei luoghi simbolo nella costruzione ideologica dell’attuale identità israeliana.

Samoilenko, arrivato insieme ad una corposa delegazione – incontrando alti ufficiali della riserva israeliana – si era spinto a paragonare la difesa di Mariupol dall’attacco russo a quella di Masada contro i Romani.

«Quando oggi in Israele si parla della difesa di Mariupol, gli israeliani, comprendendo prima di tutto le differenze militari tra la guerra di 2000 anni fa e oggi, ripetono costantemente: Mariupol è la tua Masada».

Il ‘Battaglione Azov’, come gli organi d’informazione italiani ancora lo definiscono, era tornato nel cono di luce dei media dopo la resa a Mariupol. Ma circa un anno fa era stato di nuovo impiegato nel Lugansk.

L’agenzia ANSA riportava lo scorso agosto, che l’8 luglio del 2023 gli azoviti erano tornati in Ucraina a combattere, in barba alle rassicurazioni fornite dalla Turchia circa un loro nuovo coinvolgimento in operazioni di guerra.

Le ultime notizie a loro riferite sembravano quelle che segnalavano la loro presenza ad Avdiivka, nel febbraio di quest’anno, asserragliati nella cokeria.

Ma più recentemente un’inchiesta di Rémi Ourdan, del quotidiano francese Le Monde, sul campo di battaglia a Lyman ha fatto riemergere l’ex-battaglione.

L’approccio dell’articolo non si discosta molto dalla narrazione dominante, cercando di minimizzare il portato politico dei suoi componenti, ma il giornalista non può negare l’evidenza.

Scrive infatti: “La sopravvivenza dell’ideologia originaria del movimento è ancora talvolta evidente da un tatuaggio sul braccio di un combattente, o da una bandiera della Wotan Jugend – un movimento neonazista nato in Russia attorno a una band black metal, poi internazionale e presente in Ucraina – in un portapacchi sul fronte”.

Ed è un “veterano” dei primi giorni di Azov, a lungo comandante del 1° battaglione e ora del 6° battaglione di fanteria motorizzata, il tenente colonnello Arsen Dmytryk, o “Lemko”, come viene chiamato in guerra, che ne descrive la funzione a Le Monde.

“La storia di Azov è un grande libro, con diversi capitoli“, spiega Lemko. “Da un’unità di uomini in nero ai difensori di Mariupol, siamo migliorati ad ogni capitolo e oggi siamo all’avanguardia nello sviluppo dell’esercito ucraino grazie al nostro reclutamento, alla nostra professionalità e al nostro adeguamento agli standard della NATO”.

“Ottimi soldati nazisti“, verrebbe da dire, addestrati anche in Francia senza che la cosa ponga il minimo problema nonostante lo sfoggio di tatuaggi visibilmente hitleriani.

E nell’Esagono, del resto, addirittura si addestrano francesi che sono andati a combattere in Ucraina come volontari nelle file neonaziste, e ora che tornano in patria con grandi interrogativi sulla loro “compatibilità sociale”.

Un segno dei tempi.

Buona lettura

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Diversi Paesi occidentali stanno addestrando i soldati ucraini a maneggiare le armi. Un gruppo giunto in Francia alla fine del 2023 comprendeva tra le sue fila veri e propri neonazisti. Un fatto che l’esercito francese non ha potuto ignorare: uno aveva il simbolo delle SS tatuato sul volto.

Camp de La Courtine, nel sud della Creuse, autunno 2023. Uomini in tuta dell’esercito francese si allenano al poligono di tiro. In altre immagini, avanzano nel bosco con l’equipaggiamento in spalla e le armi in mano. I fucili d’assalto sono dei famas o HK416, il tipo in dotazione all’esercito francese. In altre immagini, gli stessi uomini posano davanti a veicoli militari nel colore “marrone terra francese” ora utilizzato dall’esercito.

Fin qui nulla di sorprendente per questo campo militare centenario, ora utilizzato principalmente per l’addestramento. Ma contrariamente alle apparenze, questi soldati sono ucraini. Appartengono alla 3ª brigata d’assalto, l’unità dell’esercito ucraino che ha ereditato il reggimento Azov, un movimento nazionalista radicale con elementi neonazisti. Un’ideologia che evidentemente è ancora in voga: uno di loro ha l’emblema delle SS tatuato sulla tempia.

Con una sigaretta tra le labbra, l’uomo che chiameremo Denys* non è uno con cui scherzare. È arrivato in Francia con i suoi compagni intorno all’ottobre 2023 e il suo corpo è segnato da numerosi tatuaggi di vario grado. Ne ha diversi sul viso. Un coltello incrociato con un fiore sulla punta della guancia, la frase “Mia principessa” sul sopracciglio con le ultime due lettere (“ss”) accentuate, una falce sull’altro sopracciglio, ma soprattutto la runa Sieg sulla tempia, la stessa che, raddoppiata, forma l’emblema delle Schutzstaffel, le SS del regime nazionalsocialista.

Sebbene il simbolo sia tatuato in modo speculare rispetto alla versione originale, una foto che mostra Denys in piedi accanto a una bandiera contrassegnata da una svastica elimina ogni ambiguità sulla sua interpretazione.

È noto che l’esercito francese addestra soldati ucraini. Sono 12.000 quelli che sono venuti in Francia, di cui 8.000 nel 2023, ha dichiarato il ministero a Mediapart. Alla fine dell’anno scorso, équipe televisive di TF1 e France 3 hanno potuto fare un servizio sull’argomento, ma l’ubicazione della base militare utilizzata a questo scopo è stata tenuta segreta e i giornalisti non hanno potuto intervistare le persone principali coinvolte, i cui volti sono stati oscurati.

L’addestramento è durato poche settimane, durante le quali hanno imparato i rudimenti del loro mestiere: muoversi in una foresta, assaltare una trincea o partecipare a un combattimento urbano. Tutte queste attività vengono svolte sotto l’occhio vigile degli istruttori francesi. “Vengono a imparare i nostri metodi occidentali per cercare di dare una scossa al fronte“, spiega il tenente colonnello Even, capo del distaccamento di partenariato operativo con l’Ucraina, davanti alle telecamere. Il tatuaggio di Denys non poteva certo passare inosservato.

Saluti hitleriani e croci celtiche

Mentre diverse foto postate su Instagram lo ritraggono in uniforme francese, con il tatuaggio delle SS ben visibile, un’altra probabilmente scattata in una mensa del campo di La Courtine indica che il tatuaggio in questione è stato momentaneamente coperto con una benda.

Si trattava di un’istruzione al soldato ucraino di non emulare le truppe francesi? Contattato, non ha risposto alle nostre domande. Né il Ministero delle Forze Armate ha risposto alle nostre domande specifiche su di lui.

Tra i soldati ucraini che verranno in Francia per l’addestramento nell’ottobre 2023, Denys non è l’unico a manifestare le sue convinzioni neonaziste. I suoi commilitoni forse non hanno scelto di portarle in faccia, ma una rapida occhiata ai loro profili pubblici sui social network non lascia spazio a dubbi.

Uno di loro fa molti saluti hitleriani e si scatta un selfie con un fazzoletto da collo con una croce celtica. Un altro si mostra con gli emblemi delle divisioni SS “Totenkopf” e “Galizia” (quest’ultima era composta principalmente da volontari ucraini).

Altri due sono affezionati al Totenkopf, che indossano come toppa o su una maglietta. Il 20 aprile, giorno del compleanno di Adolf Hitler, un altro soldato del gruppo è ritratto in posa davanti a un affresco in suo onore.

Di per sé, il semplice fatto che l’esercito francese stia addestrando al combattimento uomini della 3a brigata d’assalto ucraina solleva delle domande. Fondato nel 2014 all’inizio della guerra nel Donbass, il battaglione Azov, poi diventato reggimento, era inizialmente composto da volontari.

Sebbene abbia guadagnato grande popolarità partecipando alla riconquista della città di Mariupol dai separatisti filorussi nello stesso anno, e ancor più durante l’assedio della stessa città nel 2022, la sua identità rimane intrinsecamente legata al nazionalismo radicale ucraino.

Sebbene la sua importanza sia diminuita, i suoi elementi neonazisti rimangono. L’emblema storico del reggimento presenta un sole nero sullo sfondo, un simbolo runico legato all’esoterismo nazista e inventato dalle SS, nonché un wolfsangel rovesciato, la runa che fungeva da stemma della divisione Waffen-SS “Das Reich”, ricordata in Francia per il massacro di Oradour-sur-Glane.

Nel tentativo di smussare la propria immagine, il reggimento Azov si è a lungo difeso da qualsiasi riferimento al nazismo in questa seconda scelta, sostenendo che questo simbolo, così invertito, rappresenta “l’idea di nazione”, poiché forma le lettere “I” e “N” sovrapposte.

Se è vero che questa variante esiste già all’interno del nazionalismo ucraino, e che alcuni ne hanno ipotizzato le origini medievali, Adrien Nonjon, dottorando in storia, ritiene nel suo libro Le Régiment Azov. Un nationalisme ukrainien en guerre (Cerf, 2023) che il suo “preciso orientamento ideologico” resti difficile da determinare.

La partecipazione di soldati legati al Reggimento Azov a un programma di addestramento gestito dall’esercito canadese in territorio ucraino nel 2020 aveva già suscitato polemiche dall’altra parte dell’Atlantico.

La 3a brigata d’assalto non è più esattamente il reggimento Azov, spiega il ricercatore Adrien Nonjon a Mediapart. Mentre il reggimento Azov faceva parte della Guardia nazionale ucraina, e quindi sotto l’autorità del Ministero degli Interni, la 3ª brigata è stata formata riunendo i sopravvissuti all’assedio di Marioupol e le unità di difesa territoriale, riorganizzate e integrate direttamente nelle forze armate ucraine, quindi sotto l’autorità del Ministero della Difesa.

“Ma Azov rimane quello che è e non può cancellare completamente le sue origini. È normale che ci sia ancora un certo numero di profili politicizzati, anche se la maggioranza dei combattenti della brigata oggi non ha idee estremiste”.

Dato che secondo le stime il numero di ucraini attualmente in servizio sotto la loro bandiera ammonta a diverse centinaia di migliaia, se non a un milione, l’addestramento degli uomini di questa unità, che sono solo poche migliaia, è necessariamente una scelta dell’esercito francese.

Interpellato, il Ministero delle Forze armate si è limitato a dire che “sono le forze armate ucraine a organizzare il flusso e la selezione dei soldati ucraini inviati in Francia e in Europa. Non abbiamo quindi alcun commento da fare su questa organizzazione“.

In Ucraina, la 3a brigata d’assalto sembra essere molto popolare tra alcuni neonazisti francesi che sono partiti per combattere al fronte. Diversi di loro affermano di farne parte, tra cui l’uomo arrivato dopo essere stato accusato di aver aggredito un addetto parlamentare de La France insoumise nell’aprile 2023, come rivelato da Mediapart, e l’uomo di Lione a cui il nostro partner Rue89 Lyon ha dedicato un articolo. Uomini con i quali alcuni degli ucraini giunti in Francia si sono scontrati prima e dopo il loro addestramento.

Ciò che è ancora più inquietante è che il gruppo di soldati ucraini della 3a brigata d’assalto giunti nella Creuse nell’ottobre 2023 comprendeva un francese. Se si crede ai suoi post, l’uomo, che sui social network si fa chiamare “Cafard Misanthrope“, sarebbe partito per l’Ucraina, per poi tornare in Francia nell’ambito di questo addestramento militare, prima di tornare a combattere. Anche lui è un neonazista convinto.

Contattato, non ha risposto alle nostre domande. Né il Ministero delle Forze Armate ha risposto alle nostre domande su di lui.

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30/11/2023

Ustascia croati e Ordine Nuovo

Ordine Nuovo, l’organizzazione nazi-fascista fondata da Pino Rauti, disponeva delle armi e degli esplosivi di Gladio. Non solo, è anche emersa l’esistenza di una struttura Stay Behind jugoslava di fatto costituita dagli ustascia croati collegati a Ordine Nuovo tramite la cellula veronese.

È quanto risulta dalla lettura degli ultimi atti di indagine sulla strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, con otto morti e più di un centinaio di feriti.

L’inchiesta-stralcio, conclusasi nel dicembre 2021, ha portato ad indagare due ex esponenti di Ordine Nuovo, Marco Toffaloni, all’epoca minorenne, oggi cittadino svizzero, e Roberto Zorzi, trasferitosi molti anni fa negli Stati Uniti.

«L’impianto accusatorio che emerge» – hanno sottolineato gli inquirenti – «inserirebbe la posizione degli odierni indagati, senza fratture, nel quadro già tracciato dal precedente processo». Si confermerebbe anche da queste nuove carte che la strage fu eseguita da Ordine Nuovo.

Armi esclusivamente americane

Dalle investigazioni dei carabinieri inviate alla Procura della Repubblica, tra il settembre 2015 e il marzo 2021, si è scoperto che alcuni militanti della cellula veronese di Ordine Nuovo erano stati reclutati da Gladio e disponessero, già a metà degli anni Sessanta, dei materiali occultati in uno dei cosiddetti Nasco (i nascondigli della struttura), quello di Arbizzano di Negrar, da cui sparirono micce detonanti e alcune bombe MK2 di esclusiva fabbricazione americana, non in dotazione all’esercito italiano.

E se già nel 1966 erano state sequestrate in una perquisizione alcune di queste bombe a due dirigenti di On di Verona, Roberto Besutti e Elio Massagrande (passarono per collezionisti d’armi), lo stesso tipo di granate, si è accertato, erano poi finite nella disponibilità di Marco Toffaloni, oggi rinviato a giudizio per strage.

La caserma di Parona Valpolicella

Come noto la costituzione di un’organizzazione paramilitare clandestina denominata Gladio, inquadrata nella rete atlantica Stay Behind, con compiti di sabotaggio, guerriglia, propaganda ed esfiltrazioni, in caso di invasione nemica, fu avviata nel novembre 1956 in accordo con gli Stati Uniti.

Dodici furono i «Nuclei» di «pronto impiego» che nel corso degli anni vennero addestrati alla «guerriglia».

A partire dal 1959 vennero poi trasferiti dagli Stati Uniti gli armamenti necessari (tra loro esplosivi), poi occultati dal 1963 in 139 «Nasco», di cui ben 100 nel Friuli e 7 nel Veneto.

A causa del rinvenimento fortuito, nel 1972, da parte di alcuni ragazzi, del Nasco di Aurisina in provincia di Trieste, ritrovato aperto e pesantemente saccheggiato degli esplosivi militari al plastico C4, venne deciso il recupero di tutti i depositi.

Dai documenti acquisiti dai magistrati di Brescia presso l’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna), si è appurato non solo che «tutta la documentazione» relativa ai recuperi dei Nasco è stata «distrutta», ma soprattutto che esisteva «un numero di Nasco superiore a quello dichiarato», e che dopo lo smantellamento il materiale era «transitato per i Comandi dell’Arma dei Carabinieri».

Su questo ultimo fatto si è appuntata in particolare l’attenzione degli inquirenti. Grazie a diverse deposizioni si è infatti acquisita la certezza di diversi incontri per preparare attentati, prima di piazza della Loggia, in una caserma dei carabinieri a Parona Valpolicella (periferia Nord di Verona), responsabile della custodia del Nasco di Arbizzano di Negrar, presenti quelli di Ordine Nuovo.

Con gli Ustascia

Già il generale Gerardo Serravalle, alla testa di Gladio dal 1971 al 1974, nelle sue memorie pubblicate nel 1991, parlò di «una Gladio jugoslava gestita dalla CIA». Un’affermazione che al tempo non fu compresa.

Ora la conferma. Secondo la testimonianza di una figura un tempo ai vertici di Ordine Nuovo a Verona, Claudio Lodi, erano stati proprio loro, protetti in ambito Nato, a collaborare con gli ustascia per dar vita alla Gladio in quel Paese.

Ordine Nuovo è stata dunque ben più di un’organizzazione politica. Sono d’altro canto gli stessi carabinieri che hanno affiancato i magistrati di Brescia a scrivere che «Ordine Nuovo era una forza antinvasione dipendente dalla Ftase di Verona», ovvero dal più importante comando Nato dopo Napoli per il Sud Europa.

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26/05/2023

Impunità Nato sul caso Rocchelli

Nove anni fa le truppe di Kiev assassinavano il nostro giornalista Andrea Rocchelli e il suo compagno Andrej Mirinov. Stavano documentando e avevano documentato i deliberati attacchi alla popolazione civile del Donbass da parte dei militari del regime ucraino, sia quelli regolari sia quelli dei battaglioni nazisti, tra cui il famigerato Azov.

La magistratura italiana ha riconosciuto e condannato la responsabilità diretta delle truppe di Kiev nel delitto, ma non è riuscita per una serie di cavilli a punirne i responsabili in carne ed ossa. Che in Ucraina sono considerati eroi della libertà.

Il caso Rocchelli è esattamente come quello di Regeni, un giovane italiano coraggioso è stato ucciso perché raccoglieva prove delle nefandezze di un regime.

Però per Rocchelli non sentirete oggi pronunciamenti delle autorità, da Mattarella in giù saranno tutti silenziosi. Tantomeno lo sentirete ricordare dai giornalisti impegnati a reti unificate nella propaganda di guerra.

Certo anche per Regeni le parole spese dal palazzo coprono una sostanziale complicità con i suoi assassini. Ma per Rocchelli non si finge neppure.

Eppure con i miliardi di armi che mandiamo in Ucraina non sarebbe scandaloso chiedere: siamo alleati, dateci gli assassini di Rocchelli.

Ma non si fa, perché altrimenti si metterebbero in discussione i due dogmi negazionisti del partito della guerra: la negazione della guerra civile in Ucraina dal golpe del 2014 e quella della natura reale del regime di Kiev.

Ma soprattutto, chiedendo giustizia per Rocchelli le nostre autorità violerebbero la regola tassativa a cui devono attenersi se non vogliono guai: garantire l’impunità NATO.

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03/03/2023

Guerra in ucraina - Nazisti russi infiltrati da Kiev per sabotaggi?


Con gli avvenimenti di ieri mattina nei due villaggi russi al confine dell’Ucraina, Sušani e Liubečane (allego carta), la guerra entra in una nuova fase – non riguardo le operazioni militari ma la propaganda.

Le notizie inizialmente sembravano strane: due gruppi di sabotatori ucraini variamente numerati in 40 o addirittura 80 uomini (quando un gruppo di sabotaggio non supera i 5, per ovvi motivi) avevano preso ostaggi e sparato ai civili.

Anche questo modus operandi non appartiene ai gruppi di sabotaggio (non per bontà d’animo ma semplicemente perché i gruppi di sabotaggio non si devono far vedere, se ti individuano ti dilegui, non ti metti a sparare agli autobus); inoltre a Sušani era stata distrutta una sottostazione elettrica e un deposito di gas.

Le autorità ucraine hanno immediatamente negato l’accaduto, sostenendo che si trattasse di una “false flag” russa.

Col passare del tempo, ovviamente, le notizie si sono fatte un minimo più chiare. A parte il fatto che pare non vi sia stata alcuna sparatoria che ha coinvolto civili (anche se Putin qualche ora dopo ha detto che c’è stata), sono venuti fuori due video (allego lo screenshot di uno dei due) pubblicati sul canale Telegram del Русский Добровольческий Корпус (RDK, Corpo Volontari Russi), una formazione militare formata nell’agosto 2022 e composta da russi, entrambi girati a Liubečane.

L’uomo a sinistra è stato identificato come Denis Kupustin, anche noto come Nikitin, uno dei leader dell’RDK e personaggio assai noto (ma guarda un po’) nella galassia delle formazioni di estrema destra (nota a margine – spero per lui che non abbia intenzione di entrare in combattimento con l’equipaggiamento sistemato in quel modo).

In un altro video, sempre disponibile sul canale, altri due “volontari russi”, identificati come Kirill Radonskiy e Osvald Lemoh – anche loro di orientamento politico diciamo illiberale e poco progressista – reggono una bandiera dell’RDK e dichiarano di aver passato la frontiera non come membri di un gruppo di sabotaggio o per uccidere civili, ma come “esercito di liberazione nazionale” per esortare il popolo russo a ribellarsi al “sanguinario regime di Putin”.

Comincia dunque la fase finale del conflitto, per ciò che riguarda la propaganda: fomentare l’opposizione interna russa, nella speranza di un cambio di regime dall’interno, di cui poi magari l’RDK possa assumersi un ruolo guida (Dio ce ne scampi e liberi; forse è meglio Medvedev, se l’alternativa è quella).

Non è la prima volta che l’RDK si attribuisce atti più o meno terroristici (la morte di Darya Dugina, l’esplosione sul ponte di Kerč), in modo tale che le autorità ucraine possano negare di essere coinvolte.

Podolyak infatti, dal suo profilo Twitter, continua a negare decisamente qualsiasi responsabilità ucraina.

In realtà è probabile che ci troviamo di fronte a due episodi diversi: un’incursione a Sušani, con la distruzione di due obiettivi, e l’operazione di propaganda dell’RDK a Liubečane.

Vedremo come evolverà la situazione.

P.S. 1: il vero nome di Osvald Lemoh è Alexei Olegovich Kozhemyakin.

P.D. 2: secondo le dichiarazioni ufficiali dell’FSB ci sono effettivamente vittime civili a Sušani (dove non sono segnalati i membri dell’RDK): un uomo è rimasto ucciso e un bambino ferito. Il gruppo di sabotaggio avrebbe anche piazzato delle mine in giro.

P.S. 3: secondo le autorità locali ci sarebbe anche un’altra vittima.

P.S. 4: Una notazione diciamo tecnica sull’equipaggiamento dei membri del Русский Добровольческий Корпус (RDK, Corpo Volontari Russi), autori della sessione fotografica oltreconfine. Al di là del fatto che, come ho già detto nel mio post precedente, l’equipaggiamento è disposto in modo assurdo e ben poco funzionale, nessuna divisa presenta alcuna traccia di sporco o usura. Niente di quello che hanno addosso ha mai visto il fronte, come non lo hanno mai visto loro (il secondo filmato è abbastanza chiaro in proposito: mentre recitano il proclama si sente una lontana raffica – subito si girano, turbati. Poco abituati evidentemente).

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21/02/2023

[Contributo al dibattito] - Non siamo più pacifisti

Siamo sempre stati pacifisti. La Pace è la via, la guerra è solo morte e distruzione.

Ma l’Occidente ha allevato uno stato-canaglia neonazista in Europa, dal 2014 con il golpe ha armato e preparato questa guerra. Putin non è meglio di loro, si sapeva che, prima o poi, avrebbe risposto con la forza.

Ciononostante, per mesi e mesi, abbiamo chiesto la Pace in tutti i modi, mentre l’Occidente ha scelto di trasformare la guerra in una carneficina di ucraini, imbottendo il regime ucraino di armi: mezzo milione, morti finora.

Ormai i miliziani neonazisti dell’Azov sono una minoranza, crepano come sorci normali soldati. Anche alcune migliaia di soldati russi e di civili ucraini, sono morti.

Quella che è intollerabile è la narrazione che da un anno portano avanti questi Goebbels euroamericani: l’Ucraina (L’UCRAINA, belìn, all’ultimo posto in Europa per rispetto dei diritti umani, i boia del Donbass, 30mila civili trucidati) diventa simbolo della democrazia, innocente aggredita dall'”orso russo”, autore di terribili atrocità di guerra, rivelatesi spesso solo menzogne ed esagerazioni di episodi inesistenti, o commessi dalle due parti in una “normale” (virgolette amare) dinamica di guerra.

Una guerra insensata va sostenuta con tutte le narrazioni a disposizione.

E allora questo odioso buffone neonazista, piazzato al potere dai poteri forti e criminali del Paese, è diventato una specie di eroe, la sua faccia intollerabile da bugiardo osannata in tutte le occasioni.

Il trucchetto è poi semplice: l’economia occidentale prospera, con una guerra: industria delle armi, speculazioni sull’energia, una vera manna.

L’unico problema, per gli USA, sono casomai le bare che tornano in patria coperte dalla bandiera: mancando quelle – dato che crepano solo ucraini e russi – questa è la guerra ideale. L’UE non esiste più, sono solo pallidi servi della NATO: un ente anacronistico e inutile, che così giustifica la sua esistenza.

La popolazione europea è in maggioranza CONTRO la guerra e l’invio di armi, ma la propaganda riesce a tenerla a bada. Proteste ma non ribellione aperta e rivoluzione, in fondo un tollerabile rumore di fondo.

Anche noi, da queste colonne, abbiamo invocato la Pace, abbiamo persino proposto dei piani, abbiamo manifestato.

Ma ora, sic stantibus rebus, quando anche i cosiddetti “moderati” spropositano che la Pace passa solo per la “vittoria dell’Ucraina” – persino un Gentiloni dice questa assurdità senza costrutto (Russia: esercito di 20 milioni, 6.370 ordigni nucleari pronti all’uso) – ora:

Non siamo più pacifisti. La Pace passa solo per la vittoria della Russia, per la distruzione politica della giunta golpista ucraina, per l’eradicazione del neonazismo impiantato nell’ultimo decennio.

Siamo “Putiniani”? Nemmeno per sogno: siamo solo stufi di questa auto-guerra economica e mediatica contro di noi e di queste auto-sanzioni.

Siamo stufi di questo massacro di una popolazione che ha avuto il solo torto di credere alle menzogne occidentali, per ritrovarsi una nazione – un tempo decentemente vivibile – devastata materialmente e moralmente, ostaggio di una cricca di teatranti.

Mentre diciamo questo – l’esatto opposto di quanto gabellano i nostri politici – riconosciamo perlomeno di non essere più pacifisti, di non parlare più di Pace: ma di fine della guerra. Nell’unica maniera nella quale può finire: ed allora, che sia il prima possibile.

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15/02/2023

Cari ucraini, qui (in Germania) il saluto nazista non si può fare


“Rispettabili tirocinanti dell’Ucraina!

In Germania la dimostrazione in pubblico della svastica o altra simbologia legata al fascismo (simboli delle SS) è punibile con la condanna fino a tre anni di carcere, oppure con la multa consistente”


Questo è l’avviso del governo tedesco affisso nei luoghi dove soldati ucraini vengono addestrati all’uso dei carri armati Leopard.

Sì perché pare che questi “tirocinanti” abbiano il vizietto di festeggiare con il saluto nazista ogni progresso del loro addestramento e di considerare motivo d’orgoglio il tatuaggio della svastica. È una pratica normale e valorizzata sotto il regime di Zelensky, i governanti tedeschi come tutti gli altri occidentali lo sanno perfettamente, ma finché tutto resta in Ucraina fanno finta di niente.

Però in Germania non si può rischiare che qualche fotografo importuno o sfacciato divulghi immagini di manifestazioni naziste su carri armati tedeschi. Chi li sentirebbe i russi poi.

Così si avvisano i tirocinanti ucraini che in Germania, se si fa quello per cui in Ucraina si prendono le medaglie, si va in galera.

Perché come tutti sanno non ci sono nazisti in Ucraina.

Ps: La foto di questo avviso è di dominio pubblico e si trova subito in rete, ma non la troverete mai sulla stampa italiana.

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13/02/2023

Come e quando finirà la guerra in Ucraina

Zelensky cerca continuamente di convincere i governi occidentali che vincerà la guerra contro la Russia e per questo chiede con ossessione armi, ma ha senso?

Prevedere la fine della guerra in Ucraina non necessita di facoltà profetiche, ma semplicemente guardare ai fatti concreti.

Winston Churchill, ad inizio 1942, ragionando su come lui vedeva la tendenza della guerra, disse che la Gran Bretagna avrebbe vinto.

Guardando alle tendenze, allora la guerra in Ucraina avrà due possibili soluzioni.

Per capire la prima soluzione mi avvalgo dei ricordi di mio padre, che fu “schiavo di Hitler”, costretto a 15 anni a costruire telefoni militari a Vienna e poi condannato a scavare il “vallo anti-sovietico” in Ungheria accusato di piccoli sabotaggi; vallo fatto di trincee lunghe centinaia di chilometri scavate da migliaia di deportati con a guardia anche ustascia croati e cosacchi ucraini (quelli comandati da Bandera).

Rimango stupito da come i nazisti ucraini, dopo ottanta anni e avendo la conoscenza degli accadimenti storici, ripercorrano gli stessi meccanismi ed errori.

Il primo fatto che vide a Vienna mio padre era il fanatismo dei nazisti che assolutamente non accettavano la possibilità di una sconfitta militare e per questo era altrettanto inaccettabile un accordo di pace e la resa, così come oggi per i banderisti.

Il terzo Reich (e quindi anche Vienna) fu pesantemente bombardato rendendo ardua ogni attività civile, così come oggi lo è l’Ucraina, che ha il sistema elettrico devastato rendendo problematica ogni attività.

La rete ferroviaria ucraina è semi-bloccata perché i locomotori non possono essere sostituiti con quelli diesel forniti dall’Occidente, avendo uno scartamento dei binari diverso dal nostro.

I grandi trasformatori distrutti dai bombardamenti russi ugualmente non possono essere sostituiti perché lavorano con voltaggi di era sovietica diversi da quelli in Occidente, trasformatori che guarda caso hanno solo in Russia.

Allora come oggi il degrado militare della Germania portò ad arruolare i vecchi e i ragazzini, come sta avvenendo adesso da parte dei banderisti.

All’avanzata dei sovietici, sempre per il fanatismo che non prevedeva la resa, fu ordinato di trasformare le città in “fortezze” circondate da “valli” per resistere sino alla distruzione totale.

Il 4 aprile del 1945 mio padre riuscì a scappare da Vienna nella grande confusione generale sul tetto di un treno, l’ultimo giorno prima che Vienna fosse dichiarata come “città-fortezza” e tutti gli uomini abili bloccati dentro, chi a sparare e chi a scavare valli sotto le bombe.

È la stessa tattica dei bandieristi, sia a Mariupol che nelle città del Donbass. E questo avveniva perché il regime sperava e annunciava nuove armi “fantastiche”, come i “panzerfaust”, le V1, le V2 e gli aerei a reazione, ma che non cambiarono il corso della guerra come non lo hanno cambiato i javelin “made in USA” o il possibile arrivo di carri armati Leopard 2 e Abrams, che hanno il difetto di essere complessi e quindi richiedono grande addestramento e manutenzione: sono armi pensate per guerre contro avversari deboli facilmente sconfitti in poco tempo.

La tendenza è quindi che allo stato attuale l’esercito ucraino sarà in rotta nei prossimi mesi (attualmente l’esercito russo punta più a demolire l’avversario con i bombardamenti che la conquista di territori), in un paese ridotto a metà della popolazione per le fughe all’estero e con una parte importante degli uomini coscritti feriti o morti.

Difficilmente resisterà oltre l’autunno prossimo, nonostante sciocchezze e bugie sparse a larghe mani da Zelenski e prese come oro colato dai mass-media occidentali, come pure per i governanti UE che lo incontrano.

Che i vertici NATO paventino questa debacle è reso evidente dalle minacce, inutili, che alla eventuale presa di Kiev essa interverrà per impedirlo.

È a questo punto che è possibile la seconda soluzione della guerra.

Governi cripto-fascisti o razzisti guidano attualmente la Polonia e ancora di più i paesi baltici, che si pensano fortissimi avendo aderito alla Nato, per cui a una debacle dell’esercito ucraino è altamente possibile che intervengano direttamente nel conflitto senza aspettare gli alleati, trascinandosi dietro tutto il Patto Atlantico. O, almeno, è quello che credono.

Il conflitto a questo punto diventerebbe generale e nucleare, con la fine della guerra per una distruzione generale del pianeta e del genere umano.

È quindi necessario che alla prima soluzione non segua la seconda; e ciò può avvenire solo con un fortissimo movimento per la pace che metta in discussione per prima cosa l’appartenenza dell’Italia alla NATO e il taglio delle spese militari.

Se, come spero per la nostra sopravvivenza, la guerra si fermerà con la dissoluzione del regime clown-banderista, allora verranno al pettine le scelte servili dei leader euro-atlantisti.

Come giustificheranno le inutili spese militari? Come giustificheranno avere fatto guerra per procura alla Russia quando invece è stato il governo USA a farci guerra distruggendo il North Stream 1 e 2? E come giustificheranno esserci esclusi da uno dei più grandi mercati di materie prime al mondo?

Il sostegno dei leader occidentali, europei in particolare, ha più a che fare con una “crisi di nervi” che a scelte politiche razionali. Crisi dovute alla rabbia repressa da questi leader che, nonostante le armi date ai clown-nazisti, le sanzioni alla Russia (e a se stessi) e l’illusione di essere i padroni del mondo, non riescono a far soccombere l’attuale oggetto delle loro aggressioni militari: ma come? non crolla come Yugoslavia o Libia?

A questa loro futura debacle noi dobbiamo già da ora essere quelli che ne chiedono il conto e la loro rimozione.

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04/02/2023

Vecchie e nuove sfide per l’esquerra independentista e anticapitalista catalana /3

Dopo l’analisi di Endavant, si propone di seguito una riflessione prodotta nell’ambito dell’altra principale organizzazione dell’esquerra independentista e anticapitalista, Poble Lliure. Si tratta di un articolo redatto da Xavier Oca, tra i dirigenti del gruppo, risalente alle prime settimane di guerra ma non per questo meno significativo.

Al netto di alcune scelte terminologiche imprecise, che possono dar luogo a malintesi (come nel caso dell’uso del termine impero), si tratta di una interessante analisi sullo scenario internazionale e sull’autodeterminazione dei popoli.

In particolare è da sottolineare la riflessione sullo sviluppo del nazionalismo ucraino, la critica all’indipendentismo socialdemocratico di ERC, allineata col governo spagnolo sull’invio di armi all’Ucraina, e la convinzione conclusiva secondo la quale la lotta contro lo strapotere finanziario delle grandi multinazionali e quella per l’emancipazione nazionale di popoli come quello catalano siano due facce della stessa medaglia: la medaglia mortifera del modo di produzione capitalistico.

Contro le guerre, gli imperi e i fascisti

di Xavi Oca, in La Veu (23/04/2022)

Un’invasione tanto stupida quanto criminale

Alla fine di febbraio, dopo mesi di tensione, Vladimir Putin annunciava un’operazione che a suo parere aveva l’obbiettivo di “smilitarizzare e denazificare l’Ucraina”. Ebbene ha ottenuto tutto il contrario.

Non cadremo nella trappola del pensiero unico e dai gazzettini bellicisti imposti dai media occidentali, pieni di perle quali “non ci addentreremo nel dibattito sulle radici del conflitto perché questo significherebbe fare il gioco di Putin” [1], e spiegheremo invece come il colpo di stato del 2014 fosse la premessa di un avanzamento terribile del processo di fascistizzazione dell’Ucraina e del dispiegamento della politica espansionista e militarista degli Stati Uniti, con la creazione di un protettorato de facto.

Detto ciò, non possiamo ammettere né tollerare, o giustificare in nessun modo, l’azione criminale perpetrata da Putin contro la popolazione civile ucraina. Invece di limitarsi a un’azione puntuale e difensiva, o come dicono i propagandisti di guerra a un’operazione chirurgica, per esempio contro le installazioni militari potenzialmente pericolose per la Russia, o contro i battaglioni neonazisti operanti in Ucraina, Putin si è lanciato in una invasione criminale del paese vicino, provocando la distruzione e la morte di migliaia di vite umane.

Vittime civili che sono paradossalmente in maggioranza russofone, abitanti delle città dell’est e del sud dell’Ucraina, proprio le zone dove c’era ancora un forte sentimento filorusso e dove la versione fascista del nazionalismo ucraino era molto minoritaria.

Ricordiamo per esempio che Kharkiv, la città più castigata dalla guerra, dette vita a manifestazioni di decine di migliaia di persone contro il colpo di stato del 2014, terminate con un massacro: l’assassinio di 12 manifestanti antifascisti per mano dei neonazisti ucraini [2]. Allo stesso modo Odessa, la città più russofona, più antifascista [3] e più cosmopolita che si possa trovare ad est di Berlino, vive assediata dalle truppe russe.

Putin ha messo fine al sentimento filorusso di buona parte della popolazione ucraina, forgiato da secoli di coesistenza e cooperazione contro i comuni nemici (gli invasori polacchi e lituani, le orde mongole, le razzie tartare, l’oppressione zarista e l’invasione nazista) e ha risvegliato il sentimento di appartenenza all’Ucraina, perfino nei milioni di ucraini russofoni, disprezzati e insultati dal nazionalismo fascista ucraino [4].

È così che, in una Ucraina dove buona parte della popolazione viveva con preoccupazione l’ascesa del fascismo (la qual cosa spiega la vittoria elettorale di Zelensky, un ebreo inizialmente sostenitore del negoziato di pace con la Russia che si è visto schiacciato dalla pressione del fascismo installato nell’apparato statale da un lato, e dalle minacce degli USA di togliergli il sostegno economico se non aderiva alla NATO dall’altro) Putin è riuscito a far sembrare i lupi come degli agnelli e di conseguenza a risvegliare la coscienza nazionale ucraina, incluso tra coloro i quali non vedevano finora alcuna contraddizione tra parlare russo ed essere cittadino ucraino, o perfino tra coloro che si sentivano di nazionalità russa.

E per quel che riguarda la smilitarizzazione, il fiasco è ancora più evidente. La NATO ha raggiunto quello che fin dall’inizio era il suo obbiettivo: smaltire lo stock di armi degli USA e militarizzare tutta l’Europa dell’est. Se la Russia non voleva una Ucraina militarizzata, ora si può ritrovare accerchiata dalle armi e dalle basi della NATO, perfino nei paesi tradizionalmente neutrali come la Finlandia o la Moldavia, e con una estrema destra russofoba decisamente rafforzata in Polonia, Lituania e Georgia.

Pertanto arriviamo a due possibili conclusioni: o Putin è uno sprovveduto, o siamo di fronte invece a una lotta tra imperi decadenti, tra oligarchie corrotte e militarizzate che hanno bisogno della guerra per cercare di perpetuare il proprio potere. Certamente sia al regime autoritario e estrattivo di Putin che alla NATO non sono mai importati né i diritti umani né i diritti dei popoli, a cominciare da quelli che si trovano sotto le loro grinfie.

Non solo: l’Europa e gli USA hanno usato storicamente e in maniera cinica la scusa dei diritti umani per sviluppare le proprie politiche imperialiste e guerrafondaie in Africa e in Medio Oriente, appoggiandosi sempre proprio ai settori più barbari e depravati dei paesi aggrediti, che hanno finito per perpetrare genocidi, instaurare dittature militari o teocratiche, portando lo stato al fallimento e diffondendo la morte, la miseria e gli abusi sistematici contro la popolazione.

Oggi il popolo ucraino (come come quello kurdo, siriano, somalo, amazic, libico e saharawi tra gli altri) è vittima di una geo-strategia criminale, di un calcolo economico dei fabbricanti di armi, dei magnati degli idrocarburi, degli speculatori arricchitisi con la privatizzazione dei settori strategici dell’economia o con il grande affare della “ricostruzione” che segue ogni guerra. Putin ha cominciato ufficialmente la guerra e la NATO ha ottenuto quello che cercava: recuperarsi politicamente e beneficiarsi del grande affare degli armamenti. Intanto l’UE affonda moralmente, politicamente ed economicamente a causa della propria sottomissione suicida ai diktat degli USA, alla tendenza alla guerra e al neoliberalismo.

Menzogne e vergogne della propaganda di guerra

Il primo inganno del discorso bellico, che è divenuto in questi giorni pensiero unico nei mezzi di comunicazione occidentali, consiste nel presentare questa guerra come una lotta tra la democrazia e la dittatura, o “tra due maniere di essere e di stare al mondo”, come diceva il presidente spagnolo recuperando la vecchia idea dell’amministrazione Bush sull’asse del male e lo scontro di civiltà.

Procediamo con ordine: qualificare il regime instauratosi in ucraina come democratico è un insulto alla realtà, alla storia e all’intelligenza. Ed è particolarmente preoccupante che perfino settori indipendentisti o della cosiddetta sinistra continuino a negare un dato di fatto criminale: l’accelerazione del processo di fascistizzazione dell’Ucraina a partire dal colpo di stato del 2014.

Un po’ di storia: la Rus di Kiev fu il primo stato slavo (anche se fondato da guerrieri vichinghi) che occupava parte di quello che ora sono la Russia e l’Ucraina. La maggior parte di questo territorio patí l’invasione mongola dell’Orda d’Oro e successivamente quella tartara (le tribú turche di Timur) nell’epoca della Grande Orda, ma la parte più occidentale rimase indipendente finché non venne conquistata dalla Polonia (e dalla Lituania) che l’amministrò per secoli finché venne annessa all’impero Austro-Ungarico.

Questa parte più occidentale è la Galizia, una zona in cui il popolo ha sempre parlato ucraino, fin da quando quest’ultimo si formò come lingua (anche se non lo parlavano le élite polacche o tedesche). All’est e al sud le cose sono più complicate. Durante i secoli gli slavi di questa zona, indipendentemente dal fatto che la loro lingua evolvesse verso il russo o l’ucraino, lottarono contro i tentativi espansionisti dei polacchi e contro l’occupazione e le razzie tartare.

Il sud fertile dell’Ucraina e della Russia, praticamente disabitato, era la terra dei cosacchi (i fuorilegge) che sopravvivevano al margine delle norme imperanti, delle razzie schiaviste e delle persecuzioni religiose, tanto dei polacchi come dei tartari.

La situazione si capovolse quando i cosacchi si organizzarono militarmente e si allearono con il nuovo stato slavo della Russia, divenendone la forza d’urto. I Tartari vengono sconfitti e viene favorito il ripopolamento di tutto il territorio a nord del Mar Nero e del Mar d’Azov con slavi (ucraini e russofoni) e popoli tradizionalmente perseguiti dai turchi: ebrei, armeni e greci.

Caterina la grande incaricò il proprio amante, il generale Potemkin, e l’ingegnere catalano Josep de Ribas, la costruzione del porto di Odessa, dove il russo divenne la lingua franca delle differenti comunità, culminando così l’espansione territoriale ed economica dell’impero russo, praticamente fino ai confini dell’impero ottomano.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si produce un risveglio della coscienza nazionale ucraina, però in due rami paralleli e spesso contrapposti. Intorno a Kiev, città dall’intensa vita culturale, il personaggio di punta del nazionalismo ucraino è Taras Shevchenko, poeta e linguista che dota di norme e di dignità l’ucraino, considerato fino allora dalle élite come una lingua volgare (il piccolo russo).

Shevchenko, una specie di sintesi tra Pompeu Fabra e Joan Maragall (figure fondamentali per la lingua e la letteratura catalane – NdT), condivise la prigione con i rivoluzionari anti-zaristi russi e organizzò attorno a sé un nazionalismo di stampo progressista, integratore e radicalmente democratico. Alcuni anni più tardi, con la creazione della Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina, Shevchenko viene promosso al rango di eroe nazionale.

Nel frattempo in Galizia, in quel momento sotto il giogo austriaco, i nuovi occupanti favorirono l’apparizione di un nazionalismo assai particolare: profondamente suprematista, russofobo, antipolacco e antisemita, ispirato dall’idea secondo la quale gli ucraini non avevano niente a che fare con i barbari slavi, bensì erano un avanzato popolo europeo. Vi ricorda qualcosa?

Il leader di questo movimento fu il criminale di guerra Stepan Bandera, ammiratore dichiarato di Mussolini, che consegnò alla storia una frase epica: “nella nostra Ucraina non c’è spazio né per i russi, né per gli ebrei, né per i comunisti” [5].

E bisogna riconoscere che fu coerente, dato che non si limitò alla frase: le sue milizie collaborarono strettamente con i nazisti nello sterminio di più di un milione di ebrei solo in Ucraina. Ebbene l’attuale regime ucraino ha fatto di questo energumeno il proprio eroe nazionale, e del suo catechismo fascista la propria fonte d’ispirazione principale.

Come abbiamo scritto in un precedente articolo, dopo anni di finanziamento e di riarmo da parte della CIA [6], nel 2014 il movimento neonazista ucraino (insieme ai mercenari francotiratori) si rivela la forza d’urto utilizzata per perpetrare il colpo di stato, schiacciare la dissidenza e convertire l’Ucraina in un protettorato degli Stati Uniti.

Il prezzo per i servizi resi è la messa fuori legge del Partito Comunista Ucraino [7], l’unico che si era opposto alle privatizzazioni e alla presa del potere da parte degli oligarchi, alla persecuzione del sindacalismo, alla chiusura dei mezzi di comunicazione in lingua russa, alla persecuzione delle lingue minoritarie nella Transcarpazia, alla nomina dei dirigenti neonazisti alle alte cariche dell’apparato statale, alla privatizzazione dei servizi pubblici per mano di organizzazioni affini a Pravy Sector e Svoboda, alla totale impunità delle bande neofasciste, al revisionismo storico culminato nell’esaltazione di Stepan Bandera come eroe nazionale, alla parziale negazione dell’olocausto, al considerare l’armata rossa responsabile dello sterminio degli ebrei e alla incorporazione dei battaglioni nazisti Azov e Aydar, responsabili di numerosi crimini contro l’umanità, nell’esercito ucraino (sotto forma di reggimenti).

Dov’è dunque lo schieramento democratico? Risposta: non lo cercate perché non c’è. Come abbiamo già detto, questa è una guerra tra imperi per i quali la democrazia è un intralcio.

Il secondo inganno consiste nel presentare l’Europa come il baluardo della democrazia impegnato nel conflitto. Una democrazia che non dubita a ricorrere alla censura, alla criminalizzazione della dissidenza e all’instaurazione di una dittatura mediatica manichea che riduce il giornalismo alla pura e semplice propaganda di guerra.

Così si taglia in un momento l’accesso ai mezzi di comunicazione che potrebbero spiegare una versione differente dei fatti o che potrebbero occuparsi di tutto quello che la propaganda occidentale nasconde sistematicamente, come la detenzione e il sequestro dei politici ucraini sostenitori della negoziazione e contrari all’ingresso nella NATO, come le numerose violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie neonaziste ucraine, o come i campi d’addestramento del fascismo internazionale organizzati da questi gruppi, con le armi inviate dalla UE e dalla NATO [8].

La guerra in Ucraina sta rappresentando la scusa per la fine del giornalismo indipendente in Europa Occidentale; e in questo senso basta vedere come la maggior parte dei media filo-atlantici mantenga il silenzio sulla carcerazione del giornalista Pablo González ad opera del governo polacco d’estrema destra mentre allo stesso tempo si straccia le vesti per l’assenza della libertà di stampa in Russia.

Persino opinionisti non sospetti di simpatie filorusse e tradizionalmente allineati a difesa del punto di vista atlantico (ad esempio come Pilar Rahola), hanno denunciato il tradimento dei valori fondamentali dell’UE che suppone “servirsi della scusa della guerra per sbarazzarsi della carta dei diritti fondamentali dell’UE e di conseguenza del trattato europeo sulla protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, alla base del Trattato di Lisbona e che danno un senso all’Unione Europea“.

La censura e l’utilizzo sistematico dei mezzi di comunicazione come strumenti atti a giustificare la corsa al riarmo, risponde a uno schema autoritario e bellicoso che non ha niente a che vedere con la democrazia e richiama invece l’imperialismo e la propaganda manichea precedente la prima guerra mondiale.

Con la complicità necessaria dei media, la guerra è servita a differenti stati, governi, politici mediocri e satrapi europei per mascherare le proprie mancanze, tradimenti, promesse incompiute, casi di corruzione [9], ed ha rappresentato la scusa perfetta per giustificare l’ingiustificabile: la rottura dell’ampio consenso attorno al divieto di inviare armi in una zona di guerra, un atto assolutamente vergognoso.

Tutti gli stati europei avevano accordato ufficialmente [10] che l’invio di armi in una zona di guerra non aveva altro effetto se non quello di allungare inutilmente il conflitto, provocando la crescita del numero delle vittime e delle loro sofferenze.

Dopo la seconda guerra mondiale e alcuni decenni di lotte pacifiste, si era affermato il principio (opposto al gettare benzina sul fuoco) secondo il quale è necessario concentrarsi sulla protezione della popolazione civile e sullo sviluppo dell’azione diplomatica, aprendo spazi per il negoziato e terminare il prima possibile lo scontro armato.

Ebbene il consenso su questi principi se ne è andato gambe all’aria, con l’aggravante del cinico impiego del Fondo Europeo per la Pace per aizzare alla guerra.

Oltre a prolungare il dramma dei civili ucraini direttamente interessati dal conflitto, la militarizzazione comporterà una punizione ancora più dura per le classi popolari di un’Europa alle porte di una grave crisi economica, con l’aumento della spesa destinata alla difesa (e prevedibilmente agli apparati repressivi), come sempre a scapito delle politiche sociali.

Mentre l’industria militare nord-americana si frega le mani riattivando la NATO e facendo grandi affari, l’Europa si relega al ruolo subordinato di periferia dell’impero. Non solo. L’Europa invia armi offensive senza sapere (o peggio, sapendo ma non dicendo) chi le riceve e quale uso ne farà. Attualmente è già stato accertato che buona parte delle prime spedizioni sono finite in mano ai reggimenti neonazisti che hanno usato le armi per massacrare il “nemico interno”.

L’altra grande vergogna di questa Europa in piena regressione è la doppia morale (se non il cinismo più sfacciato) con la quale affronta questioni così sensibili come le aggressioni militari (condannate o no), il riconoscimento dell’indipendenza e in particolare i rifugiati.

Mentre decine di migliaia di rifugiati causati dalle guerre della NATO e dei suoi alleati islamo-fascisti in Siria, Iraq, Libia, Yemen e Afghanistan continuano sopravvivendo nei campi di concentramento in Grecia e in Turchia, lontano dai propri paesi distrutti da lunghi anni di guerra; mentre la Guardia Civil malmena a Sabta le persone in fuga dalla miseria e dalla guerra imposte dall’imperialismo in Africa; mentre organizzazioni come Mare Nostrum continuano la loro eroica missione di salvataggio a rischio di essere spesso perseguite dagli stati europei; mentre si è arrivati a imprigionare attivisti che aiutavano i rifugiati siriani denunciandone la vergognosa situazione, ora l’Europa si riempie cinicamente la bocca di solidarietà con le vittime della guerra in Ucraina.

Persino il governo razzista della Polonia ha la faccia tosta di presentarsi davanti al mondo come un esempio di democrazia e accoglienza.

Mentre la guerra in Ucraina occupa tutte le prime pagine, Israele approfitta per bombardare Damasco, l’Arabia Saudita per proseguire il genocidio in Yemen, le dittature del golfo per patrocinare il terrorismo islamo-fascista a nord del Mozambico, della Nigeria e del Sahel, tutto nella più assoluta impunità. Mentre l’Europa ha permesso due anni fa l’aggressione e la pulizia etnica perpetrata dall’Azerbaigian ai danni dell’Armenia; mentre ha permesso e perfino promosso, tergiversato, giustificato e occultato, i crimini commessi dai fascisti in Ucraina a partire dal 2014, ora la stessa Europa pretende di erigersi a paladino degli oppressi.

È un fatto che in quanto catalani dovrebbe interessarci: mentre alcuni referendum e alcune dichiarazioni d’indipendenza sono riconosciute, altre sorte in contesti spesso meno garantisti, sono disprezzate e calunniate, con il risultato che il riconoscimento dell’indipendenza di nuovi stati è legato più ad interessi geo-strategici e a rapporti di forza che non all’applicazione di criteri oggettivi e al rispetto delle regole democratiche.

I grandi pericoli che ci minacciano

Oltre all’articolo di Jordi Mambrú pubblicato dal quotidiano Ara, che denunciava l’esistenza a partire dal 2014 di campi d’addestramento di gruppi neonazisti in Ucraina (con la partecipazione di fascisti catalani e spagnoli) il giornalista Jordi Borràs [11], specializzato in gruppi d’estrema destra, avvertiva alcune settimane fa del pericolo imminente rappresentato da una Ucraina convertita in quello che dieci anni fa fu la Siria.

Così come le armi inviate ai mercenari e agli insorti islamo-fascisti siriani convertirono il paese in un feudo dell’Isis e nel campo d’addestramento del terrorismo wahabita a livello mondiale, oggi l’Ucraina si sta convertendo nel campo d’addestramento del movimento neonazista europeo, armato dalla stessa Europa.

E così come gli psicopatici wahabiti che dieci anni fa andarono ad addestrarsi e a combattere in Siria e tornarono a seminare il terrorismo e la morte per mezza Europa, allo stesso modo i nazisti che oggi si addestrano e combattono in Ucraina (tra cui attualmente anche un gruppo di spagnoli e catalani) torneranno ai loro rispettivi paesi per seminare il terrore tra i dissidenti, gli omosessuali, i militanti della sinistra e gli attivisti sociali.

Sarebbe bene che tutto l’indipendentismo si rendesse conto della trappola del nemico, del repressore che un giorno indossa i panni del giudice, un altro quelli del militare, del giornalista, del poliziotto e del neonazista. Bisogna cambiare direzione, esigere la distensione e la smilitarizzazione del conflitto prima che noi stessi finiremo per esserne vittime.

Un pericolo ancora peggiore è che la NATO intenda la guerra in Ucraina come un preambolo, una prova e forse persino il detonatore di qualcosa di molto peggio: una guerra aperta contro la Cina, inevitabilmente catastrofica per l’umanità.

Il vertice della NATO del prossimo giugno a Madrid si inquadrava in questi termini già prima della guerra in Ucraina: come indebolire la Cina militarizzando l’estremo oriente, riarmando il Giappone [12] e generando una spirale di provocazioni e conflitti ogni volta a scala più grande (manovre militari e missili strategici vicino ai grandi centri industriali cinesi, scaramucce e ostacoli al traffico marittimo nel Mar della Cina e nello stretto di Malacca, finanziamento di gruppi di insorti, ecc.).

Malgrado il ruolo estremamente prudente e cauto giocato dalla Repubblica Popolare Cinese nella crisi ucraina, malgrado aver più volte manifestato il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina e la propria disponibilità alla mediazione, malgrado il proprio bilancio militare sia una decima parte di quello della NATO e malgrado la Cina non sia mai intervenuta militarmente fuori dai propri confini, la macchina bellica della propaganda atlantica si è già messa in moto, e dopo alcune settimane monotematiche sulla Russia è tornato all’ordine del giorno dei notiziari il chinabashing [13].

In Ucraina oggi si affrontano due imperi decadenti. Da una parte gli USA (che si sostengono economicamente sull’industria di guerra e la rapina delle risorse energetiche e che perciò vedono questa guerra come la manna dal cielo) e l’Europa che, sottomessa agli interessi della NATO, non ha fatto altro che accelerare l’inevitabile crisi energetica ed economica.

Dall’altra la Russia, con una economia basata sull’esportazione degli idrocarburi e sulla speculazione, sequestrata da una casta estrattiva tanto o più vampiresca di quella occidentale. Imperi che hanno due aspetti in comune.

Il primo è l’involuzione autoritaria, caratterizzata dalla rinuncia ai supposti valori fondanti nel caso dell’occidente; e da un regime apertamente dispotico e oligarchico nel caso della Russia.

Il secondo è la necessità della guerra per sopravvivere, nel primo caso per mantenere l’industria militare e il saccheggio delle risorse naturali ed energetiche necessario al funzionamento delle economie occidentali; nel secondo per evitare che i conflitti interni derivanti dalla quasi totale assenza di diritti e libertà la facciano collassare.

E preoccupa lo scenario di uno scontro con l’Asia, dove vive più della metà dell’umanità, e più in particolare con la Cina, dove si concentra una gran parte della produzione dei beni di consumo del pianeta, dove negli ultimi anni si sono susseguiti grandi progressi tecnologici, economici e sociali (con centinaia di milioni di persone riscattate dalla povertà), dove si è messo in pratica una politica internazionale pacifica che per la prima volta ha dato frutti positivi per lo sviluppo dei paesi africani saccheggiati da secoli dagli stati e dalle multinazionali europee.

Se la NATO ripete la strategia messa in pratica in Ucraina anche in estremo oriente, probabilmente non sarà necessario preoccuparsi per la crisi climatica (l’altra grande minaccia che grava sull’umanità) perché non vivremo abbastanza per vederne gli sviluppi. Fermare la deriva militare e la corsa al riarmo è oggi, una priorità ineludibile, una questione di pura sopravvivenza.

Cosa bisogna fare per una pace giusta e duratura

In conclusione proponiamo alcuni punti che ci permettano non solo di avanzare nel cammino della soluzione di questo conflitto ma anche in quello della prevenzione di nuovi conflitti militari e della costruzione di una pace giusta e duratura.

1) Promuovere la lotta per la smilitarizzazione e il disarmo. È necessario mobilitarsi contro gli interessi delle oligarchie, esigere la drastica riduzione della spesa militare, fermare la corsa al riarmo, chiudere le basi militari e i centri di detenzione e tortura della NATO [14]. È necessario proibire i droni assassini [15] e l’esportazione e la ricerca di nuove armi di distruzione di massa.

2) Onu SI, Nato NO. È necessario esigere la dissoluzione della NATO e la fine del ricatto militare come strumento di costrizione politica ed economica, allo stesso tempo sostenendo la riforma e il rafforzamento dell’ONU nella prospettiva della prevenzione e risoluzione dei conflitti. È necessario creare un organismo multilaterale rappresentativo delle differenti realtà e dei diversi interessi in conflitto, dotato della legittimità necessaria a rivestire il ruolo di arbitro, a proporre soluzioni e se possibile sviluppare una corretta exit strategy.

3) L’autodeterminazione come strumento universalmente riconosciuto per la formazione di nuovi stati. Tutti i popoli del mondo devono disporre di un meccanismo democratico e riconosciuto internazionalmente per esercitare la propria sovranità, ovvero il diritto all’autodeterminazione. La comunità internazionale deve stabilire dei meccanismi oggettivi per rendere effettivo il diritto di ogni popolo a decidere il proprio futuro e a stabilire le frontiere dello stato, al d là degli interessi geo-strategici.

4) Il rispetto delle minoranze negli stati plurinazionali. Mentre perdura l’oppressione, la guerra è inevitabile. Nessun popolo può essere obbligato a vivere sotto il giogo di uno stato che gli è ostile. I popoli che fanno parte di uno stato plurinazionale (per volontà propria, espressa in un referendum, o per la mancanza di una volontà politica che si proponga di esercitare il diritto all’autodeterminazione) devono avere garantita la protezione e la promozione della loro lingua e della loro cultura, nella prospettiva dell’eguaglianza. I loro abitanti e i loro territori non possono essere le vittime di un modello di sfruttamento ingiusto o coloniale.

5) È necessaria un’alleanza dei popoli e dei piccoli stati contro il potere degli imperi. La crisi ecologica che incombe sul pianeta, il ricatto economico, le minacce e le aggressioni militari da parte dei grandi stati e delle grandi oligarchie sono le due facce della stessa moneta. Una alternativa al modo di produzione capitalista (basato sul saccheggio e sullo sfruttamento delle persone e delle risorse) è possibile solo a condizione di restituire la sovranità ai popoli. Solo una democrazia reale e di prossimità è una vera democrazia ed è più che mai necessario far valere gli interessi e i diritti delle comunità contro l’avarizia delle grandi multinazionali e dei macro-stati che le sostengono.

Per concludere, vogliamo ripetere e sottolineare le parole con le quali il compagno Albert Botran ha concluso il suo brillante articolo “Contro l’escalation bellica” pubblicato dalla rivista El Temps: «L’escalation bellica pertanto, non è la soluzione. Ritengo sia necessario ascoltare il movimento per la pace, così potente nel nostro paese, che da tempo avvertiva della presenza di queste tensioni.

Credo sia necessario recuperare lo spirito del 17 agosto 2017
(il giorno dell’attentato alla Rambla di Barcellona – NdT) che accanto al dolore e alla solidarietà riuscì a dare una lettura dei fatti all’insegna del rifiuto del razzismo e del business della guerra. Credo sia necessario sfuggire a questo “spirito del 1914” che esalta alcuni imperi contro altri e seguire invece l’esempio di coloro i quali si opposero a quella guerra, a costo di essere pubblicamente additati e repressi: Jaurès, Luxemburg e Lenin che, ricordiamolo, fu colui il quale aprì le porte all’autodeterminazione dell’Ucraina».

Note

1) Frase pronunciata al programa Mes324 di TV3, la televisione autonoma della Catalunya.

2) L’intervista al giornalista Rafael Poch a Vilaweb dello scorso 3 febbraio è sufficiente per capire i fatti del 2014, alla radice di questo conflitto.

3) Odessa è una delle poche città che hanno resistito alla pressione esercitata per santificare il criminale di guerra Stepan Bandera e che mantiene vivo il ricordo dei partigiani, malgrado l’essere stata teatro del peggior massacro neonazista, con 57persone bruciate vive nel 2014 nella sede del sindacato.

4) Invece di ammettere il carattere plurinazionale dello stato ucraino, le famiglie stabilitesi da secoli sul teritorio sono state definite come famiglie di colonizzatori. Parallelamente, a partire dal 2014 si sono discriminate sempre di più le lingue rumena-moldava, rutena e l’ungherese della Transcarpazia.

5) Il libro Stepan Bandera: the life and afterlife of a ukrainian nationalist. Fascism, genocide and cult,dello storico di origine ebrea Grzgorz Rossolinski-Liebe, descrive dettagliatamente l’ideologia, l’azione e l’apologia della figura di Bandera da parte del nazionalismo fascista ucraino. Nel 2012 le presentzioni dell’opera in diversi centri culturali ucraini vennero cancelate in seguito agli attacchi dei neonazisti ucraini.

6) Il documentario Ucraina in fiamme, realizzato da Oliver Stone nel 2014, esamina il ruolo degli USA nel colpo di stato e la successiva organizzazione del regime ucraino.

7) Ricordiamo che proprio quest’ultimo aveva portato l’Ucraina all’indipendenza.

8) Come spiega l’articolo di Jordi Mambrú intitolato “L’Ucraina ha un problema con l’estrema destra?”, pubblicato dal quotidiano ARA il 14 marzo 2022.

9) Così a scala locale, la guerra in Ucraina è servita al presidente della Generalitat Pere Aragonès, sempre più nei panni di governatore spagnolo della Catalunya, come scusa per allinearsi a Pedro Sánchez con l’invio di armi in Ucraina (fatto che stravolge la tradizione antimilitarista catalana) e per sviluppare ancora più impunemente la strategia autonomista di ERC e di tutto il governo che normaliza e stabilizza il regime borbonico.

10) Ció non toglie che alcuni stati, come per esempio il regno di Spagna, abbiano aggirato l’ostacolo con scuse meschine, come nel caso dell’aggressione genocida dell’Arabia Saudita allo Yemen.

11) Intervista a Vilaweb del 28 febbraio 2022.

12) Governato, è bene ricordarlo, dalla destra ultranazinalista, che nega i crimini mostruosi commessi dal Giappone durante la seconda guerra mondiale.

13) Il chinabashing è la guerra propagandística e psicológica avviata inizialmente dall’estrema destra nord-aericana e oggi vero e proprio credo dell’insieme dei mezzi di comunicazione occidentali, che consiste nella manipolazione sistematica di ogni informazione relativa alla Cina, denigrando e criminalizzando tutto ciò che fa questo paese.

14) Molti dei capi combattenti islamo-fascisti ella Siria e del Libano erano stati riprogrammati nei centri di detenzione di Guantanamo e del Kossovo.

15) A partire dai governi Clintom, Obama, Biden, il loro uso sistematico ha causato l’assassinio di migliaia di civili da parte degli USA, senza che quest’ultimi mettessero a repentaglio la vita delle proprie truppe, riuscendo così a normalizzare la barbarie e la morte di persone innocenti senza suscitare lo sdegno della società nord-americana.

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